RAGGUAGLIO STORICO SUL CASTELLO DI KENILWORTH POSTO NELLA CONTEA DI WARWICK,
Gaetano Barbieri translation
E SULLA PERSONA DEL CONTE DI LEICESTER TOLTO DALLA NOTIZIA CHE HA PUBBLICATA A TALE PROPOSITO IN LONDRA GIOVANNI NIGHTINGALE.
Se le mura degli abitati avessero la virtù della parola, oh quanti fatti nascosti ci svelerebbero! Oh quanti punti di storia tuttavia controversi ne rimarrebbero schiariti! Ma oimè! Qual serie di casi cordogliosi ad un tempo e nefandi porrebbero esse in aperto! Egli è pertanto ufizio del fedele storico, e del paziente antiquario il prestar voce agli avanzi lor rovinosi, e trar di mezzo ai rottami di un castello e di una gotica chiesa cattedrale le rimembranze de’ secoli andati, e la dipintura de’ pensamenti, e delle costumanze de’ nostri maggiori.
La città di Kenilworth, situata cinque miglia lontano da Warwick, giace in altrettanta distanza da Leamington e da Coventry. Fertili e pittoreschi ne appaiono i dintorni. Ma ciò che trae il viaggiatore a vederli è un antico castello, ove sir Walter Scott introduce i suoi leggitori.
Fin d’allora che comparvero fra queste contrade i Normanni conquistatori, venne Kenilworth divisa in due parti, l’una delle quali toccò ad Alberto Clerico, l’altra a Riccardo le Forestier.
Regnava il primo Enrico in que’ giorni ne’ quali Goffredo di Clinton fondò e il castello che siamo or per descrivere, ed un monastero abitato da monaci agostiniani, fabbrica di cui a’ dì nostri pochi vestigi appena rimangono.
Goffredo di Clinton, comunque uscito d’oscura famiglia, per suo sapere pervenne alle primarie dignità dello Stato, onde gli fu agevole il fornire di ricchi assegnamenti il predetto monastero. Allorchè l’insaziabile Enrico VIII venne nel divisamento di estirpare tutti i frati che trovavansi sotto il suo dominio, prendendone empiamente pretesto dagli abusi, che aveano corrotta la purezza delle primitive istituzioni, il monastero di Kenilworth fu valutato 533 lire sterline, e venduto siccome proprietà della Chiesa. Dispersi andarono i religiosi che lo abitavano, chiuse le porte di esso allo straniero e al viandante; e l’indigente e la vedova e l’orfanello si videro defraudati degli onesti soccorsi onde verso di lor largheggiavano gli antichi possessori di quel convento.
Se, come sul monastero, avesse potuto Enrico usare il suo dispotismo sul castello di Kenilworth, esso diveniva certamente retaggio di un qualche favorito di questo monarca; ma ben più ardua cosa era lo scacciare dal suo dominio un sol proprietario secolare, che lo sperdere un centinaio di pacifici religiosi.
È da sapersi, che il predetto castello non rimase lungo tempo dopo la sua fondazione alla famiglia dei Clinton, divenuto un quartiere di guardia reale fin sotto il regno di Enrico II.
Si crederà facilmente, che in que’ tempi, contrassegnati dalle turbolenze delle fazioni e delle guerre feudali, i castelli dei baroni non solamente erano utili a questi per offerire un rifugio ai loro vassalli, ma anche perchè fruttavano una rendita a chi li possedeva. Di fatto il seriffo di Kenilworth calcolava fra le sue entrate i tributi pagatigli da coloro che gli chiedevano ospitalità.
Sotto i regni di Giovanni e di Enrico III, grosse somme furono spese per convertire Kenilworth in una fortezza, a quei dì ragguardevole. Il secondo di tai sovrani presentò di questo castello Simone di Montfort, ed Eleonora, moglie di esso, ma la forza di simile donativo non doveva estendersi oltre il termine del viver loro.
Allorachè il conte impugnò l’armi contro del proprio sovrano, diede a sir John Gifford il comando dello stesso castello, ch’egli avrebbe dovuto riguardare siccome pegno della regale munificenza verso di lui, ed invece divenne per qualche tempo l’asilo de’ nobili che ribellarono.
Dopo la disfatta e la morte del conte di Leicester accaduta ad Evesham, Simone di Montfort, figliuolo del defunto, si sostenne in aperta ribellione entro di questa fortezza, ove il raggiunsero quei suoi partigiani, che poterono sottrarsi al cattivo esito della battaglia. Di lì Simone facea frequenti sortite, non ristandosi dal tribolare con ogni maniera di militari vessazioni le adiacenti campagne.
Ma queste scene di violenza interruppe il re, che, condottiero di un esercito, venne a mettere l’assedio dinanzi a Kenilworth. Simone, in cui non iscemò l’arroganza sintantochè si conobbe il più forte, diede allora prove di una pusillanimità, eguale alla ferocia in pria dimostrata, rifuggendosi segretamente in Francia, e lasciando il castello alla custodia di Enrico di Hustings, da lui nominatone governatore. Il Re non ignorando quanta forza avesse per resistere quella rocca, e sollecito d’altra parte di risparmiare un inutile spargimento di sangue, mentre intimò agli assediati la resa, offerse loro condizioni le più vantaggiose. Ma costoro, non contenti di farsi beffe della sovrana clemenza, rimandarono dopo averlo insultato, e fatto scempio delle sue membra, il regio parlamentario.
Allora ebbe principio l’assedio, e quel presidio si difese con gran coraggio. Quel castello era munito di macchine guerresche, diverse delle quali lanciavano enormi massi, come se ne vedono alcuni in mezzo alle rovine, che durano tuttavia.
Sei mesi vennero consumati da Enrico in dare inutili assalti, ma la fame e le infermità, potentissimi soccorritori degli eserciti assedianti, manomisero in guisa orribile quel presidio. Benchè a tanto stremo lo sapesse ridotto il re, pure gli offerse ancora onorevole capitolazione, accettata la quale entrò nella rocca. Egli ne fece immantinente dono al minore dei suoi figli, Edmondo, creandolo conte di Leicester e di Lancastre.
Nel settimo anno del regno di Eduardo III, Kenilworth fu teatro di un grandioso torneo, ove si segnalarono cento cavalieri, che erano per la maggior parte stranieri d’alto nome, venuti in Inghilterra per accrescerne in sì fatte giostre la gloria.
Vi assistette egual numero di matrone, e la storia, per far prova della pompa di vestire da esse sfoggiata, ne racconta che portavano manti di seta.
Dopo il bando, cui soggiacque Tommaso, conte di Leicester, figlio del conte Edmondo, il castello tornò ad essere proprietà della corona, ed Eduardo II lo scelse siccome asilo ne’ primi rischi fra’ quali trovossi avvolto. Ma esposto di poi a disastri novelli, la cattiva stella di questo monarca portò che questa rocca medesima fosse il luogo di sua prigionia, ove il condusse Enrico, conte di Lancastre, ed ove udì annunciarsi il decreto del Parlamento, tenutosi a Westminster, che lo privava del trono.
Sotto il regno di Eduardo III, il castello di Kenilworth divenne retaggio nuziale di Giovanni di Gaunt, fattosi sposo a Bianca, figlia di Enrico, conte di Lincoln e duca di Lancastre. Sino a questo momento, tutti coloro che godettero le fabbriche di tanto vasto edifizio, non aveano pensato che alla propria sicurezza, lontana troppo essendo dalle loro menti qualunque idea d’eleganza. Ma il regno di Eduardo III contrassegnò l’epoca di un assoluto cambiamento nelle costumanze della nazione; e fu in quel tempo, che per la prima volta i riguardi di agiatezza e lusso vennero consultati nell’architettura dell’Inghilterra. Giovanni di Gaunt ampliò considerabilmente il castello di Kenilworth, onde gran parte delle attuali rovine derivano dalle fabbriche, che la munificenza di questo personaggio innalzò.
Un’altra volta ancora tornò Kenilworth ai dominii della corona, per essere figlio del duca di Lancastre il re Enrico IV, e ne venne smembrato allora soltanto che Elisabetta lo diede in dono a Roberto Dudley conte di Leicester, che spese 63,000 lire sterline per ampliarlo ed abbellirlo; laonde Kenilworth divenne bentosto uno fra i più splendidi castelli di tutto il regno.
I piaceri principeschi di Kenilworth venivano riguardati siccome la quintessenza delle delizie cortigianesche. Sono quindi insino a noi pervenute lunghissime e sfarzose descrizioni delle feste che ivi si celebrarono. Tutto quanto vi fu sfoggiato in magnificenza e profusione, potrebbe ancora far maraviglia a’ dì nostri; ma il buon gusto era tuttavia nell’infanzia; laonde nulla presentavano que’ passatempi da cui non traspirassero noiosa uniformità, grottesche e grossolane combinazioni, e la pesante ed incomoda pedanteria d’un secolo semibarbaro.
Allorchè nel dì 9 di luglio del 1595, la regina Elisabetta venne ricevuta a Kenilworth, un ponte lungo 70 piedi fu costrutto per traverso ad una valle, che guidava sino alla gran porta del castello. Ogni pilastro di questo ponte andava guernito di offerte fatte alle sette divinità della Grecia; offerte che stavansi in gabbie piene d’uccelli, in frutta, biade, pesci, e grappoli d’uva, in musicali strumenti d’ogni specie, ed in armi ordinate a foggia di trofei. Un poeta che trovavasi alla testa del ponte, parlando in versi latini, dava spiegazione di tutti questi emblemi alla Regina. La donna del Lago, rimasta invisibile, fin da quando disparve il famoso principe Arturo, s’avvicinava sopra un’isola galleggiante per recitare poesie carezzevoli alla Sovrana. Videsi parimente Arione sopra un delfino lungo 24 piedi, e che portava un’intera orchestra nel ventre. Una sibilla, un selvaggio, ed un eco, collocatisi nel parco arringavano Elisabetta nel medesimo stile. E musica e danze profanarono quel giorno che cadeva in domenica. Ricchissimi razzi d’artifizio vennero tratti e dalla terra e dal mare. Fu pure rappresentata una scena teatrale, ed un battelliere italiano si segnalò per giuochi di destrezza. Nè mancarono, un combattimento di trenta orsi contro una truppa di cani, e tre cacce di cervi, ed una rappresentazione di nozze villerecce. Finalmente si diede agli abitanti di Coventry la permissione di offerire lo spettacolo d’una finta pugna, instituita a rammemorare in ciascun anno una famosa vittoria riportata contra i Danesi.
Una tal festa, che costò al conte di Leicester la somma di 19,000 lire sterline, spesa smisurata in que’ tempi, e che non si avrebbe per leggiera ai dì nostri; una tal festa, che durò circa tre settimane, ben meritava quelle replicate menzioni che di fatto ce ne hanno tramandate gli annali dell’Inghilterra.
Sir Walter Scott commemora la descrizione che ne ha lasciata lo storico Laneham, il cui racconto presenta originalità e vezzo incredibili. Le poche cose che qui ne abbiamo raccolte sono prese da miss Aikin; l’opera della quale sulla corte d’Elisabetta racchiude tutto ciò, che, fra le cose pubblicate intorno agli annali di questa sovrana, può maggiormente eccitare la curiosità.
Oltre al vino, e agli altri liquori, consumati in tale occasione a Kenilworth, furono pure bevute trecento venti botti di birra.
Nel durare della predetta festa vennero conferiti gli onori della cavalleria a sir Tommaso Cecil, figlio ed erede del gran Tesoriere, a Sir Enrico Cobham, a sir Francis Stanhope, e a sir Tommaso Tresham. Ma la più strana fra le particolarità, che a tal proposito ne vengono raccontate, è il risanamento di nove persone infette della pericolosa infermità detta morbo del Re (scrofole).
La Regina per dare un compenso alla leale affezione dimostratale dagli abitanti di Kenilworth, ed alla magnificenza con cui il loro signore la ricettò, concedette ai medesimi un mercato ebdomadario ed una fiera annuale.
Il conte di Leicester, privo di discendenza legittima, legò in usufrutto il castello ed i suoi dominii al proprio fratello Ambrogio, conte di Warwick, a condizione che dopo la morte dell’usufruttuario divenissero retaggio di sir Roberto Dudley, figlio naturale del testatore, il quale finchè visse non giudicò a proposito riconoscere questo Roberto siccome figlio legittimo, e lo qualificò sempre col titolo di bastardo.
La storia del conte di Leicester non è certamente fra le men meritevoli di destar attenzione. Comunque sarebbe assai difficile impresa il far tacere i gravi sospetti di colpe che ne oscurarono la memoria, pure è gran vezzo il risapere le cose d’un uomo, il quale, finchè visse fu presso questa celebre figlia d’Enrico VIII in tanto favore, che ognuno credè da un istante all’altro vedernelo sposo.
Il fratello di lui, Ambrogio, che abbiam di già nominato, ottenne l’ambìto titolo di buon conte di Warwick; ma non si potrebbe assicurare che tal predicato non gli fosse stato attribuito in odio del fratello, cui si volea generalmente dovuto l’altro di cattivo conte di Leicester.
Il popolo era solito contraddistinguere quest’ultimo col nome di cuor della Corte.
L’autore del romanzo di Kenilworth, cui piacque modificare i vizii del Leicester, ebbe l’arte di far ricadere sopra Varney, favorito del medesimo, pressochè tutta l’odiosità de’ torti, onde venne accagionato l’altro, inverso una donna, certamente degna di più virtuoso marito.
Nato nel volgere del 1532 il conte di Leicester, ebbe per padre Giovanni, duca di Northumberland. Ammesso di buon’ora al servigio del re Eduardo, ed entratone tosto in favore, la troppo giovanezza non gli fu ostacolo ad essere creato cavaliere.
Nel giugno del 1550, si sposò ad Amy, figliuola di sir Ugo Robsart, maritaggio che il Re volle onorare di sua presenza. Rapido fu poi il suo avanzarsi nella carriera dei servigi di corte.
Nei primi anni del regno di Maria, partecipò a tutti i disastri, che percossero gli altri individui della famiglia, alla quale apparteneva, e al pari d’essi fu imprigionato, giudicato e condannato; ma gli venne fatta grazia quanto alla pena di morte; poi nel 1554 ottenne la sua libertà.
Pervenuta alla corona Elisabetta, non solamente gli furono restituiti gli antichi titoli, ma godè ben tosto degli onori di primo favorito alla Corte. Prescelto alla carica di grande Scudiere, e nominato cavaliere della Giarrettiera, ebbe adito nel consiglio privato, nè fuvvi grazia di cui la regina non lo colmasse. Allorchè accompagnò nel viaggio di Cambridge questa sovrana, ognuno gareggiò nel dimostrargli i maggiori riguardi. Venne alloggiato nel collegio della Trinità. Niuno osava chiedere favori senza volgersi a lui. A sua istanza Elisabetta si valse del latino idioma nell’arringare quella Università.
Trovò nondimeno alla Corte un possente oppositore in Tommaso, conte di Sussex, che sollecito di combattere tutti gli avvisi che venivano dal Leicester, si manifestò caldissimo partigiano dell’arciduca Carlo d’Austria, molto insistendo presso l’Inglese regina, affinchè condiscendesse alle nozze, cui questo principe fervorosamente agognava. E le opposizioni fra i due Lordi andaron tant’oltre, che scoppiata fra essi aperta rottura, la Regina giudicò ben fatto interporsi per costringerli ad una reconciliazione. Tale avvenimento non menomò in conto alcuno il credito di cui godeva il Leicester, continuo nel chiedere, e nell’ottenere, nuove munificenze, e nuove cariche per sè e pe’ suoi aderenti.
Elisabetta, che voleva adombrare agli occhi del pubblico il vero motivo di tanti favori cumulati sopra d’un suddito, cercò loro un pretesto col proporre il conte di Leicester, siccome sposo a Maria Stuarda di Scozia, e col promettere a questa principessa, così per essa come pei sudditi di lei, quanti vantaggi avrebbe essa potuto desiderare in guiderdone di prestata condiscendenza. Si ebbero per sospette tali offerte dell’Inglese sovrana, ed i più antiveggenti fra i politici credettero ravvisare, che se la Scozzese le avesse accettate, il consenso da questa dato a tai nozze non avrebbe avuto altro effetto se non se di autorizzare un divisamento già concetto dall’altra, di fare cioè proprio sposo, anzichè di Maria, il conte di Leicester. Il modo del rifiuto opposto dalla donna di Scozia fu a questa altrettanto funesto, quanto apportarono danno alla contessa di Leicester le ambiziose speranze che invasero il consorte di lei, vista la possibilità di stringere nuziali nodi con una regina. Di questo maritale orgoglio fu vittima, a quanto narrasi, la sfortunata Amy Robsart, tolta di vita nel settembre del 1560.
Certamente l’istante del costei morire favoreggiò i sospetti a tal proposito insorti nel pubblico, perchè era di tutta necessità, che il Leicester fosse vedovo a fine di deliberare in quell’istante, in cui sembrò che l’Inghilterra avesse poste a sua scelta le nozze con una fra due regine, entrambe giovani e prive di marito.
Il Cambden sostiene che la contessa si precipitò dall’alto di un tetto. Tal morte destò, nè altrimenti potea, la pubblica compassione, eccitando le più sinistre voci a disonor del Leicester. Lo storico Aubrey nonostante narra in diverso modo sì fatta avventura, e credo ci sapran grado i leggitori se qui trascriviamo il racconto, siccome nel porse l’Aubrey, tanto più che questa Amy Robsart è la vera eroina del romanzo di Kenilworth, e che il movere a favor d’essa la più viva sollecitudine sembrò lo scopo primario di chi ’l compose.
«Roberto Dudley, sì scrive l’Aubrey, vivea in sì fatta intrinsichezza colla regina Elisabetta, che ognuno si aspettava ne diverrebbe marito qualora vedovo rimanesse. A togliere pertanto tutti gli ostacoli che lui rimovevano dal trono, il Leicester ottenne con istanze carezzevoli dalla moglie, ch’ella scegliesse per suo fermo domicilio Cumnor, paese situato nella contea di Berk, e divenuto di poi teatro della morte tragica di questa donna. La casa di Antonio Foster fu l’ospizio assegnato alla Contessa. Riccardo Varney, confidente, e vile complice della perfidia del conte, ebbe da costui l’ordine di sperimentare sulle prime il veleno, e ove tal metodo non fosse ben tornato a scellerata meta, di adoprarne qualunque altro più opportuno a liberarsi di questa infelice.»
»Di fatto essendo andata fallita la via dell’avvelenamento, il Foster e il Varney deliberarono con più violento modo adempire l’esecranda commissione, di cui s’erano incaricati.»
»Il primo di costoro mandò tutti i servi alla fiera d’Abingdon, villaggio situato tre miglia oltre Cumnor, ed egli e Riccardo Varney rimasero soli presso della infelice Contessa nel giorno in cui ella morì.»
»Questi due scellerati dopo averla, non risparmiando crudeli atti, strozzata, la precipitarono dall’alto di uno scalone, fatta indi divulgare la voce, che a solo caso doveva attribuirsi sì grave disastro. Ma nel darle sepoltura si affrettarono tanto, onde lo stesso Conte dovesse riprovare siccome imprudente almeno la condotta che tennero.»
»Sir Ugo Robsart accorse sollecitamente a Cumnor, e ordinato si disotterrasse la figlia, domandò una legale disamina, a fine di chiarire i sospetti, che d’ogni banda si sollevavano contra il Leicester, ed i costui satelliti. Ma fu opinion generale che il Conte trovasse modi per costringere il padre al silenzio. Certamente, lo stesso Conte non ebbe misura nell’ostentare il più intenso dolore, e volle che il cadavere di questa moglie virtuosa venisse in gran pompa sepolto nel tempio di S. Maria d’Oxford.»
»Fu cosa degna d’osservazione, continua lo stesso Aubrey, che il dottore Babington, cappellano del conte, il quale pronunziò l’elogio funebre della contessa, per due o tre volte mostrò sbagliarsi nel raccomandare alle preci degli assistenti questa virtuosa matrona trucidata sì crudelmente, anzichè valersi di frasi atte a far compredere che accidentale ne fosse stata la morte[1].»
Nel settembre del 1564, Elisabetta creò Roberto Dudley barone di Denbig, e il dì appresso conte di Leicester, delle quali dignità prese egli possesso con istraordinaria pompa e splendore. Non terminò l’anno che venne nominato cancelliere di Oxford. Il grande credito che questi godeva alla corte d’Elisabetta non risonava per Inghilterra solamente, ma in tutta l’Europa; laonde Carlo IX lo presentò del cordone di S. Michele; ordine in allora il più reputato fra quelli che dalla Francese corte si conferivano.
Giusta un’opinione assai generale, nel 1572 il conte di Leicester si fece sposo con lady Douglas, baronessa di Sheffield. Tali nozze vennero tenute con tanta segretezza, che la Regina le ignorò. Molti racconti sono stati fatti intorno questa sposa, non più felice dell’altra. Congiunta in legittimo maritaggio al Leicester, non le fu mai conceduto il farsi riconoscere siccome moglie. Niuna via lasciò intentata il conte onde rimoverla da sì fatta pretensione, e quando costui non ne vide altra più spedita, usò del veleno perchè la cosa stesse involta nelle tenebre del segreto.
Nel 1576, morì Walter, conte d’Essex, avvenimento che coprì d’altri obbrobriosi sospetti lord Leicester, soprattutto, allorchè due anni dopo si fecero note al pubblico le nozze da lui contratte colla contessa d’Essex. Perchè nel 1578, il duca d’Angiò essendosi posto fra i pretendenti alla mano di Elisabetta, il ministro di questo principe a Londra, che vedea nel conte di Leicester il più forte fra gli ostacoli opposti ai voti dell’augusto suo commettente, fece pervenire ad Elisabetta la notizia de’ nodi in cui si era stretto questo favorito della medesima. Ella ne venne in molto furore, comandando al Conte di non uscire dal castello di Greenvick, e stava per inviarlo alla torre di Londra, ma la rimosse da tal consiglio il conte di Sussex.
Il lord Leicester essendo pervenuto all’apice del potere, tutte le vie di perderlo furono poste in opera, nè quella si omise del certo di mettere in evidenza la perversità del suo animo. Nell’anno 1584, comparve contr’esso un invelenito libello, che portava per titolo Repubblica del Leicester. Erane scopo il dimostrare rovesciata per opera di costui l’inglese costituzione, e avere a poco a poco preso radici una nuova instituzion di governo, che non potea con miglior nome qualificarsi quanto con quello di Repubblica del Leicester. Per invigorire vie maggiormente sì fatte accuse, venia rappresentato il Conte, in cose di religione siccome un ateo, e in quanto spettava agli affari dello Stato, qual segreto traditore della Regina, oppressore del popolo, nemico inveterato della nobiltà, e vero mostro di natura, fattosi abbominevole egualmente per ambizione, atti crudeli, e sregolatezze.
La Regina credè della sua medesima dignità il sostenere in credito il favorito da lei prescelto, e l’attenuare quanto poteasi l’impressione che un simile libello aveva fatta nel Popolo. Con lettere pertanto indiritte al suo Consiglio privato, ella pronunziò, che tutte le cose asserite ad aggravio del Conte non erano men false agli occhi di lei, regina, di quanto il fossero nella mente di coloro stessi che osarono divulgarle.
Nel 1585, i Paesi Bassi protestanti essendo venuti a difficili e pericolose circostanze, chiesero la regina Elisabetta, affinchè desse loro un capo ragguardevole, ed idoneo a regolare i politici interessi di quelle provincie; nè la Regina esitò nell’inviare ad essi il Leicester. Cotal prova di sovrana confidenza il trasse in vie maggiore alterigia. Ma non gli durò oltre un anno sì fatto incarico, poichè tenne tale condotta da dispiacere alla stessa Elisabetta gelosissima de’ propri diritti, e la quale mal comportando che questo suddito intendesse a farsi independente, lo richiamò.
Ciò nonostante si vide ben accolto all’atto del suo ritorno, tanto più che in quel momento la regina Inglese abbisognava di chi le desse consigli sul modo di sciogliersi di Maria Stuarda senza scapitare nel proprio credito. Il Conte volle persuaderle la via di un avvelenamento, ma trovatasi questa impraticabile, ella poi si attenne all’altra deliberazione, per cui l’Europa contemplò lo spettacolo di una Regina perita sopra infame palco per sentenza d’una sorella.
Nel 1588, apportarono grave agitazione al popolo Inglese i preparamenti di guerra che si facevano dal re di Spagna. Ma con Elisabetta collegatesi le tempeste, i lidi dell’Inghilterra si allegrarono in mirar galleggianti all’intorno di sè i dispersi avanzi dell’armada tanto famosa.
Il Leicester si conservò in considerazione sino all’istante della sua morte, che accadde ai 4 di settembre del 1588 in una sua casa posta a Combury, nella contea di Oxford. Trasportate a Warwick le ceneri di un tal personaggio, vi furono sepolte colla più grande magnificenza. V’ha chi ne attribuisce la morte ad un veleno, che era stato preparato per un altro, ed inghiottito da Leicester medesimo.
Il figlio del Conte, Roberto Dudley, gli venne, nel 1573, da lady Douglas Sheffield. Il nascere di questo fanciullo fu celato con grande cura; cautela che rendevano opportuna parimente, e la necessità di non far conoscere ad Elisabetta i legami, in cui vivea colla predetta lady il Leicester, e l’altro pur di nasconderli alla contessa di Essex, se regge l’opinione che in quel tempo l’avesse egli fatta di già sua consorte.
Alla morte del padre, il giovane Roberto ne fu riconosciuto erede, senza potere però, come dicemmo, goderne i beni finchè viveva Ambrogio, zio del medesimo. Proclive per naturale inclinazione d’ingegno alle grandi imprese della navigazione, fece, nel 1594 un viaggio all’oceano del Sud. Peregrinando di poi nei paesi stranieri, assunse il nome di conte di Warwick, e avendo ricusato di abbandonarlo, vennero confiscati i suoi beni, e fu costretto ad una vita raminga e di fuggitivo. Accolto onorevolmente alla corte di Firenze, e dal pontefice Urbano VIII, morì nel 1639 soggiornando al castello di Cabello, assegnatogli per risedervi dal gran duca di Toscana.
Questo sir Roberto Dudley, non solamente dai principi, ma dai dotti ancora, fu avuto in grande onore; poichè gli diedero cospicua sede fra gli scienziati del secolo le cognizioni ch’ei possedea nella chimica, nella medicina, e nelle matematiche. Molte opere egli scrisse, che si apprezzano tuttavia.
La proprietà del castello di Kenilworth passò nel principe Enrico, il quale comunque si tenesse assai caro un tanto delizioso possedimento, nol credeva abbastanza assicurato dal titolo di una confiscazione ingiustamente decretata contro sir Roberto. Laonde fece proporre a questo di cedergli qualunque ragione sul predetto castello offerendogli per tal cessione un compenso di 14,500 lire sterline. L’altro, che non vedea migliore speranza di entrare a possesso di quanto per diritto gli perveniva, accettò il partito, onde l’accomunato si stipulò. Non quindi il Dudley potè toccare il pattuito danaro; perchè essendo morto poco dopo il principe Enrico, s’impadronì di Kenilworth il principe Carlo, che non si prese veruna sollecitudine di pagare i debiti del fratello.
Allor quando Carlo ascese al trono, fece dono di Kenilworth a Carey, conte di Monmouth. Ma non tardata di poi a scoppiare la guerra civile, i guasti che ne furono conseguenza percossero soprattutto quest’edifizio, ed i soldati Puritani di Cromwell estinsero perfin la memoria del suo antico splendore. Smantellatene le torri, atterrate le sue muraglie, disseccati i laghi che il circondavano, e devastati e lasciati ai rovi i giardini ed i parchi che lo abbellivano, quel delizioso soggiorno non offrì in breve che un mucchio di rovine, quale si scorge tuttora, e da cui non è risorto giammai.
Nei giorni della restaurazione, Carlo II concedè l’investitura di tali resti di diroccamento alla figlia del conte di Monmouth, e dopo di lei a Lawrence, visconte di Hyde, creato barone di Kenilworth, e conte di Rochester, retaggio che i discendenti di questo trasmisero al conte di Clarendon.
Non taceremo a tale proposito, che il lord Clarendon si è data grande sollecitudine, onde sottrar questi avanzi a guasti maggiori.
Ma ciò non toglie che questo castello, il quale comprendendo un recinto di sette acri fu soggiorno d’ogni eleganza, e grande argomento d’orgoglio a chi lo possedè, non sia presentemente ridotto ad un cumulo di rottami. Rimangono, egli è vero, alcuni appartamenti per metà diroccati, alcuni portici, alcune muraglie, e avanzi di merli, di scaloni, di finestre, la più parte de’ quali presentano tuttavia le vestigia de’ più vaghi ornamenti architettonici; ma il sovvertimento e la confusione di questi rimasugli sono sì grandi, che mal da essi può giudicarsi l’antico splendore di una fabbrica di cui fu sì alta un giorno la rinomanza.
Chiunque si fa a contemplar questi luoghi, sente l’anima assorta in soave malinconia, e l’incanto loro il richiama alla ricordanza delle trascorse età, nel tempo che la sua immaginazione si compiace in rialzare questo monumento della Inglese monarchia, sotto le cui volte posò la regina più celebre dell’Inghilterra.
La principale porta di questo castello, che fu fabbricata dallo stesso conte di Leicester, convertita ora in abitazione, è il soggiorno ordinario di William Boddington, affittuale del luogo, e persona di molti pregi fornita. E questa fa parte di tali rovine, ove si può abitar tuttavia, ed è parimente quanto avvi di più conservato. In uno degli appartamenti terreni vedesi un cammino, non privo di singolarità. La porzione superiore di esso è di legno intagliato, la inferiore che è di alabastro, presenta incise, la data del 1571, e le lettere R. L. (Roberto Leicester) iniziali del nome di questo favorito di Elisabetta.
La torre di Cesare è la parte più antica e più affortificata di esso castello. Le mura della medesima hanno una grossezza di sedici piedi, e a quanto credesi, sì fatta torre è tutto ciò che rimane ancora dell’antica rocca fabbricata in origine da Goffredo di Clinton.
La grande sala gotica ha ottantasei piedi di lunghezza, e quarantaquattro di larghezza. Fu altra volta un sontuoso appartamento, cui davano luce molte finestre d’elegantissima costruzione, oggidì tappezzate di edera. Alle feste che vi furono un tempo celebrate, ai romorosi clamori di gioia onde echeggiarono di già queste volte, è succeduto un assoluto silenzio, talor soltanto interrotto dallo stridor discorde de’ corvi, e dal gracchiare delle cornacchie e degli altri augelli amici delle macerie. Cotesta sala fa parte di quegli edifizi, che innalzati dal conte di Leicester, portarono propriamente il suo nome. Gli sfasciumi di essi, sparsi qua e là, si nascondono sotto la verzura dell’edere, e il soffiar de’ venti aquilonari, che agitano l’erbe crescenti su que’ merli abbandonati, inspira agli animi mestizia e venerazione ad un tempo.
Gli edifizi del conte di Leicester, così detti dal loro fondatore, benchè fossero gli ultimi ad essere fabbricati, pur li diresti la parte più antica di queste ruine, e ciò per la natura delle pietre adoperate a tal costruzione. Nuovi diroccamenti ogni dì ad essi sovrastano.
E tempo ed elementi, unitamente congiurarono contro il castello di Kenilworth. Nel 1817, una gran parte di facciata occidentale della torre di Cesare diroccò improvvisamente, e nel settembre del successivo anno, tutto l’angolo verso tramontana si distaccò con orrendo fracasso dal rimanente dell’edifizio. Nella quale occasione, alcune signore trasferitesi colà per rilevare i disegni di quelle maestose rovine, si sottrassero quasi miracolosamente alla morte.
«Questo castello (in tal guisa si esprime il Brewer, che alle cognizioni di antiquario e topografo unisce l’immaginazione di un autor di romanzi) questo castello, che ne’ giorni del suo splendore formò il migliore ornamento di Kenilworth, comunica parimente una malinconica maestà ai paesi circonvicini, tanta è la sublimità, che gli stessi rottami presentano.»
E per vero dire, sì fatti rottami hanno di che commovere il viaggiatore trattosi a contemplarli, perchè oltre al presentargli le più pittoresche prospettive del più bello fra gli edifizi, che noverò l’Inghilterra, gli rammentano importantissimi punti della storia di questa nazione.
Il castello adunque di Kenilworth gode celebrità incominciando dal secolo di Enrico I, soprannominato Beauclerc, ovvero il Dotto, e venendo sino alla nostra età; celebrità dovutagli, sia che ci portiamo a contemplare le immense moli innalzate dal Clinton, coperte oggidì dalla ruggine de’ secoli e quasi interamente diroccate, sia che la nostra mente si arresti a rimembrar quelle pompe, che il rendettero un giorno teatro alle prodigalità dell’ambizioso Leicester. Sotto entrambi gli aspetti, esso verrà sempre riguardato siccome obbietto prezioso al topografo e all’antiquario, e qual fonte fecondissima d’immagini all’istorico, al poeta ed al romanziere.
Dobbiamo pertanto saper grado all’autore del Romanzo di Kenilworth, il quale seppe con tanta maestria sposare la favola all’istoria, che tal suo lavoro non solamente assicura diletti a coloro, cui le lettere leggiere offrono vezzo, ma riconcilia l’uomo dedito a più gravi studii con un genere di componimenti, che la letteratura antica non ebbe.
Fine del ragguaglio storico.
KENILWORTH.