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Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

LIBRO SESTO. (continued 3)

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Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia, Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II, venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno, tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo, si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]

Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano. Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’ Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo, aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano, accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]

Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano: quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata. Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome, vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii. Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre; il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi vincitori.

Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati. Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona. Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma, tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze; ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto valicarono l’Appennino.[89]

Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori, nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili, avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome: si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata. Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere: uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore fu raramente ad altri concesso.[91]

Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici; ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città, gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando era già in via.

Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze. Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a molti era un benefizio.

Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma, si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura: compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò, tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi, i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina: edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici. Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua, dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]

Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome, famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa, chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere, che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui, ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]

Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri, nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro, e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto; e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere sospese le sorti quando è necessità trabocchino.

In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande, al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse. Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli, astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato, e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia; non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo d’agosto.[99]

A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare, perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio, condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse, tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona, dond’egli passò a Ragusi.

Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò, entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco, in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi, dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità, i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale, che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti.

La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’ suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali. Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi, che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli alla volta della Lombardia.[100]

Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini, ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini, e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato. Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre, fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434, non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi, che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero, si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire. Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero, aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era in via che si recava in Roma al Conclave.

Capitolo V. PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.]

Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano: eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica, oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile, irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri, non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice, chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo, scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte, furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza. Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza; si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo del Vaticano la Calandra del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti, sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte mirabile del gran dipintore.

In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città; liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.» Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma: il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti. «Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’ mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità, le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno: però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per avversario notato.[108]»

Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano, avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che, dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi: questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati: rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi. Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori, o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere. Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni, empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone, imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano ai più severi.[110]

Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo, e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico; fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici, che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del governo della Repubblica di Firenze.

Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano. Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi, assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille, il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia. Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano, e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina, teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica.

Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite, perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo, patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava in Milano.[112]

Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara, la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa, nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti: chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che, ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco, promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115]

Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna. Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli: pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli; e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare. Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte, dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura, commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero.

In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia, quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace, cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani, che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno 1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza, l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia, ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza, dopo alla quale non è che la morte.

La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani, soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi, seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani. Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix, signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse, intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini, obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa, poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione. Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena, ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra. Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118]

In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta. Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi, ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso, fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza, il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe, aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica. Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio, molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari. In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico, non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4 maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale Silvio Passerini di Cortona.[125]

In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero, avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo; nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto.

È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole, sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò, aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.

Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione, portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più gradito d’unirsi invece all’Imperatore.

Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega, che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione promette osservarla verbo romani pontificis. Non poteva essere infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici. Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]

Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono) arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza, per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega, già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza, per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo, deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra, portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri danni ferocissimo capitano.

Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani, e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra ’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici, il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano. Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano sotto al dominio della Chiesa.[128]

In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana. Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129] intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione: cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto degli altri, ricadevano sopra di noi.

Capitolo VI. FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]

La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo, essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino. L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più giorni.

Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto, gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione, fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto, di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di mare.

Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro, espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’ Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti; Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]

Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato; laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni, perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere, al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani. S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati. Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore: il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.

Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati, soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio. Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove. Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa, furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli, tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini; ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà, invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma: il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi, temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di fanti.[133]

In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro, e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco, deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che seguitava la parte spagnola.

Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco: ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico; e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi, dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla; dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in quella Roma il miser uomo avea trista vita.

In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero: imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila, a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si astenessero dalle violenze.

Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano, al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani, privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione. Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri in quella regione.[138]

Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario, patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’ 19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]

In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza, la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe; e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi, per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.

Notes in this chapter

Note 1 · Vedi le Memorie di Bayard che ordinò l’agguato.Note 2 · Guicciardini, Storia d’Italia. — Terza e quarta Legazione del Machiavelli in Francia, e ragguagli da Mantova e da Verona.Note 3 · Cerretani, Storie manoscritte. — Guicciardini. — Nardi. — Commissione del Machiavelli in Pisa al Concilio.Note 4 · Racconto del fatto di Brescia, scritto da Gian Giacomo Martinengo che vi fu dentro, pubblicato da Carlo Rosmini con la Storia di Milano.Note 5 · Guicciardini, Storia d’Italia. — Diario di Biagio Bonaccorsi.Note 6 · Nardi. — Cerretani. — Ammirato, an. 1510.Note 7 · Migliore, Firenze Illustrata, pag. 466.Note 8 · Guicciardini, Storia d’Italia, lib. VIII, e sua Legazione in Spagna, di molto valore per le cose di quel regno. È da vedere come Ferdinando Note 9 · Cerretani, Storie manoscritte.Note 10 · Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. 29. — Nardi, Storia Fiorentina.Note 11 · Vita di Filippo Strozzi il Seniore, scritta da Lorenzo suo secondo figlio.Note 12 · Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. 32. — Cambi, Storie, pag. 223.Note 13 · Cerretani, Storie manoscritte. — Nardi. — Storia di Iacopo Pitti, lib. II.Note 14 · Filippo de’ Nerli, Commentarii dei Fatti civili di Firenze.Note 15 · Tre Relazioni del Sacco di Prato. (Archivio Storico Italiano, tomo I.) — Ricordi di Andrea Bocchineri di Prato. (Archivio Storico Italiano, Note 16 · Nardi, lib. V. — Storia d’Italia dal 1511 al 1527 di Francesco Vettori. (Archivio Storico, Appendice VI.) — Guicciardini, Storia d’Italia, lNote 17 · Tre Pareri di Francesco Guicciardini intorno al Governo di Firenze; an. 1512 e 1516. (Opere Inedite, tomo II.)Note 18 · Narrazione del Caso di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi scritta da Luca della Robbia l’anno 1513. (Archivio Storico Italiano, tomoNote 19 · Fu celebre il fatto di quell’agente traditore di Giulio II in Inghilterra, narrato da Erasmo e dal Montaigne. Di cotest’uomo è una lettera tNote 20 · Bandello, Lettera premessa alla Novella X, Parte terza.Note 21 · Ariosto, Satire.Note 22 · Giovio, Vita di Leone X. — Tiraboschi, tomo VII in più luoghi.Note 23 · Razzi, Vita di Pier Soderini, con Documenti, a pag. 127 (Padova, 1737).Note 24 · Abbiamo trascritto qui molte parole dell’Istoria di Jacopo Pitti, severo amatore della Repubblica, che non aveva egli veduta presente.Note 25 · Nardi, Storie Fiorentine, lib. VI.Note 26 · Cambi, an. 1513. — Nardi, Storia. — Nerli, Commentari. — Storia d’Jacopo Pitti.Note 27 · Prato, Storia di Milano. (Archivio Storico Italiano, tomo III.)Note 28 · Documenti editi dal Molini, tomo I, pag. 66.Note 29 · Ved. Lettere del Vescovo di Tricarico. (Archivio Storico Italiano, Appendice I, pag. 306.)Note 30 · La parte del Copialettere di Goro Gheri che riguarda il governo di Piacenza è pubblicata nell’Archivio Storico Italiano, Appendice VI.Note 31 · Storia di Francesco Vettori.Note 32 · Vasari, Vita di Andrea del Sarto.Note 33 · Galliano col titolo di Magnifico è tra’ personaggi del supposto Dialogo nel libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione.Note 34 · Guicciardini, Storia d’Italia, lib. XIII. — Storia di Francesco Vettori. (Archivio Storico Italiano, Appendice VI.) Copialettere manoscrittoNote 35 · Malavolti, Storia di Siena.Note 36 · Questi fatti, che si hanno dal Giovio, sono ampiamente descritti nelle Cronache della Città di Fermo per quello risguarda i casi e la morte Note 37 · Intorno al Duca Lorenzo e allo Stato della Repubblica di Firenze è da vedere il Sommario della Relazione di Marino Giorgi ambasciatore a RomNote 38 · Possediamo il suo Copialettere in quattro molto grossi volumi dall’anno 1515 a subito dopo la morte del Duca Lorenzo nel maggio 1519. Vi sonNote 39 · Guicciardini, Opere Inedite, vol. II, pag. 325.Note 40 · Nelle lettere del Gheri abbiamo la data certa della nascita di Caterina de’ Medici, che fu a’ 13 aprile, essendo poi la madre morta il 28 deNote 41 · Nardi, Gambi, Nerli, Pitti, Ammirato. — Ved. anche le Istruzioni date in nome del Papa a Lorenzo de’ Medici quando venne al governo di FirenNote 42 · Lo abbiamo noi primi pubblicato nel primo volume dell’Archivio Storico Italiano, da una copia di antica scrittura ch’era tra le carte di GorNote 43 · Diario di Paride de Grassi, manoscritto appresso di noi.Note 44 · Gucciardini, tomo III, lib. XIV.Note 45 · Diario di Paride de Grassi.Note 46 · Atti del Conclave di Adriano VI. Manoscritto presso di noi.Note 47 · Ammirato, lib. XXIX.Note 48 · Machiavelli, Opere. — Archivio Storico Italiano, tomo I.Note 49 · Storia d’Jacopo Pitti. — Nerli, Commentari. — Nardi. — Giornale storico degli Archivi Toscani, vol. III.Note 50 · È sotto forma d’Istruzione ai tre Cardinali che a lui andavano in Ispagna: noi l’abbiamo manoscritta, ed è atto di molta importanza nella StNote 51 · Vedi il Capitolo del Berni contro a Papa Adriano.Note 52 · Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore a Papa Adriano, (Relazioni Venete, Serie II, vol. III, pag. 65.)Note 53 · Viaggio degli Oratori Veneti a Roma (1523). Relazioni Venete, Serie II, vol. III, pag. 74.Note 54 · Guicciardini, Storia d’Italia, lib. XV.Note 55 · Giovio, Vita di Pompeo Colonna.Note 56 · «Ecce iterum e summo dilapsam culmine Romam Pompeii et Julii mens furiosa premit. Brute pium, Photine pium nunc stringite ferrum etc.»Note 57 · Conclave di Clemente VII, Manoscritto presso di noi.
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