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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

NOTE:

Davide Bertolotti translation

* Alcuni letterati più moderni pongono la nascita di Maometto nell'anno 571 dell'Era cristiana. (Mohammeds religion, etc. von Cludius, p. 21) (Nota dell'Editore francese).

* Se i vescovi de' tempi andati fecero guerra, e diedero battaglie, non fecero ciò secondo lo spirito vero dell'Evangelo, il quale rimane lo stesso qualunque sieno state le loro azioni. (Nota di N. N.)

Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν. v. 921, 922.

Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per arricchire di frutta le piante (v. 921, 922).

Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, Biblioth. graec. l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)

278.

— Emesae fastigia celsa renident Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras Turribus in coelum nitentibus: incola claris, Cor studiis acuit..... Denique flammicomo devoti pectora soli Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget, Et tamen his certant celsi fastigia templi.

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo con Fabricio (Bibl. latin., t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro l'avviso del Salmasio (ad Vopiscum, p. 366, 367, in Hist. August.), attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui attinse.

Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche, che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani, dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata prima già condannata.

Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico.

Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo, che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de' vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che queste cose sostenevano:

I. Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre volontà, il che è falso.

II. Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza; se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto della sua sapienza.

I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati. Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro, Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da' difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert. II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19. Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage, Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli, Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti. (Nota di N. N.).

Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de' Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto. La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio, ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand. pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana. (Nota di N. N.).

«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le circondano!» (Works and Memoirs of Gray edizione di Mason p. 199, 200).

* Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea, della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno Stato: è questa l'opera del tempo. (Nota di N. N.).

«Ovvero ai luoghi ove il pomposo oriente, colla opulenta sua mano, versa sopra i suoi re l'oro e le perle della Barbarìa».

Mi son valso dell'espression moderna di lotto per tradurre li missilia degli imperadori Romani, i quali davano un premio o un lotto a chi lo coglieva quando era gettato in mezzo alla folla.

Ardua privatos nescit fortuna Penates; Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro.

E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi che esprimono lo stesso pensiero.

Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου.

Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone il sangue velenoso.

Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un serpente morse Giovanni Freron. — E che? Il serpente ne morì». Ma poichè i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia, avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma (Costantino Porfirogeneta, De themat., c. 2; Brunk, Analect. graec., t. II, p. 56; Brodaei Anthologia, l. II, p. 244).

598.

Par exstans curis, solo diademate dispar Ordine pro rerum vocitatus Cura-Palati,

dice l'Affricano Corippo (De laudibus Justini, l. I, 136); e nello stesso secolo (il sesto) Cassiodoro dice parlando di quell'uffiziale, Virga aurea decoratus inter numerosa obsequia primus ante pedes regis incederet (Variar., VII, 5). In processo di tempo, cacciarono i Greci al quindicesimo grado questo grande ufficiale, e divenne quasi ignoto, ανεπιγνωστος, e non esercitava più alcun ufficio νυν δε ουδεμιαν (Codin, c. 5, p. 65).

— Quid inertia bello Pectora (Ubertus ait) duris praetenditis armis, O Itali? Potius vobis sacra pocula cordi; Saepius et stomachum nitidis laxare saginis Elatasque domos rutilo fulcire metallo. Non eadem Gallos similis vel cura remordet; Vicinas quibus est studium devincere terras Depressumque larem spoliis hinc inde coactis Sustentare.

(Anonym. carmen Panegyricum de Laudibus Berengarii Augusti, l. II, in Muratori, Script. rerum italic., t. II, pars. I, p. 393).

Την πολιν την βασιλειαν αποκοσμησαι θελων, Και την αρχην χαθισασθαι τριπεμπελω Ρωμη, Ως ειτις αθροστολιστον αποκοσμεσει νυμφην, Και γραυν τινα τρικοθωνον ως κορην ωραισει.

volendo spogliare la città regina, e gratificare della primazia la decrepitissima Roma, come chi spogliasse una sfarzosissima sposa per ornare come una fanciulla una vecchiaccia dell'età di tre cornacchie. Ed è confermato da Teofane, Zonara, Cedreno, e dall'Historia Miscella: voluit in urbem Romani imperium transferre (l. XIX, p. 157), in t. I, part. I, degli Script. rerum ital. del Muratori.

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