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Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

LIBRO SESTO. (continued 7)

Reading edition

I Quarantotto e i Dugento sieno a vita, e si rinnuovino per via d’Accoppiatori con certe forme, le quali è inutile qui descrivere.

Non abbiano assegna di provvisione, ma di essi un certo determinato numero debba entrare nei principali Magistrati o ufizi salariati.

Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o benefizi che prima spettavano alla Signoria.

Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni.

Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo, gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri.[252] Il primo di maggio 1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254]

Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato. Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III, che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri. Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia, dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il fatto, Lorenzino fuggì da Firenze.

Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori. Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro. Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito; due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata: Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi, come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti. Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna, ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini, quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia, e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua. Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza; gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati. Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia, e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a Firenze.

Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo Granduca.

Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande. Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo, si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’ nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse guardasse più a Roma o a Vienna.

I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi, e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente. Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici, e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire. Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste, nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni; qui si udirono per la prima volta le Opere in musica.

Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti: avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona, sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici.

Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi ebbe l’Arcadia impero assoluto.

Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede, secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra, come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate; dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea nell’anno 1737.

Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia; nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto, che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni stranieri.

Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca, venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta. Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò unico esempio.

Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne.

Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe, una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva; dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte a quelle del Padre.

Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue, anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati. Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia; di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed un’allegrezza senza contradittori.

Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava; sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia. Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento, non manchi a sè stessa.

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