CAPITOLO LII. (continued 2)
Davide Bertolotti translation
Dopo che la Spagna si levò di dosso il giogo temporale e spirituale degli Abbassidi, si videro comparire nella provincia d'Affrica i primi sintomi della disobbedienza. Ibrahim, figlio di Aglab, Luogo-tenente del vigile e severo Haroun, legò il suo nome e il potere alla dinastia degli Aglabiti. O per indolenza o per politica dissimularono i Califfi l'oltraggio e il danno, e si contentarono ad usare il veleno contro il Capo della casa degli Edrisiti[543], che fondò il regno e la città di Fez sulle rive del mare occidentale[544].
A. D. 872-902
In oriente, la prima dinastia fu quella del Thaeriti[545] discendenti del prode Taher, che nelle guerre civili dei figli di Haroun avea con troppo zelo e fortuna servito la causa d'Almamon, di tutti il più giovine. Fu mandato in onorevole esiglio a comandare sulle rive dell'Oxo, e l'indipendenza de' suoi successori, che governarono da padroni il Korasan sino alla quarta generazione, fu palliata dalla modestia delle loro azioni, dalla prosperità dei sudditi e dalla sicurezza in cui seppero mantener la frontiera. Rimasero soppiantati da un di quegli avventurieri tanto comuni negli annali dell'oriente, che aveva abbandonato la professione di calderaio, da cui viene il nome di Suffaridi, pel mestiere di ladro. Chiamavasi Giacobbe, ed era figlio di Leith; s'introdusse la notte nell'erario del principe di Sistan: ma avendo urtato in un pezzo di sale, che lo fece cadere, se lo accostò imprudentemente alla lingua per sapere che fosse. Il sale fra gli orientali è simbolo d'ospitalità, e quindi il pio ladro subitamente si ritirò senza prender nulla e senza far guasto. Scopertasi questa azione, tanto onorevole per Giacobbe, ne meritò egli il perdono e la fiducia del principe. Fu comandante da principio dell'esercito del suo benefattore, e combattè poscia per sè; soggiogò la Persia, e minacciò la sede degli Abbassidi. Marciava verso Bagdad quando fu arrestato dalla febbre. L'ambasciator del Califfo chiese udienza: Giacobbe lo chiamò al capezzale del letto; aveva vicino sopra una tavola una scimitarra nuda, una crosta di pane nero, ed un mazzo d'agli. «Se muoio, diss'egli, il vostro padrone non avrà più timore; se vivo, questo ferro deciderà la nostra lite; se son vinto, ripiglierò senza pena la vita frugale della mia gioventù.» Dall'altezza a cui s'era elevato non potea la caduta essere sì tranquilla; la sua morte, venuta a tempo, assicurò col suo riposo quello pur del Califfo, che con immense concessioni ottenne che suo fratello Amrou tornasse nei palagi di Shiraz e d'Ispahan. Eran troppo deboli gli Abbassidi per combattere, e troppo orgogliosi per perdonare; chiamarono in aiuto la potente dinastia de' Samanidi, i quali passarono l'Oxo con diecimila cavalieri tanto poveri che avean le staffe di legno, e tanto prodi che sconfissero l'esercito dei Suffaridi, otto volte più numeroso del loro. Amrou, fatto prigioniero, fu mandato in catene alla Corte di Bagdad, donativo aggradevole; ed essendosi contentato il vincitore alla possessione ereditaria della Transoxiana e del Corasan, tornarono per qualche tempo i regni di Persia al dominio dei Califfi. Due volte le province della Sorìa e dell'Egitto furono smembrate per opera di schiavi turchi della razza di Toulun e di quella d'Ikside[546]. Questi Barbari, che abbracciata aveano la religione ed i costumi de' Musulmani, si sollevarono dalle fazioni sanguinose del palagio al governo d'una provincia, poi ad una autorità independente. Rendettero celebri e formidabili tra i contemporanei i loro nomi; ma i fondatori di queste due potenti dinastie confessarono, sia coi detti, sia coi fatti, la vanità dell'umana ambizione. Nel punto di mandar l'ultimo sospiro, il primo implorò la misericordia di Dio verso un peccatore, che non avea conosciuto i limiti del proprio potere; il secondo, circondato da quattrocentomila soldati e da ottomila schiavi, celava agli occhi di tutti la camera ove procurava di dormire. Furono allevati i loro figli nei vizii dei re, e gli Abbassidi ricuperarono la Sorìa e l'Egitto che possedettero ancora trent'anni. Nel declinare del loro impero, i principi Arabi della tribù di Hamadan si insignorirono della Mesopotamia e delle rilevanti città di Mosul e d'Aleppo. Indarno i poeti della Corte degli Hamadaniti ripeteano, senza arrossire, aver la natura formato il loro viso sul modello della bellezza, la lingua per l'eloquenza e le mani per la liberalità e pel valore; nella storia del loro innalzamento e del lor regno, non troviamo che una serie di perfidie, di assassinii e di parricidii. In que' medesimi giorni funesti agli Abbassidi surse la dinastia de' Bowidi ad usurpare nuovamente il reame di Persia. Tal rivoluzione fu fatta dalla spada dei tre fratelli, i quali sotto diversi nomi si intitolavano sostegni e colonne dello Stato, e che dal mar Caspio all'oceano non vollero altri tiranni fuor di sè stessi. Sotto il lor dominio ripresero vita la lingua e gli ingegni persiani, e trecentoquattro anni dopo la morte di Maometto perdettero gli Arabi lo scettro dell'oriente.
A. D. 936
Rahdi, il ventesimo degli Abbassidi e il trentesimonono dei successori di Maometto, fu l'ultimo che meritò il titolo di comandante de' fedeli[547], l'ultimo (dice Abulfeda) che abbia parlato al popolo e conversato coi dotti, l'ultimo che nelle spese della casa spiegasse la ricchezza e la magnificenza degli antichi Califfi. Dopo lui, i padroni dell'oriente furono ridotti alla più abbietta miseria, ed esposti agli oltraggi ed ai colpi riservati agli schiavi. Per la sedizione delle province si ristrinse il loro dominio al recinto di Bagdad; ma questa capitale racchiudeva sempre una moltitudine innumerevole di sudditi superbi della passata fortuna, mal contanti dello stato in cui erano allora ed aggravati dalle esazioni d'un fisco, per l'innanzi arricchito delle spoglie o dei tributi della nazione. Nel loro ozio erano occupati dalle fazioni e dalla controversia. I rigidi Settari di Hanbal[548], sotto la maschera della pietà, vollero privarli dei piaceri della vita domestica; penetrarono a forza nelle case dei plebei e dei principi, rovesciarono i vasi di vino che trovarono, batterono i musici e ne ruppero gli strumenti, e con infami sospetti disonorarono tutti coloro che vivevano con gioventù di bell'aspetto. Di due persone unite nella professione medesima, una, generalmente, era per Alì, l'altra contro; e finalmente furono scossi gli Abbassidi dalle grida dei Settari che ne contestavano i titoli e maledivano i fondatori di quella dinastia. Solo potea la forza militare reprimere una plebe turbolenta; ma chi poteva sbramare la cupidità dei mercenari, o mantenerli nella disciplina? Gli Affricani e i Turchi, commessi alla guardia del Califfo, vennero scambievolmente alle mani, e gli Emiri d'Omra[549] imprigionarono o deposero il loro sovrano e profanarono la moschea e l'harem. Se i Califfi si riparavano nel campo, o alla Corte d'un principe vicino, non era che un cangiare di servitù; finalmente la disperazione li trasse a chiamare i Bowidi, soldani della Persia, le cui armi invincibili attutirono le fazioni di Bagdad. Moezaldowlat, secondo dei tre fratelli Bowidi, s'arrogò il poter civile e militare, e volle ben generosamente assegnare sessantamila lire sterline per le spese private del comandante dei fedeli. Ma quaranta giorni dopo la rivoluzione, in un'udienza data agli ambasciatori del Chorasan e sotto gli occhi d'una moltitudine sbigottita, i Dilemiti, per ordine del principe straniero, svelsero il Califfo dal trono, e lo strascinarono in un carcere. Gli saccheggiarono il palazzo, gli cavarono gli occhi, e tanta fu l'ambizion degli Abbassidi che non dubitarono d'aspirare ancora ad una corona sì pericolosa e avvilita. I voluttuosi Califfi ritrovarono nella scuola dell'avversità le virtù austere e frugali dei primi tempi della lor religione. Spogliati dell'armatura e del vestimento di seta digiunavano, pregavano, studiavano il Corano e la tradizion dei Sonniti, adempievano con zelo, e da uomini istruiti, gli uffici della lor dignità ecclesiastica. Sempre in essi erano rispettati dalle nazioni i successori dell'appostolo, gli oracoli della legge o della coscienza dei fedeli; qualche volta dalla debolezza e dalle discordie dei lor tiranni fu renduta a loro la sovranità di Bagdad, ma era cresciuta la lor disgrazia col trionfo dei Fattimiti, veri o falsi discendenti di Alì. Questi rivali fortunati, venuti dalla estremità dell'Affrica, aveano annientata in Egitto e in Sorìa l'autorità spirituale e temporale degli Abbassidi, ed il monarca del Nilo insultava l'umil pontefice delle rive del Tigri.
A. D. 960
Mentre crollava l'impero dei Califfi, nel secolo che scorse dopo la guerra di Teofilo e di Motassem, le ostilità delle due nazioni si ridussero a qualche scorreria per terra e per mare, promosse dalla vicinanza e da un odio irreconciliabile; ma le convulsioni che agitarono l'Oriente destarono i Greci dal letargo offerendo speranze di vittoria e di vendetta. L'impero di Bisanzio, dopo l'esaltazione della razza di Basilio, era stato in pace senza perdere la sua dignità, mentre poteva colla totalità delle sue forze assalire alcuni piccoli Emir, i cui Stati erano ad un tempo investiti, o minacciati in un'altra parte da altri Musulmani. I sudditi di Niceforo Foca, principe tanto rinomato in guerra quanto abbominato dal popolo, gli diedero fra le acclamazioni i titoli enfatici di Stella del mattino, e di Morte de' Saracini[550]. Nella sua carica di gran famigliare o di general dell'oriente, soggiogò l'isola di Creta, distrusse quella tana di pirati che da sì lungo tempo impunemente insultava la maestà dell'impero[551], e ci mostra i suoi talenti in questa impresa che avea così sovente costato ai Greci danno e vergogna. Fece sbarcare le sue genti coll'aiuto di ponti solidi e uniti, che dalle sue navi gettava sulla costa. Questo sbarco disseminò lo spavento fra i Saracini. Sette mesi durò l'assedio di Candia: i Cretesi si difesero con un coraggio disperato, animati dai frequenti soccorsi che ricevevano dai lor fratelli d'Affrica e di Spagna; e quando ebbe l'esercito dei Greci superate le mura e la doppia fossa, si batterono ancora nelle strade e nelle case. Presa la capitale, fu soggiogata l'isola intera, ed i vinti, senza opporsi, ricevettero il battesimo offerto dal vincitore[552]. Si diede a Costantinopoli lo spettacolo d'un trionfo: applaudì la capitale a questa cerimonia da gran tempo dimenticata, e il diadema imperiale divenne l'unico guiderdone acconcio a pagare i servigi, o a satisfare l'ambizion di Niceforo.
A. D. 963-975
Dopo la morte di Romano il giovane, quarto discendente di Basilio in linea retta, Teofania sua vedova sposò successivamente i due eroi del suo secolo, Niceforo Foca e Giovanni Zimiscè, assassino di quello. Regnarono come tutori e colleghi dei figli, che erano in minore età, e i dodici anni che comandarono l'esercito dei Greci son l'epoca più bella degli annali di Bisanzio. I sudditi e gli alleati che menarono alla guerra, erano, almeno nell'opinion del nemico, dugentomila uomini, trentamila dei quali erano armati di corazze[553]; quattromila muli seguivano i lor passi, e un muro di picche di ferro difendeva il campo che poneano ogni notte. In una lunga serie di sanguinosi ma indecisivi combattimenti, non può scorgere lo storico che una anticipazione di quelle leggi distruttive, che avrebbe adempiute alcuni anni più tardi il corso ordinario della natura; seguirò dunque in poche parole le conquiste dei due imperatori, dai colli della Cappadocia sino al deserto di Bagdad. Gli assedi di Mopsoesto e di Tarso in Cilicia esercitarono sul principio l'abilità e la perseveranza dei lor soldati, a cui senza tema di errare darò qui il nome di Romani. Dugentomila Musulmani erano predestinati a trovar la morte o la schiavitù[554] nella città di Mopsoesto, divisa in due parti dalla riviera di Saro. Pare sì numerosa questa popolazione, che dee supporsi comprendesse almeno quella dei distretti dependenti da Mopsoesto. Questa città fu presa d'assalto; ma Tarso fu lentamente vinta dalla fame. Come tosto i Saracini si furono arresi all'onorevole capitolazione offerta, ebbero il dolore di scorgere da lungi le navi dell'Egitto che venivano inutilmente a soccorrerli. Furono rimandati con un salvo condotto alle frontiere della Sorìa; aveano vissuto in pace gli antichi cristiani sotto il loro dominio, e il vuoto lasciato dalla lor partenza fu presto riempiuto da una nuova colonia: ma la moschea fu cangiata in una scuderia, fu data alle fiamme la cattedra dei dottori dell'Islamismo, e si riservò all'imperatore un gran numero di croci ricche d'oro e di gemme, spoglie delle chiese dell'Asia, da cui potè essere egualmente soddisfatta o la sua pietà o la sua avarizia; ed egli fece levare le porte di Mopsoesto e di Tarso acciocchè, incrostate nelle mura di Costantinopoli, servissero a perpetuo monumento della sua vittoria. Dopo essersi impadroniti e assicurati delle gole del monte Aman, si trasferirono più volte i due principi Romani nel centro della Sorìa: ma invece di investire Antiochia, parve che l'umanità o la superstizion di Niceforo rispettasse l'antica metropoli dell'oriente. Si contentò a tirare una linea di circonvallazione intorno alla Piazza, lasciò un esercito sotto le mura, e raccomandò al suo Luogo-tenente d'aspettare con tranquillità il ritorno della primavera; ma nel cuor dell'inverno, giovandosi d'una notte oscura e piovosa, un ufficial subalterno con trecento soldati s'accostò alle mura, vi adattò le scale, si impadronì di due torri, e tenne fermo contro la folla dei nemici, che lo stringean d'ogni parte, sino a tanto che il suo Capo si determinò suo malgrado di secondarlo. Fu messa subito a ruba e a sacco la città con molta strage; indi vi si rinnovò il regno di Cesare e di Gesù Cristo, e indarno centomila Saracini degli eserciti di Sorìa e dei navili d'Affrica vennero a logorarsi in vani sforzi sotto la Piazza. Obbediva la regia città d'Aleppo a Seifeddowlat, della dinastia di Hamadan, il quale oscurò la sua gloria abbandonando precipitosamente il regno e la capitale. Nel magnifico palazzo, che abitava fuor delle mura d'Aleppo, i Romani trovarono giubilanti un arsenale ben provveduto, una scuderia di mille e quattrocento muli e trecento sacchi d'oro e d'argento; ma le mura della Piazza non cedettero ai loro arieti, e dovettero gli assedianti accamparsi nella montagna di Iaushan, situata nelle vicinanze. Nella lor ritirata si inviperirono le dissensioni, che s'erano accese tra gli abitanti della città e i mercenari, i quali abbandonarono le porte e i baloardi, e mentre furiosamente si battevano nella piazza del mercato, furono sopprapresi ed oppressi dal nemico comune. Furon passati a fil di spada tutti gli uomini d'età matura, e condotti prigionieri diecimila giovani. Tanto considerevole fu il bottino, che non ebbero i vincitori bastanti bestie da soma per trasportarlo; si arse quel che ne restava, e dopo dieci giorni donati alla licenza e alla crapula, abbandonarono i Romani questa città deserta e inondata di sangue. Nelle loro incursioni in Sorìa, ordinarono agli agricoltori che seminassero le terre, acciocchè nella prossima stagione vi trovasse l'esercito sussistenza. Sottomisero più di cento città, e per espiare i sacrilegii commessi dai discepoli di Maometto, si diedero alle fiamme più di diciotto pulpiti delle primarie moschee. La lista dei loro conquisti ricorda per un istante i nomi classici di Ieropoli, d'Apamea e di Emeso. L'imperator Zimiscè accampò nel paradiso di Damasco, ed accettò il riscatto d'un popolo sottomesso: questo torrente non fu arrestato che dalla inespugnabile Fortezza di Tripoli, sulla costa di Fenicia. Dopo il regno di Eraclio, appena i Greci aveano veduto l'Eufrate sotto al monte Tauro; Zimiscè passò senza ostacolo questo fiume, e dee lo storico imitare la prontezza con cui sottomise le già famose città di Samosata, d'Edessa, di Martiropoli, d'Amida[555] e di Nisibi, antico limite dell'impero nei contorni del Tigri. Era fomentato il suo ardore sempre più dalla smania di insignorirsi dei tesori ancora intatti d'Ecbatana[556], nome notissimo e sotto il quale uno storico di Bisanzio ha nascosta la capitale degli Abbassidi. La costernazione dei fuggiaschi avea di già sparso colà il terror del suo nome: ma l'avarizia e la prodigalità dei tiranni di Bagdad ne avea già dissipate le immaginarie ricchezze. Dalle preghiere del popolo, e dalle premure imperiose del Luogo-tenente dei Bowidi era sollecitato il Califfo a provedere alla difesa della città. Rispose lo sciagurato Mothi essere stato spogliato dell'armi, delle rendite e delle province, e d'essere preparato e presto ad abdicare una dignità che non potea sostenere. L'Emir fu inesorabile: si vendettero i mobili del palazzo, e la misera somma ricavatane di quarantamila pezze d'oro, fu immediatamente spesa in capricci di lusso; ma la ritirata dei Greci liberò Bagdad da ogni inquietudine; la sete e la fame stavano alla guardia del deserto della Mesopotamia, e quindi l'imperatore, sazio di gloria e carico delle spoglie dell'oriente, fece ritorno a Costantinopoli, ove nella cerimonia del suo trionfo mise in pompa gran quantità di stoffe di seta, di vasi d'aromi, e trecento miriadi d'oro e d'argento. Questa procella frattanto non aveva che umiliato la testa delle Potenze dell'oriente, senza distruggerle. Partiti i Greci, rivennero i principi fuggitivi alle lor capitali; i sudditi ritrattarono i giuramenti carpiti dalla forza, purificarono di bel nuovo i Musulmani i lor templi, e rovesciarono gli idoli dei santi e de' martiri della religion cristiana; i Nestoriani e i Giacobiti vollero piuttosto ubbidire ai Saracini che a un principe ortodosso, nè i Melchiti erano abbastanza forti o coraggiosi per difender la chiesa e lo Stato. Di quei vasti conquisti, Antiochia, le città di Cilicia, e l'isola di Cipro furono le sole che restassero in modo utile e permanente all'impero Romano[557].