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La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II

PARTE QUINTA LA VITA SOCIALE E LE FESTE

Diego Valbusa translation

CAPITOLO I. Il pareggiamento delle classi.

Contrasto col medio-evo. — La convivenza nelle città. — Negazione teorica della nobiltà. — Contegno dell'aristocrazia secondo i paesi. — Sua posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura. — Posteriori influenze spagnuole. — Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. — I tornei e le loro caricature. — La nobiltà come requisito indispensabile a' cortigiani.

Ogni epoca di civiltà, che rappresenti in sè qualche cosa di compiuto e perfetto, non si manifesta soltanto nella vita politica, religiosa, artistica e scientifica di un popolo, ma dà altresì un'impronta sua propria all'intera vita sociale. Ciò riscontrasi in modo caratteristico nel medio-evo, dove le rigide consuetudini delle corti e dell'aristocrazia sono presso a poco identiche dappertutto, e dove pure si ha un genere di borghesia affatto speciale.

Gli usi invalsi in Italia nel secolo del Rinascimento sono l'antitesi la più spiccata di tali consuetudini sotto tutti i punti di vista più essenziali. Questa antitesi comincia già alla base, che è affatto diversa, mentre nei circoli più elevati della vita sociale non esistono più distinzioni di casta, ma si ha invece una classe veramente colta nel senso moderno della parola, nella quale la gentilezza del sangue non ha valore se non in quanto le ricchezze, che sogliono accompagnarla, assicurano gli ozi necessari alla propria educazione. Ciò però non deve intendersi in modo assoluto, mentre è pur sempre vero, che gli ordini sopravissuti al medio-evo cercano ora più, ora meno, di prevalere, non fosse altro, per la smania di conservarsi all'altezza, che l'aristocrazia mantiene nelle altre nazioni men progredite d'Europa. Mala tendenza generale dell'epoca è però sempre per la fusione delle classi nel senso moderno.

Ad ottenere un tale intento, di sommo rilievo deve essere stata la convivenza di nobili e borghesi nella stessa città, per lo meno sino dal secolo XII,[138] poichè per essa vennero accomunate le sorti di tutti e furono tronche le ali, ancora in sul nascere, all'insolente albagia dei signori feudali, che dall'alto delle loro rocche sognavano un mondo di schiavi. Oltre a ciò, la Chiesa in Italia non si indusse mai, come nei paesi settentrionali, a fissare appannaggi speciali pei figli cadetti dell'aristocrazia: infatti, se anche i vescovati, i canonicati e le abbazie vi furono spesso conferiti dietro i principii di un indegno favoritismo, questo però non si basava mai esclusivamente sul privilegio dell'origine, e se i vescovi di regola vi furono molto più numerosi, più poveri e privi affatto di quelle prerogative principesche, che avevano altrove, videro in compenso cresciuta la loro autorità morale dalla loro dimora nelle città dove avevano la sede, e dove, insieme coi loro capitoli, formavano un elemento speciale della popolazione più colta. Quando, dopo ciò, pullularono d'ogni parte i principi e le tirannidi, l'aristocrazia ebbe in quasi tutte le città occasione e motivo d'isolarsi nella vita privata (v. vol. I, pag. 181), che, scevra di pericoli dal lato politico e confortata d'ogni comodità ed agiatezza materiale, non era in sostanza gran fatto diversa da quella di tanti altri ricchi abitatori delle città. E quando, da Dante in poi, la nuova poesia e la nuova letteratura divennero patrimonio di tutti,[139] e, più tardi ancora, prevalse una cultura tutta d'indole antica, e l'uomo, come tale, ebbe solo quel valore, che sapeva procacciarsi individualmente, e si videro nel fatto i Condottieri diventar principi e non badarsi più non solo alla dignità, ma nemmeno alla legittimità della nascita nell'eredità del potere (v. vol. I, p. 27-28), — allora si potè ben credere che una nuova êra di uguaglianza fosse spuntata, ed ogni idea di nobiltà scomparsa per sempre.

Dal punto di vista teorico, nel solo Aristotele, riferendosi all'antichità, si potevano già trovar gli argomenti per affermare e per negare la legittimità degli ordini aristocratici. Dante, per esempio, deriva ancora dall'unica definizione aristotelica, che «la nobiltà si basi sull'eccellenza e sulla ricchezza ereditaria», il suo principio, che «la nobiltà riposa sull'eccellenza propria o su quella degli antenati».[140] Ma altrove egli non si dà per soddisfatto di una tale definizione, e si rimprovera da sè stesso[141] di aver perfino in Paradiso, parlando col suo proavo Cacciaguida, alluso alla nobiltà della sua origine, che è manto che tosto raccorcia, e al quale il tempo ogni dì recide un lembo, che giorno per giorno bisogna rimettere. E nel «Convito»[142] egli stacca del tutto dall'idea della nobiltà ogni condizione di nascita privilegiata, e ne fa una cosa sola con l'attitudine a qualsiasi eccellenza morale e intellettuale, accentuando in modo speciale il pregio di una elevata cultura, col fare la nobiltà sorella germana della filosofia.

Dopo ciò, quanto maggiore fu l'influenza che l'umanismo venne acquistando sulle opinioni degli Italiani, tanto più forte si venne in tutti radicando la persuasione, che l'origine non possa mai esser quella che decida del valore di un uomo. Nel secolo XV quest'era omai un principio universalmente accettato. Il Poggio nel suo dialogo «Della nobiltà»[143] si dichiara pienamente d'accordo co' suoi interlocutori — Niccolò Niccoli e Lorenzo de' Medici, fratello del vecchio Cosimo — non esservi oggimai altra nobiltà, fuorchè quella derivante dal merito personale. Con tratti finamente mordaci questo stesso scritto sparge un amaro dileggio su molte distinzioni e prerogative, che, secondo il comune pregiudizio, entrano a far parte della vita dei nobili. «Niuno (v'è detto) trovasi tanto lontano dalla vera nobiltà, quanto colui, i cui antenati esercitarono per lungo tratto di tempo il malandrinaggio. La passione per le cacce non sente meglio di nobiltà, di quello che i nidi della selvaggina, che s'insegue, si risentano di balsamo o d'altri soavi profumi. L'agricoltura, quale fu esercitata dagli antichi, sarebbe ben più nobile occupazione, che non quelle stolte scorrerie per boschi e per monti, che ci fanno più simili alle belve, che a noi medesimi, e che tutt'al più potrebbero di quando in quando servirci di utile passatempo». E se ne adduce la prova mostrando il lato selvaggio e brutale della vita dei cavalieri inglesi e francesi nelle loro campagne o nei castelli e, peggio ancora, di quella della rapace cavalleria tedesca. Dopo ciò, il Medici prende a sostenere in certo modo le parti della nobiltà, ma non già — cosa abbastanza caratteristica — riferendosi ad un sentimento suggerito dalla natura, bensì richiamandosi all'autorità di Aristotele, che nel quinto libro della sua «Politica» riconosce e definisce la nobiltà come qualche cosa di veramente concreto e che si fonda sull'eccellenza del merito e sulla ricchezza ereditata. Ma il Niccoli soggiunge, che Aristotele, dando questa definizione, non esprime una persuasione sua propria, ma una opinione generalmente invalsa al suo tempo; e ciò è tanto vero, che nell'«Etica», dov'egli parla secondo il suo intimo convincimento, non vuol che sia nobile se non colui, che si sforza di conseguire il vero bene. Indarno il Medici gli oppone, che l'espressione greca per designare la nobiltà (Euganeia) suona appunto «nascita illustre»; il Niccoli trova che la voce latina nobilis, vale a dire notabile, è assai più giusta, perchè fa dipendere la nobiltà dalle sole azioni.[144] Dopo questi e simili ragionamenti l'autore ci dà una specie di prospetto delle condizioni di fatto, in cui si trovava al suo tempo la nobiltà nelle diverse regioni d'Italia. A Napoli essa è fiera e disdegna di occuparsi tanto dell'amministrazione de' suoi averi, quanto della mercatura, che riguarda come ignominiosa: così, se ne sta inerte e rinchiusa ne' suoi palagi,[145] o va attorno oziosamente cavalcando per la città. Anche l'aristocrazia romana ha in dispregio il commercio, ma amministra almeno i suoi beni; anzi presso di essa l'attendere all'economia rurale è considerato come cosa onorevole e agevola di per sè l'accesso ai ranghi della nobiltà:[146] tutto sommato, «un'aristocrazia rispettabile, ma paesana». Anche in Lombardia i nobili vivono dei redditi dei possessi ereditati, e si differenziano dagli altri pel vanto dell'origine e per l'astensione da qualsiasi ordinaria occupazione.[147] In Venezia la nobiltà governa, ma al tempo stesso si consacra al commercio; ed ugualmente a Genova tutti indistintamente, nobili e non nobili, sono mercanti e navigatori, e non vi si ammettono altre differenze, fuorchè quelle che provengono dalla nascita: taluni però esercitano una specie di brigantaggio dall'alto dei loro castelli. In Firenze una parte dell'aristocrazia attende al traffico; un'altra (ma certo la men numerosa) si pavoneggia, boriosa dei propri titoli, per le vie della città o perde il suo tempo nelle cacce e in simili divertimenti.[148]

Ma ciò che ha un'importanza al tutto decisiva si è questo, che quasi in tutta Italia anche coloro che possono andar superbi della lor nascita, non hanno ambizioni da far valere di fronte alla cultura ed alla ricchezza, nè dai loro privilegi politici o di corte risentono alcun impulso a considerarsi come una classe superiore alle altre. Venezia sembra costituire a questo riguardo una eccezione, ma essa non è che apparente, perchè in sostanza la vita dei nobili non si differenzia quivi da quella della borghesia, e gode appena qualche privilegio di pura forma esteriore. Diversamente invece vanno le cose nel regno di Napoli, che per l'orgoglioso isolamento e la boriosa vanità della sua aristocrazia, più che per qualsiasi altro motivo, restò completamente escluso dal gran moto intellettuale e morale del Rinascimento. A dar quivi un potente rinforzo alle tradizioni lasciate dal medio-evo longobardo e normanno sopravviene, ancor prima della metà del secolo XV, la dominazione aragonese, e così vi si compie fino da quel momento ciò che nel resto d'Italia non si effettuò che cento anni più tardi, una vera trasformazione sociale, un disprezzo del lavoro e una smania di titoli, che costituiscono appunto il lato caratteristico della popolazione spagnuola. Le conseguenze di un tal fatto non tardano poi a manifestarsi perfino nelle più piccole città ancor prima del 1500, e basta per tutte citare ciò che ci vien detto intorno ad una di esse, la piccola città della Cava. Essa era stata sempre proverbialmente ricca sino a che non diede ricovero che a muratori e a tessitori: «ora che, invece di strumenti da muratori e di telai, non vi si veggono che sproni, staffe e cinghie dorate, e tutti aspirano ad essere dottori, medici, notai, ufficiali e cavalieri, vi è subentrata la più desolante miseria».[149] In Firenze si constata un fatto identico per la prima volta sotto Cosimo primo granduca, e si ha a lui quest'obbligo che la gioventù fiorentina del suo tempo, spregiando il commercio e le industrie, non si preoccupa d'altro che di ottenere cavalierati nel suo nuovo ordine di s. Stefano.[150] È precisamente il rovescio di quanto vi era accaduto un secolo prima,[151] quando i padri, morendo, pregavano lo Stato a diseredare i loro figli, qualora non avessero esercitato una qualche utile professione (vedi vol. I, pag. 108).

Ma una smania speciale di distinzioni distrae spesso in modo molto ridicolo i Fiorentini dal culto dell'arte e della letteratura, nel quale non si ammettono differenze gerarchiche, ed è appunto la sete delle dignità cavalleresche divenuta stoltamente oggetto di moda proprio nel tempo, in cui esse aveano perduto sin l'ombra del proprio valore.

«Non sono molti anni, scrive Franco Sacchetti[152] verso la fine del secolo XIV, che ognuno di noi ha veduta far cavalieri li meccanici, gli artieri, insino a' fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri.... Come risiede bene che uno judice, per poter andare rettore, si faccia cavaliere? E non dico che la scienza non istea bene al cavaliere, ma scienza reale, senza guadagno.... Oh sventurati ordini della cavalleria, quanto siete andati al fondo! In quattro modi son fatti cavalieri.... e tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose che sarebbe lungo a dirle, e fanno tutto il contrario. Voglio pure aver toccato queste parti, acciocchè i lettori di queste cose materiali comprendano, come la cavalleria è morta. E non si ved'elli, che pure ancora lo dirò, essere fatti cavalieri i morti? Che brutta, che fetida cavalleria è questa! Così si potrebbe fare cavaliere un uomo di legno o uno di marmo,... e, perchè no? anche un bue o altra bestia». — I fatti che il Sacchetti adduce a conferma di quanto scrive, sono invero parlanti abbastanza; una volta egli è messer Bernabò Visconti, che per derisione creò cavalieri due ubbriaconi, che bevettero a prova alla sua presenza; un'altra sono alcuni cavalieri tedeschi, dei quali sì si fa beffe a proposito degli ornamenti che portano sull'elmo e simili. Più tardi il Poggio mette in derisione i molti cavalieri del suo tempo senza cavallo e senza esercizio alcuno di guerra.[153] Chi voleva far pompa dei distintivi onorifici del ceto, per esempio, uscire a cavallo portando bandiere ecc., si creava da sè in Firenze una posizione molto difficile, tanto di fronte al governo, quanto a' suoi numerosi motteggiatori.[154]

Riguardando la cosa un po' più dappresso, si scorge che queste tarde ambizioni cavalleresche, indipendenti affatto da qualsiasi nobiltà di sangue, senza dubbio erano in parte il frutto di una ridicola vanità smaniosa di titoli, ma al tempo stesso avevano altresì un'altra radice. I tornei erano ancora in uso, e chi volea prendervi parte, dovea, giusta le formalità prescritte, essere cavaliere. Ma il combattimento in campo chiuso e più particolarmente la corsa delle lance, strettamente regolata e talvolta assai pericolosa, erano un'occasione favorevole per far mostra di forza e di coraggio, e nessuno, qualunque fosse la sua origine, voleva certamente lasciarsela sfuggire in un'epoca, in cui tanto conto si teneva del valor personale.

Quindi è che non giovò a nulla, che ancora il Petrarca fin dal suo tempo si fosse espresso in termini di viva riprovazione contro i tornei, come contro una pericolosa stoltezza: egli non convertì nessuno col suo patetico grido: «in niun libro si legge che Scipione o Cesare siano stati abili giostratori!»[155] La cosa anzi in Firenze acquistò una grande popolarità; ogni borghese cominciò a riguardar la sua giostra — che senza dubbio non era più tanto pericolosa — come una specie di onesto passatempo, e Franco Sacchetti[156] ci ha conservato il ritratto, estremamente comico, di uno di questi giostratori della domenica. Egli esce a cavallo sino a Peretola, dove si potea giostrare a prezzo mitissimo, sopra una rôzza presa a nolo da un tintore, alla quale alcuni burloni poscia appiccano un cardo sotto la coda: la bestia imbizzarrisce, prende il galoppo e porta a precipizio il cavaliere, armato di tutto punto, alla città. L'inevitabile scioglimento della novella è una violenta sgridata della moglie indispettita di simili scappate del marito.[157]

Per ultimo i Medici concepiscono una vera passione per la giostra, come se volessero mostrare per l'appunto, essi non nobili e privati, che la società di cui si circondano, non è in nulla inferiore ad una corte.[158] Già ancor sotto Cosimo (1459), e poi sotto Piero il vecchio ebbero luogo in Firenze delle giostre celebratissime; Piero il giovane poi per tali esercizi trascurò perfino il governo, e non voleva essere dipinto se non rivestito della sua splendida armatura. Anche alla corte di Alessandro VI prevalse un entusiasmo simile; e quando il cardinale Ascanio Sforza chiese al principe turco Zizim (v. vol. I, pag. 149 e 158) come gli piacesse quello spettacolo, il barbaro rispose assai saggiamente, che simili combattimenti nella sua patria si facevano fare agli schiavi, perchè, in caso di disgrazia, non se ne risentiva alcun danno. — L'orientale qui, senza saperlo, si trovava d'accordo con gli antichi romani nel riprovare i costumi del medio-evo.

Del resto, anche non tenendo conto di queste circostanze, che pur non sono di lieve momento per spiegarsi l'ardore insistente con cui si cerca la dignità cavalleresca, noi troviamo omai a questo tempo qua e colà dei veri ordini di corte (per es. a Ferrara), i cui membri hanno di diritto il titolo di cavaliere.

Ma, per grandi che fossero le singole ambizioni e le vanità dei nobili e dei cavalieri, sta di fatto che la nobiltà italiana si collocò sempre nel bel mezzo della vita comune, e non mai alle estremità della medesima. Noi la vediamo trattar colle altre classi costantemente sur un piede di perfetta uguaglianza, e l'ingegno e la cultura sono sempre i suoi naturali alleati. Certamente che in un cortigiano propriamente detto si esige un qualche grado di nobiltà,[159] ma questa esigenza è espressamente dichiarata figlia di un pregiudizio invalso nel pubblico (per l'oppenion universale), nè in ogni caso implica mai la supposizione, che anche un individuo non nobile non possa avere un merito intrinseco equivalente. E nemmeno rimane inteso con ciò che le persone non nobili debbano restar escluse da ogni contatto col principe: si vuole soltanto che all'uomo perfetto, al vero cortigiano, non manchi alcuna di quelle qualità, che costituiscono un ornamento della vita, e quindi neanche questa. Se poi in tutti i rapporti della vita gli vien fatto un obbligo speciale di mantenere un contegno riserbato e dignitoso, non è già perchè egli abbia un sangue più nobile nelle vene, ma perchè così vuole l'alta sua perfezione individuale. Trattasi di una distinzione moderna, il cui momento principale sta nella cultura e nella ricchezza; ma in quest'ultima solo in quanto renda possibile di consacrar la vita alla prima e di promuoverne in grande gli interessi e lo sviluppo.

CAPITOLO II. Raffinamento esteriore della vita.

Abbigliamenti e mode. — Articoli di toeletta delle donne. — Pulitezza esteriore. — Il galateo e la buona creanza. — Comodità ed eleganza.

Ora, quanto meno le differenze di nascita conferiscono un privilegio determinato, tanto maggiore ogni individuo, come tale, sente lo stimolo a mettere in evidenza i suoi pregi personali, e tanto più la vita sociale deve tendere per proprio impulso a restringersi in una cerchia speciale ed a nobilitarsi. Il sorgere dell'individualità e il raffinarsi della vita sociale diventano due fatti necessari, deliberatamente pensati e voluti.

Già l'apparenza esterna dell'uomo e le cose che lo circondano e gli ozj della vita quotidiana mostrano in Italia un'eleganza ed un raffinamento maggiore, che in qualsiasi altro paese. Delle abitazioni dei grandi spetta alla storia dell'arte il parlarne; qui soltanto dobbiamo notare, come esse superassero in comodità e nell'armonica disposizione delle parti i castelli e le corti o palazzi di città dei grandi del nord. Il vestire mutò per guisa, che egli è impossibile l'istituire un completo paragone colle mode degli altri paesi, molto più che, dal finire del secolo XV in poi, spesso si adottarono queste ultime. Ciò che i pittori italiani ci rappresentano come costume di quel tempo, è in generale quanto di più bello e di più accomodato ci fosse allora in Europa, ma non si potrebbe dir con certezza, se quel modo di vestire prevalesse generalmente e se i pittori, ritraendolo, sieno stati sempre esatti. Quello però che è fuori di dubbio si è, che in nessun luogo si tenne del vestire quel conto, che si teneva in Italia. La nazione era alquanto vanitosa; ma, oltre a ciò, anche uomini molto gravi non esitavano a riconoscere in un vestito quanto più si potesse bello e ben fatto un ornamento non dispregevole aggiunto alla persona. In Firenze ci fu perfino un periodo di tempo, in cui il vestire era una cosa affatto individuale, ed ognuno aveva una moda sua propria (v. vol. I, pag. 179 nota); ed anche per buon tratto del secolo XVI questa usanza fu coraggiosamente mantenuta da uomini considerevolissimi,[160] mentre intanto la grande maggioranza si accontentava di variare più o meno la moda dominante, secondo il gusto particolare. Si potrebbe adunque riguardare come un sintomo di decadenza per l'Italia l'ammonizione che si legge in Giovanni della Casa,[161] di evitare le singolarità e di non dipartirsi dalla moda regnante. Il nostro tempo, che, almeno negli abbigliamenti degli uomini, rispetta come legge suprema l'uniformità, rinuncia con ciò ad una caratteristica più importante che non si creda. Ma ciò procura un grande risparmio di tempo, e questo, colle idee di operosa attività che si hanno oggidì, può benissimo riguardarsi come compenso tale da contrabbilanciare ogni altro svantaggio.

In Venezia e a Firenze[162] eranvi, all'epoca del Rinascimento, prescrizioni speciali, che regolavano il modo di vestire degli uomini e ponevano limiti determinati al lusso delle donne. Dove simili leggi non esistevano, per esempio a Napoli, i moralisti deplorano scomparsa ogni traccia di differenza tra la nobiltà e il ceto borghese.[163] Oltre a ciò essi biasimano il rapidissimo mutar delle mode e (se noi interpretiamo rettamente) la stolta venerazione per tutto ciò che veniva di Francia, mentre nel fatto molte delle sue mode non erano che le antiche d'Italia spacciate siccome nuove, perchè rientrate dopo aver fatto il giro del paese straniero. Ora, il determinare sino a qual punto questo frequente mutare delle forme del vestire e l'adozione delle mode francesi e spagnuole[164] abbiano contribuito a tener viva nella nazione la passione abituale del lusso esterno, non è cosa di cui dobbiamo occuparci qui; ma, anche senza di ciò, il fatto merita d'esser notato come una prova di più del rapida sviluppo della vita italiana intorno al 1500.

Degna di speciale attenzione è la cura che pongono le donne, di modificare quanto più possono la loro apparenza esterna con tutti gli aiuti, che può offrire una ricca e minuziosa toeletta. In nessun paese d'Europa, dalla caduta dell'Impero romano in poi, non s'è cercato di dar tanto risalto al pregio della figura, al colore delle carni e alla ricchezza dei capelli, quanto allora in Italia.[165] Tutto tende ad uniformarsi ad un tipo convenzionale universalmente accettato, anche a costo di veder violate in modo strano, e talvolta goffo, le leggi naturali del bello. In questo riguardo noi prescinderemo del tutto dall'abbigliamento in genere, che nel secolo XIV fu estremamente svariato nei colori e carico negli ornamenti,[166] e più tardi ebbe una ricchezza un po' più elegante, e ci limiteremo alla toeletta nel senso più stretto.

Innanzi tutto noi troviamo che si portano, poi vengono proibite, poi tornano a portarsi false acconciature da testa, talune anche di seta bianca e gialla,[167] sino a che giunge un qualche grande oratore sacro, che commove gli animi a penitenza, e allora sulla pubblica piazza s'innalza un gran rogo (talamo) sul quale, insieme a liuti, arnesi da giuoco, maschere, ricette magiche, canzonieri erotici ed altre inezie, vanno a finire anche queste false acconciature:[168] la fiamma purificatrice riduce tutte queste cose in un mucchio di cenere. Il colore ideale, che tanto nei propri, come nei capelli posticci si cercava di preferenza, era il biondo. E siccome si credeva che il raggio solare avesse in sè la virtù di far acquistare quel colore ai capelli,[169] furonvi delle dame, che ebbero il coraggio di stare giornate intere sotto la sferza del sole;[170] del resto, ciò non impediva che si usassero tinture speciali e manteche per accrescerne altresì il volume. A ciò poi bisogna aggiungere un arsenale di acque ritenute confacenti a conservar la bellezza, empiastri ed unguenti per ogni singola parte del viso, perfino per le palpebre e i denti, di cui il nostro tempo non ha nemmeno una idea. E non giovarono nè i sarcasmi dei poeti,[171] nè le invettive dei predicatori, nè la paura stessa di guastarsi precocemente le carni a distogliere le donne da quegli usi e dal dare con ciò un falso colorito, e perfino una falsa forma al proprio viso. Non è impossibile che le frequenti e grandiose rappresentazioni dei Misteri, nei quali centinaia d'uomini apparivano dipinti e mascherati,[172] abbiano contribuito a trasformare quell'abuso in abitudine giornaliera; il fatto è che esso allora era universale, ed anche le fanciulle del contado facevano del loro meglio per uniformarvisi,[173] sin dove potevano. Si aveva un bel predicare, che simili artificii erano i contrassegni delle cortigiane; anche le più rispettabili matrone, che del resto in tutto il corso dell'anno non toccavano alcun empiastro, s'imbellettavano nei dì di festa, quando accadeva loro di dover mostrarsi in pubblico.[174] — Ma, sia che si riguardasse questo eccesso come un tratto di barbarie, di cui s'aveva un riscontro nell'uso di imbellettarsi dei selvaggi, sia che lo si ritenesse anche soltanto come uno sforzo di mantenere nei lineamenti e nel colorito il tipo normale della bellezza giovanile, come farebbe credere la somma accuratezza e la moltiplicità di questa toeletta, — certo è che agli uomini spiacque allora, come in ogni altro tempo, e ne sono prova i richiami continui, che in questo riguardo furono fatti al bel sesso.

Anche l'uso dei profumi eccedette ogni misura e si estese perfino a tutte le cose, colle quali in qualsiasi modo si doveva venire a contatto. Nelle grandi festività, si solevano strofinare con unguenti fin le mule, sulle quali si dovea cavalcare;[175] Pietro Aretino ringrazia Cosimo I per un invio fattogli di scudi profumati.[176]

Ma gl'Italiani vivevano allora altresì nella persuasione di superare in pulitezza esteriore qualsiasi dei popoli settentrionali. Nè parrebbe neanche doversi dire, che questa loro opinione andasse troppo lungi dal vero, se si considera che la pulitezza è una qualità indispensabile al perfezionamento della personalità moderna, che certamente in Italia si svolse più presto e più completamente che altrove; inoltre molti indizi farebbero credere anche, che essi fossero una delle più ricche nazioni del mondo d'allora. Prove assolute tuttavia non sarà mai possibile addurne, e se da ultimo la questione si restringesse al determinare a chi propriamente spetti la priorità, nella redazione dei primi codici di pulitezza e creanza, la poesia cavalleresca del medio-evo potrebbe a buon diritto vantarsi di possedere il più vecchio. Ciò non ostante, di una cosa non può dubitarsi, ed è questa, che alcuni dei più illustri rappresentanti del Rinascimento portarono la pulitezza della persona, specialmente ne' banchetti,[177] all'ultimo grado della perfezione, e che, per un antico pregiudizio, i tedeschi in Italia riguardavansi sempre come il tipo d'ogni sudiceria.[178] Il Giovio non esita ad attribuire molte abitudini poco pulite di Massimiliano Sforza all'educazione primitiva che questi aveva ricevuto in Germania,[179] e nota che gli Italiani n'erano veramente scandolezzati. In mezzo a ciò si ha tanto maggior ragione di sorprendersi che, per lo meno nel secolo XV, si lasciassero condurre le osterie e gli alberghi per lo più da tedeschi,[180] i quali praticarono questa industria principalmente in vista del gran numero di pellegrini, che affluivano a Roma. Ma le testimonianze che si hanno a questo riguardo potrebbero anche semplicemente riferirsi alle osterie e agli alberghi delle campagne, mentre si sa con certezza che nelle maggiori città le migliori locande erano tenute tutte da Italiani.[181] La mancanza poi di buoni alberghi nelle campagne potrebbe spiegarsi dal difetto di sicurezza in generale.

Della prima metà del secolo XVI ci rimane quel manuale della buona creanza, che Giovanni della Casa, nato fiorentino, ci lasciò sotto il titolo di «Galateo». In questo si prescrive non soltanto la pulitezza nel senso più schietto, ma s'inculca altresì l'abbandono di tutte quelle abitudini, che noi siamo soliti di chiamare «sconvenienti», con quello stesso tuono magistrale, con cui il moralista predica le più sublimi leggi morali. In altre letterature qualche cosa di simile non si insegna in via sistematica, ma piuttosto in modo indiretto, cioè colla descrizione di ciò che è sucido e ributtante.[182]

Ma il Galateo, oltre a ciò, è una bella e spiritosa guida per vivere con buona creanza e con fino e delicato sentire in generale. Ancora oggidì può esser letto con molto profitto da persone di ogni condizione, e la gentilezza della vecchia Europa difficilmente si scosterà mai dalle sue prescrizioni. In quanto il delicato sentire è cosa che viene dal cuore, può ben essere che, sin dai primordi di ogni cultura e presso tutti i popoli, sia stato innato in alcuni uomini ed acquisito per forza di volontà in altri; ma, come dovere sociale e come indizio di cultura e di buona educazione, i primi a conoscerlo senza alcun dubbio furono gl'Italiani. E l'Italia stessa da due secoli s'era già grandemente mutata. Adesso infatti si sente apertamente, che il tempo degli scherzi maligni tra conoscenti e vicini, delle burle e delle beffe (v. vol. I, pag. 209 e segg.) nella buona società è passato del tutto,[183] l'idea nazionale prevale su quella delle cittadinanze locali e prepara lo svolgersi di sentimenti di delicatezza e cortesia universali. Ma della vita sociale nel senso più ristretto avremo occasione di discorrere più innanzi.

Tutta la vita esterna in generale avea raggiunto in Italia, nel secolo XV e nei primi anni del XVI, un tal grado di raffinamento e di perfezione, da non vedersi in nessun altro paese l'eguale. Una moltitudine di quelle cose grandi e piccole, che costituiscono nel loro insieme la moderna agiatezza ed eleganza, c'era già in Italia, e si potrebbe provarlo, quando altrove non se ne aveva ancora un'idea. Nelle vie ben selciate delle città italiane[184] l'uso delle carrozze era generale, mentre fuori d'Italia dovunque o s'andava ancora a piedi, o a cavallo, o si usava della carrozza per sola necessità, non per piacere. Letti molli ed elastici, preziosi tappeti e svariatissimi articoli di toeletta vengono menzionati di frequente dai novellieri.[185] La copia e la finezza delle biancherie sono spesso l'oggetto delle loro descrizioni. Essi ci parlano anche di cose, che si direbbero piuttosto appartenere al campo dell'arte, notando con ammirazione come essa da tutte parti nobiliti il lusso, adornando non solo il grandioso armadio, ma eziandio il leggero stipetto di preziosi e magnifici vasi, rivestendo le pareti di pomposi arazzi, arricchendo la mensa di confetture lavorate in mille guise, e aggiungendo infine eleganza e buon gusto al rozzo lavoro del falegname. Tutto l'occidente si prova negli ultimi tempi del medio-evo, e secondo le sue forze glielo permettono, in simili tentativi, ma o non riesce che a dare inezie e freddure, o non sa svincolarsi dalle pastoie convenzionali della decorazione gotica, mentre l'arte italiana del Rinascimento si move liberamente in ogni senso, risponde degnamente alle più svariate esigenze e si crea una sfera d'attività senza confronto più vasta ed estesa. Da ciò la facile vittoria di queste forme decorative italiane d'ogni specie sopra le nordiche nel corso del secolo XVI, quantunque sia anche vero che essa è dovuta altresì a cause di molto maggiore e più generale importanza.

CAPITOLO III. La lingua come base del vivere sociale.

Formazione di una lingua ideale. — Diffusione sempre crescente della medesima. — I puristi più rigidi. — Meschinità dei loro trionfi. — La conversazione.

La società più elevata, che qui oggimai appare come un prodotto della riflessione, anzi come la più alta creazione della vita del popolo, presuppone, come condizione indispensabile, il linguaggio.

Nell'epoca più florida del medio-evo presso tutti i popoli occidentali l'aristocrazia aveva cercato di mantenere una lingua «cortigiana» tanto per la conversazione, che per la poesia. Ed allo stesso modo anche in Italia, i cui dialetti assai per tempo si differenziarono tanto fra loro, si ebbe sin dal secolo XIII una lingua così detta «curiale», che era comune alle corti e ai loro poeti. Ora il fatto più importante si è questo, che di una tal lingua si volle con ogni sforzo far la lingua di tutte le persone colte, la lingua scritta. Nell'introduzione alle «Cento novelle antiche», redatte ancor prima del 1300, un tale scopo è confessato apertamente. Anzi, per vero dire, qui la lingua è trattata espressamente come qualche cosa di completamente indipendente dalla poesia: il meglio che in essa si possa ottenere, è l'espressione semplice, chiara, spiritualmente bella in brevi discorsi, sentenze e risposte. Questa espressione è a questo tempo in pregio non meno che lo fosse in altri tempi presso i greci e gli arabi: «quanti in una lunga vita non sono mai riusciti a mettere insieme una bella frase» (un bel parlare)!

Ma l'impresa diventava appunto tanto più difficile, quanto più vi si lavorava attorno da diverse parti. Dante ci porta addirittura nel bel mezzo di questa lotta: il suo libro «Del volgare eloquio»[186] ha un'importanza grandissima non solo per la questione in sè stessa, ma anche perchè è la prima opera ragionata sopra una lingua moderna in generale. L'esaminare lo sviluppo successivo delle sue idee e le conclusioni, alle quali egli giunge, sono cose che appartengono alla storia della filologia, nella quale quel libro occuperà sempre un posto rilevantissimo. Qui a noi basta di constatare tre fatti: che, cioè, ancor lungo tempo prima che si cominciasse a scriverla, la lingua deve essere stata una delle più importanti questioni della vita quotidiana; che tutti i dialetti erano stati studiati con partigiana predilezione o avversione; e che la nascita della lingua ideale comune non si avverò se non in mezzo a grandi lotte e contrasti.

Il meglio che poteva farsi, lo fece Dante col suo immortale Poema. Il dialetto toscano diventò la base essenziale della nuova lingua comune.[187] Se ciò a taluno paresse eccessivo, valga a nostra giustificazione il fatto che questa, in una questione tanto dibattuta, è ad ogni modo l'opinione la più universalmente ricevuta.

Ora può benissimo darsi che, nel rispetto letterario e poetico, lo screzio insorto intorno a questa lingua, quello che suol dirsi il purismo, abbia altrettanto nociuto, quanto giovato; può darsi altresì che qualche scrittore, del resto dotato di grandi attitudini, sia stato con ciò defraudato di un pregio essenziale, la spontaneità della espressione; e può darsi per ultimo, che altri, padroneggiando in altissimo grado questa stessa lingua, si sieno cullati alla loro volta nell'onda maestosa e nell'armonia della medesima, trascurando per la forma il concetto; stando di fatto che anche una meschina melodia, uscita da un tale strumento, può risonare magicamente. Ad ogni modo e comunque sia, nell'uso sociale essa ebbe un'importanza grandissima, perchè contribuì a dare un andamento grave e dignitoso allo stile in generale, e perchè costrinse l'uomo colto a serbare, tanto nella vita ordinaria quanto nelle circostanze straordinarie, un contegno serio e una costante elevatezza di idee e di sentimenti. Che se anche talvolta, sotto questo abbigliamento classico, come un tempo sotto la veste del puro atticismo, ci accade d'incontrare basse scurrilità e velenosi sarcasmi, non è men vero però, che, quasi a compenso, ogni idea più nobile ed elevata vi trova altresì una condegna espressione. La sua importanza poi emerge ancor più dal punto di vista nazionale, diventando essa come la patria ideale di tutti gli uomini colti dei diversi Stati, in cui così per tempo andò diviso il paese.[188] Di più, essa non è il patrimonio esclusivo di questa o di quella classe in particolare, ma tutti, anche l'uomo il più abbietto e il più povero, possono trovare il tempo ed i mezzi d'impadronirsene, purchè vogliano. Ancora oggidì (e forse ora più che mai) lo straniero resta sorpreso e maravigliato di udire sulla bocca del basso popolo e dei contadini un italiano puro e puramente pronunziato in provincie italiane, dove al tempo stesso regna un dialetto inintelligibile, e cerca indarno di trovare un riscontro ad un fatto simile presso le plebi di Francia e di Germania, dove invece anche gli uomini istrutti sacrificano pur tanto alla pronunzia locale. Vero è che in Italia il numero di coloro che sanno leggere è di gran lunga maggiore, che, a giudicare da tante altre circostanze, specialmente nell'ex-territorio pontificio, non si sarebbe tentati di credere; ma qual peso avrebbe questa circostanza senza quella generale e incontestata venerazione, che si ha per la pura lingua e la pronuncia, come per un tesoro altamente caro e pregiato? Tutte le regioni, l'una dopo l'altra, le hanno ufficialmente accettate, non escluse Venezia, Milano e Napoli, ancora al tempo in cui fioriva la letteratura, soggiogate in certo modo dallo splendore che da esse partiva. Ed anche il Piemonte, benchè soltanto nel nostro secolo, s'è di sua propria iniziativa italianizzato, accettando spontaneamente il più bel tesoro della nazione, la pura lingua.[189] Alla letteratura dei dialetti furono, sin dal principio del secolo XVI, senza sforzo e deliberatamente abbandonati taluni argomenti, per lo più comici, ma talvolta anche serii,[190] prestandosi lo stile di essi a qualsiasi esigenza. Presso gli altri popoli una simile separazione, come frutto di una determinazione calcolata e riflessa, non ebbe luogo se non molto più tardi.

L'opinione delle persone colte sul valore della lingua, come elemento d'unione della società più elevata, trovasi chiaramente espressa nel «Cortigiano».[191] Fin d'allora, cioè fin dal principio del secolo XVI, eranvi taluni, che con ostinato fanatismo tenevano fermo a voler mantenute alcune espressioni invecchiate di Dante e degli altri toscani del suo tempo, non per altro, se non perchè erano antiche. Nella lingua parlata il Castiglione le proibisce assolutamente, e non le accetta nemmeno nella lingua scritta, perchè anche in questa egli non vede che una forma speciale del parlare. Coerentemente poi a questa premessa, egli stabilisce che il miglior modo di parlare sarà quello, che più d'ogni altro s'accosti alla lingua convenientemente scritta. Donde emerge assai chiaro il concetto che tutti quelli, i quali hanno da dire qualche cosa di veramente importante, debbono essi stessi formarsi la propria lingua, e che questa è mobile e mutabile, appunto perchè è qualche cosa di vivo: potersi quindi usare liberamente le più belle espressioni, purchè il popolo le usi, togliendole anche da regioni non toscane, e accettando perfino le francesi e le spagnuole, quando l'uso le abbia consacrate per certe cose speciali:[192] sorgere così, coll'aiuto dell'ingegno e dello studio, una lingua, la quale non sarà invero l'antico toscano puro, ma l'italiano vero, ricco e pieno come un prezioso giardino, abbondante di fiori e di frutta. S'intende da sè che è dovere imprescindibile d'un cortigiano di esprimere sotto questa veste perfetta i suoi affetti e la sua poesia.

Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società viva, così, in onta a tutti i loro sforzi, i puristi non riuscirono in sostanza ad aver vinta la causa. V'erano troppi e troppo valenti scrittori ed uomini di società anche toscani, che o non si curavano o ridevano di quegli sforzi; e l'ultima di queste due eventualità si verificava ogni volta che dal di fuori veniva un dotto qualunque e pretendeva mostrare ad essi, ai toscani, che essi stessi erano «della loro lingua ignorantissimi».[193] Già l'esistenza di uno scrittore quale era il Machiavelli troncava d'un tratto tutte quelle questioni, in quanto egli avea dato ai profondi suoi concetti una veste limpida, schietta, naturale, adottando una lingua, che aveva tutti i pregi, fuorchè quello di imitare il puro Trecento. D'altro lato v'erano troppi lombardi, romani, napoletani ed altri, ai quali non poteva rincrescere, se nello scrivere e nel conversare non si esageravano troppo le pretese di un rigoroso purismo nell'espressione. Essi ripudiavano, è vero, le forme e i modi del loro dialetto, e il Bandello, per tutti, assai spesso (non sappiamo quanto sinceramente) ne fa ampia e chiara protesta: «io non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nè accrescere ornamento alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a' confini della Liguria nato» ecc.[194] Ma, di fronte al partito dei rigidi puristi, tutti cercavano nel fatto di sostenersi, e, rinunciando a bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e quasi a compenso, d'impadronirsi della lingua comune. Non a tutti infatti era dato di poter fare come il Bembo, che, nato a Venezia, scrisse per tutta la sua vita il più puro toscano, (sempre però come lingua appresa e quasi straniera), o come il Sannazzaro, che presso a poco fece altrettanto, essendo napoletano. L'essenziale era questo che ognuno sia parlando, sia scrivendo, doveva trattar la lingua con somma cura. Posto ciò, si poteva benissimo lasciare ai puristi tutto il loro fanatismo, i loro congressi filologici[195] e simili: veramente dannosi essi non divennero che più tardi, quando il soffio dell'originalità era già fatto notevolmente più languido nella letteratura, e stava per soggiacere ad influenze affatto d'altra natura, ma ancor più perniciose. Da ultimo fu libero alla stessa Accademia della Crusca di trattar l'italiano come una lingua morta; ma i suoi sforzi furono talmente impotenti, che non riuscì nemmeno ad impedire che assumesse quell'indirizzo e quel colorito francese, che forma il carattere distintivo della letteratura del secolo XVIII (cfr. p. 144 nota).

Ora fu appunto questa lingua tanto pregiata, curata e portata omai al sommo della pieghevolezza e duttilità, che divenne nella conversazione lo strumento e la base di ogni sociale convivenza. Mentre nei paesi settentrionali i principi e i nobili passavano i loro ozi o chiusi nella solitudine dei loro castelli o in continui combattimenti, cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al giuoco e agli esercizii corporali o, se pur si voglia, s'esercitava a scrivere rozzi versi e celebrava feste continue, in Italia, dove pure tali cose esistevano, erasi formato altresì un ambiente più elevato e sereno, dove uomini di qualsiasi condizione e nascita, purchè non privi di talento e di cultura, si raccoglievano in eleganti convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando l'utile al dolce. Siccome in tali convegni o non si usava di far trattamenti, o questi si riducevano ad assai poca cosa,[196] non era difficile neanche il tenerne lontani gli uomini più materiali e gli scrocconi. Se ci è permesso di credere a quanto ne scrissero alcuni autori di dialoghi, anche i più elevati problemi della vita avrebbero formato l'oggetto d'importanti discussioni fra gli uomini più distinti: nè la manifestazione di sublimi pensieri vi sarebbe stata, come di regola presso i settentrionali, un privilegio puramente individuale, bensì comune a parecchi. Qui però noi ci restringeremo a toccare della vita sociale nel lato men serio ch'essa presenta, nelle riunioni, che non hanno altro scopo, che sè medesime.

CAPITOLO IV. La forma più elevata della vita sociale.

Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo.

Questa vita, almeno nei primi anni del secolo XVI, era assai saggiamente regolata e si basava sopra quelle convenienze tacite ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro, ma che non hanno nulla che fare colla rigida etichetta. In certi circoli più compatti, dove le riunioni assumevano il carattere di stabili corporazioni, v'erano perfino degli statuti e delle formalità per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre società di artisti fiorentini, alle quali il Vasari attribuisce il merito[197] di aver promosso la rappresentazione delle più importanti commedie d'allora. Le società più leggere invece e che si mettevano insieme per circostanze affatto momentanee, accettavano volentieri le prescrizioni, che eventualmente venivano imposte dalla dama più ragguardevole. Tutti conoscono l'Introduzione del Decamerone del Boccaccio, e sono usi a considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra una consuetudine già accettata nella vita sociale. Il Firenzuola, che quasi due secoli dopo premette alle sue novelle un'introduzione simile, s'accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in bocca alla regina della sua società pone un discorso sul modo di ripartire il tempo durante il soggiorno alla campagna, vale a dire, prima di tutto un'ora di speculazioni filosofiche andando a passeggiare sopra una collina, poi la mensa rallegrata dal suono del liuto e del canto,[198] indi la recita in qualche sito ombroso di qualche nuova canzone, il cui tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella, e finalmente la cena e i piacevoli ragionamenti, «tali però, che alla onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non disconvengano». Il Bandello nelle introduzioni e nelle dediche di ciascuna delle sue novelle non riferisce, è vero, simili discorsi di circostanza, poichè le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle vengono narrate, esistono già come circoli omai formati, ma lascia in altro modo indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli dovevano essere queste supposte riunioni sociali. Alcuni lettori penseranno, che in società capaci di udire racconti tanto immorali, come son quelli che si leggono, non ci fosse troppo nè da perdere, nè da guadagnare. Ma da un altro lato potrebbe anche dirsi, che ben solide dovevano essere le basi di società, che, ad onta di tali racconti, non uscivano dalle convenute formalità, non andavano a soqquadro, e potevano perfino occuparsi di serie discussioni sugli argomenti più gravi. Ciò vuol dire che il bisogno di una forma elevata di conversazione si faceva sentire più forte che mai e andava sopra ogni cosa. Per convincersene non occorre di prendere a norma la società un po' troppo idealizzata, che il Castiglione introduce a parlare sui più elevati sentimenti e scopi della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro Bembo nel castello di Asolo. La società del Bandello, invece, anche in onta a tutte le frivolezze alle quali si abbandona, può riguardarsi come il tipo più veritiero di quell'elegante decoro, di quella facile amabilità, di quella schietta franchezza, di quello spirito insomma e di quella cultura letteraria ed artistica, che formano i caratteri distintivi di tali circoli. Una prova assai concludente se ne ha specialmente in questo, che le dame, che ne formavano il centro, godevano l'universale estimazione, nè per tal fatto furono minimamente pregiudicate nella loro fama. Fra le protettrici del Bandello, per esempio, Isabella Gonzaga, nata Estense (v. vol. I, pag. 58), se ebbe una celebrità non scevra di macchie, non fu già pel proprio contegno, ma per quello delle scostumate damigelle che la circondavano:[199] Giulia Gonzaga Colonna, Ippolita Sforza maritata ad un Bentivoglio, Bianca Rangona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre andarono del tutto immuni, qualunque del resto sia stato il loro contegno, da ogni accusa e censura. La più celebre donna d'Italia poi, Vittoria Colonna, godeva fama addirittura di santa. Ora, egli è indubitato che le particolarità che ci vengono date intorno al vivere sciolto, che si conduceva nelle città, nelle ville e nei bagni più celebrati, non sono di tal natura da farne emergere una superiorità assoluta della vita sociale d'Italia su quella del resto d'Europa. Ma si legga il Bandello,[200] e si vegga poscia se un genere simile di società sarebbe, ad esempio, stato possibile in Francia, prima che vi fosse stato trasportato d'Italia da lui e da tanti altri colti e civili al pari di lui? — Certamente che anche a quel tempo le più alte creazioni dell'ingegno umano non ebbero bisogno, per nascere, dell'aiuto o del favore di quelle riunioni, ma si avrebbe gran torto se le si riguardasse come di poco momento nella vita dell'arte e della poesia, non fosse per altro, almeno per questo, che aiutarono potentemente a creare in Italia ciò che allora non esisteva in verun altro paese, un vivo interessamento per tutto quanto si produceva nell'un campo e nell'altro, e un gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo poi anche da ciò, questo genere di società è già per sè stesso un necessario portato di quella particolare cultura e di quel modo di vivere, che allora era esclusivamente italiano, e che d'allora in poi divenne europeo.

In Firenze la vita di società è fortemente influenzata da parte della letteratura e della politica. Innanzi tutto Lorenzo il Magnifico è tal uomo, che domina completamente quanti lo circondano, non tanto in virtù della sua posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene egli, del resto, abbia lasciato sempre piena libertà d'azione anche a quelli, che più gli stavano dappresso.[201] Si vede, ad esempio, con quanto rispetto egli tratti il Poliziano, l'educatore de' suoi figli, e come i modi franchi ed aperti del letterato e del poeta a gran fatica si concilino in lui con quella riserbatezza, che gli è imposta necessariamente dal rango principesco, cui ormai è salita la sua casa, e dai riguardi che egli deve alle suscettibilità di sua moglie; ma dal canto suo, e quasi in ricambio, il Poliziano è l'espressione e quasi il simbolo vivente delle glorie dei Medici. Lorenzo poi si compiace, giusta l'uso della sua famiglia, di lasciare una traccia imperitura del gusto e della passione, che egli ha per tali convegni sociali. Nella sua splendida improvvisazione «La caccia col falcone» egli fa un ritratto comico de' suoi compagni, e nel «Simposio» lo scherzo va ancora più innanzi e tocca il burlesco, ma però sempre in modo, che vi si travede anche il lato serio della riunione.[202] E che questa assumesse talvolta un tale carattere ce lo attestano con piena evidenza le sue corrispondenze, e le notizie rimasteci sulle frequenti sue dispute filosofiche ed erudite. Altri circoli posteriori di Firenze sono, in parte almeno, specie di clubs politici, che però hanno al tempo stesso un lato poetico e filosofico, come, per esempio, la così detta Accademia platonica, che dopo la morte di Lorenzo soleva raccogliersi negli orti de' Rucellai.[203]

Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva naturalmente dalle tendenze personali del regnante. Di esse, per vero, al principiare del secolo XVI ce n'era oggimai poche, e queste poche erano anch'esse pressochè senza importanza. Roma faceva un'eccezione colla corte veramente unica di Leone X, dove si raccoglieva una società tanto speciale, quale non si vide ripetersi più in nessun epoca storica.

CAPITOLO V. L'uomo perfetto di società.

Suoi amori. — Sue qualità esterne ed interne. — Gli esercizi corporali. — La musica. — Gl'istrumenti e i virtuosi. — Dilettanti in società.

Ed ora si vien formando per le corti, ma più ancora per sè medesimo, il Cortigiano, quale ci vien descritto dal Castiglione. Egli è propriamente l'uomo ideale, quale lo domanda la cultura di quel tempo, e la corte sembra più fatta per lui, che egli per la corte. Tutto ben ponderato, un tal uomo non potrebbe essere adoperato in nessuna corte, perchè egli stesso ha il talento e la apparenza di un vero principe, e perchè l'eccellenza sua, calma e dignitosa in ogni cosa, presuppone già in lui una assoluta indipendenza. Il movente principale d'ogni sua azione non è, benchè l'autore lo dissimuli, il servizio del principe, ma bensì il suo proprio perfezionamento. Un esempio spiegherà meglio la cosa: nella guerra il Cortigiano deve astenersi da tutte quelle imprese, anche utili e non scevre di sacrifici e pericoli, che non sieno grandiose e belle in sè medesime, perchè deve aver sempre fisso in mente che ciò che lo conduce alla guerra, non è il dovere in sè stesso, ma soltanto l'honore.[204] La posizione morale di fronte al principe, quale è presentata nel quarto libro, è quella di un uomo libero e indipendente. La teoria degli amori del Cortigiano (nel terzo libro) contiene osservazioni psicologiche molto sottili, le quali però per la miglior parte si riferiscono a tutti gli uomini in generale, e la grande e quasi lirica glorificazione dell'amore ideale (sulla fine del quarto libro) non ha più nulla che fare coll'assunto speciale di tutta l'opera. Ma anche qui, come negli Asolani del Bembo, la straordinaria elevatezza della cultura si fa manifesta dal modo delicatissimo, con cui i sentimenti vengono analizzati. Bensì non si deve sempre prestar cieca fede a questi autori, nè creder tutto sulla loro parola; ma ciò non vuol dire che quei discorsi non sieno stati tenuti realmente nelle più elevate società, e più innanzi vedremo, che spesse volte queste convenzionali apparenze nascondevano lampi di vera passione.

Tra le qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si esigono in grado perfetto in un Cortigiano, sono i così detti esercizi cavallereschi; ma, oltre a questi, richiedevansi anche parecchie altre cose, che veramente non avrebbero potuto pretendersi se non in corti colte, regolarmente organizzate e basate tutte sull'emulazione personale, quali in allora non esistevano se non in Italia: altre cose ancora si fondano evidentemente sopra un'idea puramente generale ed astratta della perfezione individuale. Il Cortigiano deve aver familiari tutti i giuochi ed esercizi più nobili, il salto, la corsa, il nuoto, la lotta: principalmente poi deve essere un abile danzatore e (come già s'intende da sè) un perfetto cavallerizzo. Oltre a ciò si esige da lui tal conoscenza di più lingue, o almeno almeno dell'italiano e del latino, che s'intenda di amena letteratura e sappia dare un giudizio in fatto di belle arti; nella musica anzi vuolsi una certa abilità pratica, che però egli terrà segreta quanto più gli sarà possibile. Non si pretende tuttavia che queste qualità sieno in lui tutte in grado perfetto, eccezione fatta dell'esercizio delle armi; dal neutralizzarsi reciproco di tante doti risulta per l'appunto quel perfetto individuo, nel quale nessuna primeggia tanto spiccatamente da recar nocumento alle altre.

Egli è fuor d'ogni dubbio che nel secolo XVI gl'Italiani, sia come scrittori teorici, sia come maestri pratici, erano in grado d'insegnare a tutto l'occidente tanto in fatto di esercizi ginnastici d'ogni specie, quanto in fatto di convenienze sociali. Nel cavalcare, nel giostrare e nel danzare furono essi i primi a dar l'indirizzo con opere scritte, con disegni e figure, e con insegnamenti pratici; la ginnastica, come cosa a sè e separata dagli esercizi guerreschi e dai semplici giuochi, fu forse per la prima volta insegnata alla scuola di Vittorino da Feltre (v. vol. I, pag. 282) e rimase poi come parte integrante di ogni completa educazione.[205] L'importanza di un tal fatto sta tutta in questo, che essa fu insegnata allora come una vera arte: quali esercizi fossero in uso, e se per avventura si conoscessero quelli che sono più frequenti oggidì, è impossibile il dirlo. Ma che, oltre la forza e la destrezza, mirassero anche ad ottenere la grazia, lo si può arguire non solo dall'indole della nazione già nota sotto tanti altri aspetti, ma anche da notizie positive che se ne hanno. Basta in proposito ricordare il grande Federigo da Urbino (v. vol. I, pag. 60), che assisteva in persona ai giuochi de' giovani a lui affidati.

I giuochi e le gare non presentavano in fondo nessuna sostanziale differenza da quelli che erano in uso presso gli altri popoli occidentali. Naturalmente nelle città marittime vi si aggiungevano le gare dei remiganti, e le regate veneziane erano assai per tempo famose.[206] Il giuoco classico d'Italia era, ed è, notoriamente il giuoco della palla, ed anche questo all'epoca del Rinascimento pare vi sia stato coltivato con molta maggior passione e con più pompa, che in qualunque altro paese d'Europa. Non se ne hanno però positive testimonianze.

A questo punto non dobbiamo lasciare in dimenticanza la musica.[207] La composizione intorno al 1500 era ancora principalmente nelle mani della scuola olandese, che veniva molto ammirata pel complicato artificio e per la stranezza delle sue creazioni. Ma, accanto a questa, eravi pure una scuola italiana, che senza dubbio s'accostava assai di più al nostro gusto musicale d'oggidì. Un mezzo secolo più tardi sorse il Palestrina, le cui armonie esercitano un fascino prepotente anche sul mondo attuale: egli vien dato altresì come un gran novatore, ma non ci è detto con sufficiente chiarezza, se a lui o ad altri si debba il passo decisivo, che ha fatto il linguaggio musicale del mondo moderno, per cui a noi profani è impossibile il farci un'idea esatta dello stato delle cose in questo riguardo. Lasciando adunque completamente da parte la storia della composizione musicale, cercheremo invece di dir qualche cosa sul posto, che si faceva alla musica nella vita sociale d'allora.

Innanzi tutto un fatto sommamente caratteristico pel Rinascimento e per l'Italia di quel tempo è il multiforme specializzarsi dell'orchestra, il cercar nuovi strumenti, vale a dire nuove combinazioni armoniche, e — in stretta colleganza con ciò — il formarsi di una classe speciale di cultori dell'arte per professione (virtuosi), che è come a dire, l'insinuarsi dell'elemento individuale in determinati rami della musica e in determinati strumenti.

Fra gli strumenti capaci di dare una completa armonia, l'organo ebbe assai per tempo una grande diffusione e un notevole perfezionamento, ma, accanto ad esso, si diffuse anche assai presto il corrispondente strumento a corde, il gravicembalo o clavicembalo, di cui si conservano ancora dei frammenti, che risalgono ai primi anni del secolo XIV, perchè ornati con figure dipinte da sommi maestri. Fra tutti gli altri poi il violino prese il primo posto e diede anche delle grandi celebrità. Presso Leone X, che già anche da cardinale aveva la casa piena di cantanti e di sonatori e che godeva fama egli stesso di grande conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo Sansecondo: al primo Leone diè il titolo di conte e il possesso di una piccola città;[208] il secondo credesi rappresentato nell'Apollo del Parnaso di Raffaello. Nel corso poi del secolo XVI sorsero delle celebrità in ogni ramo speciale, e Lomazzo (intorno al 1580) nomina a tre a tre prima i virtuosi di canto, poi quelli di ciascuna specie di strumenti, quali l'organo, il liuto, la lira, la viola da gamba, l'arpa, la cetra, i corni e le tibie, esprimendo il voto che i loro ritratti sieno dipinti sugli stessi strumenti.[209] Una così svariata attitudine a giudicare di tutti i generi fuori d'Italia a quel tempo non si sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene quegli strumenti fossero già noti e diffusi dovunque.

Oltre a ciò, la ricchezza in fatto di strumenti emerge specialmente da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di curiosità, delle collezioni. In Venezia, dove la passione per la musica era grande,[210] ve n'erano parecchie; e quando per caso vi s'incontrava un certo numero di virtuosi, vi s'improvvisava all'istante un concerto. (In una di simili collezioni vedevansi anche parecchi strumenti costrutti su modelli o descrizioni antiche, ma non è detto se vi fosse chi sapesse suonarli e qual suono dessero). Non è neanche da dimenticare, che taluni di questi strumenti presentavano esteriormente una certa eleganza, per cui, aggruppati insieme, armonizzavano assai leggiadramente fra loro. E appunto per questo accade d'incontrarli anche nelle collezioni d'altre rarità e cose d'arte.

Gli esecutori, oltre i virtuosi di professione, erano o singoli amatori od anche intere orchestre di dilettanti, organizzati a guisa di corporazioni o di «accademie».[211] Molti pittori, scultori ed architetti s'intendevano anche, e talvolta in sommo grado, di musica. — Alle persone appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati gli strumenti a fiato per gli stessi motivi,[212] pei quali una volta se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade Atena. La società più ragguardevole amava il canto solo o con accompagnamento di violino; ma piaceva anche il quartetto a viole[213] e, per la ricchezza de' suoi mezzi, altresì il clavicembalo, non però il canto a più voci, «perchè assai meglio si ascolta, si ode e si giudica una voce sola». In altre parole, siccome il canto, in onta a qualsiasi convenzionale modestia (v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per mettere in evidenza un uomo perfetto di società, così è meglio che ognuno sia udito (e veduto) da solo. L'effetto che si suppone prodursi nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più vivi e soavi, e appunto per questo alle persone alquanto attempate si sconsiglia sì il canto che il suono, quand'anche posseggano ancora una certa valentia nell'una cosa e nell'altra. L'effetto deve risultare da una gradevole impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista. — Di un apprezzamento della composizione, come lavoro d'arte a sè, non è fatta parola. Per converso accade talvolta che il contenuto delle parole esprima qualche terribile situazione reale, qualche caso effettivamente occorso al cantore.[214]

Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto delle classi medie, come delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo stesso si tenne più strettamente ligio alle prescrizioni dell'arte, che non altrove. Dovunque si parla di riunioni sociali, non si tralascia mai di parlare altresì dei canti e dei suoni, che vi si udivano; centinaia di ritratti ci rappresentano o singolarmente a gruppi gli artisti, e perfino nei quadri di cui son decorate le chiese, i concerti degli angeli mostrano ad evidenza, quanto famigliari fossero ai pittori queste riunioni vere e reali dei cultori della musica. Un'altra prova della passione con cui si coltiva quest'arte, si ha nel fatto che a Padova, per esempio, un Antonio Rota, suonatore di liuto, (morto nel 1549) divenne addirittura ricco solo col dare lezioni private e col pubblicare un «Avviamento» allo studio del liuto.[215]

In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora cominciato ad assorbire tutto il genio musicale e quasi ad arrogarsene il monopolio esclusivo, questi sforzi possono segnalarsi come veramente maravigliosi, ed hanno diritto a tutta la nostra ammirazione. Ella è poi una questione affatto diversa quella di sapere quale interesse desterebbero in noi quelle armonie, se, per una strana ipotesi, ci fosse dato di udirle.

CAPITOLO VI. Condizione della donna.

Sua educazione pari a quella dell'uomo. — Carattere virile delle sue poesie. — Sviluppo completo della sua personalità. — La donna-uomo (virago). — La donna nella società. — Cultura delle cortigiane.

Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei circoli più elevati dell'epoca del Rinascimento, è della massima importanza il sapere, che la donna in essi ebbe una posizione uguale in tutto a quella dell'uomo. Non bisogna a questo riguardo lasciarsi trarre in inganno dalle sofistiche e spesso anche maligne argomentazioni, colle quali taluni scrittori di dialoghi di quel tempo cercano di provare la pretesa inferiorità del bel sesso, e neanche da qualche satira del genere della terza dell'Ariosto,[216] nella quale la donna è rappresentata come un pericoloso fanciullo fatto già adulto, che l'uomo deve saper dirigere, sebbene tra lui ed essa esista un abisso. Quest'ultima ipotesi però presenta in un certo senso un lato vero: appunto perchè in Italia la donna, giunta al pieno sviluppo della sua individualità, era uguale in tutto all'uomo, non potè nel matrimonio effettuarsi quella completa identificazione di pensieri e di sentimenti, che più tardi forma la fortunata caratteristica delle morigerate popolazioni del nord.

Dicemmo che l'educazione della donna nelle classi più elevate era essenzialmente uguale a quella dell'uomo. Egli è un fatto che gl'Italiani del Rinascimento non esitarono a far impartire ai loro figli d'ambo i sessi l'identica istruzione letteraria e perfin filologica (v. vol. I, pag. 291). Ma ciò era anche naturale: dal momento che questa cultura neo-antica si riguardava come l'ornamento più bello della vita, non v'era nessuna ragione perchè non dovessero fregiarsene anche le fanciulle. Vedemmo altrove qual grado di valentìa raggiunsero le figlie di alcune case principesche nel parlare e nello scrivere latino (v. vol. I, pag. 299 e 305). Altre dovevano almeno saperlo leggere e intendere, per poter nelle conversazioni tener dietro a ciò che ne costituiva la parte più essenziale, le discussioni erudite su varii punti dell'antichità. A ciò s'aggiunga la parte veramente attiva, che doveano prendere allo studio della poesia italiana, nella quale si voleva che anch'esse sapessero comporre sonetti e canzoni, e si provassero perfino nell'improvvisazione: e una prova se ne ha nel numero considerevole di donne, che in questo genere acquistarono una grande celebrità,[217] dopo l'esempio dato dalla veneziana Cassandra Fedele (della fine del secolo XV); taluna, come Vittoria Colonna, si rese addirittura immortale. — Ora, se v'è cosa che confermi al tutto la nostra superiore asserzione dell'indirizzo veramente virile dato anche agli studi delle donne, sono appunto queste poesie: infatti e sonetti e canzoni, tanto di genere erotico, che religioso, hanno un'impronta tale di serietà e robustezza e si scostano siffattamente da quelle tinte indeterminate e da quei teneri slanci di entusiasmo, che caratterizzano d'ordinario la poesia femminile, che si sarebbe tentati di crederle composizioni d'uomini, se i nomi e notizie precise ed esatte non ci facessero certi del contrario.

Ma, insieme alla cultura, sviluppasi nelle donne delle classi più elevate anche tutta la loro individualità in modo pressochè uguale che negli uomini, mentre fuori d'Italia sino al tempo della Riforma nessuna donna in generale, e ben poche anche tra le principesse emergono personalmente. Eccezioni come Isabella di Baviera, Margherita d'Angiò, Isabella di Castiglia e simili, non appaiono sulla scena che in circostanze affatto eccezionali, e quasi loro malgrado. In Italia, ancora nel corso del secolo XV, le consorti dei regnanti e specialmente quelle dei Condottieri hanno quasi tutte una fisionomia loro propria e distinta, e partecipano non pure alla celebrità, ma anche alla gloria dei loro mariti (v. vol. I, pag. 179). A queste tien dietro a poco a poco una schiera di donne celebri di diversa specie (v. ibid. pag. 203), in talune delle quali, per vero, non saprebbesi riscontrare altra singolarità, fuorchè quella di possedere un bell'accordo di naturali attitudini, di bellezza, di cultura, di morigeratezza e di pietà religiosa.[218] Di una «emancipazione» in senso affatto speciale non si parla nemmeno, perchè la cosa già s'intende da sè. La donna di condizione elevata deve, al pari dell'uomo, curare il proprio perfezionamento sotto ogni riguardo: quindi uguale il modo di pensare e di agire, uguali le tendenze e le aspirazioni. Da lei non si pretende una completa attività letteraria; tutt'al più, se sarà poetessa, le si domanderà qualcuna di quelle potenti armonie, che erompono dal profondo dell'anima, non però quelle rivelazioni intime, che si manifestano sotto la forma di ricordi giornalieri e romanzi. — Queste donne non pensavano punto al pubblico: bastava ad esse di tenere avvinti al loro carro gli uomini più considerevoli[219] e d'imbrigliarne i voleri.

Il vanto maggiore, e che più frequentemente si trova, ripetuto, per le grandi donne italiane di quel tempo, si è di avere mente ed animo veramente virili. Basta guardare al contegno energico e risoluto della maggior parte delle eroine del Bojardo e dell'Ariosto, per vedere come di questa energia e risolutezza si avesse omai un concetto proprio e determinato. Il titolo di «virago», che nel nostro secolo suonerebbe come un complimento assai equivoco, costituiva allora una vera lode. Esso fu portato con grande splendore da Caterina Sforza, moglie e poi vedova di Girolamo Riario, il cui possesso ereditario di Forlì ella difese strenuamente dapprima contro. il partito dei di lui uccisori, poscia contro Cesare Borgia; infine soggiacque, ma procacciandosi l'ammirazione di tutti i suoi concittadini e l'appellativo di «prima donna d'Italia».[220] E una vena di somigliante eroismo riscontrasi altresì in altre donne del Rinascimento, ma ad esse mancarono le occasioni di mostrarsi eroine. Isabella Gonzaga (v. vol. I, p. 58) in modo speciale emerge per un carattere di questa tempra.

È chiaro da sè che donne simili potevano benissimo lasciar raccontare nei loro circoli novelle anche del colore di quelle del Bandello, senza che per questo la loro fama ne restasse pregiudicata. Il genio predominante di queste riunioni non è l'effeminatezza moderna, vale a dire quei riguardi delicati per certe supposizioni, per certe suscettibilità, per certi misteri, che sono indispensabili nel nostro tempo, ma la coscienza della propria forza, della propria bellezza e di condizioni sociali piene di pericoli e di minacce. Perciò, accanto al formalismo più compassato, scorgesi qualche cosa, che nel nostro secolo avrebbe l'aspetto di inverecondia,[221] mentre noi non siamo più in grado di farci un'idea di ciò che contrabbilancia tutti questi svantaggi, la potente personalità delle donne dominanti allora in Italia.

C'è appena bisogno di dire che in nessun trattato e in nessun dialogo di quel tempo s'incontra un'espressione o una frase, che possa costituire una testimonianza decisiva in proposito, per quanto anche vi si discuta diffusamente sulla condizione e sulle attitudini delle donne, nonchè sull'amore in generale.

Ciò che, a quanto sembra, mancò del tutto a queste riunioni, furono le giovani fanciulle,[222] che oggidì ne formano invece il più bell'ornamento, ma che allora n'erano tenute severamente lontane, anche se non venivano allevate nel chiostro. Non si saprebbe dire tuttavia se la loro assenza fosse quella che favoriva la licenziosità della conversazione, o se questa fosse la causa di quella.

Anche la conversazione delle cortigiane assume talvolta un indirizzo notevolmente più elevato, come se si volessero rinnovare i rapporti che un tempo ebbero gli Ateniesi colle loro etere. La celebre cortigiana di Roma, Imperia, non era sprovveduta di spirito e di cultura, ed aveva appreso da un Domenico Campana a far versi, e s'intendeva anche di musica.[223] La bella Isabella de Luna, d'origine spagnuola, aveva fama per lo meno di donna piacevole, e del resto era un misto bizzarro di bontà di cuore e di malignità procace e impudente.[224] A Milano il Bandello conobbe la maestosa Caterina di San Celso,[225] che suonava e cantava maravigliosamente e recitava anche versi. E così dicasi di tante altre. Da ciò si desume che le persone ragguardevoli e colte, che visitavano queste donne e si stringevano in amicizia per un tempo più o meno lungo con esse, le pretendevano talqualmente istrutte, e in generale colle più celebri usavano grandi riguardi; e se ne ha una prova nel fatto, che, anche dopo sciolto ogni rapporto colle medesime, si cercava tuttavia di conservarsi la loro stima,[226] perchè la passione precedente avea pur sempre lasciato di sè una traccia incancellabile. Tutto sommato però, del lato spirituale di questi rapporti non si tiene alcun conto nella società ufficiale, e i vestigi che ne rimasero nella poesia e nella letteratura, sono prevalentemente di genere scandaloso. Anzi si ha tutta la ragione di maravigliarsi che fra le 6800 persone di questa condizione, che nell'anno 1490 — prima quindi che si conoscesse quivi la sifilide — si contavano in Roma,[227] quasi nessuna sia emersa per superiorità di spirito e d'ingegno; quelle che già nominammo, appartengono all'epoca susseguente. Il modo di vivere e di sentire di queste donne, che, in mezzo alla più sfrenata sete dei piaceri e dei turpi guadagni, sono capaci talvolta anche di forti passioni, e l'ipocrisia e la perversità veramente infernale di talune già invecchiate in quel lezzo, sono descritte al vivo, e meglio che da ogni altro, dal Giraldi nelle novelle, che formano l'Introduzione a' suoi «Hecatommithi». Pietro Aretino invece ne' suoi «Ragionamenti» descrive piuttosto la propria, che la depravazione di questa classe infelice di persone, quale era in realtà.

Le belle dei principi, come è già stato altrove accennato (v. vol. I, pag. 70), furono cantate dai poeti e riprodotte dagli artisti, e sono quindi note personalmente tanto ai contemporanei che ai posteri, mentre invece di una Alice Perries, di una Clara Dettin (la bella di Federico il vittorioso) non sono rimasti che i nomi, e di una Agnese Sorel una leggenda amorosa più finta, che vera. La cosa mutò per l'appunto sotto i re dell'epoca del Rinascimento, Francesco I ed Enrico II.

CAPITOLO VII. Il governo della famiglia.

Contrasto col medio-evo. — Agnolo Pandolfini. — Le ville e la vita campestre.

Dopo la vita sociale merita uno sguardo anche quella della famiglia nell'epoca del Rinascimento. Generalmente s'inclina a riguardar questa vita famigliare degl'Italiani d'allora come del tutto disordinata in forza della grande immoralità, che a quel tempo regnava. Noi avremo in seguito occasione di considerare questa questione sotto il punto di vista morale. Per ora ci basta di constatare, che l'infedeltà coniugale non esercitò quivi a gran pezza quelle perniciose influenze sulla famiglia, che si rilevarono nei paesi settentrionali; bene inteso, sino a che non sorpassò certi limiti.

Il governo famigliare del medio-evo era tutto modellato sugli usi prevalenti nel popolo, o, se si vuole, si basava unicamente sulla legge del naturale sviluppo delle nazioni e sull'influenza esercitata dal diverso modo di vivere secondo la propria classe e i propri mezzi. La Cavalleria nel tempo del suo splendore non si curò gran fatto del focolare domestico: lo spirito de' cavalieri fu d'errar per le corti in cerca d'avventure e di risse; il loro omaggio costantemente fu per una donna, che non era la madre dei loro figli; nel castello le cose si lasciavano andare alla meglio. Il Rinascimento invece provossi a fondare la vita di famiglia come qualche cosa di regolarmente ordinato, come frutto di lunga e seria meditazione. Per riuscire a ciò tornò di grande aiuto un sistema di ben intesa economia (v. vol. I, pag. 108) ed un razionale assettamento della casa; ma la cosa principale fu pur sempre uno studio accurato e giudizioso di tutte le quistioni riguardanti la convivenza, l'educazione, l'organizzazione e il servizio della medesima.

Il più pregevole documento in questo riguardo è il dialogo sul Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini.[228] È un padre che parla a' suoi figli già adulti e li inizia nella sua amministrazione. Vi si scorge per entro uno stato di famiglia assai largo ed agiato, che, condotto innanzi con parsimonia e con moderazione, promette prosperità e ben essere per molte generazioni. Un podere piuttosto considerevole provvede co' suoi prodotti ai bisogni della famiglia e costituisce la base fondamentale di tutto; accanto ad esso fiorisce un'industria qualunque, una tessitura, per esempio, di seta o di lana. L'abitazione e il vitto sono solidamente assicurati: tutto ciò che riguarda l'ordinamento e l'arredamento interno, deve esser fatto in grande e in modo durevole e senza risparmio; la vita quotidiana per converso vuol essere semplice, quanto è possibile. Ogni altra spesa, dai maggiori pagamenti, nei quali è impegnato l'onore, sino ai più modesti assegni che si fanno ai figli più giovani pei loro piaceri, deve stare con ciò in una proporzione ragionevole, per modo che nè «passi più oltre che richiegga l'onestà, nè sia minore di quello che richiegga il bisogno». La cosa più importante però si è l'educazione, che il padrone di casa ha da procurare non solamente a' suoi figli, ma a tutta la sua famiglia. La prima educazione è dovuta alla moglie, perchè di timida e riservata fanciulla diventi una vera donna di casa, un'abile padrona capace di dirigere e sorvegliare tutti quelli, che stanno sotto la sua dipendenza: poi debbonsi educare i figli con occhio amorevole e circospetto, con esortazioni e persuasioni, piuttostochè con inutile severità, usando in generale «più l'autorità, che la violenza»;[229] finalmente, quanto ai servi e dipendenti, s'hanno a trattare in modo da farne altrettante persone veramente affezionate e fedeli.

Un altro tratto notevole, se non anche esclusivamente caratteristico di questo libro, si è l'entusiasmo con cui vi si parla della vita campestre, donde se ne deduce che l'amore ad un tal genere di vita era passato omai nelle abitudini delle classi colte. Nei paesi settentrionali d'Europa a quel tempo le campagne erano abitate dai nobili rinchiusi nei loro castelli e dai più illustri fra gli ordini monastici, che avevano forti e ben munite abbazie ai piedi sulla cima di qualche monte: la borghesia, anche ricca, non usciva in veruna stagione dell'anno dalle mura delle città. In Italia, invece, la maggior sicurezza personale da un lato, l'amenità dei siti dall'altro sedussero assai per tempo i cittadini ad un soggiorno temporaneo più meno lungo nei dintorni di qualche città,[230] anche a rischio di qualche perdita in caso di guerra. Così sorsero le ville delle classi più agiate, prezioso ricordo degli antichi usi romani, quando la prosperità e la cultura progredite permisero di adottarli.

Il nostro autore trova nella sua villa ogni pace e felicità, e noi in questo riguardo non possiamo far di meglio, che rimandare il lettore a quanto egli stesso ne dice nel suo Trattato (pag. 88). Ma, oltre al piacere, s'ha anche un vantaggio economico quando il podere contenga ogni cosa necessaria alla famiglia, grano, vino, olio, strame e legne (pag. 84), e allora lo si paga volentieri anche di più, perchè non s'ha poi bisogno di comprar nulla sul pubblico mercato. Dei dintorni di Firenze assai notevole ci sembra la descrizione ch'egli ci dà con queste parole: «In quello di Firenze ne sono molti (siti) posti in aere cristallino, in paese lieto, bella veduta, rare nebbie, non venti nocivi, buone acque, sane, pure, e buone tutte le cose, e molti casamenti, i quali sono come palagi di signori (e molti hanno forma di fortezze e di castella), edifici superbi e sontuosi». Egli intende quelle case di campagna, che nel loro genere potrebbero dirsi veri modelli, e che per la maggior parte nel 1529 furono, sebbene indarno, sacrificate dai fiorentini alla difesa della patria.

In queste ville, come in quelle lungo il Brenta, sui laghi di Lombardia, a Posilipo e a Vomero, la vita sociale assunse un carattere più libero e sciolto che non nelle sale dei grandi palagi di città. Le descrizioni degli inviti, delle cacce e di tanti altri passatempi di quella vita condotta quasi per intero all'aperto hanno ancor oggi qualche cosa di attraente negli scrittori, presso i quali s'incontrano. Ma quelle dimore campestri offersero altresì ozio e quiete a profondi pensatori, e in esse furono maturate talvolta le più nobili creazioni dell'ingegno umano.

CAPITOLO VIII. Le Feste.

Loro forme rudimentali, il Mistero e la Processione. — Pregi delle feste italiane su quelle d'altri paesi. — L'allegoria nell'arte italiana. — Rappresentanti storici dell'universalità. — Le rappresentazioni dei Misteri. — Il Corpusdomini in Viterbo. — Rappresentazioni profane. — Pantomime e ricevimenti solenni di principi. — Processioni; trionfi spirituali. — Trionfi profani. — Corse navali. — Carnevale a Roma e a Firenze.

Non è semplice caso o capriccio, che ci consiglia di unire allo studio della vita sociale anche quello delle pompe festive e delle rappresentazioni. La magnificenza veramente artistica che l'Italia spiega[231] in queste ultime, non fu raggiunta che mediante quella stessa convivenza di tutte le classi, che costituisce anche la base fondamentale della società italiana. Nel nord dell'Europa i monasteri, le corti e le comunità cittadine avevano le loro feste e rappresentazioni speciali, come in Italia; ma colà ebbero differenze essenziali di forma e di sostanza, qui furono invece portate ad un alto grado di sviluppo da una cultura e da un'arte, che erano il patrimonio di tutti. L'architettura decorativa, che venne in aiuto a queste feste, merita una pagina speciale nella storia dell'arte, quantunque essa ci apparisca ancora come una creazione puramente fantastica, che noi siamo costretti ad immaginare dalle descrizioni che ci son date. Qui noi ci occupiamo della festa come di un momento di entusiasmo, nel quale le idealità religiose, morali e poetiche assumono una forma visibile. Le feste italiane nella loro forma più elevata segnano un vero passaggio dalla vita reale a quella dell'arte.

Le due forme principali delle rappresentazioni festive sono, come in tutto l'occidente, il Mistero, vale a dire la storia sacra o la leggenda religiosa drammatizzate, e la Processione, vale a dire una marcia solenne per qualsiasi motivo pur religioso.

Ora in Italia le rappresentazioni dei Misteri erano nel complesso assai più splendide e numerose che altrove, e ad accrescerne il lustro largamente vi concorrevano le arti figurative e la poesia. Da esse poi si svolse più tardi non solo la farsa e tutto il dramma profano, ma anche la pantomima, che, accompagnata dal canto e dal ballo, cerca l'effetto nella bellezza e ricchezza dello spettacolo.

Dalla Processione poi ha origine nelle città italiane provvedute di strade ampie, piane e ben selciate,[232] il Trionfo, vale a dire la processione di persone vestite in costume a piedi o su carri, con carattere dapprima prevalentemente sacro, poscia a poco a poco sempre più profano. La processione del Corpusdomini e i carri del carnevale si toccano qui assai da vicino, quanto alla pompa della rappresentazione, ed in seguito vi si aggiungono anche i solenni ricevimenti di principi, che fanno il loro solenne ingresso in qualche città. Vero è, che anche gli altri popoli pretendevano in simili occasioni uno sfoggio straordinario di lusso e di magnificenza, ma gl'Italiani soltanto sapevano portare in tali feste un certo gusto artistico, per modo che ne usciva un concetto armonico in tutte le sue parti.

Ciò che di tali feste oggidì sopravvive non può dirsi che un avanzo ben meschino e quasi un'ombra di esse. Le processioni sacre e i ricevimenti dei principi si spogliarono presso che affatto dell'elemento, che dava loro una certa impronta drammatica, l'abbigliamento in costume, perchè si temono le derisioni del pubblico e perchè le classi colte, che una volta vi prendevano una parte attiva, se ne tengono ora lontane, quale per un motivo, quale per l'altro. Anche le mascherate carnevalesche continuano sempre più a cadere in disuso. Quel poco che ancora rimane, per esempio i singoli travestimenti adottati nelle processioni di certe confraternite religiose, e perfino la pomposa festa di S. Rosalia a Palermo, è una prova manifesta e parlante, che tali usi, dinanzi alla progrediente civiltà, sono destinati irreparabilmente a cadere.

Le feste hanno l'epoca del loro decisivo trionfo sull'aprirsi dell'evo moderno, nel secolo XV,[233] se pure anche in ciò Firenze non ha prevenuto tutto il resto d'Italia. Quivi infatti è relativamente molto più antica la organizzazione per quartieri in occasione di pubbliche rappresentazioni, la cui magnificenza presuppone un grande sfoggio di mezzi artistici. Di questo genere è la celebre rappresentazione dell'Inferno, fatta in parte sopra un palco e in parte su barche appostate nell'Arno, il primo giorno di maggio dell'anno 1304, quando sotto gli spettatori si ruppe il ponte alla Carraia.[234] Anche il fatto che più tardi i fiorentini vengono chiamati, in qualità di festaiuoli, ad organizzar feste in tutte il resto d'Italia,[235] prova chiaramente il grado di perfezione, cui essi aveano saputo portar le proprie.

Ora, se noi cerchiamo di mettere in rilievo i pregi più essenziali delle feste italiane di fronte a quelle degli altri paesi, ci si farà innanzi prima di tutto l'istinto naturale dell'individuo, giunto già ad un grado di completo sviluppo, a rappresentare l'individualità, vale a dire l'attitudine ad inventare una maschera e a sostenerla convenientemente. Pittori e scultori aiutarono poscia notevolmente a dar risalto alla decorazione dei luoghi non solo, ma altresì delle persone, suggerendo abbigliamenti, belletti (v. pag. 131 e segg.) ed altri ornamenti. In secondo luogo poi viene l'intelligibilità manifesta a chiunque dell'intreccio poetico. Nei Misteri essa era uguale in tutto l'occidente, perchè le narrazioni bibliche ed ascetiche erano già anticipatamente note a chicchessia; ma per tutte le altre rappresentazioni l'Italia aveva un deciso vantaggio sugli altri paesi. Per le parti recitative di singoli santi e d'altri personaggi profani essa possedeva una lirica assai armoniosa, che strappava l'applauso di tutti indistintamente.[236] Inoltre la maggior parte degli spettatori (nelle città) aveva una certa famigliarità colle figure mitologiche e indovinava, assai più facilmente che altrove, i personaggi storici ed allegorici, perchè desunti da un ciclo di tradizioni universalmente conosciute.

Ma questo punto vuol essere meglio chiarito. Tutto il medio-evo era stato il tempo classico delle allegorie: la sua teologia e la sua filosofia trattavano le loro categorie come qualche cosa di reale e sussistente da sè,[237] per guisa che la poesia e l'arte aveano bisogno di un ben piccolo sforzo, per aggiungervi ciò che mancava ancora a costituirne la piena personalità. In ciò tutti i paesi d'occidente trovavansi presso a poco, in condizioni uguali: dal mondo ideale di ciascuno d'essi era assai facile derivare dei tipi e delle figure, con questo solo che l'apparenza esterna e gli attributi riuscivano di regola assai enigmatici e impopolari. Quest'ultimo caso è frequente anche in Italia, perfin nell'epoca del Rinascimento e dopo. A produrlo basta che un qualsiasi predicato della figura allegorica, cui si riferisce, venga rappresentato erroneamente sotto la forma di un attributo. Dante stesso non va esente da simili falsi traslati,[238] ed è noto che in generale egli si compiace della oscurità delle sue allegorie.[239] Il Petrarca almeno cerca ne' suoi «Trionfi» di descrivere, per quanto pur brevemente, in modo chiaro e parlante le figure d'Amore, della Castità, della Morte, della Fama ecc. Ma molti altri invece vestono le loro allegorie con una farragine di attributi del tutto sbagliati. Nelle «Satire» del Vinciguerra,[240] per esempio, l'Invidia vien dipinta fornita di «ruvido e ferreo dente», la Voracità in atto di mordersi le labbra e con capelli irti e scomposti, ecc., probabilmente per mostrare (rispetto a quest'ultima) che essa è indifferente a qualunque cosa, che non abbia relazione col mangiare e col bere. Quanto a disagio dovesse trovarsi l'arte in tali equivoci, non fa d'uopo il dirlo. Essa, al pari della poesia, poteva stimarsi fortunata quando l'allegoria era suscettibile di essere espressa da qualche figura mitologica, vale a dire da qualche forma artistica, della quale stava mallevadrice l'antichità stessa, come, per esempio, quando invece della guerra si poteva rappresentare il dio Marte, o invece della caccia la dea Diana e così via.[241]

Ma, tanto nell'arte che nella poesia, v'erano anche delle allegorie meglio riuscite, e rispetto alle figure relative, che s'incontrano nelle feste italiane, il pubblico era oltremodo esigente e voleva vederne il lato caratteristico riprodotto con fedeltà ed esattezza, appunto perchè per la sua cultura generale esso era perfettamente in grado di intenderlo. In altri paesi, e specialmente alla corte di Borgogna, si andava contenti di figure molto indeterminate, ed anche di semplici simboli, perchè quivi era pur sempre un privilegio speciale delle classi più elevate quello di essere, o almen di apparire, iniziate in tali cose. Nel celebre giuramento sul fagiano celebrato nel 1453[242] la bella cavalcatrice, che s'avanza come regina della festa, è l'unica allegoria che abbia qualche attrattiva: i colossali pasticci, per entro ai quali movevansi degli automati ed anche delle persone vive, o sono stranezze senza senso, o, se ne hanno uno, esso è grossolano e al tutto forzato. In una statua di donna ignuda sopra uno di essi, difesa da un leone vivo, doveva ravvisarsi Costantinopoli col suo futuro liberatore, il duca di Borgogna. Il resto, ad eccezione di una pantomima (Giasone in Colchide), ha un significato troppo enigmatico, non significa nulla: lo stesso Olivier de la Marche, che ci descrive questa festa, vi prese parte in costume di donna, che doveva rappresentare la «Chiesa» seduta sopra una torre portata da un elefante guidato da un gigante, e recitò una lunga querimonia sulle vittorie degl'infedeli.[244]

Ma se anche le allegorie nelle poesie, nelle opere d'arte e nelle feste italiane sorpassano nel complesso e per gusto e per unità di concetto quelle d'altri paesi, non è tuttavia in questo, che propriamente consiste il loro lato saliente e caratteristico. Ciò che dà loro una superiorità incontrastata[245] è invece il fatto, che in Italia, oltre la personificazione di concetti generali ed astratti, si conoscevano anche, e in gran copia, dei rappresentanti storici di questi stessi concetti, e vi si era più abituati a veder ricordati in una poesia o rappresentati in un'opera d'arte un più gran numero di celebri personaggi. La Divina Commedia, i Trionfi del Petrarca, l'Amorosa Visione del Boccaccio, e nel secolo successivo la diffusione sempre maggiore della cultura per mezzo dell'antichità risorta aveano reso famigliare alla nazione questo elemento storico. Ed ora queste stesse figure apparvero anche nelle pompe festive o completamente individualizzate in maschere determinate, o per lo meno riunite in gruppi, come seguito caratteristico di qualche figura allegorica principale. Così qui si venivano formando le norme della composizione in generale, quando le più splendide rappresentazioni dei paesi settentrionali bamboleggiavano ancora o in un simbolismo affatto inesplicabile o in giuochi puerili affatto privi di senso.

Cominciamo dalla specie forse più antica, i Misteri.[246] Nel complesso essi non diversificano da quelli del resto d'Europa. Anche qui sulle pubbliche piazze, nelle chiese, nei conventi sorgono grandi palchi, che nella parte superiore contengono un paradiso, che si può chiudere e aprire a volontà, e nell'inferiore, ma molto in basso, hanno talvolta un baratro, che rappresenta l'inferno, e fra l'uno e l'altro vedesi la scena propriamente detta, vale a dire, tutte le località terrene del dramma disposte le une accanto alle altre; e qui pure non di rado il dramma biblico o leggendario s'apre con un dialogo preliminare di apostoli, dottori, profeti, sibille e virtù e si chiude, secondo le circostanze, anche con un ballo. S'intende da sè che non mancano neanche gl'Intermezzi semi-comici di personaggi secondari; ma questo elemento in Italia non spicca così apertamente, come nei paesi settentrionali.[247] Quanto ai voli artificiali su macchine apposite, spettacolo sempre gradito dovunque, parrebbe che in Italia sieno stati più frequenti che altrove, e i Fiorentini ancora nel secolo XIV si divertivano a farne le grasse risa, quando non riuscivano a dovere.[248] Poco dopo il Brunellesco inventò per le feste dell'Annunziata sulla piazza di S. Felice quell'ingegnosissimo apparato di una sfera celeste circondata da due schiere sospese d'angeli, dalla quale Gabriele si calava a volo in una macchina fatta a guisa di mandorla, ed anche il Cecca suggerì nuove idee e congegni meccanici per rendere sempre più splendide tali feste.[249] Le confraternite religiose o i singoli quartieri, che ne assumevano la direzione ed anche in parte l'esecuzione, non tralasciavano, almeno nelle grandi città, d'impiegarvi, secondo le loro forze, tutti i mezzi che l'arte sapea trovare. Altrettanto accadeva, quando, in occasione di grandi feste principesche, accanto al dramma profano od alla pantomima, si rappresentavano anche i Misteri. La corte di Pietro Riario (v. vol. I, pag. 145), quella di Ferrara ed altre non lasciavano certamente in tali circostanze nulla d'intentato, perchè la rappresentazione seguisse col maggiore sfarzo e splendore.[250] Se si cerca di farsi presente il talento comico e i ricchi abbigliamenti degli attori, nonchè la scena abbellita dalle fantastiche decorazioni dello stile architettonico d'allora, da un grande sfoggio di ghirlande e di tappeti e da uno sfondo di magnifici edifizi su qualche grande piazza e di lucidi colonnati in qualche grande atrio o monastero, si potrà in qualche modo avere un'idea della grandiosità di tali spettacoli. Ma, come il dramma profano da tale apparato ricevette notevole nocumento, così anche il pieno sviluppo poetico del Mistero restò impedito da questo eccessivo prevalere della parte spettacolosa. Infatti nei testi che ci son conservati, si trova per lo più un intreccio drammatico assai meschino con appena qualche bel tratto lirico, ma non mai quel grandioso slancio simbolico, che contraddistingue gli autos sagramentales di Calderon.

Talvolta accade che, nelle città minori e con apparato senza paragone più povero, l'effetto di questi drammi spirituali è sull'animo degli uditori di gran lunga più vivo. Ciò si verificò, per esempio a Perugia, quando uno di quei grandi predicatori, dei quali avremo occasione di parlare più innanzi, Roberto da Lecce,[251] vi chiuse la serie delle sue prediche quaresimali durante la peste del 1448 con un gran Mistero della Passione, rappresentato il venerdì santo. I personaggi che presero una parte attiva all'azione drammatica, son pochi, e ciò non ostante tutto il popolo piangeva dirottamente. Ma è pur anche un fatto che, per ottenere simili effetti, in tali occasioni si ricorreva anche a mezzi, che si risentivano spesso di un naturalismo un po' troppo crudo. Così talvolta l'attore, che doveva rappresentare il Cristo, doveva non solo apparir pieno di lividure, ma sudar sangue visibilmente e versarne dal costato.[252] Ciò richiama involontariamente alla memoria le famose pitture di Matteo da Siena, e i gruppi in argilla di Guido Mazzoni.

Le occasioni speciali per la rappresentazione di Misteri, prescindendo da certe grandi festività religiose, da sposalizi principeschi ecc. sono di diversa specie. Quando, per esempio, Bernardino da Siena fu dichiarato santo dal Papa (1450), vi fu una specie di drammatica rappresentazione della sua canonizzazione, probabilmente sulla piazza maggiore della sua città nativa,[253] dove si ebbe anche una specie di corte bandita per tutto il popolo. Altre volte accade che un dotto monaco festeggia la sua promozione a dottore di teologia, facendo rappresentare drammaticamente la vita del patrono della città.[254] Il re Carlo VIII era appena sceso in Italia, che la duchessa vedova, Bianca di Savoia, lo accolse a Torino con una specie di pantomima semi-religiosa,[255] nella quale innanzi tutto una scena pastorale doveva rappresentare «la legge di natura», poi una schiera di patriarchi simboleggiava «la legge di grazia»; chiudevan poi lo spettacolo le leggende di «Lancillotto del Lago» e di «Atene» drammatizzate. E non appena egli giunse di là a Chieri, che lo si volle onorare anche quivi con una nuova pantomima, la quale rappresentava «una puerpera circondata da illustri visite».

Ma se v'era festa religiosa, che domandasse di essere celebrata colla massima pompa per consenso di tutti, era certamente quella del Corpusdomini, alla quale in Ispagna si consacrava perfino una specie particolare di poesia, gli autos sagramentales da noi già citati. Quanto all'Italia, ci resta una pomposa descrizione di questa festa, quale fu celebrata da Pio II nel 1462 in Viterbo.[256] In essa la processione, che moveva da una colossale e splendida tenda dinanzi alla chiesa di S. Francesco attraverso la strada maggiore sino alla piazza del duomo, era il meno: i cardinali e i più ricchi prelati s'erano assunti di decorare, ciascuno il meglio che poteva, un tratto di quella via, curando che non solo fosse coperta dal principio alla fine di tende e ornata di damaschi e ghirlande alle finestre ed alle muraglie,[257] ma innalzando dappertutto palchi e tribune, nelle quali, durante la processione, rappresentavansi brevi scene storiche ed allegoriche. Dalla relazione non emerge con bastante chiarezza se il tutto venisse rappresentato da persone vive, o qualche cosa anche da automati preparati appositamente;[258] in ogni modo però la pompa fu grande. Vi si vedeva un Cristo soffrente in mezzo ad una schiera di angeli che cantavano; una cena eucaristica, nella quale figurava anche S. Tommaso d'Aquino; la lotta dell'arcangelo Michele coi demonj; fontane di solo vino ed orchestre d'angeli; un sepolcro di Cristo con tutta la scena della Resurrezione; e finalmente sulla piazza del duomo la tomba di Maria, che, dopo il servizio religioso e la benedizione, si apriva, e allora si vedeva la Madre di Dio salire cantando al Paradiso, dove Cristo la incoronava e la conduceva dinanzi al Padre eterno.

Nella serie di queste rappresentazioni fatte sulla pubblica via spicca in modo particolare, per la grandiosità della pompa e per l'oscurità dell'allegoria, quella fatta eseguire dal cardinale vice-cancelliere, Roderigo Borgia — il futuro Alessandro VI.[259] — Oltre a ciò essa ha anche un'altra prerogativa, l'accompagnamento dello sparo dei mortaletti,[260] che è una specialità tutta propria delle feste dei Borgia.

Più brevemente sorvola Pio II sulla processione, che ebbe luogo a Roma lo stesso anno nell'occasione, che vi giunse dalla Grecia il cranio di S. Andrea. Anche in questa Roderigo Borgia si segnalò per la sua magnificenza, ma nel complesso la festa avea un carattere piuttosto profano, perchè, oltre la solita orchestra degli angeli, che non mancava mai, vi figuravano altre maschere, ed alcuni «uomini robusti», vale a dire degli Ercoli, che, a quanto pare, vi facevano ogni specie di esercizi ginnastici.

Le rappresentazioni esclusivamente o prevalentemente profane erano destinate in modo particolare a dare nelle maggiori corti principesche spettacoli grandiosi e di gusto perfetto, rappresentando qualche leggenda mitologica od allegorica, di facile e piana interpretazione. Vero è che l'elemento barocco non vi faceva difetto, anzi vi brillava in figure gigantesche d'animali, dalle quali uscivano all'improvviso gruppi interi di maschere,[261] in pasticci enormi, sebbene in proporzioni non così esagerate, come presso il duca di Borgogna (v. pag. 186), e simili; ma, ciò non ostante, l'insieme conservava pur sempre un certo gusto artistico e poetico. Della mescolanza del dramma colla pantomima, quale si usava alla corte di Ferrara, s'è già parlato altrove (v. pag. 50). Universalmente note furon poscia le feste, che il cardinale Pietro Riario diede a Roma nel 1473, in occasione del passaggio di Leonora d'Aragona, che andava sposa al duca Ercole di Ferrara.[262] Quelli che qui si dicono drammi, sono ancora veri Misteri d'indole religiosa; le pantomime invece hanno un carattere al tutto mitologico: vi si videro infatti Perseo ed Andromeda, Orfeo seguito da molti animali, Cerere tirata dai dragoni, Bacco ed Arianna dalle pantere, e per ultimo l'educazione di Achille: succedeva quindi un balletto delle più celebri coppie amorose del tempo primitivo ed una schiera di ninfe, che venivano sorprese da un gruppo di rapaci Centauri, messi alla lor volta in fuga da Ercole. E per quanto paia per sè stessa un'inezia, pure è sempre caratteristico pel modo, con cui s'intendevano le forme a quel tempo, il fatto, che se in tutte le feste dovevano apparire figure vive in aspetto di statue collocate in nicchie o sopra colonne ed archi trionfali e che poi dovessero mostrarsi vive o cantando, o declamando, si aveva cura che si presentassero con colori ed abbigliamenti affatto naturali e verosimili, e solo in via d'eccezione nelle sale del cardinal Riario accadde, che figurasse in mezzo agli altri un fanciullo vivo, ma tutto dorato, che versava acqua da una fontana.[263]

Altre splendide pantomime di questo genere furono date a Bologna, in occasione delle nozze di Annibale Bentivoglio con Lucrezia d'Este;[264] invece dell'orchestra vi si ebbero dei cori che cantavano, mentre la più bella delle ninfe seguaci di Diana correva a rifugiarsi sotto la protezione di Giunone pronuba, e Venere s'aggirava con un leone, vale a dire con un uomo cammuffato in tal guisa, in mezzo ad un ballo di selvaggi: la decorazione poi rappresentava una foresta vera e reale. A Venezia nel 1491 si festeggiò l'arrivo di alcune principesse estensi,[265] movendo ad incontrarle col Bucintoro, ed attivando gare di rematori e una splendida pantomima (Meleagro) nel cortile del palazzo ducale. A Milano Leonardo da Vinci[266] dirigeva le feste del duca ed anche quelle di altri grandi; una delle sue macchine, la quale poteva benissimo rivaleggiare con quella di Brunellesco (v. pag. 188), rappresentava in proporzioni colossali il sistema planetario in tutti i suoi movimenti; ogni volta che un pianeta si avvicinava alla sposa del giovane duca, Isabella, il dio che lo abitava, si sporgeva fuori dalla sua sfera[267] e cantava alcuni versi scritti dal poeta di corte Bellincioni (1489). In un'altra festa (1493) fu esposto, fra molte altre cose, il modello della statua equestre di Francesco Sforza sotto un arco trionfale sulla piazza del Castello. Oltre a ciò dal Vasari sappiamo, con che ingegnosi automati Leonardo aiutò più tardi a decorar l'accoglienza fatta in Milano ai re di Francia, come signori del ducato. Ma anche nelle città minori si fecero talvolta dei tentativi degni d'essere menzionati. Allorquando il duca Borso (v. vol. I, pag. 66) venne nel 1453 a Reggio per ricevervi l'omaggio di quella città,[268] egli fu accolto alle porte con una grandiosa macchina, sulla quale appariva sospeso s. Prospero, il patrono della città, sotto un baldacchino sostenuto da angeli, e più in basso un disco girante con otto angeli che cantavano, due dei quali diedero al santo le chiavi della città e lo scettro, perchè presentasse l'una cosa e l'altra al duca. Poi s'avanzava una specie di carro tirato da cavalli nascosti, e portante un trono vuoto, dietro il quale stava una giustizia in piedi con un genio che la seguiva, agli angoli quattro vecchi legislatori circondati da sei angeli con bandiere, ad ambedue i lati cavalieri armati, ugualmente con bandiere. S'intende da sè, che il genio e la dea non lasciarono passare il duca senza rivolgerli la parola. Un secondo carro tirato, a quanto sembra, da un unicorno, portava una Carità con fiaccole accese; ma in mezzo a ciò non s'era voluto che mancasse il solito carro fatto a guisa di nave, spinto innanzi da uomini, che vi stavano dentro nascosti. Questo e le due allegorie precedevano il duca; giunti a s. Pietro, si fece una nuova fermata: un s. Pietro con due angeli stava sospeso in una glorietta rotonda sulla facciata, e di là spiccò un volo sino al duca, gli pose in capo una corona d'alloro e rivolò al suo posto.[269] Il clero poi dal canto suo ebbe cura di far rappresentare un'allegorìa d'indole affatto religiosa: su due alte colonne stavano l'Idolatria e la Fede: dopo che quest'ultima, rappresentata da una bella fanciulla, ebbe fatto il suo saluto dalla sua colonna, l'altra si sfasciò e precipitò assieme al fantoccio che portava. Più innanzi s'incontrò un «Cesare» circondato da sette belle donne, nelle quali erano simboleggiate le sette virtù, che Borso doveva seguire. Da ultimo si giunse al duomo; ma dopo il servizio religioso Borso dovette nuovamente prender posto sopra un alto trono dorato, dove una parte delle maschere menzionate lo complimentò una seconda volta. Posero termine allo spettacolo tre angeli, che si calavano a volo da un edifizio vicino a porgere al duca, tra lieti canti, ramoscelli di ulivo, simbolo della pace.

Notes in this chapter

Note 1 · Presso la nobiltà piemontese l'abitare nei castelli delle campagne pareva una singolare eccezione. Bandello, Parte II, Nov. 12.Note 2 · Ciò molto tempo prima dell'invenzione della stampa. Una moltitudine di manoscritti, e dei migliori, erano di amanuensi fiorentini. Senza il Note 3 · Dante, De Monarchia, L. II, c. 3.Note 4 · Paradiso, XVI, in principio.Note 5 · Convito; quasi l'intero Trattato, IV, e parecchi altri luoghi.Note 6 · Poggii Opera, Dial. De nobilitate.Note 7 · Lo stesso disprezzo della nobiltà del sangue s'incontra poscia assai di frequente negli umanisti. Cfr. i passi più risentiti in Aen. Sylv. ONote 8 · Principalmente nella capitale. Cfr. Bandello, Parte II, Nov. 7. Jov. Pontan. Antonius (dove lo scadimento morale dell'aristocrazia si fa comNote 9 · In Italia almeno era cosa universalmente ammessa, che chi aveva considerevoli rendite fondiarie, non si trovava per nulla al di sotto dell'aNote 10 · Per formarsi una giusta idea di ciò che era la nobiltà nell'Alta Italia, riesce utilissimo il Bandello colle sue frequenti polemiche contro Note 11 · Il giudizio severo di Machiavelli, Discorsi, I, 55, si riferisce soltanto all'aristocrazia ancora provveduta di feudi, assolutamente oziosa Note 12 · Masuccio, Nov. 19.Note 13 · Iacopo Pitti a Cosimo I, Arch. Stor. IV, II, p. 99. — Anche nell'Italia superiore accadde qualche cosa di simile sotto la dominazione spagnuNote 14 · Se Vespasiano fiorentino nel secolo XV si esprime in questo senso, (cfr. 518, 632) che i ricchi non dovrebbero cercar d'aumentare il patrimoNote 15 · Sacchetti, Nov. 153. Cfr. Nov. 82 e 150.Note 16 · Poggius, De nobilitate, fol. 27.Note 17 · Vasari III, 49 e not. Vita di Dello.Note 18 · Petrarca, Epist senil. XI, 13, p. 889. Un'altro passo nelle Epist. famil. dipinge il raccapriccio da lui provato quando a Napoli in un torneNote 19 · Nov. 64. — Perciò anche nell'Orlandino (II, str. 7), parlando di un torneo sotto Carlomagno, è detto espressamente: «qui non combattevano nèNote 20 · Questa rimane sempre una delle più antiche parodie delle giostre. Ci vollero poi altri sessant'anni prima che Iacopo Coeur, il borghese miniNote 21 · Cfr. le già nominate poesie del Poliziano e di Luca Pulci. Inoltre Paul. Jov. Vita Leonis X. L. I. — Machiavelli, Stor. fiorent. L. VIII. — Note 22 · Bald. Castiglione, Il Cortigiano, L. I, fol. 18.Note 23 · Paul. Jov. Elogia, sub. tit. Petrus Gravina, Alex. Achillinus, Balth. Castellio ecc.Note 24 · Casa, Il Galateo, p. 78.Note 25 · Intorno a ciò veggansi i libri sulle fogge del vestire veneziano, e Sansovino: Venezia, fol. 150 e segg. L'abbigliamento della fidanzata negNote 26 · Jov. Pontan. De principe: utinam autem non eo impudentiae perventum esset, ut inter mercatorem et patricium nullum sit in vestitu ceteroque Note 27 · Su ciò veggasi per esempio, il Diario ferrarese presso Muratori, XXIV, col. 297, 320, 376, 399; in quest'ultima è menzionata anche la moda tNote 28 · Si cfr. con ciò i passi relativi in Falke: Die deutsche Trachten, und Modenwelt.Note 29 · Intorno alle donne fiorentine veggansi i passi principali in Giov. Villani X, 10 e 152; Matteo Villani I, 4. Nel grande editto sulle mode deNote 30 · Quelle che si componevano di capelli veri, dicevansi capelli morti. — In Anshelm. Cronaca di Berna, IV, p. 30 (1508) è fatta menzione di falNote 31 · Infessura, presso Eccard, Scriptt. II, col. 1874. — Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 823. — Poi gli autori che parlano di Savonarola, (Note 32 · Sansovino, Venezia, fol. 152: capelli biondissimi per forza di sole. Cfr. sopra, pag. 96.Note 33 · Come anche accadde in Germania. — Poesie satiriche, pagina 119: nella satira di Bernardo Giambullari per prender moglie si ha un'idea di tutNote 34 · I quali anche s'adoperavano a mettere in evidenza il lato schifoso, pericoloso e ridicolo di queste unzioni. Cfr. Ariosto, Satira III, V. 20Note 35 · Cennino Cennini nel suo Trattato della pittura, cap. 161, dà una ricetta degli unguenti usati per dipingersi il viso, evidentemente pei MistNote 36 · Cfr. la Nencia da Barberino, str. 20 e 40. L'innamorato le promette belletto e biacca, che egli le porterà in un bossolo dalla città. Cfr. sNote 37 · Agnolo Pandolfini, Trattato del governo della famiglia, p. 118.Note 38 · Tristan. Caracciolo, presso Murat. XXII, col. 87. — Bandello, Parte II, Nov. 47.Note 39 · Capitolo I a Cosimo: quei cento scudi nuovi e profumati, che l'altro dì mi mandaste a donare. Alcuni oggetti che datano da quel tempo, serbaNote 40 · Vespasiano fiorent. p. 458 nella Vita di Donato Acciajuoli, e p. 625 nella Vita del Niccoli.Note 41 · Giraldi, Hecatommithi, Introduz., Nov. 6.Note 42 · Paul. Jov. Elogia.Note 43 · Aen. Sylvius (Vitae Paparum, presso Murat. III, II, col. 880); egli dice parlando di Baccano: pauca sunt mapalia, eaque hospitia faciunt TheNote 44 · Franco Sacchetti, Nov. 21. — Padova intorno al 1450 vantava un grandioso albergo all'insegna del Bue, che aveva stalle per 200 cavalli. MichNote 45 · Veggasi ad es. i passi relativi nella Nave della follia di Sebastiano Brant, nei Colloqui di Erasmo, nel poema latino Grobianus ecc. — Fra gNote 46 · Che la burla si fosse fatta più moderata può vedersi da molti esempi addotti nel Cortigiano, L. II, fol. 96. Tuttavia in Firenze essa si manNote 47 · Per Milano è importantissimo un passo del Bandello. Parte I, Nov. 9. C'erano più di 60 carrozze tirate a quattro cavalli, e innumerevoli a dNote 48 · Bandello, Parte I, Nov. 3, III, 42, IV, 25.Note 49 · De vulgari eloquio, ed. Corbinelli, Parisiis 1577, scritto, secondo il Boccaccio (Vita di Dante, p. 77), poco prima della sua morte. — Sul rNote 50 · Il prevalere successivo della medesima nella letteratura e nella vita pratica potrebbe da qualsiasi conoscitore indigeno rappresentarsi faciNote 51 · Così la pensa anche Dante: De vulgari eloquio, I, c. 17, 18.Note 52 · Anche molto tempo prima si scriveva e si leggeva il toscano in Piemonte, ma per l'appunto si scriveva e si leggeva assai poco.Note 53 · Nella vita quotidiana si sapeva benissimo per quali cose potesse adoperarsi il dialetto, e per quali no. Gioviano Pontano si permette di ammNote 54 · Bald. Castiglione, Il Cortigiano, L. I, f. 27 e segg. — Benchè abbia la forma di un dialogo, l'opinione dell'autore emerge chiarissima in miNote 55 · Sol che in questo riguardo non si vada troppo oltre. I satirici vi frammischiano elementi spagnuoli e il Folengo (sotto il pseudonimo di LimNote 56 · Firenzuola, Opere, I nella prefazione al Discorso sulla Bellezza delle donne, e II nei Ragionamenti, che precedono le Novelle.Note 57 · Bandello, Parte I, Proemio e Nov. 1 e 2. — Un altro lombardo, il già nominato Teofilo Folengo, nel suo «Orlandino» scioglie la questione colNote 58 · Uno di questi ebbe luogo, a quanto sembra, in Bologna sul finire del 1531 sotto la presidenza del Bembo. Veggasi la lettera di Claudio TolomNote 59 · Luigi Cornaro si lamenta verso il 1550 (al principio del suo Trattato della vita sobria) che da non lungo tempo prevalgano in Italia le cereNote 60 · Vasari XII, p. 9 e 11, Vita del Rustici. — Ed anche la maledica genia degli artisti affamati, XI, 216 e segg. Vita di Aristotile. — I capitoNote 61 · La mensa doveva tenersi presso a poco tra le dieci e le undici del mattino. Cfr. Bandello, Parte II, Nov. 10.Note 62 · Prato, Arch. stor., III, p. 309.Note 63 · I passi più importanti: Parte I, Nov. 1, 3, 21, 30, 44, II, 10, 34, 55, III, 17, ecc.Note 64 · Cfr. Lorenzo il Magnifico de' Medici, Poesie, I, 204 (Il Simposio), 291 (la Caccia col falcone). — Roscoe, Vita di Lorenzo, III, p. 140, e aNote 65 · Il titolo Simposio, è inesatto: dovrebbe dirsi: il Ritorno dalla Vendemmia. Lorenzo dipinge in modo piacevolissimo, facendo una parodia dellNote 66 · Intorno a Cosimo Rucellai, come centro di questo circolo sul principio del secolo XVI, veggasi Machiavelli, Arte della guerra, L. I.Note 67 · Il Cortigiano, L. II, fol. 53. — Cfr. sopra pag. 125 e 143.Note 68 · Celio Calcagnini (Opera, p. 514) descrive l'educazione di un giovane italiano di condizione elevata intorno al 1500 (nell'orazion funebre diNote 69 · Sansovino, Venezia, fol. 172 e segg. Esse debbono essere nate in occasione delle gite che si facevano al Lido, dove si soleva esercitarsi alNote 70 · Sulle cognizioni musicali di Dante e sulle melodie che accompagnarono alcune poesie del Petrarca e del Boccaccio, veggasi il Trucchi, PoesieNote 71 · Leonis vita anonyma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 171. Non sarebbe questi per avventura il violinista della galleria Sciarra? Un GiovanNote 72 · Lomazzo, Trattato dell'arte della pittura, ecc. p. 347. — Parlando della lira, si nomina Leonardo da Vinci, ed anche Alfonso di Ferrara (il Note 73 · Sansovino, Venezia, fol. 138. Naturalmente gli stessi amatori raccoglievano anche libri musicali.Note 74 · L'Accademia de' filarmonici di Verona è ricordata dal Vasari (XI, 133) nella Vita di Sanmicheli. — Intorno a Lorenzo il Magnifico già sin daNote 75 · Il Cortigiano, fol. 56. Cfr. fol. 41.Note 76 · Quattro viole da arco, senza dubbio un concerto assai difficile e raro per dilettanti fuori d'Italia.Note 77 · Bandello, Parte I, nov. 26, dove parla del canto di Antonio Bologna in casa di Ippolito Bentivoglio. Cfr. III, 26. Nel nostro tempo di sveneNote 78 · Scardeonius, l. c.Note 79 · Dedicata ad Annibale Maleguccio, altre volte indicata anche come la quinta o la sesta.Note 80 · Per contrario rarissime son le donne, che si dedichino allo studio delle arti figurative.Note 81 · Quest'è il senso, per es., in cui deve intendersi la biografia di Alessandra de' Bardi di Vespasiano fiorentino (Mai, Spicileg. rom. XI, p. Note 82 · Ant. Galateo, Epist. 3, alla giovane Bona Sforza, andata poi moglie a Sigismondo di Polonia: Incipe aliquid de viro sapere, quoniam ad imperNote 83 · Così è detta nel Chron. venetum presso Murat. XXIV, col. 127 e segg. Cfr. Infessura presso Eccard, Scriptt. II, col. 1981, e Arch. Stor. AppNote 84 · E talvolta è anche tale. — Come a tali racconti le donne abbiano a contenersi, è detto nel Cortigiano L. III, fol. 107. Ma che lo sapessero Note 85 · Quanto gl'Italiani già esperti in molti viaggi sapessero apprezzare la libertà di conversazione loro accordata con alcune fanciulle in InghiNote 86 · Paul Jov. De rom. piscibus, cap. 5. — Bandello, Parte III, Nov. 42. — L'Aretino, nel Ragionamento del Zoppino, p. 327, dice di una cortigianNote 87 · Bandello, II, 51, IV, 16.Note 88 · Bandello, IV, 8.Note 89 · Un esempio molto caratteristico di ciò si ha nel Giraldi, Hecatommithi, VI, Nov. 7.Note 90 · Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, col. 1977. Nel calcolo non entrano che le donne pubbliche, non le concubine. Del resto il numero, Note 91 · Trattato del governo della famiglia. Cfr. vol. I, pag. 182 e 190 nota. Il Pandolfini morì nel 1446, e Leon Battista Alberti, al quale pure fNote 92 · Una storia della bastonatura, trattata seriamente e da un punto di vista psicologico, tanto presso i popoli d'origine germanica, che presso Note 93 · Giov. Villani, XI, 93: autorità principale sull'uso di edificar ville intorno a Firenze prima della metà del secolo XIV. Le loro case di camNote 94 · Veggasi a pag. 56, dove questo splendore delle feste fu additato come uno degli impedimenti al completo sviluppo del dramma.Note 95 · Ciò in paragone colle città del nord d'Europa.Note 96 · Le feste fatte in occasione dell'esaltazione del Visconti a duca di Milano, 1395 (Corio, fol. 274), in onta a tutta la loro pompa, hanno ancNote 97 · Giov. Villani, VIII, 70.Note 98 · Cfr. per es. l'Infessura (Eccard, Scriptt. II, col. 1896). — Corio, fol. 417, 421.Note 99 · Il dialogo nei Misteri per lo più è in ottave, il monologo in terzine.Note 100 · Nè si ha bisogno per questo di pensare al Realismo degli Scolastici. — Ancora intorno al 979 il vescovo Wiboldo di Cambray prescriveva a' suNote 101 · Tali sono quelli, coi quali egli crea delle figure sopra delle metafore, qual'è, per esempio, il gradino medio fesso per metà alla porta delNote 102 · Inferno, IX, 61. Purgat. VIII, 19.Note 103 · Poesie satiriche, ed. Milan. p. 70 e segg. — Della fine del secolo XV.Note 104 · Quest'ultima allegoria trovasi, per esempio, nella Venatio del card. Adriano da Corneto. In essa Ascanio Sforza nei piaceri della caccia devNote 105 · Propriamente nel 1454. Cfr. Olivier de la Marche, Mémoires, chap. 49.[243]Note 106 · Per altre feste francesi veggasi, per es. Juvénal des Ursins ad a. 1389 (ingresso della regina Isabella). — Jean de Troyes, ad a. 1461 (ingrNote 107 · Vantaggio tutto proprio dei grandi poeti ed artisti, che seppero trarne partito.Note 108 · Cfr. Bart. Gamba, Notizie intorno alle opere di Feo Belcari, Milano, 1808, e specialmente l'introduzione dello scritto: Le rappresentazioni Note 109 · Effettivamente un Mistero sull'uccisione di tutti i fanciulli di Betlemme, rappresentato in una chiesa di Siena, si chiudeva con una scena, Note 110 · Franco Sacchetti, Nov. 82.Note 111 · Vasari, III, 232 e segg. Vita di Brunellesco, V, 36 e segg. Vita del Cecca. Cfr. V, 52, Vita di don Bartolommeo.Note 112 · Arch. Stor. Append. II, p. 310. Il Mistero dell'Annunziazione di Maria, rappresentato in Ferrara nelle nozze di Alfonso, aveva macchinismi aNote 113 · Graziani, Cronaca di Perugia, Arch. Stor. XVI, I, p. 598. Nella crocifissione si sostituiva una figura che si teneva pronta.Note 114 · Per quest'ultima circostanza veggasi Pii II Comment. L. VII, p. 383, 386. Anche la poesia del secolo XV assume talvolta un carattere di uguaNote 115 · Allegretto, Diarii sanesi, presso Murat. XXIII, col. 767.Note 116 · Matarazzo, Arch. Stor. XVI, II, p. 36.Note 117 · Estratti dal Vergier d'honneur, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, I, p. 220 e III, p. 263.Note 118 · Pii II Comment. L. VIII, p. 382 e segg. — Una simile festa pomposa del Corpusdomini è menzionata dal Bursellis, Annal. Bonon. presso Murat. Note 119 · In simili occasioni i poeti cantavano: nulla di muro si potea vedere.Note 120 · Le stesso vale di parecchie descrizioni simili.Note 121 · Cinque re con seguito d'uomini armati, un uomo selvaggio che lottava con un leone (domato?); quest'ultimo spettacolo forse per alludere al nNote 122 · Esempi sotto Sisto IV. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 134, 139. Anche all'avvenimento di Alessandro VI si fecero grandi spari. —Note 123 · A Siena in un ricevimento principesco (1405) da una lupa d'oro usciva un intero corpo di ballo di dodici persone; v. Allegretto, presso MuraNote 124 · Corio, fol. 417 e segg. — Infessura, presso Eccard, Scriptt. II, col. 1896. — Strozii poetae, p. 193 negli Eolostica, v. v. I, pag. 63 e 69.Note 125 · Vasari XI, p. 37. Vita di Puntormo; egli narra che un simile fanciullo in una festa fiorentina del 1513 morì in conseguenza dello sforzo fatNote 126 · Phil. Beroaldi Orationes: nuptiae Bentivoleae.Note 127 · M. Ant. Sabellici Epist. L. III, fol. 17.Note 128 · Amoretti, Memorie ecc. su Leonardo da Vinci, p. 38 e segg.Note 129 · Come l'astrologia in questo secolo si cacciasse fin nelle feste, lo mostrano anche le comparse (non esattamente descritte) di pianeti nell'oNote 130 · Annal. estens. presso Murat. XX, col. 468 e segg. — La descrizione è oscura, e per di più stampata sopra una copia scorretta.Note 131 · Le funi di questo meccanismo erano coperte da ghirlande.
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