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La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II

PARTE SESTA LA MORALE E LA RELIGIONE (continued 3)

Diego Valbusa translation

Consideriamo innanzi tutto un tratto di magìa un po' vecchio e già sul punto di sparire affatto. Dalle tenebre più fitte del medio-evo, anzi dall'Antichità stessa qualche città italiana conservò una ricordanza, che i suoi destini fossero inseparabili da quelli di certi edifici, di certe statue e simili. Gli antichi una volta avean parlato di sacerdoti addetti ai riti inaugurali, detti telesti, il cui ufficio sarebbe stato quello di assistere alla solenne fondazione di alcune città, garantendone la futura prosperità con appositi monumenti, ed anche col seppellire nelle fondamenta, ma in via segreta e misteriosa, oggetti determinati (telesmata). Se qualche cosa ancora sopravviveva per tradizione orale e popolare del tempo romano, erano appunto ricordi di questo genere: salvo che l'augure antico naturalmente nel corso dei secoli fu tramutato in un mago, perchè non si comprendeva più il lato religioso dell'opera sua, quale era nell'antichità. In alcuni prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio[531] sopravvive evidentemente la ricordanza antichissima di un teleste, il cui nome coll'andare del tempo fu sostituito da quello del sommo poeta. Altrettanto dicasi della ceremonia, colla quale si rinchiudeva una misteriosa immagine della città in una botte; o di quell'altra, per cui Virgilio passa pel fondatore delle mura di Napoli. La fantasia popolare esagerò, amplificandole, quelle tradizioni, sino a che Virgilio divenne anche l'autore principale del cavallo di bronzo, delle teste che sono sopra la porta Nolana, delle mosche pure di bronzo che figurano su qualche altra porta, della grotta di Posilipo e così via; — cose tutte, che fissano magicamente le sorti particolari di alcuni luoghi di Napoli, mentre quei due tratti primi sembrano stabilirne il destino in generale. Anche la Roma medievale aveva confuse ricordanze di questo genere. In sant'Ambrogio a Milano trovavasi un antico Ercole in marmo; si disse, che sino a che esso fosse rimasto al suo posto, avrebbe sussistito l'Impero, probabilmente quello di Germania, usando gl'Imperatori tedeschi di coronarsi in quella chiesa.[532] I Fiorentini erano persuasi[533] che il loro tempio di Marte (più tardi trasformato in Battistero) avrebbe perdurato sino alla consumazione dei secoli, conformemente a quanto segnava la costellazione, sotto la quale fu costruito al tempo di Augusto: è vero che essi tolsero di là la statua equestre di Marte in marmo, quando si fecero cristiani; ma, siccome la distruzione di essa avrebbe apportato grandi sventure alla città, — e ciò pure per l'influsso di una costellazione, — così la si collocò sopra una torre lungo l'Arno. Allorquando Totila distrusse Firenze, l'immagine cadde nell'acqua e non fu ripescata se non quando Carlomagno riedificò di nuovo la città: allora fu collocata sopra un piedistallo all'ingresso del Ponte Vecchio, — e quivi precisamente nel 1214 il Buondelmonte fu ucciso, e per tal guisa il risvegliarsi della gran lotta tra Guelfi e Ghibellini è un fatto, che si lega intimamente a quell'idolo tanto temuto. Nell'inondazione del 1333 però esso scompare per sempre.[534]

Ma lo stesso telesma s'incontra anche altrove. Guido Bonatto, già menzionato, nel gettar le fondamenta delle mura di Forlì non si accontentò di esigere quella scena simbolica della concordia de' Guelfi e dei Ghibellini, di cui parlammo (v. pag. 323); ma, per mezzo di una statua equestre di bronzo o di marmo, che egli con espedienti astrologici o magici giunse a procacciarsi e vi seppellì,[535] credette anche di aver guarentito quella città da ogni distruzione, anzi da ogni sorpresa o saccheggio per l'avvenire. Allorquando il cardinale Albornoz (v. vol. I, pag. 140), circa sei decennii più tardi, ebbe in suo potere la Romagna, scavando accidentalmente, fu trovata e mostrata quella statua, probabilmente per ordine del cardinale stesso, affinchè il popolo comprendesse, con quali mezzi il crudele Montefeltro s'era sostenuto contro la Chiesa. Ma di nuovo un secolo più tardi (1410), quando una sorpresa ostile fallì contro la città, si tornò a parlare dell'influenza miracolosa di quel telesma, che forse era stato salvato e nuovamente sepolto. Ma questa deve essere stata l'ultima volta che se ne parlò: poichè ancor nel secolo susseguente la città effettivamente fu presa. — Nelle fondazioni degli edifici prevale ancora per tutto il secolo XV un pregiudizio astrologico (v. pag. 322), ma si hanno anche indizi evidenti di sortilegi magici. Si sa infatti che lo stesso papa Paolo II fece seppellire una enorme quantità di medaglie d'oro e d'argento nei fondamenti degli edifici, ch'egli eresse,[536] e il Platina non è malcontento di poter riconoscere in ciò un omaggio fatto ai riti pagani. Ma certamente nè Paolo, nè il suo biografo non avevano una piena coscienza del significato religioso, che nel medio-evo s'attribuiva a tali consacrazioni.[537]

Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era per lo più che una tradizione popolare, non agguagliò di gran lunga l'importanza, che ebbe la magia segreta usata per iscopi puramente privati e personali.

Qual parte essa avesse nella vita ordinaria appare in modo speciale da una commedia dell'Ariosto intitolata «il Negromante».[538] Il suo eroe è uno dei molti ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli si spacci per greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente maschera e nome. Egli ha bensì il potere di far abbuiare co' suoi scongiuri il giorno e di rischiarare la notte, di far muovere la terra, di rendersi invisibile, di tramutar gli uomini in animali e così via, ma queste millanterie non sono che una mostra esteriore: il suo vero scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli infedeli, e le tracce che in queste pratiche egli lascia dopo di sè, somigliano alla bava di una lumaca e spesso anche al guasto, che lascia dopo di sè la procella. Per giungere a' suoi intenti egli porta le cose ad un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un amante, sia pieno di spiriti, o ch'egli possa far parlare un cadavere e simili. In mezzo a ciò egli è almeno un buon sintomo che poeti e novellieri possano versare su tali uomini a piene mani il ridicolo, essendo certi di trovar assenso ed approvazione da parte di tutti. Il Bandello non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come vere ribalderie, meschine nell'invenzione e spaventevoli talvolta nelle loro conseguenze,[539] ma mostra altresì, non senza un senso di indignazione, tutti i danni e le sciagure, cui si espongono coloro che vi prestano fede.[540] «Taluno con la clavicola di Salomone e con mille altri libri d'incantagioni spera ritrovare gli occulti tesori nel seno della terra, indurre la sua donna al suo volere, saper i segreti dei principi, andar da Milano a Roma in un atomo e far molti altri effetti mirabili. E quanto più l'incantatore si trova ingannato, più nel fare incantagioni persevera... Sovvengavi, signor Carlo, del tempo che quel nostro amico, per ottenere la sua innamorata, che mai non ottenne, fece della sua camera un cimitero, avendovi più teste ed ossa di morti, che non è a Parigi agli Innocenti». Gl'incanti si compiono talvolta con mezzi abbominevoli, per esempio, col cavare tre denti ad un cadavere, con lo strappargli un'unghia ecc., e se finalmente lo scongiuro riesce, gl'infelici, che lo fanno, ne restan vittime e muoiono talvolta di spavento.

Benvenuto Cellini non morì assistendo al noto grande scongiuro magico, che ebbe luogo (1532) a Roma nel Colosseo,[541] quantunque egli e i suoi compagni ne sieno usciti colmi di spavento: il prete siciliano, che probabilmente vedeva in lui un utile ausiliario per l'avvenire, lo lodò anzi del coraggio mostrato, dicendogli di non aver mai trovato un uomo d'animo così forte. Sull'avvenimento in sè stesso ogni lettore può formarsi quel concetto che crede; e forse più di tutto agirono i vapori narcotici che esalavano d'ogni parte e la fantasia già anticipatamente predisposta alle cose le più terribili, per cui anche il fattorino che Benvenuto condusse con sè, come il più giovine e il più impressionabile, vide o credette vedere più di tutti. Ma che principalmente si avesse in mira di guadagnar Benvenuto, si può facilmente presumerlo, in quanto che, diversamente, per un'impresa così pericolosa non ci sarebbe stato altro scopo, fuorchè la semplice curiosità. Infatti della bella Angelica Benvenuto non si ricorda se non quando è invitato dal negromante a chiedere agli spiriti qualche cosa, e questi medesimo gli dice poi espressamente, che gli intrighi amorosi sono vane pazzie in paragone del vantaggio, che può ritrarsi dal ritrovamento di qualche tesoro. Per ultimo non è da dimenticare, che anche la vanità poteva trovarsi lusingata, qualora si avesse potuto dire: i demoni mi hanno tenuto parola, ed Angelica fu in mio potere precisamente al tempo, in cui mi era stata promessa (cap. 68). Ma quand'anche Benvenuto si fosse a poco a poco indotto ad innestar qualche menzogna in tutto questo racconto, esso avrebbe però sempre un valore incontestabile, come saggio delle opinioni in questo riguardo allora prevalenti.

Del resto gli artisti italiani, anche «i più strani, capricciosi e bizzarri», non si occupano gran fatto di cose magiche; bensì uno di essi, in occasione di studi anatomici, si fece un giubboncello della pelle di un cadavere, ma dietro le ammonizioni di un frate, a cui confessò la cosa, la depose nuovamente in una tomba.[542] Non è improbabile, che appunto lo studio frequente dei cadaveri abbia contribuito a scemare sempre più la fede nella virtù magica di alcune parti dei medesimi, mentre al tempo stesso l'assidua contemplazione e riproduzione delle forme mostrava all'artista la possibilità di una potenza magica d'altro genere.

In generale la magia appare al principio del secolo XIV, in onta agli esempi addotti, in notevole diminuzione, e ciò vuol dire in un tempo, in cui fuori d'Italia toccava il colmo delle sue fortune, per modo che i viaggi dei maghi ed astrologi italiani nel nord sembrano cominciare soltanto, quando già in patria non trovavano più chi prestasse fede alle loro arti. Era il secolo XIV che trovava necessaria la sorveglianza del lago che è sul monte di Pilato presso Scariotto per impedire ai negromanti la consacrazione dei loro libri.[543] Nel secolo XV poi accaddero altri fatti, come per esempio, l'offerta di provocare forti acquazzoni, per mettere in fuga un esercito di assedianti; ma anche allora il comandante della città assediata — Niccolò Vitelli in Città di Castello — ebbe il buon senso di cacciare da sè gli autori della pioggia, come empi impostori.[544] Nel secolo XVI tali fatti sotto forma ufficiale non s'incontrano più, quand'anche nella vita privata si ricorra ancora in più guise alle imposture degli scongiuratori. Ora egli è per l'appunto questo il tempo, in cui la Germania ha il massimo de' suoi negromanti, il dottore Giovanni Faust, mentre il maggiore degli Italiani, Guido Bonatto, appartiene al secolo XIII.

Tuttavia anche qui bisogna soggiungere che lo scemare della fede negli scongiuri non si mutò necessariamente tutto ad un tratto nella credenza contraria in una Provvidenza ordinatrice e regolatrice delle cose umane; che anzi in alcuni non lasciò che un cieco fatalismo, nè più nè meno come avea fatto l'astrologia, quando scomparve.

Ma qui lasciamo completamente da parte la piromanzia e la chiromanzia[545] e simili specie secondarie di magìa, le quali non acquistarono un po' di voga se non quando scaddero la magìa propriamente detta e l'astrologia, e non crediamo nemmeno di occuparci della fisiognomia, che allora cominciava bensì a sorgere, ma priva affatto di quell'interesse, che il solo nome farebbe supporre. Infatti essa non appare già come strettamente affine all'arte figurativa ed alla psicologia pratica, ma più particolarmente come una specie nuova di sogno fatalistico, come una rivale dichiarata dell'astrologia, quale sembra essere stata presso gli Arabi. Bartolommeo Cocle, per esempio, autore di un Manuale fisiognomico, e che si pavoneggiava del pomposo titolo di metaposcopo,[546] la cui scienza però, giusta l'espressione del Giovio, rassomigliava piuttosto ad una delle maggiori arti liberali, non s'accontentava di spacciare le sue profezie per i pusillanimi, che giornalmente accorrevano a consultarlo, ma scrisse anche addirittura un «Prospetto delle persone, alle quali erano imminenti diversi gravissimi pericoli». Il Giovio, quantunque invecchiato nell'incredulità romana — in hac luce romana! —, confessa che le profezie contenute in quel Prospetto non fecero che verificarsi anche troppo esattamente.[547] Sta però di fatto altresì, che in tali occasioni quelli che erano colpiti da queste od altre simili profezie, si vendicavano terribilmente dei profeti: Giovanni Bentivoglio fece per ben cinque volte sfracellare alla parete Luca Gaurico appeso ad una fune, che era attaccata ad un'alta scala a chiocciola, perchè gli aveva predetto la perdita della signoria:[548] Ermete Bentivoglio fece inseguire il Cocle da un assassino, perchè l'infelice metaposcopo gli aveva, benchè a malincuore, profetizzato che sarebbe morto fuggiasco in una battaglia. L'assassino schernì, a quanto sembra, il morente, ripetendogli che anche a lui aveva predetto, che avrebbe vituperosamente commesso un assassinio! — Una fine ugualmente infelice ebbe il nuovo fondatore della chiromanzia, Antioco Tiberto da Cesena,[549] per volere di Pandolfo Malatesta da Rimini, al quale aveva presagito la cosa più dolorosa che possa toccare ad un tiranno, la morte nell'esiglio e nell'estrema miseria. Tiberto era un uomo di grande ingegno, che notoriamente dava i suoi responsi, non tanto servendosi della chiromanzia, quanto della profonda conoscenza che aveva del cuore umano: per le sue molte cognizioni egli era rispettato perfin da quei dotti, che non tenevano nessun conto delle sue divinazioni.[550]

L'alchimia finalmente, che nell'antichità non viene nominata se non assai tardi, cioè sotto Diocleziano, non ha nell'epoca più splendida del Rinascimento che un'importanza affatto secondaria.[551] Anche di questa malattia l'Italia era stata tocca molto tempo prima, nel secolo XIV, quando il Petrarca, nella sua polemica contro essa, confessava che il far bollire l'oro era un uso diventato universale.[552] Ma da quel tempo in poi s'era fatta sempre più rara in Italia quella specie particolare di fede, di entusiasmo e di isolamento, che si richiede per l'esercizio dell'alchimia, mentre i seguaci di essa, italiani e forestieri, cominciarono nel nord ad usufruttuare in larga misura la credulità dei grandi signori.[553] Sotto Leone X i pochi fra gl'italiani che ancora attendevano a questo studio,[554] passavano per uomini strani ed eccentrici (ingenia curiosa), ed Aurelio Augurelli, che dedicò a quel Papa dissipatore un poemetto sul modo di far l'oro, vuolsi n'abbia avuto in ricompensa una magnifica borsa, ma vuota. Il mistico fanatismo, che in seguito condusse gli alchimisti a cercare, oltre l'oro, anche la famosa pietra filosofale, nella quale doveva trovarsi ogni fortuna, non è che un tardo germoglio settentrionale, spuntato dalle teorie di Paracelso e di altri.

CAPITOLO V. Crollo della fede in generale.

La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano.

In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle massime dell'antichità allora universalmente adottate era la fede nell'immortalità dell'anima. Ma questa questione, presa nel suo complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo dello spirito moderno in generale.

Una delle fonti principali d'ogni dubbio nell'immortalità era il desiderio di non dover essere obbligati in nulla ad una Chiesa universalmente abborrita, come era allora la romana. Vedemmo già come essa chiamasse col nome di epicurei coloro che la pensavano a questo modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel momento supremo della morte cercasse il conforto de' Sacramenti; ma questo era nulla in paragone dei moltissimi, che per tutta la loro vita, e specialmente poi negli anni della loro maggiore attività, non si curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso. Che da questa indifferenza poi parecchi fossero condotti ad una compiuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da sè, viene storicamente testificata d'ogni parte. Sono coloro dei quali l'Ariosto scriveva: non credono a nulla al di sopra del tetto della loro casa.[555] In Italia, e più specialmente a Firenze, si poteva senza pericolo alcuno vivere in una palese incredulità, purchè non si provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti era di uso, che il confessore chiamato ad assistere un delinquente, che dovesse subire l'estremo supplizio, prima d'ogni altra cosa lo interrogasse se credeva: «essendo corsa una falsa voce, ch'egli non avesse fede alcuna».[556]

Il povero peccatore, al quale qui si allude, quel Pierpaolo Boscoli, di cui già facemmo menzione (v. vol. I, pag. 79), e che nel 1513 ebbe parte in una cospirazione contro la famiglia dei Medici appena ristabilita, è divenuto in questa occasione l'espressione la più perfetta della confusione, che allora regnava nelle idee religiose. Devoto per tradizioni famigliari al partito del Savonarola, egli aveva poi concepito un certo entusiasmo per la libertà intesa al modo antico e per altre idee del vecchio paganesimo; ma, mentre egli langue nel carcere, i mistici partigiani del frate s'interessano nuovamente per lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia cristianamente e salvi l'anima sua. Il pio testimonio e narratore del fatto è uno della famiglia artistica dei Della Robbia, il dotto filologo Luca. «Ohimè, sospira il Boscoli, aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè io possa morire da buon cristiano!» — E Luca gli risponde: «purchè voi vogliate, ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete già che le imprese degli antichi romani non ci furono tramandate nella loro schietta genuinità, ma con arte accresciute». Allora quegli fa violenza a sè stesso per credere, e si rimprovera che la sua fede non sia spontanea. Se soltanto gli fosse concesso ancora di passare un mese in compagnia di buoni monaci, egli sarebbe certo di riformare il cuore e la mente a pensieri e sentimenti cristiani! — Da ciò che segue emerge poi con tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola conoscevano assai poco la Bibbia: il Boscoli non conosce altre preghiere che il Pater e l'Ave, e supplica istantemente Luca a voler dire agli amici, che studino la Sacra Scrittura, perchè nell'ora suprema non si trova se non ciò che s'è appreso durante la vita. Dopo ciò, Luca gli legge e gli spiega la Passione secondo il Vangelo di S. Giovanni: in modo veramente strano quell'infelice vede chiara la divinità di Cristo, mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e vorrebbe poter vedere anche quest'ultima con tale evidenza, «come se Cristo gli venisse incontro uscendo da un bosco»: allora l'amico lo esorta all'umiltà e lo avverte che i dubbi non sono che ispirazioni perverse dello spirito maligno. — Più tardi egli si risovviene di un suo voto giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggio alla Madonna dell'Impruneta, e Luca gli promette di compierlo in sua vece. Frattanto giunge il confessore, un frate del convento del Savonarola, come egli l'aveva chiesto, e gli dà innanzi tutto quegli schiarimenti, che altrove abbiamo accennato, intorno all'opinione di s. Tommaso d'Aquino sul tirannicidio, eccitandolo poscia a sostenere la morte con animo forte. Il Boscoli risponde: «padre, non perdete su questo punto il vostro tempo; a ciò mi bastano già i filosofi: aiutatemi a subire la morte per amore di Cristo». Le cose ulteriori, la comunione, il commiato e l'esecuzione, ci vengono narrate in modo assai commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento, «perchè egli, sin da quando ebbe l'annunzio della propria condanna, avea fatto ogni sforzo per unirsi con Dio, ma sempre indarno, ed ora voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue mani». Evidentemente egli ripeteva un'idea del Savonarola, che, intesa soltanto per metà, lo teneva inquieto ancora in quell'estremo momento.

Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di questo genere, avremmo un'immagine ben più completa della vita morale di quel tempo, di quello che non ci sia dato di raccoglierla da tanti trattati e da tante poesie. Noi vedremmo anche meglio quanto forte fosse l'innato istinto religioso, e quanto subbiettivi e vacillanti i rapporti d'ogni individuo colle verità religiose, e finalmente quali potenti nemici osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è cosa per sè evidentissima; ma la storia del pensiero degli occidentali sarebbe pur sempre incompiuta, se non si tenesse conto di quest'epoca di sommo fermento fra gli Italiani, che non s'incontra presso le altre nazioni, perchè queste non vi presero alcuna parte. Ma torniamo alla questione dell'immortalità.

Se l'incredulità a questo riguardo fece così rapide ed estese conquiste nella classe degli uomini più colti, ciò dipendette essenzialmente dalla circostanza che il compito affatto terreno di scoprire e riprodurre il mondo mediante la parola e le immagini assorbì in alto grado tutte le forze mentali e morali degli Italiani. L'esser mondano all'uomo del Rinascimento fu una necessità (v. pag. 298). Ma da ciò derivò anche che l'arte e la indagine scientifica apersero universalmente la via ad uno scetticismo, che, se non appare evidentissimo nella letteratura e se non s'accinse alla critica della storia biblica (v. pag. 311) in modo degno del tempo, tuttavia non può dirsi che non abbia esistito. Esso passò piuttosto inosservato in quel gran bisogno di dare a tutto forma e colore, che è lo stimolo positivo dell'arte; senza contare gl'impedimenti creati dal potere dispotico usurpato dalla Chiesa, che si sarebbe dichiarata mortale nemica di chiunque avesse osato sciogliere la questione teoricamente. Questo spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema dello stato dell'anima umana dopo la morte per motivi già per sè troppo evidenti, perchè abbiano bisogno di essere additati.

Ed ora sopravvenne l'Antichità ed influì su tutta questa questione in doppio modo. In primo luogo si cercò appropriarsi la psicologia degli antichi e si torturò minuziosamente Aristotele per averne una risposta definitiva. In uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel tempo[557] Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpellato Aristotele stesso, mentre lo tragittava sulla sua barca, intorno a ciò che egli pensasse intorno all'immortalità: il cauto filosofo, quantunque corporalmente fosse morto e tuttavia vivesse spiritualmente, non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e netta risposta: come adunque, dopo tanti secoli, potevano gl'interpreti essere più fortunati di lui? — Ma appunto perciò si questionava con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri antichi sulla vera natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua assoluta eternità, anzi anche intorno alle diverse sue trasmigrazioni, e tali questioni furono portate perfin sul pergamo.[558] La disputa assunse ancora nel secolo XV proporzioni assai larghe e s'accalorava ogni dì più: gli uni dimostravano che Aristotele senz'altro dà l'anima come immortale;[559] altri deploravano la durezza di cuore degli uomini, che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi sopra una sedia, per credere alla di lei esistenza:[560] Filelfo nella sua orazione funebre per Francesco Sforza adduce una serie di sentenze diverse di filosofi antichi ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza molto compatte in folio,[561] con due righe: «oltre a ciò abbiamo il Testamento vecchio ed il nuovo, che tengono il luogo di qualsiasi certezza ed autorità». In mezzo a ciò sopravvennero i Platonici colla dottrina dell'anima di Platone, e taluni anche, come per esempio il Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle dottrine del Cristianesimo. Ma gli avversari riempivano il mondo erudito delle loro opinioni. Al principio del secolo XVI lo scandalo, che ne risentì la Chiesa, era talmente grande, che Leone X nel Concilio Lateranense (1513) dovette pubblicare una costituzione[562] a difesa della immortalità e individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano non esser l'anima in tutti gli uomini che una sola. Pochi anni dopo però apparve il libro del Pomponazzo, dove si mostra l'impossibilità di una prova filosofica dell'immortalità, ed allora la lotta si svolse in confutazioni ed apologie, e non tacque se non di fronte alla reazione cattolica. La preesistenza dell'anima in Dio, più o meno conforme alle dottrine ontologiche di Platone, rimase a lungo come un'idea assai diffusa e tornò comoda specialmente ai poeti.[563] Evidentemente non si pensò più da vicino, quali conseguenze vi andassero connesse intorno al modo di esistere dopo la morte.

Il secondo influsso dell'Antichità venne principalmente da quel notevole frammento del libro sesto della Repubblica di Cicerone, che è noto sotto il nome di «Sogno di Scipione». Senza il commento di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso in innumerevoli manoscritti[564] e, quando nacque l'arte tipografica, in moltissime ristampe, e fu in più guise commentato. È la designazione della vita gloriosa, che aspetta i grandi uomini dopo la morte nel concento delle sfere celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel quale a poco a poco trovaronsi anche altre testimonianze antiche, si venne mano mano sostituendo al cielo promesso ai cristiani in quella stessa misura, nella quale l'ideale della grandezza storica e della fama gettò nell'ombra le idealità della vita cristiana, e, ciò non ostante, il sentimento non ne restava tanto offeso, come colla dottrina della morte definitiva di tutto l'uomo. Ancora il Petrarca cominciò a fondare le sue speranze principalmente su questo Sogno di Scipione, su altre espressioni che si riscontrano in Cicerone e sul Fedone di Platone, senza nemmeno menzionare la Bibbia.[565] «Perchè, esclama egli in qualche parte de' suoi scritti, non dovrei io come cattolico partecipare ad una speranza, che trovo accettabile presso i pagani?». Un po' più tardi Coluccio Salutati scrisse le sue «Fatiche d'Ercole» (che sussistono ancora manoscritte), dove nella conclusione si prova, che agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte straordinarie, di diritto appartiene un seggio sopra le stelle.[566] E se anche Dante confinò rigorosamente i grandi del paganesimo (ai quali certamente egli accordava il Paradiso) nel Limbo, ch'egli pone al limitare dell'Inferno,[567] ora invece la poesia si mostrò più corriva e diffuse idee molto più larghe intorno al mondo avvenire. Cosimo il Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci scritta in occasione della sua morte, era stato accolto in cielo da Cicerone, che al pari di lui fu detto «padre della patria», dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da molti altri, coi quali sarà un nuovo ornamento di quel coro, nel quale non cantano che le anime scevre d'ogni colpa e d'ogni rimprovero.[568]

Ma negli antichi autori c'era anche un altro concetto, e d'assai meno lusinghiero, del mondo futuro, vale a dire il regno delle ombre di Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò l'animo di taluni. Gioviano Pontano in qualche punto delle sue opere pone in bocca al Sannazzaro il racconto di una visione[569] avuta di buon mattino nel sonno. In essa gli appare un amico morto, Ferrando Gennaro, col quale egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima: egli lo interroga, se sia vera l'eternità e l'atrocità delle pene infernali? L'ombra, dopo qualche istante di silenzio, risponde al tutto nel senso della risposta di Achille ad Odisseo: «di questo ti faccio certo, che noi usciti dalla vita corporale portiamo il più grande desiderio di ritornare in essa». Poi saluta e scompare.

Non si può assolutamente disconoscere che simili idee implicavano affatto la distruzione dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. I concetti della prima caduta dell'uomo e della Redenzione devono essere scomparsi quasi del tutto. Nè bisogna lasciarsi illudere dall'effetto prodotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui s'è parlato altrove (v. pag. 264 e seg. e 290 e seg.); poichè, ammesso anche che v'abbiano partecipato, al pari di tutti gli altri, altresì gli uomini individualmente più colti ed istrutti, tale partecipazione non era tanto l'effetto di un vivo sentimento religioso, quanto è assai più un bisogno di cercar forti commozioni, una sensazione violenta degli spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un grido di disperazione lanciato verso il cielo, perchè mandasse un aiuto straordinario. Il risvegliarsi della coscienza non portava di necessità il sentimento della corruzione umana e del bisogno di una Redenzione, anzi anche una grande penitenza esteriore non implicava per sè un pentimento assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di una energia straordinaria, ci narrano che il loro principio era quello di non voler pentirsi giammai di nulla,[570] può ben essere che ciò si riferisca innanzi tutto a cose per sè stesse indifferenti, a viste o ad errori commessi nel campo della vita pratica, ma il passaggio da questo al campo morale è facilissimo, quando la sorgente di quel principio è universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza. Il Cristianesimo passivo e contemplativo, colle sue speranze in una vita migliore al di là della tomba, non aveva più alcun predominio su questi uomini. Il Machiavelli lancia espressamente l'ultima parola su esso, affermandolo dannoso allo Stato e inutile alla difesa delle sue libertà.[571]

Ora qual forma doveva dunque assumere negli uomini più serii il sentimento religioso, che, in onta a tutto questo, ancora esisteva? Il Teismo o Deismo, comunque lo si voglia chiamare. Quest'ultimo nome parrebbe convenir meglio a quel modo di pensare, che ha già abbandonato ogni credenza cristiana, senza cercare o trovare un ulteriore compenso per soddisfare ai bisogni del sentimento. Il Teismo invece si riconosce in una più elevata e positiva devozione verso l'Ente divino, che il medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può anche sussistere senza di esse.

Talvolta essa si manifesta con una ingenuità quasi infantile, anzi con un colorito mezzo pagano: in Dio essa vede l'Essere onnipotente, che è meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,[572] come, dopo le sue nozze, egli si sia ritirato colla propria consorte dinanzi all'altare domestico, dove era l'immagine di Nostra Donna, orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso un giusto uso dei beni di fortuna, una lunga convivenza in pace e in concordia, e molti discendenti maschi: «per me chiesi ricchezza, amicizie ed onori, per lei integrità e onestà e che fosse buona massaia». Se poi accade, che la preghiera abbia nella espressione un forte colorito d'antichità, si ha talvolta molta difficoltà a sceverare in essa lo stile, che è pagano, dal senso, che è pure sempre quello di un Teismo cristiano.[573]

Questo sentimento si manifesta qua e là con molta verità nella sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che giacque lungamente ammalato di febbre, ci restano alcune preghiere a Dio, nelle quali egli incidentalmente accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia ci appare imbevuto di sentimenti teistici i più pronunciati.[574] Egli non considera punto i suoi dolori come una conseguenza delle sue colpe o come una prova e preparazione alla vita avvenire; è un affare immediato tra lui e Dio solo, che fra l'uomo e la disperazione ha posto il potente amor della vita. «Io impreco, esclama egli, ma contro alla natura soltanto; imperocchè la tua grandezza mi vieta di nominarti.... dammi la morte, o Signore, io te ne supplico, dammi tosto la morte!»

Vero è che una prova evidente di un Teismo manifesto e sentito si cercherebbe indarno in questa e in simili espressioni; quelli che le emisero, credevano ancora in parte di essere cristiani e rispettavano, oltre a ciò, per motivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. Ma al tempo della Riforma, quando il pensiero fu costretto a manifestarsi in tutta la sua pienezza, questo modo di pensare acquistò una coscienza esplicita; un buon numero di protestanti italiani si dichiararono Anti-trinitarj, e i Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero perfino il notevole tentativo di costituire una Chiesa in questo senso. In ogni modo dal fin qui detto apparirà per lo meno evidentemente, che, oltre ai razionalisti della scuola umanistica, anche altri spiriti seguivano arditamente questa corrente.

Un centro di Teismo pronunciatissimo fu l'Accademia Platonica di Firenze, e in essa nessuno lo professò così apertamente come Lorenzo il Magnifico. Le opere dottrinali e perfino le lettere famigliari di quel circolo di dotti non ci danno che la metà dei loro sentimenti e del loro pensiero. Egli è vero che Lorenzo dalla sua gioventù sino alla fine della sua vita si dichiarò in fatto di credenze cristiano,[575] e che Pico fu anzi ligio alle idee del Savonarola e piegò a sentimenti di un ascetismo claustrale.[576] Ma negli inni di Lorenzo,[577] che siamo tentati di designare come il maggior prodotto dello spirito di quella scuola, parla aperto il Teismo, e precisamente nel senso, che riguarda il mondo come un gran Cosmo fisico e morale. Mentre gli uomini del medio-evo considerano questo stesso mondo soltanto come una valle di lagrime, che il Papa e l'Imperatore debbono guidare sino alla venuta dell'Anticristo, mentre i fatalisti del Rinascimento oscillano perplessi tra momenti di violenta energia e di cupa rassegnazione o di delirj superstiziosi, qui un'eletta schiera di spiriti superiori[578] coltiva l'idea, che il mondo visibile sia stato creato da Dio per solo amore, e che esso sia una riproduzione del tipo esistente in lui, e ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conservatore. L'uomo, riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua cerchia ristretta, ma amandolo può anche abbracciar l'infinito, e questa è la beatitudine, di cui è lecito goder sulla terra.

Qui gli ultimi accenti del misticismo del medio-evo si fondono colle dottrine platoniche e con idee e sentimenti al tutto moderni. Così si veniva maturando il miglior frutto di quella cognizione del mondo esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare il Rinascimento italiano alla testa di tutta la civiltà moderna.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.

Notes in this chapter

Note 1 · Cfr. l'importante scritto di Roth Virgilio Mago nella «Germania» di Pfeiffer, IV. — Il sorgere di Virgilio nel posto dell'antico teleste puòNote 2 · Uberti, Dittamondo, L. III, c. 14.Note 3 · Ciò che segue veggasi in Giovanni Villani, I, 42, 60, II, 1, III, 1, V, 38, XI, 1. Egli stesso non crede a simili empietà. — Cfr. Dante, InfNote 4 · Giusta un frammento riportato dal Baluz. Miscell. IX, 119, una volta nei tempi antichi gli abitanti di Perugia ebbero guerra con quelli di RNote 5 · La credenza locale su questo fatto riscontrasi registrata negli Annal. foroliv. presso Murat. XXII, col. 207, 288; e con molte amplificazionNote 6 · Platina, Vitae Pontiff, p. 320: veteres potius hac in re quam Petrum, Anacletum et Linum imitatus.Note 7 · E che si sente, per esempio nel Suggero De consecratione ecclesiae (Duchesne, Scriptores, IV, p. 355) e nel Chron. Petershusanum, I, 13 e 16Note 8 · Cfr. anche la Calandra del Bibbiena.Note 9 · Bandello, III, Nov. 52.Note 10 · Ibid. III, Nov. 29. Il negromante si fa promettere con solenni giuramenti il segreto, in questo caso con promessa giurata sull'altare di S. Note 11 · Benv. Cellini, I. c. 64.Note 12 · Vasari, III, 143, Vita di Andrea da Fiesole. Era Silvio Cosini, il quale del resto «era persona, che prestava fede agli incanti e simili sciNote 13 · Uberti, il Dittamondo, III, cap. I. Egli visita anche nella Marca d'Ancona Scariotto, pretesa patria di Giuda e soggiunge: «A questo punto iNote 14 · De obsidione Tiphernatium 1474. (Rerum Italic. scriptores ex florent. codicibus, Tom. II).Note 15 · Di questa specie particolare di superstizione molto diffusa (intorno al 1520) fra i soldati si ride Limerno Pitocco nell'Orlandino, cap. V, Note 16 · Paul. Jov. Elegia liter. sub voce Cocles.Note 17 · In Giovio qui parla in modo speciale l'arguto pittore di ritratti.Note 18 · E precisamente consultando le stelle, perchè Gaurico non conosceva la fisiognomia; ma pel suo proprio destino egli era rinviato alla profeziNote 19 · Paul. Jov. l. c. sub voce Tibertus.Note 20 · Le notizie più necessarie intorno a queste specie accessorie della magia possono vedersi in Corn. Agrippa, De occulta philosophia, cap. 57, Note 21 · Libri, Hist. des sciences mathémat. II, p. 122.Note 22 · Novi nihil narro, mos est publicus (Remed. utriusque fortunae, pag. 93); una delle parti di questo libro scritte con più vivacità e ab iratoNote 23 · Il passo principale presso Trithem. Annal. Hirsaug. II, pag. 286 e seg.Note 24 · Neque enim desunt, dice Paul. Jov. Elogia liter. sub voce Pompon. Gauricus. Cfr. ibid. sub voce Aurel. Augurellus. — Macaroneide, Chant. XIINote 25 · Ariosto, Sonetto 34.... non creder sopra il tetto. Il poeta riferisce ciò con fina malizia ad un magistrato, che in una questione di dare edNote 26 · Narrazione del caso del Boscoli, Arch. Stor. I, p. 273 e segg. — L'espressione solita era: non aver fede. Cfr. il Vasari, VII, p. 122, Vita Note 27 · Jov. Pontan. Charon.Note 28 · Faustini Terdocei Triumphus Stultitiae, L. II.Note 29 · Così il Borbone Morosino intorno al 1460, cfr. Sansovino, Venezia, L. XIII, p. 243.Note 30 · Vespas. Fiorentino, pag. 260.Note 31 · Orationes Philelphi, fol. 8.Note 32 · Septimo Decretal. L. V, tit. III, cap. 8.Note 33 · Ariosto, Orl. furioso, canto VII, str. 61. — Messa in ridicolo: Orlandino, cap. IV, str. 67, 68. (Cfr. pag. 71). — Cariteo, membro dell'accaNote 34 · Orelli, ad Cicer. de Republ. L. VI. — Cfr. anche Lucan. Pharsal, IX, sul principio.Note 35 · Petrarca, Epp. famil. IV, 3 (p. 629), IV, 6 (p. 632).Note 36 · Fil. Villani, Vite, p. 15. Questo notevole passo, dove le opere meritorie sono retribuite in senso pagano, suona così: che agli uomini fortiNote 37 · Inferno. IV, 24 e segg. — Cfr. Purgatorio, VII, 28, XXII, 109.Note 38 · Questo cielo pagano trovasi espressamente anche nell'epitaffio dello scultore Nicolò dell'Arca: Nunc te Praxiteles, Phidias, Polictetus adorNote 39 · Nel suo Actius, scritto più tardi.Note 40 · Cardanus, De propria vita, cap. 13; non poenitere ullius rei quam voluntarie effecerim, etiam quae male cessisset: senza di ciò io sarei staNote 41 · Discorsi, L. II, cap. 2.Note 42 · Del governo della famiglia, p. 114.Note 43 · Come saggio, ecco la breve Ode di M. Antonio Flaminio, che fa parte de' suoi Coryciana (v. vol. I, pag. 360, nota): «Dii. quibus tam CoryciùNote 44 · Firenzuola. Opere, vol. IV, p. 147 e segg.Note 45 · Nic. Valori; Vita di Lorenzo, passim. — La bella istruzione a suo figlio, il cardinale Giovanni, presso Fabroni, Laurent. Adnot. 178 e nelleNote 46 · Joh. Pici Vita, auct. Joh. Franc. Pico. — La sua Deprecatio ad Deum, nella Deliciae poetar. italor.Note 47 · Sono i canti intitolati: l'Orazione (Magno Dio, per la cui costante legge ecc. presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VIII, p. 120), l'Inno (OdaNote 48 · Se si potesse credere che il Pulci in qualsiasi punto del suo Morgante tratti sul serio le cose religiose, ciò dovrebbe valere specialmente
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