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La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II

PARTE SESTA LA MORALE E LA RELIGIONE

Diego Valbusa translation

CAPITOLO I. La Moralità.

Canoni critici. — Coscienza della demoralizzazione. — Sentimento moderno dell'onore. — Predominio della fantasia. — Tendenza al giuoco ed alla vendetta. — Offese alla fede coniugale. — Situazione morale della donna. — L'amore spiritualizzato. — Tendenza generale al delitto. — Il malandrinaggio. — L'assassinio pagato, gli avvelenamenti. — Malfattori in senso assoluto. — La moralità in rapporto con lo sviluppo della vita individuale.

Il rapporto dei singoli popoli con le idee più sublimi, Dio, la virtù e l'immortalità, può bensì fino ad un certo punto essere investigato, ma non sarà mai suscettibile di venir con rigoroso metodo comparativo rappresentato. In questo riguardo quanto più le testimonianze sembrano esplicite, tanto più cauti si deve andare nell'accettarle e più ancora nel generalizzarle.

Questo principio deve valere innanzi tutto per qualsiasi giudizio intorno alla moralità. Fra i diversi popoli potrannosi mostrare molti contrasti e gradazioni diverse; ma per tirar la somma assoluta delle loro colpe, l'intelletto umano non ha forze bastanti. Il distinguere nella vita di un popolo ciò che esso deve al suo carattere nazionale da ciò che è il prodotto della sua libera attività e della sua riflessione, rimarrà sempre un enigma anche per questo, che i difetti hanno un lato rovescio, nel quale appajono invece qualità nazionali, anzi virtù. Lasciamo adunque che si sfoghino a lor talento quegli scrittori, che si dilettano d'infliggere alle nazioni censure generali e talvolta anche violente. I popoli occidentali potranno bensì maltrattarsi l'un l'altro, ma, per buona ventura, non mai giudicarsi a vicenda. Una grande nazione, che con la sua cultura, con le sue gesta e con le sue vicende è strettamente collegata colla vita di tutto il mondo moderno, non si preoccupa gran fatto nè di evitare accuse, nè di trovare difese, e continua la sua vita con o senza il beneplacito dei teorici.

Conformemente a ciò, quello che segue lungi dall'essere un giudizio, non è che una serie di osservazioni a guisa di postille, quali nacquero da sè da uno studio proseguito per molti anni sul Rinascimento italiano. Il loro valore intrinseco è poi tanto più limitato, in quanto per la maggior parte si riferiscono alla vita delle classi più elevate, rispetto alle quali noi abbiamo senza confronto, tanto nel bene che nel male, molto più ampie informazioni in Italia, che non in qualsiasi altro paese europeo. Siccome però, rispetto all'Italia, la lode ed il biasimo si fanno anche sentire più altamente che altrove, così neanche con ciò noi ci troviamo d'un passo più avanzati sulla via d'un generale apprezzamento della moralità.

Quale occhio può penetrare nelle profondità, dove si formano i caratteri e i destini dei popoli, — dove gli elementi innati e quelli acquisiti si fondono insieme e diventano una seconda, una terza natura, — dove anche le attitudini mentali, che a prima vista si crederebbero originarie, si svolgono soltanto in un'epoca relativamente tarda e sotto forme del tutto nuove? E, per dare un esempio, chi potrebbe dire se gl'Italiani vissuti prima del secolo XIII abbiano posseduto, o no, quella pienezza di vita e di forza, quella attitudine a fondere plasticamente nella parola e nella forma, quasi scherzando, qualsiasi concetto, che loro furono proprie più tardi? — E se non sappiamo nemmeno questo, come possiamo noi giudicare quel complesso di rapporti infinitamente varii e delicati, per mezzo dei quali lo spirito e la moralità incessantemente si compenetrano ed identificano tra loro? Un tribunale pei singoli individui lo si ha, e la sua voce è quella della coscienza; ma chi oserà pronunciare sentenze generali sui popoli? Quello fra essi, che più sembra infermo, può essere invece il più prossimo alla guarigione, e un altro apparentemente sano può covare in sè un germe di morte certa e sicura, che però non si manifesterà se non nel dì del pericolo.

Al principio del secolo XVI, quando la cultura del Rinascimento era giunta alla sua maggior perfezione e al tempo stesso la rovina politica della nazione era divenuta omai irreparabile, non mancarono gravi pensatori, che vollero vedere un nesso tra quest'ultimo fatto e la grande immoralità, che allora regnava. Nè sono già quei queruli predicatori, che sogliono alzar la voce contro la depravazione dei costumi in ogni tempo e presso ogni popolo; ma è lo stesso Machiavelli, che in una delle più meditate fra le sue opere[295] apertamente il confessa: «pur troppo, noi Italiani siamo in modo particolare irreligiosi e corrotti». — Un altro forse avrebbe detto: noi siamo giunti ad un grado eccezionale di sviluppo individuale; coi pregiudizi di casta abbiamo spezzato anche i vincoli d'una morale e d'una religione pregiudicate, e delle leggi esterne non ci curiamo, perchè i nostri tiranni sono illegittimi e i loro giudici e subalterni gente guasta e corrotta. — Machiavelli invece soggiunge: «perchè la Chiesa e i suoi ministri danno il pessimo di tutti gli esempi».

Dovremo noi alla nostra volta aggiungere ancora: «perchè l'antichità esercitò a questo riguardo una fatale e perniciosa influenza?» — Ma, in tal caso, la proposizione va accolta colle necessarie riserve. Infatti, se essa potrebbe aversi come vera rispetto agli umanisti (v. vol. I, pag. 365), tenuto conto della loro vita disordinata e sensuale, non potrebbe riguardarsi come tale rispetto agli altri, dei quali si direbbe tutt'al più aver essi, dopo che si famigliarizzarono coll'antichità, sostituito all'ideale della vita cristiana (la santità) il culto della grandezza storica (v. vol. I, pag. 203 nota). E da ciò accadde altresì, per un equivoco del resto assai naturale, che si ebbe una certa indulgenza anche pei difetti, appunto perchè, in onta ad essi, gli uomini grandi non cessarono di esser tali. Probabilmente la cosa avvenne senza che vi si ponesse mente, poichè se si volesse addurne in prova delle testimonianze, queste non si potrebbero trovare pur sempre che presso gli umanisti, come, ad esempio, presso Paolo Giovio, che scusa coll'esempio di Giulio Cesare lo spergiuro di Giangaleazzo Visconti, inquanto per esso fu resa possibile la fondazione di uno Stato.[296] Ma nei grandi storici e politici fiorentini simili citazioni servili non s'incontrano mai, perchè ciò che nei loro giudizi e nelle loro azioni ha colore di antichità, non è che una conseguenza dell'ordinamento politico sotto il quale vivevano, e che naturalmente doveva creare in essi un modo di sentire e di pensare analogo a quello dell'antichità.

In onta a tutto questo però non si può disconoscere, che l'Italia intorno al principio del secolo XVI versasse in una grave crisi morale, dalla quale i migliori stessi disperavano quasi di trovare un'uscita.

Cominciamo dal far conoscere la forza morale, che più di tutto controoperava all'immoralità prevalente. Quegli uomini superiori credettero scorgerla sotto la forma del sentimento d'onore. Questo è quel misterioso complesso di coscienza e di egoismo, che rimane ancora all'uomo moderno, anche quando egli, con o senza sua colpa, ha perduto ogni altra cosa, fede, amore e speranza. Un tal sentimento si collega assai facilmente con molto egoismo e con grandi vizi, ed è suscettibile di infinite illusioni; ma può associarsi altresì con quanto di più nobile è rimasto in taluno, e poi divenir fonte di nuove forze e di nuova energia. In un senso molto più ampio, che non suol credersi comunemente, esso è divenuto pei moderni Europei, giunti già ad un grado assai notevole di sviluppo individuale, una norma costante delle loro azioni; ed anche molti fra coloro, che, oltre a ciò, serbano fede alla morale ed alla religione, quasi senza saperlo, in tutte le più importanti loro deliberazioni lo seguono.[297]

Non è del nostro assunto il mostrare come l'antichità avesse anch'essa una tal quale idea di questo sentimento, e come poi il medio-evo ne abbia addirittura fatto un privilegio speciale di una classe determinata. E nemmeno è nostra intenzione di venire a questione con coloro, che riguardano la coscienza come l'unico movente essenziale delle azioni umane. Certo che nulla di meglio potrebbe desiderarsi, qualora ciò sempre accadesse; ma, poichè le migliori risoluzioni partono «da una coscienza più o meno intorbidata di egoismo», meglio è chiamar le cose col loro vero nome. Spesse volte riesce malagevole il distinguere negli Italiani del Rinascimento questo sentimento d'onore dalla sete assoluta di gloria, nella quale non di rado si fonde; ciò non toglie però che, quanto alla sostanza, sieno e rimangono due cose del tutto diverse.

Le testimonianze a questo riguardo abbondano piuttosto che non scarseggino. Ma basterà una per tutte, appunto perchè autorevolissima, e la desumeremo dagli aforismi del Guicciardini, per la prima volta non ha guari pubblicati.[298] «A chi stima l'onore assai, succede ogni cosa; perchè non cura fatiche, non pericoli, non danari. Io l'ho provato in me medesimo; però lo posso dire e scrivere; sono morte o vane le azioni degli uomini, che non hanno questo stimolo». È giusto però notare, che da altre notizie intorno alla vita dell'autore evidentemente apparisce, che qui egli parla del solo sentimento d'onore, e non anche di quello di gloria propriamente detto. E in modo ancora più esplicito su questo argomento si esprime il Rabelais, che noi, benchè spesso violento e sempre barocco, non possiamo tuttavia astenerci dal citare, appunto perchè in lui, meglio che in qualunque altro, troviamo un concetto chiaro e spiccato di ciò che sarebbe il Rinascimento senza il prestigio della forma e della bellezza.[299] La sua descrizione di uno stato ideale nel chiostro dei Telemiti ha un'importanza affatto decisiva nella storia della civiltà, tanto che può dirsi che, senza questa potente fantasia, l'immagine del secolo XVI resterebbe pur sempre incompleta. Ecco ciò che, fra molte cose, egli scrive de' suoi cavalieri e delle sue dame dell'ordine del Libero Volere:[300]

«En leur reigle n'estoit que cette clause; Fay ce que vouldras. Parce que gens liberes, bien nayz,[301] bien instruictz, conversans en compaignies honnestes, ont par nature ung instinct et aguillon, qui tousjours les poulse à faictz vertueux, et retire du vice: lequel il nommoyent honneur».

È la stessa fede nella bontà dell'umana natura, che animava anche gli uomini della seconda metà del secolo XVIII, e che spianò la via alla Rivoluzione francese. Anche fra gl'Italiani ognuno si riporta individualmente a questo suo nobile istinto, e per quanto anche — principalmente sotto l'impressione delle sventure nazionali — si voglia portare sull'intera nazione un giudizio non troppo favorevole, non si potrà però mai negar ad un tale sentimento la giustizia che esso si merita. Se lo sviluppo illimitato dell'individualità fu un fatto provvidenziale, superiore in tutto al volere dei singoli, non meno provvidenziale dovrà ritenersi anche la forza reagente, quale a questo tempo si manifesta in Italia. Quante volte e contro quali violenti attacchi dell'egoismo essa abbia trionfato, noi non sappiamo, nè sapremo giammai; ma, appunto perciò, il nostro giudizio non basta, nè basterà mai, a pronunciare in via assoluta sul valore morale della nazione.

La forza, contro la quale ebbe principalmente a lottare l'Italiano del Rinascimento per conservarsi morale, è la fantasia, che presta innanzi tutto alle sue virtù ed a' suoi vizi i suoi colori particolari, e sotto il cui dominio l'egoismo si manifesta in quanto ha di più spaventevole.

Per essa, ad esempio, egli diventa il primo ed il più destro giuocatore del tempo moderno, mentre gli fa balenare dinanzi agli occhi le immagini della futura ricchezza e dei futuri piaceri con tale vivacità, che egli, per giungervi, pone a repentaglio ogni cosa. Senza alcun dubbio i popoli maomettani gli sarebbero in ciò andati innanzi, se fin da principio il Corano non avesse stabilito il divieto del giuoco come la più necessaria salvaguardia della morale islamitica, e non avesse invece attirato la fantasia de' suoi seguaci alla ricerca dei tesori nascosti. In Italia il furore del giuoco divenne universale, minacciando sin d'allora assai di frequente l'esistenza di singoli individui od anche d'intere famiglie. Firenze ha già sulla fine del secolo XIV il suo Casanova, un tal Buonaccorso Pitti, che, viaggiando continuamente in qualità di mercatante, di agente politico, di speculatore, di diplomatico e di giuocatore di professione, guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali, ad esempio, i duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia.[302] Anche quel gran, vaso della fortuna, che allora si chiamava la Curia romana, abituò i suoi membri ad un bisogno di sovreccitazione, che naturalmente si sfogava nel giuoco dei dadi negl'intervalli, che loro restavano tra un grande intrigo ed un altro. Franceschetto Cybo, per esempio, perdette in due volte giuocando col cardinale Raffaele Riario 14,000 ducati, e poi si lagnò al Papa, che il suo avversario lo avesse truffato.[303] In seguito l'Italia divenne notoriamente la patria del lotto.

Ella è pure la fantasia quella, che dà alla sete della vendetta il suo carattere particolare. Non è impossibile che in tutto l'occidente da tempo antichissimo il sentimento del proprio diritto sia stato uno ed identico, e che la sua violazione, ogni volta che rimase impunita, sia stata sentita allo stesso modo. Ma gli altri popoli, se anche non perdonano più facilmente, hanno però una maggior facilità a dimenticare, mentre la fantasia dell'Italiano tien viva la ricordanza dell'offesa con una tenacità spaventevole.[304] Il fatto poi che nella morale del popolo la vendetta è riguardata come un dovere e spesso viene esercitata nel modo il più terribile, serve di stimolo e sprone a questa già universale tendenza. Governi e tribunali ne riconoscono l'esistenza e la legittimità, e non cercano che di frenarne i maggiori eccessi. Ma fra i contadini si rinnovano i banchetti di Tieste, e le stragi reciproche si fanno ogni dì più frequenti. Anche qui una testimonianza basterà per molte.[305]

Nel contado di Acquapendente tre pastorelli guardavano il gregge, ed uno di loro disse: facciamo la prova del come s'impiccano le persone. Detto, fatto. Uno montò sulle spalle dell'altro, e il terzo, annodata al primo la corda al collo, la legò poscia ad una quercia: in quella sopravvenne il lupo, e i due fuggirono, e il terzo rimase appeso. Più tardi, tornando, lo trovarono morto e lo seppellirono. La domenica venne il padre di quest'ultimo per recargli del pane, ed uno dei due gli confessò l'accaduto e gli mostrò la sepoltura. Il vecchio, montato in furore, lo trucidò con un coltello, lo fece a pezzi, ne estrasse il fegato e in una cena lo diè a mangiare al padre di lui; poi gli disse qual fegato avesse mangiato. Da quel momento cominciarono le stragi reciproche tra le due famiglie, e nel periodo di un mese trentasei persone furono uccise, senza distinzione alcuna di sesso o di età.

Ma queste vendette, ereditarie di generazione in generazione sin nei parenti collaterali e negli amici, non si limitarono soltanto alle classi inferiori; esse si estesero ben presto in larga misura anche alle sfere le più elevate. Le cronache e le novelle ne recano esempi frequentissimi, e per lo più per offese recate al pudor femminile. Il terreno classico di tali fatti era in modo speciale la Romagna, dove la vendetta si confondeva con tutte le specie possibili di intrighi e parteggiamenti. I novellieri ci dipingono qua e colà con colori terribili lo stato di brutale ferocia, in cui erano cadute queste audaci e vigorose popolazioni. Tale, per esempio, è la storia di quell'illustre ravennate, che era giunto a prendere e a far rinchiudere in una torre i suoi nemici, e che, mentre avrebbe potuto farli abbruciar tutti, li pose in libertà, li abbracciò e convitò splendidamente, dietro di che, tramutatasi in questi la vergogna in furore, si diedero a congiurar contro di lui peggio di prima.[306] Non mancavano, è vero, pii e santi monaci, che predicavano la pace e la conciliazione; ma il meglio che essi ottennero, fu di arrestare talvolta l'effettuazione di qualche vendetta già preparata, non mai però d'impedire che se ne meditassero delle nuove. Nelle novelle non è raro il caso di veder anche questa momentanea influenza della religione, che suscita improvvisi slanci di generosità, ma che poi cede di nuovo ai vecchi rancori e ad una passione, che ha in sè qualche cosa di quasi fatale. Il Papa stesso non potè sempre dire di esservi riuscito, quando si propose di condurre ad effetto una qualche pacificazione. Papa Paolo II voleva che cessassero gli odii fra Antonio Caffarello e la casa Alberino, e perciò chiamò a sè il Caffarello stesso e Giovanni Alberino e comandò loro di baciarsi l'un l'altro alla sua presenza, intimando a ciascuno una multa di 2000 ducati, se avesse comecchessia offeso il suo avversario; e due giorni dopo Antonio fu pugnalato per mano di Giacomo Alberino, figlio di Giovanni, che da lui era stato prima ferito, e papa Paolo ne risentì sdegno e fece confiscare i beni all'Alberino e abbatterne le case e bandire il padre ed il figlio da Roma.[307] I giuramenti e le ceremonie solenni, colle quali i riconciliati aveano cura di garantirsi ciascuno da una nuova sorpresa, sono talvolta spaventevoli: quando nella notte di s. Silvestro dell'anno 1492 nel duomo di Siena[308] i partiti dei «Nove» e dei «Popolari» dovettero a due a due darsi il bacio di pace, fu letto durante quell'atto un giuramento «così strano e terribile, che non s'è mai udito l'eguale»: ai violatori di esso s'imprecavano da Dio tutte le pene temporali ed eterne, e la maledizione nelle estreme agonie della morte. È evidente che simili fatti accennano piuttosto ad una condizione d'animo disperata da parte dei mediatori, anzichè ad una vera garanzia della pace, e che appunto le riconciliazioni le più sincere erano quelle, che meno delle altre avean d'uopo di tali giuramenti.

Ora il bisogno individuale della vendetta nell'uomo colto ed alto-locato, basandosi sull'esempio efficace di una analoga usanza popolare, si manifesta naturalmente sotto mille aspetti, e dalla pubblica opinione, che qui parla per bocca di novellieri, è senza riserva alcuna approvato.[309] Tutti convengono in questo, che rispetto a quelle ingiurie ed offese, per le quali la giustizia non procaccia veruna riparazione, e specialmente poi rispetto a quelle, per le quali non c'è, nè ci può essere il braccio vindice di nessuna legge, ognuno può farsi ragione da sè. Bensì la vendetta deve compiersi con una certa destrezza e la soddisfazione risultare da un danno effettivo e da una umiliazione morale inflitta all'offensore, non riguardandosi un atto qualunque di brutale violenza come una vera e conveniente vendetta. Non il braccio soltanto, ma tutto l'uomo deve trionfare.

L'Italiano di questo tempo è capace di una profonda simulazione per raggiungere certi scopi determinati, ma non mai di un atto qualsiasi d'ipocrisia in questioni di principii nè dinanzi agli altri, nè dinanzi a sè stesso. Ecco perchè, con una ingenuità affatto caratteristica, si ammette questa specie di vendetta come un vero bisogno. Uomini del resto tutt'altro che esaltati la lodano quando, disgiunta dalla passione, e non avendo in mira che di approfittare dell'opportunità, si esercita soltanto «perchè gli altri imparino a non ti offendere».[310] Però tali casi sembrano assai rari in confronto di quelli, nei quali la passione cerca uno sfogo. È chiaro da sè che questo genere di vendetta si differenzia dalla vendetta di sangue propriamente detta: infatti, mentre quest'ultima si tiene ancora entro i limiti della rappresaglia o, se si vuole, del jus talionis, la prima necessariamente va molto più in là, non solamente esigendo una soddisfazione di stretto diritto, ma cercando anche di provocare l'ammirazione e, secondo le circostanze, di spargere perfino il ridicolo sull'offensore.

In ciò sta anche la ragione dell'indugio, talvolta lungo, che si frappone all'esecuzione. Per una «bella vendetta» si esige di regola un concorso di circostanze, che il tempo soltanto può maturare. E questo appunto è il tema favorito di molte novelle.

Qual moralità ci potesse essere in azioni, nelle quali l'accusatore e il giudice sono una sola ed identica persona, non occorre di dirlo. Che se pur si volesse comecchessia giustificare questa passione ardente, che divorava gl'Italiani d'allora, ciò non potrebbe farsi se non col contrapporvi qualche corrispondente virtù nazionale, per esempio, la riconoscenza; dovendosi presumere, che quella stessa fantasia, che rinfresca e ingrandisce la memoria dei torti sofferti, sia anche in grado di tener viva la memoria del beneficio ricevuto.[311] Ma le prove di fatto a questo riguardo sono impossibili, sebbene non ne manchino indizi molto spiccati nel carattere attuale della nazione, quale, ad esempio, la grande riconoscenza con cui le classi inferiori accolgono ogni dimostrazione di benevolenza verso di loro, e la grata memoria che conservano le superiori di ogni cortesia ricevuta nei sociali convegni.

Ora questo rapporto della fantasia colle qualità morali degl'Italiani si riproduce continuamente. E se anche nei singoli casi, in cui l'uomo del nord segue piuttosto l'impulso suo naturale, l'Italiano invece sembra seguire unicamente la norma di un freddo calcolo, ciò non dipende da altro, fuorchè da un sentimento d'individualismo, che in quest'ultimo è infinitamente più sviluppato. Anche fuori d'Italia, dovunque un fatto identico si verifica, identici sono pure gli effetti: l'allontanarsi, per esempio, assai per tempo dalla propria casa e il sottrarsi all'autorità paterna è una tendenza comune tanto alla gioventù italiana, quanto a quella dell'America settentrionale. Più tardi nelle indoli più generose a questa tendenza subentra uno slancio spontaneo di pietà figliale e di affetto reciproco.

In generale egli è difficilissimo il portar un giudizio esatto sulle qualità morali di una nazione, che non sia la propria. Queste qualità possono manifestarsi in un modo così singolare, che uno straniero sia assolutamente incapace di riconoscerle e di apprezzarle. Forse in questo riguardo tutte le nazioni occidentali d'Europa hanno, ciascuna, prerogative lor proprie e che non si riscontrano nelle altre.

Ma dove la fantasia esercita un fascino prepotente e quasi tirannico nelle cose della morale, egli è appunto nei rapporti illeciti de' due sessi, nell'amore considerato come passione sensuale. Che la prostituzione esistesse anche nel medio-evo prima della comparsa della sifilide, è cosa notissima, nè d'altronde potrebbe essere del nostro assunto l'addurne le prove. Ma nell'Italia del Rinascimento c'è questo di proprio, che il matrimonio e i suoi diritti, forse più che altrove, e in ogni caso più deliberatamente che altrove, vengono calpestati. Le fanciulle, specialmente quelle delle classi più elevate, guardate gelosamente, non figurano mai sulla scena: la passione dominante non è che per le donne coniugate.

Accanto ad un tal fatto più notevole parrà la circostanza che i matrimoni non scemassero punto e che la vita di famiglia non ne soffrisse veruno di que' danni, che in altri paesi in casi simili non avrebbero mancato di manifestarsi. Si voleva assolutamente vivere a proprio talento, ma non per questo rinunciare alla famiglia, anche quando c'era qualche ragione di temere, che non fosse del tutto propria. E non si nota neanche verun sintomo di decadenza fisica o morale, come tale, — poichè di quell'apparente deterioramento morale, di cui si veggono le tracce verso la metà del secolo XVI, non è difficile trovare altre cause tutte d'indole politica, e religiosa, anche quando non si voglia concedere, che il Rinascimento avesse oggimai percorso l'intero stadio della sua vita ed esaurito tutte le fonti della propria attività. Gli Italiani continuarono, ad onta di tutti i loro disordini, ad appartenere alle popolazioni più sane di corpo e di mente di tutta Europa,[312] e notoriamente conservano anche oggidì questa loro prerogativa, dopochè hanno considerevolmente migliorato i loro costumi.

Ora, se noi ci facciamo a studiare più dappresso la morale dell'amore all'epoca del Rinascimento, non potremo a prima vista non restar profondamente colpiti dal notevole antagonismo, che si manifesta nelle testimonianze che ne parlano. I novellieri e i poeti comici ci lascierebbero credere, che l'amore non consistesse che nel piacere, e che ad ottenerlo tutti i mezzi, tragici o comici, fossero non solo leciti, ma anche tanto più degni d'ammirazione, quanto più audaci e arrischiati. Se invece si leggono i migliori lirici di quel tempo e gli scrittori di dialoghi, desta veramente maraviglia l'entusiasmo, la profondità e la purità, con cui intendono questa passione, anzi si può dire di trovarne in essi l'ultima e la più sublime espressione, quando li veggiamo riprodurre le idee degli antichi di una originaria unità delle anime nell'Essere supremo e divino. E tanto l'un modo di vedere che l'altro sono a quel tempo veri e sentiti nello stesso individuo. Non è invero cosa lodevole, ma sta di fatto, che nell'uomo colto del tempo moderno non solo esistono contemporaneamente e tacitamente diversi gradi di sentimento, ma si manifestano anche apertamente e, secondo le circostanze, anche artisticamente. L'uomo moderno soltanto, al pari dell'antico, è anche in questo riguardo un microcosmo, ciò che non era nè poteva essere quello del medio-evo.

Innanzi tutto merita d'essere studiata la morale delle novelle. Nella maggior parte di esse le donne che vi figurano, sono coniugate; trattasi adunque di veri adulterii.

Qui acquista una grande importanza ciò che altrove (v. pag. 165 e segg.) s'è detto sulla posizione della donna, uguale in tutto a quella dell'uomo. La donna, più altamente educata e pienamente conscia della sua individualità, dispone di se con una padronanza affatto diversa che non al nord, e l'infedeltà non vi produce una perdita così completa della sua riputazione, qualora essa possa guarentirsi dalle conseguenze visibili della medesima. Il diritto del marito alla di lei fedeltà non ha quella solida base, che esso acquista nel nord mediante la poesia e la passione del periodo dell'innamoramento e degli sponsali; dopo una conoscenza affatto superficiale, la giovane sposa passa nel mondo dalla vigile custodia paterna o dal chiostro, e allora soltanto la sua individualità riceve uno sviluppo rapido e quasi inatteso. In conseguenza di ciò il diritto del marito è pur sempre un diritto condizionato, ed anche chi lo riguarda come un jus quaesitum, si riferisce più particolarmente alle modalità esterne del contratto, anzichè ai sentimenti del cuore. Una donna giovane e bella, divenuta moglie di un vecchio, respinge, ad esempio, i doni e le ambasciate di un giovane amante col fermo proposito di conservare la sua honestà. Ma essa si compiace nondimeno dell'amore del giovane per le sue molte virtù, «conoscendo che può amare cortese donna virtuoso spirito, senza pregiudicio della sua honestà».[313] — Tuttavia, quanto non è breve la via da una tale distinzione ad una completa caduta!

Quest'ultima sembra giustificata, quando vi sia di mezzo l'infedeltà reciproca del marito. La donna, conscia della propria dignità, sente in quella offesa non solo un dolore, ma un insulto ed una umiliazione, e non volendo lasciarsi vincere in astuzia, medita di sangue freddo una vendetta. Dipende poi dalla sua discrezione, che la pena sia proporzionata alla colpa dell'offensore. La più grande offesa, per esempio, può talvolta appianare la via ad una pacifica convivenza per l'avvenire, quando rimanga completamente segreta. I novellieri, che ciò non ostante la vengano a risapere o che, secondo lo spirito del tempo, la inventano, non mancano di esprimere la loro piena ammirazione, ogni volta che la vendetta è veramente pari all'offesa, o, in altre parole, è pensata e condotta come una vera opera d'arte. S'intende da sè, che il marito non riconosce in sostanza mai un tale diritto di rappresaglia, e vi si rassegna soltanto, quando ragioni di paura o di prudenza glielo consigliano. Che se queste manchino affatto, ed egli per l'infedeltà della moglie si vegga esposto al pericolo di venir beffato dai terzi, la cosa muta aspetto all'istante e può anche divenir tragica, non essendo raro il caso che all'adulterio tenga dietro l'assassinio o qualsiasi altra più atroce vendetta. In tali casi non è degno di poca considerazione il fatto che, oltre il marito, anche il fratello,[314] il padre della donna vi si credano autorizzati, anzi obbligati: ciò mostra che il movente principale non è già la gelosia, nè tampoco il sentimento morale che si trovi offeso, ma bensì il desiderio di far pagare ai terzi il fio dei loro scherni e motteggi. «Oggi, dice il Bandello,[315] si vede quella, per aver più largo campo a' suoi appetiti, avvelenare il marito, come se le fosse lecito, essendo vedova, far quanto le aggrada. Quell'altra, dubitando che il marito non discopra gli amori che ella fa, per via dell'amante lo fa ammazzare.... E quantunque i padri, i fratelli, i mariti molte di loro (per levarsi dagli occhi il manifesto vituperio, che rende loro la malvagia vita delle figliuole, sorelle e mogli) con veleno, con ferro e con altri mezzi facciano morire; non resta per questo, che molte di loro, sprezzata la vita e l'onore, non si lascino dagli sfrenati appetiti trasportare in qualche nuovo fallo». Un'altra volta, in tuono meno severo, esclama: «piacesse al cielo che non si sentisse ogn'ora: il tale ha morto la moglie, perchè dubitava che non gli fosse fedele; quell'altro ha soffocato la figliuola, perchè di nascosto s'era maritata; e colui ha fatto uccidere la sorella, perchè non s'è maritata come egli avrebbe voluto. Questa è pur certamente una gran crudeltà, che noi vogliamo tuttociò che ci vien in animo, fare, e non vogliamo che le povere donne possano fare a lor voglia cosa che sia; e se fanno cosa alcuna, che a noi non piaccia, subito si viene ai lacci, al ferro e ai veleni.... Invero grave sciocchezza quella degli uomini mi pare, che vogliono, che l'onor loro e di tutta la casata consista nell'appetito di una donna!» Pur troppo talvolta si sapeva già in anticipazione l'esito di simili cose con tale sicurezza, che il novelliere poteva mettere una taglia sulla vita di un amante, minacciato ancora, mentre questi se ne andava attorno vivo. Il medico Antonio Bologna[316] s'era sposato segretamente colla duchessa vedova di Amalfi della casa d'Aragona: già i di lei fratelli l'aveano potuta, insieme ai figli, riavere in loro potere e l'avean fatta uccidere in un castello. Antonio, che non sapeva ancora quest'ultima circostanza, e che veniva lusingato con speranze di riaverla, trovavasi a Milano, dove era insidiato da prezzolati sicari, e una volta nella società di Ippolita Sforza cantò sul liuto la storia delle sue sventure. Un amico della detta casa, Delio, «narrò a Scipione Atellano tutta l'istoria, e aggiunse che voleva metterla in una delle sue novelle, sapendo di certo che il povero Bologna sarebbe ammazzato». Il modo con cui ciò accadde quasi sotto gli occhi di Delio e di Atellano, è narrato dal Bandello in una novella assai commovente (I, 26).

Ma in mezzo a tuttociò i novellieri mostrano qua e là di compiacersi in modo particolare di ogni tratto spiritoso, astuto e comico, che accompagni l'adulterio, e assai volentieri si trattengono a narrar gli artificj, coi quali taluno è giunto a penetrar di soppiatto in qualche casa, i segnali simbolici e le ambasciate che si fanno gli amanti, le casse provvedute anticipatamente di guanciali e confetture per potervi celare il drudo e farlo trasportare altrove e così via. Il burlato marito vien dipinto, secondo le circostanze, o come un personaggio per sè stesso ridicolo o come un terribile vendicatore, nè c'è altra alternativa, sia che la donna figuri come malvagia e crudele o l'amante come vittima innocente. Ma i racconti di quest'ultima specie non sono vere novelle, bensì esempi terribili attinti alla vita reale.[317]

Quando la vita italiana nel corso del secolo XVI assunse un carattere al tutto spagnuolo, la gelosia estremamente violenta nei mezzi forse aumentò, ma non si deve confonderla colla rappresaglia già esistente anteriormente e fondata nello spirito stesso del Rinascimento italiano. Più tardi, diminuendo l'influsso della civiltà spagnuola, diminuirono anche quegli eccessivi furori sino a che sul finire del secolo XVII si giunse a tal punto di apatica indifferenza, che il Cicisbeo fu riguardato come un personaggio indispensabile in ogni famiglia, ed oltre a ciò si tollerarono uno od anche parecchi Patiti.

Or chi vorrà istituire un confronto fra tanta immoralità e ciò che avveniva negli altri paesi? Nel secolo XV, ad esempio, era il matrimonio in Francia forse più sacro che non Italia? I fabliaux e le farse permettono di dubitarne, e si è tentati di ritenere che l'immoralità non vi fosse meno frequente, ma che soltanto le conseguenze tragiche vi fossero meno rare, perchè l'individuo era meno sviluppato ed aveva minori pretese che non in Italia. Piuttosto s'avrebbe qualche testimonianza alquanto più favorevole riguardo ai popoli germanici, nella maggiore libertà concessa nei rapporti sociali alle donne ed alle fanciulle, che fu causa di così grata sorpresa agli Italiani in Inghilterra e nei Paesi Bassi (v. pag. 170 nota). Tuttavia anche a ciò non si deve dare un peso eccessivo. Certamente l'infedeltà era molto frequente anche in Germania e condusse spesso anche quivi a deplorevoli eccessi. Basta osservare come i principi del nord, al menomo sospetto, si sbarazzavano a questo tempo delle loro mogli.

Ma nella cerchia delle cose illecite presso gl'Italiani d'allora non havvi soltanto l'amore sensuale, il grossolano appetito dell'uomo volgare, ma anche la passione degli spiriti più elevati e generosi; non solamente perchè in quella società mancavano affatto le fanciulle, ma anche perchè l'uomo, quanto più era perfetto, tanto maggiormente si sentiva attratto dalle qualità della donna, che nel matrimonio avea raggiunto il pieno sviluppo della propria personalità. Questi uomini sono appunto quelli, che hanno sollevato la poesia lirica alle sue più alte ispirazioni, e che tentarono anche nei trattati e nei dialoghi di dare un'immagine spirituale alla passione che li divorava, dipingendola come un amore divino troppo spesso franteso, e quindi calunniato, dai posteri, ma creduto e rispettato dai coetanei. Quand'essi si lagnano della crudeltà del dio alato, non intendono lagnarsi con ciò soltanto della durezza della loro bella o dell'eccessiva sua riservatezza, ma anche della illegittimità della loro passione. Essi cercano di sollevarsi al di sopra di questa sciagura spiritualizzando l'amore ed appoggiandosi alla dottrina dell'amore platonico, ed ebbero in Pietro Bembo il loro più illustre rappresentante. Le sue opinioni in proposito ci son fatte manifeste da quanto egli stesso scrive nel terzo libro de' suoi «Asolani» e dallo splendido discorso, che gli è posto in bocca dal Castiglione sulla fine del quarto libro del «Cortigiano». Nè l'uno, nè l'altro di questi autori professò nella sua vita le massime di un rigido stoicismo, ma per quel tempo era pur sempre qualche cosa, se contemporaneamente si poteva essere celebre e buono, e all'uno e all'altro di questi due titoli hanno diritto entrambi. I contemporanei credettero alla verità dei loro sentimenti; qual diritto potremmo aver noi di metterli in dubbio? Chiunque si dia la pena di leggere nel Cortigiano l'intiero discorso citato, vedrà immediatamente come sarebbe impossibile darne un'idea per mezzo di un semplice compendio od estratto. In allora viveano alcune illustri donne in Italia, le quali dovettero la loro celebrità appunto a questo genere di amori; tali furono Giulia Gonzaga, Veronica da Correggio, e più particolarmente ancora Vittoria Colonna. Il paese e l'età in cui nacquero i dissoluti e i beffatori più famosi, rispettò quei sentimenti e quelle donne, che seppero ispirarli: che cosa si potrebbe dire di più in loro lode? O si dirà per avventura, che il movente principale di tutto ciò era la vanità, e che Vittoria si sentisse oltremodo lusingata dalle espressioni le più esagerate di un amore senza speranze? Ma, se anche la cosa qua e colà era, più che altro, una moda, non piccola lode per Vittoria sarà pur sempre che, uniformandovisi, sia ciò non ostante riuscita a lasciare di sè una traccia così profonda anche nella più tarda posterità. — Ci volle del bel tempo prima che negli altri paesi s'incontrassero personalità tanto spiccate.

La fantasia, che domina gl'Italiani più degli altri popoli, fu poi in generale la causa che ogni passione trascorse presso di loro agli eccessi più riprovevoli e, secondo le circostanze, ricorse anche al delitto per riuscire nei propri intenti. Havvi una violenza figlia della debolezza, che non sa padroneggiare sè stessa: qui invece trattasi di un abuso brutale della forza. Talvolta esso raggiunge proporzioni gigantesche, e il delitto allora prende una forma e quasi una personificazione sua propria e speciale.

I ritegni vengono meno ogni dì più. All'azione dello Stato, basato sull'illegittimità e surto dalla violenza, ognuno, anche l'infimo della plebe, si crede autorizzato di sottrarsi, e nessuno ha fede in generale nel diritto e nella giustizia. Ad ogni delitto, prima ancora che se ne conoscano le circostanze, le simpatie di tutti involontariamente si volgono al colpevole:[318] il supplizio virilmente sopportato eccita talmente l'ammirazione, che quelli che lo narrano, facilmente dimenticano di accennare la causa, per cui venne inflitto.[319] Se poi accade talvolta che al profondo disprezzo della giustizia e alle molte vendette commesse in privato s'aggiunga anche l'impunità, come per avventura in tempi di politici commovimenti, si crederebbe addirittura che lo Stato e la vita civile sieno sul punto di sfasciarsi completamente. Tali momenti ebbe Napoli nel trapassare dalla signoria aragonese alla francese ed alla spagnuola, e tali li ebbe pure Milano nelle frequenti espulsioni degli Sforza e nei loro ritorni. Egli è in allora che vengono a galla quegli uomini, che nel loro segreto non hanno mai accettato nessun vincolo di leggi politiche e civili e che, giunta l'occasione, s'abbandonano brutalmente ai loro selvaggi istinti di rapina e di sangue. Vediamone un saggio desunto da una sfera d'azione delle più ristrette.

Allorquando lo Stato di Milano sin dal 1480 sofferse una grave scossa per le crisi interne scoppiate dopo la morte di Galeazzo Maria Sforza, nelle città di provincia venne tosto a mancare ogni sicurezza. Una ben dura prova ne fece Parma,[320] dove il governatore milanese, atterrito da minacce di morte, s'indusse a permettere che fossero tratti dal carcere alcuni facinorosi, e dove, dopo ciò, i furti, gl'incendii, gli assassinj commessi in pubblico divennero delitti quotidiani, mentre di notte circolavano per la città intere bande di malfattori armati e mascherati; — per non dire delle burle, delle satire e delle lettere minatorie, nonchè di un famoso sonetto diretto a spargere il ridicolo sull'autorità, che naturalmente se ne commosse più che d'ogni altra cosa. Il fatto poi che in molte chiese furono rubati i vasi sacri con entro le ostie consacrate, rivela un altro lato di quei misfatti, l'empietà. Ora egli è impossibile indovinare che cosa accadrebbe in qualunque paese del mondo anche oggidì, se per un momento restasse sospesa l'azione del potere civile e politico, e nel medesimo tempo la sua presenza rendesse impossibile la formazione d'un governo provvisorio; ma ciò che allora in simili occasioni accadeva in Italia assume un carattere affatto particolare, per la parte notevole che vi avevano le vendette.

In generale l'impressione che si riceve dall'Italia del Rinascimento è questa, che anche in tempi ordinari, i grandi delitti vi furono più frequenti, che altrove. Vero è, che in ciò potrebbe esservi un errore prodotto dalla circostanza, che qui proporzionatamente noi conosciamo un numero di fatti speciali molto maggiore che in qualsiasi altro paese, e che la fantasia, esaltandosi nella contemplazione del delitto reale, facilmente trascorre a inventare anche ciò, che non è effettivamente accaduto. Può darsi quindi che la somma delle violenze commesse raggiunga una cifra uguale anche altrove. Infatti chi potrebbe dire se (per esempio) le condizioni, in cui si trovava intorno al 1500 la Germania, più ricca e potente, fossero, fra tanti vagabondi masnadieri e cavalieri di ventura, migliori, o se la vita e la sicurezza individuale vi fossero meglio guarentite e protette? Ma tutto ciò in ogni caso non distruggerebbe il fatto, che il delitto premeditato, pagato, eseguito di terza mano e divenuto una speculazione o un mestiere, in Italia avea guadagnato a quel tempo proporzioni larghissime e veramente spaventevoli.

Se innanzi tutto diamo uno sguardo al malandrinaggio, l'Italia forse non ce ne parrà, almeno nelle regioni più fortunate, quale, ad esempio, la Toscana, tanto infestata, quanto erano a quel tempo la maggior parte dei paesi del nord. Ma nessun paese estero offre tipi di masnadieri, che s'assomiglino a quelli che dà l'Italia. Dove trovare, per esempio, un uomo pari a quell'ecclesiastico fatto selvaggio dalle passioni e a poco a poco divenuto capo di una schiera di banditi, di cui ci tengono parola le cronache ferraresi di questo tempo?[321] Il dì 12 agosto 1493, narrano esse, fu chiuso in una gabbia di ferro il prete don Nicolò de' Pelagati da Ficarolo. Egli avea celebrato la sua prima Messa due volte; ma la prima commise il giorno stesso un omicidio, da cui poscia Roma l'assolse: in seguito uccise quattro persone, e sposò due donne, che lo seguivano costantemente dovunque: ebbe parte a molte altre uccisioni, violò parecchie altre donne, togliendole a forza dalle loro case, esercitò la rapina come un mestiere e su larga scala, assassinò e s'aggirò pel ferrarese con una banda d'armati rivestiti d'uniforme lor propria, procacciandosi ricovero e nutrimento con lo sterminio e la prepotenza. Se, in aggiunta a tutto questo, s'immagina il resto che non è detto, si avrà un tal cumulo di delitti, che forse l'uguale non pesò mai sulla coscienza di verun uomo. Ma la poca sorveglianza in che erano tenuti da un lato e i molti privilegi di che erano favoriti dall'altro, furono causa che i malfattori abbondassero tra i chierici e i monaci, quand'anche di nessun altro ci vengano raccontate infamie simili a quelle del Pelagati. — Accadeva anche talvolta, e nemmen questa certamente era cosa onorevole pei conventi, che uomini di riputazione affatto perduta si rifugiassero sotto l'egida del cappuccio o della cocolla per sottrarsi alle giuste vendette del potere secolare, e il Masuccio ci parla appunto di uno di questi tali, ch'egli ebbe occasione di conoscere in un convento di Napoli.[322] Anche di papa Giovanni XXII parrebbero esistere precedenti poco onorevoli, ma non si hanno sufficienti prove per affermarlo con sicurezza.[323]

Del resto l'epoca classica dei più famosi capi di bande armate d'assassini non comincia che nel secolo XVII, quando i partiti politici dei guelfi e dei ghibellini, degli spagnuoli e dei francesi avean cessato di agitare il paese: in allora il masnadiere si sostituì dovunque al parteggiatore politico.

In certe regioni d'Italia, dove la cultura non penetrò mai, gli abitanti del contado vivevano in istato di permanente barbarie e non risparmiavano nessun forastiero, che capitasse loro tra mano. Ciò accadde più particolarmente nelle parti più remote del regno di Napoli, dove la barbarie era di vecchia data e risaliva all'epoca dei grandi latifondi romani, e dove pare che in tutta buona fede si riguardassero come qualche cosa di identico l'uomo straniero e il nemico (hospes ed hostis). Queste genti erano tutt'altro che irreligiose: egli accadeva sovente che un pastore tutto contrito si presentasse al confessore per accusarsi che, durante l'epoca del digiuno quaresimale, facendo il cacio, un paio di gocce di latte gli erano spruzzate in bocca. Ma se anche in tali occasioni il confessore stesso, esperto dei costumi del paese, giungeva a strappargli altresì la confessione, che spesso co' suoi compagni egli aveva aggredito ed ucciso dei viaggiatori, ciò, appunto perchè d'uso, non suscitava in lui verun rimorso di coscienza.[324] Sino a qual punto, in tempi di politici commovimenti, i contadini fossero capaci di spingere in altri paesi la ferocia, è stato già altrove accennato (v. pag. 107).

Un tratto caratteristico ancor peggiore dei costumi d'allora è la frequenza del delitto commesso di seconda mano, per mercede convenuta. In ciò, per consenso di tutti, Napoli andava innanzi a qualunque altra città d'Italia. «Qui non v'ha cosa che possa aversi a tanto buon mercato, quanto la vita di un uomo», scrive il Pontano.[325] Ma anche altri paesi hanno una ricchezza spaventevole in tal genere di misfatti: soltanto non è così facile il classificarli secondo i motivi che li provocarono, entrandovi promiscuamente l'odio di parte, l'inimicizia personale, la sete della vendetta e la paura. Torna invece a grande onore de' Fiorentini, il popolo allora più colto d'Italia, che presso di loro simili fatti fossero di gran lunga meno frequenti,[326] forse perchè pei giusti reclami v'era ancora una autorità universalmente riconosciuta e rispettata, e perchè la maggior cultura suggeriva più sane idee sull'arbitrario ingerirsi dell'uomo nelle leggi supreme del fato. Infatti se v'era paese, dove più si calcolassero le sinistre conseguenze di una vendetta di sangue e dove si comprendesse come anche il delitto erroneamente detto utile non apporta mai veri e durevoli vantaggi, quest'era certamente Firenze. Dopo la caduta della libertà fiorentina l'omicidio, specialmente quello per mandato, sembra essersi rapidamente moltiplicato, ma il governo di Cosimo I non tardò molto ad acquistar forze tali, che la sua polizia bastò a porre un freno ad ogni disordine.[327]

Nel resto d'Italia i misfatti pagati furono in generale più o meno frequenti, secondo che si trovarono più o meno numerosi coloro che li compravano. Sarebbe un tentativo inutile il volerne dare un quadro statistico, ma la somma resta sempre considerevole, quand'anche si voglia ammettere che in tutti i casi di morte, che la voce pubblica proclamava come opera della violenza, una piccola parte soltanto sia da riguardar come tale. Il peggio si è che i principi e i governi erano i primi a dare il cattivo esempio, calcolando addirittura l'assassinio come uno dei mezzi più efficaci per salire in potenza e per mantenervisi. Per avere le prove non occorre pensare ad un Cesare Borgia: anche gli Sforza, gli Aragonesi, e più tardi gli stessi agenti di Carlo V si permettevano ogni genere di violenza, purchè paresse utile ai loro scopi.

La mente degli Italiani si venne a poco a poco abituando a tali fatti per guisa che, verificandosi la morte di un potente, non la si credeva quasi mai naturale. Ma egli è certo però, che talvolta si è esagerato di molto rispetto all'efficacia di certi veleni. Anche ammettendo che la famosa polvere bianca dei Borgia (v. vol. I, pag. 157) fosse un veleno, di cui si poteva calcolare l'effetto dentro un determinato spazio di tempo, e che come tale possa riguardarsi altresì il venenum atterminatum, che si dice avere il principe di Salerno presentato al cardinale d'Aragona con queste parole: «in pochi giorni tu morrai, perchè sei figlio di Ferrante che ci voleva calpestar tutti»,[328] — non si potrebbe tuttavia aggiustar troppa fede a quanto vien riferito intorno ad una lettera avvelenata, che Caterina Riario avrebbe mandata al papa Alessandro VI,[329] e che l'avrebbe ucciso s'egli soltanto l'avesse aperta: e di questo stesso parere sembra essere stato Alfonso il Magnanimo, quando, avvertito dai medici di non leggere il Tito Livio mandatogli a regalare da Cosimo de' Medici, rispose loro: «finitela con questi discorsi insensati».[330] Altrettanto dicasi del veleno, col quale il segretario del Piccinino voleva solo leggermente ungere la sedia gestatoria del papa Pio II.[331] — Quanto in generale fosse esteso l'uso di veleni minerali o vegetali, non si potrebbe dire con qualche apparenza di sicurezza: il liquido, col quale il pittore Rosso Fiorentino si tolse la vita (1541), era evidentemente un fortissimo acido,[332] che a niuno s'avrebbe potuto far trangugiare inavvertitamente. — Quanto all'uso delle armi, specialmente del pugnale, per qualche segreta vendetta, pur troppo l'occasione si presentava da sè frequentissima ai grandi di Milano, di Napoli e d'altri siti, poichè fra le schiere d'armati, di cui doveano circondarsi per loro propria difesa, la sete del sangue era alimentata dall'ozio stesso, cui erano condannati. Più di un assassinio non si sarebbe probabilmente commesso, se non si avesse saputo che, per effettuarlo, bastava un semplice cenno a questo od a quello dei propri satelliti.

Fra i mezzi segreti di nuocere, almeno coll'intenzione, eranvi anche le arti magiche,[333] benchè in modo affatto secondario. Quando per avventura si fa menzione di maleficj, di malìe e simili, d'ordinario non si ha in vista che di accumulare sopra un individuo, già di per sè inviso e abborrito, tutte le colpe immaginabili. Alle corti di Francia e d'Inghilterra nei secoli XIV e XV il maleficio veramente funesto e mortale ha una parte molto maggiore, che non nelle classi più elevate d'Italia.

Finalmente ella è pure una specialità tutta propria di questo paese, dove l'individualità tocca ad un grado di sì completo sviluppo, la comparsa d'uomini, nei quali la scelleratezza è portata al colmo, e che commettono il delitto per il delitto, o come mezzo al conseguimento di scopi sì perversi, che escono tutt'affatto dalla norma consueta dei delitti umani.

A questa schiera d'uomini spaventevoli sembrano innanzi tutto appartenere alcuni Condottieri,[334] un Braccio da Montone, un Tiberio Brandolino, ed anche un Werner von Urslingen, che sulla sua corazza argentea portava il motto: «nemico di Dio, e d'ogni pietà e misericordia.» In generale questa classe di persone rappresenta nel complesso i primi malfattori, che non vogliono riconoscere il freno di qualsiasi legge. Ma si andrà un po' più a rilento nel giudicarli, quando si sappia che il massimo dei loro delitti — nell'opinione dei cronisti — sta nel mantenersi ribelli alla scomunica papale, e che tutta la loro personalità appare in una luce tanto sinistra specialmente per questo fatto, sebbene però sia anche vero che in Braccio tali sentimenti anti-religiosi erano portati a tal punto di esagerazione, che, ad esempio, egli montava in furore all'udire i monaci cantare i salmi e li faceva precipitare dall'alto di una torre,[335] «mentre co' suoi soldati si mostrò sempre mite, quanto leale e prode capitano». Ma di regola ciò che spinse al delitto i Condottieri sembra essere stata l'avidità del guadagno, nè per altra parte mancò di contribuirvi la stessa loro posizione altamente immorale; ed anche gli atti di crudeltà, ai quali sembravano trascorrere per puro capriccio, non erano quasi mai senza uno scopo, fosse pure anche soltanto quello di incutere spavento nelle moltitudini. Le efferatezze degli Aragonesi, come già s'è veduto (v. vol. I, pag. 48, 49), ebbero il loro movente principale nella sete di vendetta e nella paura. Un furor sanguinario quasi senza scopo, una gioja infernale nel male si riscontrerà in Cesare Borgia, spagnuolo, le cui immanità superano di gran lunga gli scellerati intenti, ai quali le faceva servire (v. vol. I, pag. 152). Poscia una speciale compiacenza nel delitto scorgesi in Sigismondo Malatesta, tiranno di Rimini (v. vol. I, pag. 44 e 301), cui non la Curia romana soltanto,[336] ma il giudizio terribile della storia accusa di assassinj, di violenze, di adulterj, di spergiuri e di tradimenti, ripetuti anche più volte. Quanto al fatto più orribile, la tentata violazione del proprio figlio Roberto, che questi respinse colla spada sguainata alla mano,[337] parrebbe essere stata non tanto l'effetto di una depravazione che vince ogni limite, quanto di una superstizione astrologica o magica. La stessa cosa s'è supposta per spiegare la violenza usata al vescovo di Fano da Pier Luigi Farnese di Parma, figlio di Paolo III.[338]

Ora se noi, dopo tutto questo, possiamo permetterci di raccogliere insieme i tratti principali del carattere degli Italiani d'allora, quale ci vien fatto conoscere da uno studio della vita delle classi più elevate, se ne potrebbero per avventura dedurre le conclusioni seguenti. Il vizio fondamentale di esso carattere fu la condizione stessa della sua grandezza; l'individualismo soverchiamente sviluppato. Questo si ribella dapprima tacitamente all'ordinamento politico sussistente, per lo più tirannico ed illegittimo, e quanto pensa e fa, gli viene, a ragione o a torto, ascritto a tradimento. Alla vista dell'egoismo che trionfa, esso comincia, nell'interesse proprio, la difesa del diritto, e colla vendetta che esercita, cade in braccio ai ciechi istinti, mentre crede di ristabilire la sua pace interna. L'amore va in traccia di un altra individualità ugualmente sviluppata, la donna altrui. Di fronte ad ogni obiettività, e ad ostacoli e leggi d'ogni maniera, esso ha il sentimento della propria autonomia ed opera conformemente ad esso in ogni singolo caso, secondo che nel suo interno riescono a conciliarsi il sentimento dell'onore e la cura del proprio interesse, un astuto calcolo e la passione, la generosità e il desiderio della vendetta.

Ma se l'egoismo, tanto nel senso più largo che nel più ristretto, è la radice e la fonte principale d'ogni scelleratezza, non v'ha dubbio che il popolo italiano, giunto allora a tal grado di sviluppo individuale, vi andò più dappresso che qualunque altro popolo.

Esso però non giunse a questo sviluppo per colpa sua, ma bensì per decreto della storia; nè ci arrivò solo, poichè, per mezzo della cultura italiana, ci arrivarono con lui tutti i popoli d'occidente, i quali da quel tempo in poi non vivono, nè si movono in verun altro ambiente. Questa tendenza, per sè stessa, non è nè bene, nè male, ma una necessità, che fe' nascere un'idea del bene e del male essenzialmente diversa da quella del medio-evo.

L'Italiano del Rinascimento dovette affrontare pel primo l'urto violento di quella nuova êra mondiale. Colle sue doti e le sue passioni, egli divenne il più notevole rappresentante di tutte le altezze e di tutti gli abissi del suo tempo. Vicino alla più profonda corruzione si svolse la più nobile armonia della personalità, ed un'arte gloriosa che esaltò la vita individuale ad un punto, cui non seppero o non vollero pervenire nè l'antichità, nè il medio-evo.

CAPITOLO II. La Religione nella vita quotidiana.

Difetto di una riforma. — Posizione degl'Italiani di fronte alla Chiesa. — Odio contro la gerarchia e le fraterìe. — I frati mendicanti. — L'Inquisizione domenicana. — Gli ordini religiosi superiori. — Abituale ingerenza della Chiesa e de' suoi riti. — Apostoli di penitenza. — Girolamo Savonarola. — L'elemento pagano nelle credenze popolari. — La fede nelle reliquie. — Il culto di Maria. — Oscillazioni nel culto. — Grandi epidemie religiose. — Loro ordinamento poliziesco in Ferrara.

In strettissima attinenza colla moralità di un popolo sta la questione della sua credenza religiosa, vale a dire della sua fede maggiore o minore in un governo provvidenziale del mondo, sia che questa fede lo riguardi come predestinato alla felicità o lo consideri come condannato al dolore e ad una imminente rovina.[339] Ora l'incredulità italiana di quel tempo è notissima, e chi ne cercasse le prove, potrebbe assai facilmente raccoglierne testimonianze a migliaia. Ma anche qui noi ci limiteremo a fare le debite distinzioni, astenendoci da qualsiasi giudizio assoluto e definitivo.

La credenza alla Divinità nei tempi precedenti aveva avuto la sua origine e il suo punto d'appoggio nel Cristianesimo e nel suo simbolo esterno, la Chiesa. Quando questa degenerò, l'umanità avrebbe dovuto distinguere e mantenere la sua religione ad ogni costo. Ma un tale postulato è più facile a presupporsi, che ad effettuarsi. Non ogni popolo è abbastanza calmo e flemmatico sino a tollerare una permanente contraddizione tra un principio e la sua personificazione esterna. Ed è per l'appunto la Chiesa che cade in questa contraddizione e che con ciò si tira addosso la più grande responsabilità, che sia mai stata nella storia. Infatti ella ha sostenuto con tutti i mezzi della violenza una dottrina corrotta e svisata a tutto vantaggio della sua onnipotenza, e, conscia della propria inviolabilità, si lasciò cadere in braccio alla più scandalosa demoralizzazione: indi, per mantenersi in tale sua condizione, ella ha menato colpi mortali contro lo spirito e la coscienza dei popoli, alienandosi così e spingendo ella stessa all'incredulità molti spiriti elevati, che nella loro coscienza non poterono più restarle fedeli.

Ora innanzi tutto sorge da sè la domanda: perchè dunque l'Italia tanto progredita nella cultura non reagì con maggior vigore contro gli abusi della gerarchia, perchè non effettuò essa una Riforma simile alla tedesca e prima di questa?

C'è una risposta, che a prima vista sembrerebbe dover appagare chiunque, vale a dire, che l'Italia non s'era proposta altro scopo, fuorchè di negare la gerarchia, mentre l'origine e la libertà assoluta della Riforma tedesca sono dovute alle dottrine positive della giustificazione per mezzo della fede e della inefficacia delle buone opere.

Egli è certo che queste dottrine non cominciarono a diffondersi dalla Germania in Italia se non assai tardi, e quando già la potenza spagnuola vi si era talmente afforzata da potervi opprimere, parte immediatamente, parte mediante il Papato e i suoi strumenti, ogni cosa.[340] Ma già anche nei moti religiosi d'Italia dei tempi anteriori, dai Mistici del secolo XIII sino al Savonarola, eravi un grande elemento di vera fede, cui, per maturare, non mancarono che le occasioni, come più tardi mancarono alla setta degli Ugonotti, animata essa pure da sentimenti veramente cristiani. Avvenimenti colossali come la Riforma del secolo XVI escono in generale, per ciò che riguarda le singole particolarità e il loro modo di manifestarsi e di svolgersi, dalla cerchia di qualsiasi calcolo storico-filosofico, per quanto anche si possa con tutta evidenza mostrarne la necessità. I moti dello spirito, il loro balenare improvviso, il loro espandersi e l'intima loro essenza sono e rimangono ai nostri occhi un enigma, almeno in questo senso, che, delle forze che in essi agiscono, noi non conosciamo che questa, ma non mai tutte.

I sentimenti delle classi superiori e medie in Italia verso la Chiesa al tempo in cui il Rinascimento era al colmo del suo splendore, si manifestano in un misto di malcontento profondo e beffardo e di sommissione rassegnata alla gerarchia, in quanto essa s'intreccia alla vita esterna, nonchè in un certo sentimento di rispetto pei Sacramenti, per le ceremonie sacre e pei riti. A tutto questo possiamo aggiungere, come specialità al tutto caratteristica dell'Italia, la grande influenza personale esercitata da alcuni sacri oratori.

Sull'avversione degl'Italiani per la gerarchia, quale si manifesta specialmente da Dante in poi nella letteratura e nella storia, esistono estesi lavori speciali. Della posizione del Papato di fronte all'opinione pubblica abbiam dovuto già dare qualche cenno altrove (v. vol. I, pagine 140 e 293), e chi volesse su ciò testimonianze autorevoli, potrà leggerle nei celebri passi relativi dei «Discorsi» del Machiavelli e nel Guicciardini (non mutilato). Fuori della cerchia della Curia romana, godono qualche rispetto in via morale[341] i migliori tra i vescovi e alcuni parrochi: per contrario i semplici cappellani, i canonici e i frati sono riguardati, quasi senza eccezione, come persone sospette, sulle quali s'accumulano spesso le più vituperose accuse, che prendono in fascio l'intero ceto al quale appartengono.

Fu già asserito da altri, che gli ordini religiosi furono condannati a portar essi soli la pena delle colpe di tutto il clero, perchè di essi soltanto si poteva beffarsi impunemente.[342] Ciò è erroneo sotto ogni punto di vista.

Essi figurano in modo più spiccato nelle novelle e nelle commedie appunto perchè ambedue queste specie letterarie domandano dei tipi fissi e ben conosciuti, nei quali riesca facile alla fantasia di compiere ciò che la novella o la commedia soltanto accennano. Del resto la novella non risparmia neanche il clero secolare.[343] Oltre a ciò, innumerevoli tratti in tutta la rimanente letteratura provano con quanta audacia si parlasse e scrivesse pubblicamente anche intorno al Papato e alla Curia romana, ciò che naturalmente non potrebbe attendersi in quei generi, che sono una libera creazione della fantasia. Per ultimo ai frati non mancarono in allora i mezzi di vendicarsi talvolta terribilmente.

Ma, comunque sia la cosa, questo in ogni caso è certo, che contro gli ordini religiosi l'avversione era grandissima, e che essi figuravano come una prova vivente del disprezzo in cui si tenevano la vita claustrale, la gerarchia ecclesiastica, il sistema delle credenze, la religione insomma, secondochè a torto o a ragione si venivano generalizzando più o meno i giudizi. In ciò si può ben ammettere che l'Italia avea conservato una assai chiara e precisa ricordanza dell'origine primitiva di ambedue i grandi ordini mendicanti, e che anche allora non aveva dimenticato essere stati essi i primi rappresentanti della reazione,[344] che sorse contro quella che suol dirsi l'eresia del secolo XIII, vale a dire contro il primo vivace risveglio del moderno spirito italiano. E l'ufficio della polizia spirituale, che rimase affidato di preferenza all'ordine dei Domenicani, non ha certamente poco contribuito ad attirare su questi un sentimento di segreto odio e di disprezzo.

Quando si legge il Decamerone e le novelle di Franco Sacchetti, si crederebbe impossibile il portare più in là il sistema della maldicenza e della denigrazione a carico de' claustrali d'ambedue i sessi. Ma verso il tempo della Riforma questo linguaggio assume un'intonazione ancor più risentita. Lasciando anche stare l'Aretino, che ne' suoi «Ragionamenti» non tira in campo la vita claustrale se non come un pretesto, per dar libero sfogo alle sue tendenze volgari, noi citeremo per tutti un solo testimonio, il Masuccio Salernitano, colle prime dieci delle sue cinquanta novelle. Esse sono scritte da un uomo che è al colmo dell'indignazione, e, coll'intento di dar loro la maggior possibile pubblicità, son dedicate ai più illustri personaggi del tempo, perfino allo stesso re Ferrante e al principe Alfonso di Napoli. I racconti sono in parte già vecchi, e taluni si conoscono ancora sin dai tempi del Boccaccio; ma ve ne sono anche altri, che hanno l'impronta di una spaventevole attualità. Il pervertimento e il dissanguamento delle moltitudini, per mezzo di falsi miracoli e un genere di vita pieno di vizi e di scandali, riempiono d'orrore e di raccapriccio ogni lettore alquanto serio e sensato. Dei frati minori, che vanno attorno sotto pretesto di elemosinare, vi è detto: «e vanno discorrendo i regni e li paesi con nuove maniere d'inganni, poltroneggiando, rubando, lussuriando, e quando ogni arte a loro vien meno, si fingono santi e mostrano fare miracoli, e chi va con tunicelle di san Vincenzo, e quali con l'ordine[345] di san Bernardino, e tali col capestro dell'asino del Capestrano». Altri si procacciano manutengoli, che fingendosi «quale attratto, quale cieco ed altri d'incurabili infermitati oppressi, toccando le fimbrie dei loro vestimenti, con la virtù delle reliquie, con alte voci confessar si sentono per lo toccare del santo predicatore essere liberati, e sopra ciò si grida: misericordia!, campane si suonano e lunghi processi e autentiche scritture si fanno». Egli accade che un frate, mentre predica, è audacemente accusato di menzogna da un altro, che sta giù in mezzo al popolo; ma tostamente questi diviene ossesso, e allora il predicatore lo fa condurre a sè e lo guarisce: il tutto pura commedia, dalla quale però il frate raccolse tanto danaro, che potè comperare da un cardinale un vescovato, che poi egli e il suo complice si godettero agiatamente durante il resto dei loro giorni. Masuccio non fa veruna speciale differenza tra francescani e domenicani, perchè gli uni stanno degnamente a paro degli altri. «E seducono gl'insensati secolari a pigliar le parzialità loro, talchè e per li seggi[346] e per le piazze ne questioneggiano pubblicamente, e qual franceschino e qual domenichino diviene!» Le monache son tutta cosa dei frati; e se taluna entra in qualche rapporto con laici, vien tosto imprigionata e perseguitata, mentre tutte le altre contraggono nozze formali coi frati, nelle quali perfino si celebrano messe, si stabiliscono patti e si spreca lautamente in cibi e bevande. «Io medesimo, scrive l'autore, non una, ma più volte sono intervenuto e ho visto e toccato con mano. Tali monache poi o partoriscono di belli monachini... o d'infinite arti usano, per non far venire il parto a compimento... E se alcuno dirà questo esser bugia, miri tra le fetide cloache delle monache, e quivi vedrà di loro commessi omicidii testimonianza aperta, e vi troverà un cimiterio di tenerissime ossa della già fatta uccisione, non minore di quella, che per Erode in gl'innocenti ebrei fu operata». Tali e somiglianti fatti nasconde la vita claustrale. Ma i monaci si assolvono facilmente l'un l'altro nella confessione, e s'impongono la penitenza di un pater noster per cose, per le quali negherebbero affatto l'assoluzione ad un laico, anzi lo tratterebbero come uno scomunicato o un eretico. «Aprasi adunque la terra e insieme con li lor fautori, con la moltitudine di tanti poltroni vivi li trangiottisca!» In un altro luogo, giacchè la potenza dei frati essenzialmente si basa sulle paure dell'altro mondo, Masuccio esprime un desiderio assai strano: «non mi pare per loro degno ed eterno gastigamento che sia altro da dire, che se non che Iddio possa presto distruggere il Purgatorio, a tale che non potendo di elemosina vivere, andassero alla zappa, onde la maggior parte di loro hanno già contratta la origine».

Se sotto Ferrante si potevano scrivere tali cose e dedicare gli scritti a lui stesso, il fatto dipendeva in gran parte dallo sdegno che si era svegliato in lui per un falso miracolo, che si avea tentato di dargli a credere.[347] Per mezzo di una tavola di bronzo portante un'iscrizione, sepolta dapprima nelle vicinanze di Taranto e poi dissotterrata, erasi fatto il tentativo di indurlo a forza ad una persecuzione contro gli ebrei, non dissimile da quella di Spagna; e quando egli intravide l'inganno, si era cercato di persistere in esso. Egli aveva anche fatto smascherare un falso digiunatore, come già prima di lui avea fatto anche suo padre Alfonso. La corte adunque non aveva almeno veruna complicità nella diffusione di quelle cieche superstizioni.[348]

Citammo un autore, che scrive con molta serietà, ma egli è ben lontano dall'essere il solo, che parli in tal modo. Invettive e dileggi contro i frati mendicanti s'incontrano in copia dovunque, e ne è piena tutta la letteratura.[349] Non è nemmeno permesso di dubitare, che il Rinascimento in breve si sarebbe sbarazzato definitivamente di tutti questi ordini, se la Riforma tedesca e la Contro-riforma non fossero sopravvenute. I loro predicatori popolari e i loro santi non si sarebbero neanche essi salvati. Non si sarebbe trattato in sostanza che d'intendersela a tempo opportuno con un Papa, che disprezzava già gli ordini mendicanti, quale era Leone X. Se lo spirito del tempo non li riguardava omai più che come ridicoli o come abbominevoli, anche per la Chiesa essi erano divenuti piuttosto un imbarazzo, che un aiuto. E chi sa quale sarebbe stata allora la sorte del Papato stesso, se la Riforma non lo avesse salvato.

Il potere arbitrario, che il padre Inquisitore di un convento di domenicani si permetteva di esercitare nelle città dove risiedeva, era bensì, sul finire del secolo XV, ancora abbastanza grande per dar molte noie e provocar molti sdegni nelle persone più colte; ma ad ogni modo non godeva più l'antico prestigio, nè incuteva più l'antico spavento.[350] Il punire anche i soli pensieri, come già in altri tempi (v. pag. 15 e segg.), non era omai più possibile, e il tenersi in guardia da dottrine erronee propriamente dette riusciva facile anche a chi del resto si permetteva di sparlare liberamente del clero, come tale. Se non v'era l'aiuto di un forte partito (come fu nel caso del Savonarola), era ben raro che, sulla fine del secolo XV e ne' primi anni del XVI, si passasse alle atrocità dei roghi. Nel più dei casi gl'Inquisitori si accontentavano, a quanto sembra, di una ritrattazione anche superficiale, ed altre volte dovevano rassegnarsi a vedersi rapire di mano il condannato, nel momento stesso in cui s'avviava al luogo del supplizio. A Bologna (1452) il prete Nicolò da Verona era stato già, come negromante, scongiuratore di demonii e sacrilego profanatore dei sacramenti, pubblicamente degradato sopra un palco di legno dinanzi alla chiesa di san Domenico, e doveva esser condotto al rogo sulla piazza maggiore, quando per via una schiera di armati lo liberò, e tuttociò accadeva per ordine del gioannita Achille Malvezzi, noto fautore degli eretici e audace violatore di monache. Il legato (il cardinale Bessarione) non potè avere nelle sue mani che uno dei complici, e lo fe' impiccare; ma al Malvezzi non fu torto un capello.[351]

Degno di esser notato è il fatto che gli ordini più ragguardevoli, vale a dire i benedettini con tutte le loro affigliazioni, in onta alle loro grandi ricchezze e alla vita agiata che conducevano, non si avevano in tanta disistima, come gli ordini mendicanti: sopra dieci novelle, che parlano di claustrali, nove riguardano questi ultimi, ed una appena i primi. Può darsi che ad essi abbia giovato la maggiore antichità dell'origine; ma di maggior vantaggio certamente tornò loro la circostanza dell'essersi sempre mantenuti alieni da qualsiasi ingerenza poliziesca nella vita privata. Fra costoro non mancarono degli uomini pii, dotti e d'ingegno svegliato, ma nella gerarchia non erano nemmen essi migliori degli altri, se crediamo a quanto ne scrive perfino uno di loro, il Firenzuola.[352] «Questi paffuti monaci nelle loro larghe cocolle, senza andarsi consumando la vita a piedi scalzi e in zoccoli predicando qua e là con cinque paia di calzetti, in belle pantufole di cordovano si stanno a grattar la pancia entro alle belle celle fornite d'arcipresso. Ai quali, se è di mestiere alcuna volta uscire di casa, in su le mule quartate e in sui grassi ronzini si vanno molto agiatamente diportando. Nè si curano affaticar troppo la mente a studiar molti libri, acciocchè la scienza, che da quelli apprendessero, non li facesse elevar in superbia come Lucifero e li cavasse della loro monastica semplicità».

Chiunque conosca la letteratura di quei tempi concederà che qui noi ci limitiamo a riferire soltanto ciò, che è indispensabile a dar le prove del nostro assunto.[353] Che poi, con tali opinioni sul clero e sui monaci, in moltissimi venisse fortemente scossa anche la fede a quanto v'ha di più sacro in generale, è cosa più che evidente per sè.

E che terribili giudizi non ci tocca di udire! Noi non ne addurremo, concludendo, che un solo, da poco stampato e ancora assai scarsamente conosciuto. Esso è del grande storico Guicciardini, stato già molti anni al servizio dei Papi medicei, il quale (1529) ne' suoi aforismi lasciò scritto:[354] «Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie dei preti, sì perchè ognuno di questi vizii in sè è odioso, sì perchè ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio; e ancora perchè sono vizii sì contrarii, che non possono stare insieme se non in un subbietto molto strano. Nondimeno il grado che ho avuto con più Pontefici, m'ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizii o senza autorità».

Il medesimo Guicciardini ritiene anche,[355] che riguardo alle cose soprannaturali noi siamo compiutamente al buio, che i filosofi e i teologi su ciò non dissero che delle pazzie, e che i miracoli s'incontrano in tutte le religioni, ma non fanno prova per veruna in particolare, e si possono alla fine riguardare come fenomeni naturali ancora ignorati. La fede che trasporta i monti, e che in allora si manifestò così viva nei seguaci del Savonarola, egli la nota come un fatto singolarissimo, ma senza veruna acerba osservazione.

Di fronte a tali sentimenti il clero e il monacato aveano per sè questo vantaggio, che tutti erano abituati a vederli dovunque, e che la loro esistenza si toccava con tutti gli ordini della vita sociale. È il vantaggio che hanno sempre avuto nel mondo tutte le forti e vecchie istituzioni. Ognuno poteva contare un parente o nel paludamento sacerdotale o nella cocolla del monaco, e quindi avere una prospettiva di protezione e di futuro guadagno sul tesoro della Chiesa; e nel centro d'Italia c'era la Curia romana, che in un momento poteva far ricchi i suoi protetti. Tuttavia ciò non chiudeva la bocca, nè spuntava la penna a nessuno. I detrattori più maligni sono per lo più monaci essi stessi o prelati, che godono laute prebende: il Poggio, autore delle famose facetiae, era ecclesiastico; Francesco Berni godeva un canonicato; Teofilo Folengo[356] era monaco benedettino; Matteo Bandello, che sparse tanto ridicolo sul suo stesso ordine, era domenicano e nipote di un generale. Scrivono essi per un sentimento di eccessiva sicurezza? o per bisogno di salvare sè stessi dal discredito, in cui era caduto tutto l'ordine? o per un pessimistico egoismo, che si compendia nel proverbio: «eppur si vive?» Nessuno saprebbe dirlo; ma forse c'entrava un po' di tutto questo. Quanto al Folengo, si sa che non fu senza una certa influenza su lui il nascente luteranismo.[357]

Il rispetto ai riti ed ai sacramenti, di cui s'è già parlato toccando del Papato (v. vol. I, pag. 141), è sempre una cosa sottintesa nella parte del popolo, che ancora credeva; ma non manca neanche in quelli, che si direbbero spregiudicati e libertini, nei quali esso si manifesta colla forza di una ricordanza giovanile e colla prepotenza di un antico simbolo, a cui ciascuno era abituato. Il vivo desiderio con cui al letto di morte s'invoca l'assoluzione sacerdotale, mostra un resto di paura delle pene infernali anche in un uomo qual fu quel Vitellozzo, di cui altrove abbiamo già fatto cenno (v. vol. I, l. c.). Un esempio più parlante di questo difficilmente si troverà. La dottrina inculcata dalla Chiesa del carattere indelebile del sacerdote, di fronte al quale era indifferente la sua persona, ebbe questo risultato, che si poteva nel fatto aborrire il prete e tuttavia desiderare i suoi conforti spirituali. Vero è però che vi furono anche dei peccatori ostinati, che non se ne curarono, e uno di questi, per esempio, fu quel Galeotto della Mirandola,[358] che nel 1499 morì sotto il peso della scomunica, che portava già da sedici anni. Durante tutto questo tempo anche la città era stata sottoposta all'interdetto, per cui non vi si celebrava più la Messa, nè vi si permetteva veruna ecclesiastica sepoltura.

Finalmente fra tutte queste contraddizioni merita di esser notato il potere esercitato sul popolo da quei predicatori entusiastici, che di tratto in tratto l'esortavano a penitenza. Tutto il resto d'occidente si lasciava di quando in quando commovere dalle prediche di qualche santo monaco; ma che cosa era mai ciò in confronto delle commozioni periodiche delle città e delle campagne d'Italia? Oltre a ciò l'unico che, per esempio, durante il secolo XV produsse in Germania un simile entusiasmo,[359] era stato un abruzzese di nascita, vale a dire Giovanni Capistrano. Gli uomini che assumevano questa specie di apostolato, erano predominati nel nord da un certo misticismo speculativo: nel sud invece erano espansivi e pratici, e partecipavano all'alto rispetto, che la nazione aveva per la sua lingua e per l'arte oratoria. Il nord produce l'Imitazione di Cristo, che esercita una azione lenta e dapprima ristretta ai soli conventi; il sud dà uomini, che fanno sugli altri uomini un'impressione momentanea, ma gigantesca.

Quest'impressione si basa principalmente nel risveglio della voce della coscienza. Sono prediche morali, senza astrazioni, piene di pratiche applicazioni, aiutate da una vita di rigoroso ascetismo, cui la fantasia già esaltata aggiunge da sè la potenza dei miracoli, anche contro il volere espresso del predicatore.[360] L'argomento principale non era tanto la minaccia della pena, quanto la maledizione, che perseguita continuamente il colpevole e che è inseparabile dalla colpa. L'offesa fatta a Cristo e ai santi ha le sue funeste conseguenze anche nella vita presente. In tal modo soltanto era possibile ricondurre alla concordia e alla penitenza uomini schiavi di selvagge passioni, avidi di vendette e di delitti, e questo era lo scopo principale di tali prediche.

Così predicavano nel secolo XV Bernardino da Siena, Alberto da Sarzana, Giovanni Capistrano, Jacopo della Marca, Roberto da Lecce (v. pag. 189) ed altri, e per ultimo anche Girolamo Savonarola. Contro niuna classe di persone s'avevano tante sinistre prevenzioni, quante contro i frati mendicanti: essi le vinsero. Gli orgogliosi umanisti criticavano e schernivano,[361] ma bastava che quelli alzassero la voce, e nessuno badava più ai loro dileggiatori. La cosa non era nuova, e un popolo propenso alla burla, come era il fiorentino, avea cominciato già sin dal secolo XIV a farne la caricatura,[362] ogni volta che l'occasione si presentava; quando però comparve il Savonarola, seppe suscitare un tale entusiasmo, che ben presto tutta la cultura e l'arte furono sul punto di essere compiutamente divorate dalle fiamme, che egli accese. Nemmeno le più ributtanti imposture, colle quali alcuni frati ipocriti coll'ajuto dei loro affigliati cercavano di agire sull'animo dei loro uditori e di esaltarne la fantasia (v. pag. 255), non valsero a spegnere quel subitaneo entusiasmo. Si continuò a ridere delle prediche grossolane degli oratori volgari, che cercavano l'effetto nei miracoli immaginarj e nella esposizione di false reliquie,[363] ma al tempo stesso si ebbe la più alta venerazione pei veri e grandi apostoli della penitenza. Questi sono una specialità tutt'affatto italiana del secolo XV.

L'ordine — d'ordinario quello di San Francesco e precisamente dei così detti Osservanti — li manda qua e là, secondo ne vien fatta ricerca. Ciò si verifica principalmente quando insorgono gravi discordie pubbliche o private in qualche città, od anche quando la sicurezza e la moralità pubbliche vi si trovano seriamente compromesse. Ma se in tali missioni la fama di un predicatore si fa grande, tutte le città, anche senza un motivo particolare, lo vogliono: egli se ne va, dove i superiori lo mandano. Un ramo speciale di questa attività son le prediche fatte per preparare la crociata contro i Turchi;[364] ma noi non dobbiamo occuparci qui che di quelle, che hanno per iscopo d'inculcare la penitenza.

L'ordine delle prediche, quando lo si serbava metodicamente, sembra essere stato quello che tiene la Chiesa nell'enumerazione dei sette peccati capitali; ma se il momento è stringente, l'oratore entra direttamente nell'argomento principale. Egli comincia la sua predicazione probabilmente in qualcuna di quelle grandi chiese, che avevano gli ordini o nel duomo; in breve la piazza maggiore diventa troppo angusta per la moltitudine, che accorre da tutte parti, e l'andare e il venire si fa estremamente pericoloso per l'oratore stesso.[365] Ordinariamente la predica si chiude con una immensa processione, nella quale i primi magistrati della città, che lo prendono nel loro mezzo, a stento bastano a salvarlo dalla folla, che gli si accalca attorno per baciargli le mani e i piedi e per disputarsi un brano della sua tonaca.[366]

Le conseguenze più immediate, che ne sogliono emergere, dopochè s'è predicato contro l'usura, le compere anticipate e le mode scandalose, sono l'aprirsi delle carceri, dalle quali per vero non escono se non gli sventurati che furono imprigionati per debiti, e la distruzione per mezzo del fuoco di una quantità di oggetti di lusso od anche di semplice passatempo, come, per esempio, dadi, carte da giuoco, inezie d'ogni specie, maschere, strumenti e libri musicali, formole magiche,[367] finte acconciature ecc. Tutto ciò veniva senz'altro elegantemente disposto sopra un palco detto talamo, con sopra una figura di diavolo, e poi vi si appiccava il fuoco (cfr. pag. 131).

Ora viene la volta anche dei peccatori più induriti; chi da lungo tempo si tenne lontano dai sacramenti, ora si confessa: i beni ingiustamente usurpati vengono restituiti; delle calunnie e delle maldicenze si fa onorevole ammenda. Oratori coraggiosi ed avveduti, quale un Bernardino da Siena,[368] s'addentrano assai destramente nella ordinaria vita quotidiana dei loro uditori e mettono al nudo le magagne dei loro usi e costumi. Pochi dei nostri moderni teologi si sentirebbero disposti a tenere una predica «sui contratti, le restituzioni, le rendite pubbliche (il monte) e la dotazione delle figlie», quale egli tenne una volta nel duomo di Firenze. I predicatori meno prudenti commettevano facilmente, in simili casi, l'errore di scagliarsi con tanta foga contro singole classi di persone e contro talune industrie e professioni, che gli uditori sovreccitati passavano immediatamente a vie di fatto contro i veri o pretesi colpevoli.[369] Anche una predica di Bernardino, che egli tenne a Roma nel 1424, ebbe, oltre alla distruzione di molti oggetti di lusso e strumenti di magia, una conseguenza ben più terribile, vale a dire l'uccisione per mezzo del rogo della strega Finicella, «perchè, dice il cronista[370] con mezzi diabolici uccise molti fanciulli e ammaliò parecchie persone», e tutta Roma accorse a quello spettacolo.

Lo scopo principale della predica era però sempre quello di riconciliare lunghi rancori e d'ammansare il demone della vendetta. Questa pacificazione si compiva d'ordinario verso la fine del corso delle prediche, quando la corrente della contrizione generale a poco a poco aveva invaso la città intera, e quando da tutte parti non echeggiava che il grido: misericordia.[371] Allora si veniva alle solenni riconciliazioni, agli amplessi cordiali, anche se le stragi reciproche stavano tra le due parti contendenti. Per uno scopo sì santo si richiamavano in città anche i banditi. Sembra che tali «paci» fossero nel complesso osservate, anche quand'era passato il primo entusiasmo, e allora la memoria del santo oratore restava benedetta per molte generazioni. Ma ci furono anche delle crisi fiere e terribili, come quella delle famiglie Croce e della Valle in Roma (1482), nelle quali anche il grande Roberto da Lecce alzò indarno la voce.[372]

Poco prima della settimana santa egli avea predicato sulla piazza della Minerva ad una moltitudine innumerevole: ma la notte che precedette il giovedì santo, seguì una spaventevole carneficina dinanzi al palazzo della Valle in vicinanza del Ghetto: l'indomani papa Sisto ordinò che quel palazzo fosse atterrato, e poi assistette alle ceremonie consuete di quel giorno; il venerdì santo Roberto tornò a predicare tenendo nelle mani un crocifisso; ma tanto egli, quanto i suoi uditori non poterono far altro che piangere.

Spiriti violenti in lotta con sè medesimi abbracciarono spesso, sotto l'impressione di queste prediche, la risoluzione di entrare nel chiostro. Fra questi c'erano assassini e malfattori d'ogni specie, ma anche soldati privi d'ogni mezzo di sussistenza.[373] A tale risoluzione poi coopera anche l'ammirazione pel santo monaco, al quale, secondo le proprie forze, si cerca di avvicinarsi almeno nella condizione esterna della vita.

L'ultima predica non è che una benedizione generale, che si riassume nelle parole: La pace sia con voi! Grandi turbe accompagnano il predicatore nella vicina città e ascoltano quivi ancora una volta l'intero corso delle sue prediche.

Attesa l'immensa potenza, che questi santi uomini esercitavano, il clero e i governi non potevano desiderare che di farseli amici. Un mezzo di raggiungere tale intento era quello di far sì che soltanto i monaci[374] od almeno gli ecclesiastici che avessero ricevuto gli ordini minori, potessero salire il pergamo, per modo che l'ordine o la relativa corporazione se ne rendessero in certo modo responsabili. Ma un limite preciso non poteva neanche qui stabilirsi, poichè la chiesa e quindi anche il pergamo usavansi per qualsiasi scopo di pubblicità, come, per esempio, per atti giudiziarii, pubblicazioni, lezioni ecc., e perchè anche nelle prediche propriamente dette talvolta lasciavasi la parola agli umanisti ed ai laici (v. vol. I, pag. 313 e segg.). Oltre a ciò eravi una classe ibrida di persone,[375] che non erano nè frati, nè preti, e tuttavia aveano rinunciato al mondo, vale a dire i «romiti», assai frequenti in Italia, i quali talvolta senza incarico di chicchessia facevano la loro comparsa ed infiammavano le popolazioni. Un caso di questo genere s'avverò a Milano dopo la seconda conquista francese (1516), in un momento, non v'ha dubbio, di grandi sconvolgimenti pubblici: un romito toscano, forse del partito del Savonarola, occupò per parecchi mesi il pergamo del duomo, attaccò sul vivo la gerarchia, fece accendere un nuovo candelabro ed erigere un nuovo altare nella chiesa, operò miracoli, e non si ritirò se non dopo avere sostenuto fiere battaglie.[376] In quei decennj tanto solenni pei destini d'Italia, si risveglia dovunque lo spirito profetico, e non si limita mai, dove appare, ad una determinata classe di persone. Si sa, per esempio, che prima del sacco di Roma alcuni romiti s'erano mostrati qua e là in aria di veri profeti (v. vol. I, pag. 166). Quando fa loro difetto l'arte oratoria, essi mandano messi con simboli, come fece, ad esempio, quell'asceta dei dintorni di Siena, che nel 1429 mandò nell'angustiata città un «romituccio», vale a dire un suo discepolo, con una testa di morto sopra un bastone, alla quale stava appesa una scritta di sentenze minacciose desunte dalla Bibbia.[377]

Ma neanco i monaci non risparmiavano spesso i principi, le autorità, il clero e l'ordine stesso, al quale appartenevano. Vero è, che nei tempi posteriori non s'incontra più una predica tendente direttamente all'eccidio della tirannide, come fu quella[378] che nel secolo XIV tenne fra Jacopo Bussolaro a Pavia, ma s'incontrano invece rabbuffi arditi perfino contro il Papa nella sua propria cappella (v. vol. I, pag. 316) e ingenui consigli politici a principi, che non credevano averne bisogno.[379] Sulla piazza del castello di Milano un predicatore cieco dell'Incoronata (quindi un agostiniano) osò nel 1494 indirizzare dal pergamo a Lodovico il Moro queste parole; «signore, non additare la via ai francesi, perchè avrai a pentirtene».[380] Ci furono dei monaci profeti, che, a quanto pare, non parlavano direttamente di politica, ma davano quadri così terribili dell'avvenire, che gli uditori ne perdevano il senno. Un'intera compagnia di costoro, dodici francescani conventuali, percorsero, subito dopo l'elezione di Leone X (1513), le diverse regioni d'Italia, che si erano dapprima ripartite fra loro. Quegli fra essi che predicò a Firenze,[381] fra Francesco da Montepulciano, suscitò uno spavento sempre crescente nel popolo intero, mentre le sue parole, certamente rinforzate piuttostochè mitigate, giungevano anche a coloro, che per la gran folla non potevano venirgli dappresso. Dopo una di quelle prediche egli morì improvvisamente «di mal di petto»: tutti accorsero a baciare i piedi al cadavere, per modo che si dovette portarlo segretamente a seppellire di notte. Ma lo spirito profetico, una volta surto, invase ora perfino le donne e i contadini, nè si potè più frenarlo se non a stento. «Per mettere in qualche modo di buon umore le moltitudini, Giuliano de' Medici (fratello di Leone) e Lorenzo prepararono pel giorno di S. Giovanni nel 1514 quelle splendide feste, cacce, mascherate e tornei, cui accorsero da Roma, oltre ad alcuni grandi signori, anche sei cardinali, ma travestiti».

Ma il più grande apostolo e profeta di Firenze era già stato arso fin dal 1498: fra Girolamo Savonarola da Ferrara,[382] del quale qui ci accontenteremo di dar pochi cenni.

Il mezzo potente, col quale egli trasformò e signoreggiò Firenze (1494-1498), fu la sua parola, della quale le prediche rimasteci, scritte per lo più mentre egli le pronunciava, non ci danno evidentemente che un'idea molto imperfetta. Non già che i mezzi esteriori coi quali si presentava al pubblico, fossero gran fatto imponenti; chè anzi la voce, la pronuncia, l'espressione retorica e simili costituivano piuttosto il lato debole in lui, e chi desiderava un oratore valente nello stile e negli artifizi retorici, andava a udire il di lui rivale, frà Mariano da Ghinazzano; — ma nel discorso del Savonarola v'era quell'alta efficacia morale, che veramente non riapparve più sino a Lutero. Egli stesso la riguardava come una ispirazione superiore, e collocava quindi assai alto, ma senza immodestia, il ministero del predicatore, mettendo quest'ultimo, nella grande gerarchia degli spiriti, immediatamente dopo l'ultimo degli angeli.

Questa grande personalità, divenuta tutta zelo e fervore, compì inoltre un altro e maggiore miracolo, quello d'indurre i propri confratelli domenicani del convento di S. Marco, e poi tutti quelli della Toscana, ad intraprendere una grande e spontanea riforma di lor medesimi. Chi sappia che cosa fossero allora i conventi e quanto difficile fosse il recare in atto anche il minimo cangiamento in essi, stupirà doppiamente di una simile rivoluzione. Una volta incominciata, quella riforma si venne sempre più consolidando pel fatto che l'ordine acquistava sempre nuovi proseliti in moltissimi che, approvandola, si rendevano addirittura domenicani. Molti figli di case assai ragguardevoli entravano come novizi in san Marco.

Ora, questa riforma dell'ordine secondo le esigenze di un determinato paese era il primo passo verso una chiesa nazionale, alla quale senza dubbio si avrebbe dovuto venire, se questo stato di cose avesse durato un po' più a lungo. Infatti il Savonarola voleva bensì una riforma di tutta la Chiesa, e a tal uopo mandò sul finire della sua missione energiche esortazioni ai grandi e ai potenti per la convocazione di un Concilio. Ma il suo ordine e il suo partito erano divenuti omai per la Toscana l'unico organo possibile del suo spirito, l'elemento indispensabile della sua vita, mentre i paesi vicini perduravano nell'antico sistema. Così a poco a poco, ma sempre progredendo, si venne formando per virtù di sacrificio e per forza di fantasia una idealità, che di Firenze voleva fare un regno di Dio sulla terra.

Le profezie, il cui parziale verificarsi aveva procacciato al Savonarola una riputazione di santo, costituiscono il punto, rispetto al quale la fantasia tanto vivace negli Italiani prevalse anche sugli animi più guardinghi e circospetti. In sulle prime i Minori Osservanti, pavoneggiandosi nella gloria che avea procacciato al loro ordine Bernardino da Siena, credettero di poter schiacciare colla loro concorrenza il grande domenicano. Essi procurarono ad uno dei loro il pergamo del duomo, dove le querule profezie del Savonarola furono superate da altre ancora più esagerate, sino a che Pietro de' Medici, che allora era ancor padrone di Firenze, impose silenzio pel momento ad entrambi i rivali. Poco dopo, quando Carlo VIII venne in Italia e i Medici furono cacciati, come il Savonarola avea chiaramente predetto, si tornò a non credere che a lui.

Or qui bisogna confessare, che egli riguardo ai propri presentimenti e alle proprie visioni non procedeva con quella severa critica, che era solito usare di fronte a quelle degli altri. Nella orazione funebre per Pico della Mirandola noi lo troviamo troppo duro e rigido verso il morto amico. Perchè Pico, in onta ad una intima voce, che veniva dall'alto, ricusò di entrare nel suo ordine, il Savonarola stesso aveva invocato da Dio una tal quale punizione su lui, non però la sua morte: ora, con elemosine e con preghiere, s'era ottenuto almeno che l'anima sua fosse salva nel Purgatorio. Riguardo poi ad una consolante visione, che Pico aveva avuto sul letto di morte, e nella quale la Vergine gli era apparsa e gli avea promesso che non sarebbe morto, il Savonarola confessa di averla per lungo tempo ritenuta una mera illusione diabolica, ma essergli poi stato rivelato che la Vergine aveva inteso la morte dell'anima, cioè l'eterna dannazione. — Se tali cose e somiglianti hanno a considerarsi per quello che sono in fatto, cioè per sogni di una mente levata in soverchia prosunzione, bisogna ricordarsi altresì che questo grande spirito ne ha pagato negli ultimi suoi giorni la pena più amara, che mai si possa immaginare, quella di riconoscere egli stesso la vanità delle proprie visioni e profezie; ciò che tuttavia non gl'impedì di avviarsi alla morte con animo calmo e devotamente rassegnato. I suoi partigiani peraltro tennero fermo alle sue dottrine e alle sue profezie ancora per tre decenni.

Alla riorganizzazione dello Stato egli non pose mano se non perchè altrimenti altri si sarebbe dannosamente impadronito della cosa pubblica. Ma sarebbe una vera ingiustizia se lo si volesse giudicare dalla sua costituzione semi-democratica dei primi mesi del 1495 (v. vol. I, p. 113, nota). Essa non è migliore, nè peggiore di tante altre costituzioni fiorentine.[383]

In sostanza, per tali cose egli era l'uomo il più disadatto, che si potesse immaginare. Il suo vero ideale era una teocrazia, nella quale tutto in devota umiltà si prostra dinanzi all'Invisibile e in cui previamente vengono eliminati tutti i conflitti delle passioni. Tutto il suo pensiero sta in quella iscrizione apposta al palazzo della Signoria, il cui concetto ancora sul finire dell'anno 1495 era il suo motto favorito,[384] e che nel 1527 da' suoi partigiani fu rinnovata: Jesus Christus rex populi fiorentini S. P. Q. decreto creatus. Colla vita terrena e colle cose di questo mondo egli non aveva maggiori rapporti di quelli che potesse avere un severo e rigido frate. La sua opinione costante infatti era che l'uomo non deve occuparsi d'altro, fuorchè di ciò che ha una immediata attinenza colla salute dell'anima.

In niuna cosa ciò appare tanto evidente, quanto nel suo modo di considerare l'antica letteratura. «L'unica cosa buona, dice egli, che Platone ed Aristotele hanno fatto, è quella di aver messo innanzi molte argomentazioni, che si possono utilmente adoperare anche contro gli eretici. Tuttavia essi ed altri filosofi sono condannati all'eterna dannazione. Una vecchierella in fatto di fede ne sa più di Platone. Per la fede sarebbe cosa ottima, che si annientassero molti libri, che del resto sembrano utili. Quando non c'erano ancora tanti libri, nè tante ragioni naturali e disputazioni, la fede cresceva più rapidamente di quello che non sia cresciuta dappoi». La lettura dei classici nelle scuole egli la vuol limitata ad Omero, Virgilio e Cicerone; il resto si completi con gli scritti di Girolamo e di Agostino, e per converso si bandiscano non solo Catullo ed Ovidio, ma anche Tibullo e Terenzio. Qui in sostanza non appare che un sentimento di paura di veder guasta la moralità; ma in uno scritto a parte egli ammette addirittura il danno, che deriva dalla scienza in generale. Le scienze, egli dice, non dovrebbero propriamente essere studiate che da pochi, affinchè non perisca il patrimonio delle cognizioni umane, ma più specialmente perchè si abbiano sempre degli atleti pronti a combattere i sofismi dell'eresia: tutti gli altri non dovrebbero conoscere che la grammatica, la sana morale e la religione (sacrae literae). Così naturalmente tutta la cultura ricadrebbe in mano ai monaci, e siccome al tempo stesso «i più dotti e i più santi» dovrebbero reggere gli Stati, così anche questi reggitori sarebbero nuovamente dei monaci. Non è prezzo dell'opera nemmeno di domandare, se l'autore abbia inteso sul serio di venire a quest'ultima conclusione.

Più puerilmente di così non si può ragionare. La semplice considerazione che l'antichità recentemente scoperta e la gigantesca espansione che acquistarono allora le scienze, potevano, secondo le circostanze, divenire una splendida conferma della Religione, sono due circostanze che non cadono nemmeno nella mente di quel grand'uomo. Egli vorrebbe proibire tutto ciò, che in qualsiasi altro modo non può essere eliminato. In generale egli era tutt'altro che un liberale; contro gli astrologi, per esempio, egli tien sempre pronto quel rogo, sul quale poi egli stesso morì.[385]

Quanta potenza di volontà deve essere stata in quell'anima racchiusa in una mente così ristretta! Qual fiamma di entusiasmo non deve aver divampato in lui per dargli la forza di trascinare i Fiorentini a ripudiar quella cultura e civiltà, di cui erano stati così vivamente innamorati!

Una prova manifesta e parlante se ne ha nella enorme quantità d'oggetti d'arte e di lusso, che furono spontaneamente sacrificati sui suoi famosi roghi, di fronte ai quali si direbbero un nulla tutti i talami di san Bernardino da Siena e d'altri.

Egli è vero però che il procedere del frate in tali circostanze fu molte volte tirannico e poliziesco. In generale gli arbitrii, ai quali egli trascorse contro la libertà individuale tanto pregiata in Italia, non sono lievi, mentre si sa che, ad esempio, favoriva ed esigeva lo spionaggio dei servi contro i loro padroni, per poter più facilmente recare ad effetto la sua progettata riforma dei costumi in Firenze. Era un tentativo assai somigliante a quello, che fece più tardi a Ginevra Calvino: questi colla sua ferrea volontà e perdurando lo stato d'assedio al di fuori della città, riuscì ad effettuarlo, ma non senza ostacoli e contraddizioni d'ogni sorta: il Savonarola invece fallì, e con ciò non fece che esasperare ancor più i suoi avversarii. Tra le misure prese dispiacque in modo particolare quella, per la quale un drappello di fanciulli, messi insieme dal Savonarola, penetrava a forza nelle case per farvi incetta di oggetti destinati al rogo: qua e colà essi vennero respinti con minacce e percosse, e allora, per pur sostenere la finzione di un proselitismo sempre crescente nella borghesia, furono deputati degli adulti ad accompagnare i fanciulli in qualità di loro protettori.

Per tal maniera nell'ultimo giorno di carnevale dell'anno 1497 e del seguente poterono aver luogo due grandi bruciamenti sulla piazza della Signoria. In mezzo ad essa sorgeva una grande piramide a gradinate simile ai roghi, sui quali solevano essere arsi i cadaveri degli imperatori romani. Al basso in prossimità della base vedevansi maschere, barbe e vestiti aggruppati insieme: più in su figuravano libri di autori latini ed italiani, fra gli altri il Morgante del Pulci, il Decamerone del Boccaccio e il Canzoniere del Petrarca, e in parte anche preziose pergamene e manoscritti miniati; sopra questi vedevansi ornamenti muliebri e articoli di toeletta, profumerie, specchi, veli, acconciature, e più in alto ancora liuti, arpe, scacchieri, e carte da giuoco: finalmente i due gradini superiori non contenevano che soli ritratti, specialmente di donne celebri per bellezza, appartenenti in parte alla classica antichità, come per esempio, Lucrezia, Cleopatra e Faustina, in parte all'epoca contemporanea, come la bella Bencina, la Lena Martella e le celebri Bina e Maria de' Lenzi. La prima volta un mercante veneziano quivi presente offerse alla Signoria 20,000 fiorini d'oro per tutti gli oggetti accumulati sulla piramide, e n'ebbe in risposta, che si farebbe fare anche il suo ritratto, per metterlo ad ardere insieme con gli altri. Al primo appiccare del fuoco la Signoria assistette, affacciandosi alla loggia, e l'aria echeggiò di canti e del suono delle trombe e delle campane. Poi la moltitudine venne in massa sul piazzale di S. Marco, dove si ballò una danza concentrica: nella prima fila stavano i frati del convento, che si alternavano con fanciulli vestiti da angeli; nella seconda giovani ecclesiastici e laici; nella terza vecchi, cittadini e sacerdoti, questi ultimi incoronati di frondi d'ulivo.

Notes in this chapter

Note 1 · Discorsi, L. I, e. 12. Anche nel c. 55 è detto l'Italia essere più corrotta di qualunque altro paese, e seguirla poi più dappresso la FranciNote 2 · Paul Jov., Viri illustres: Joh. Gal. Vicecomes.Note 3 · Sul conto, in cui è tenuto il sentimento d'onore nel mondo attuale cfr. le osservazioni profonde di Prévost-Paradol, la France nouvelle L. INote 4 · Franc. Guicciardini, Ricordi politici e civili, N. 118. (Opere inedite, vol. I).Note 5 · Il suo più immediato riscontro è Merlin Coccai (Teofilo Folengo), la cui Macaroneide, (v. vol. I, pag. 216 e 362), Rabelais certamente conobNote 6 · Gargantua, L. I, chap. 57.Note 7 · Vale a dire bennato nel senso il più elevato, perocchè Rabelais, figlio dell'oste di Chinon, non ha qui alcun motivo di accordare alla nobilNote 8 · Vedi il suo Diario (in estratto) presso Delécluze, Florence et ces vicissitudes, vol. 2. — Cfr. sopra, pag. 79.Note 9 · Infessura, ap. Eccard, Scriptt. II, col. 1992. — Cfr. vol. I, pag. 147 e segg.Note 10 · Questo concetto dello spiritoso Stendhal (La Chartreuse de Parme, ed. Delahays, pag. 355) mi sembra basarsi sopra una profonda osservazione Note 11 · Graziani, Cronaca di Perugia, all'anno 1337 (Arch. Storico XVI, I, p. 415).Note 12 · Giraldi, Hecatommithi, I, Nov. 7.Note 13 · Infessura presso Eccard, Scriptt. II, col. 1892, ad ann. 1464.Note 14 · Allegretto, Diari sanesi, presso Murat. XXIII, col. 837.Note 15 · Coloro, che lasciano a Dio la cura della vendetta, vengono, oltre che da altri, messi in ridicolo dal Pulci, Morgante, canto XXI, str. 83, pNote 16 · Guicciardini, Ricordi, l. c. N. 74.Note 17 · Così il Cardano (De propria vita, cap. 13) si dipinge come estremamente vendicativo, ma anche come verax, memor beneficiorum, amans justitiaNote 18 · È vero che al tempo della dominazione spagnuola è notevole una forte diminuzione della popolazione. Ma se fosse stata conseguenza della demoNote 19 · Giraldi, Hecatommithi, III, Nov. 2. In modo assai somigliante il Cortigiano, L. IV, fol. 180.Note 20 · Un esempio di vendetta veramente crudele di un fratello, accaduto in Perugia nell'anno 1455, trovasi nella cronaca del Graziani (Arch. Stor.Note 21 · Bandello, Parte I, Nov. 9 e 26. — Accade anche talvolta che il confessore della moglie si lascia corrompere dal marito e rivela l'adulterio.Note 22 · Veggasi sopra a pag. 163 e nella nota.Note 23 · Un esempio può vedersi nel Bandello, Parte I, Nov. 4.Note 24 · Piaccia al Signore Iddio che non si ritrovi, dicono presso il Giraldi (III, Nov. 10) le donne quando vien loro narrato, che il fatto potrebbNote 25 · Ciò accade, per esempio, a Gioviano Pontano (De fortitudine, L. II); i suoi coraggiosi Ascolani, che perfino la notte che precede il loro suNote 26 · Diarum parmense, presso Murat. XXII, col. 330 sino a 349 passim.Note 27 · Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 312. Ciò fa risovvenire la banda armata di quel prete, che pochi anni prima del 1837 infestava leNote 28 · Masuccio, Nov. 39. S'intende da se che l'uomo in discorso è fortunatissimo anche nel campo d'amore.Note 29 · Se egli nella sua gioventù esercitò la pirateria durante la guerra delle due case d'Angiò per la conquista di Napoli, può averlo fatto in quNote 30 · Poggio, Facetiae, fol. 464. Chi conosce la Napoli odierna, ha forse udito narrare qualche fatto simile, ma in un altro genere di persone.Note 31 · Jovian. Pontani Antonius: nec est quod Neapoli quam hominis vita minoris vendatur. Vero è che egli crede che sotto gli Angiò le cose non fosNote 32 · Una prova esatta non potrà su ciò mai darsi, ma certo le menzioni degli assassinii vi son meno frequenti, e la fantasia degli scrittori fiorNote 33 · Intorno a questa polizia veggasi la Relazione del Fedeli, presso Albêri, Relaz. Scr. II, vol. I, p. 353 e segg.Note 34 · Infessura, presso Eccard, Scriptor, II, col. 1956.Note 35 · Chron venetum, presso Murat. XXIV, col. 131. — Nel settentrione si avevano le idee le più strane sull'abilità degli Italiani nell'arte dell'Note 36 · Petr. Crinitus, De honesta disciplina, L. XVIII, cap. 9.Note 37 · Pii II Comment. L. XI, p. 562 — Joh. Ant. Campanus: Vita Pii II, presso Murat. III, II, col. 988.Note 38 · Vasari IX, 82. Vita di Rosso. — Se nei matrimoni male assortiti abbiano prevalso dei veri avvelenamenti o piuttosto la sola paura, non può dNote 39 · Intorno ad alcuni maleficj contro Leonello da Ferrara veggasi il Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col 194, ad ann. 1445. Mentre all'autNote 40 · Si potrebbe innanzi tutto nominare Ezzelino da Romano, se egli non fosse notoriamente vissuto sotto l'influenza di scopi ambiziosi e di una Note 41 · Giornali napoletani, presso Murat. XXI, col. 1092, ad ann. 1425.Note 42 · Pii II Comment. L. VII, p. 338.Note 43 · Jov. Pontan. De immanitate, dove si dice che Sigismondo abbia reso gravida anche la propria figlia e simili.Note 44 · Varchi, Storia fiorent. sulla fine. (Se l'opera è stampata senza mutilazioni, come, per es., nella edizione milanese).Note 45 · Su di che naturalmente variano le opinioni secondo i luoghi e le persone. Il Rinascimento ebbe delle città e delle epoche, nelle quali prevaNote 46 · Ciò che noi chiamiamo lo spirito della Contro-riforma, erasi già sviluppato in Ispagna buon tratto di tempo prima della Riforma, e precisameNote 47 · Si noti, che i novellieri ed altri dileggiatori non parlano quasi mai di nessun vescovo, mentre per verità avrebbero facilmente potuto trovaNote 48 · Foscolo, Discorso sul testo del Decamerone: Ma de' preti in dignità niuno poteva far motto senza pericolo; onde ogni frate fu l'irco delle iNote 49 · Il Bandello prelude, per esempio, alla Nov. 1 della Parte II, col dire che il vizio dell'avarizia non disdice tanto a chicchessia, quanto aiNote 50 · Giov. Villani, III, 29, lo dice assai chiaramente un secolo dopo.Note 51 · Probabilmente s'intende la sua tavoletta col motto I H S.Note 52 · Seggi erano le classi, nelle quali era ripartita la nobiltà napoletana. — La rivalità dei due ordini è sovente messa in ridicolo, dal BandelNote 53 · Per ciò che segue cfr. Jov. Pontan. De Sermone, L. II, e il Bandello, Parte I, Nov. 32.Note 54 · Perciò quest'intrighi poterono anche in prossimità di essa essere apertamente denunciati. Cfr. anche Jov. Pontan. Antonius e Charon.Note 55 · In via di esempio, l'ottavo canto della Macaroneide.Note 56 · La storia leggesi nel Vasari, V. p. 120, Vita di Sandro Botticelli, e mostra, che talvolta si scherzava anche coll'Inquisizione. Del resto iNote 57 · Bursellis, Ann. Bonon. ap. Murat. XXIII, col. 886, cfr. 896.Note 58 · V. pag. 96 e segg. Egli era abate dei Vallombrosani. Il passo è tolto dal vol. II, p. 209, Nov. X. Una piccante descrizione della vita agiatNote 59 · Pio II per principio avrebbe voluto l'abolizione del celibato ecclesiastico: Sacertibus magna ratione sublatas nuptias majori restituendas vNote 60 · Ricordi, N. 28. delle Opere inedite, vol. I.Note 61 · Ricordi, N. 1, 123, 125.Note 62 · Per vero molto incostante.Note 63 · Cfr. il suo Orlandino cantato sotto il nome di Limerno Pitocco, cap. XI, str. 40 e segg. cap. VII, str. 57, cap. VIII, str. 3 e segg. speciaNote 64 · Diario ferrarese, presso Murat. XXIV col. 362.Note 65 · Egli aveva con sè un interprete tedesco ed uno slavo. Anche san Bernardo dovette una volta, predicando nei paesi renani, ricorrere ad un talNote 66 · Il Capistrano, per esempio, si accontentava di fare il segno della croce su migliaja d'infermi, che gli erano condotti e di benedirli in nomNote 67 · Per esempio il Poggio, De avaritia, nelle Opere, fol. 2. Egli trova l'opera dei predicatori facile, perchè in ogni città ripetevano le stessNote 68 · Franco Sacchetti, Nov. 73: predicatori che non riescono nel loro intento, sono un tema frequente in tutti i novellieri.Note 69 · Cfr. la nota farsa del Decamerone. VI, Nov. 10.Note 70 · Con che la cosa acquistò un colore affatto speciale. Cfr. Malipiero, Ann. venet. Arch. Stor. VII, I, p. 18. — Chron. venet. presso Murat. XXNote 71 · Storia bresciana, presso Murat. XXI col. 865.Note 72 · Allegretto, Diari sanesi, presso Murat. XXIII, col. 819.Note 73 · Infessura, presso Eccard, (Scriptor. II, col. 1874). Egli dice: canti, brevi, sorti. I primi possono essere stati libri di canzoni, quali fuNote 74 · V. la sua notevole biografia in Vespasiano fiorent. p. 244 e segg. — e quella di Enea Silvio, De viris illustr. p. 24.Note 75 · Allegretto, l. c. col. 823: un predicatore eccita il popolo contro i giudici (se invece non si deve leggere giudei), su di che essi ben presNote 76 · Infessura, l. c. Sul giorno della morte della strega sembra esservi un errore di scrittura. — Come lo stesso Santo abbia fatto distruggere uNote 77 · Pareva che l'aria si fendesse, è detto in qualche punto.Note 78 · Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 167. Non è detto espressamente, ch'egli si sia occupato di questa disputa, ma non si può nemmen dNote 79 · Il Capistrano, dopo una predica, vestì cinquanta soldati. Stor. bresciana, l. c. — Graziani, l. c. p. 565 e segg. — Enea Silvio (De viris ilNote 80 · Che ci sieno stati degli attriti fra i celebri predicatori dei Minori Osservanti e gl'invidiosi Domenicani, lo mostra la contesa intorno al Note 81 · La loro fama oscillava allora fra due estremi. Bisogna distinguerli dai monaci Eremitani. — In generale i limiti a questo riguardo non eranoNote 82 · Prato, Arch. Stor. III, p. 357. Burigozzo, ibid. p. 431.Note 83 · Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 855 e segg.Note 84 · Matteo Villani, VIII, I, e segg. Egli predicò dapprima contro la tirannide in generale, poi, quando la casa regnante dei Beccaria aveva voluNote 85 · Talvolta anche le case regnanti in tempi difficili chiesero dei monaci, per eccitare il popolo alla fedeltà. Qualche cosa di simile a FerrarNote 86 · Prato, Arch. Stor. III, p. 251. Di fanatici predicatori surti poi con tendenza anti-francesi, è fatta menzione dopo la cacciata dei francesiNote 87 · Jac. Pitti, Storia fiorent. L. II, p. 112.Note 88 · Perrens: Jèrôme Savonarole, 2 vol., tra le molte opere speciali di data un po' vecchia forse il meglio ordinato e il più moderato. — Più tarNote 89 · Il Savonarola sarebbe forse stato l'unico, che avesse potuto restituire alle città soggette la libertà e tuttavia mantenere comecchessia l'uNote 90 · Riscontro assai notevole coi Sanesi, i quali nel 1483 aveano donato la loro città lacerata dai partiti sotto forma solenne alla Madonna. V. Note 91 · Degli impii astrologi egli dice: non è da disputar (con loro) altrimenti che col fuoco.
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