CAPITOLO L.
Davide Bertolotti translation
Descrizione dell'Arabia e de' suoi abitatori. Nascita, carattere e dottrina di Maometto. Predica alla Mecca. Fugge a Medina. Propaga la sua religione colla spada. Sommessione volontaria o sforzata degli Arabi. Sua morte, e suoi successori. Pretensioni e trionfi d'Alì e de' suoi discendenti.
Dopo avere per più di sei secoli tenuto dietro ai vacillanti sovrani di Costantinopoli e della Germania, ora risalendo all'epoca del regno d'Eraclio, mi trasferirò sulla frontiera orientale della monarchia greca. Mentre lo Stato s'impoveriva colla guerra di Persia, e straziata era la Chiesa dalla Setta di Nestorio e da quella dei Monofisiti, Maometto, colla spada in una mano e coll'Alcorano nell'altra, fondava il suo trono sulle ruine del Cristianesimo e di Roma. I talenti del Profeta arabo, i costumi del suo popolo e lo spirito della sua religione sono tra le cagioni che hanno operato il decadimento e l'ultimo crollo dell'impero d'Oriente; e la rivoluzione che ne seguì, e che si può noverare fra le più memorabili che impressero nelle varie nazioni del Globo un carattere nuovo e permanente, ci presenterà uno spettacolo ben degno de' nostri sguardi[1].
La penisola d'Arabia raffigura[2] tra la Persia, la Siria, l'Egitto e l'Etiopia una specie di vasto triangolo con faccie irregolari. Dalla punta settentrionale di Beles[3], sull'Eufrate, forma una linea di mille e cinquecento miglia che termina nello stretto di Babelmandel e nel paese dell'incenso. La linea del mezzo, che va dall'Oriente all'Occidente, da Bassora a Suez, dal golfo Persico al mar Rosso, può essere all'incirca la metà in lunghezza[4]; i lati del triangolo si dilatano insensibilmente, e la base che è al mezzodì presenta all'Oceano indiano una costa di circa mille miglia. La superficie interna della penisola è quattro volte più ampia di quella dell'Alemagna o della Francia; ma la parte più vasta di quel terreno è stata giustamente disonorata cogli epiteti di Petrea e di Arenosa. La natura almeno fregiò i deserti della Tartaria di grandi alberi, d'erbaggi abbondanti, e il viaggiator solitario vi trova nello spettacolo dei vegetabili una sorta di consolazione e di società; ma gli orridi deserti dell'Arabia non offrono allo sguardo che un'immensa pianura di sabbia, solamente interrotta da montagne aride ed angolose, e la superficie del deserto, priva d'ombra di sorta, mostra un terreno abbruciato dai raggi diretti del cocente sole del tropico. In vece di rinfrescar l'atmosfera non diffondono i venti che un vapore nocivo ed anche mortale, quando soprattutto vengono dal sud-ouest; i monti di sabbia cui formano e disperdono alternativamente, ponno paragonarsi ai flutti dell'Oceano: caravane ed eserciti intieri furono inghiottiti da quel vortice. Si desidera e si contende l'acqua colà, che per tutto il Mondo è sì comune, e tanta è la carestia di legna che ci vuol molt'arte per conservare e propagare il fuoco. Non ha l'Arabia una sola di quelle riviere navigabili, che fecondano il suolo, e ne portano alle vicine contrade le produzioni. La terra sitibonda assorbe i torrenti che cadono dalle colline: il tamarindo, l'acacia e poche piante robuste, che pongono le radici nei crepacci delle rupi, non si alimentano che della rugiada notturna: quando piove si ha cura di trattenere qualche goccia d'acqua in cisterne o in acquedotti; i pozzi e le fonti sono i secreti tesori di que' deserti, e dopo molti giorni di viaggio il trafelato pellegrino della Mecca[5] non incontra per dissetarsi che poche acque ributtanti pel sapor che han contratto sopra un letto di zolfo o di sale. Tale è la prospettiva generale del clima dell'Arabia; e questa universale sterilità dà un prezzo infinito a qualche apparenza di vegetazione, che si trovi qua e là; un bosco ombroso, un meschino pascolo, una corrente d'acqua dolce invitano una colonia d'Arabi a stanziar sul fortunato terreno che loro procaccia alimento ed ombra per sè e pei lor bestiami, e li incoraggia a coltivar la palma e la vite. Le alte terre che costeggiano l'Oceano indiano son segnalate dalle legne e dall'acque che vi si rinvengono in maggior abbondanza; l'aria è più temperata, più saporite le frutta, più numerosi gli animali e gli uomini; la fertilità del suolo inanimisce e premia i lavori dell'agricoltura; e l'incenso[6] ed il caffè di quelle regioni hanno tratto colà in ogni tempo i mercadanti di tutti i paesi del Mondo. Paragonando questa regione privilegiata al rimanente della penisola, merita il nome d'Arabia Felice, e mercè del contrapposto de' suoi dintorni comparisce agli occhi dell'immaginazione bella e pomposa di tutti gl'incanti della favola, che per la lontananza ha preso il credito della verità; si è supposto che la natura avesse riservato a questo paradiso terrestre i suoi favori più singolari, e le sue opere più curiose; che gli abitanti vi godessero di due cose che sembrano incompatibili; lusso e innocenza; che il suolo ridondasse d'oro e di pietre preziose[7], e che terra e mare esalassero vapori aromatici. Non conoscono gli Arabi questa divisione dell'Arabia Deserta, della Petrea e della Felice tanto famigliare ai Greci ed ai Latini; ed è ben cosa singolare che un Cantone che non cangiò nè linguaggio, nè abitatori serbi appena qualche vestigio dell'antica sua Geografia. Li distretti marittimi di Bahrein e d'Oman stanno rimpetto alla Persia. Il regno di Yemen fa conoscere i limiti o almen la situazione dell'Arabia Felice: il nome di Neged si distende nell'interno delle terre, e la nascita di Maometto ha illustrato la provincia di Hejaz che giace sulla costa del mar Rosso[8].
Si misura la popolazione dai mezzi di sussistenza, e la vasta penisola dell'Arabia ha forse meno abitatori che una provincia fertile e industre. Gli Icthyofagi[9], o popoli che vivon di pesci, andavano un tempo erranti sulle coste nel golfo Persico, dell'Oceano ed anche del mar Rosso a procurarsi quel precario alimento. In sì miserabile condizione, che poco merita il nome di società, quel bruto che si chiama uomo, senz'arti e senza leggi, quasi sfornito d'idee e di parole era superiore di poco al resto degli animali; per lui passavano in una silenziosa obblivione le generazioni ed i secoli, e i bisogni e gli interessi che restringeano l'esistenza del Selvaggio all'angusto margine della costa marittima, gl'impedivano il pensiero di moltiplicar la specie; ma è ben rimota di già quell'epoca in cui la gran masnada degli Arabi si tolse da quella deplorabile miseria, e non potendo il deserto mantener una popolazione di cacciatori, passarono questi subitamente al più tranquillo e più felice stato della vita pastorale. Tutte le tribù erranti degli Arabi hanno le abitudini stesse; nella faccia de' Beduini attuali si rinvengono i delineamenti dei loro avi[10], i quali, al tempo di Mosè o di Maometto, abitavano sotto tende della medesima forma, e guidavano i lor cavalli, i cammelli, le gregge ai fonti ed ai pascoli stessi. Il nostro dominio sugli animali di servigio ci scema le fatiche, accrescendoci le ricchezze, ed il pastor Arabo è divenuto padrone ed arbitro d'un fedele amico, e d'uno schiavo laborioso nel suo cavallo[11]. Credono i naturalisti che il cavallo sia originario dell'Arabia, ove il clima è il più favorevole non alla statura, ma all'ardenza e alla velocità di questo generoso quadrupede. Il pregio de' cavalli barbari, spagnuoli ed inglesi proviene della mischianza del sangue arabo[12]. Con una cura superstiziosa conservano i Beduini la rimembranza della storia e dei meriti della razza più pura; si vendono carissimi i maschi, ma le femmine rare volte si contrattano, e la nascita d'un nobile poledro è un'occasione di gioia e di congratulazioni fra le tribù. Questi cavalli sono allevati sotto tende in mezzo ai fanciulli arabi, coi quali stanno in un'amichevole famigliarità che nutre in loro abitudini di dolcezza e d'affetto. Non hanno che due andature, il passo e il galoppo; le loro sensazioni non sono mortificate dalle continue percosse della sferza o dello sprone; se ne riserva la forza pei momenti in cui occorre o fuggire, o inseguire; appena sentono la mano, o la staffa si slanciano colla celerità del vento; e se nella rapida corsa il loro amico è rovesciato a terra, nel punto istesso si fermano, e aspettano che il cavaliere risalga in sella. Nelle sabbie dell'Affrica e dell'Arabia, il cammello è un dono del cielo e un animale sacro. Questa robusta e paziente bestia destinata a portare i fardelli può camminar molti giorni senza mangiare e senza bere; il suo corpo, segnato dai marchi di servitù, ha una specie di tasca, o sia un quinto stomaco, che è un serbatoio d'acqua dolce; i grandi cammelli possono soffrire un peso di dieci quintali; e il dromedario d'una struttura più snella e più agevole, precorre il cavallo più agile. E in vita e in morte, quasi tutte le parti del cammello sono profittevoli all'uomo; la sua femmina somministra una quantità considerabile d'un latte nudritivo; quando è in tenera età la carne ha il sapor del vitello[13]; si ricava dall'orina un sale prezioso; i suoi escrementi suppliscono alle materie combustibili; e il suo lungo pelo, che cade e si rinova ogni anno, lavorato grossolanamente serve al vestire, al mobigliamento e alle tende de' Beduini. Nella stagione piovosa si nutre della poca erba del deserto; negli ardori della state e nella penuria del verno le tribù s'accampano sulla costa del mare, sulle colline dell'Yemen, o ne' contorni dell'Eufrate, e spesse volte si trasferirono, non senza rischio, sino alle sponde del Nilo e ne' villaggi della Siria e della Palestina. La vita d'un Arabo vagabondo è tutta pericolo e miseria; e benchè si procacci talvolta colle rapine, o colle permute, i frutti dell'industria, un semplice particolare in Europa col suo lusso trova godimenti assai più sodi e piacevoli di quelli che possa ottenere il più altiero Emir, ricco d'un armento di diecimila cavalli.
Si osserva per altro una differenza essenziale tra le masnade, o sia orde della Scizia, e le tribù Arabe; parecchie di quest'ultime si adunarono in borgate, e si diedero al traffico e all'agricoltura. Impiegavano una parte del tempo e dell'industria nelle cure del bestiame; tanto in guerra che in pace si mischiavano coi loro fratelli del deserto; e queste utili pratiche procacciarono a' Beduini qualche mezzo da sovvenire a' bisogni, e diedero loro qualche sentore d'arti e di scienze. Le più antiche e più popolate delle quarantadue città dell'Arabia[14], indicate da Abulfeda, appartenevano all'Arabia Felice; le torri di Saana[15], e il mirabile serbatoio di Merab erano opera del re degli Omeriti[16]; ma questa gloria profana era oscurata e vinta da' fasti profetici di Medina[17], non che della Mecca[18], situate presso il mar Rosso, lontane l'una dall'altra dugencinquanta miglia: era l'ultima di queste città sante conosciuta da' Greci sotto il nome di Macoraba, e la desinenza della parola ne denota la vastità, che peraltro, nell'epoca più florida, non sorpassò mai l'ampiezza, nè la popolazione di Marsiglia. Convien dire che un occulto motivo, forse nato da qualche superstizione, determinasse i fondatori a prescegliere una situazione tanto infelice. Fabbricarono le abitazioni di melma, o di pietra, sopra un piano lungo due miglia circa, e largo d'un miglio, alle falde di tre monti sterili. Il suolo è roccia; l'acqua, non esclusa quella del santo pozzo di Zemzem, è amara o salmastra; i pascoli remoti dalla città, e l'uva che si mangia viene da' giardini di Tayef, che sono lontani sessantasei miglia. Si segnalavano fra le diverse tribù Arabe i Koreishiti che regnavano alla Mecca, per la riputazione, e il valore; ma nel mentre che la trista qualità del terreno era ritrosa all'agricoltura, erano essi collocati in luogo vantaggioso per trafficare. Col mezzo del porto di Gedda, distante solo quaranta miglia, manteneano un'agevole corrispondenza coll'Abissinia, e questo regno cristiano fu il primo asilo de' discepoli di Maometto. Si trasportavano i tesori dell'Affrica a traverso della penisola a Gerrha, o Katif, città della provincia di Bahrein, edificata da' fuorusciti della Caldea, i quali, è fama, impiegarono per materiali una rocca di sale[19]. Si conduceano di poi, colle perle del golfo Persico, su le zattere, sino alla foce dell'Eufrate. Giace la Mecca quasi in pari distanza, cioè trenta giornate di viaggio lontana dall'Yemen che le sta a destra, e dalla Siria posta su la sinistra. Quelle caravane posavano il verno nell'Yemen, la state nella Siria, e l'arrivo loro dispensava i vascelli dell'India dalla noiosa e difficile navigazione del mar Rosso. I cammelli de' Koresheiti ritornavano da' mercati di Saana e di Merab, e da' porti di Oman e d'Aden, carichi d'aromi preziosi. Le fiere di Bostra e di Damasco fornivano biada alla Mecca, e lavori dell'industria loro: queste lucrose permute portavano l'abbondanza e la ricchezza nelle contrade di quella città, e i più nobili de' suoi figli accoppiavano l'amor delle armi alla profession del commercio[20].
I forestieri e i nativi del paese discorsero con grandi elogi dell'independenza perpetua degli Arabi, e parecchi artificiosi controversisti hanno trovato[21] in quello stato singolare, ma naturale, una profezia ed un miracolo in favore della posterità d'Ismaele[22]. Parecchi fatti che non si ponno nè dissimulare, nè eludere, rendono imprudente e superflua questa maniera di ragionare: il regno d'Yemen fu soggiogato ora dagli Abissini, ora da' Persiani, ora da' Soldani d'Egitto[23], e da' Turchi[24]: le città sante della Mecca e di Medina varie volte furono soggette a un tiranno Tartaro, e la provincia romana d'Arabia[25] comprendea particolarmente il deserto ove Ismaele e i suoi figli alzarono probabilmente le loro tende in faccia a' fratelli. Ma questa servitù non fu che passeggera o locale; il Corpo della nazione sfuggì all'impero delle più possenti monarchie. Sesostri e Giro, Pompeo e Traiano, non valsero a terminare la conquista dell'Arabia; e se il moderno sovrano de' Turchi[26] esercita una giurisdizione apparente, il suo orgoglio è ridotto a domandare l'amicizia d'un popolo che provocato è terribile, e che invano si assale. È cosa evidente che la libertà degli Arabi dipende dalla lor indole e dalla qualità del paese. Per molte generazioni, prima di Maometto[27], aveano le contrade circonvicine provato con grave danno l'intrepido valore di quelli nella guerra offensiva e nella difensiva. Seguendo le abitudini e la disciplina della vita pastorale, gli uomini si conformano a poco a poco alle pazienti e operose virtù del soldato. La cura delle pecore e de' cammelli è lasciata alle donne della tribù; ma la gioventù bellicosa, sempre a cavallo, armata ed unita sotto la bandiera dell'Emir, s'esercita a scagliar dardi, a maneggiar la chiaverina e la scimitarra. La memoria della lunga loro independenza è la testimonianza più certa per provarne la durata; ogni generazione novella si sente infiammata dalla brama di mostrarsi degna de' suoi antenati, degna di conservare l'eredità del valore che gli fu trasmesso. All'avvicinarsi d'un comune nemico rimane sospesa ogni lite domestica; nelle ultime ostilità contro i Turchi, ottantamila confederati assalirono, e rubarono la caravana della Mecca. Marciano alla battaglia forti della speranza di vincere, e si conducono dietro quanto occorre ad assicurare la ritratta. I lor cavalli, e i cammelli, che in otto o dieci giorni possono correre quattro o cinque cento miglia, si dileguano rapidamente davanti al vincitore; le acque occulte del deserto ne eludono ogni ricerca, e le schiere vittoriose son costrette a languire di fame, di sete, di stenti inseguendo un nemico invisibile, che, ridendosi degli sforzi ostili, riposa sicuro in seno all'ardente sua solitudine. Nè solamente le armi e i deserti de' Beduini ne francheggiano la libertà; essi sono una barriera per l'Arabia Felice, gli abitanti della quale lontani dal teatro della guerra sono snervati dal clima e dall'abbondanza del suolo. Dalle fatiche e dalle malattie furono distrutte le legioni d'Augusto[28], nè mai si giunse, fuorchè per mare, a sottomettere l'Yemen. Quando Maometto[29] inalberò il suo sacro Vessillo[30], era quel regno una provincia del reame di Persia; ma regnavano tuttavia nelle montagne sette principi degli Omeriti, e il luogotenente di Cosroe si indusse a dimenticare la patria, e il suo sciagurato padrone. Gli storici del secolo di Giustiniano ci espongono lo stato degli Arabi independenti, che parteggiarono secondo l'interesse e l'inclinazione propria nella lunga guerra dell'Oriente: fu permesso alla tribù di Gassan l'accamparsi sul territorio di Siria, ed a' principi di Hira l'edificare una città circa quaranta miglia al mezzodì dalle ruine di Babilonia. Spediti erano e vigorosi nelle fazioni militari, ma venali nell'amicizia, incostanti nella fedeltà, capricciosi negli odii: era più facile l'attizzare questi Barbari erranti che il disarmarli, e nella familiarità che si acquista con chi guerreggia, imparavano a conoscere e a dispregiare l'altiera debolezza di Roma e della Persia. Da' Greci e da' Latini le tribù Arabe, disseminate fra la Mecca e l'Eufrate[31], erano confuse sotto il nome generale di Saraceni[32], cui sino dall'infanzia ogni cristiano apprendeva a pronunciare con orrore e spavento.
Quando gli uomini vivono sommessi ad una tirannide interna, invano si rallegrano della lor nativa independenza; ma l'Arabo personalmente è libero, e per qualche rispetto gode i beni sociali senza rinunciare a' dritti della natura. In ogni tribù, la gratitudine, la superstizione, o la fortuna sollevarono una famiglia particolare sopra dell'altre. Le dignità di Scheik e d'Emir si trasmettono in modo invariabile a questa razza eletta; ma l'ordine di successione è precario e poco determinato, e al personaggio più degno o più avanzato d'età in quella nobile famiglia si conferisce l'officio semplice, ma rilevante, di terminare coi suoi consigli le liti, e di guidare coll'esempio la bravura della nazione. Fu permesso ancora ad una donna valente e coraggiosa di comandare a' concittadini di Zenobia[33]. Dalla momentanea unione di più tribù risulta un esercito: quando è durevole, una nazione; e il Capo supremo, l'Emir degli Emiri, che inalbera davanti a loro la sua bandiera, può dagli stranieri considerarsi per un re. Se i principi Arabi abusano d'autorità, ne sono presto puniti dalla diserzione de' sudditi, accostumati ad un reggimento dolce e paterno. Non è frenato da verun vincolo il lor coraggio; liberi ne sono i passi; il deserto è per tutti: non sono congiunte le famiglie fra loro che per un contratto naturale e volontario. La popolazione dell'Yemen, più docile, ha tollerato la pompa e la maestà d'un monarca, ma se, come fu detto, non poteva il re uscire del palazzo senza porre a repentaglio la vita[34], dovea la forza del suo governo essere in mano de' Nobili e de' magistrati. Nelle città della Mecca e di Medina si vede, in mezzo dell'Asia, la forma o piuttosto la realtà d'una repubblica. L'avolo di Maometto e i suoi antenati in linea retta compariscono nelle operazioni al di fuori, e nell'amministrazione interna come principi del loro paese: pure l'impero loro, come quello di Pericle in Atene, e de' Medici in Firenze, era appoggiato all'opinione che avevasi della loro sapienza e integrità: il poter loro si divise col patrimonio, e lo scettro passò dagli zii del Profeta al ramo cadetto della tribù de' Koreishiti. Adunavano il popolo nelle grandi occasioni, e poichè non si guida il genere umano se non per la forza o la persuasione, ne viene che l'uso e la celebrità dell'arte oratoria presso gli Arabi è la più chiara pruova della lor libertà pubblica[35]. Ma il semplice edifizio della lor libertà era ben diverso dalla struttura dilicata e artificiale delle repubbliche greche e romana, ove ogni cittadino aveva una parte indivisa de' dritti civili e politici della Comunità. In un sistema di società men complicato, gode la nazione Araba la libertà, perciò che ciascheduno de' figli suoi aborre dal sottomettersi vilmente alla volontà d'un padrone. Il cuore dell'Arabo è guernito delle austere virtù del coraggio, della pazienza e della sobrietà; coll'amore per la independenza vien contraendo l'abitudine di dominare sè stesso, e la tema del disonore sbandisce da lui lo spavento pusillanime delle fatiche, de' pericoli, della morte. Il suo contegno denota la gravità del suo pensare; parla adagio, e il suo discorso è sensato e conciso; ride poco, e non ha altro gesto che quello di accarezzare la propria barba, rispettabile simbolo della virilità; pieno del sentimento di sè medesimo, tratta leggermente gli eguali, e senza soggezione i superiori[36]. La libertà dei Saraceni sopravvisse alla conquista del lor paese; ebbero i primi Califi a soffrire la franchezza ardita e familiare dei sudditi; salivano in cattedra a persuadere e ad edificare la congregazione, e solamente dopo che fu trasferita la sede dell'impero su le rive del Tigri, introdussero gli Abassidi l'altero e magnifico cerimoniale delle Corti di Persia, e di Bisanzio.
Volendo studiare le nazioni e gli uomini, conviene investigare le cagioni che tendono ad accostarli o a disgiungerli, che restringono o estendono, addolciscono o inaspriscono il carattere sociale. Segregati dal rimanente degli uomini, s'abituarono gli Arabi a confondere le idee di forestieri e di nemici, e la povertà del suolo diffuse fra loro un principio di giurisprudenza, che sempre ammisero, e posero in pratica. Pretendono che nel comparto della Terra, gli altri rami della gran famiglia abbiano avuto in sorte i climi ubertosi e felici, e che la posterità di Ismaele, proscritta e dispersa, abbia il dritto di rivendicare, coll'artificio e colla violenza, quella parte d'eredità che le fu ingiustamente negata. Secondo l'osservazione di Plinio, le tribù Arabe sono dedite al ladroneccio del pari che al traffico, assoggettano a contribuzioni o a spoglio le caravane che attraversano il deserto, e sin da' tempi di Giobbe e di Sesostri[37], furono i lor vicini le vittime di loro rapacità. Se un Beduino vede da lungi un viaggiatore solitario, gli corre addosso furiosamente, gridando: «Spogliati: tua zia (mia moglie) è senza veste». Se quegli si sottomette subito, ha diritto alla clemenza dell'Arabo; ma la menoma resistenza lo irrita, e il sangue dell'assalito debbo espiare quello che sarebbe stato versato per la difesa. Chi spoglia i passeggeri da sè solo, o con pochi compagni, è trattato da ladro, ma le imprese d'una truppa numerosa prendono qualità di guerra legittima ed onorata. Le disposizioni violente d'un popolo armato così contro il genere umano s'erano inviperite per l'abito di saccheggiare, d'assassinare, di far vendette approvate da' costumi domestici. Nell'odierna costituzione dell'Europa, il dritto di far pace o guerra appartiene a pochi principi, e ancora più pochi son quelli che in fatto esercitano questo dritto; ma poteva impunemente ogni Arabo, ed anche con gloria, volgere la punta della sua chiaverina contro un concittadino. Qualche somiglianza d'idiomi e di usanze erano quel solo vincolo che congiugneva queste tribù in Corpo di nazione, ed in ogni Comunità era impotente e muta la giurisdizione del magistrato: dalla tradizione si ricordano mille e settecento battaglie[38] accadute in que' tempi di ignoranza che precedettero Maometto: per l'animosità delle fazioni civili più acerbe facevansi le ostilità, e il racconto in prosa o in versi d'un'antica contesa bastava a riaccendere le stesse passioni nei discendenti delle popolazioni nemiche. Nella vita privata, ogn'uomo, o per lo meno ogni famiglia, era giudice o vindice della causa propria. Quella delicatezza d'onore che valuta più l'oltraggio che il danno, avvelena mortalmente ogni lite degli Arabi; facilmente s'offende l'onore delle lor mogli e delle lor barbe: un atto indecente, un motto frizzante non può espiarsi altramente che col sangue del reo, e tanto è paziente il lor odio nel temporeggiare, che aspettano per mesi ed anni l'occasione di vendicarsi. I Barbari di tutti i secoli hanno ammesso un'ammenda o un compenso per l'omicidio, ma nell'Arabia hanno i parenti del morto l'arbitrio d'accettare la soddisfazione, o di praticare colle proprio mani il diritto di rappresaglia. La loro rabbia giugne alla sottigliezza di ricusare anche la testa del nemico, di sostituire un innocente al colpevole, di rovesciare la pena sul migliore e sul più ragguardevole degli individui di quella razza di cui si dolgono. Se perisce per lor mano, sono esposti essi pure al pericolo delle rappresaglie: vanno ad accumularsi insieme l'interesse e il capitale di questo sanguinario debito, per modo che i Membri delle due famiglie passano i giorni a tendere, e a temere agguati, e tante volte occorre un mezzo secolo a saldare finalmente questa partita di vendetta[39]. Siffatta inclinazion micidiale, che non conosce nè pietà, nè indulgenza, è stata peraltro temperata dalle massime dell'onore, che vuole in ogn'incontro privato una specie d'eguaglianza d'età e di forza, di numero e d'armi. Prima di Maometto, celebravano gli Arabi un'annua solennità per due o quattro mesi, durante la quale, dimenticando le nimicizie straniere o domestiche, lasciavano religiosamente in riposo le armi, e questa tregua parziale ci offre meglio l'idea delle loro abitudini di anarchia e di ostilità[40].
Ma questo ardore di rapina e di vendetta era mitigato dal commercio, ed anche dal gusto per la litteratura. I popoli più civili del Mondo antico circondano la penisola solitaria in cui giace l'Arabia; il mercadante è amico di tutte le nazioni, e le caravane annuali recavano alle città, ed anche ne' campi del deserto, i primi albori di luce, e i primi semi di gentilezza. Qualunque siasi la genealogia degli Arabi, derivò la lor lingua della fonte medesima dell'ebrea, della siriaca, della caldaica: le diversità di dialetto che si notano fra le varie tribù, sono pruova della loro independenza[41], e tutte, dopo il nativo idioma, preferiscono quello semplice e chiaro della Mecca. Nell'Arabia, siccome già nella Grecia, la lingua ha fatto più rapidi progressi che non i costumi; ottanta erano le parole per significare il mele, dugento per denotare il serpente, cinquecento per un lione, mille per una spada, in un tempo che questo copioso vocabolario non si conservava ancora che nella memoria d'un popolo illetterato. Nelle iscrizioni de' monumenti degli Omeriti si trovano caratteri mistici e non usati, ma le letture cufiche le quali sono il fondamento dell'alfabeto moderno, inventate furono sulle rive dell'Eufrate, e poco dopo introdotte alla Mecca da un forestiero, che quivi si domiciliò dopo la nascita di Maometto. L'eloquenza naturale degli Arabi era estranea alle regole grammaticali, poetiche, e rettoriche, ma avevan essi gran sagacità, ricca fantasia, frasi energiche e sentenziose[42]; i loro discorsi composti, pronunciati con gran forza, facevano molta impressione sull'uditorio. L'ingegno e il valore d'un poeta nascente erano dalla sua tribù, e dalle alleate per tutto decantati. S'imbandiva un solenne banchetto; un coro di donne battendo i timballi, in un assetto da giorno nuziale, cantavano davanti a' figli e agli sposi la fortuna della loro tribù; erano vicendevoli le congratulazioni pel nuovo campione che s'apparecchiava a sostenere le loro ragioni, pel nuovo eroe che doveva immortalare il lor nome. Le tribù più remote e le più nemiche fra loro, andavano ad una fiera annuale, abolita poi dal fanatismo de' primi Musulmani, e siffatta assemblea nazionale debbe pure aver contribuito molto a dirozzare, ed a familiarizzare insieme que' Barbari. Trenta giorni spendeansi a permutare biada e vino, non che a recitare componimenti d'eloquenza e di poesia. La magnanima gara de' poeti veniva disputando il premio, e l'Opera che ottenea la corona si deponeva negli archivi de' principi e degli Emiri: furono recati in idioma inglese i sette poemi originali impressi in lettere d'oro, e appesi nel tempio della Mecca[43]. I poeti Arabi erano gli storici e i moralisti del loro secolo; e se partecipavano a' pregiudizii de' concittadini, incoraggiavano almeno e premiavano la virtù. Godevano cantando l'unione della generosità e del valore, e ne' sarcasmi contro qualche tribù spregevole, il più amaro rimbrotto era questo, che gli uomini non sapeano dare, e le donne non sapeano rifiutare[44]. Ne' campi degli Arabi si scontra quella ospitalità, che si usava da Abramo, e che si cantava da Omero. I feroci Beduini, terrore del deserto, accolgono, senza esame e senza esitazione, lo straniero che osa affidarsi all'onore di quelli, e porre il piede nelle lor tende. Sono trattati con amicizia e con riguardo. Egli entra a parte della ricchezza o della povertà del suo ospite, e quando ha passato riposo, viene rimesso in via, con ringraziamenti, con benedizioni, e fors'anche con donativi. Danno gli Arabi anche pruove di più generosa cordialità verso i fratelli, e gli amici che sono in bisogno: gli atti eroici che loro meritarono gli encomii di tutte le tribù sono senza dubbio di quelli che trapassavano, anche ai lor occhi, gli angusti limiti della prudenza e dell'uso comune. Si faceano dispute per sapere quale tra i cittadini della Mecca superasse gli altri in generosità: per metterli a la pruova, un giorno si rivolsero a tre di quelli, fra cui erano bilanciati i suffragi. Abdallah, figlio d'Abbas, partiva per un lungo viaggio: avea già il piede nella staffa, quando un pellegrino fattosi a lui dinnanzi gli volse queste parole: «figlio dello zio dell'apostolo divino, vedi un viaggiatore, che è miserabile.» Abdallah smontò subito da cavallo, offerse al supplicante il proprio cammello, col suo ricco vestiario, e con una borsa di quattromila monete d'oro; non ritenne che la spada, sia perchè fosse di buona tempera, sia che ricevuta l'avesse da un parente rispettato. Il servo di Kais disse al secondo supplicante: «il mio padrone dorme, ma tu ricevi quella borsa di settemila monete d'oro: questo è quanto abbiamo in casa: eccoti di più un ordine, a vista del quale ti sarà dato un cammello e uno schiavo». Il padrone, quando fu desto, diede gran lodi al suo fedele ministro, e lo fece libero, con un mite rimprovero di avere, rispettando il suo sonno, messo limiti alla sua liberalità. Il cieco Arabah era l'ultimo de' tre Eroi: mentre il mendico ricorse a lui, camminava appoggiato sulla spalla di due schiavi: «oimè, esclamò, i miei forzieri son voti; ma tu puoi vendere questi due schiavi: e quando tu non li accettassi, io non li voglio più.» A queste parole, respinse da sè i due schiavi, o cercò brancollando l'appoggio d'una muraglia. Abbiamo in Hatem un perfetto modello delle virtù degli Arabi[45]: era prode, liberale, poeta eloquente, ladro scaltrito: metteva ad arrostire quaranta cammelli per li suoi conviti ospitali, e se un nemico veniva supplichevole, gli restituiva i prigioni, e il bottino. L'independenza de' suoi concittadini non curava le leggi della giustizia, ma tutti orgogliosamente seguivano il libero impulso della compassione e della benevolenza.
Gli Arabi[46], simili agl'Indiani in questo, adoravano il sole, la luna, le stelle, superstizione affatto naturale, che pur fu quella dei primi popoli. Pare che quegli astri luminosi offrano in cielo l'immagine visibile della Divinità: il numero e la distanza loro danno al filosofo, come al volgo, l'idea di uno spazio illimitato; sta un'impronta d'eternità su que' globi che non sembrano soggetti nè a corruzione, nè a deperimento, e pare che il loro movimento regolare annunci un principio di ragione o d'istinto, e la loro reale o immaginaria influenza mantiene l'uomo nella vana idea che oggetto speciale delle lor cure sieno la terra e i suoi abitatori. Babilonia coltivò l'astronomia come una scienza, ma non aveano gli Arabi altra scuola, nè altra specola fuorchè un cielo limpido, e un territorio tutto piano. Ne' lor viaggi notturni prendeano a guida le stelle; mossi da curiosità, o da divozione, ne aveano imparato i nomi, le situazioni relative e il luogo del cielo ove comparivano ogni giorno: dall'esperienza aveano appreso a dividere in ventotto parti lo Zodiaco della luna e a benedire le costellazioni che versavano piogge benefiche sull'assetato deserto. Non potea l'impero di que' corpi raggianti stendersi al di là della sfera visibile, e sicuramente ammetteasi dagli Arabi qualche potenza spirituale necessaria per presedere alla trasmigrazion dell'anime, e alla risurrezion de' corpi: si lasciava morire un cammello sul sepolcro d'un Arabo, acciocchè potesse servire il padrone nell'altra vita, e poichè invocavano l'anime dopo morte, doveano ad esse supporre sentimento e potere. Io non conosco bene, e poco mi cale di conoscere la cieca mitologia di que' Barbari, le divinità locali cui poneano nelle stelle, nell'aria e su la terra, i sessi e i titoli di que' Dei, le loro attribuzioni o la gerarchia. Ogni tribù, ogni famiglia, ogni guerriero independente creava, e cangiava a suo talento i riti non che gli oggetti del suo culto; ma in tutti i secoli quella nazione, per molti rispetti, accettò la religione del pari che l'idioma della Mecca. L'antichità della Caaba precede l'Era cristiana. Il greco istorico Diodoro[47] accenna nella sua descrizione della costa del mar Rosso, che tra il paese de' Tamuditi e quello de' Sabei sorgeva un Tempio famoso di cui tutti gli Arabi veneravano in santità: quel velo di lino o di seta che tutti gli anni è colà mandato dall'imperatore de' Turchi, fu la prima volta offerto da un pio re degli Omeriti, che regnava sette secoli prima di Maometto[48]. Potè il culto de' primi Selvaggi esser contento d'una tenda o d'una caverna, ma poi si innalzò un edifizio di pietra e d'argilla, e non ostante l'incremento dell'arti, e la potenza propria non si scostarono i re dell'Oriente dalla semplicità del primo modello[49]. La Caaba ha la forma d'un parallelogrammo cinto da un vasto portico; vi si vede una cappella quadrata, lunga ventiquattro cubiti, larga ventitre, alta ventisette, che riceve luce da una porta e da una finestra: il suo doppio tetto è sostenuto da tre colonne di legno; l'acqua pluviale cade da una grondaia, che presentemente è d'oro, e una cupola difende dalle sozzure accidentali il pozzo di Zemzem. Coll'arte, o colla forza ebbe la tribù dei Coreishiti in custodia la Caaba; l'avo di Maometto esercitò la dignità sacerdotale da quattro generazioni inveterata nella sua famiglia, la quale era quella degli Hashemiti, la più reverenda e la più sacra del paese[50]. Il recinto della Mecca avea le prerogative del santuario, e nell'ultimo mese d'ogn'anno la città ed il Tempio erano pieni d'una moltitudine di pellegrini che recavano alla casa di Dio voti ed offerte. Queste cerimonie, anche al dì d'oggi osservate dal fedel Musulmano, furono introdotte e praticate dalla superstizione degl'idolatri. Giunti ad una certa distanza, si spogliavano delle vestimenta, faceano sette volte rapidamente il giro della Caaba, e sette volte baciavano la pietra nera, e visitavano sette volte e adoravano le montagne vicine, e gettavano in sette riprese alcune pietre nella valle di Mina, e le cerimonie del pellegrinaggio terminavano, allora come adesso, con un sagrificio di pecore, e di cammelli, la lana e l'unghie de' quali si seppellivano nel terreno sacro. Le varie tribù trovavano o introducevano nella Caaba gli oggetti del lor culto particolare. Era quel Tempio ornato, o piuttosto deformato, da trecentosessanta idoli che figuravano uomini, aquile, lioni, gazelle; il più notabile era la statua di Hebal, d'agata rossa, che teneva in mano sette frecce senza capo o penne, istrumenti e simboli d'una profonda divinazione; ma questo simulacro era un monumento dell'arto de' Siri. Alla divozione de' tempi più rozzi avea bastato una colonna, o una tavoletta, e le rupi del deserto furono tagliate a foggia di numi o d'altari, ad imitazione della pietra nera della Mecca[51] creduta, con forti ragioni, come un oggetto originariamente d'un culto idolatra. Dal Giappone al Perù fu in uso la pratica de' sagrifici, e per esprimere gratitudine o timore, il devoto ha distrutto, o consunto, in onore degli Dei i doni del cielo più cari e preziosi. Parve la vita dell'uomo[52] l'obblazione più bella da farsi per allontanare una calamità pubblica, e il sangue umano tinse gli altari della Fenicia e dell'Egitto, di Roma e di Cartagine: sì barbara usanza si mantenne fra gli Arabi lunga pezza: nel terzo secolo la tribù de' Dumaziani sagrificava ogn'anno un giovanetto[53], e fu piamente scannato un re prigioniero dal principe de' Saraceni, che serviva sotto le insegne dell'imperator Giustiniano suo alleato[54]. Un padre che trascina un figlio appiè degli altari è il più sublime e il più grande sforzo del fanatismo. L'esempio dei santi e degli eroi ha santificato l'atto o l'intenzione di questo sagrificio. Lo stesso padre di Maometto fu così destinato a morte per un voto temerario, e si durò gran fatica a redimerlo con cento cammelli. In que' giorni d'ignoranza, gli Arabi, al pari de' Giudei e degli Egizi[55], s'astenevano dalla carne di porco[56], facevano circoncidere[57] i figli giunti alla pubertà; e queste usanze, nè riprovate, nè prescritte dal Corano, sono tacitamente passate alla posterità loro, e ai proseliti. Si è congetturato con molto ingegno, che il sagace legislatore si uniformasse agli ostinati pregiudizi de' suoi concittadini; ma è più naturale il credere ch'egli abbia seguìto le abitudini e le opinioni della sua gioventù, senza prevedere che un uso analogo al clima della Mecca sarebbe per divenire inutile o incomodo su le rive del Danubio o del Volga.
Libera era l'Arabia: avendo la conquista e la tirannia capovolto i regni circonvicini, le Sette perseguitate ripararono su quel suolo felice ove poteano francamente professare la propria opinione, e regolare le azioni a seconda della credenza. Le religioni de' Sabei, de' Magi, de' Giudei, de' Cristiani erano diffuse dal golfo Persico sino al mar Rosso. In un tempo remotissimo dell'antichità, la scienza de' Caldei[58], e le armi degli Assiri propagato aveano il Sabeismo nell'Asia: su le osservazioni di duemila anni i sacerdoti e gli astronomi di Babilonia[59] fondato aveano il concetto che formarono delle leggi eterne della Natura e della Previdenza. Adoravano i sette Dei, ovvero angeli, che dirigevano il corso de' sette pianeti, e spandeano su la terra i loro indeclinabili influssi. Alcune immagini e talismani figuravano gli attributi de' sette pianeti, i dodici segni dello Zodiaco e le ventiquattro costellazioni dell'emisfero settentrionale e dell'australe. I sette giorni della settimana erano dedicati alle lor deità rispettive: i Sabei oravano tre volte al giorno, e il tempio della Luna, situato in Haran, era il termine del loro peregrinare[60]; per la pieghevolezza della lor fede erano facili a dare continuamente e ad ammettere novelle opinioni. Le loro idee[61] su la creazione del Mondo, sul diluvio, su i Patriarchi aveano una singolar somiglianza con quelle de' Giudei lor cattivi; citavano i libri secreti d'Adamo, di Seth, d'Enoch; e una lieve tintura dell'Evangelo fece di tai politeisti i Cristiani di San Giovanni che stanno nel territorio di Bassora[62]. Le are di Babilonia furono atterrate dai Magi, ma la spada d'Alessandro vendicò le ingiurie de' Sabei; per più di cinque secoli gemette la Persia sotto giogo straniero: alcuni de' discepoli di Zoroastro scamparono dal contagio della idolatria, e respirarono co' loro antagonisti l'aria libera del deserto[63]. Erano già stanziati nell'Arabia i Giudei da sette secoli prima, della morte di Maometto, e le guerre di Tito e d'Adriano ne scacciarono un più gran numero dalla Terra Santa. Questi esuli industriosi aspirarono alla libertà e alla dominazione, formarono sinagoghe nella città, castella nel deserto, e i Gentili, cui convertirono alla religione Mosaica, furono confusi co' figli d'Israele, a' quali, pel segno esterno della circoncisione, rassomigliavano. Più operosi ancora e più fortunati furono i missionari Cristiani: sostennero i Cattolici[64] le pretensioni loro all'impero universale: le Sette da essi perseguitate si ritrassero di mano in mano al di là de' confini dell'Impero romano: da' Marcioniti, e da' Manichei furono disseminate le loro opinioni fantastiche e i loro evangeli apocrifi: i Vescovi giacobiti e nestoriani[65] introdussero nelle Chiese dell'Yemen, e fra i principi di Hira e di Gassan massime più ortodosse. Aveano le tribù la libertà di scegliere, ogni Arabo era padrone di farsi una religione particolare, e talvolta alla superstizione grossolana della sua casa accoppiava la sublime teologia de' santi e de' filosofi. Alla concordia generale de' popoli istruiti andavano debitori del domma fondamentale della esistenza d'un Dio supremo che sovrasta a tutte le potenze della terra e del cielo, ma che sovente s'è rivelato agli uomini col ministero de' suoi angeli e de' suoi profeti, e che pel favore o per la giustizia sua ha interrotto con miracoli l'ordine consueto della Natura. I più ragionevoli tra gli Arabi ne riconoscevano il potere quantunque trascurassero d'adorarlo[66]. Per abitudine piuttosto che per convincimento aderivano a' resti dell'idolatria. I Giudei e i Cristiani erano il popolo del libro santo: la Bibbia era già tradotta in lingua Arabica[67], e que' nemici implacabili riceveano con pari fede l'antico Testamento. Amavano gli Arabi di trovare nella Storia de' patriarchi Ebrei qualche vestigio della propria origine. Festeggiavano la nascita d'Ismaele, e le promesse a lui fatte: riverivano la fede e le virtù d'Abramo; riportavano la sua genealogia e la loro sino alla creazione del primo uomo, e colla stessa credulità[68] ammisero i prodigi del sacro testo come i sogni e le tradizioni de' Rabbini giudaici.
A. D. 569-609
L'oscura e volgare origine che si attribuì a Maometto è una sciocca calunnia de' Cristiani[69], i quali così adoperando danno più risalto al merito dell'avversario in vece di menomarlo. La discendenza sua da Ismaele era un privilegio, oppure una favola comune all'intera nazione[70]; ma se abietti o incerti erano i primi anelli della sua genealogia, provava una nobiltà purissima per più generazioni; discendea dalla tribù di Koreish, e dalla famiglia degli Hashemiti, i più illustri fra gli Arabi, principi della Mecca, e custodi ereditari della Caaba. Abdol-Motalleb, suo avo, era figlio di Hashem, cittadino ricco e generoso, che in tempo di carestia avea mantenuto co' guadagni del suo traffico i concittadini. La Mecca, sostentata dalla liberalità del padre, fu salvata dal coraggio del figlio. Il regno d'Yemen obbediva a' principi cristiani dell'Abissinia; avvenne che per un insulto ricevuto, Abrahah, loro vassallo, si determinò a vendicare l'onore della croce; una truppa d'elefanti e un esercito d'Affricani investirono la santa città. Si propose un accomodamento; nella prima conferenza, l'avo di Maometto domandò che fossero restituite le sue greggie. «E perchè, gli disse Abrahah, non implori piuttosto la mia clemenza in favore del tuo Tempio che ho minacciato?» «Perchè, replicò l'intrepido Capo, le greggie son mie, e la Caaba appartiene agli Dei, che ben sapranno difenderla contro l'oltraggio e il sacrilegio». La diffalta di viveri o il valore de' Koreishiti forzarono gli Abissini ad una ritratta obbrobriosa. Si ornò il racconto di quella sconfitta colla apparizione miracolosa d'uno stormo d'uccelli che fecero piovere una grandine di sassi su le teste infedeli, e la memoria di questa liberazione fu per lungo tempo celebrata sotto nome di Era dell'elefante[71]. La gloria d'Abdol-Motalleb fu rabbellita dalla felicità domestica; visse sino all'età di centodieci anni, e diede la vita a sei figlie e a tredici maschi. Abdallah, suo figlio prediletto, era il più bello e il più modesto giovanetto dell'Arabia; narrasi che nella prima notte delle sue nozze colla vezzosa Amina, della nobile stirpe degli Zahriti, duecento fanciulle morissero di gelosia e di rabbia. Maometto, o, più esattamente scrivendo, Mohammed, unico figlio di Abdallah e d'Amina, nacque alla Mecca quattro anni dopo la morte di Giustiniano, e due mesi dopo la sconfitta degli Abissini[72], i quali, vincendo, introdotta avrebbero nella Caaba la religione cristiana. Ancora fanciullo perdette il padre, la madre e l'avolo. I suoi zii erano considerati assai, ed erano molti: nella division della successione non ebbe per sua parte che cinque cammelli ed una schiava d'Etiopia. Abu-Taleb, il più ragguardevole de' suoi zii, fu sua guida nell'interno della casa e fuori, in pace e in guerra[73]. Nella età di venticinque anni andò Maometto a servire Cadijah, ricca e nobile, vedova della Mecca, che in premio della sua fedeltà gli concedette ben tosto la sua mano e la sua fortuna. Il contratto matrimoniale dimostra, secondo la semplicità di que' tempi, l'amore scambievole di Maometto e di Cadijah, e lo rappresenta per l'uomo più costumato e gentile della tribù di Koreish. Lo sposo assegnò alla moglie per trattamento vedovile dodici once d'oro e venti cammelli che furono dati dallo zio[74]. Questa alleanza ripose il figlio d'Abdallah nel grado de' suoi antenati, e la saggia matrona fu paga delle domestiche di lui virtù, sinchè giunto all'età di quarant'anni[75] assunse il titolo di Profeta, e predicò la religione del Corano.
Secondo la tradizione de' suoi compatriotti, Maometto[76] era insigne per avvenenza, vantaggio esteriore dispregiato soltanto da quelli che nol possedono. Prima di favellare, sia in pubblico sia in privato, si conciliava già il favore degli astanti. Applaudivasi al suo contegno che annunciava un uomo autorevole, alla sua aria maestosa, al suo sguardo penetrante, al suo sorriso piacevole, alla lunga barba, alla fisonomia in cui si leggevano i sentimenti dell'anima, al gesto che cresceva forza alle sue parole. Nella familiarità della vita privata non si dipartiva mai dalla civiltà grave e cerimoniosa del suo paese; i suoi riguardi verso i ricchi e i potenti erano nobilitati dalla condiscendenza e affabilità con cui trattava i cittadini più poveri della Mecca. La franchezza delle sue maniere velava l'astuzia delle sue mire, e l'urbanità prendeva in lui le sembianze d'affetto per la persona a cui parlava, o quelle d'una benevolenza generale. Vasta era e sicura la sua memoria, agevole l'ingegno e adatto alla società, sublime l'immaginazione, e il giudizio chiaro, pronto, decisivo. Aveva coraggio nel pensare come nell'operare, e benchè sia da credersi che i suoi disegni si allargarono gradatamente a seconda del buon esito, la prima idea che concepì della sua missione profetica porta l'impronto d'un ingegno straordinario. Educato in grembo alla famiglia più nobile del paese, avevane preso l'abito di parlare il più puro dialetto degli Arabi; e sapea contenere la facilità e l'abbondanza del discorso, e accrescerne il pregio con un silenzio usato a luogo e tempo. Con tutti questi doni dell'eloquenza, non era in fin fine Maometto che un Barbaro ignorante: non se gli era insegnato quand'era giovane, a leggere, nè a scrivere[77]; la universale ignoranza lo assolvea da vergogna e da rimprovero; ma fra limiti angusti era imprigionato il suo spirito, e mancava di quegli specchi fedeli che riflettono su la mente nostra i pensamenti de' saggi e degli eroi. Veramente il gran libro della Natura stava aperto davanti a' suoi occhi; nondimeno debbonsi attribuire agli autori della sua vita le osservazioni politiche e filosofiche che ne' suoi viaggi gli prestano[78]. Lo veggiamo, la mercè loro, fare confronti di tutte le nazioni e di tutte le religioni della terra, scoprire la debolezza della monarchia della Persia e di quella di Roma, osservare con isdegno e compassione il suo secolo degenerato, e formare il divisamento di unire sotto uno stesso re e uno stesso Dio l'invitto valore e le virtù prische degli Arabi. Più esatte indagini ci avvertono che Maometto non avea veduto le Corti, gli eserciti, i Templi dell'oriente; che consistettero i suoi viaggi nell'attraversare la Siria andando due volte alle fiere di Bostra e di Damasco; che avea soli tredici anni quando accompagnò la caravana dello zio, e dovè ritornare alla casa di Cadijah tosto ch'ebbe spacciate le merci da lei affidategli. Nelle sue corse precipitose e negligenti potè l'occhio acuto del suo grande intelletto penetrare cose invisibili pe' suoi rozzi compagni: potè quello spirito fecondo ricevere i semi di varie cognizioni; ma l'ignoranza in cui era dell'idioma siriaco avrà poi repressa moltissimo la sua curiosità, e di fatto io non iscorgo nella vita e negli scritti di Maometto che siensi mai allargate le sue mire oltre i confini dell'Arabia. La divozione e il commercio conduceano ogn'anno alla Mecca pellegrini da ogni Cantone di quella romita parte del globo. Per le libere comunicazioni vigenti fra questa moltitudine di persone poteva un cittadino qualunque aver modo di studiare nella lingua nativa lo stato politico e il carattere delle varie tribù, la dottrina e la pratica de' Giudei e de' Cristiani. Poteano gli Arabi aver avuta occasione d'esercitare l'ospitalità con alcuni stranieri utili ad essi, colà guidati da genio o da necessità, e i nemici di Maometto nominarono un Giudeo, un Persiano e un Monaco siriaco come cooperatori secreti nel comporre il Corano[79]. Il conversare arricchisce d'idee l'intelletto, ma la solitudine è la scuola del grand'uomo, e l'uniformità di un'opera annuncia la mano d'un autor solo. Si era dato Maometto interamente alla contemplazione religiosa; ogni anno si allontanava dalla gente non che dalle braccia di Cadijah nel mese di Ramadan; si ritraeva nel fondo della spelonca di Hera, distante tre miglia della Mecca[80]: quivi consultava lo spirito di frode o quello del fanatismo, il soggiorno del quale non è già in cielo, ma nella mente del profeta. Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio: tale è la fede, che sotto nome d'Islam, predicò egli alla sua famiglia e alla sua nazione, e che così comprende una verità eterna, ed una favola evidente.
È lecito agli Apologisti della religione giudaica l'insuperbirsi perchè, in tempo che le favole del politeismo illudevano le nazioni dotte dell'antichità, da' lor semplici antenati serbavasi nella Palestina la cognizione e il culto del vero Dio. Non è agevol cosa[81] il conciliare gli attributi morali di Jehovah colla norma delle virtù umane; le sue qualità metafisiche sono esposte in un modo oscurissimo; ma ogni pagina del Pentateuco e dei profeti attesta il suo potere: l'unità del suo nome è stampata su la tavola prima della legge, nè mai il suo santuario è macchiato da veruna immagine visibile della Essenza invisibile. Dopo distrutto il Tempio di Gerusalemme, la devozione spirituale della sinagoga depurò, determinò, illuminò la fede degli Ebrei proscritti; nè basta l'autorità di Maometto a giustificare il rimprovero ch'egli ha sempre fatto ai Giudei della Mecca o di Medina d'adorare Ezra come figlio di Dio[82]. Ma gli uomini d'Israello più non componevano un popolo, e tutte le religioni del Mondo aveano il torto realissimo agli occhi di quel Profeta, di dare e figli e figlie e colleghi al Dio supremo. Nella goffa idolatria degli Arabi si appalesa senza velo e senza sutterfugio questa pluralità; e malamente si salvavano i Sabei da tale accusa, colla preminenza che davano nella gerarchia celeste al primo pianeta o intelligenza; e nel sistema de' Magi la lotta de' due principii tradisce l'imperfezione del principio vittorioso. Parea che i cristiani del settimo secolo fossero a poco a poco ricaduti nella idolatria[83]; volgeano preghiere in pubblico ed in secreto alle reliquie e alle immagini che deturpavano i Templi d'Oriente; una folla di martiri, di santi, d'angeli, oggetti della venerazion popolare, offuscavano il trono dall'Onnipotente, e i Colliridii, eretici che nel fertile suolo d'Arabia fiorivano, alla Vergine Maria conferivano il titolo e gli onori di Dea[84]. Sembra che al principio dell'Unità Divina s'oppongano i misteri della Trinità e dell'Incarnazione. L'idea che naturalmente presentano è quella di tre Divinità uguali, e della trasformazione dell'uomo Gesù nella sostanza del figlio di Dio[85]. La spiegazione che danno gli ortodossi[86] satisfa soltanto un credente: una curiosità, ed uno zelo smoderato aveano rotto il velo del santuario, e ciascuna Setta dell'oriente avea premura di confessare che l'altre tutte meritavano il rimprovero di idolatria e di politeismo. Il simbolo di Maometto non dà su questa materia motivo di sospetto, nè di equivoco. Il Profeta della Mecca rigettò il culto degl'idoli e degli uomini, delle stelle e de' pianeti, per quel ragionevole principio che tutto ciò che si leva dee tramontare, ciò che riceve vita dee morire, ciò che è corruttibile dee guastarsi e dissolversi[87]. Il suo entusiasmo, regolato dalla ragione, adorava nel Creatore dell'Universo un Essere eterno e infinito che non ha forma, nè occupa spazio, che non ha generato nulla, e a cui nulla si rassomiglia; che è presente a' nostri più occulti pensieri, che esiste per necessità della sua natura, e che da sè trae tutte quante le sue morali e intellettuali perfezioni. I discepoli del Profeta costantemente aderiscono a sì grandi verità[88], e gl'interpreti del Corano le spiegano colla precisione de' metafisici. Un filosofo deista potrebbe sottoscriversi al simbolo popolare de' Musulmani[89], simbolo per avventura troppo sublime per le attuali facoltà dell'uomo; ed in fatti come mai la sua immaginazione od anche l'intelligenza sua potrebbero comprendere una sostanza incognito, quando da questa si separano tutto le idee di tempo e di spazio, di moto e di materia, di sensazione e di riflessione? La voce di Maometto confermò questo primo principio dell'unità di Dio insegnata dalla ragione e dalla rivelazione; i suoi proseliti dalle frontiere dell'India a quelle di Marocco, sono distinti dal nome d'unitari, e coll'interdizion delle immagini s'andò incontro al pericolo dell'idolatria. Da' Maomettani fu ammessa con rigorosa osservanza la dottrina de' decreti eterni, e della predestinazione assoluta, e studiansi essi inutilmente di concordare la prescienza di Dio colla libertà dell'uomo, col suo merito, o demerito, non che di spiegare l'esistenza del male in un Mondo governato da una potenza e bontà infinita.
Il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo; i profeti di tutti i tempi hanno avuto la vera o apparente mira di dare a conoscere agli uomini l'Ente supremo, e di rinvigorire la pratica della morale. Maometto non negava a' suoi predecessori quel credito che pretendeva per sè, e riconosceva una serie d'uomini ispirati dalla caduta del nostro primo padre sino alla promulgazione del Corano[90]. Durante quell'epoca, egli diceva, centoventiquattromila eletti, singolari per favori ricevuti e per virtù, hanno ottenuto qualche raggio della luce profetica; trecento tredici appostoli sono stati specialmente inviati a distogliere i loro concittadini dall'idolatria e dal vizio; lo Spirito Santo ha dettato cento quattro volumi; e sei legislatori d'una fama trascendente hanno annunciato al Mondo sei rivelazioni successive; per cui si variavano le cerimonie d'una religione immutabile. Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù Cristo e Maometto sono i sei legislatori gradatamente eminenti in modo, che ognun di loro è superiore a que' che lo precedono. Egli metteva nel numero degl'Infedeli chi odiava o negava fede a qualcuno di questi Legislatori. Non sussistevano le scritture de' Patriarchi se non se nelle copie apocrife de' Greci e dei Sirii[91]: non s'era meritato Adamo alcun dritto alla gratitudine e al rispetto de' figli; una classe inferiore de' proseliti della sinagoga osservava i sette precetti di Noè[92], e i Sabei onoravano in certo modo la memoria d'Abramo nella Caldea, ove era nato il patriarca. Aggiugnea Maometto che fra le miriadi parecchie di profeti da Dio inspirati, Mosè e Gesù Cristo soli viveano e regnavano ancora, e che quanto rimaneva degli scritti inspirati era registrato ne' libri dell'antico e nuovo Testamento. Il Corano[93] ha consecrata e abbellita la storia miracolosa di Mosè, e possono i Giudei vendicarsi della lor cattività col vanto di vedere accettati i lor dommi dalle nazioni, delle quali essi beffano i simboli di fede più moderni. Il Profeta dei Musulmani palesa una gran riverenza per l'Autore del cristianesimo[94]. «Gesù Cristo, figlio di Maria, dice egli, è veracemente l'appostolo di Dio, egli è la sua parola mandata nel grembo di Maria; è uno spirito che da lui procede: merita onore in questo Mondo e nell'altro: egli è di quelli che più s'avvicinano alla faccia di Dio[95]». Esso poi accumula sul capo di lui le meraviglie e de' Vangeli veri e degli aprocrifi[96], nè la Chiesa latina[97] ha sdegnato di pigliare in prestito dal Corano l'immacolata Concezione della Vergine madre[98]. Osserva peraltro che Gesù non era che un mortale, e che nel dì del Giudizio farà testimonianza contro i Giudei che non vogliono riconoscerlo per profeta, e contro i Cristiani che l'adorano come figlio di Dio. La malignità de' suoi nemici macchiò la sua riputazione, e cospirò contro la sua vita, ma non ne fu peccaminosa che l'intenzione; un fantasma o un malfattore[99] gli fu sostituito su la croce, e il Santo immacolato salì al settimo cielo[100]. L'Evangelo fu per sei secoli la via della verità e della salute; ma i cristiani a poco a poco posero in dimenticanza le leggi e l'esempio del fondatore, e apprese Maometto dai Gnostici ad incolpare e la chiesa e la sinagoga d'aver esse corrotto il sacro testo[101]. Mosè e Gesù Cristo si rallegrarono per la certezza della venuta d'un profeta più illustre di loro. La promessa[102] del Paracleto, o Spirito Santo, fatta dall'Evangelo, fu adempiuta nel nome e nella persona di Maometto[103], il più grande e l'ultimo degli appostoli di Dio.
A comunicare le idee è necessaria la corrispondenza del linguaggio co' pensieri: nulla otterrebbe il discorso d'un filosofo nell'orecchio d'un paesano; ma quale differenza impercettibile è mai quella che si rinviene nelle loro intelligenze paragonate insieme, e quella che si scopre nel contatto d'una intelligenza finita con una infinita, la parola di Dio espressa dalla parola o dallo scritto d'un mortale! Può l'ispirazione de' profeti ebrei, degli appostoli, degli evangelisti di Gesù Cristo, non essere incompatibile coll'esercizio della loro ragione e memoria, e lo stile e la composizione de' libri nell'antico e nuovo Testamento dimostrano assai la diversità del loro ingegno. Si contentò Maometto alla figura più modesta, ma più sublime, di semplice editore; secondo lui e i suoi discepoli, la sostanza del Corano[104] è increata ed eterna; esiste nella essenza della divinità ed è stata inscritta con una penna di luce su la tavola de' suoi decreti eterni; l'angelo Gabriele, che nella religione Giudaica aveva ricevuto le più rilevanti missioni, gli recò, in un volume fregiato di seta e di gemme, una copia in carta di quell'Opera immortale, e il fedel messaggero gliene rivelò successivamente i capitoli ed i versetti. In vece di spiegare a un tratto il perfetto e immutabile esemplare del volere di Dio, ne pubblicò Maometto, come glien veniva talento, vari frammenti. Ciascheduna rivelazione è adattata a' bisogni diversi delle sue passioni, o della sua politica, e per sottrarsi al rimprovero di contraddizione pose per massima, che ogni testo era abrogato o modificato da qualche passo susseguente. I discepoli di Maometto scrissero accuratamente sopra foglie di palma, o su omoplati di agnello, le parole di Dio e quelle dell'appostolo, e queste diverse pagine forono gittate senz'ordine e senza connessione in un forziere che il Profeta diede in custodia ad una delle sue mogli. Due anni dopo la sua morte, Abubeker, amico e successore di lui, compilò ordinatamente e diede alla luce il sacro libro: il quale fu riveduto dal califfo Othmano nell'anno trentesimo dell'Egira, e le varie edizioni del Corano partecipano tutte al miracoloso privilegio di presentare un testo uniforme e incorruttibile. Sia fanatismo, sia vanità, dai pregi del suo libro ricava la prova della verità della sua missione: disfida arditamente uomini ed angeli ad imitare la bellezza d'una delle sue pagine, ed osa affermare[105] che Dio solo poteva dettare quello scritto[106]. Siffatto argomento fa grande impressione su l'animo di un devoto Arabo inclinato sempre alla credulità e all'entusiasmo, il cui orecchio è sedotto dal solletico de' suoni, e che per ignoranza è inetto a raffrontare insieme le diverse produzioni dello spirito umano[107]. Non potrà certamente nè l'armonia, nè la ricchezza dello stile dell'originale passare nelle traduzioni all'udito dell'infedele Europeo. Questi non iscorrerà che con impazienza quella interminabile e incoerente rapsodia di favole, di precetti, di declamazioni che rado inspira un sentimento o un pensiero, che striscia talvolta su la polvere, e talvolta si dilegua per le nuvole. Gli attributi di Dio esaltano l'immaginazione del missionario Arabo; ma i suoi tratti più sublimi son di molto inferiori alla nobile semplicità del libro di Giobbe, scritto nello stesso paese e nella lingua stessa, da tempo antichissimo[108]. Se la composizione del Corano sorpassa le facoltà dell'uomo, a qual intelletto superiore debbesi attribuire l'Iliade d'Omero, le Filippiche di Demostene? In tutte le religioni, la vita del fondatore supplisce al silenzio delle sue rivelazioni scritte: le parole di Maometto furono considerate come tante lezioni di verità, le sue azioni come esempi di virtù; dalle sue mogli, dai suoi compagni fu conservata la rimembranza di quanto avea detto e fatto in tutta la vita pubblica e privata. Due secoli appresso, il Sonna, o sia la legge orale, fu statuita e consacrata dal lavoro di Al-Bochari, il quale separò centomila dugentosettantacinque tradizioni autentiche da un ammasso di tremila più incerte o men vere. Ogni giorno soleva questo pio Autore trasferirsi a pregare nel tempio della Mecca. Ivi facea le sue abluzioni colle acque dello Zemzem; depose successivamente le sue carte su la cattedra e su la tomba dell'appostolo, e dalle quattro Sette ortodosse de' Sonniti fu approvata quell'Opera[109].
Da prodigi strepitosi era stata confermata la missione di Mosè e di Gesù, e gli abitatori della Mecca e di Medina eccitarono più volte Maometto a dare ugual pruova per la sua, a far discendere dal cielo l'Angelo e il libro che diceva d'averne ricevuto; a creare un giardino in mezzo al deserto, o a distruggere la città miscredente con un incendio. Tutte le volte ch'egli si sentia così cimentato da' Coreishiti, se ne sottrasse, vantando in modo oscuro il dono di visioni e di profezia; se ne appella alle pruove morali della sua dottrina, e si mette a coperto dietro la Providenza, la quale nega que' segni e quelle maraviglie che scemano il merito della fede, e la colpa aggravano della infedeltà; ma dal tuono modesto, o collerico, delle sue risposte trapela la debolezza e l'imbarrazzo suo, e que' passi sciagurati non lasciano dubbio veruno intorno all'integrità del Corano[110]. I suoi Settari parlano de' suoi miracoli più asseverantemente di lui, e la franchezza della loro credulità va crescendo quanto più son lontani all'epoca e al luogo delle sue imprese spirituali. Credono essi, o assicurano, che andassero gli alberi ad incontrarlo; che fosse salutato da' sassi; che scaturisse acqua dalle sue dita; che nudrisse miracolosamente i famelici, sanasse gl'infermi, risuscitasse i morti; che una trave mandasse gemiti al suo cospetto; che un cammello gli dirigesse lagnanze; che una spalla di agnello lo avvisasse ch'era avvelenata, e che la natura vivente del pari che la morta fossero sottomesse all'appostolo di Dio[111]. Fu descritto seriamente il suo sogno d'un viaggio che fece di notte, come se il fatto fosse vero e materiale. Un animal misterioso, il borak, lo trasportò dal Tempio della Mecca a quello di Gerusalemme, corse un dopo l'altro i sette cieli in compagnia dell'angelo Gabriele; nelle rispettive dimore dei Patriarchi, de' Profeti, degli Angeli ne ricevette, e restituì loro, la visita. Ebbe egli solo licenza di oltrepassare il settimo cielo; aperse il velame dell'unità; giunse a due tiri di dardo presso il trono di Dio, e tocco nella spalla dalla man dell'Altissimo, ne sentì tal freddo che gli passò il cuore. Dopo questa familiare e considerevole conversazione, calò di nuovo a Gerusalemme, risalì sul borak, tornò alla Mecca, e spese soltanto la decima parte d'una notte a compiere un viaggio di molte migliaia d'anni[112]. Giusta un'altra leggenda confuse in un'adunata nazionale i Koreishiti i quali gli facevano una maliziosa disfida. La sua prepotente parola divise in due l'orbe lunare; l'obbediente pianeta si rimosse dal suo cammino, fece sette rivoluzioni intorno alla Caaba, e dopo aver salutato Maometto, in lingua Arabica, si impicciolì ad un tratto, entrò pel collo della sua camicia, e ne uscì per la manica[113]. Queste novelle meravigliose son di trastullo all'uomo volgare, ma i più gravi autori Musulmani imitano la modestia del lor maestro, e lasciano una certa libertà di credenza o d'interpretazione[114]. Potrebbono rispondere che per predicare la religione non era necessario rompere l'armonia della Natura; che una fede priva di misteri non ha uopo di miracoli, e che la spada di Maometto[115] non era men potente che la verga di Mosè.
Il politeismo è oppresso e angustiato dalle tante superstizioni che ammette la sua credenza: mille cerimonie venute dall'Egitto erano frammiste alla sostanza della legge Mosaica, e lo spirito del Vangelo s'era dileguato entro la vana pompa del culto. Il pregiudizio, la politica o il patriottismo determinarono il Profeta della Mecca a consacrare le cerimonie degli Arabi, non che l'usanza di visitare la santa pietra della Caaba; ma spirano i suoi precetti una pietà più santa e più ragionevole; l'orazione, il digiuno, la limosina, son questi i doveri religiosi del Musulmano: gli viene data speranza che, nel suo pellegrinaggio verso il cielo, sarà dall'orazione portato a mezza strada, che il digiuno lo condurrà alla porta del palazzo dell'Altissimo, e che le limosine gliene apriranno l'ingresso[116]. 1. Secondo la tradizione del viaggio notturno, l'Appostolo, nella sua conferenza con Dio, ebbe ordine d'imporre l'obbligo a' suoi discepoli di fare cinquanta orazioni al giorno. Avendogli consigliato Mosè di domandare che scemato fosse questo fardello insopportabile, a poco a poco fu ridotto il numero a cinque, senza che gli affari, i piaceri, i tempi o i luoghi potessero dispensarne. Alla punta del giorno, a mezzodì, dopo pranzo, la sera, e nella prima vigilia della notte debbono i fedeli rinnovare gli atti della lor divozione, e quantunque sia ben menomato il fervor religioso, pure i viaggiatori rimangono edificati tuttavia dalla perfetta umiltà, e dal raccoglimento con cui sogliono orare i Turchi e i Persiani. La pulitezza è una introduzione alla preghiera; sin da' più remoti tempi, usavano gli Arabi lavarsi di sovente mani, viso e corpo: il Corano comanda espressamente queste abluzioni, e in difetto d'acqua permette il servirsi di sabbia. Dal costume e dalle decisioni de' dottori sono determinate le parole e le attitudini, se si debba star seduto, in piedi, o colla faccia in terra; ma consiste la preghiera in brevi e fervide giaculatorie; la pietà non è stancata da una noiosa liturgìa, ed ogni Musulmano, in ciò che lo risguarda, è investito del carattere sacerdotale. Fra i deisti che rigettano le Immagini, si è giudicato conveniente fermare il volo della fantasia fissando l'occhio e il pensiero verso un Kebla, o sia punto visibile dell'orizzonte. Da principio fu tentato il Profeta di prescegliere Gerusalemme, per divenire grato a' Giudei; ma presto si ricondusse ad una inclinazione più naturale, e cinque volte al giorno gli occhi de' Musulmani abitanti in Astracan, in Fez, in Delhi, stanno devotamente rivolti al santo Tempio della Mecca. Non pertanto sono tutti i luoghi ugualmente acconci al servigio di Dio; i Maomettani sono indifferenti a pregare in casa o in istrada. Per distinguerli dai Giudei e da' Cristiani, il lor Legislatore ha consacrato al culto pubblico il venerdì d'ogni settimana; ragunasi il popolo nella moschea, e l'Imano, per lo più vecchio venerando, sale il pulpito, fa l'orazione, indi una predica; ma la religion Musulmana non ha nè Sacerdoti, nè Sagrificio; e dallo spirito independente del fanatismo sono guardati con dispregio i ministri e gli schiavi della superstizione. 2. Le mortificazioni volontarie[117] degli ascetici, tormento e vanto della lor vita, erano odiose ad un Profeta che biasima i suoi discepoli perchè han fatto voto d'astenersi dalle carni, dal sonno, e dalle donne, e che avea fermamente dichiarato che non soffrirebbe monaci nella sua religione[118]. Istituì peraltro un digiuno di trenta giorni all'anno; raccomandò premurosamente di osservarlo come cosa che monda l'anima e assoggetta il corpo, come un esercizio salutare d'obbedienza al voler di Dio e del suo Appostolo. Nel mese del Ramadan, dallo spuntare del sole sino al tramontare, il Musulmano non mangia, nè beve; si priva di mogli, di bagni, di profumi, nega a sè stesso ogni cibo atto a sostenere le forze e a fomentare qualunque piacere che può soddisfare i sensi. Secondo le rivoluzioni dell'anno lunare, il Ramadan cade alternativamente nel maggior freddo del verno, o nel più forte ardore della state, e per dare alla sete una stilla d'acqua, convien penosamente aspettare la fine d'una giornata cocente. Maometto è il solo che abbia fatto una legga positiva e generale[119] della proibizione del vino, che nelle altre religioni è speciale per alcuni Ordini di sacerdoti o di romiti; e alla sua voce una parte considerevole del globo ha abiurato l'uso di questo salubre ma pericoloso liquore. Vero è che il libertino non si sottomette a queste disgustose privazioni, e l'ipocrita sa eluderle; ma non si può incolpare il Legislatore che ha posto questi regolamenti di sedurre i suoi proseliti coll'esca de' piaceri sensuali. 3. La carità de' Musulmani s'abbassa fino agli animali; e per quella che concerne agl'infelici e agli indigenti viene più volte raccomandata dal Corano, non solamente come opera meritoria, ma come un dovere assoluto e indeclinabile. Forse Maometto è l'unico Legislatore che abbia assegnata la precisa misura della limosina: sembra varia a seconda del grado e della qualità del possedimento, cioè secondo che gli averi consistono in denaro, in grani o in bestiame, in frutti o in mercanzie; ma per adempiere alla legge, debbe il Musulmano dare la decima delle sue rendite; e se ha peccato di frode, o di estorsioni, è tenuto, quasi per una specie di restituzione, a dare la quinta parte in vece della decima[120]. Necessariamente dee la benevolenza guidare alla giustizia, poichè ci è vietato di far danno a coloro che siamo obbligati ad assistere. Può bene un Profeta rivelare gli arcani del cielo e dell'avvenire; ma nelle sue massime morali non può che ripeterci le lezioni che dal proprio nostro cuore abbiam già ricevute.
Ricompense e gastighi sono il sostegno de' due dommi, e de' quattro doveri pratici dell'Islamismo: gli sguardi del Musulmano piamente s'affisano sul Giudizio finale; e benchè non abbia osato il Profeta stabilire l'epoca di quella tremenda catastrofe, accenna oscuramente i segni, che in cielo e in terra, precederanno la dissoluzione universale in cui tutti gli Esseri animati perderanno la vita, e l'ordine della creazione tornerà nel primo caos. Al suono della tromba si vedranno dal nulla emergere nuovi Mondi; gli angeli, i genii, gli uomini s'alzeranno fuori dalle tombe, e l'anime umane saranno ricongiunte a' lor corpi. Pare che sieno stati i primi gli Egiziani ad ammettere la dottrina della risurrezione[121]; imbalsamarono le mumie, alzarono piramidi per conservare l'antica dimora dell'anima durante un periodo di tremila anni, parziale tentativo ed inutile: con mire più filosofiche si fonda Maometto su l'onnipotenza del Creatore, che con una parola può ravvivare l'argilla priva di vita, e raunare atomi innumerevoli che più non conservino la lor forma o sostanza[122]. Non è facile a dirsi ciò che sia dell'anima in quell'intervallo, e coloro che sono i più convinti della sua spiritualità sentono troppo l'imbarazzo di spiegare come possa poi pensare e operare senza l'intervento degli organi de' nostri sensi.
Il Giudizio finale succederà alla riunione del corpo e dell'anima; e Maometto nel farne la dipintura su le tracce de' Magi, ha soverchiamente seguìto le forme, ed anche le operazioni lente e successive d'un tribunale umano. Lo incolpano i suoi intolleranti avversari d'avere prodigalizzata sino ad essi stessi la speranza della salute, d'aver propugnata la più peccaminosa eresia, dicendo che ogn'uomo che crede in Dio e fa buone opere può aspettarsi nell'ultimo giorno una sentenza favorevole. Poco si confaceva all'indole d'un fanatico sì ragionevole indifferenza, nè v'ha ragion di pensare che un inviato del cielo abbia scemato il pregio e la necessità delle proprie rivelazioni. Stando al Corano[123] la fede in Dio è inseparabile dalla fede in Maometto; le buone opere son quelle da lui prescritte, e da queste due condizioni procede la necessità dell'Islamismo, al quale sono invitate tutte le nazioni come tutte le Sette. Per iscusare la lor cecità spirituale, indarno allegheranno ignoranza, o porranno in mezzo le lor virtù; punite saranno con eterni tormenti: le lagrime poi che versò Maometto sul sepolcro della madre, per la quale gli era vietato il pregare, sono una manifesta contraddizione di fanatismo e d'umanità[124]. Il decreto è per tutti gl'infedeli; quel grado d'evidenza che avranno rigettato, e la gravità degli errori commessi, determineranno il grado del peccato e della pena loro. Le dimore eterne de' Cristiani, degli Ebrei, de' Sabei, de' Magi, degl'idolatri, stanno nell'abisso le une sotto l'altre, e l'ultimo inferno è per li miscredenti ipocriti che si copersero colla maschera di religione. Quando la maggior parte degli uomini sarà stata riprovata per le loro opinioni, i soli veri credenti saranno secondo le lor opere giudicati. Una bilancia vera, o allegorica, peserà esattamente il bene e il male della vita d'ogni Musulmano, e allora vi sarà un singolare compenso per la satisfazione delle ingiurie: una parte delle azioni buone dell'offensore sarà computata a vantaggio dell'offeso in proporzione del torto che gli fu fatto, e se l'offensore è spoglio di questa spezie di proprietà morale, una parte proporzionale de' demeriti dell'offeso verrà ad accrescere la massa de' suoi peccati. Sarà pronunciata la sentenza secondo che il peso de' delitti o quello delle virtù tracollerà nella bilancia, e tutti allora senza distinzione passeranno il ponte acuto e pericoloso pendente sopra l'abisso; ma i buoni, camminando su le pedate di Maometto, faranno il loro ingresso glorioso in Paradiso, nel mentre che i peccatori saranno precipitati nel primo e nel meno orribile de' sette inferni. Varierà la durata dell'espiazione da nove secoli a settemila anni; ma fu abbastanza scaltrito il Profeta per promettere che tutti i suoi discepoli (qualunque si fossero i loro peccati) sarebbero salvati per la lor fede, e per sua intercessione, dall'eterna condanna. Non faccia maraviglia che per mezzo della tema operi la superstizione più fortemente sullo spirito umano, poichè con più energia dall'immaginazione si dipinge la miseria di quel che la felicità della vita futura. Senz'altro sussidio che fuoco e oscurità, ecco fatta l'immagine d'un supplizio che coll'idea dell'eternità può aggravarsi all'infinito; ma questa idea medesima d'eternità genera un effetto contrario allora che si tratta della durata del piacere; e i nostri godimenti troppo sovente non provengono che dalla cessazione del dolore, o dal paragone dello stato nostro con un altro più infelice. È assai naturale che un Profeta arabo descriva enfaticamente i boschetti, le fontane, le riviere del paradiso; ma in vece di dare a' beati il nobile diletto della musica, della scienza, dell'amicizia e del commercio spirituale, ne colloca puerilmente la felicità nello sfarzo delle perle e de' diamanti, delle vesti di seta, de' palagi marmorei, del vasellame d'oro, de' vini squisiti, delle golosità raffinate, d'un seguito numeroso, e di tutta quella pompa di lusso e di sensualità, che diviene al suo possessore insipida pur anche nel breve spazio assegnato alla vita nostra mortale. L'ultimo de' credenti avrà per suo uso settantadue houris, o fanciulle, dagli occhi neri, dotate d'una bellezza mirabile, di tutta la freschezza della gioventù, d'una purità virginale, d'una sensibilità squisita: l'istante del piacere si prolungherà per migliaia d'anni, e con facoltà centuplicate degni saranno i beati della loro felicità. Qualunque siasi per questo rispetto la volgare opinione, certo è ch'egli apre a' due sessi le porte del cielo; ma non ha voluto spiegarsi riguardo agli uomini che le donne vi troverebbero, per timore di recare inquietudine alla gelosia de' loro primi mariti, o di turbarne la contentezza col dubbio che eterno sarebbe per avventura il lor matrimonio. Questa dipintura d'un paradiso sensuale suscitò lo sdegno e forse l'invidia de' monaci[125]; l'impura religione di Maometto è la materia delle declamazioni di costoro, e il pudore di qualche apologista del Corano non ha altro spediente a cui appigliarsi fuorchè le figure e le allegorie; ma da' dottori più bravi e più conseguenti s'ammette, senza arrossirne, l'interpretazion letterale del Corano: di fatti inutile sarebbe la risurrezione del corpo se non gli si restituisce l'esercizio delle sue facoltà più preziose, ed è necessaria la riunione de' piaceri de' sensi e dell'intelletto a far perfetta la felicità dell'uomo, che di due sostanze è composto. Le gioie peraltro del paradiso di Maometto non saranno ristrette a' piaceri del lusso, e alla soddisfazione degli appetiti sensuali; il Profeta dichiara espressamente che i santi e i martiri, ammessi alla beatitudine della visione divina, dimenticheranno e avranno a sdegno tutte le spezie d'un grado inferiore[126].
A. D. 609
Le prime e le più malagevoli conquiste che fece Maometto alla sua nuova religione[127], quelle furono di sua moglie, del servo, del pupillo e d'un amico[128], avvegnacchè si dava per Profeta con quelli che men d'ogn'altro potevano dubitare se fosse o no soggetto alle infermità della natura. Nonostante, credette Cadijah alle parole del marito, e fu a parte della sua gloria: Zeid, docile ed affezionato, si lasciò sedurre dalla speranza della libertà; l'illustre Alì, figlio di Abu-Taleb, abbracciò le opinioni di suo cugino coll'energia d'un giovane eroe; e la fortuna, la moderazione e la veracità di Abubeker francheggiarono la religione del Profeta cui succeder doveva. Persuasi da lui, dieci de' più ragguardevoli cittadini della Mecca assentirono d'essere privatamente ammaestrati nella dottrina dell'Islamismo: cedendo al grido della ragione e dell'entusiasmo, divennero l'eco del domma fondamentale: «Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio»; e per guiderdone della lor fede ottennero ancor viventi e ricchezze ed onori, e il comando degli eserciti e l'amministrazione de' regni. Tre anni furono impiegati in silenzio alla conversione di quattordici proseliti: furono quelli i primi frutti di sua missione; ma sin dal quarto anno prese il carattere d'un Profeta, e volendo comunicare alla sua famiglia la luce delle divine verità, fece imbandire un banchetto composto, è fama, d'un agnello e d'un vaso pieno di latte, e convitò quaranta persone della razza degli Hashemiti. «Cari amici ed alleati, disse loro, vi offro, e sono io il solo che offerir vi possa i più preziosi donativi, i tesori di questo Mondo e dell'altra vita. Iddio mi ha comandato di chiamarvi al suo servizio. Chi è tra voi che voglia aiutarmi a portare il mio carico? chi vuol essere mio compagno e mio visir[129]?» Nulla gli fu risposto: per lo stupore, per l'incertezza o pel disprezzo stavan chiuse tutte le bocche; quando finalmente Alì, giovanotto di quattordici anni, caldo d'ardore e d'ardire, ruppe il silenzio, e sclamò: «Profeta, son io quegli che cerchi: se oserà qualcuno levarsi contro di te, io gli spezzerò i denti, gli caverò gli occhi, gli romperò le gambe, gli spaccherò il ventre. Profeta, sarò io il tuo visir». Accolse Maometto con gran trasporto questa profferta, e fu ironicamente esortato Abu-Taleb a rispettare la nuova dignità di suo figlio. Avendo poscia voluto il padre d'Alì, in tuono serio, indurre il nipote ad abbandonare un impegno ineseguibile: «Risparmiate i consigli, rispose allo zio suo benefattore l'intrepido fanatico: quando si ponesse il sole sulla mia destra, la luna sulla sinistra non si cangerebbe la mia risoluzione». Per dieci anni perseverò nell'esercizio della sua incumbenza, e questa religione, che ha soggiogato l'Oriente e l'Occidente, non pose radici nelle mura della Mecca che con gran lentezza e difficoltà. Aveva peraltro il contento di vedere che la sua piccola congregazione di unitari andava ogni giorno crescendo; n'era rispettato come un Profeta, ed egli a tempo e luogo le comunicava il cibo spirituale del Corano. Si può argomentare il numero de' suoi proseliti dalla partenza di ottantatre uomini e di diciotto donne che nel settimo anno della sua missione si ritirarono in Etiopia; la sua Setta fu assai presto rafforzata per la conversione di Hamza suo zio, e dell'inflessibile e feroce Omar, che adoperò in favor dell'Islamismo collo stesso zelo con cui ne aveva tentata la distruzione. Non si racchiuse la carità di Maometto nella sola tribù di Koreish o nel recinto della Mecca; nelle grandi solennità, o ne' giorni di peregrinazione, andava alla Caaba, favellava agli stranieri di tutte le tribù, e sia nelle conferenze particolari, sia nelle pubbliche aringhe, predicava la credenza e il culto d'un solo Dio. Debole allora di forze e saggio nella sua dottrina, sosteneva la libertà di coscienza, e riprovava l'uso della violenza in materia di religione[130]: ma esortava gli Arabi alla penitenza, e scongiuravali a risovvenirsi degli antichi idolatri di Ad e di Thamud, che la giustizia divina avea disperso dalla faccia della terra[131].
A. D. 613-622
Dalla superstizione e dalla gelosia era confermato nella incredulità il popolo della Mecca. Gli anziani della città, gli zii del Profeta, affettavano dispregio dell'ardimento d'un orfano che voleva figurare da riformatore del suo paese. Le pie preghiere di Maometto nella Caaba erano perseguitate dalle grida di Abu-Taleb: «Cittadini e pellegrini, gridava, non date orecchio al tentatore, non date retta alle sue empie novità: state invariabilmente attaccati al culto di Al Lata e Al Uzzah». Non ostante, questo vecchio Capo amava sempre il figlio d'Abdallah, e ne difendeva la persona e la riputazione contro gli assalti de' Koreishiti, la cui gelosia da lungo tempo era adontata dalla preminenza della famiglia di Hashem. Coprivano l'odio sotto il colore della religione; al tempo di Giobbe, il magistrato Arabo puniva il delitto d'empietà[132], e Maometto era reo del delitto d'abbandonare e rinnegare gli Dei della sua nazione; ma la Polizia della Mecca era sì difettosa, che i Capi dei Koreishiti, anzi che accusare un reo, furono obbligati ad usare la persuasione o la violenza. Più volte si diressero ad Abu-Taleb con aria di rimprovero e di minaccia. «Tuo nipote, gli dissero, insulta la nostra religione, accusa d'ignoranza e di follìa i nostri saggi antenati; fallo tacere subitamente acciocchè non turbi e sollevi la città. Se prosegue così, sguaineremo la spada contro lui e i suoi aderenti, e tu renderai conto del sangue de' tuoi concittadini». Abu-Taleb potè pel suo credito e per la sua moderazione sottrarsi alla violenza di questa fazion religiosa. I più deboli o più timidi fra i discepoli di Maometto si ritrassero in Etiopia, e il Profeta andò in cerca d'asili in diversi luoghi, sia in città sia in campagna, che gli offrissero qualche sicurezza. Continuando a difenderlo la sua famiglia, il rimanente della tribù di Koreish s'impegnò a rinunziare ogni commercio co' figli di Hashem, a nulla comperare da loro, a nulla vendere ad essi, a non contrarre più matrimoni seco loro, ma a perseguitarli senza pietà finattanto che non consegnassero alla giustizia degli Dei Maometto. Questo decreto fu sospeso nella Caaba, ed esposto alla vista di tutta la nazione; gli emissari de' Koreishiti perseguitarono i Musulmani sin nel cuore dell'Affrica, assediarono il Profeta e i suoi più fidi discepoli, li privarono d'acqua, e con rappresaglie dall'una e dall'altra parte s'inviperì la reciproca animosità. Parve che una tregua, di poca durata, riconducesse la concordia, ma colla morte d'Abu-Taleb rimase abbandonato Maometto in balìa de' nemici; e la morte della fedele e generosa Cadijah gli levava ogni consolazione domestica. Abu-Sophian, Capo del ramo d'Ommiyah, succedette alla primaria dignità della repubblica della Mecca. Il quale, zelante adoratore degl'idoli, nemico mortale della famiglia di Hashem, convocò un'assemblea de' Koreishiti e de' loro alleati per decidere della sorte dell'appostolo. Imprigionandolo, si poteva provocare il suo coraggio ad atti di disperazione, ed esiliando un fanatico eloquente, e accetto al popolo, si potea da lui diffondere il male in tutte le province dell'Arabia. Fu decisa la sua morte, ma si convenne che per dividere il delitto e prevenire la vendetta degli Hashemiti, un Membro d'ognuna delle tribù gl'immergerebbe la spada nel petto. Da un angelo o da una spia fu informato di quella sentenza, nè vide scampo fuorchè nella fuga[133]. A mezza notte, accompagnato dal suo amico Abubeker, fuggì cheto cheto di casa; attendendo i sicari alla porta, ma rimasero ingannati dalla figura d'Alì, che dormiva nel letto dell'appostolo, vestito del suo abito verde. Ebbero rispetto i Koreishiti alla pietà del giovane eroe, ma in alcuni versi d'Alì, che sussistono ancora, abbiamo una descrizione commovente delle sue inquietudini, della sua tenerezza, della sua religiosa fiducia. Maometto e il suo compagno si tennero nascosti per tre giorni nella caverna di Thor, distante dalla Mecca una lega: quando imbruniva la notte, il figlio e la figlia d'Abubeker recavano ad essi i viveri, e le notizie di quel che nella città succedeva. I Koreishiti, che attentamente spiavano per tutti i dintorni, giunsero all'ingresso della caverna; ma la Providenza, dicesi, li deluse con un ragnatelo, e con un nido di colombo che erano situati in modo da persuadere che niuno vi fosse entrato. «Non siamo che due», diceva tremante Abubeker: «un terzo è con noi, rispose il Profeta, ed è Iddio medesimo». Rallentato che fu alquanto l'ardore delle persecuzioni, uscirono della spelonca i due fuggiaschi, e salirono su i lor cammelli; camminavano alla volta di Medina quando furono arrestati dagli emissari de' Koreishiti; a forza di preghiere e di promesse poterono scampare dalle lor mani. In quel critico momento avrebbe la lancia d'un Arabo cangiata la storia del Mondo. Questa fuga di Maometto, che passò dalla Mecca a Medina, stabilisce l'epoca memoranda dell'Egira[134], che dopo dodici secoli segna ancora gli anni lunari delle nazioni Musulmane[135].
A. D. 622
La religion del Coran sarebbe morta in culla, se non avesse Medina accolto con fede e con riverenza i santi esuli della Mecca. Medina, o la città che nomavasi Yatreb avanti che fosse consecrata come il trono del Profeta, era divisa fra due tribù, i Caregiti e gli Awsiti, dove i menomi accidenti di continuo risvegliavano l'odio ereditario; erano suoi umili alleati due colonie di Giudei che vantavano origine sacerdotale; senza convertire gli Arabi avevano introdotto fra loro quel genio della scienza e delle idee religiose che procacciò a Medina l'onore d'esserci soprannomata la città del Libro. Avendo le predicazioni di Maometto convertiti alcuni de' suoi cittadini più nobili venuti in pellegrinaggio alla Caaba, tornando a casa, diffusero la cognizione del vero Dio e del suo Profeta; e la novella alleanza de' Medinesi coll'appostolo fu ratificata dai loro deputati in due conferenze secrete, che si tennero la notte sur una collina dei sobborghi della Mecca. Nella prima, dieci Caregiti e due Awsiti si unirono di religione e d'affetto, e dichiararono in nome delle loro mogli, dei figli e dei fratelli assenti che per sempre professerebbero i dommi del Corano, e ne osserverebbero i precetti. Produsse la seconda un'associazione politica che fu il principio dell'impero de' Saraceni[136]. Settantatre uomini e due donne di Medina ebbero una solenne conferenza con Maometto, co' suoi alleati e co' suoi discepoli, e scambievolmente prestarono giuramento di fedeltà. Promisero gli abitanti di Medina in nome della loro città, che se sbandito fosse Maometto, lo riceverebbero come un alleato, che gli obbedirebbero come a Capo, e che lo difenderebbero sino all'ultima estremità con tanta costanza come le proprie mogli ed i figli. «Ma se vi richiama la vostra patria, dimandarono con un'inquietudine per lui onorevole, abbandonerete i vostri nuovi alleati? — Tutto ora è comune tra noi, rispose Maometto ridendo; il vostro sangue è mio sangue; mia la ruina vostra. Siamo avvinti gli uni agli altri dall'onore e dall'interesse. Io son l'amico vostro, e il nemico de' vostri nemici. — Ma se spendiamo la vita per voi, qual premio ne avremo? soggiunsero i deputati di Medina. — Il Paradiso, replicò Maometto. — Stendi dunque la mano», gridarono. L'appostolo stese la mano, ed essi rinnovellarono il giuramento di sommessione e di fedeltà. Ratificò il popolo questo trattato, e con unanime voto accettò l'Islamismo. Si rallegrarono gli abitanti di Medina per l'esilio di Maometto, ma tremavano per la sicurezza sua, e ne attesero con impazienza l'arrivo. Dopo un cammino pericoloso e rapido lungo la costa del mare, posò a Koba, situata a due miglia da Medina, e fece il suo pubblico ingresso sedici giorni dopo la fuga dalla Mecca. Gli andarono incontro cinquecento cittadini, e da ogni parte udì acclamazioni di fedeltà e di riverenza. Sedeva sopra un cammello femmina, coperto da un ombrello la testa, e davanti a lui era portato un turbante spiegato a guisa di stendardo. I suoi più prodi discepoli, dispersi dalla tempesta, si radunarono intorno a lui, e i suoi Musulmani, eguali tutti di merito si distinsero co' nomi di Mohageriani, e d'Ansari, fuggiaschi gli uni dalla Mecca, e gli altri ausiliari di Medina. Per soffocare ogni seme di gelosia, bravamente immaginò di congiugnere a due a due i primari tra loro con investirli di dritti e obbligandoli a legami fratellevoli. Dopo questa disposizione, Alì rimase solo, e amorevolmente dichiarò il Profeta sè voler essere compagno e fratello di quel giovane gentiluomo. Riuscì in tutto a bene questo espediente; e in pace e in guerra fu rispettata la santa fraternità, e le due parti studiarono di segnalarsi con generosa gara di coraggio e di fedeltà. Una sola volta addivenne che una contesa accidentale alcun poco turbò quella unione; un patriotta di Medina accusò i forestieri d'insolenza; lasciò travedere che si potevano cacciare, ma fu inteso con raccapriccio, e suo figlio si profferse vivacemente a recare al piè dell'appostolo la testa del proprio padre. Dal punto che Maometto stanziossi in Medina, esercitò i poteri di re e di gran Pontefice, e fu empietà il non piegare il capo a' decreti d'un giudice dalla sapienza divina inspirato. Ricevette egli in dono o comperò un piccolo pezzo di terra appartenente a due orfanelli[137]: quivi fabbricò una casa ed una moschea più venerande nella rozza loro semplicità che non i palagi ed i templi de' Califfi d'Assiria. Fece incidere nel suo suggello d'oro o d'argento il suo titolo di appostolo; quando faceva orazione, e predicava nell'assemblea, che tenevasi ogni settimana, si appoggiava al tronco d'una palma, e solamente lungo tempo dopo fece uso d'un seggio, o d'una cattedra di legno lavorata alla grossolana[138]. Dominava già da sei anni, quando mille e cinquecento Musulmani raccolti sotto le armi giurarono nuovamente fedeltà; e Maometto di bel nuovo promise loro assistenza sino alla morte dell'ultimo di loro, o al totale discioglimento della Lega. Nel campo medesimo ebbe a scorgere con maraviglia il deputato della Mecca quanta fosse l'attenzione de' fedeli alle parole, e ai sguardi del Profeta, la premura nel raccogliere sia gli sputi sia i capegli che gli cadevano, e l'acqua che serviva alle sue ablazioni; quasi tutte queste cose un grado avessero di profetica virtù. «Ho veduto, diss'egli, il Cosroe della Persia e il Cesare di Roma; ma non ho mai veduto un re così rispettato da' sudditi quanto lo è Maometto da' suoi compagni». Il devoto fervore del fanatismo in fatti si manifesta in guisa più energica e vera che la fredda e cerimoniosa servilità delle Corti.
Ogn'uomo, nello stato di natura, ha diritto d'impiegare la forza dell'armi in difesa della sua persona o delle sue proprietà, di respingere ed anche di prevenire la violenza de' nemici, e di continuare le ostilità sinattanto che abbia ottenuto una giusta soddisfazione, o che sia giunto a quell'ultimo segno ch'è stabilito per le rappresaglie. Nella libera società degli Arabi, i doveri di suddito e di cittadino non metteano un grave freno, e Maometto, adempiendo una missione di carità e di pace, era stato spogliato e sbandito dall'ingiustizia de' suoi concittadini. Per l'elezione fattane da un popolo independente, il fuoruscito della Mecca era stato elevato alla dignità di sovrano, e legittimamente avea ricevuta la prerogativa di formare alleanze, e di fare la guerra offensiva e difensiva. Suppliva la pienezza della potenza divina all'imperfezione de' suoi diritti, e diveniva il fondamento del suo potere: prese egli nelle sue nuove rivelazioni un'aria più feroce e più sanguinaria, pruova, che l'anteriore moderazione che usò era stata una conseguenza della sua debolezza[139]. Avea tentato le arti della persuasione, ma passato era il tempo della pazienza; dichiarò che Iddio gli comandava di propagare la religione col ferro, di abbattere i monumenti dell'idolatria, e di perseguitar le nazioni miscredenti senza rispetto a' giorni o a' mesi santi. Attribuì all'autore del Pentateuco e dell'Evangelo que' precetti di sangue che dal Corano ripetonsi ad ogni pagina; ma il carattere di dolcezza che si scorge nello stile dell'Evangelo permette di spiegare altrimenti quel passo equivoco ove sta scritto, che Gesù ha recato in terra non la pace, ma la spada; e non denno confondersi le sue virtù pazienti e modeste collo zelo intollerante de' principi e de' vescovi, che il nome disonorano di suoi discepoli. A giustificare questa guerra di religione, allegava con più esattezza Maometto[140] l'esempio di Mosè, o quello de' Giudici e de' re d'Israello. Le leggi militari degli Ebrei sono anche più rigorose di quelle dell'Arabo legislatore[141]. Il Dio degli eserciti marciava in persona davanti a' Giudei; se una città resisteva, passavano a fil di spada i maschi senza distinzione: le sette nazioni di Canaan furono esterminate, nè il pentimento o la conversione valeano a sottrarle dall'inevitabile sentenza, per la quale non si dovea entro il recinto del lor dominio risparmiare veruna creatura vivente. Maometto almeno lasciò a' nemici la libertà di scegliere la sua amicizia, la sommessione, o la guerra. Come tosto professassero l'Islamismo, gli ammetteva a' vantaggi temporali o spirituali de' suoi primi discepoli, e li facea combattere sotto le bandiere medesime per la gloria della religione a cui s'erano addetti. Per lo più la sua clemenza era ligia al suo interesse, ma di rado conculcava il nemico atterrato, e par che prometta che per un tributo lascerà a' men colpevoli de' sudditi increduli il culto loro, o almeno l'imperfetta lor fede. Sin dal primo mese del suo regno eseguì quanto avea ne' suoi precetti statuito su la guerra religiosa, e inalberò il suo vessillo bianco davanti le porte di Medina; l'appostolo guerriero si trovò in persona a nove battaglie o a nove assedii[142], e in dieci anni compiè da sè stesso, o coll'opera de' suoi luogotenenti, cinquanta imprese guerresche. Continuava egli, nella sua qualità d'Arabo, a esercitare le professioni di mercadante e di ladrone, e colle piccole scorrerie che andava facendo, per difendere o assaltare una caravana, disponeva a poco a poco le sue genti alla conquista dell'Arabia. Una legge divina avea regolato il comparto del bottino[143], il quale veniva fedelmente ammassato in un solo cumulo; riservava il Profeta per opere pie e caritatevoli un quinto dell'oro e dell'argento, de' prigionieri e del bestiame, de' mobili e degl'immobili; del resto faceva parti eguali cui distribuiva a' soldati, sia che avessero riportato vittoria, o custodito il campo; le ricompense di quelli che avessero perduto la vita passavano alle mogli ed ai figli; per animare poi la gente ad accrescere la cavalleria, dava una porzione al cavaliere ed una al cavallo. Accorrevano da ogni luogo gli Arabi erranti a porsi sotto il vessillo della religione e del saccheggio: era stato premuroso il Profeta a santificare il commercio de' soldati colle donne prigioniere sia che fossero trattate come spose, sia da concubine; egli mostrava loro nel godimento della fortuna e della bellezza una debole immagine delle gioie del paradiso destinate a' prodi martiri della Fede: «La spada, egli diceva, è la chiave del cielo e dell'inferno; una goccia di sangue versata per la causa di Dio, una notte passata in armi, varranno più che due mesi di digiuni e d'orazioni: chi perirà in battaglia otterrà il perdono de' peccati; nell'ultimo giorno, le sue ferite saranno lucide come il minio, odorose come il muschio; ali d'angeli e di cherubini saranno sostituite alle membra ch'egli abbia perdute». In tal guisa seppe infiammare l'anima intrepida degli Arabi. L'idea di un Mondo invisibile si dipingeva con forti colori alla fantasia di quel popolo, e quella morte che già sprezzavano divenne oggetto di speranza e di desiderio. Insegna il Corano, nel significato il più assoluto, i dommi della predestinazione e della fatalità che spegner potrebbero ogn'industria ed ogni virtù, se l'uomo regolasse la vita colle proprie opinioni: que' dommi peraltro hanno in ogni tempo esaltato il coraggio de' Saraceni e de' Turchi. I primi compagni di Maometto marciavano alla battaglia con intrepidezza: non vi ha pericolo ove non sia incertezza d'evento; se erano predestinati a morire nel proprio letto, esser doveano sicuri e invulnerabili in mezzo a' dardi de' combattenti[144].
Avrebbe la fuga di Maometto bastato per avventura a satisfare i Koreishiti, se temuto e presentito non avessero la vendetta d'un nemico il quale era in luogo ove intercettare il commercio loro per la Siria nel passaggio all'andata e al ritorno pel territorio di Medina. Lo stesso Abu-Sophian colla sola scorta di trenta o quaranta guerrieri guidava una caravana di mille cammelli, e fu tanto felice, o ben regolato, il suo viaggio che deluse la vigilanza del Profeta, ma seppe che i santi ladroni stavano in imboscata, spiando il suo ritorno. Spedì un corriere a' suoi fratelli della Mecca, i quali per il timore di perdere merci e munizioni volarono immantinenti a soccorrerlo con tutte le forze della città. La santa masnada dell'appostolo contava trecento tredici Musulmani, fra i quali settantasette fuorusciti, il resto ausiliari; non avea che settanta cammelli, che servivano alternativamente a ciascheduno di loro (i cammelli d'Yatreb erano terribili in guerra); ma tanta era la miseria de' suoi primi discepoli, che due soli erano coloro che potessero comparire a cavallo sul campo di battaglia[145]. Si trovava egli nella celebre e fertile vallata di Beder[146], lungi tre giornate da Medina, quando le sue vedette l'avvisarono, che s'appressava da una parte la caravana, e dall'altra i Koreishiti con cento cavalli ed ottocento cinquanta fanti. Dopo breve deliberazione decise di sagrificare le ricchezze alla gloria ed alla vendetta; fece un piccolo trinceramento per coprire le sue genti e un ruscello d'acqua dolce che bagnava la valle. «O Dio, esclamò egli, mentre i Koreishiti calavano dalle colline, o Dio, chi più t'adorerà su la terra se i miei guerrieri periscono? — Animo, figli miei, stringete le file, scagliate i vostri dardi, e la vittoria è nostra». Dopo queste parole s'assise con Abubeker sopra un trono o cattedra[147], ed invocò con gran fervore l'aiuto di Gabriele e di tremila angeli. Tenea fisso l'occhio sul campo di battaglia; già cedeano i suoi soldati, ed erano sul punto di rimanere sconfitti; quando il Profeta si slanciò dal trono, salì a cavallo, e gittò un pugno di sabbia in aria, gridando: «La faccia di coloro sia coperta d'obbrobrio.» I due eserciti, colpiti dal suono della sua voce, credettero vedere la squadra angelica da lui chiamata in soccorso[148]: tremarono i Koreishiti, e si diedero alla fuga: settanta de' più valorosi furono uccisi, e settanta prigionieri decorarono il primo trionfo dei fedeli. I morti furono spogliati e insultati: due prigionieri giudicati i più rei ebbero la morte, e gli altri pagarono pel riscatto quattromila dramme d'argento, che furono qualche compenso per la fuga della caravana; ma indarno i cammelli d'Abu-Sophian cercarono una nuova strada in mezzo al deserto e lungo l'Eufrate; pervenne ancora la vigilanza di Maometto a coglierli in via, e il bottino dovette essere considerevole, se, come è fama, la quinta parte dell'appostolo fu di ventimila dramme. Abu-Sophian irritato per la perdita pubblica e propria, ragunò un corpo di tremila uomini, fra' quali settecento armati di corazze e dugento cavalieri: tremila cammelli lo seguitarono, ed Henda, sua sposa, con quindici matrone della Mecca, batteva continuamente il tamburino per animare i soldati ed esaltare la grandezza di Hobal, la divinità più popolare della Caaba. Da novecento cinquanta credenti era difeso il vessillo di Maometto; la sproporzione del numero non era più grande di quel che fosse alla giornata di Beder, e tanta era la lor fiducia che la vinse su l'autorità divina, e su le ragioni umane che volle adoperare Maometto per dissuaderli dal combattere. La seconda battaglia si fece sul monte Ohud, lungi sei miglia da Medina al settentrione[149]: s'avanzarono i Koreishiti in forma di mezza luna, e Caled, il più terribile e il più fortunato de' guerrieri Arabi, conducea l'ala diritta della cavalleria. Maometto da bravo capitano collocò i suoi soldati sul pendìo del colle, e lasciò nel di dietro un distaccamento di cinquanta arcieri. La carica fu sì vigorosa che sbaragliò il centro degli idolatri, ma nell'inseguirli perdettero il vantaggio del terreno; gli arcieri abbandonarono il posto; gli uni e gli altri allettati dall'esca del bottino, disubbidirono al generale, e ruppero l'ordinanze. Allora l'intrepido Caled girando la sua cavalleria a' fianchi, e da tergo de' nemici, gridò ad alta voce che Maometto era stato ucciso. Avea questi di fatto sofferto un colpo di chiaverina nella faccia, e un sasso gli aveva spezzato due denti; ma in mezzo al disordine ed al terrore sgridava gl'infedeli feritori d'un Profeta, e benediva la mano amichevole che ne stagnava il sangue, e lo conduceva in luogo di sicurezza. Settanta martiri perdettero la vita pe' peccati del popolo; caddero orando, dice l'appostolo, e tenendo ciascuno abbracciato il corpo del commilitone morto con lui[150]: le femmine della Mecca inumanamente mutilarono i cadaveri, e la sposa di Abu-Sophian mangiò un brano delle viscere di Hamza, zio di Maometto. Poterono i Koreishiti godere del trionfo della loro superstizione, e sfogare il furore ond'erano invasi; ma il piccolo esercito di Maometto si riordinò prestamente sul campo di battaglia, senza avere però nè forza, nè coraggio per porre l'assedio a Medina. Nell'anno seguente fu assalito l'appostolo da diecimila nemici, e questa terza spedizione prese il nome ora dalle nazioni che marciavano sotto le bandiere d'Abu-Sophian, ora dalla fossa che fu scavata davanti alla città e al campo, dove, in numero di tremila, i Musulmani si tenevano trincerati. Evitò Maometto prudentemente un'azion generale: Alì si segnalò in un duello: la guerra si prolungò per venti giorni, indi i confederati si ritirarono. Una bufèra accompagnata da pioggia e da grandine rovesciò le lor tende: un avversario insidioso ne fomentava le dissensioni, e i Koreishiti nella diffalta de' loro alleati perdettero ogni speranza di atterrare il trono, o di fermar le conquiste dell'uomo invincibile che aveano proscritto[151].