LIBRO SESTO.
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Capitolo I. IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’ MEDICI. [AN. 1492-1495.]
Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese, girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio stesso e le tradizioni del nome latino.
Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata, divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime, e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita d’Italia.
In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra, l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva. Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1] Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo, non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini, finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2] Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici, Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti, ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare il dono perchè non voleva essere Barone; usando parole che hanno del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4]
Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo, al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente, era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto, studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime. Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5] Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza, al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva, dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici, parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6]
Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici, veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata: lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’ suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie. Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere, dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei primi mesi del fatale anno 1494.[7]
All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni, aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito.
Grandi erano intanto gli apparecchi d’Alfonso, il quale sapendo le guerre di Napoli doversi vincere fuori del Reame, aveva mandato per mare il fratello Federigo con forte armata contro a Genova, sperando con l’aiuto de’ fuorusciti ribellarla dalla signoria di Lodovico: ma la spedizione mosse troppo tardi, e questi inviativi da Milano soldati in gran fretta contenne Genova, e indi con l’aiuto di Luigi duca d’Orléans, cugino del Re, battute le forze nemiche a Rapallo, costrinse Federigo con tutte le navi a ricovrarsi nel porto di Livorno, aperto a lui dall’amicizia di Piero dei Medici. Da un’altra parte muoveva il giovane Ferdinando duca di Calabria con buono esercito inverso Romagna, sperando procedere insino a Parma, città male affetta ai Duchi di Milano, e che gli avrebbe aperto l’entrata nel cuore di Lombardia. Ma convenivagli amicarsi prima quei Signorotti della Romagna; al che fu ostacolo principale Caterina Sforza che in nome del piccolo figlio teneva Forlì. A questo modo le due imprese, le quali dovevano cuoprire il Reame, del pari fallivano; e Carlo, cedendo ai nuovi stimoli che egli ebbe dall’impetuoso Cardinale, e valicate pel Monginevra le Alpi, giungeva in Asti ai 9 settembre.[11]
Aveva seco oltre a dugento gentiluomini della guardia sua, mille seicento lance composte, tra uomini d’arme, arcieri e valletti, di sei cavalli ciascuna; cui s’aggiungevano, con sempre incerta numerazione, ottomila fanti guasconi con archibuso e spada a due mani; dodicimila balestrieri di altre parti della Francia, e ottomila Svizzeri con picche e alabarde: fu creduto che attraversassero la Toscana sessantamila soldati francesi.[12] Grande era il numero delle artiglierie, tali che Italia non aveva mai veduto le somiglianti; perchè le antiche bombarde per la pesantezza loro, e per essere le palle di pietra, si trascinavano lentamente tirate da buoi, ed era il piantarle lungo e difficile, ed i colpi di ciascuna molto radi; laddove i Francesi avendo i cannoni loro più spediti, gli tiravano a cavalli e gli piantavano e muovevano facilmente, essendone oltreciò i colpi assai più frequenti e gli effetti più gagliardi. Ma troppo inferiori in Italia erano per valore e fede i soldati, mercenari essi ed i condottieri loro, che per guadagno, mutando spesso padroni, tutti gli frodavano e poi gli tradivano: in Francia invece le milizie pagate dal Re si componevano di gentili uomini, che oltre agli stimoli dell’onore aveano certezza, con mostrarsi valorosi, di avanzare nei gradi, i quali salivano infino a quello di capitano; le compagnie inoltre non si rinnovavano a capriccio, nè si mutavano per diserzioni e arruolamenti, ma erano d’uomini per lo più della provincia stessa insieme avvezzi a combattere e a emularsi: il che si vuol dire anche dei fanti, che nelle battaglie tenevano il fermo, laddove in Italia si sbandavano al primo scontro: così la milizia, che era qui un mestiere, in Francia tenevasi il più decoroso degli uffici. Scendevano lieti in paese dovizioso, di dolce clima e di dolce vivere, al mondo famoso, da dover essere onorata preda.
In Asti veniva Lodovico Sforza con la moglie Beatrice d’Este e splendido accompagnamento di dame e signori: grandi le onoranze, ma sospetti rinascenti sempre rendevano Carlo dubbioso al muoversi, perchè a ogni passo temeva una frode. Nè senza motivo, Lodovico tenendo in riserva già l’altro disegno, quello di chiudere in Italia l’oste francese ed opprimerla, nè avendo cessato mai dal praticare segretamente con Piero de’ Medici, di cui fu detto che lo avesse denunziato a Carlo.[13] Il quale in Asti côlto dal vaiuolo, dovè indugiare più settimane; dipoi visitata in Casale la Reggente del marchesato di Monferrato, che gli imprestò gioie da farne denari, venne il Re a Pavia, dov’era tenuto sotto la guardia dello zio il duca Giovanni Galeazzo cugino del Re per esser nati da due sorelle della casa di Savoia. Lodovico avrebbe voluto nascondere a Carlo quel misero giovane infermo e insidiato dalle male arti dello zio, e chiuso, perchè fosse obliato, in quel castello insieme alla moglie Isabella d’Aragona figlia d’Alfonso, e ad un bambino di pochi anni. Andava Carlo a visitare il cugino giacente nel letto, cui non disse altro che poche parole di conforto, essendo presente Lodovico; quando entrava Isabella che gettandosi a’ piedi del Re, bella, infelice ed animosa, gli raccomandava il padre e il fratello e la casa d’Aragona: ma Carlo rispose, ch’era troppo tardi; e si levò tosto commosso, e impacciato, dal tristo colloquio. Venne a Piacenza, dove allo Sforza giunse avviso della morte del nipote, che tutti crederono da lui medesimo affrettata; ond’egli recatosi a Milano, e quasi cedesse alle preghiere di molti, pigliava il governo in proprio suo nome, sebbene tenesse nascosta per allora l’investitura che già con danari aveva ottenuta da Massimiliano imperatore.[14]
Carlo da Piacenza muoveva diritto alla volta di Toscana per la via di Pontremoli, ed aveva campeggiando in Lunigiana prese alcune castella suddite o raccomandate ai Fiorentini e saccheggiato Fivizzano. Per il che in Firenze dai governatori dello Stato si cominciò a temere, e dalla parte avversa a questo si cominciò a sperare ed a sparlare senza rispetto di Piero de’ Medici. Il quale cercando provvedere alla difesa, quando si venne in Firenze a fare danaro trovò inaspettata difficoltà nell’universale, e duri e male disposti allo spendere gli amici più facoltosi a cui ne aveva fatta richiesta. Onde egli senza fare altra prova sulla fede dei cittadini, e male imitando l’esempio del padre quando si recò a Napoli, prese consiglio di andare al Re e rimettersi nelle sue braccia lasciando la Lega degli Aragonesi con le condizioni migliori d’accordo, che a lui fossero possibili. Uscì di Firenze subitamente una sera con pochi amici, e venuto al Re, gli offriva quasi che spontaneamente Sarzana e Pietrasanta, luoghi ben muniti, poi Mutrone e Ripafratta ed altri castelli, egli come libero padrone e senza averne autorità dalla Signoria. A queste cose non è da dire se gli animi si alterassero in Firenze, di già sollevati per la partenza di Piero. Nelle Pratiche e nello stesso ufficio dei Settanta dove Casa Medici aveva i suoi più sviscerati, non mancavano parole di fiero concetto, ma spesso timidamente proferite, e poi annacquate, perchè dopo sessant’anni la dominazione di quella famiglia si era in Firenze connaturata. I più disposti a cose nuove facevano capo a Piero Capponi, e fra tutti si metteva innanzi un messer Luca Corsini, il quale una notte andò per suonare a martello la campana grossa; ma ritenuto, non potè suonare che due o tre tocchi, dal che la città fu più che mai turbata e confusa. In Palagio avevano co’ modi regolari eletta una Ambasceria di cinque cittadini che andassero a Carlo, dei quali era primo Fra Girolamo Savonarola. Si appresentarono questi al Re, ma senza venire a sorta alcuna di conclusione.[15]
Piero de’ Medici in quel mezzo tornava in Firenze, e aveva dato ordine a Paolo Orsino, che era agli stipendi della Repubblica e suo congiunto, di fare soldati nel contado e riunirli seco in città; donde gli avversari suoi si risolverono infine a mostrarsi. La maggior parte della Signoria s’era volta contra a Piero; Iacopo de’ Nerli, armato con altri che lo seguitavano, venne in Palagio, e fattolo serrare, stava a guardia della porta. Era la mattina de’ 9 novembre, e Piero co’ suoi staffieri e gran numero d’armati, armato anch’egli, ma sotto il mantello, venne al Palagio, dove trovò la porta chiusa, e fugli risposto che se voleva entrare entrasse solo e per lo sportello. S’avvide allora che avea perduto lo Stato, e tornò a casa; dove bentosto udì che il popolo si levava; ed essendogli da un mazziere della Signoria notificato il bando di rubello, montò a cavallo e prese la via di Bologna. Il Cardinale Giovanni suo fratello, ch’era in Firenze, avea tentato venire in Piazza con seguito d’armati; ma visto che il popolo moltiplicava, se ne fuggì anch’egli vestito da frate per la stessa via, e seco Giuliano minore fratello, e degli amici della famiglia taluni che erano dei più odiati. La splendida e ornata magione di Cosimo e di Lorenzo andava a sacco; involate a questa molte ricche suppellettili e preziosità dell’arte, e libri e anticaglie. Correva la plebe alle case d’altri dei più noti partigiani, ma uomini savi raffrenarono il tumulto; e intanto i Signori chiamato il popolo in Piazza, annunziarono essere abolito l’ufficio degli Otto di Pratica, e l’ordine dei Settanta, dov’era la forza di parte Medicea, e tolto il corso ai quattrini bianchi che erano stati mezzo a rincarare il prezzo del sale. Francesco Valori, che tornava da Pisa, perch’era tenuto uomo netto che ai Medici aveva resistito, fu ricevuto con sommo gaudio ed in Palagio portato di peso sopra le spalle dei cittadini.[16]
Il giorno stesso in cui Firenze recuperava la libertà, perdeva Pisa. Quivi era entrato il Re con l’esercito suo che sfilava alla volta del Reame; e andato al Duomo ad offerire, uomini del popolo e donne e fanciulli gli si fecero incontro al ritorno, e gridando Libertà, chiedevano uscire di sotto al giogo dei Fiorentini. Pigliarono animo vedendo benigna la faccia del Re, o fosse in lui compassione, o desiderio di gratificarsi i popoli: quindi la sera stessa co’ primari della città consentì che Pisa fosse libera sotto alla Regia bandiera, avendo molti cittadini a lui giurato fedeltà; occupava con le armi sue la fortezza nuova, la vecchia tennero soldati armati in fretta dai Pisani. I quali frattanto con indicibile allegrezza si diedero a cancellare da per tutto le armi e a disfare quanti rinvenivano Marzocchi o altre insegne dei Fiorentini: di questi in Pisa erano tanti, che nella città deserta si dicevano essere in maggior numero dei Pisani: uscirono molti sotto la guardia dei Francesi, e i principali insieme col Re. Nè questi al partire era in sè ben certo qual forma volesse dare alle cose dei Pisani, tirato, com’era suo costume, da vari consigli. Aveva in quei moti grande mano Lodovico duca di Milano, il quale bruciava di voglia d’avere Pisa perchè una volta ella era stata dei Visconti, che la venderono, e il vedersela torre di mano fu prima causa dell’alienazione sua dai Francesi.[17]
Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero, soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti, regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si aggiusterebbe ogni cosa nella gran villa, faceva il giorno 17 di novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo Francia, Francia. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia, ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al quale atto il Re gridando: noi suoneremo le trombe; replicava Piero, e noi le campane; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19]
Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare, sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile. Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano, sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio, che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re, avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento, bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in Napoli a’ 21 di febbraio 1495.
Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza, insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà; il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza, poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani, e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna. Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile; e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato, lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20]
Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca, e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi: attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini, e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze, dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse ambigue alle due parti.[23]
Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi: quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori, e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti, milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso; Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua: credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re Carlo VIII tornava in Francia.[24]
Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando, tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli, vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia rinfrescarono la guerra intorno a Napoli.
Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’ bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando, contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava: tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia di tornare in Francia.[25]
Capitolo II. NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.]
Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli Otto e l’ordine dei Settanta ed il Consiglio del Cento, nei quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire. Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio dei Dieci, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace, sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli Otto. Ma i Venti che in fatto venivano ad essere padroni della città, non però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti. Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende, nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti, essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori.
Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni, si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti, a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici: questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434. Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini. A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel Consiglio Grande.[26]
Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente, fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452, vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente, scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi, «la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum: «e questo perchè io non potea patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]» Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire da questo fango; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo suo militante cavaliero. In questa lettera pare a noi che sia già tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato, ardito e ripieno della coscienza di sè stesso.
Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori, l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo.
Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia, nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano: già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’ disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie; dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia, non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare noi stessi una forma per quindi adorarla.
Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che parlasse poco de futuris.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze. Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore. Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco, eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido, ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica espressione.
Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato; accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati; annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè, doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,» per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento: raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31]
La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse, quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato, perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si distribuivano le gravezze, volendo che una decima sulle possessioni, dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato. Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo, fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi con sei voti condannare alla perdita della vita o della patria o degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome di Legge delle sei fave, fu data l’appellazione da quelle condanne al Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione di que’ giudizi dovesse farsi da Ottanta o Cento uomini principali. Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da questo errore prodursi gravi disordini e fatali.
Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale, tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli, comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare quello che appellavano le vanità, o gli anatemi; erano disegni e libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33]
Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti, gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano, la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi, Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re fatte.[36]
Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno, e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città, dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva, alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega; gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte. Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo; uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’ popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella città ed un nome anche dai posteri onorato.
La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro. I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi, scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui; ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati, presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca. Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava. Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37]
La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia; gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione, che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato, fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero, severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi, ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio; e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime, che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero, uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che spesso il Magnifico gli aveva fidate.
Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli. Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche, s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità nell’universale.[39]
Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna, Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono, che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti, gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41]
Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso. Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella, malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi; primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei. Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione (il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero il confine, altri si assentarono.[42]
Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica; questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato, ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose pubbliche riguardassero.
Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo.
La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse. Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra, pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto, nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani, e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza, e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il capo increduli in faccia a un Profeta disarmato.
Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento: Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui seminatore di falsa dottrina. Il Savonarola si era quei mesi taciuto; ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro, sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse l’animo preparato a sentirlo morto.
Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso, e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento: chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22 giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete; donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni, grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta manifesta del Frate e dei suoi.
La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa, essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.» Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo, ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese; e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica.
In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio, sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare. Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe fatto girare la chiavetta, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma, la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito, dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere, e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che a lui precipitarono la ruina.
Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia, uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni, le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile, vigilia della domenica dell’Ulivo.
Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani; la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo: Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus: quindi le due parti pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione, e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi. Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce Laudi e Salmi; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si voltava contro a loro.
La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano, intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare; l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore, dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino, dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47]
Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città. Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini, che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate; v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero; la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte: allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava.