CAPITOLO L. (continued 2)
Davide Bertolotti translation
A. D. 623-627
Dalla scelta che volea far Maometto della città di Gerusalemme per primo Kebla dell'orazione, si manifesta l'inclinazione inspiratagli da' Giudei; ed era da desiderarsi, pe' temporali loro interessi, che avessero ravvisato nel Profeta arabo la speranza d'Israele, e il Messia ad essi promesso. L'ostinazione dei Giudei convertì in odio implacabile la sua affezione; perseguitò egli quel popolo sciagurato sino all'ultimo istante della sua vita, e pel suo duplice carattere d'appostolo e di conquistatore, avvenne che la sua persecuzione si stese a questo Mondo e nell'altro[152]. I Kainoka abitavano Medina, protetti dalla città: Maometto colse l'occasione d'un tumulto, nato a caso, per dichiarare che dovevano essi abbracciare la sua religione, o combattere. «Oimè, risposero sbigottiti gli Ebrei, noi non sappiamo trattare l'armi, ma perseveriamo nella credenza e nel culto de' padri nostri; e perchè vuoi tu ridurci alla necessità d'una giusta difesa?» Questa lotta disuguale si terminò in quindici giorni, e solo con estrema ripugnanza s'arrese il Profeta alle istanze de' suoi alleati, e fece grazia della vita a' prigioni, ma ne confiscò le ricchezze. Divennero più formidabili l'armi di questi in pugno a' Musulmani di quel che lo fossero state in lor mano, e settecento infelici esiliati dovettero colle mogli e co' figli mendicare un asilo su le frontiere della Sorìa. I più rei erano i Nadhiriti, per aver tentato d'assassinare il Profeta in una conferenza amichevole. Maometto ne assediò il castello distante da Medina tre miglia; ma quelli si difesero con tanto valore che ottennero una capitolazione decorosa; uscì la guarnigione a tamburo battente, e ricevette tutti gli onori di guerra. Aveano i Giudei suscitata la guerra de' Koreishiti, e vi si erano immischiati: dal punto che le nazioni si scostarono dalla fossa, Maometto, senza mai deporre l'arnese, s'incamminò nel giorno stesso ad estirpare la razza nemica dei figli di Koraidha. Dopo una resistenza di venticinque giorni, si arresero a discrezione. Fondavano qualche speranza nell'intervento de' loro alleati di Medina, ma avrebbero dovuto sapere che il fanatismo estingue l'umanità. Un vecchio venerando, al giudizio del quale si sottoposero volontari, pronunziò contro tutti la sentenza di morte. Settecento Ebrei incatenati furono condotti su la piazza del mercato, furono calati vivi nella fossa preparata pel supplizio e per la sepoltura loro, e il Profeta con occhio imperturbato mirò la strage de' suoi nemici disarmati. Da' Musulmani si ereditarono le pecore e i cammelli degli uccisi; trecento corazze, cinquecento picche, e mille lance furono la parte più utile delle spoglie. Chaibar, città antica e opulenta, lontana sei giornate al nord-est di Medina, era il centro della potenza degli Ebrei in Arabia; il suo territorio fertile, nel cuor del deserto, era sparso di piantagioni e di bestiame, e difeso da otto castella, molte delle quali imprendibili. Avea Maometto dugento cavalieri, e mille e quattrocento fanti; in una serie d'otto assedii laboriosi, che bisognava fare in maniera metodica, queste schiere furono esposte a' rischi, alla fatica e alla fame, e già i Capi più ardimentosi disperavano del buon successo. Rianimò l'appostolo la lor fedeltà e il coraggio citando le glorie d'Alì, ch'egli nomò il Leone di Dio. Forse si può credere per vero che la terribile scimitarra di questo tagliò in due un soldato Ebreo di statura gigantesca; ma sarebbe difficile per noi lodare il senno de' romanzieri, che ce lo rappresentano in atto di levare da' gangheri la porta d'una Fortezza, coprendo con quest'enorme scudo il braccio sinistro[153]. Dopo la resa delle castella, dovette la città di Chaibar sottomettersi al giogo. Il Capo della tribù fu messo alla tortura in presenza di Maometto, che voleva forzarlo a dichiarare in che luogo nascosti avesse i tesori: l'industria de' pastori e degli agricoltori ottenne un'indulgenza precaria; fu permesso che migliorassero il proprio patrimonio, ma a piacimento del vincitore, e a patto di dargli la metà della rendita. Sotto il regno di Omar, gli Ebrei di Chaibar furono trapiantati in Siria, e il Califfo notificò in quella occasione, che nel letto di morte aveagli il suo signore ordinato di cacciare dall'Arabia ogni religione che non fosse la vera[154].
A. D. 629
Cinque volte al giorno volgea Maometto lo sguardo verso la Mecca[155], e da' più santi e più forti impulsi sentiva in sè suscitata la smania di rientrare da conquistatore in quella città, e in quel Tempio, da cui era stato espulso; o vegliando, o dormendo, sempre avea davanti agli occhi la Caaba: egli interpretò certo suo sogno come una visione ed una profezia; spiegò la santa bandiera, e si lasciò sfuggire di bocca l'imprudente promessa di trionfo. Il suo viaggio da Medina alla Mecca non annunciava che una peregrinazione religiosa e pacifica; settanta cammelli ornati pel sacrificio precedeano la sua vanguardia. Rispettò il territorio sacro, e poterono i prigionieri, rimandati senza riscatto, divolgare la sua clemenza; ma come ebbe messo piede nella pianura, lontano dalla città una giornata, esclamò: «Coloro si sono vestiti di pelle di tigre». Fu arrestato dalla moltitudine e dal valore de' Koreishiti, e aveva a temere non gli Arabi del deserto, trattenuti sotto le sue insegne dalla speranza del bottino, abbandonassero poi e tradissero il lor capitano. In un momento l'imperterrito fanatico si trasformò in un freddo e circospetto politico, omise nel trattato co' Koreishiti la qualità di appostolo di Dio, segnò con essi e co' loro alleati una tregua di dieci anni; s'impegnò a restituire i fuggiaschi della Mecca che abbracciassero la sua religione, e ottenne solamente per patto l'umile privilegio d'entrare nella Mecca l'anno dopo, come amico, e di rimanervi tre giorni per terminare le cerimonie del pellegrinaggio. La vergogna e il dolore copersero come d'una nube la ritirata de' Musulmani, e per questo infelice successo poterono facilmente accusare d'impotenza un Profeta, che sì frequentemente avea spacciato le sue vittorie come pruova di sua missione. Nell'anno seguente, si risvegliarono alla vista della Mecca la fede e la speranza de' pellegrini: stavano le loro spade nel fodero; fecero sette volte il giro della Caaba su le pedate di Maometto; i Koreishiti s'erano ritirati su le colline; e Maometto, dopo le solite cerimonie, uscì nel quarto giorno della città. La sua divozione edificò sommamente il popolo; sorprese, divise, sedusse i Capi; e Caled e Amron, che poi doveano soggiogare la Siria e l'Egitto, abbandonarono in tempo l'idolatria che già era vicina a perdere tutto il credito. Vedendo Maometto che cresceva di potere per la sommissione delle tribù Arabe, raunò diecimila soldati pel conquisto della Mecca; e gl'idolatri, com'erano i più deboli, furono di leggieri convinti che fosse stata rotta la tregua. L'entusiasmo e la disciplina acceleravano i passi de' suoi guerrieri, e assicuravano il segreto della sua impresa. Finalmente da diecimila fuochi venne l'annunzio a' Koreishiti spaventati dell'intenzione, dell'avvicinamento e della forza irresistibile del nemico. Il fiero Abu-Sophian corse ad offrire le chiavi della città, ammirò quella sì varia moltitudine d'armi e di stendardi fatti passare alla sua presenza, osservò che il figlio d'Abdallah aveva acquistato un gran regno, e sotto la scimitarra d'Omar confessò essere Maometto l'appostolo del vero Dio. Macchiò il sangue romano il ritorno di Mario e Silla, e qui pure dal fanatismo della religione era stimolato il Profeta a trarre vendetta; e attizzati dalla memoria delle ingiurie sofferte avrebbero i suoi discepoli con grande ardore eseguito, o forse anticipato l'ordine della strage. Anzichè satisfare al risentimento proprio, e a quello delle sue soldatesche, Maometto proscritto e vittorioso[156] perdonò a' suoi concittadini, e conciliò le fazioni della Mecca. Entrarono nella città i suoi soldati in tre colonne; ventotto cittadini perirono sotto il ferro di Caled. Maometto proscrisse undici uomini e sei donne; ma biasimò la crudeltà del suo luogotenente, e la sua clemenza o il disprezzo risparmiarono parecchi di coloro ch'egli avea già notati per vittime. I Capi de' Koreishiti si prostrarono a' suoi piedi, ed egli disse loro: «che potete aspettare da un uomo che avete oltraggiato? — Noi confidiamo nella generosità del nostro concittadino. — Nè confiderete in vano; andate; la vostra vita è sicura, e voi siete liberi.» Il popolo della Mecca meritò il suo perdono, dichiarandosi per l'Islamismo, e dopo un esiglio di sette anni, venne riconosciuto il missionario fuggiasco qual principe e Profeta del suo paese[157]; ma i trecento sessanta idoli della Caaba furono ignominiosamente abbruciati; fu purificato e abbellito il tempio di Dio, e per esempio alle generazioni future si sommise di nuovo l'appostolo a tutti i doveri di pellegrino; e con legge espressa fu vietato ad ogni miscredente il por piede sul territorio della santa città[158].
A. D. 629-632
La conquista della Mecca si trasse dietro la fede e la sommessione delle Arabe tribù[159], che secondo le vicende della fortuna riverito avevano, o spregiato, l'eloquenza e l'armi del Profeta. Anche oggi l'indifferenza per le cerimonie e opinioni religiose fa il carattere de' Beduini, ed è probabile che accettassero la dottrina del Corano in quella guisa con cui la professano, cioè senza pigliarsene gran briga. Taluni di loro peraltro, più ostinati degli altri, si mantennero fedeli alla religione, non che alla libertà de' lor avi, e con ragione fu detta per soprannome la guerra di Honano guerra degl'idoli, poichè Maometto aveva fatto voto di distruggerli, e i confederati di Tayef giurato di difenderli[160]. Frettolosamente, e di soppiatto, corsero quattromila idolatri ad assalire d'improvviso il conquistatore; guardavano con occhio di compassione la stupida negligenza de' Koreishiti; ma confidavano ne' voti e forse ne' soccorsi d'un popolo, che da sì poco tempo avea rinunciato a' suoi Dei, e s'era piegato sotto il giogo del suo nemico. Dispiegò il Profeta le bandiera di Medina e della Mecca; gran numero di Beduini si pose sotto i suoi stendardi, e vedendosi i Musulmani in numero di dodicimila, s'abbandonarono in braccio ad una imprudente e colpevole presunzione. Senza cautela discesero nella vallata di Honano: gli arcieri e frombolieri degli alleati aveano prese le alture; fu oppresso l'esercito di Maometto, perdè la disciplina, si smarrì di coraggio, e giubilarono i Koreishiti vedendoli esposti al rischio di perire. Già accerchiano il Profeta salito su la bianca mula; volle egli slanciarsi contro le lor picche per ottenere almeno una morte gloriosa; ma dieci de' suoi fedeli compagni gli fecero schermo coll'armi, e colla persona, e tre di loro furono uccisi a' suoi piedi. «Fratelli miei, esclamò egli a più riprese con dolore e sdegno, io sono il figlio d'Abdallah; sono l'appostolo della verità! O uomini! siate fermi nella fede; o Dio, mandaci il tuo soccorso!» Abbas suo zio, il quale simile agli eroi d'Omero aveva una forza ed un suono straordinario di voce, intronò la valle con un grido di promesse e di premii: i Musulmani fuggiaschi si ridussero da ogni banda al sacro stendardo, ed ebbe Maometto la consolazione di vedere riacceso in ogni cuore il fuoco guerriero: dal suo contegno ed esempio fu decisa in suo favore la battaglia, ed egli esortò le schiere vittoriose a lavare senza ritegno la propria vergogna nel sangue nemico. Dal campo di Honano corse alla volta di Tayef, città lontana sessanta miglia dalla Mecca al sud-est, il cui fertile territorio produce le frutta della Sorìa in mezzo al deserto dell'Arabia. Una tribù amica, esperta, non so come, nell'arte degli assedi, gli fornì arieti ed altre macchine, e un corpo di cinquecento operai; ma indarno offerse libertà agli schiavi di Tayef, invano infranse le proprie leggi schiantando le piante fruttifere, invano i minatori apersero le trincee, e le sue truppe salirono alla breccia. Dopo venti giorni d'assedio diede il segnale della ritratta, ma allontanandosi dalla piazza, cantò devotamente vittoria, e affettò di chiedere al cielo il pentimento e la salute di quella città incredula. L'impresa per altro fu fortunata, poichè il Profeta fece seimila prigionieri, prese ventiquattromila cammelli, quarantamila pecore, e quattromila once d'argento. Una tribù, che aveva combattuto a Honano, riscattò i prigioni col sagrificio de' suoi idoli; ma il Profeta per indennizzare i soldati cedette loro il quinto del bottino, soggiugnendo che avrebbe voluto a pro loro possedere tanti capi di bestiame, quanti erano gli alberi nella provincia di Tehama. In vece di gastigare la mala volontà de' Koreishiti, prese il partito, com'egli stesso diceva, di ridurli al silenzio procacciandosi l'affetto loro con grandi liberalità; Abu-Sophian ricevette per sè solo trecento cammelli e venti once d'argento, e la Mecca sinceramente abbracciò la religion del Corano. Ne fecero doglianza i fuggitivi e gli ausiliari, dicendo che dopo avere portato il peso della guerra erano negletti nel tempo del trionfo. «Oh Dio! replicò lo scaltro condottiero, lasciatemi sagrificare pochi miserabili averi per affezionarmi persone che già erano nemici nostri, e per fortificare questi nuovi proseliti nella fede. Quanto a voi, io vi affido la mia vita e la mia fortuna: voi siete i compagni del mio esilio, del mio regno, del mio paradiso». Egli fu accompagnato da' deputati di Tayef che temevano un secondo assedio: «Appostolo di Dio, concedeteci, gli dissero, una tregua di tre anni, e tollerate l'antico nostro culto. — Non per un mese, non per un'ora. — Almeno dispensateci dall'obbligo dell'orazione. — La religione è vana senza la preghiera». Si sottomisero allora chetamente: fu demolito il lor tempio, e questo decreto di proscrizione si estese a tutti gl'idoli dell'Arabia. Un popolo fido salutò i suoi luogotenenti su le coste del mar Rosso, dell'Oceano e del golfo Persico, e gli ambasciatori che vennero ad inginocchiarsi davanti al trono di Medina furono numerosi, dice un proverbio arabo, quanto i datteri maturi che cadono da una palma. La nazione assoggettossi al Dio e allo scettro di Maometto; si soppresse l'ignominioso nome di tributo; si spesero le elemosine o le decime, volontarie o forzate, in servigio della religione, e da cento quattordici Musulmani fu accompagnato nell'ultimo pellegrinaggio l'appostolo[161].
A. D. 629-630
Quando Eraclio tornò trionfante dalla guerra Persiana, ricevette in Emeso un inviato di Maometto, che invitava i potentati e le nazioni della terra a professare l'Islamismo. Gli Arabi fanatici in questo avvenimento han veduto una pruova della conversione secreta di quell'imperatore cristiano; e la vanità de' Greci ha supposto per la sua parte che fosse venuto in persona il principe di Medina a visitare l'imperatore, e avesse dalla munificenza imperiale accettato un ricco demanio, e un asilo sicuro nella provincia di Siria[162]; ma fu di breve durata l'amistà d'Eraclio e di Maometto: aveva la nuova religione risvegliato anzichè indebolito lo spirito di rapina ne' Saraceni, e dall'uccisione d'un inviato si colse un motivo onesto d'invadere con tremila soldati il territorio della Palestina che si stende all'oriente del Giordano. A Zeid fu affidata la santa bandiera, e tale fu il fanatismo, se non la disciplina, della Setta nascente, che i capitani più nobili militarono di buon grado sotto lo schiavo del Profeta. Morendo Zeid, dovea essergli successivamente surrogati Jaafar, ed Abdallah, e se venivano a perire tutti tre, aveano facoltà i soldati di eleggersi il generale. Questi tre di fatto rimasero uccisi alla battaglia di Muta[163], cioè nella prima azione guerresca, in cui i Musulmani vennero a pruova di valore contro un nemico straniero. Zeid morì da soldato nella prima fila; eroica e memoranda fu la fine di Jaafar, il quale avendo perduta la man destra, impugnò lo stendardo colla sinistra, e troncatagli questa, strinse e tenne la bandiera co' due moncherini sanguinenti, sinattantochè per cinquanta onorate ferite stramazzò al suolo: «Accorrete, esclamò Abdallah che andò a farne le veci, accorrete arditamente, la vittoria o il paradiso è nostro». La lancia d'un Romano decise l'alternativa, ma Caled, il convertito della Mecca, afferrò il vessillo; nove spade si spezzarono in man sua, e la sua prodezza valse a reprimere e a respignere i cristiani di numero superiori. Nella notte seguente si tenne consiglio di guerra, ed egli fu eletto per generale nel conflitto della domane, ove colla sua abilità seppe assicurare a' Saraceni la vittoria o almeno la ritratta, e quindi Caled ricevè da' suoi compatriotti e da' nemici il glorioso soprannome di Spada di Dio. Salì Maometto in pulpito, e dipinse con enfasi profetica la sorte de' soldati che per la causa di Dio avevano data la vita; ma in privato lasciò vedere sentimenti di natura, e fu sorpreso in atto di piagnere per la figlia di Zeid. «Che veggo mai? gli disse maravigliato un suo discepolo. Tu vedi un amico, rispose l'appostolo, che piange la morte dell'amico più fedele». Dopo conquistata la Mecca, volle il sovrano dell'Arabia far sembiante di prevenire le ostilità di Eraclio, e dichiarò guerra solennemente a' Romani, senza cercare di nascondere le fatiche ed i rischi di tale impresa[164]. Erano scorati i Musulmani; osservarono che si difettava di danaro, di cavalli, di vittuaglie; opposero le faccende della messe, e l'ardor della state. «È ben più caldo l'inferno, disse loro incollerito il Profeta». Non degnò poi obbligarli a servire, ma ritornato che fu, lanciò contro i più colpevoli una scomunica di cinquanta giorni. Giovò la diffalta di coloro a dare risalto maggiore al merito di Abubeker, di Othmano e de' fidi servi che posero a rischio e vita e fortune. Diecimila cavalieri e ventimila fanti seguirono lo stendardo di Maometto. Il viaggio in fatti fu penosissimo; al tormento della sete e della fatica s'aggiunse il soffio ardente e pestilenziale de' venti del deserto: dieci uomini montavano alternativamente uno stesso cammello, e furono stretti alla umiliante necessità di dissetarsi coll'urina di quell'utile quadrupede. A mezza strada, cioè lungi da Medina e da Damasco dieci giornate, posarono presso al bosco e alla fontana di Tabuc. Non volle Maometto procedere più innanzi; si dichiarò pago delle intenzioni pacifiche dell'imperatore d'oriente, che forse cogli apparecchi militari lo aveva già sbigottito; ma l'intrepido Caled sparse il terrore pel suo nome d'intorno a' luoghi per cui passava; ed il Profeta riceveva gli omaggi di sommessione delle tribù e città, dall'Eufrate sino ad Ailah, città che giace sulla punta del mar Rosso. Non ebbe Maometto difficoltà di concedere a' suoi sudditi cristiani la franchigia delle persone, la libertà del commercio, la proprietà degli averi, e il permesso d'esercitare il lor culto[165]. Erano troppo deboli gli Arabi cristiani per far argine alla sua ambizione; i discepoli di Cristo erano accetti all'inimico degli Ebrei, ed importava all'interesse del conquistatore il proporre una capitolazione vantaggiosa alla religion più potente che fosse al Mondo.
A. D. 632
Sino all'età di sessantatre anni conservò Maometto le forze necessarie alle fatiche temporali e spirituali della sua missione. Più che ad odio dovrebbero movere a compassione i suoi accessi d'epilepsia, calunnia inventata da' Greci[166]; ma egli credette d'essere stato da una Ebrea avvelenato a Chaibar[167]. La sua salute per quattro anni andò di giorno in giorno languendo; s'aggravarono le sue infermità, e finalmente morì d'una febbre di quattordici giorni, che per intervalli gli tolse la ragione. Vedendosi al termine della sua carriera mortale, pensò ad edificare i suoi fratelli con singolare umiltà. «Se v'ha, diss'egli dall'alto della sua cattedra, se v'ha alcuno che io abbia ingiustamente percosso, mi sottometto alla sferza della rappresaglia. Se ho macchiata la riputazion d'un Musulmano, divulghi pur egli i miei falli davanti alla congregazione. Se ho spogliato delle sue sostanze un fedele, serva quel poco che possedo a pagare il capitale e il frutto del debito.» «Sì, gridò una voce di mezzo alla folla, ho ragion di pretendere tre dramme d'argento». Maometto trovò giusta la domanda, pagò la somma richiesta, e rendè grazie al creditore che lo aveva accusato in questo Mondo piuttosto che nel giorno finale. Con una fermezza tranquilla vide accostarsi l'ultim'ora: diede la libertà a' suoi schiavi (diciassett'uomini, per quanto si crede, e undici donne); dispose minutamente l'ordine che si doveva tenere ne' suoi funerali, e moderò le lamentazioni de' suoi amici cui benedisse con parole di pace. Sino a' tre ultimi giorni fece in persona la pubblica preghiera; parve poscia che eleggendo Abubeker a supplire per lui in quell'ufficio, destinasse quel vecchio e fedele amico per successore nelle incumbenze sacerdotali e regie; ma non volle esporsi all'odio che gli avrebbe potuto suscitare un'elezione più spiegata. Nel punto che visibilmente andavano scemando le sue forze, domandò penna e inchiostro per iscrivere, o piuttosto per dettare, un libro divino, com'egli diceva, che fosse il compendio e il compimento di tutte le rivelazioni: nella stessa sua camera insorse disputa per sapere, se gli si permetterebbe di porre un'autorità superiore a quella del Corano; e la quistione si riscaldò tanto che dovè d'indecente veemenza riprendere i suoi discepoli. Se si può prestar fede in parte alle tradizioni delle sue mogli, o di coloro che vissero con lui, mantenne in seno alla famiglia, e sino all'ultimo istante di vita, tutta la dignità d'un appostolo, e tutta la franchezza d'un entusiasta; descrisse le visite dell'angelo Gabriele venuto a dar l'ultimo addio alla terra, ed espresse una viva fiducia non solo nella bontà, ma nel favore dell'Essere supremo per lui. Un giorno, in un colloquio familiare, aveva annunciato che per un suo privilegio speciale non verrebbe l'angelo della morte a pigliar la sua anima se non se dopo avergliene chiesta rispettosamente licenza. Conceduta che l'ebbe, cadde in agonia; la sua testa si posava sul petto di Ayesha, la prediletta delle sue mogli; svenne egli nell'angoscia, ma poi riavutosi alquanto, sollevò verso la soffitta un'occhiata ancora franca, sebbene già fosse languida la voce, e pronunciò queste parole interrotte: «O Dio!... perdona i miei peccati... sì... vado a rivedere i miei concittadini che sono nel cielo». Poi sdraiato sur un tappeto disteso per terra esalò placidamente l'ultimo fiato. Questo tristo accidente impedì la straordinaria spedizione che dovea farsi per la conquista della Siria: l'esercito s'era fermato alle porte di Medina, e stavano i capitani raccolti attorno al loro padrone moribondo. Nella città, e specialmente poi in casa del Profeta, non s'udivano che grida di dolore quando cessava il silenzio della disperazione; dal solo fanatismo si ottenea qualche consolazione e speranza. «Il testimonio, l'intercessore, il mediator nostro presso Dio non può esser morto, gridavasi, ce ne appelliamo a Dio, non è morto: come Mosè e Gesù,[168] assorto in estasi, ben tosto ritornerà al suo fido popolo.» Non si volle stare alla testimonianza de' sensi, e Omar, cavando la scimitarra dal fianco, minacciò di tagliare la testa di quell'infedele che osasse asserire che più non viveva il Profeta. La moderazione d'Abubeker, da tutti rispettato, sedò lo scompiglio. «Adorate voi Maometto, disse egli ad Omar e alla moltitudine, ovveramente il Dio di Maometto? Il Dio di Maometto vive per sempre, ma è mortale l'appostolo siccome noi, e giusta la sua predizione ha soggiaciuto al destino comune de' mortali». I suoi più stretti parenti piamente lo sotterrarono colle proprie mani nel luogo stesso ove era spirato[169]. La sua morte e sepoltura hanno consacrato Medina; e gl'innumerevoli pellegrini della Mecca deviano sovente per onorare con devozione spontanea[170] la modesta tomba del Profeta[171].
Aspetterà forse il lettore che nel termine della vita di Maometto io mi faccia ad esaminare i suoi errori e le sue virtù, e a decidere se quest'uomo straordinario abbia meritato più il titolo d'entusiasta, o quello d'impostore. Quando avessi vissuto familiarmente col figlio d'Abdallah, difficile sarebbe l'impegno e incerto il successo; ma dopo dodici secoli, mi si presentano confusi i delineamenti di questo Profeta fra i religiosi nugoli di incenso; e se potessi pur un istante ravvisarli, questa incerta rassomiglianza non s'affarebbe ugualmente al solitario del monte Hera, al predicatore della Mecca e al vincitor dell'Arabia. Quest'uomo destinato a divenir l'autore di sì gran rivoluzione, era nato, per quanto pare, con un'inclinazione alla pietà e alla contemplazione: quando pel suo matrimonio fu immune dal bisogno, evitò la strada dell'ambizione e dell'avarizia; visse innocente sino all'età di quarant'anni, e se fosse morto allora non avrebbe avuto alcuna celebrità. L'unità di Dio è un'idea conformissima alla natura e alla ragione; dal solo conversare una volta co' Giudei e co' Cristiani potè apprendere a spregiare e a detestare l'idolatria della Mecca. Era ufficio di uomo e di cittadino pubblicar la dottrina della salute, e togliere dal peccato e dall'orrore la patria. È agevole cosa a concepirsi che uno spirito inteso costantemente e acremente a uno stesso oggetto, potesse convertire un obbligo generale in una mission particolare, e considerare per inspirazioni del cielo gli ardenti concetti della sua immaginazione; che l'ardor del pensiero abbia potuto condurlo ad una specie di estasi e di visione, e che abbia poi rappresentato le sue sensazioni interne, e la sua guida invisibile sotto la forma e gli attributi d'un angelo di Dio[172]. Pericoloso e lubrico è il passo dal fanatismo all'impostura. Il Demone di Socrate[173] ci mostra abbastanza sino a qual segno possa un saggio illudere sè medesimo, come illudere gli altri un uom virtuoso, in qual modo addormentarsi la coscienza fra l'illusion personale e la frode volontaria. La carità ci farebbe persuasi che dapprima fosse animato Maometto da' motivi più puri d'una benevolenza naturale; ma l'appostolo che non è un Dio, è tale da non amare increduli ostinati nel ributtare le sue pretensioni, nel dispregiarne gli argomenti, nel perseguitare la sua vita. Se Maometto perdonò qualche volta a' suoi avversari personali, credea senz'altro lecito a sè di detestare i nemici di Dio; allora passioni inflessibili d'orgoglio e di vendetta gli entrarono in cuore, e, simile al Profeta di Ninive,[174] fece voti per la distruzione de' ribelli che avea condannati. Per l'ingiustizia usatagli dalla Mecca, e per l'elezione che fece Medina, il semplice cittadino fu trasformato in principe, e l'umile predicatore in generale d'esercito. Ma sacra era la sua spada per l'esempio de' Santi, e quel Dio che punisce un Mondo peccatore colla peste e co' tremuoti, poteva adoperare il valor de' suoi servi per convertire e castigare alcuni uomini. Nell'esercitare il governo politico fu obbligato a mitigare l'inflessibile severità del fanatismo, a cedere in qualche parte a' pregiudizi e alle passioni de' Settari di quello, e di valersi degli stessi vizi del genere umano per la salute di esso. Soventi volte la menzogna e la perfidia, la crudeltà e l'ingiustizia servirono a propagare la fede, e Maometto ordinò o approvò l'assassinio de' Giudei, e degl'idolatri fuggiti dal campo di battaglia. Cotali atti ripetuti dovettero depravarne l'indole a poco a poco, e la pratica di alcune virtù personali e sociali, necessarie a mantenere la riputazione di Profeta nella sua Setta, e fra i suoi amici, furono debole compenso agli effetti funesti di quelle abitudini perniciose. L'ambizione fu la passion dominante degli ultimi suoi anni, e potrebbe un politico sospettare che dopo le vittorie ridesse l'impostore nel suo secreto del fanatismo della sua gioventù, e della credulità de' suoi proseliti[175]. In vece un filosofo osserverà che il buon esito, e l'altrui sciocchezza rafforzar dovevano in lui l'idea d'una mission divina, che i suoi interessi erano inseparabilmente collegati colla sua religione, e che potea liberarsi da' rimproveri della coscienza, persuadendo a sè stesso, che la Divinità dispensava lui solo dalle leggi positive e morali. Solo che se gli supponga un resto di rettitudine naturale, ponno considerarsi i suoi delitti quasi una testimonianza della sua buona fede. Le arti della menzogna e della soperchieria parranno men colpevoli quando s'impiegano al trionfo della verità, e avrebbe avuto orrore a valersi di siffatti istrumenti, se non fosse stato certo che rilevanti e giusti erano i disegni pe' quali ne usava. Si può per altro anche in un conquistatore e in un sacerdote trovare una parola, un'azione di vera umanità; e quel decreto, che nella vendita de' prigionieri vietò il separare le madri da' figli, può sospendere e raddolcire la censura dello storico[176].
Maometto avea il buon senso di non curare la pompa e la dignità regia[177]: l'appostolo di Dio s'abbassava alle occupazioni più oscure della vita domestica: accendeva il foco, scopava la stanza, mugnea le pecore, rattoppava le scarpe, e le vestimenta. Se aveva a schifo le mortificazioni e le virtù di un romito, osservava senza sforzo, come senza vanità, la dieta frugale d'un Arabo e d'un soldato. Nelle grandi occasioni ammetteva i compagni al suo desco che allor s'imbandiva con un'abbondanza rustica ed ospitale; ma abitualmente lasciava passar più settimane senza accendere fuoco in cucina. Confermava coll'esempio la proibizione del vino: calmava la fame con un tozzo di pane d'orzo; gli piaceva assai il latte e il mele, ma per costume si nudriva di datteri e d'acqua. Profumi e donne erano le due sensualità che il suo temperamento esigeva; non erano proibite dalla sua religione, ed egli asseriva che anzi da questi piaceri innocenti pigliava forza il fervore della sua devozione. Pel caldo del clima il sangue degli Arabi è acceso, e gli scrittori antichi notarono la inclinazione di quelli al libertinaggio[178]. Dalle leggi religiose e civili del Corano ne venne regolata l'incontinenza; furono biasimate le alleanze incestuose, ed una illimitata poligamia fu ristretta a quattro mogli, o concubine; furono statuiti con eque norme i dritti di letto e di stradotale delle mogli; fu disanimata la libertà del divorzio; divenne per esse l'adulterio un delitto capitale, e fu punita con cento vergate la fornicazione d'entrambi i sessi[179]. Furon questi i precetti dati dal legislatore nella calma della ragione; ma nella vita privata, si abbandonò Maometto senza ritegno alle inclinazioni dell'uomo, e fece abuso de' dritti di Profeta. Una rivelazione speciale lo dispensò dalle leggi, ch'egli aveva al suo popolo imposte; tutte, senza riserva, le donne furono in preda a' suoi desiderii: questa singolare prerogativa fu per altro soggetto d'invidia più che di scandolo, e di venerazione anzi che no pe' Musulmani devoti. Richiamando alla memoria le settecento mogli e le trecento concubine del sapiente Salomone, loderemo la moderazione del Profeta arabo, che sposò soltanto quindici o diciassette donne; undici delle quali aveano ciascuna il proprio appartamento separato intorno alla casa dell'appostolo, e alternativamente otteneano il favore della sua compagnia coniugale. È cosa singolare che tutte fossero vedove, trattane Ayesha, la figlia di Abubeker. La quale era vergine quando la sposò; e tale è la forza del clima per anticipare il tempo della pubertà, ch'ella non avea che nove anni quando egli consumò il matrimonio. La giovinezza, l'avvenenza, la franchezza d'Ayesha le diedero ben presto la preminenza su le compagne; ebbe l'amore e la confidenza del Profeta, e dopo la morte del marito, la figlia d'Abubeker fu per lungo tempo riverita come la madre de' fedeli. Equivoca per altro ed imprudente fu la sua condotta morale; in un viaggio di notte rimase per avventura indietro, e la mattina tornò al campo in compagnia d'un uomo. Maometto inclinava alla gelosia, ma da una rivelazione ebbe avviso che innocente era sua moglie; castigò gli accusatori, e pubblicò quella legge, così utile alla pace delle famiglie, che non sarebbe condannata alcuna donna se da quattro uomini non fosse stata veduta nell'atto d'adulterio[180]. L'amante Profeta dimenticò gl'interessi della propria fama nelle sue tresche con Zeineb, sposa di Zeid, e con Maria, schiava egiziana. Stando un giorno in casa di Zeid, scorse seminuda la bella Zeineb, e si lasciò fuggire un grido di cupidigia, e di devozione. Il servile o riconoscente liberto capì quel che bramava l'appostolo, e si prestò senza esitazione a compiacere gli amori del suo benefattore: ma avendo i legami figliali esistenti fra loro suscitato una specie di scandolo; discese dal cielo l'angelo Gabriele a ratificare quanto era accaduto, annullò l'atto di adozione, e blandamente rimbrottò il Profeta che diffidasse della indulgenza di Dio. Hafna, figlia di Omar, una delle mogli di Maometto, lo sorprese sul letto proprio in braccio alla schiava egiziana; promise ella di perdonargli e di mantenere il secreto, ed egli giurò che rinuncierebbe a Maria. Ma entrambi posero in dimenticanza i patti, e l'angelo Gabriele venne un'altra volta dal cielo con un capitolo del Corano che assolvea Maometto dal giuramento, e l'esortava a godersi liberamente le sue prigioniere e le concubine; senza badare a' clamori delle sue mogli. In un ritiro di trenta giorni con Maria, adempiè il meglio che seppe fare agli ordini dell'inviato di Dio. Quando ebbe sbramato l'amore e la vendetta chiamò alla sua presenza le undici mogli, le rimproverò d'inobbedienza e d'indiscrezione, e le minacciò di divorzio in questo Mondo e nell'altro; minaccia terribile, poichè quelle che aveano diviso il letto col Profeta erano per sempre escluse dalla speranza d'un secondo matrimonio. Quel che si narra delle facoltà naturali, o soprannaturali, che avea in sorte il Profeta[181], potrebbe scusare per avventura la sua incontinenza; è fama ch'egli vantasse il vigore di trenta figli d'Adamo, e che avrebbe potuto eguagliare la decimaterza fatica[182] dell'Ercole greco. Potrebbe anche la sua fedeltà per Cadijah fornire un argomento difensivo più serio e decente: in ventiquattro anni di matrimonio, non fece mai uso, quantunque giovane, del suo diritto di poligamia, nè mai all'orgoglio o alla tenerezza della illustre matrona toccò di soffrire l'associazione d'una rivale. Morta che fu, la noverò tra le quattro donne perfette, tre delle quali erano la sorella di Mosè, la madre di Gesù, e Fatima, la prediletta tra le sue figlie. «Non era già vecchia? gli disse un dì Ayesha, coll'insolenza d'una bella e fresca giovane, e Dio non le ha sostituita un'altra migliore? — No, per Dio, rispose Maometto con un'effusione di virtuosa gratitudine, veruna donna può essere preposta a Cadijah: ella mi ha creduto quando mi sprezzavano gli uomini; ella ha provveduto alla mia necessità mentre io era povero e perseguitato dagli uomini[183]».
Moltiplicando in tal guisa le mogli, avea forse in animo il fondatore d'una nuova religione, e di un nuovo impero, di moltiplicare le sorti di una numerosa posterità, e d'una successione diretta. Ma le speranze di Maometto andarono deluse. Ayesha, sposata vergine, e le altre sue dieci mogli tutte vedove, in età matura e di provata fecondità, tra le possenti braccia di lui si rimasero sterili. Quattro figli avuti di Cadijah erano morti in infanzia. Maria, la sua concubina Egiziana, gli divenne più cara per aver partorito Ibrahim, ma non passarono quindici mesi che dovè il Profeta piangerne la perdita: sostenne egli con fermezza i motteggi de' suoi nemici, e represse l'adulazione o la credulità de' Musulmani, assicurandoli che un'ecclissi solare, avvenuta in quel tempo, non era stata conseguenza della morte d'Ibrahim. Avea pure avuto da Cadijah quattro figlie, le quali sposarono i più fedeli de' suoi discepoli; morirono tre prima del padre loro; ma Fatima, l'ultima che godea tutta la sua confidenza e affezione, divenne consorte d'Alì suo cugino, e ceppo d'una stirpe illustre. Al merito e alle disgrazie d'Alì e de' suoi discendenti, è d'uopo ch'io doni qui anticipatamente la esposizione della serie de' Califfi saraceni, titolo che distingue i Commendatori de' credenti in qualità di vicari e di successori dell'appostolo di Dio[184].
La nascita d'Alì, il suo matrimonio e la sua riputazione, che lo innalzarono sopra tutti i suoi concittadini, poteano giustificarne le pretensioni al trono dell'Arabia. Figlio d'Abu-Taleb, era già per questo solo titolo il Capo della famiglia di Hashem, e principe ereditario, o custode della città e del tempio della Mecca. S'era dileguata la luce profetica, ma il marito di Fatima potea sperare l'eredità e la benedizione del padre della moglie; alcune volte avevano gli Arabi obbedito ad una donna, e il Profeta strignendo teneramente fra le braccia i suoi due nipoti, li avea dalla sua cattedra qualche volta mostrati al popolo come l'unica speranza della sua vecchiaia, e come Capi della gioventù del paradiso. Poteva il primario de' veri credenti aver fiducia di camminare davanti a loro in questo e nell'altro Mondo, e se taluni pur comparivano più gravi ed austeri, almeno tra i nuovi convertiti, non potea veruno vincere Alì nello zelo e nella virtù. Accoppiava in sè i pregi di poeta, di soldato e di santo: vive ancora la sua sapienza in una Raccolta di sentenze morali e religiose[185], e quando era tempo di disputare o di combattere, dalla sua eloquenza o dal suo valore erano soggiogati gli avversari. Dal primo giorno della sua missione sino all'estrema cerimonia de' suoi funerali, non fu mai abbandonato l'appostolo da quell'amico generoso, ch'egli amava denominare suo fratello, suo vicegerente, e il fido Aronne d'un altro Mosè. Fu poi rimproverato il figlio d'Abu-Taleb di avere trascurato i propri interessi, omettendo di farsi dichiarare in guisa solenne successore al trono, il che avrebbe tolta di mezzo ogni concorrenza, e data ai suoi diritti la sanzione d'un decreto celeste; ma scevro da diffidenza l'eroe s'affidava in sè stesso. La gelosia per altro del potere, e forse la tema di qualche contrarietà valsero a tenere in sospeso le risoluzioni di Maometto, e nell'ultima infermità vide assediato il suo letto dalla scaltrita Ayesha figlia di Abubeker e nemico d'Alì.
A. D. 632
Colla morte e pel silenzio di Maometto, la nazione ricuperò i suoi dritti, e convocò un'assemblea per deliberare su la scelta d'un successore. I titoli di nascita, e l'ardito e altero contegno d'Alì offendevano lo spirito aristocratico degli anziani che volevano poter sovente disporre dello scettro con libere e frequenti elezioni. Mal sofferivano i Koreishiti l'orgogliosa preminenza della linea di Hashem; si riaccese l'antica discordia delle tribù; i fuggiaschi della Mecca e gli ausiliari di Medina posero in campo i lor dritti speciali, e fu fatta l'imprudente proposta di eleggere due Califfi independenti, cosa che avrebbe soffocato pur nella cuna la religione e l'impero de' Saraceni. Ogni trambusto cessò per la magnanima risoluzione di Omar, il quale rinunciando alle sue pretensioni, alzò subitamente la mano, e si dichiarò il primo suddito del placido e venerando Abubeker. L'occasione, che era urgente, e l'assenso popolare poterono rendere scusabile questa illegale e precipitata determinazione; ma Omar esso stesso annunciò dalla cattedra, che se da indi in poi osasse un Musulmano precedere il suffragio de' suoi fratelli, sarebbero degni di morte e l'elettore e l'eletto[186]. Abubeker fu senza pompa installato; Medina, la Mecca, le province d'Arabia gli obbedirono. Soli gli Hashemiti negarongli il giuramento di fedeltà, e il pertinace lor Capo si tenne racchiuso per più di sei mesi in casa senza volerlo riconoscere, e senza por mente alle minacce d'Omar, il quale tentò di dar fuoco alla casa della figlia dell'appostolo. Colla morte di Fatima, e coll'indebolimento della fazione d'Alì si calmò in lui lo sdegno, e riconobbe egli finalmente il generale de' fedeli; approvò la scusa da quello addotta della necessità di prevenire i nemici comuni, e saviamente ricusò la proposta, che Abubeker gli faceva, d'abdicare il governo degli Arabi. Dopo un regno di due anni, il vecchio Califfo intese la voce dell'angelo della morte. Nel suo testamento, coll'assenso tacito de' suoi compagni, commise lo scettro alla ferma ed intrepida virtù di Omar. «Non ho mestieri di questa dignità,» disse il modesto Musulmano. «Ma la dignità ha bisogno di te,» gli rispose Abubeker, il quale si morì pregando fervorosamente il Dio di Maometto, perchè volesse ratificare quella scelta, ed inspirare a' Musulmani sommessione e concordia. Fu esaudita la sua orazione, poichè Alì si diede tutto alla solitudine e alla preghiera, e protestò di voler rispettare il merito e la dignità del suo rivale, che lo consolò della perdita dell'impero co' più cortesi uffici di amicizia e di stima. Omar fu assassinato nell'anno duodecimo del suo regno. Temendo di gravare la propria coscienza co' peccati del successore, non volle nominare al trono nè suo figlio, nè Alì; ma lasciò a sei de' suoi rispettabili socii la difficil cura di scegliere il comandante de' credenti. Fu pure Alì biasmato dagli amici[187] d'aver permesso che venissero assoggettati i suoi dritti al giudizio degli uomini, e d'averne riconosciuta la giurisdizione accettando un posto fra i sei elettori. Avrebbe potuto ottenerne il suffragio se avesse degnato promettere di conformarsi, in guisa rigorosa e servile, non solo al Corano e alla tradizione, ma alle decisioni de' due anziani[188]. Othmano, già secretario di Maometto, accettò a quelle condizioni il governo, e soltanto dopo il terzo Califfo, cioè passati ventiquattro anni dopo la morte del Profeta, Alì, per voto del popolo, fu investito della dignità di re e di gran sacerdote. I costumi degli Arabi non aveano perduta poco nè punto la primitiva semplicità, e il figlio d'Abu-Taleb non si curò della pompa e delle vanità del Mondo. Nell'ora della orazione si trasferì alla moschea di Medina, vestito d'una leggera stoffa di bambagia, coperto il capo di un turbante grossolano, colle pantofole in una mano, e coll'altra posata sopra il suo arco che gli serviva di bastone. Da' compagni del Profeta e da' Capi delle tribù venne salutato il nuovo sovrano, e gli fu presentata la destra in segno di fedeltà.
Avviene per lo più, che i mali prodotti dalle contese dell'ambizione si restringano a' tempi e a' luoghi ove insorsero le contese medesime; ma la discordia religiosa degli amici e nemici d'Alì, riaccesa in tutti i secoli dell'Egira, nutre pur oggi l'odio perenne de' Turchi e de' Persiani[189]. Questi ultimi avviliti col nome di shiiti, o settari, hanno aggiunto al simbolo Musulmano l'articolo seguente di fede: che se Maometto è l'appostolo di Dio, il suo compagno Alì n'è il Vicario. Nel commercio abituale della vita, e nel culto pubblico, scagliano imprecazioni contro i tre usurpatori la cui esaltazion successiva lo ha per sì lungo tempo, ad onta de' suoi dritti, rimosso dalla dignità d'Imano e di Califfo; e nell'idioma loro il nome d'Omar esprime il colmo della scelleraggine e dell'empietà[190]. I Sonniti, la dottrina dei quali è accettata generalmente e si fonda sulla tradizione ortodossa de' Musulmani, seguono una opinione più imparziale, o per lo meno più decente. Rispettano la memoria d'Abubeker, d'Omar, d'Othmano e d'Alì, tutti santi e successori legittimi del Profeta; ma credendo che il grado di santità abbia determinato l'ordine di successione[191], danno l'ultimo luogo allo sposo di Fatima. Quello storico, che con una mano ritrosa a' monumenti della superstizione bilancerà il merito de' quattro Califfi, pronuncierà sentenza che i lor costumi furono egualmente puri ed esemplari, che ardente ne fu lo zelo, e giusta tutte le apparenze sincero, e che in mezzo all'opulenza e potenza loro consacrarono la vita alla pratica dei doveri della morale e della religione; ma le virtù pubbliche d'Abubeker e d'Omar, ma la sapienza del primo, e la severità del secondo mantennero in pace e nella prosperità lo Stato. Per debolezza di naturale e per la vecchiaia Othmano fu inetto a dilatare l'Impero colle conquiste, o a reggere il peso del governo. Egli delegava ad altrui l'autorità, ed era ingannato; ammetteva altri alla sua confidenza, ed era tradito. I più saggi tra i fedeli gli furono inutili, o si cangiarono in nemici, e le sue prodigalità gli suscitarono ingrati e malcontenti. Per le province si sparse il mal seme della discordia: s'adunarono i deputati di quelle a Medina, e co' Charegiti, disperati fanatici, i quali recalcitravano alla subordinazione e alla ragione, si confusero gli Arabi, che, nati liberi, chiedeano riforma degli abusi di cui dolevansi, e punizione degli oppressori. Cufa, Bassora, l'Egitto e le tribù del deserto armarono i lor guerrieri, vennero ad accamparsi ad una lega circa da Medina, e imperiosamente al sovrano intimarono di fare ad essi giustizia, o di scendere dal trono. Di già il suo pentimento disarmava e disperdeva i rivoltosi; ma l'artificio de' suoi nemici li accese di nuovo furore, e per una falsità, a cui si lasciò indurre un perfido secretario, perdette Othmano la riputazione, e più presta ne fu la caduta. Non aveva più il Califfo la stima e la fiducia de' Musulmani, unico presidio de' suoi antecessori: un assedio di sei settimane lo ridusse a mancar d'acqua e di viveri, nè le deboli porte del suo palagio ebbero altra difesa che gli scrupoli di pochi ribelli più timorati che gli altri. Abbandonato da coloro che aveano abusato della sua bontà, al venerando Califfo, rimasto senza difensori, non restò che attendere la morte: si presentò condottiero degli assassini il fratello d'Ayesha: fu trovato Othmano che teneva il Corano sul petto, e fu da mille colpi trafitto. Dopo cinque giorni d'anarchia, cessò il tumulto colla inaugurazione d'Alì; il rifiutar la corona sarebbe stato cagione d'una strage generale. In questa critica situazione, mantenne egli la fierezza che s'addiceva al Capo degli Hashemiti, e dichiarò che preferito avrebbe il servire al regnare; gridò contro la presunzione de' soldati esteri, e volle l'assenso se non volontario, almeno espresso de' Capi della nazione. Non fu mai accusato d'essere stato complice dell'assassinio di Omar, quantunque si celebri in Persia senza riguardo la festa dell'uccisore di quel Califfo. S'era dapprima interposto Alì ad accomodare la lite fra Othmano e i suoi sudditi, ed Hassan, il primogenito de' suoi figli, mentre difendeva il Califfo, fu insultato e ferito. Rimane dubbio peraltro se Alì sia rimasto ben saldo e fosse sincero nell'opporsi a' ribelli, ed è poi certo che si giovò del loro delitto. Un'esca simile potea ben sedurre e corrompere la più specchiata virtù. Non solo su la sterile Arabia si stendeva lo scettro de' successori di Maometto, ma i Saraceni erano stati vincitori in oriente e in occidente, e le doviziose contrade della Persia, della Siria, dell'Egitto erano il patrimonio del comandante de' fedeli.
A. D. 655-660
Una vita passata in orazione e in contemplazione non avea raffreddato l'ardor guerriero ed operoso di Alì: giunto all'età matura, con una lunga esperienza del Mondo, lasciava vedere nel suo contegno una temerità e imprudenza giovanile. Ne' primi giorni della sua amministrazione non pensò ad assicurarsi con benefici, o con catene, della mal certa fedeltà di Telha e di Zobeir, due Capi arabi i più poderosi. Si ricoverarono essi alla Mecca, indi a Bassora, inalberarono il vessillo della ribellione, e s'insignorirono della provincia d'Irak e dell'Assiria, che invano domandate aveano per guiderdone de' servigi prestati: la maschera del patriottismo giova a coprire le più manifeste contraddizioni; e i nemici d'Othmano, che forse ne furono gli assassini, chiesero allora che fosse vendicata la sua morte. Furono nella fuga accompagnati da Ayesha, la vedova di Maometto, che sino all'ultimo istante di vita serbò implacabil odio al marito e alla posterità di Fatima. I più ragionevoli tra i Musulmani si scandolezzarono al vedere, che la madre de' fedeli cimentasse e persona e dignità in un campo, ma la moltitudine superstiziosa credè che dalla sua presenza fosse consacrata la giustizia, e accertato il trionfo dalla causa da lei abbracciata. Il Califfo seguìto da ventimila de' suoi fidi Arabi, e da novemila prodi ausiliari di Cufa, diede battaglia sotto le mura di Bassora a' ribelli superiori di numero, e riportò la vittoria. Telha e Zobeir, Capi dell'esercito nemico, caddero in quel conflitto, il primo ove l'armi de' Musulmani si tinsero del sangue de' concittadini. Ayesha, dopo aver corse le file per incoraggiare i soldati, s'era posta in mezzo al pericolo. Settanta uomini, che teneano le redini del suo cammello, furono uccisi o feriti, e la seggiola o lettiga in cui era chiusa si trovò, finita l'azione, tutta traforata e carica di chiaverine e di dardi. Sostenne la augusta prigioniera con volto intrepido i rimbrotti del vincitore, il quale, con quei riguardi e quell'affezione che doveva sempre alla vedova dell'appostolo, la rimandò subito al luogo ove solamente poteva essere confinata in modo decoroso, cioè alla tomba di Maometto. Dopo questa vittoria, che si denominò la giornata del cammello, Alì si volse contro un avversario più formidabile, contro Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian, che aveva preso il titolo di Califfo, ed era francheggiato dalle forze della Siria, e dalla riputazione della casa d'Ommiyah. Dopo il passaggio del Thapsaco, la pianura di Siffin[192] s'allunga su la riva occidentale dell'Eufrate. In questo terreno vasto e piano fecero i due competitori per centodieci giorni una guerra d'avvisaglie. La perdita d'Alì in novanta scaramucce, succedute in que' giorni, fu valutata di venticinquemila uomini, e quella di Moawiyah di quarantacinquemila; si trovarono fra i morti venticinque veterani di quelli che aveano combattuto a Beder, sotto lo stendardo di Maometto. In sì sanguinosa tenzone, il Califfo legittimo si dimostrò superiore al rivale per valore e per umanità. Ordinò alle sue milizie, sotto pene severe, d'aspettare il primo assalto del nemico, di perdonare a' fuggiaschi, di rispettare i cadaveri degli uccisi, e l'onore delle prigioniere. Propose da generoso di risparmiare il sangue de' Musulmani con un duello; ma intimorito il rivale, ricusò una disfida che gli pareva una sentenza di morte. Montato Alì sopra un cavallo baio investì, precedendo i suoi soldati, e ruppe le file dei Siri, sbigottiti dalla forza invincibile della sua grave spada a due tagli. Ogni volta che atterrava un ribelle, gridava, Allah Acbar; «Dio è vincitore;» e nel forte d'una battaglia notturna, s'intese quattrocento volte ripetere questa terribile esclamazione. Già il principe di Damasco meditava la fuga; ma per l'inobbedienza e il fanatismo delle sue soldatesche perdette Alì la vittoria che sembrava per lui sicura. Moawiyah ne agitò la coscienza col dichiarare solennemente, che si appellava al Corano cui mostrava esposto su le picche della prima fila di soldati, e dovette Alì soscrivere una tregua obbrobriosa, e un compromesso insidioso. Si ritrasse egli a Cufa, pieno di dolore e di rabbia; scorata era la sua fazione; lo scaltro rivale soggiogò, o sedusse, la Persia, l'Yemen, l'Egitto; e il pugnale del fanatismo, rivolto contro i tre Capi della nazione, non colse che il compagno di Maometto. Tre Charegiti, o entusiasti, discorrendo un giorno nel tempio della Mecca intorno ai disordini della Chiesa e dello Stato, decisero che colla morte d'Alì, di Moawiyah e d'Amrou, amico di quest'ultimo e vice-re dell'Egitto, sarebbe rimessa la pace e l'unità della religione. Ognuno degli assassini elesse la sua vittima, avvelenò il ferro, si consacrò alla morte, e secretamente si trasferirono al luogo destinato per commettere il delitto. Erano tutti tre del pari fermi e risoluti; ma il primo, per isbaglio, trafisse in vece di Amrou il deputato che sedeva al suo posto: dal secondo fu pericolosamente ferito il principe di Damasco, e il terzo nella moschea di Cufa colpì mortalmente il Califfo legittimo, che, nel sessantesimoterzo anno dell'età sua morì, raccomandando generosamente ai figli di terminare con un sol colpo il supplizio dell'assassino. S'ebbe cura di celare il suo sepolcro[193] a' tiranni della casa d'Ommiyah[194]; ma nel quarto secolo dell'Egira fu innalzato, presso le ruine di Cufa, un monumento, un tempio, e una città[195]. Migliaia di Shiiti riposano in quella terra sacra a' piedi del Vicario di Dio, e il deserto è avvivato dal concorso de' Persiani, de' quali ogn'anno è grande la frequenza colà, nell'opinione che sia meritorio quel pellegrinaggio al pari di quel della Mecca.
A. D. 661-668
I persecutori di Maometto usurparono l'eredità de' suoi figli, e i difensori della idolatria si fecero Capi supremi della sua religione e del suo impero. Violenta ed ostinata fu l'opposizione d'Abu-Sophian, tarda e forzata la conversione; ma dall'ambizione e dall'interesse fu rassodato nella fede che aveva abbracciata; servì, combattè, e forse credette veramente, e da' nuovi meriti della famiglia d'Ommiyah fu cancellata la memoria de' torti della sua prisca ignoranza. Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian e della crudele Henda, sin dalla prima gioventù era stato fregiato dell'incarico, o del titolo di segretario del Profeta. Essendogli stato conferito dal saggio Omar il governo della Siria, amministrò per più di quarant'anni quella rilevante provincia, sia come agente subordinato, o come Capo supremo, senza rinunciare alla fama di prode e di liberale, e soprattutto amò quella di umano e di moderato. Dalla gratitudine il popolo fu vincolato al suo benefattore, e i Musulmani vittoriosi s'arricchirono delle spoglie di Cipro e di Rodi: dal sacro dovere di perseguitare i sicari d'Othmano pigliò pretesto la sua ambizione per operare. Espose nella moschea di Damasco la camicia sanguinente del martire: l'Emir deplorò la disgrazia del suo alleato, e sessantamila Siri giurarono di rimanergli fedeli, e di vendicare Othmano. Amrou vincitore dell'Egitto, che valeva esso solo per un esercito, fu primo a salutare il novello monarca, e divolgò quel pericoloso segreto, potersi creare i Califfi arabi anche fuori della città del Profeta[196]. Lo scaltrito Moawiyah deluse la prodezza del rivale, e, morto Alì, negoziò l'abdicazione del figlio Hassan, che aveva un animo superiore, o forse inferiore, ad un impero mondano, e a cui non increbbe posporre il palagio di Cufa ad un'umile celletta presso la tomba dell'avo. Finalmente il cangiamento d'un impero elettivo in monarchia ereditaria satisfece gli ambiziosi desiderii del Califfo. Qualche mormorìo di libertà o di fanatismo indicò la ripugnanza degli Arabi, e da quattro cittadini di Medina fu negato il giuramento di fedeltà: ma seppe Moawiyah dirigere i suoi disegni con vigore e destrezza, e il suo figlio Yezid, quantunque d'indole debole e di costumi dissoluti, fu gridato comandante de' fedeli, e successore dell'appostolo di Dio.
A. D. 680
Si narra della beneficenza d'un figlio d'Alì il fatto seguente. Uno schiavo servendo la tavola lasciò cadere sopra il padrone una scodella piena di brodo bollente: allora si gettò a' suoi piedi, e per sottrarsi al gastigo ripetè quel passo del Corano, che dice: «il paradiso è per coloro che san dominare la propria collera. — Io non sono in collera. — E per quelli che perdonano le offese. — Io perdono l'offesa che m'hai fatto. — E per quelli che rendono bene per male. — Io ti dono la libertà e quattrocento pezze d'argento.» Hosein, fratel minore di Hassan, con tutta la pietà di questo avea pure ereditato in parte il coraggio del padre; militò decorosamente contro i cristiani nell'assedio di Costantinopoli. Aggiugneva la primogenitura della stirpe di Hashem al sacro carattere di nipote dell'appostolo: potea sostenere le sue pretensioni contro Yezid, tiranno di Damasco, di cui spregiava i vizi, e non degnava riconoscere i titoli. Fu trasmessa in secreto da Cufa a Medina una lista di cenquarantamila Musulmani, che si dichiaravano parteggiatori della sua causa, e prometteano di pigliar l'armi come tosto ei comparisse su le sponde dell'Eufrate. Senza badare a' consigli degli amici più saggi, deliberò d'affidare la propria persona e la famiglia in balìa d'un popolo perfido. Attraversò il deserto dell'Arabia con numeroso seguito di donne e di fanciulli sbigottiti; ma quando fu presso alle frontiere dell'Irak, la solitudine del paese, e le apparenze che vide d'inimicizia gl'inspirarono molta diffidenza, e gli diedero motivo di temere o la diffalta, o la ruina de' suoi partigiani. Fondati erano i timori; Obeidollah, governatore di Cufa, avea soffocate le prime scintille d'insurrezione, e Hosein fu accerchiato, nella pianura di Kerbela, da cinquemila cavalli, che precisero la sua comunicazione colla città e col fiume. Poteva ancora riparare in una Fortezza del deserto, che aveva affrontato le forze di Cesare e di Cosroe, e sperare nella fedeltà della tribù di Tai, che armato avrebbe diecimila guerrieri in sua difesa. In una conferenza che egli ebbe col Capo della soldatesca nemica, domandò che gli fosse permesso di ritornare a Medina, o d'essere collocato in una delle guarnigioni di frontiera che si tenevano contro i Turchi, o finalmente d'essere condotto sano e salvo davanti Yezid; ma gli ordini del Califfo, o del suo Luogo-tenente, erano rigorosi, e assoluti, onde fu risposto ad Hosein che dovea sottomettersi, come prigioniero e colpevole, al comandante de' fedeli, ovveramente aspettarsi la pena della ribellione. «Pensate forse di sgomentarmi, replicò egli, minacciandomi la morte»? Passò dunque la notte seguente nell'apparecchiarsi, con una rassegnazione tranquilla e solenne, alla sua sorte. Consolò sua sorella Fatima che piangea la rovina della sua famiglia. «Non dobbiamo porre fiducia in altro che in Dio, le disse: in cielo e in terra tutto dee perire e ritornare al suo Creatore: mio fratello, mio padre, mia madre erano meglio di me, e la morte del Profeta dee servire d'esempio a tutti». Sollecitò gli amici a porsi in salvo con pronta fuga, i quali con voce unanime ricusarono d'abbandonare l'amato padrone, o di sopravvivergli; ed egli ne rafforzò il coraggio con fervida orazione, e colla promessa del paradiso. Nella mattina di quel giorno funesto, Hosein salì a cavallo, prese in una mano la spada, il Corano nell'altra: i generosi martiri della sua causa erano solo in numero di trentadue cavalieri, e di quaranta fanti; ma fortificato avevano i fianchi e il tergo colle corde delle lor tende, e s'erano muniti con una fossa profonda piena di fascine accese all'usanza degli Arabi. Si avanzarono mal volentieri i nemici, e un de' loro Capi, che disertò con trenta soldati, venne a dividere con Hosein le angosce d'una morte inevitabile. Nelle mischie corpo a corpo, o ne' singolari conflitti, la disperazione rendette invincibili i Fatimiti; ma la moltitudine che gli accerchiava li coperse d'un nembo di dardi: cavalli ed uomini caddero successivamente uccisi: le due parti assentirono una tregua d'un istante per l'ora della preghiera, e in fine terminò la battaglia colla morte dell'ultimo compagno di Hosein. Solo egli allora, rifinito dalla fatica, e piagato, si assise all'ingresso della sua tenda. Mentre stava bevendo poche stille d'acqua per rinfrescarsi, fu colto da un dardo in bocca: e rimasero uccisi fra le sue braccia il figlio e il nipote, giovanetti di rara avvenenza. Sollevò al cielo le mani coperte di sangue, e orò pe' viventi e pe' morti. Escì sua sorella della tenda in un accesso di disperazione, scongiurando il generale de' Cufiani perchè non lasciasse svenare Hosein in sua presenza: e i più arditi fra i suoi guerrieri retrocessero da ogni lato all'arrivo dell'eroe moribondo, che offriva il collo al lor ferro. Lo spietato Shamer, nome abbominato da' fedeli, li rimbrottò di viltà, e il nepote di Maometto cadde trafitto da trentatre colpi di lancia e di sciabola. Ne calpestarono i Barbari il corpo, e portarono la testa al castello di Cufa, ove l'inumano Obeidollah gli percosse colla canna la bocca. «Ahi! esclamò un vecchio Musulmano, su quelle labbra ho veduto le labbra dell'appostolo di Dio». Dopo tanti secoli, e in un clima sì diverso, una scena sì tragica dee movere a pietà il più freddo lettore[197]. Quanto a' Persiani, ricorrendo la festa di questo martire, celebrata ogni anno quando visitar sogliono in pellegrinaggio la sua tomba, s'abbandonano a tutta la frenesia del dolore e dello sdegno[198].
Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici Imani[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan, Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi, senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo degl'Imani, distinto dal soprannome di Mahadi, o Guida, visse più solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte: dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]: può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì: superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de' Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti, mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri. Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde: hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi. Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più recente degli altri re della Terra[204].
I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo. Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero, che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi, successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede. Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale, non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del tempo.
Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina, lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi, come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de' tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208].