PARTE SESTA LA MORALE E LA RELIGIONE (continued 2)
Diego Valbusa translation
Ma nè queste scene, nè le derisioni degli avversarii, alle quali per vero non mancavano nè le occasioni, nè in quelli il talento necessario, non bastarono più tardi a screditare la memoria del Savonarola. Quanto più dolorosamente si svolsero i destini d'Italia, tanto più gloriosa apparve ai posteri la figura del grand'uomo e profeta. Vero è che non tutte le sue profezie s'avverarono esattamente nelle particolarità da lui indicate; ma le grandi sventure generali, ch'egli aveva annunciato, pur troppo ebbero un adempimento anche troppo terribile.
Tuttavia bisogna pur riconoscere, che nè gli sforzi de' suoi predecessori, nè quelli che fece egli medesimo per rivendicare al monacato l'ufficio salutare della predicazione,[386] non valsero a salvare quest'ultimo dall'universale disprezzo, in cui, come istituzione, era caduto. La cosa era omai evidente: in Italia non era più possibile verun'altra specie di entusiasmo, fuorchè quella, che sapeva destare qualche grande e straordinaria individualità.
Ora, se si dovesse, prescindendo dal clero e dagli ordini religiosi, constatare con precisione in quali condizioni si trovasse l'antica fede presso tutte le altre classi sociali, esse ci apparirebbero assai differenti, secondochè si considerano in una luce diversa e sotto un determinato punto di vista. Della necessità assoluta dei sacramenti e dei riti ecclesiastici abbiam già parlato altrove (v. vol. I, pag. 141, vol. II, pag. 262); diamo ora uno sguardo alla fede ed al culto, quali apparivano nella vita ordinaria quotidiana, dove sono di sommo rilievo le abitudini del popolo e il rispetto per esse delle classi più elevate.
Tutte le pratiche di penitenza necessarie all'acquisto della celestiale beatitudine riscontransi nelle classi inferiori tanto delle città, quanto delle campagne in ugual misura e coi medesimi pregiudizi, che nei paesi settentrionali, ed anche le persone colte se ne mostrano qua e colà fino ad un certo punto persuase. Quei lati del cattolicismo popolare, che hanno la loro origine nelle antiche gentilesche invocazioni e nelle rituali donazioni ed espiazioni per propiziarsi la Divinità, appaiono saldamente radicati nella coscienza di tutti. L'egloga ottava di Battista Mantovano citata già in altra occasione,[387] contiene, fra le altre cose, la preghiera di un contadino alla Vergine, dove essa è invocata come patrona speciale dei singoli interessi della vita rurale. E quali concetti non si formava il popolo della virtù miracolosa di certe determinate Madonne! Quale idea doveva mai averne quella donna fiorentina,[388] che fece appendere ex voto una piccola botte di cera all'altare dell'Annunziata, perchè il di lei amante, un frate, a poco a poco le era venuto bevendo un botticello di vino, senza che il marito, tornando da una lunga assenza, se ne accorgesse! Per tal maniera esisteva anche allora, nè più, nè meno che ora, un patronato speciale di singoli santi per singole classi. Più volte si è tentato di richiamare un certo numero di usanze rituali della Chiesa cattolica alle antiche ceremonie pagane, colle quali hanno stretta attinenza, ed è universalmente ammesso, oltre a ciò, che non poche consuetudini locali e popolari, che si vennero innestando nelle feste ecclesiastiche, non sono che involontarie reminiscenze dei diversi riti pagani esistenti anticamente qua e colà in Europa. In Italia poi queste reminiscenze sono manifeste in modo speciale tra le popolazioni del contado, dove, per esempio, prevale ancora l'uso di preparar cibi pei morti, quattro giorni prima della festa della cattedra di S. Pietro, vale a dire nel giorno preciso (18 febbraio) delle antiche feste feralie,[389] e dove può affermarsi essere allora state in uso tante altre antiche usanze, che solo assai più tardi furono sradicate del tutto. Forse non sarebbe del tutto irragionevole il dire, che le più solide credenze religiose del popolo in Italia erano appunto quelle, che ripetevano la loro origine dagli usi pagani.
Ora non sarebbe sino ad un certo punto troppo difficile il dimostrare quanto una tale specie di fede predominasse anche nelle classi più elevate. Essa, come s'è dimostrato toccando dei rapporti col clero, aveva in suo favore la forza delle abitudini e delle prime impressioni; e a farla trionfare contribuì non poco anche l'amore che s'aveva alle pompe festive della Chiesa, nonchè qua e là taluna di quelle grandi epidemie religiose, alle quali anche i beffardi e gli scettici furono impotenti a resistere.
Ma in queste questioni ella è pur sempre cosa pericolosa il voler tirare con troppa fretta delle conclusioni assolute. Si dovrebbe credere, per esempio, che il contegno degli uomini colti verso le reliquie dei santi dovesse offrire una chiave, che ci aprisse almeno alcuni lati particolari della loro coscienza religiosa. E nel fatto certe differenze di gradazione non sono impossibili a dimostrare, non però così chiaramente, come sarebbe desiderabile. Il governo di Venezia, innanzi tutto, sembra aver nel secolo XV pienamente partecipato a quella devozione per gli avanzi di corpi santi, che allora regnava in tutto l'occidente (v. vol. I, pag. 99). Anche taluni stranieri, che allora vivevano a Venezia, non mancarono di uniformarsi a quel pregiudizio.[390] Non diversamente sembrano essere andate le cose nella dotta Padova, se noi vogliamo stare alle testimonianze del suo topografo Michele Savonarola (v. vol. I, pag. 201). Con un sentimento di orgoglio, al quale si frammischia altresì un sacro terrore. Michele ci narra come, al ricorrere di grandi pericoli notturni, si udissero per tutta la città i santi sospirare, e come in tali occasioni al cadavere di una santa monaca di santa Chiara crescessero, continuamente rinnovandosi, le unghie e i capelli, come essa altre volte, incombendo gravi sventure, facesse romori, sollevasse le braccia e simili.[391] Descrivendo la cappella di sant'Antonio nella sua basilica, l'autore esce in esclamazioni tronche e fantastiche. — A Milano non era minore il fanatismo del popolo minuto per le reliquie, e quando una volta (1517) i monaci di san Simpliciano, ricostruendo l'altar maggiore, scopersero sei corpi di santi e sopravvennero turbini e pioggie nel paese, tutti attribuirono la causa di tali disastri a quel sacrilegio,[392] e non mancarono di battere per bene sulla pubblica via quei monaci, dovunque li incontravano. — Ma in altri paesi d'Italia la fede non è così viva, e a Roma stessa, in prossimità dei Papi, si osano sollevare dei dubbi, senza però trarne veruna conclusione definitiva. È noto universalmente con quanta solennità Pio II abbia accolto in Roma il cranio dell'apostolo Andrea miracolosamente fuggito dalla Grecia a santa Maura, e come l'abbia fatto deporre con gran pompa in san Pietro (1462); ma dalla sua stessa Relazione emerge non essersi egli indotto a tutto ciò se non per una specie di pudore, quando vide che tanti principi si disputavano quella reliquia. Allora soltanto gli sarebbe caduto in pensiero di convertir Roma in un asilo universale delle reliquie dei Santi cacciati dalle loro Chiese.[393] Sotto Sisto IV la popolazione della città era infervorata in tali cose più del Papa stesso, per modo che la magistratura si lagnò amaramente (1483), quando Sisto mandò al moribondo Luigi XI alcune delle reliquie custodite in san Giovanni Laterano.[394] — A Bologna si alzò a questo tempo una voce ardita domandando che si vendesse al re di Spagna il cranio di san Domenico, e del prezzo che se ne sarebbe ricavato, si facesse qualche opera di pubblica utilità.[395] — Ma quelli che mostrano minor fede di tutti nelle reliquie, sono i Fiorentini. Basti il dire, che tra la decisione presa di onorare il santo loro concittadino Zanobi con un nuovo sarcofago e l'incarico dell'esecuzione datone al Ghiberti corsero non meno di diciannove anni (1409-1428), ed anche allora la cosa non seguì che per un mero accidente, vale a dire, perchè l'artista avea già compiuto in piccolo un lavoro assai somigliante.[396] Forse erano stanchi di reliquie, dopochè erano stati ingannati da una astuta abbadessa napoletana (1352), che avea loro venduto, imitato in legno e gesso, un falso braccio della patrona del duomo, santa Reparata.[397] Ma forse anche il senso estetico, di cui questo popolo andava sopra gli altri fornito, lo distolse prima d'ogni altro dal culto di cadaveri fatti a pezzi e di vestimenti ed utensili già polverizzati; l'amore della gloria, intesa nel senso moderno, gli rendeva più desiderabile il possesso delle spoglie mortali di un Dante o di un Petrarca, che non di quelle dei dodici Apostoli uniti insieme. Per ultimo può anche darsi che in tutta Italia, prescindendo da Venezia e da Roma, l'ultima delle quali specialmente avea qualche cosa di eccezionale, il culto delle reliquie fosse già da gran tempo scemato, più che in qualunque altro paese d'Europa, dinanzi a quello della Vergine,[398] e in tal caso si avrebbe una prova di più, benchè indiretta, della priorità di questo popolo nel culto della forma estetica.[399]
Si domanderà se nel nord, dove le più gigantesche cattedrali sono quasi tutte dedicate a Nostra Donna, e dove una intera letteratura poetica latina ed indigena era volta a glorificare la Madre di Dio, fosse appena possibile una maggiore venerazione per essa? Ma, di fronte a un tal culto, in Italia si moltiplicano all'infinito le Madonne miracolose, che esercitano un intervento continuo e diretto nella vita quotidiana. Ogni città alquanto considerevole ne possiede parecchie, a cominciare da quelle «dipinte da san Luca», e quindi antichissime o almeno avute per tali, sino ai lavori dei contemporanei, taluni dei quali ebbero talvolta vita abbastanza lunga da veder le loro pitture operare miracoli. Il lavoro artistico non è qui così insignificante, come la pensa Battista Mantovano;[400] secondo le circostanze esso acquista improvvisamente una prepotente virtù magica. Il bisogno di miracoli, che prova il popolo, e specialmente le donne, sembra essere stato con ciò appagato, e appunto per ciò le reliquie furono pressochè messe del tutto in disparte. Sino a qual punto poi lo scherno dei novellieri contro le false reliquie abbia nociuto anche alle vere,[401] noi non siamo in grado di dirlo.
L'attitudine delle persone colte rispetto al culto di Maria si manifesta un po' più chiaramente, che non riguardo al culto delle reliquie. Innanzi tutto potrà sorprendere, che nella letteratura Dante col suo «Paradiso»[402] sia rimasto l'ultimo vero poeta di Maria presso gl'Italiani, mentre nel popolo le canzoni alla Vergine continuano a pullular sempre nuove sino al giorno d'oggi. Forse si vorranno mettere innanzi il Sannazzaro, il Sabellico,[403] ed altri poeti latini; ma il loro scopo evidentemente letterario toglie alla citazione, se non tutta, una gran parte almeno della sua efficacia. Quanto poi alle poesie italiane del secolo XV e dei primi anni del XVI, nelle quali si manifesta direttamente un sentimento religioso, sono tali, che per la maggior parte potrebbero anche essere scritte da protestanti, come, per esempio, gli inni di questo genere di Lorenzo de' Medici, i sonetti di Vittoria Colonna, di Michelangelo, di Gaspara Stampa e d'altri. Prescindendo dall'espressione lirica del teismo, vi parla per lo più il sentimento della corruzione del genere umano, la coscienza della Redenzione colla morte di Cristo, l'aspirazione ad un mondo superiore, dove l'intercessione della Madre di Dio non è menzionata se non in via eccezionale.[404] È lo stesso fenomeno, che si ripete nella letteratura classica dei Francesi del tempo di Luigi XIV. Chi ricondusse nella poesia italiana il culto di Maria fu la Contro-riforma; ma è anche vero che nel frattempo l'arte figurativa avea raggiunto il colmo della sua potenza per la glorificazione della Vergine. — Il culto dei Santi per ultimo presso le persone colte assunse non di rado un colorito essenzialmente pagano (v. vol. I, pag. 77 e segg. e 355).
Ora, noi potremmo esaminare alla stessa maniera diversi altri lati del cattolicismo italiano d'allora e mettere in evidenza fino ad un certo punto il rapporto presumibile, in cui si trovavano le classi colte con la fede del popolo, senza tuttavia giungere a verun risultato definitivo in questo riguardo. I contrasti sono tali, che difficilmente se ne riscontreranno di somiglianti. Mentre infatti si continua a costruir chiese e a corredarle di magnifiche opere, si odono amari lamenti, sin dai primi anni del secolo XVI, sull'abbandono in cui è caduto il culto e sulla noncuranza in cui sono tenute le chiese stesse: Templa ruunt, passim sordent altaria, cultus Paulatim divinus abit![405] È noto come Lutero rimanesse scandolezzato a Roma del contegno tutt'altro che devoto dei preti nel celebrare la Messa. Ma, accanto a ciò, le festività ecclesiastiche facevansi con tal pompa e con tal gusto, che nei paesi settentrionali non se ne aveva nemmeno un'idea. Converrà ammettere adunque che il popolo italiano, provveduto di una straordinaria forza di fantasia, volentieri trascurasse ciò che era pura consuetudine giornaliera, per lasciarsi trasportare affatto da tutto ciò, che avesse comecchessia un carattere di straordinarietà.
Da questa sovrabbondanza di fantasia si spiegano anche quelle grandi correnti di entusiasmo religioso, che si potrebbero dire epidemiche, e delle quali dobbiamo qui dare un cenno. Esse non sono altrimenti l'effetto di qualche straordinaria predicazione, ma si manifestano invece in occasioni di grandi calamità sopravvenute o imminenti.
Nel medio-evo l'Europa era visitata di tempo in tempo da un turbine di questa specie, e la conseguenza ordinaria era questa, che le moltitudini, per scongiurarlo, si gettavano entusiasticamente in qualche grande impresa o peregrinazione, quali furono, ad esempio, le Crociate e le compagnie dei Flagellanti. L'Italia ebbe la sua parte e nell'una cosa e nell'altra; le prime schiere veramente numerose di Flagellanti sono quelle, che sorsero quivi subito dopo la caduta di Ezzelino e della sua casa, e precisamente nel territorio di quella stessa Perugia,[406] che noi più tardi abbiamo riconosciuto come il teatro principale delle più famose predicazioni (v. pag. 268 nota). Poi vennero i Flagellanti del 1310 e del 1334,[407] e da ultimo il grande pellegrinaggio, ma senza flagellazione, di cui parla il Corio all'anno 1339.[408] Non è impresumibile che i Giubilei in origine sieno stati, almeno in parte, istituiti per regolare possibilmente e rendere innocui questi grandi moti incomposti delle moltitudini esaltate dal fanatismo religioso; anche i grandi santuarii d'Italia, frattanto divenuti famosi, come, per esempio, quello di Loreto, attrassero a sè una parte di quell'entusiasmo.[409]
Ma in momenti terribili si ridesta qua e colà anche in tempi molto posteriori l'ardore delle penitenze medievali, e il popolo spaventato, specialmente quando qualche prodigio aggrava ancor più la situazione, vuol propiziarsi il cielo con flagellazioni e con pianti e preghiere. Così accadde a Bologna[410] in occasione della pestilenza del 1457; così a Siena[411] nei tumulti interni che l'agitarono nel 1496, per non citare, tra mille, che due soli fatti. Ma veramente commovente è ciò che accadde a Milano nel 1529, quando la guerra, la fame e la peste, insieme alle estorsioni spagnuole, avean ridotto il paese all'ultima disperazione.[412] Per caso fu uno spagnuolo, fra Tommaso Nieto, quegli che questa volta predicò: nelle processioni a piedi scalzi, ch'egli ordinò, vecchi e giovani confusamente seguivano il Sacramento, ch'egli fece portare in una nuova guisa, cioè assicurando l'ostensorio sopra una bara carica di ornamenti e appoggiata alle spalle di quattro sacerdoti in bianco paludamento, — ad imitazione dell'Arca dell'Alleanza,[413] quando una volta fu portata dal popolo d'Israele intorno alle mura di Gerico. Così il travagliato popolo di Milano ricordava all'antico suo Dio il vecchio patto fatto con gli uomini, e quando la processione rientrò nel duomo e pareva che il gigantesco edifizio dovesse crollare fra le grida assordanti che imploravano misericordia, si sarebbe quasi stati tentati di credere, che il cielo dovesse sconvolgere le leggi della natura e della storia con qualche grande e salutare miracolo.
Ma in Italia v'era un governo, che in simili casi afferrava sempre le redini di quei moti e dava loro un ordinamento regolare: quello del duca Ercole I di Ferrara.[414] Allorquando il Savonarola era potente in Firenze e l'entusiasmo per le profezie e gli atti di penitenza cominciò ad estendersi anche oltre l'Appennino, in Ferrara sorse l'idea di promuovere un gran digiuno volontario generale (al principio dell'anno 1496): un lazzarista annunciò dal pergamo imminente una spaventevole guerra ed una carestia; chi digiunava avrebbe potuto sfuggire a quei flagelli: ciò aver rivelato la Vergine a due coniugi suoi devoti. Dietro di che anche la corte non potè sottrarsi all'adempimento di quella pratica, ma allora essa volle almeno averne la direzione. Il 3 aprile (giorno di Pasqua) apparve un editto concernente i costumi e le devozioni, dove si qualificavano come delitti la bestemmia, i giuochi proibiti, la sodomia, il concubinato, il ricetto accordato alle meretrici e ai lor manutengoli, i traffichi in giorni festivi, e così via: e al tempo stesso s'ingiungeva agli Ebrei ed ai Mori, molti dei quali s'erano quivi rifugiati dalla Spagna, di rimettersi sul petto il loro O giallo. I contravventori erano minacciati non solo delle pene inflitte dalle leggi anteriori, «ma anche d'altre e maggiori, che al duca piacesse di stabilire». Dopo ciò il duca insieme a tutta la corte si recò per parecchi giorni alla predica; il 10 aprile furono obbligati ad intervenirvi perfino tutti gli Ebrei di Ferrara. Ma il 3 maggio il direttore della polizia — il già menzionato Gregorio Zampante (v. vol. 1, pag. 67) — pubblicò un manifesto, nel quale era detto che chiunque avesse dato danaro ai sergenti del tribunale per non essere denunziato come bestemmiatore, si annunciasse per riaverlo, insieme ad un ulteriore indennizzo: infatti quegli uomini vituperati avevano estorto da persone innocenti due e fin tre ducati ciascuno, sotto la minaccia di accusarle, e s'erano poi tra loro traditi, per cui finirono coll'andare in carcere invece essi stessi. Ma siccome s'era pagato appunto per non aver che fare con lo Zampante, è verosimile che nessuno si sia presentato dopo il suo manifesto. — Nell'anno 1500, dopo la caduta di Lodovico il Moro, quando quelle stesse velleità religiose risorsero, Ercole ordinò di proprio impulso[415] alcune nuove processioni, nelle quali non doveano mancare neanche i fanciulli bianco-vestiti colla bandiera di Gesù, ed egli stesso v'intervenne a cavallo, perchè a gran fatica reggevasi sulle gambe. Poi seguì un editto affatto simile a quello del 1496. Le numerose costruzioni di chiese e di conventi di questi duchi son conosciute; ma Ercole fece venire a Ferrara perfino una santa vivente, suor Colomba,[416] poco prima che seguissero le nozze di suo figlio Alfonso con Lucrezia Borgia (1502). Un corriere di gabinetto[417] andò a prendere la santa a Viterbo con quindici altre monache, e il duca in persona al loro arrivo le condusse in un convento appositamente apparecchiato. Lo si calunnierebbe, ammettendo che egli in tutti questi passi fosse guidato da un intendimento essenzialmente politico? Al concetto che s'eran formato gli Estensi dell'arte di regnare, quale altrove è stato indicato (v. vol. I, pag. 61 e segg.), non contrastava punto, anzi si associava assai logicamente l'idea di valersi a proprio vantaggio anche dell'elemento religioso.
CAPITOLO III. La Religione e lo spirito del Rinascimento.
Soggettivismo necessario. — Tendenze mondane. — Tolleranza verso l'islamismo. — Legittime aspirazioni di tutte le religioni. — Influenza dell'antichità. — Pretesi epicurei. — Dottrina del libero arbitrio. — Umanisti devoti. — Indirizzo mediano degli umanisti in generale. — Primordii della critica religiosa. — Fatalismo degli umanisti. — Riti esterni pagani.
Ma per giungere a conclusioni definitive sulla religiosità degli uomini del Rinascimento dobbiamo prendere un'altra via. Dal loro modo di vivere in generale deve risultare la vera loro posizione tanto di fronte alla religione del paese, quanto di fronte al concetto allora prevalente della Divinità.
Questi uomini al tutto moderni, questi rappresentanti della cultura italiana d'allora, sono nati religiosi non meno degli altri popoli d'occidente; ma l'indomito loro individualismo li rende nella religione, come in tante altre cose, soggettivi, come la grande attrattiva che esercita su essi la scoperta del mondo esteriore e del mondo morale, li rende a preferenza mondani. Nel resto d'Europa invece la religione rimane ancora a lungo un dato obbiettivo, e nella vita l'egoismo e la sensualità si alternano immediatamente colla devozione e la penitenza: quest'ultima però non soffre ancora veruna concorrenza spirituale, come in Italia, o almeno, se c'è, è infinitamente minore.
Inoltre da tempo remotissimo il frequente e immediato contatto coi Bizantini e coi Musulmani avea tenuto viva un'abituale tolleranza o indifferenza religiosa, dinanzi alla quale l'idea etnografica di una Cristianità occidentale privilegiata perdeva ogni efficacia. E quando l'antichità classica, co' suoi eroi e le sue istituzioni, divenne l'ideale della vita umana, la speculazione conforme allo spirito degli antichi e lo scetticismo dominarono spesso per intero la mente degli Italiani.
Di più: siccome gl'Italiani furono i primi tra i moderni Europei a speculare arditamente intorno alla libertà e alla necessità, e ciò accadde fra circostanze politiche illegali e violente, che troppo spesso somigliavano a una splendida e durevole vittoria del male contro il principio del bene, così la loro fede in Dio vacillò, e un tal quale fatalismo cominciò ad insinuarsi nel loro cuore e a regolare il loro giudizio. Quando poi la fede soffriva una scossa in una di quelle anime appassionate, che non possono vivere nel dubbio e nell'incertezza, allora si cercò un compenso nelle superstizioni ereditate dagli antichi e dal medio-evo, quali erano, per esempio, l'astrologìa e la magìa.
Ma finalmente questi atleti del pensiero, questi rappresentanti del Rinascimento mostrano sotto il punto di vista religioso una qualità, che è frequente nelle nature giovanili, distinguono cioè con grande sagacia il bene dal male, ma non intendono che cosa sia il peccato: ogni turbamento dell'armonia interna sperano di poterlo ricomporre colle forze loro, e appunto per questo non conoscono verun rimorso; e conseguentemente si fa meno sensibile in essi il bisogno di una Redenzione, mentre al tempo stesso, dinanzi alle mire ambiziose e allo sforzo mentale del momento, svanisce completamente il pensiero di un mondo avvenire, ovvero assume una forma poetica, anzichè dogmatica.
Se noi facciamo presenti alla nostra mente tutte queste cose, suggerite e in gran parte anche confuse dalla fantasia, che prevale su tutto, avremo un'immagine dello spirito di quel tempo, che almeno s'accosterà alla verità assai più, che quelle vaghe querimonie, che sogliono udirsi sull'indirizzo pagano del tempo moderno. E spingendo poi l'osservazione più addentro, arriveremo anche a persuaderci, che sotto il velo, che copre un tale stato di cose, rimane ancor vivo un forte istinto di schietta e pura religiosità.
Un più ampio sviluppo del sin qui detto deve necessariamente limitarsi alle prove di fatto le più necessarie.
Che la religione in generale fosse divenuta nuovamente piuttosto un affare individuale e dipendente dalla maniera d'intenderla di ciascuno, era cosa inevitabile di fronte alle dottrine della Chiesa degenerate e tirannicamente mantenute, ed era al tempo stesso una prova, che lo spirito europeo non era ancora spento del tutto. Egli è vero però, che ciò si manifesta in modi molto diversi: perchè, mentre in Germania le nuove sêtte mistiche ed ascetiche crearono una nuova disciplina più adatta al sentire moderno, in Italia invece ognuno andò per la sua via, senza curarsi delle credenze e delle opinioni degli altri, e in tal guisa, gettati nel mare della vita, molti si perdettero nell'indifferenza religiosa, che più cresceva col crescere della cognizione degli uomini e delle cose. Tanto più adunque sono da ammirare coloro, che arrivarono a formarsi una religione da sè, e vi si attennero stabilmente. Poichè non fu loro colpa se non poterono più restar fedeli all'antica Chiesa, quale essa era e quale s'imponeva a' suoi seguaci, e da un altro lato sarebbe stato un pretendere troppo da singoli individui, che si sobbarcassero all'ingente lavoro spirituale, che fu il compito dei Riformatori tedeschi. A che cosa generalmente mirasse questa religione individuale delle persone più colte cercheremo di dimostrarlo nella conclusione del nostro lavoro.
Lo spirito mondano, per mezzo del quale il Rinascimento sembra trovarsi in aperto contrasto col medioevo, ha origine innanzi tutto dall'enorme sovrabbondare delle nuove opinioni e dei nuovi concetti, che si vennero formando intorno alla natura ed all'umanità. Considerato in sè stesso, esso non è più ostile alla religione di quello che siano i così detti interessi della civiltà, che ora ne tengono il posto, salvo che tali interessi, quali da noi sono intesi, non ci dànno che una pallida immagine dell'universale entusiasmo, che le molte e grandiose novità d'allora destarono in tutti gli ordini della vita sociale. Per tal maniera quel nuovo indirizzo era serio e, oltre a ciò, nobilitato dalla poesia e dall'arte. Ella è una sublime necessità dello spirito moderno, alla quale esso non può più sottrarsi, quella di sentirsi attratto irresistibilmente allo studio degli uomini e delle cose e di credere che appunto in questo consista la sua missione.[418] In quanto tempo e per quali vie questo studio sarà per ricondurlo a Dio, e in qual maniera esso giungerà a mettersi in armonia con gli altri sentimenti religiosi di ogni individuo, sono questioni, alle quali non si può rispondere col semplice aiuto del nudo ragionamento. Il medio-evo, che nel complesso s'era tenuto lontano dall'empirismo e dal libero esame, non può in questo grande problema portare veruna luce, che ci appiani la via al suo scioglimento.
Con lo studio dell'uomo e con molte altre cose ancora si collegò poscia la tolleranza e l'indifferenza di fronte all'Islamismo. Che gl'Italiani sin dai tempi delle Crociate conoscessero ed ammirassero l'eminente grado di cultura, cui erano giunti, specialmente prima dell'invasione mongolica, i popoli islamitici, è cosa posta ormai fuor d'ogni dubbio; più tardi vi si aggiunsero altre circostanze importanti, quali il modo di governare mezzo maomettano dei loro principi, la tacita avversione, anzi il disprezzo verso la Chiesa già corrotta e degenerata, la frequenza e l'attività sempre maggiori dei viaggi e dei commerci nei porti orientali e meridionali del Mediterraneo.[419] Ancora nel secolo XIII non sarebbe difficile a dimostrare come gli Italiani accettassero di buon grado certe idee maomettane di generosità e di dignitosa alterezza, che d'ordinario si presupponevano nella persona di qualche sultano. In genere s'intendono sempre i sultani ejubidici Mammelucchi d'Egitto, e, se si cita un nome, egli è di solito quello di Saladino.[420] Perfino i Turchi Osmani, di cui veramente non s'ignoravano le tendenze brutali e rapaci, non ispirano agl'Italiani, come è stato dimostrato altrove (v. vol. I, pag. 126 e segg), se non un mezzo spavento, e intere popolazioni si vanno abituando all'idea di un possibile accordo con essi.
La più vera e caratteristica espressione di questa indifferenza è la famosa storia dei tre anelli, che, fra molte altre, Lessing pose in bocca al suo Natan, dopochè già molti secoli prima un po' timidamente era stata narrata nelle «Cento novelle antiche» (nov. 72 e 73), e un po' più liberamente poi dal Boccaccio.[421] In quale angolo del Mediterraneo ed in qual lingua sia stata per la prima volta esposta, nessuno sarà mai in grado di dirlo; probabilmente però nelle sue origini essa era molto più esplicita, che non nelle due versioni italiane. La segreta riserva, che vi sta in fondo, vale a dire il deismo, apparirà più innanzi nel suo più ampio significato. La stessa idea, ma sotto forma più grossolana e sforzata, appare nel noto libello sui «Tre che ingannarono il mondo», vale a dire Mosè, Cristo e Maometto. Ma se l'imperatore Federico II, che se ne vuole autore, avesse avuto realmente simili idee, presumibilmente le avrebbe anche espresse in modo men grossolano. Del resto, esse s'incontrano frequentemente anche nell'Islamismo d'allora.
Un modo di pensare assai somigliante s'incontra poi, all'epoca più splendida del Rinascimento, verso la fine del secolo XV, nel «Morgante maggiore» di Luigi Pulci. Il mondo fantastico nel quale si movono i suoi personaggi, si divide, come in tutte le epoche romanzesche, in due campi, il cristiano ed il maomettano. Ora, conforme alle idee del medio-evo, la vittoria e la riconciliazione tra i combattenti era di preferenza seguita dal battesimo della parte maomettana soccombente, e gl'improvvisatori, che avean trattato lo stesso argomento prima del Pulci, devono aver insistito di frequente su questo punto. Il vero ufficio del Pulci è quello di parodiare i suoi predecessori, specialmente i peggiori fra loro, e questo accade già colle invocazioni di Dio, di Cristo, e della Vergine, con cui comincia ciascuno de' suoi canti. Ma ancor più espressamente poi egli fa la caricatura delle loro conversioni e dei loro battesimi, presentandoli al lettore e all'uditore sotto forme così assurde, che l'ironia salta agli occhi di tutti. Nè egli s'accontenta di ciò, anzi va tant'oltre da confessare la propria fede nella bontà relativa di tutte le religioni,[422] confessione, alla quale, in onta a tutte le sue proteste di ortodossia,[423] sta in fondo una tendenza essenzialmente deistica. Oltre a ciò, egli fa ancora un altro gran passo al di là del medio-evo in un'altra direzione. Le alternative dei secoli precedenti avean detto: credenti ortodossi o eretici, o cristiani o pagani e maomettani: ora il Pulci ci ritrae la figura del gigante Margutte,[424] il quale di fronte a tutte e a ciascuna religione lietamente si professa seguace di un sensuale egoismo e di tutti i vizi, non riservando che un punto solo: di non tradir mai chicchessia. Forse il poeta nel ritrarre questo tipo di furfante, che pure ha una onestà sua propria, ebbe in mira un concetto elevato, quello di condurlo sulla via del bene per mezzo di Morgante; ma la figura gli si guastò assai presto fra le mani, e noi vediamo che ancora nel canto seguente egli gli fa fare una comica fine.[425] Margutte è stato da alcuni tirato in campo come una prova della frivolezza del Pulci; ma necessariamente esso è una parte integrante del mondo poetico del secolo XV. Questo doveva pure esprimere in qualche modo e con una certa grottesca grandezza il selvaggio egoismo divenuto indifferente affatto al dogmatismo che allora regnava, quell'egoismo, al quale non è rimasto che un resto di sentimento d'onore. Anche in altri poemi ai giganti, ai demonii, ai pagani ed ai maomettani pongonsi in bocca idee e sentimenti, che nessun cavaliere cristiano oserebbe manifestare.
In modo affatto diverso influì alla sua volta anche l'antichità, e propriamente non già per mezzo della sua religione, perchè questa ormai era anche troppo omogenea al cattolicismo d'allora, ma per mezzo della sua filosofia. La letteratura antica, che allora si venerava come qualche cosa di veramente perfetto, era tutta piena delle vittorie della filosofia sulla cieca fede nelle tradizioni religiose: un numero rilevante di sistemi e frammenti di sistemi presentaronsi alla mente degli Italiani, non più come semplici novità od eresie, ma quasi come dogmi, che ora si tentò non tanto di distinguere, quanto di conciliare fra loro. Pressochè in tutte queste diverse opinioni e in questi filosofemi c'era una specie di fede nella Divinità; ma nel loro complesso essi formavano tuttavia un contrasto assai vivo colla teoria cristiana della divina Provvidenza regolatrice del mondo. Allora sorse una questione veramente essenziale, nella soluzione della quale s'era affaticata senza soddisfacente risultato la teologia del medio-evo, e che ora appunto pretendeva una risposta dalla sapienza degli antichi: in quali rapporti, cioè, stieno fra loro la Provvidenza, il libero arbitrio dell'uomo e la necessità delle cose. Se noi volessimo anche superficialmente tener dietro alla storia di questa questione dal secolo XIV in avanti, saremmo condotti a scrivere un libro apposito. Qui bastino all'uopo pochi fuggevoli cenni.
Se si consulta Dante e i suoi contemporanei, l'antica filosofia in sulle prime avrebbe inclinato appunto verso quel lato della vita italiana, che formava il più aperto contrasto col Cristianesimo, vale a dire, verso l'epicureismo. A quel tempo non si possedevano più gli scritti di Epicuro, ed anche quelli fra gli antichi che parlavano delle sue dottrine, ne parlavano da un punto di vista troppo esclusivo e ristretto; ciò non ostante però bastava quella forma dell'epicureismo, che si poteva studiare in Lucrezio e più particolarmente poi in Cicerone, per accorgersi tosto di essere in un mondo del tutto privo di divinità. Quanto letteralmente sia stata intesa la sua dottrina, non potrebbe dirsi, come niuno potrà mai dire, se per avventura il nome dell'enigmatico savio della Grecia non sia divenuto una comoda parola d'ordine per le moltitudini: e probabilmente l'Inquisizione domenicana si è servita di questo appellativo per designar anche tutti coloro, sui quali in verun altro modo non poteva stendere la sua mano. Tali erano quei beffardi dispregiatori e detrattori della Chiesa, che apparvero assai per tempo e che difficilmente avrebbero potuto punirsi per dottrine eretiche determinate: ma, per tirar loro addosso quell'accusa, bastava la vita spensierata ed allegra, che conducevano. In questo senso convenzionale infatti anche Giovanni Villani usa evidentemente questa parola,[426] quando nei due incendj fiorentini del 1115 e del 1117 non vede che una punizione divina per le eresie di molte sêtte e «intra l'altre della setta degli Epicurei, per vizio di lussuria e di gola». Di Manfredi egli dice; «tutta sua vita fu epicuria, non curando quasi Iddio, ne' Santi, se non a diletto del corpo».
Più apertamente ancora si esprime Dante nel nono e decimo canto dell'Inferno. Lo spaventevole campo seminato di tombe roventi coi coperchi sospesi, dalle quali uscivano voci di profondo dolore, albergava le due grandi categorie di coloro, che o furono vinti dalle armi della Chiesa nel secolo XIII, o ne furono espulsi. Gli uni erano eresiarchi, e facevano guerra alla Chiesa con determinate dottrine, che cercarono di diffondere: gli altri epicurei, e la colpa loro consisteva nell'avere opinato che l'anima muoja col corpo.[427] Ma la Chiesa sapeva bene che questa opinione, qualora avesse preso piede, avrebbe nociuto alla di lei potenza assai più che tutte le dottrine de' Manichei e de' Paterini, perchè toglieva ogni efficacia a quanto essa dichiara sul destino dei singoli individui dopo la loro morte. Naturalmente non era da aspettarsi che ella confessasse di aver essa stessa, coi mezzi di cui si servì nelle sue lotte, spinto appunto i migliori alla disperazione ed all'incredulità.
L'avversione di Dante per Epicuro e per ciò ch'egli riguardava come la sua dottrina, era certamente sincera; il poeta del mondo soprannaturale doveva necessariamente odiare chi negava l'immortalità; ed un mondo nè creato, nè guidato da Dio, e la sensualità posta a scopo supremo della vita, erano due concetti troppo lontani dal suo modo abituale di sentire e di pensare. Tuttavia, se si spinge più addentro l'osservazione, si vedrà che certi filosofemi degli antichi non mancarono di produrre anche su lui una certa impressione, la quale non si troverebbe in troppo buon accordo colla dottrina biblica della Provvidenza regolatrice del mondo. Ma non potrebbe darsi per avventura che fosse stata o speculazione sua speciale, od influenza delle opinioni allora prevalenti o paura altresì della violenza, che allora regnava universalmente, quella che lo indusse a rinunciare ad una Provvidenza regolatrice delle cose singole?[428] Dio infatti, secondo lui, abbandona il governo del mondo ad un essere immaginario, la fortuna, la quale non si cura d'altro, che di mutare e rimutare continuamente le cose della terra, e in una indifferente beatitudine non ode il grido di dolore, che a lei solleva l'umanità. In onta a tutto questo però egli mantiene inesorabilmente la dottrina della responsabilità morale dell'uomo: egli crede al libero arbitrio.
La credenza popolare nel libero arbitrio domina in occidente da tempo antichissimo, come è vero altresì che in tutti i tempi ognuno è stato tenuto responsabile del fatto proprio, come cosa che implicitamente si è sempre intesa da sè. Ma assai diversamente accadde rispetto alla dottrina filosofica e religiosa, che si trovava nella necessità di mettere d'accordo fra loro la natura dell'umano volere e le grandi leggi della natura. Qui si ha un più ed un meno, secondo i quali in generale si regola l'apprezzamento della moralità. Dante non è affatto indipendente dai delirj astrologici, che rischiaravano di falsa luce l'orizzonte del suo tempo, ma egli si solleva con tutte le sue forze verso una elevata contemplazione dell'essere umano. «Le costellazioni, fa egli dire al suo Marco Lombardo,[429] danno bensì i primi impulsi al vostro operare, ma Lume v'è dato a bene ed a malizia, E libero voler, che se fatica Nelle prime battaglie col ciel dura. Poi vince tutto, se ben si notrica».
Altri eran liberi di cercare la necessità, che si contrappone alla libertà, in qualche altra potenza, fuorchè nelle stelle; — ma in ogni caso la quistione era posta, e non poteva più essere dissimulata. Se essa poi fosse quistione sollevata dalle scuole o addirittura da singoli pensatori isolati, non spetta a noi il deciderlo qui e bisogna interrogarne la storia della filosofia. Siccome però essa si manifestò nella coscienza di un numero sempre più esteso d'individui, così è giusto che noi ce ne occupiamo ancora per pochi istanti.
Il secolo XIV si lasciò commovere in modo speciale dagli scritti filosofici di Cicerone, il quale, come è noto, passava per eccletico, ma sostanzialmente influì come scettico, perchè si accontentò sempre di riferire le teorie di diverse scuole, senza aggiungervi mai nessun corollario soddisfacente. In seconda linea vengono Seneca e i pochi scritti di Aristotile, che erano stati tradotti in latino. Ad ogni modo anche questi studi non furono senza un frutto, e questo fu appunto la capacità di riflettere sui più importanti problemi, almeno al di fuori della dottrina della Chiesa, se non in contraddizione con essa.
Col secolo XV crebbe, come vedemmo, il possesso e la diffusione degli scritti dell'antichità in modo affatto straordinario, e finalmente vennero nelle mani del pubblico tutti i filosofi greci ancora esistenti almeno nelle traduzioni latine. Ora, prima d'ogni altra cosa, merita di esser notato, che per l'appunto alcuni de' fautori principali di questa letteratura si professano strettamente religiosi, anzi perfin proclivi all'ascetismo (cfr. vol. I, pag. 365). Di frà Ambrogio Camaldolese non è il caso di parlare, perchè egli si restrinse unicamente alla traduzione dei Padri della Chiesa, e solo con grande ripugnanza, sulle istanze di Cosimo il vecchio, s'indusse a voltare in latino Diogene Laerzio. Ma i suoi contemporanei Nicolò Niccoli, Giannozzo Manetti, Donato Acciajuoli, papa Nicolò V congiungono una profonda cognizione della Bibbia ed una sincera pietà con una cultura umanistica universale.[430] Anche in Vittorino da Feltre riscontrammo già (v. vol. I, pag. 282) un indirizzo ben poco diverso. Quel medesimo Maffeo Vegio, che cantò il tredicesimo canto dell'Eneide, aveva per sant'Agostino e per sua madre Monica un entusiasmo, che riescirebbe inesplicabile senza ammettere in lui un sentimento di profonda pietà. Frutto e conseguenza di tali tendenze fu poscia, che l'Accademia platonica di Firenze si propose formalmente di compenetrare lo spirito dell'antichità col Cristianesimo: singolarità affatto caratteristica in mezzo al prevalere universale delle idee umanistiche.
Queste nella sostanza erano per l'appunto profane, e acquistarono ogni dì più un tale carattere coll'allargarsi degli studi nel secolo XV. Gli umanisti, che abbiamo già imparato a conoscere agli avamposti dell'individualismo già uscito d'ogni tutela, in tutte le loro azioni di regola si mostrano tali, che perfino la loro religiosità, di cui pur talvolta essi menano vanto, può parer tale da non doverne tenere alcun conto. Essi vennero in voce di atei, mentre in sostanza non erano che indifferenti o tutt'al più tenevano un linguaggio assai franco contro la Chiesa; infatti, un ateismo di professione o comecchessia dedotto speculativamente nessuno lo mostrò mai,[431] nè poteva mostrarlo. Se pure ebbero a base un principio direttivo, questo sarà stato piuttosto una specie di superficiale razionalismo, un fugace riflesso delle molte e contradittorie idee degli antichi, tra i quali passarono la loro vita, nonchè del profondo discredito in cui era caduta la Chiesa colle sue dottrine. Di quest'ultima specie era sicuramente quel ragionamento, che condusse Galeotto Marzio sino ai gradini del rogo,[432] e che l'avrebbe condotto anche sul rogo stesso, se l'antico suo discepolo Sisto IV non fosse accorso a strapparlo dalle mani dell'Inquisizione. Infatti Galeotto avea sostenuto, che chi si conduce onestamente e vive secondo la legge naturale insita in ciascun di noi, sarà salvo, qualunque sia la schiatta o la religione a cui appartenga.
Consideriamo, in via di esempio, il contegno religioso di uno dei minori di questa grande schiera, di Codro Urceo,[433] che fu dapprima maestro privato dell'ultimo degli Ordelaffi, principi di Forlì, e poscia per lunghi anni professore pubblico a Bologna. Riguardo alla gerarchia ed al monacato egli abbonda oltre misura delle accuse obbligate allora in uso: il suo linguaggio è estremamente mordace in generale, e per di più egli si permette di frammischiare la propria persona in tutte le cronache e i pettegolezzi cittadini, che narra. E tuttavia egli parla anche in modo edificante dell'Uomo-Dio e sa all'uopo raccomandarsi per lettera alle orazioni di un pio ecclesiastico. Una volta, dopo avere enumerate tutte le follìe della religione pagana, continua bizzarramente così: «anche i nostri teologi s'accapigliano fra di loro in questioni de lana caprina, quali l'immacolata Concezione, l'Anticristo, i Sacramenti, la predestinazione ed altre cose, che sarebbe meglio lasciare in disparte, anzichè propalarle pubblicamente». Un'altra volta prese il fuoco alla sua stanza e con essa ad alcuni suoi manoscritti già finiti, mentre egli era assente: quando ne fu informato, per via, montò in tanto furore, che, fermatosi dinanzi ad una immagine della Vergine, uscì in queste parole: «Odi ciò ch'io ti dico: io non sono demente, io parlo di tutto senno! Se nell'ora della mia morte io dovessi mai invocare il tuo ajuto, non importa che tu ascolti la mia preghiera e m'accolga fra' tuoi, perchè io voglio restarmene col demonio per tutta l'eternità!» Ma, tornato in sè, egli tuttavia stimò prudente, dopo una simile escandescenza, di tenersi appiattato per ben sei mesi presso un taglialegne. In mezzo a tutto questo egli era talmente superstizioso, che si trovava sempre in angustie per qualche augurio o per qualche prodigio; soltanto per l'immortalità non gli avanzava più alcuna fede. Interrogato da' suoi discepoli su questo punto, egli soleva rispondere, che nessuno sa che cosa accada dell'uomo, della sua anima ovvero del suo spirito dopo la morte, e che tutti i ragionamenti sul mondo avvenire non sono che spauracchi per le femminette. Ma quando fu in punto di morte egli raccomandò nel suo testamento l'anima sua ovvero il suo spirito[434] a Dio onnipotente, ammonì i discepoli, che gli piangevano intorno, a temer Dio e principalmente a credere all'immortalità e ad una giustizia retributiva dopo la morte, e ricevette i sacramenti con grande compunzione. — Non si ha alcuna garanzia, che uomini della stessa tempra senza paragone più celebri, anche manifestando opinioni in sè stesse ancor più ardite, sieno poi stati nella loro vita gran fatto più coerenti. È probabile che la maggior parte internamente abbiano oscillato tra l'incredulità e qualche avanzo di cattolicismo succhiato coll'educazione, ed esteriormente si siano serbati ligi alla Chiesa per mera prudenza.
Siccome poi il loro razionalismo aveva una stretta attinenza coi primordj della critica storica, così era naturale che qua e là sorgesse anche qualche timida indagine sulla credibilità del racconto biblico. Si suol ripetere tradizionalmente una sentenza di Pio II, che sarebbe stata pronunciata quasi coll'intenzione di prevenire le accuse:[435] «Quand'anche il cristianesimo non fosse confermato da miracoli, dovrebbe tuttavia accettarsi almeno per la sua moralità». Sulle tradizioni leggendarie, in quanto esse contenevano arbitrarie versioni dei miracoli biblici, molti si permettevano senz'altro di alzare le risa,[436] e ciò naturalmente esercitava alla sua volta un terribile contraccolpo. Trattandosi di eretici che inclinavano alle idee ebraiche, per prima cosa naturalmente negavano la divinità di Cristo, e questo per avventura fu il caso di Giorgio da Novara, che intorno al 1500 fu arso in Bologna.[437] Ma nella stessa Bologna intorno a questo tempo (1497) l'Inquisitore domenicano dovette lasciar fuggire, accontentandosi di una semplice dichiarazione di pentimento,[438] il medico Gabriele da Salò, che godeva la protezione dell'intera cittadinanza, quantunque avesse osato difendere una serie di proposizioni eretiche, come per esempio, che Cristo non fu mai Dio, ma figlio di Giuseppe e di Maria, nato da generazione naturale, che colla sua astuzia seppe trarre in inganno il mondo; che può benissimo aver subito la crocifissione, ma per delitti commessi; che la sua religione non tarderebbe a cadere; che nell'ostia consacrata era follìa il credere vi fosse il suo vero corpo, e finalmente che egli non operò i suoi miracoli per virtù divina, ma per l'influsso dei corpi celesti, e simili. Quest'ultima proposizione merita in modo speciale di esser notata: la fede è perita, ma si fa una riserva in favore della magìa.[439]
Riguardo al governo del mondo, gli umanisti non si sollevano in generale al di là di una fredda e rassegnata contemplazione di ciò che accade sotto l'impero della violenza e del disordine, che prevalgono dovunque. Da questo modo di sentire emersero i molti libri sul «Fato», qualunque altro fosse il nome, con cui chiamavano la necessità suprema delle cose. Essi per lo più non fanno che constatare il girarsi della ruota della fortuna e l'instabilità delle cose terrene, specialmente delle politiche: la Provvidenza vi è menzionata evidentemente soltanto, perchè si ha vergogna ancora di pronunciarsi pel nudo fatalismo o di rinunciare ad ogni distinzione di causa e di effetti, od anche di non far altro che sollevare vane querele. Non senza un certo spirito Gioviano Pontano costruisce la storia naturale di quell'ente immaginario, che si chiama la Fortuna, desumendola da un gran numero di esperienze, che ebbe occasione di fare egli stesso.[440] Più facetamente ancora, sotto forma di una visione avuta in sogno, Enea Silvio tratta lo stesso argomento.[441] Invece il Poggio, in un scritto senile,[442] si sforza di mostrare il mondo come una valle di miserie e di classificare la felicità dei singoli ordini sociali quanto più bassamente è possibile. Questa intenzione in sostanza rimane anche in seguito la prevalente: di moltissimi personaggi illustri si cercano le vicende fortunate e le sfortunate, e nel tirar della somma, queste generalmente prevalgono sopra quelle. Con linguaggio veramente dignitoso e quasi elegiaco Tristano Caracciolo[443] ci dipinge il destino d'Italia e degli Italiani, quale si poteva abbracciar d'uno sguardo intorno al 1510. Applicando poi ai singoli umanisti questo sentimento generale allor prevalente, Pierio Valeriano scrisse non molto dopo il suo celebre libro (v. vol. I, pag. 370). In questo riguardo qualche tema si presentava talvolta rivestito di attrattive affatto speciali, come, per esempio, la vita di Leone X. Ciò che di essa può dirsi dal punto di vista politico, l'ha detto Francesco Vettori in alcuni tratti veramente magistrali della sua storia: il lato epicuraico della stessa ce lo dànno Paolo Giovio e l'ignoto suo biografo:[444] i punti più oscuri e lo svolgersi successivo del suo destino appariscono con inesorabile fedeltà nel citato Pierio.
Di fronte a tutto ciò desta quasi ribrezzo quando si vede qua e là qualche latina iscrizione tessere pubblicamente le lodi della Fortuna. Così — pochi anni appena prima della sua cacciata — Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, osò far incidere sulla torre recentemente costruita presso il suo palazzo, che il suo merito e la sua fortuna gli avevano procacciato in abbondanza tutti i beni immaginabili.[445] Gli antichi, parlando a questo modo, non dissimulavano almeno un certo timore dell'invidia vendicatrice degl'Immortali. In Italia i primi a menar vanto pubblicamente della loro fortuna furono probabilmente i Condottieri (v. vol. I, pag. 28 e segg.).
Del resto la maggior influenza della risorta Antichità sulla religione non proveniva da un sistema filosofico qualunque o da una dottrina od opinione qualsiasi degli antichi, ma da una tendenza generale allora prevalente. Si preferivano gli uomini ed in parte anche le istituzioni antiche a quelle del medio-evo, si cercava di imitar gli uni e le altre in tutti i modi, e, preoccupandosi unicamente di questo, non si badava gran fatto alle differenze di religione. L'ammirazione per la grandezza storica assorbiva ogni cosa (cfr. vol. I, pag. 201 nota, vol. II, pag. 216).
Quanto ai filologi, vi si aggiungeva inoltre qualche pazzìa speciale, per la quale attiravano sopra di sè gli occhi di tutti. Quanta ragione avesse Paolo II di lamentarsi delle tendenze pagane de' suoi Abbreviatori e dei curiali in generale, non può esser messo del tutto in chiaro, in quanto che il suo principal biografo, che fu anche la sua vittima principale, il Platina, (v. vol. I, pag. 304, vol. II, pag. 77) per rifarsi delle persecuzioni sofferte, ce lo dipinge come estremamente facile all'ira ed alla vendetta, e ce ne dà in generale un ritratto, che pende piuttosto nel ridicolo. L'accusa di paganesimo, d'incredulità, di materialismo ecc.[446] fu sollevata contro i detenuti soltanto dopochè il processo per alto tradimento non avea dato verun risultato: inoltre, se siamo bene informati, Paolo non era l'uomo che fosse in grado di dare un giudizio nel campo scientifico, e si sa che, privo di cultura egli stesso, raccomandava ai romani di non portare l'istruzione dei loro figli al di là del leggere e dello scrivere. È la stessa povertà di vedute, da cui non andò esente neanche il Savonarola (v. pag. 277), con questo però che a papa Paolo si avrebbe potuto rispondere, che egli solo e quelli che la pensavano come lui aveano la colpa principale, se la cultura rendeva gli animi avversi alla religione. Del resto non v'ha alcun dubbio che egli fosse seriamente preoccupato delle tendenze pagane, che si vedeva pullulare d'intorno. Ma quali cose non si saranno permesse gli umanisti alla corte di un empio, qual'era Sigismondo Malatesta (v. pag. 302, nota)? Infatti l'unica loro preoccupazione era diretta a sapere fino a qual punto sarebbe loro stato concesso di spingersi per parte di quelli, cui volevan piacere. Nelle loro mani il Cristianesimo non è quasi più riconoscibile, tanta è l'impronta pagana, che essi v'imprimono (v. vol. I, pag. 348 e 355). Ma nessuno in questo riguardo andò più innanzi di Gioviano Pontano: presso di lui un santo non solo si chiama divus, ma deus: gli angeli per lui sono addirittura identici coi genii dell'antichità,[447] e le sue idee sull'immortalità richiamano l'Eliso e il regno delle ombre. Del resto anche altri non mancano di trascendere a veri eccessi. Allorchè nel 1526 Siena[448] fu assalita dal partito che era stato espulso, il buon canonico Tizio (ce lo narra egli stesso) s'alzò il 22 luglio dal letto avendo in mente un passo del terzo libro di Macrobio,[449] celebrò la sua messa, e recitò poscia la formola rituale usata da quell'autore contro i nemici, salvo che invece di dire Tellus mater, teque Jupiter obtestor, mutò e disse: Tellus teque Christe Deus obstetor. Egli ripetè due giorni quella preghiera, e nel terzo i nemici se ne andarono. Da un lato tali cose si crederebbero puri esercizi di stile o sacrificii fatti alla moda del tempo, ma dall'altro hanno l'aspetto di vere apostasìe religiose.
CAPITOLO IV. Innesto di antica e moderna superstizione.
L'astrologia. — Sua diffusione ed influenza. — Suoi avversari in Italia. — Confutazione di Pico e suoi effetti. — Superstizioni diverse. — Superstizione degli umanisti. Spettri di persone morte. — Credenza nei demoni. — La strega italiana. — Il paese classico delle streghe presso Norcia. — Fusione e rapporti colla stregonerìa del nord. — Malìe delle meretrici. — L'incantatore e lo scongiuratore. — I demonii sulla via di Roma. — Singole specie di malìe: i telesmi. — Magìa del getto dei fondamenti. — Il negromante presso i poeti. — Storiella magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. — Specie affini della stessa; l'alchimia.
Ma l'Antichità esercitò anche un altro impulso essenzialmente pernicioso e precisamente di indole dogmatica: essa comunicò al Rinascimento le proprie superstizioni. Qualcuna di esse si era già mantenuta viva attraverso tutto il medio-evo; e così tanto più facilmente ora risorsero tutte. S'intende da sè che in ciò ebbe una parte grandissima la fantasia. Essa sola poteva imporre silenzio allo spirito essenzialmente investigatore degli Italiani.
La fede nella divina Provvidenza era, come s'è detto, negli uni notevolmente scossa per il cumulo di mali e di violenze, che si vedevano; gli altri, come ad esempio Dante, abbandonavano la vita terrena in balìa al caso e a' suoi capricci, e se, in onta a ciò, mantennero viva in sè stessi la fiaccola della fede, ciò non proveniva se non dalla profonda persuasione, che era in loro, di una superiore destinazione dell'uomo in un mondo avvenire. Ma non appena cominciò a vacillare anche questa persuasione, il fatalismo guadagnò il sopravvento — o, viceversa, dove prevalse il fatalismo, mancò la fede nell'immortalità.
Nella lacuna per tal modo aperta entrò innanzi tutto la scienza astrologica degli antichi, e più tardi anche quella degli Arabi. Da ogni singola posizione dei pianeti fra loro e in relazione ai segni del zodiaco essa indovinava gli eventi futuri e intere vite d'uomini, e per tal modo influiva sulle più importanti deliberazioni. In molti casi il modo di agire, al quale taluno si lasciava indurre pel creduto influsso delle stelle, può non essere stato più immorale di quanto sarebbe stato se di tale influsso non si fosse tenuto conto veruno; ma assai di frequente le decisioni sembrano essere state prese a tutto pregiudizio della coscienza e dell'onore. Egli è sempre sommamente istruttivo il vedere, come nessun lume e nessuna cultura sieno stati in grado di vincere questo delirio, perchè esso aveva la sua radice nella fantasia estremamente facile a impressionarsi, e nel vivo desiderio di conoscere e di determinare anticipatamente il futuro, e perchè l'Antichità vi aggiungeva il suggello della sua autorità.
Col secolo XIII l'astrologia acquistò improvvisamente una notevole prevalenza nella vita degli Italiani. Federico II conduce sempre con sè il suo astrologo Teodoro, ed Ezzelino da Romano[450] addirittura un'intera corte, e assai lautamente stipendiata, di tali uomini, tra i quali il celebre Guido Bonatto e il saraceno Paolo di Bagdad (dalla lunga barba). Essi erano obbligati di prestabilire il giorno e l'ora di qualsiasi impresa importante, e le enormi carneficine, di cui egli si aggravò la coscienza, in non piccola parte possono benissimo non essere state, che non semplice conseguenza delle loro profezie. D'allora in poi nessuno si perita più di far interrogare le stelle; non solo i principi, ma anche i governi repubblicani[451] mantengono regolarmente degli astrologi, e nelle Università[452] dal XIV sino al XVI secolo vengono nominati appositi professori di questa pretesa scienza, accanto agli astronomi veri. La maggior parte dei Papi consentono che sieno consultati i pianeti,[453] e se Pio II forma tra essi una onorevole eccezione,[454] non curando neanche l'interpretazione dei sogni, dei prodigi e degl'incantesimi, Leone X invece sembra essersi gloriato che sotto il suo pontificato l'astrologia fiorisse,[455] e Paolo III non tenne mai nessun concistoro[456] senza che gli astrologi non gliene avessero indicato il momento.
Ora, quanto agli spiriti più illuminati, si può benissimo supporre che essi, oltre un certo limite, non si lasciassero nelle loro azioni determinare dai pianeti, e che vi fosse realmente un punto, al di là del quale la religione e la coscienza non permettevano di andare. Ma nel fatto uomini valenti e pii non solo parteciparono a questi delirii, ma se ne fecero perfino sostenitori e rappresentanti. Uno di questi fu maestro Pagolo da Firenze,[457] nel quale si vede presso a poco la stessa tendenza a moralizzare l'astrologia, che negli ultimi tempi di Roma si scorge in Firmico Materno.[458] La sua vita era quella di un santo anacoreta: non si cibava che assai scarsamente, disprezzava ogni bene mondano e non cercava d'arricchirsi d'altro, fuorchè di libri: dotto medico, egli limitava l'esercizio pratico della sua arte ai bisogni di alcuni amici, ponendo loro per condizione che prima si confessassero. Le persone colle quali trattava, erano quel ristretto, ma celebre circolo, che si raccoglieva nel convento degli Angeli intorno a frà Ambrogio Camaldolese (v. pag. 307), e Cosimo il vecchio, specialmente ne' suoi ultimi anni; imperocchè anche Cosimo faceva gran conto della scienza astrologica e se ne serviva, benchè soltanto per oggetti speciali e probabilmente d'ordine secondario. Del resto, Pagolo non dava responsi astrologici se non agli amici più intimi. — Ma, anche senza una tale rigidezza di costumi, l'astrologo poteva essere un uomo stimato e intervenire dovunque, e in Italia se ne aveva un numero senza paragone maggiore, che in qualunque altro paese d'Europa, dove non s'incontrano che nelle corti più ragguardevoli, e anche quivi a tempi determinati. Per contrario, chiunque anche tra i privati avesse una casa talqualmente considerevole in Italia non tralasciava, specialmente quando l'uso divenne generale, di avere anche il suo astrologo, il quale per altro era anche non di rado retribuito assai scarsamente.[459] Oltre a ciò, avendo questa scienza acquistato una grande diffusione ancor prima dell'invenzione della stampa, erano sorti in gran numero i dilettanti, che s'attennero quanto più facilmente potevano ai maestri di essa. La specie detestata degli astrologi era quella soltanto, che non prendeva in aiuto le stelle se non per congiungervi le arti della magìa, e che cercava di coprir queste all'ombra di quella scienza.
Ma anche senza questa deplorevole aggiunta l'astrologia è pur sempre un malaugurato elemento della vita italiana d'allora. Qual dolorosa impressione non fanno quegli uomini superiori, ricchi di tanta cultura e così tenaci nelle loro idee, quando la cieca smania di conoscere e di scongiurar l'avvenire obbliga la loro potente volontà individuale ad abdicare a se stessa! Vero è che talvolta, se le stelle presagiscono qualche cosa di veramente sinistro, essi sorgono risolutamente, agiscono indipendentemente da tali presagi e si consolano col motto: Vir sapiens dominabitur astris;[460] — ma tosto dopo noi li vediam ricadere nell'antico delirio.
Innanzi tutto si fa l'oroscopo di tutti i figli d'illustri famiglie, e dietro ciò si trascina mezza la vita, aspettando inutilmente avvenimenti, che non si verificano.[461] Poi vengono interrogati gli astri per ogni importante deliberazione dei potenti, specialmente per l'ora di cominciarla. I viaggi dei principi, i ricevimenti degli ambasciatori stranieri,[462] il getto delle fondamenta di qualche grande edificio si fanno dipendere da tali pronostici. Un esempio assai parlante se ne ha nella vita del già citato Guido Bonatto, il quale e per la sua grande attività e per una grande opera scritta su questo argomento[463] può dirsi il restauratore dell'astrologia del secolo XIII. Per porre un termine al parteggiare de' Guelfi e de' Ghibellini in Forlì egli persuase gli abitanti a ricostruire a nuovo le mura della città e a cominciare solennemente quel lavoro sotto una certa costellazione, che egli indicò, assicurando, che se alcuni rappresentanti di entrambi i partiti gettassero contemporaneamente una pietra nelle fondamenta, non vi sarebbe stata per tutta l'eternità più discordia alcuna a Forlì. Furono scelti un guelfo ed un ghibellino: giunse il solenne momento, ambedue tenevano la loro pietra in mano, i lavoratori stavano in attesa con gli strumenti alla mano, e Bonatto diede il segnale. — Il ghibellino fu pronto a gettare la sua pietra; ma il guelfo indugiò, e da ultimo si rifiutò affatto, perchè il Bonatto stesso passava per ghibellino e poteva sottintendere qualche cosa di misteriosamente nocivo ai guelfi. Allora l'astrologo gli fu sopra con queste parole: «Dio sperda te e il tuo partito e la vostra diffidente malignità! questo segnale non riapparirà più per lo spazio di cinquecento anni sopra la nostra città!» Infatti Dio disperse più tardi i guelfi di Forlì, ma ora (scrive il cronista intorno all'anno 1480) guelfi e ghibellini sono affatto riconciliati fra loro, e non si ode più neanche il nome dei due partiti.[464]
Ciò che più d'ogni altra cosa si fa dipendere dalle stelle, sono le risoluzioni relative alla guerra. Lo stesso Bonatto procurò al celebre capo dei ghibellini Guido da Montefeltro un gran numero di vittorie, indicandogli la vera ora segnata dalle stelle per uscire in campo: quando il Montefeltro non lo ebbe più presso di sè,[465] gli mancò affatto il coraggio di sostenersi ulteriormente nella sua tirannide e si rinchiuse in un convento di Minori Osservanti, dove sopravisse ancora lunghi anni. I Fiorentini nella guerra pisana del 1362 si fecero precisare dal loro astrologo l'ora della partenza per la spedizione;[466] e furono quasi in ritardo, perchè improvvisamente venne l'ordine di tenere una via diversa dalla solita, nell'attraversar la città. Le altre volte infatti erano sempre usciti per la via di Borgo S. Apostolo ed aveano avuto sempre un esito sfavorevole: evidentemente a questa via, quando si dovea marciar contro Pisa, si connetteva un sinistro augurio, e appunto per ciò le truppe furono ora condotte fuori per Porta Rossa; ma perchè quivi le tende distese al sole non erano state tolte, si dovette (e fu un nuovo sinistro augurio) portar le bandiere abbassate. In generale l'astrologia era inseparabile dall'arte della guerra pel fatto che tutti i Condottieri vi credevano. Jacopo Caldora, colpito da grave infermità, era tranquillo, perchè sapeva che sarebbe morto in campo, come in fatto gli accadde.[467] Bartolommeo Alviano era persuaso che le sue ferite alla testa gli fossero toccate, al par che il suo comando, per volere delle stelle:[468] Nicolò Orsini-Pitigliano per la conclusione del suo contratto con Venezia (1495) si fa indicare dal fisico ed astrologo Alessandro Benedetto[469] il momento astronomico favorevole. Allorchè i fiorentini nel primo di giugno del 1498 investirono solennemente della sua dignità il nuovo lor Condottiero Paolo Vitelli, lo scettro del comando, che gli fu presentato, era fornito di una copia della costellazioni e precisamente per desiderio del Vitelli stesso.[470]
Talvolta non è ben certo, se in circostanze politiche di gran rilievo sieno stati previamente consultati i pianeti, o se gli astrologi per sola curiosità a cose compiute abbiano calcolato la costellazione, che dovrebbe aver signoreggiato in quel dato momento. Allorchè Gian Galeazzo Visconti (v. vol. I, p. 18) con un tratto veramente astuto giunse a far prigioniero suo zio Bernabò e tutta la sua famiglia (1385), Giove, Saturno e Marte stavano nella costellazione dei Gemelli, dice un contemporaneo,[471] ma non si saprebbe dire se ciò abbia contribuito a fargli prendere quella risoluzione. Non di rado è probabile che un certo senso politico, più che l'andamento dei pianeti, abbia guidato l'astrologo nelle sue predizioni.[472]
Se l'Europa per tutta la seconda metà del medio-evo s'era lasciata terrorizzare dalle predizioni astrologiche, che da Parigi e da Toledo annunciavano pestilenze, guerre, tremuoti, inondazioni ecc., anche l'Italia in questo riguardo non si rimase in addietro degli altri paesi. Allo sventurato anno 1494, che aperse per sempre la Penisola alle invasioni straniere, precorsero innegabilmente delle predizioni assai tristi,[473] ma bisognerebbe sapere se tali predizioni non si tenessero già pronte per ogni anno qualunque.
Senonchè il sistema si estese nella sua piena, antica coerenza anche in regioni, dove meno si sarebbe creduto di dover poi incontrarlo. Se poi tutta la vita esterna ed interna dell'individuo è misteriosamente legata al fatto della sua nascita, anche la vita dei popoli e delle religioni si lega similmente colle loro primitive origini, e siccome le costellazioni di questi grandi fatti sociali sono variabili, variabili sono pure questi fatti in sè stessi. L'idea che ogni religione abbia il suo giorno di prevalenza sulle altre nel mondo s'insinua per questa via astrologica anche nella vita e nella civiltà degli Italiani. La congiunzione di Giove con Saturno, fu scritto,[474] produsse la religione ebraica, quella con Marte la caldaica, quella col Sole l'egiziana, quella con Venere la maomettana, quella con Mercurio la cristiana, e quella con la Luna produrrà quando che sia la religione dell'Anticristo. In modo affatto sacrilego Cecco d'Ascoli aveva già calcolato la nascita di Cristo e dedottane la sua crocifissione, e questa profanazione lo condusse nel 1327 al rogo in Firenze.[475] Dottrine simili finivano col portare nelle ultime loro conseguenze un'incertezza assoluta nel campo del soprannaturale.
Ma appunto per ciò in tanto maggior pregio è da tenersi la lotta, che il lucido spirito degli Italiani sostenne contro tutto questo tessuto di sogni e di delirii. Accanto alle grandi monumentali illustrazioni dell'astrologia, quali sono gli affreschi del salone di Padova[476] e quelli della residenza d'estate (Schifanoja) di Borso da Ferrara, accanto alle lodi impudenti, che si permette perfino Beroaldo il vecchio,[477] suona tanto più viva e solenne la protesta di quelli, che non si lasciarono traviare da simili follie. Anche in questo riguardo l'Antichità aveva in certo modo additato la via, ma quei saggi non parlano per imitare gli antichi, bensì per quel sano criterio naturale che era in essi e per le lezioni, che aveano raccolte dall'esperienza. Il Petrarca, che conobbe a fondo gli astrologi per contatti personali avuti con essi, non ha per loro che parole di derisione e di scherno,[478] dalle quali apertamente traluce quanto menzognero e fallace sia il loro sistema. Anche la novella sin dalla sua nascita, cioè sin dalle «Cento novelle antiche», è quasi sempre ostile agli astrologi.[479] I cronisti fiorentini poi levano energiche voci di protesta, quando sono costretti a menzionare quel delirio, perchè s'innesta nelle tradizioni patrie. Giovanni Villani ripetè più d'una volta:[480] «nessuna costellazione può sottoporre alla necessità il libero volere dell'uomo, nè il consiglio di Dio»; Matteo Villani biasima l'astrologia come un vizio, che i Fiorentini avrebbero ereditato dai loro antenati gentili, i Romani. Ma la questione non s'arrestò nel solo campo letterario, e divenne una vera questione sociale pei partiti, che a questo riguardo si formarono. Nella terribile inondazione dell'anno 1333, e di nuovo in quella del 1345, sorsero dispute accanitissime tra gli astrologi e i teologi intorno all'influsso delle stelle, e al volere di Dio, e alla sua giustizia retributiva.[481] Queste lotte non cessarono poi più del tutto per l'intero periodo del Rinascimento,[482] e si può crederle sincere, perchè presso i potenti sarebbe stato più facile e più utile il difendere, che non il combattere l'astrologia.
Fra i più illustri platonici che circondavano Lorenzo il Magnifico, regnava su questo punto un vero dissidio. Marsilio Ficino difendeva l'astrologia e fece l'oroscopo dei figli della casa regnante, e si vuole che a Giovanni (che fu poi papa Leone X) abbia presagito sin dalla nascita il Pontificato.[483] Per converso Pico della Mirandola scrisse la sua famosa confutazione, che fa veramente epoca nella storia dell'astrologia.[484] Nella fede che si presta all'influsso dei pianeti egli trova la radice di ogni empietà ed immoralità; se l'astrologo vuol credere a qualche cosa, dovrebbe piuttosto adorare i pianeti come divinità, dal momento che da essi fa derivare ogni felicità od infelicità; anche tutte le altre superstizioni troverebbero nell'astrologia una legittima espressione, mentre la geomanzia, la chiromanzia ed ogni altra specie d'incantesimi si rivolgono innanzi tutto ad essa per la designazione del momento fatale. Riguardo alla moralità egli dice: un maggiore incoraggiamento non può darsi al male, quanto col farne autore il cielo stesso, e in tal caso svanirà necessariamente ogni fede nell'eterna beatitudine o dannazione. Pico s'è dato perfin la pena di riveder le bucce agli astrologi in via empirica, e delle loro profezie climatologiche, su trenta giorni, egli ne trovò false più di venti. Ma la cosa più importante è questa, che egli (nel quarto libro) mise innanzi una teoria cristiana positiva sulla Provvidenza reggitrice del mondo e sul libero arbitrio, che su tutti gli uomini colti della nazione sembra aver fatto una maggiore impressione, che non tutte le prediche degli oratori popolari, alle quali questa classe di persone restava oggimai indifferente.
Innanzi tutto egli sconsiglia gli astrologi dalla pubblicazione delle loro dottrine,[485] e nel fatto coloro che sino a quel momento le aveano fatte stampare, ne restarono più meno svergognati. Gioviano Pontano, per esempio, aveva accettato nel suo libro «Del Fato» (v. pag. 312) tutta questa scienza erronea, e l'aveva poi esposta sistematicamente in una sua grande opera,[486] alla maniera di Firmico; ora nel suo dialogo «Egidio» non rinnega del tutto l'astrologia, ma gli astrologi, esalta il libero arbitrio e limita l'influsso dei pianeti alle cose corporali. Così la cosa continuò ad aver vigore praticamente, ma senza padroneggiar, come prima, tutti i rapporti della vita. La pittura, che nel secolo XV aveva illustrato con tutte le sue forze quel delirio, esprime ora un modo di pensare affatto diverso: Raffaello nella cupola della cappella Chigi[487] rappresenta tutto all'intorno le divinità dei pianeti e il cielo stellato, ma sotto la sorveglianza e la guida di splendide figure d'angeli e obbedienti al cenno dell'eterno Padre, che siede in alto. Anche gli spagnuoli, allor dominanti in Italia, non vollero mai sentir parlare dell'astrologia, e chiunque voleva mettersi in grazia dei loro generali non aveva a far altro che dichiararsi nemico aperto di questa scienza, ch'essi riguardavano come mezzo eretica, perchè in buona parte maomettana.[488] Ciò non ostante ancora nel 1529 il Guicciardini scrive: «quanto sono più felici gli astrologi che gli altri uomini! Quelli, dicendo tra cento bugie una verità, acquistano fede in modo che è creduto loro il falso: questi, dicendo tra molte verità una bugia, la perdono in modo che non è più creduto loro il vero».[489] E nemmeno è da credere che il disprezzo per l'astrologia conducesse necessariamente a credere nella Provvidenza, poichè molte volte accadde che i più s'accontentarono di adagiarsi in un vago ed indeterminato fatalismo.
L'Italia in questo, come in altri riguardi, non ha potuto usufruttare completamente l'impulso venutole dalla cultura del Rinascimento, perchè vi ostarono le conquiste straniere e la Contro-riforma. Senza di ciò essa avrebbe probabilmente rinunciato da sè a quelle pazze fantasie. Ora chi pensa che l'invasione e la reazione cattolica sieno state una necessità, di cui la colpa si deve unicamente apporre al popolo italiano, troverà anche giusta la pena dei danni intellettuali che ne derivarono. Peccato, che con ciò anche l'Europa intera abbia fatto una perdita immensa!
Di gran lunga più innocua che l'astrologia appare la fede nei pronostici. Tutto il medio-evo ne aveva ereditato un grande corredo dalle diverse antichità gentilesche, nè certamente l'Italia sarà rimasta neanche in ciò al di sotto delle altre nazioni. Ma ciò che dà qui alla cosa un colorito speciale è l'aiuto, che l'umanismo porge a questo delirio popolare: esso viene in soccorso ad una specie di paganesimo ereditario con un paganesimo d'indole letteraria.
Notoriamente le superstizioni popolari degli Italiani si riferiscono a presentimenti e conseguenze che si traggono dai pronostici,[490] e vi si aggiunge anche un po' di magìa, per lo più innocua. Quelli che innanzi tutti ce le fanno conoscere sono appunto taluni dotti umanisti, che le vengono enumerando per metterle in derisione. Quello stesso Gioviano Pontano, che scrisse quella grande opera astrologica, di cui già s'è parlato (v. pag. 330), nel suo «Caronte» nomina con senso di compassione tutti i pregiudizi, di cui son vittime i Napoletani: lo sgomento delle donne, se un pollo od un'oca soffrono di pipita; la profonda angustia di que' signori, se un falcone cacciatore tarda a tornare o se un cavallo si torce un piede; il motto magico dei contadini pugliesi, che essi pronunciano nella notte di tre sabbati consecutivi, quando cani rabbiosi mettono a pericolo il paese, e così via. In generale gli animali avevano il privilegio dei pronostici, come nell'antichità, e in modo particolare i leoni, i leopardi e simil fiere, che si mantenevano a spese pubbliche (v. pag. 19 e segg.), col loro contegno davano tanto più da pensare al popolo, in quanto involontariamente si era abituati a vedere in essi il simbolo dello Stato. Quando, durante l'assedio del 1529, un'aquila ferita volò dentro Firenze, la Signoria diede a colui che gliela portò un premio di quattro ducati, perchè era un favorevole augurio.[491] V'erano inoltre luoghi e tempi determinati per determinate ceremonie di buono o cattivo augurio od anche soltanto per prendere una decisione qualunque. I fiorentini credevano, testimonio il Varchi, che il sabbato fosse il loro giorno augurale, nel quale solevano compiersi tutti gli avvenimenti più importanti, favorevoli o sfavorevoli. Della loro superstiziosa ripugnanza di andare al campo passando per una strada determinata s'è già parlato (v. pag. 324). Presso i Perugini invece una delle loro porte, la così detta Porta Eburnea, avevasi in conto di fausta e propizia, tanto che i Baglioni in ogni spedizione facevano uscire le truppe per quella.[492] Aggiungansi le meteore e i segni celesti, che ora riguadagnarono il posto che aveano avuto per tutto il medio-evo, per cui da strani agglomeramenti di nubi la fantasia non tardò anche ora a creare eserciti di combattenti e credette di sentirne il fragore nell'aria.[493] E finalmente la superstizione divenne ancor più funesta quando ripeteva la sua origine da cose sacre, come quando, ad esempio, certe immagini della Vergine movevano gli occhi[494] o piangevano, o allorchè certe pubbliche calamità susseguivano immediatamente a qualche vero o preteso delitto, di cui il popolo domandava ad alta voce l'espiazione (v. pag. 284). Allorchè Piacenza nel 1478 ebbe a soffrire di piogge violente e continue, fu detto che queste non avrebbero cessato sino a che il corpo di un usuraio, che da poco era stato seppellito in san Francesco, non fosse stato di là trasportato a giacere in luogo non consacrato. E siccome il vescovo ricusava di lasciar disseppellire il cadavere, la gioventù popolana andò a prenderlo di viva forza, lo fece a brani per le vie in mezzo ad un tumulto che destava abbominio e ribrezzo, e lo gettò da ultimo nelle acque del Po.[495] Nè tali pregiudizi furono sempre un privilegio esclusivo del popolo, che noi vediamo parteciparne perfino un Angelo Poliziano, quando viene a parlare di Jacopo de' Pazzi, uno dei principali promotori della congiura denominata dal nome della sua famiglia, ordita a Firenze nello stesso anno 1478. Egli ci narra che quando costui si trovò avvinto dal capestro, con orribili imprecazioni consegnò l'anima propria a Satana. Ora anche quivi sopravvenne una pioggia tale, che il reddito dei grani minacciava di andar perduto, ed anche quivi una turba di popolo (per lo più del contado) disseppellì il cadavere dalla chiesa, e tosto scomparvero le nubi e tornò a splendere il sole: «tanto fu favorevole la fortuna all'opinione popolare» aggiunge il grande filologo.[496] Subito dopo il cadavere fu seppellito in terra non consacrata, ma il giorno susseguente fu tratto anche di là e, dopo un'orribile scorribanda per la città, fu gettato nell'Arno.
Questi e somiglianti tratti sono essenzialmente popolari e potrebbero essere avvenuti nel secolo X, ugualmente che nel XVI. Ma qui pure si scorge l'influenza della classica antichità. Degli umanisti si sa in modo certo ed esplicito, che essi credevano ai prodigii ed agli augurii, e ne recammo già qualche esempio (v. pag. 320). Ma se occorresse altra prova, basta il Poggio solo ad offrircela. Quel medesimo pensatore radicale, che nega ogni titolo di nobiltà e le disuguaglianze sociali (v. pag. 116), non solamente crede a tutte le apparizioni di spiriti e di demonii, che ebbero tanta voga nel medio-evo (fol. 167, 179), ma anche a tutti i prodigii d'indole antica, come, per esempio, a quelli, che furono annunciati in occasione dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze.[497] «Allora si videro nelle vicinanze di Como in sulla sera quattromila cani, che presero la via della Germania; a questi seguì una schiera di buoi, poi un esercito di armati a piedi e a cavallo, parte senza testa, e parte con teste appena visibili, e finalmente un gigante a cavallo, al quale seguiva un'altra truppa di buoi». Il Poggio crede anche ad una battaglia di piche e di mulacchie (fol. 180). Anzi, forse senza accorgersene, egli racconta un fatto che si direbbe tolto di pianta dall'antica mitologia. Sulle coste della Dalmazia apparve un tritone fornito di barba e di piccole corna, qual vero satiro marino, terminando colle parti inferiori nel corpo di un pesce ricoperto di squamme; esso rapiva in sulla spiaggia donne e fanciulli, sino a che cinque ardite lavandaie con pietre e verghe lo uccisero.[498] Un modello in legno di quel mostro, che si fa vedere a Ferrara, basta per rendere credibile al Poggio tutta la leggenda. Bensì non s'aveano più gli oracoli e non si potevano più interrogare gli Dei, ma in compenso tornò di moda il consultare Virgilio e l'interpretarne i passi augurali, che s'incontravano nelle sue opere (sortes virgilianae).[499] Oltre a ciò la credenza nei demonii, propria di tempi molto remoti, non rimase certamente senza un influsso su quella del Rinascimento. Gli scritti di Jamblico e di Abammone intorno ai misteri degli Egiziani, che potevano servire a quest'uopo, furono stampati già sin dal finire del secolo XV in una traduzione latina. Perfino l'Accademia platonica di Firenze non andò del tutto esente da un delirio simile e in generale da tutti i sogni neoplatonici del basso tempo romano. Ora egli è appunto di questa fede nei demonii, e della magìa che strettamente vi si connette, che qui dobbiamo dire una parola.
La credenza popolare in quello che si chiama il mondo degli spiriti,[500] in Italia è presso a poco la stessa, che negli altri paesi d'Europa. Innanzi tutto anche qui ci sono fantasmi, vale a dire apparizioni di morti, e se il modo di considerarle si discosta talqualmente da quello dei paesi settentrionali, ciò non si riduce in sostanza ad altro, fuorchè a questo che in Italia i fantasmi si chiamano coll'antica denominazione di ombre. Anche oggidì, se qualcuna di queste ombre si mostra, si fa celebrare un paio di Messe pel suo riposo. Che le anime dei reprobi appariscano sotto forma spaventevole, è cosa che s'intende da sè, ma quest'idea si associa ordinariamente ad un'altra, che i fantasmi dei morti in generale sono sempre maligni. «Molte fiate i morti guastano le creature» dice un cappellano presso il Bandello.[501] Probabilmente egli separa nel suo pensiero l'ombra dall'anima, perchè questa espia le sue colpe nel Purgatorio, e, se appare, d'ordinario non fa che supplicare e lamentarsi. Altre volte ciò che appare, non è tanto l'ombra di un uomo particolare, quanto un simbolo personificato di un avvenimento, di uno stato di cose già passato. Così i vicini spiegano l'apparizione del demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a Milano: infatti quivi una volta Bernabò Visconti avea fatto torturare e strozzare innumerevoli vittime della sua tirannide, e non era quindi meraviglia, se qualcosa vi si mostrava.[502] Ad un amministratore infedele della Casa dei poveri in Perugia una sera, mentre egli stava enumerando del danaro, apparve una turba di morti con fiaccole nelle mani e danzò la ridda intorno a lui; ma una figura più grande delle altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò, protettore delle case di Ricovero.[503] — Queste visioni erano così universalmente ammesse, che anche i poeti potevano trovarvi un tema ordinario alle loro poesie. Il Castiglione, per esempio, assai bellamente fa apparire sotto le mura dell'assediata Mirandola l'ombra dell'ucciso Lodovico Pico.[504] Del resto è un fatto che la poesia preferisce tali allusioni precisamente allorquando il poeta, ripudiando il comune pregiudizio, crede meno di ogni altro alla verità di quanto viene narrando.
In seguito l'Italia fu piena delle credenze popolari intorno ai demonii, quali regnavano presso tutti i popoli nel medio-evo. Si aveva la piena persuasione che Dio permetta talvolta agli spiriti maligni di qualsiasi specie una perniciosa influenza su alcune parti del mondo e della vita umana; soltanto si concedeva che l'uomo, al quale i demonii s'accostavano per tentarlo, era sempre libero di far uso della sua volontà per resistervi. In Italia specialmente il lato diabolico degli avvenimenti naturali assume nella bocca del popolo assai facilmente una certa grandezza poetica. La notte della grande inondazione della valle dell'Arno nell'anno 1333 uno dei santi eremiti dei dintorni di Vallombrosa udì dalla sua cella un tumulto infernale, si fece il segno della croce, s'affacciò alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri passare a cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro uno di essi si fermò e gli disse: «andiamo ad affogare la città di Firenze per le sue colpe, se Dio lo permette».[505] E con questa si può paragonare la quasi contemporanea apparizione, che si pretende accaduta a Venezia (1340), dalla quale poi un qualche grande maestro della scuola veneziana, probabilmente Giorgione, cavò un quadro maraviglioso, vale a dire, quella galera piena di demonii, che colla velocità di un uccello correva sulla tempestosa laguna per devastare la peccatrice città, sino a che i tre Santi, che non conosciuti erano saliti sulla barca di un povero pescatore, col loro scongiuro precipitarono i demonii e la loro nave negli abissi del mare.
Ora a questo credenze s'associa l'errore, che l'uomo, mediante lo scongiuro, possa avvicinarsi ai demonii ed usare del loro aiuto pe' suoi scopi mondani d'interesse, d'ambizione e di sensualità. In questo riguardo furono forse più gli accusati, che i veri rei; e precisamente quando si cominciarono ad ardere i pretesi maghi e le streghe, gli scongiuri o gl'incantesimi si fecero più frequenti. Dal fumo dei roghi, sui quali furono sacrificati quegli uomini sospetti, salì per la prima volta un vapore inebbriante, che animò un numero maggiore di uomini perduti ad abbracciar la magìa. Ad essi si unirono poi audaci impostori.
La forma popolare e primitiva, sotto la quale questi pregiudizi si mantennero forse senza interruzione sino dal tempo dei Romani, sono le malìe della strega.[506] Questa può protestarsi pressochè come completamente innocente sino a che si restringe alla sola divinazione,[507] ma il passaggio dal semplice pronostico alla cooperazione attiva per l'esecuzione di un fatto spesso può essere impercettibile, e tuttavia esercitare un'influenza decisiva sull'azione stessa. Trattandosi d'incantesimi attivi, alla strega vuolsi principalmente attribuire l'eccitamento all'amore o all'odio tra uomo e donna, o qualche maleficio tendente a nuocere e danneggiare, specialmente a far morire di consunzione teneri fanciulli, sebbene talvolta la causa di ciò apparisca più evidente nell'abbandono e nella stolta incuria dei loro parenti. Ma, anche prescindendo da ciò, come decidere quanto, dei danni recati dalla strega, sia da attribuire alle sue ceremonie, alle sue formole magiche e incomprensibili, ed anche alla volontaria invocazione del demonio, e quanto invece ai medicamenti ed ai veleni, che per avventura essa può aver somministrato con piena coscienza del loro effetto?
Come poi in modo molto più innocente anche alcuni frati mendicanti pretendessero di rivaleggiare con essa o di farle concorrenza, lo apprendiamo, in via di esempio, dalla strega di Gaeta, di cui ci parla il Pontano in uno de' suoi dialoghi.[508] Il suo Suppazio, viaggiando, arriva alla di lei abitazione appunto nel momento in cui ella dà udienza ad una giovane e ad una fantesca, che vennero con una gallina nera, con nove uova deposte in venerdì, con un'anitra e con filo bianco, attesochè è il terzo giorno dopo la luna nuova: pel momento esse vengono rimandate e invitate a tornare per l'ora del crepuscolo. Probabilmente non trattasi che di un pronostico: la padrona della fantesca è stata ingravidata da un frate; alla fanciulla l'amante s'è reso infedele e s'è chiuso in un convento. La strega si lagna: «dopo la morte di mio marito, io vivo di questi affari, e potrei star meglio, perchè le nostre donne di Gaeta sono molto credule; ma i frati mi rubano il mestiere, spiegando sogni, vendendo per danaro la protezione dei Santi, promettendo un marito alle fanciulle, un figlio maschio alle donne incinte, un figlio qualunque alle sterili, oltre che di notte, quando i mariti escono per la pesca, le visitano di soppiatto, dopo aver preso gli opportuni concerti nella chiesa». Suppazio l'avverte di non tirarsi addosso le ire del convento con simili discorsi, ma essa non ha paura di nulla, perchè il guardiano è un'antica sua pratica.
Ma il delirio cresce, e dà origine ad una specie ancor peggiore di streghe: quelle che con malefici tolgono agli uomini la salute e la vita. In questi casi, quando una maligna occhiata non basta, si ricorre innanzi tutto all'aiuto di spiriti superiori. La loro punizione, come vedemmo già parlando della Finicella (v. pag. 268), è il rogo; e tuttavia il fanatismo inclina ancora a qualche accordo: nello Statuto di Perugia infatti troviamo che, pagando quattrocento lire, possono riscattarsi.[509] Ciò vuol dire che in allora la cosa non si trattava ancora con quella logica inesorabile, che si adottò più tardi. Nel territorio della Chiesa, in un'altura dell'Appennino e precisamente nella patria di san Benedetto, a Norcia, pare che esistesse il centro di ogni stregoneria ed incantesimo. La cosa era universalmente nota. Quegli che ce ne dà contezza è Enea Silvio, in una sua lettera giovanile.[510] Egli scrive a suo fratello: «il latore di questa lettera è venuto da me per chiedermi se io conoscessi un Monte Venere in Italia, dove pretendesi che s'insegnino le arti magiche, delle quali è curiosissimo il suo padrone, un grande astronomo sassone.[511] Io risposi, che conosceva un Porto Venere non lungi da Carrara, sulla costa dirupata della Liguria, dove passai tre notti nel mio viaggio a Basilea: trovai altresì, che in Sicilia esiste un monte consacrato a Venere, l'Erico, ma non so che quivi s'insegni magìa. Tuttavia nel dialogo mi risovvenne, che nell'antico ducato (Spoleto), non lungi dalla città di Norcia, v'è un sito, dove sotto una scoscesa rupe trovasi una caverna, nella quale scorre dell'acqua. Quivi, come ben ricordo di aver udito, havvi un convegno di streghe (striges), di demonii e di ombre notturne, e chi ne ha il coraggio, può vedervi gli spiriti (spiritus), e parlar con loro e apprendere le arti magiche.[512] Ma io non l'ho veduto, nè mi sono interessato di vederlo, perchè ciò che non può apprendersi se non per via di peccato, meglio è non apprenderlo». Ciò non ostante, egli nomina la persona che lo informò e richiede suo fratello, che voglia condurre il latore della lettera da quella, se è ancora in vita. Come si vede, Enea per compiacere quell'illustre personaggio va tanto innanzi da compromettersi quasi egli stesso, eppure personalmente niuno era più lontano di lui da ogni credenza superstiziosa (v. pag. 285 e 319), e in questo riguardo ha sostenuto delle prove, che anche oggidì non tutte le persone colte sarebbero in grado di sostenere. Quand'egli, al tempo del Concilio di Basilea, giunse a Milano ammalato di febbre da ben settantacinque giorni, non fu possibile indurlo ad accettare consulti medici fatti col mezzo della magìa, quantunque gli sia stato condotto al letto un uomo, che poco prima si pretendeva avesse curato e guarito in modo maraviglioso dalla febbre ben duemila soldati nel campo del Piccinino. Egli invece ancor sofferente intraprese il disastroso viaggio delle montagne per recarsi alla sua destinazione, e guarì cavalcando.[513]
Oltre a ciò, noi apprendiamo qualche cosa dei dintorni di Norcia anche dal negromante, che cercò di aver nelle sue mani il grande artista Benvenuto Cellini. Trattavasi di far la consacrazione di un nuovo libro magico,[514] e il luogo più opportuno erano appunto quelle montagne. Bensì il maestro dell'incantesimo ne consacrò un altro nelle vicinanze dell'abbazia di Farfa, ma incontrò delle difficoltà, che non si sarebbero incontrate a Norcia; oltre a ciò, i contadini di Norcia erano gente sicura, avevano una certa pratica di tali cose, e, in caso di bisogno, potevano prestare un valido aiuto. Ma l'escursione non ebbe luogo; diversamente Benvenuto con molta probabilità avrebbe imparato a conoscere anche i manutengoli dell'impostore. In allora quella regione era affatto proverbiale. L'Aretino in qualche punto delle sue opere parla di una fonte ammaliata, dove abitavano la sorella della sibilla di Norcia e la zia della fata Morgana. E intorno al medesimo tempo il Trissino ebbe il coraggio di celebrare nel suo lungo poema[515] quelle località con tutta la pompa della poesia e dell'allegoria, come la sede delle vere profezie.
In seguito tutti sanno che, dopo la celebre Bolla di Innocenzo VIII (1482), le persecuzioni piovvero sulle streghe in modo veramente spaventevole.[516] Siccome poi i principali strumenti di quelle persecuzioni furono i domenicani tedeschi, così bisogna concludere che la Germania si risentisse più particolarmente di quella piaga, e in Italia quei paesi che erano più prossimi alla Germania. Infatti anche le ordinanze e le Bolle dei Papi si riferiscono in modo speciale alla Lombardia e più particolarmente alle diocesi di Brescia, di Bergamo e di Cremona.[517] Inoltre dal celebre Manuale di Sprenger, il Malleus Maleficarum, si apprende che a Como, ancor nel primo anno dopo la pubblicazione della Bolla, furono arse non meno di quarant'una streghe, e si sa altresì che numerosi drappelli di donne italiane si rifugiarono nel territorio dell'arciduca Sigismondo, dove credevano di trovar sicurezza. Per ultimo noi veggiamo la stregoneria stabilirsi in modo invincibile in alcune sventurate valli delle Alpi, segnatamente nella valle Camonica,[518] dove le popolazioni parvero avervi una predisposizione affatto particolare. Queste stregonerie d'origine essenzialmente tedesca costituiscono quelle diverse varietà, alle quali corre il pensiero nel leggere storie e novelle accadute in Milano, in Bologna ed altrove.[519] Se in Italia non ebbero una maggior diffusione, ciò dipendette forse dal fatto che qui si aveva già una stregoneria propria, che si basava essenzialmente sopra elementi al tutto diversi. La strega italiana esercita un vero mestiere ed ha bisogno di danaro, e sopra tutto di avvedutezza e buona memoria. Dei sogni isterici delle streghe del nord, di viaggi aerei, di incubi e succubi qui non si parla nemmeno: il compito della strega è quello di procurare altrui qualche piacere. Se anche di lei si suppone che possa assumere diverse forme e trasportarsi a volo da luogo a luogo, essa non vieta che lo si creda, in quanto anche ciò contribuisce a darle un credito sempre maggiore; ma la cosa le può tornare estremamente pericolosa, se il sentimento prevalente che ispira, è la paura, se la si suppone maligna e vendicativa e se le si attribuiscono specialmente de' maleficii a danno di fanciulli, di bestiami e di raccolti campestri. In tal caso gl'Inquisitori e le autorità possono guadagnarsi una grande popolarità, condannandola al rogo.
Ma il campo di gran lunga più importante per la strega sono e rimangono gl'intrighi amorosi, sotto il qual nome si comprende l'eccitamento all'amore ed all'odio, l'ordire inganni per ispirito di vendetta, il disperdere il frutto di un colpevole amore, e secondo le circostanze il premeditare anche la morte di chi tradisce la fede data con arti magiche o con bevande avvelenate.[520] Siccome in tali donne non si aveva che una fiducia assai condizionata, così cominciarono a pullulare i dilettanti, che, avendo appreso da esse ora un segreto, ora l'altro, esercitavano poi l'arte per conto proprio. Le meretrici romane, per esempio, cercavano di aiutare il prestigio della propria persona anche con apposite malìe, alla maniera della Canidia di Orazio. L'Aretino non solo ne sa qualche cosa,[521] ma è anche in grado di darne piena contezza. Egli enumera tutti gli spaventosi attrezzi, che si trovano raccolti nei loro armadii: capelli, cranii, costole, denti, occhi di persone morte, pelli d'uomini, umbilichi di piccoli fanciulli, suole da scarpe e vestimenti rapiti a cadaveri; nè contente di ciò, vanno esse stesse a disseppellire nei cimiteri le carni imputridite, e le danno mascheratamente a mangiare ai loro galanti, oltre ad altre nefandità impossibili a riferire. Di più, fanno bollire alla rinfusa nell'olio rubato alle lampade delle chiese capelli, spilli, frammenti d'unghie del loro amante. Dei loro scongiuri il più innocente è quello, con cui formano un cuore di cenere calda, e vi pungono dentro cantando:
«Prima che'l fuoco spenghi, «Fa ch'a mia porta venghi: «Tal ti punga il mio amore, «Quale io fo questo cuore».
Del resto usano anche formole magiche allo splendor della luna, segni misteriosi sul terreno, figure in cera od in bronzo, che senza dubbio rappresentano l'amante, e di cui si servono secondo le circostanze.
Ma a tali cose si era talmente avvezzi, che una donna, la quale senza bellezza e gioventù esercitasse tuttavia un certo fascino sugli uomini, cadeva senz'altro in sospetto di stregoneria. La madre del Sanga,[522] segretario di Clemente VII, avvelenò la di lui amante, che era una di queste; ma sfortunatamente perì anche il figlio e con lui un'intera società d'amici, che mangiarono un'insalata avvelenata.
Ora si fa innanzi, non come aiutatore, ma come rivale della strega, il mago od incantatore, ancor più esperto di tutte le arti le più pericolose. Talvolta egli è altrettanto, od anche più astrologo, che mago: più spesso però sembra essersi egli spacciato per astrologo per non essere perseguitato come mago, molto più che quest'ultimo non poteva prescindere da un po' di astrologia, per conoscere le ore favorevoli e indicarle (v. pag. 321 e 328). Ma siccome molti spiriti sono buoni od indifferenti,[523] così anche il loro scongiuratore può godere di una abbastanza buona reputazione, e Sisto IV nel 1474 dovette con un Breve apposito[524] chiamare al dovere alcuni Carmelitani bolognesi, che dal pulpito predicavano non esservi alcuna colpa nell'interrogare i demonii sulle cose future. La cosa in sè non sembrava niente affatto impossibile a molti; una prova indiretta se ne ha in questo, che anche le persone le più timorate dal canto loro credevano a visioni di buoni spiriti, ch'esse stesse avevano ardentemente invocato. Il Savonarola è pieno di queste ubbie; i platonici fiorentini parlano di una mistica unione con Dio e Marcello Palingenio (v. vol. I, pag. 354 e segg.) lascia apertamente intendere, ch'egli ha che fare con degli spiriti dell'altro mondo.[525] Egli è anche persuaso dell'esistenza di un'intera gerarchia di maligni spiriti, che, dimorando negli spazi aerei tra la terra e la luna, insidiano alla vita dell'uomo e tentano sconvolgere le leggi della natura,[526] anzi egli dice di conoscerne taluni personalmente. Ora, siccome lo scopo del nostro libro non ci permette una esposizione diffusa e sistematica delle opinioni, che allora prevalevano intorno a queste credenze spiritistiche, così ci accontenteremo qui di riferire un sunto della relazione del Palingenio, a guisa di saggio od esempio.[527]
Egli s'è fatto istruire da un pio anacoreta del monte Soratte, a s. Silvestro, sulla nullità delle cose terrene e sul niun valore della vita dell'uomo, e poi sul far della notte s'è messo in via alla volta di Roma. Allora, splendendo la luna, egli s'abbatte in tre viandanti, che s'associano a lui, ed uno di questi, chiamandolo a nome, gli chiede da quale parte egli venga. Palingenio risponde: dal santo anacoreta del monte. «O stolto, rispose l'altro, credi tu che sulla terra vi sia qualcuno veramente saggio? La saggezza non è che privilegio degli esseri superiori (Divi), e del numero di questi siamo noi tre, quantunque rivestiti di forme umane: io mi chiamo Saracil e costoro Satiele e Jana: il nostro regno è precisamente in prossimità della luna, dove in generale dimora la grande schiera degli esseri intermediarii, che dominano sulla terra e sul mare». Palingenio domanda, non senza interno spavento, che cosa vanno a fare a Roma? E n'ha in risposta: «uno dei nostri compagni, Ammone, è trattenuto per forza d'incanto prigione di un giovane di Narni, del seguito del cardinale Orsini: ed anche in ciò voi, uomini, dovreste vedere una prova implicita della vostra immortalità, potendo avere tanta autorità sopra di noi: io stesso una volta, chiuso in un'ampolla, ho dovuto servire un tedesco, sino a che un monacello barbuto mi liberò. Ora noi vogliamo tentare di rendere in Roma un simile servigio al nostro compagno, e con questa occasione cercheremo di condurre con noi questa notte all'Orco un paio di ragguardevoli personaggi». A queste parole del demonio si leva un venticello, e Satiele dice: «udite, il nostro Remisses vien già da Roma; questo venticello lo annunzia». Infatti tosto dopo appare un quarto, che essi lietamente salutano, e lo interrogano sulle cose di Roma. Le sue risposte contengono una severa condanna contro il Papato: Clemente VII s'è nuovamente collegato con gli spagnuoli e spera di sradicare la dottrina di Lutero non più con buone ragioni, ma colle armi di Spagna: guadagno netto pei demonii, che nella grande carneficina che ne seguirà, condurranno all'inferno una turba d'anime innumerevole. Dopo tali discorsi, nei quali Roma vien dipinta come pienamente caduta in potere dello spirito maligno, per causa della sua immoralità, i demonii spariscono e lasciano solo il poeta a proseguir la sua via.[528]
Chi voglia formarsi un'idea della diffusione che presero questi rapporti coi demonii, che in allora potevansi ancora pubblicamente confessare, ad onta del Malleus Maleficarum ecc., non ha che a consultare il libro, del resto assai letto, «Della occulta filosofia» di Agrippa di Nettesheim. Bensì egli sembra originariamente averlo scritto prima di recarsi in Italia,[529] ma nella dedicatoria al Tritemio egli nomina, fra molte altre, anche delle importanti fonti italiane, sebbene soltanto per guastarle insieme con quelle. Trattandosi di uomini di genere tanto ambiguo, quale era Agrippa, e di furfanti e pazzi, quali possono dirsi gli altri per la maggior parte, non ci può interessare gran fatto neanche il sistema, sotto il quale essi si mascherano con una farraggine di formole, suffumigi, unguenti, pentacoli, ossa di morti e simili.[530] Ma in primo luogo questo sistema è ricchissimo di citazioni delle superstizioni antiche; poi l'influenza ch'esso esercita nella vita degli Italiani e nelle loro passioni, è talvolta grandissima e caratteristica. A prima vista si direbbe che soltanto i più corrotti fra i grandi debbono esservisi accostati, ma le passioni sfrenate conducono a consultar gli stregoni anche uomini di gran conto e di mente svegliatissima in qualsiasi condizione, e la persuasione, che nell'incantesimo ci sia un fondo di vero, toglie anche a quelli che se ne tengono lontani, un po' di quella fede che hanno in una Provvidenza suprema dispensatrice delle cose umane. Con un po' di danno e un po' di pericolo pareva che si potessero saltare a piè pari impunemente tutti gli ostacoli posti dal senso comune e dalla morale e trascurare tutte le gradazioni intermedie, che si frappongono tra l'uomo e i suoi scopi leciti o illeciti.