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Kenilworth, vol. 1/4

CAPITOLO VIII.

Gaetano Barbieri translation

Datemi i vostri consigli; saranno ascoltati, sig. Fenton, e posti anche in opera.

Le Commari di Windsor.

Diviene cosa indispensabile il risalire alle circostanze che accompagnarono, o a dir meglio produssero nell’osteria dell’Orso nero la subitanea sparizione di Tressiliano. Dopo lo scontro avuto con Varney egli era tornato al Carovanserai di Giles Gosling, ove chiese carta, penna e calamaio, ed annunziando che passerebbe tutta la giornata nel suo appartamento, vi si rinchiuse. Ricomparve nonostante la sera nella gran sala, ove Michele che, giusta l’obbligo assuntone, avea spiato ogni suo andamento, cercò di rinovar lega con essolui: «Spero che non avrete conservato rancore per l’affare di questa mattina.»

Ma Tressiliano rispinse con fermezza, non però disgiunta da urbanità, tal genere di cortesia: «Sig. Lambourne, non dovreste essere scontento del modo onde vi ho compensato pel tempo, che vi ho tenuto in faccende. A traverso la maschera di rozza semplicità, sotto cui vi coprite, vedo che è in voi discernimento bastante ad intendermi allorchè vi dico con franchezza, che avendo io ottenuto quanto era unicamente mio scopo, dobbiamo per l’avvenire considerarci come stranieri l’uno per l’altro.»

«Voto a Dios (esclamò il Lambourne rilevandosi colla sinistra mano una basetta, e portando la destra all’impugnatura della sua sciabola), se credessi che fosse in voi disegno di farmi aggravio...»

«Avreste bastante prudenza per sopportarlo, come è di vostro dovere in tutte le immaginabili combinazioni (gli rispose Tressiliano senza scomporsi). Voi conoscete assai bene qual distanza ne separi per non chiedere una spiegazione più ampia. Vi auguro la buona sera.»

Voltegli indi le spalle, si pose a favellar coll’ostiere. Il Lambourne non ne potea più dalla voglia di fare il bravo, ma limitò la sua collera a bestemmiare fra i denti, cedendo a quella prevalenza, che un uomo distinto per nascita, e maggiore di meriti, possede sempre sopra enti spregevoli di tal natura. Si assise borbottando in un angolo della sala, datosi ad osservar di soppiatto, ma in modo non equivoco, i pensieri, non che i moti di Tressiliano; e l’idea che nacque in lui di vendicarsi a proprio conto era nudrita dalla speranza di soddisfare ad un tempo le brame del Varney. Giunse l’ora della cena, che quando fu terminata, Tressiliano si ritirò nel proprio appartamento, tutti gli altri facendo lo stesso.

Era poco dacchè Tressiliano si era messo in letto senza poter prendere sonno, di cui teneano luogo le considerazioni nelle quali era immerso. D’improvviso ne fu interrotto il corso dal rumore che fece la sua porta aggirandosi su i proprii cardini, e da un debole raggio di luce, che si diffuse per tutta la stanza. D’un animo forte come l’acciaio, saltò giù del letto, ed afferrata la sciabola, stava per trarla dal fodero, allorchè udì questa voce; «Fermatevi, sig. Tressiliano, fermatevi. Son io, è il vostro albergatore Giles Gosling.»

E nello stesso tempo girando la parte opaca della sua lanterna, che sino a quel punto avea mandato un languido chiarore, mostrò i proprii lineamenti e la solita gioviale fisonomia all’attonito Tressiliano.

«Che vuol dir questo, sig. Gosling? Avete forse cenato bene come la scorsa notte? È uno sbaglio di stanza che fate? ovvero vi dareste a credere esser questo un luogo opportuno per venire a sfoggiare dopo mezzanotte le vostre facezie?»

«Non mi sbaglio nè di luogo nè di tempo, sig. Tressiliano: conosco queste due cose al pari d’ogn’altro ostiere dell’Inghilterra. Ma primieramente ho osservato, che quel ribaldo di mio nipote, in tutta la sera non ha dipartito gli occhi da voi più di quanto lo faccia un gatto che dia la caccia ad un sorcio. In secondo luogo, voi avete attaccato briga, vi siete battuto, o con lui o con alcun altro, e temo vi arrivi qualche sinistro.»

«Impazzite, mio caro ostiere? Vostro nipote, scusate, è al di sotto di chi può meritare il mio risentimento. Per altra parte, qual motivo v’induce a credere che io abbia attaccato briga con chicchesia?»

«Oh! il colore delle vostre guance me ne disse assai quando tornaste, o signore. E questo è un indizio sicuro, quanto è certo che la congiunzione di Marte e di Saturno partorisce sfortuna. Aggiugnete, che le fibbie del vostro centurino andavano traverso. Poi avevate l’aria agitata, camminavate d’un passo frettoloso. In somma non era cosa in voi, da cui non comparisse, che la vostra mano aveva accarezzato pochi istanti prima l’impugnatura della vostra sciabola.»

«Ebbene, amico, stando ancora che mi fossi trovato nella necessità di metter mano alla sciabola, è questo motivo bastante a lasciare da quest’ora un buon letto caldo per venire da me? Voi vedete che non mi è accaduta veruna disgrazia.»

«No sin qui. Ma non è anche finita. Tony Foster è un uomo pericoloso, ed ha alla Corte potenti protettori, che lo han tratto d’impaccio più d’una volta. Quanto a mio nipote....... vi dissi già l’animo mio. E se due bricconi hanno rinovato lega, non vorrei che fosse a vostro costo, mio rispettabile ospite. Michele ha fatto una specie di processo col mozzo di stalla per sapere l’ora della vostra partenza, e la via che sarete per prendere. Mi piacerebbe dunque che pensaste, se avete detto o fatto nessuna cosa da mettervi in riguardo contro d’un tradimento.»

«Voi siete un onest’uomo, Gosling (disse Tressiliano dopo avere meditato un istante), e quindi vi parlerò con franchezza. Se questi due malvagi han fatto cattivi disegni sopra di me, e non vi nego che sia ciò possibile, egli è perchè sono i commessi subalterni d’altro malvagio assai più potente di loro.»

«Voi intendete dire del sig. Riccardo Varney, non è vero? Egli venne ieri a Cumnor-Place, e ad onta delle cautele che ha prese costui, v’è chi lo ha veduto e me lo ha raccontato.»

«Sì, io parlava di lui, o mio ospite.»

«Ebbene. Per l’amor del Cielo, signor Tressiliano, pigliate bene i vostri passi innanzi. Questo Varney è il protettore, il signore del Foster. L’usufrutto di Cumnor-Place e del parco che costui gode, lo tiene dal sig. Varney, il quale poi ha avuti dal suo padrone, Conte di Leicester, i beni dell’Abbazia d’Abingdon, che comprendono i fondi usufruttuali del Foster. Si dice che lo stesso Varney possa tutto sull’animo del Conte. Io stimo troppo questo ultimo signore per non persuadermi che egli si valga del suo favorito nel modo, come pretendono certe persone. Ma è sempre vero, che lo ama, ed è inoltre indubitabile che il Conte può altrettanto sulla mente della Regina, intendo nelle cose convenevoli e giuste. Ora vedete quali nemici vi siete tirati alle spalle.»

«Su questo poi, la cosa è fatta. Non vedo un modo di rimediarvi.»

«Per Bacco! è ben necessario che vi rimediate o d’una maniera o dell’altra. Riccardo Varney... appunto per questo predominio ch’egli ha sullo spirito del Conte, e attese le moleste pretensioni che per essere succeduto nei diritti dell’Abbazia, fa valere in questi luoghi.... si ardisce appena pronunziare il suo nome fra noi. Voi vedeste di fatto che ieri sera non se ne disse una parola, mentre poi niuno si ristava dal gridar croce addosso a Tony Foster; e nella mia osteria non v’era al certo una sola persona non convinta, che Tony Foster eseguisce unicamente gli ordini del Varney, e che per conto del secondo la bella signora misteriosa viene custodita in Cumnor-Place. Ma a tale proposito voi ne sapete più di me, e benchè le signore non portino sciabola, ne hanno fatto uscire più d’una dal suo fodero.»

«Sì, onesto Gosling, intorno a questa infelice so molte particolarità, che non vi possono esser note. Anzi sento che ora abbisogno di suggerimenti, e ne prenderò volentieri da voi. Quindi vi narrerò per intero la storia che si riferisce ad un tale avvenimento, e tanto più volentieri il farò, che terminato il mio racconto, mi sarà d’uopo di raccomandarmi all’opera vostra.»

«Io non sono che un povero albergatore, sig. Tressiliano, e poco quindi capace di dar consigli ad un pari vostro. Ma, quanto è sicuro che ho tenuto sempre la strada dell’onestà in questo mondo, e che ho dato a tutti buona misura non mi facendo pagare prezzo maggiore del ragionevole, altrettanto potete star certo che se non mi riuscisse d’aiutarvi, non tradirei per un regno le confidenze che mi farete. Parlatemi adunque a cuore aperto, come se raccontaste le cose a vostro padre, ed assicuratevi, che se ho anche un poco di curiosità, perchè la curiosità entra fra le virtù della mia professione, questa va sempre accompagnata da una dose ragionevole di prudenza.»

«Non ne dubito punto, o Gosling, Tressiliano rispose (e intanto che il suo uditore preparavasi a dargli intera attenzione, meditò un istante donde incominciar doveva il racconto). Per rendermi adunque intelligibile, mi farà di mestieri il rimontare ad una data più antica. Voi avete senza dubbio udito far parola della battaglia di Stoke, e fors’anche di Sir Ruggiero Robsart, che valorosamente sostenne le parti di Enrico VII avo della Regina, e che mise in rotta, e il conte di Lincoln, e il lord Geraldin co’ suoi Irlandesi, ed i Fiamminghi che la duchessa di Borgogna aveva inviati in soccorso di Lambert Simnel.»

«Mi ricordo di tutto ciò, disse Gosling. Nella mia sala se ne canterà dodici volte per settimana la ballata. Ed è in onore di Sir Ruggero Robsart di Devon, l’aria, che intuonano per le strade i nostri canterini:

»Fior de’ prodi oppone il petto »Alla mischia orrenda e fiera, »Come sfida onde e bufera »Fermo scoglio in mezzo al mar».

»Oh! sì; e mi ricordo ben anche di Martino Swart e de’ bravi Alemanni da lui condotti, di quei loro giustacuori tagliati a festoni, e di quelle loro stravaganti brache tutte increspate colle fettucce. V’è un’aria anche in onore di questo Martino, e dovrei ricordarmela.

»Allestite, o soldati, i corsieri, »È Martin che vi chiama alla pugna. »La sua voce.....»

«Se cantate così, caro ostiere, sveglierete tutti quei della casa, e avremo più uditori di quello ch’io non vorrei aver confidenti.»

«Perdonatemi, sig. Tressiliano, io andava via colla mente. Ma quando una vecchia canzone torna in memoria a noi altri cavalieri dello spiede, par che a forza ci voglia uscire di bocca. Ora vi ascolto.»

«Il mio avo grandemente affezionato alla casa di York, come lo erano molti fra gli abitanti di Cornovaglia, si mise dalla parte di questo Simnel, che assunse il titolo di conte di Warwick, perchè tutta questa contea stette a favore di Perkin Warbeck, che s’intitolava duca d’York. Il detto mio avo raggiunse gli stendardi di Simnel; ma dopo avere combattuto con prodigioso valore, fu fatto prigioniero nella giornata di Stoke, ove i capi di questo sfortunato esercito perirono per la maggior parte coll’armi alla mano. Il prode cavaliere cui questo mio antenato si arrendè, fu Sir Ruggero Robsart, che postolo al sicuro della regale vendetta, il rimandò libero senza riscatto; ma non potè sottrarlo agli altri effetti della sua prima imprudenza, alle grosse ammende cioè pronunziate contr’esso, espediente favorito di Enrico, che infievoliva per tal modo i proprii nemici. Il buon Robsart ciò nonostante fece quanto potè per alleviare l’infortunio dell’avo mio, e sì intrinseca divenne la loro amicizia, che mio padre fu allevato come fratello e compagno di Sir Ugo Robsart figlio unico di Sir Ruggero, nè inferiore al padre in indole generosa, benefica, ospitale, benchè nella sapienza militare nol pareggiasse.»

«Ho inteso parlare, e ben più d’una volta di quest’ottimo Sir Robsart, disse l’ostiere. Il suo primo bracchiere, William Badger, servo, più di quanti mai ve ne sieno, affezionato al padrone, ne ha detto bene più di cento volte in mia casa. È un cavaliere che ama l’allegria, passionato ad usar atti d’ospitalità, ed avvezzo a tener tavola aperta più di quello che s’usa ai nostri giorni; perchè ora in soli galloni d’oro si mette sulle spalle d’un servo quanto basterebbe per regalare, tutto un anno, di manzo e birra una dozzina di galantuomini, ed anche per fornir loro il modo di andare una sera d’ogni settimana a ricrearsi alla taverna, a fine di non dimenticare i poveri ostieri.»

«Quando dunque conoscete il Badger, mio caro Gosling, è certo che avete inteso a parlar molto di Sir Ugo Robsart; laonde mi limiterò a dirvi che ha spinto l’ospitalità, di cui lo lodate, al punto di vederne sconcertate le proprie sostanze. Ma ciò non sarebbe il massimo de’ mali, non avendo egli altra erede fuorchè una figlia. Ed è qui che comincio io a comparire nella tessitura di tale storia. Morto mio padre, son già parecchi anni, il buon Sir Ugo non avrebbe mai voluto che mi dipartissi da lui. E la passione della caccia, passione in me ardente quant’era in Sir Ugo, mi scemava il merito di secondare le brame di un uomo cui mi stringevano vincoli di gratitudine e di amicizia ereditaria. Pur talvolta io provava rimorso, perchè tale inclinazione m’impediva di darmi a studii che mi sarebbero stati assai più giovevoli. Ma questo istesso rimorso cessò affatto in me per ben altra cagione. La rara bellezza di Amy figlia di questo uomo rispettabile, cresceva in essa al pari dell’età, nè potea non fare impressione in un giovane che stava di continuo al suo fianco.»

«E il padre non approvò il vostro amore. La cosa va co’ suoi piedi; e in tali circostanze è sempre l’uso così. Il sospiro che vi è sfuggito in questo istante prova che il padre della vostra Amy non si dipartì da tal uso.»

«La cosa è affatto all’opposto. Il generoso sir Ugo approvò il mio amore, ma fu il cuor della figlia che ricusò di dividerlo. Ella mi concedè nondimeno la propria stima, permettendomi di sperare che a questa stima un sentimento più tenero sarebbe succeduto. Il nostro contratto di nozze fu stipulato e sottoscritto, perchè così volle il padre, ma venne differito ad un anno il celebrarle, tale essendo il desiderio che la giovane ne dimostrò. In questo intervallo, Riccardo Varney comparve in quelle vicinanze. Prevalendosi d’una lontana parentela, ch’egli avea con sir Ugo, gli fece frequenti visite, ed infine passava pressochè tutti i giorni in sua compagnia.»

«Cattivo augurio per la casa ch’egli onorava di sua presenza!» disse Giles Gosling.

«Ah! voi non dite che troppo vero, e non ne derivarono che disgrazie. Ed in un modo sì strano ch’io non so ancora unire insieme le successive combinazioni onde piombarono su d’una famiglia, infino a quel giorno tanto felice. Per qualche tempo, la giovane Amy sembrò accogliere le premure dimostratele dal Varney con quella indifferente urbanità, con cui generalmente si sogliono contraccambiare cortesie che non abbiano un serio scopo. Non andò guari che sembrò lo vedesse con rincrescimento e fino con ripugnanza. D’improvviso, strinsero insieme una lega di natura affatto straordinaria. Varney rinunziò ai modi di pretendente e di amante, che sulle prime aveva assunti presso di lei. Amy, in vece, non gli dimostrò più quella agghiacciata freddezza che aveva opposta per lo innanzi alle prime sue cortesie. Sembrò regnasse fra essi una segreta intelligenza fondata sulla confidenza scambievole. Ne fui oltremodo scontento, e sospettai perfino che avessero segreti convegni per intendersi l’un l’altro senza essere impacciati dalla presenza mia o del padre d’Amy. Nondimeno io credeva ancora il cuore di lei franco ed aperto, come lo annunziavano quegli angelici lineamenti; benchè una folla di circostanze offertesi dopo quel tempo alla mia memoria, avrebbero dovuto convincermi delle segrete loro corrispondenze. Ma che giova ora il descrivere particolarità? Il fatto parla da se medesimo. Ella scomparve dalla casa paterna, Varney se ne allontanò in quel medesimo giorno; e ieri ho trovata Amy Robsart nella casa del vilissimo Foster, ove ho veduto Varney, quando giugneva da una porta di dietro, avvolto in grande mantello.»

«E questa è la cagione per cui vi siete cimentato? Mi pare, sig. Tressiliano, che prima di farvi campione di questa signora, avreste potuto informarvi s’ella lo desiderava, o lo meritava?»

«E che? Non sapete voi che mio padre, e come tale io riguarderò sempre sir Ugo Robsart, stassi fra le domestiche mura immerso nel più disperato dolore, o cerca invano, dandosi alla caccia, ricreazione sua prediletta, di sbandir dal cuore una immagine che vi si presenta soltanto per lacerarlo? Poteva io sopportare l’idea di veder vivere questo padre nell’affanno, e la figlia sua nell’infamia? Io mi posi dunque in traccia di Amy, mosso da speranza d’indurla a tornare nel seno di sua famiglia. Trovai questa giovane sciagurata, e quando, o sarò riuscito nel concetto disegno, o ne avrò ravvisata l’impossibilità, la mia risoluzione è presa. I miei giorni si termineranno nell’isola della Virginia.»

«Non vi abbandonate a sì violento partito, sig. Tressiliano, nè vogliate rinunziare alla patria vostra, perchè una donna è una donna, che cambia cioè amanti siccome nastri, senz’altro motivo che la sua fantasia. Ma prima di esaminare più addentro la cosa, permettetemi chiedervi come avete saputo sì bene mettervi sulla via di trovare il soggiorno di questa giovane signora, o per meglio dire il luogo ove si tiene nascosta?»

«Non ignorava io che Varney aveva ottenuti i dominii dell’Abbazia d’Abingdon, e tal circostanza mi trasse a credere che Amy fosse in questi dintorni. Si raddoppiarono i miei sospetti, allorchè l’altro ieri intesi parlare d’una signora, che vivea sotto velo di tanto mistero a Cumnor-Place. La visita che feci colà con vostro nipote, mi provò poi quanto fossero essi fondati.»

«E quali sono al presente i vostri divisamenti? Scusate la libertà ch’io mi prendo d’interrogarvi.»

«È mia mente tornare in questo giorno medesimo alla casa del Foster, e procurarmi con Amy un intertenimento più concludente dell’ultimo. Sarà forza dire che quell’animo è cambiato sotto ogni aspetto, se non arrivo a farvi impressione.»

«Con vostra buona grazia, sig. Tressiliano, voi non vi cimenterete, io spero, a tal passo. Se non vi ho male inteso, la giovane ricusò già d’ascoltarvi.»

«Non è che troppo vero. Non posso negarlo.»

«E in qual modo adunque sperate poter costringerla a far cosa contro la propria inclinazione, comunque disonorante ne sia la condotta e per conto di lei e per quello della sua famiglia? Quand’anche le foste padre, o fratello, la genìa fra le cui mani ell’è capitata, non esiterebbe un istante a chiudervi la porta in faccia. Ma essendo inoltre un amante da lei ributtato, correte di più rischio, che coloro vi facciano un mal partito. E allora a qual magistrato volete volgervi per ottenerne protezione ed assistenza? Perdonatemi la troppa franchezza, ma voi siete in procinto di gettarvi nell’acqua per afferrare un’ombra, nè potete uscirne che ben bagnato, se pure avete la fortuna di non annegarvi.»

«Porterò querela al Leicester contro l’infamia del suo favorito. Il Conte cerca di farsi forte colla sponda dei severi e rigidi Puritani. Egli dunque non ardirebbe negarmi giustizia per un riguardo a se medesimo, quand’anche non fossero in lui i principii d’onore e di nobiltà, che gli vengono generalmente attribuiti. Poi, ad ogni evento, spingerò la mia appellazione al trono della stessa Regina.»

«Quanto al Leicester, non mi maraviglierei se lo trovaste propenso a difendere il suo favorito, perchè Varney si vanta di poter tutto sopra di lui. Ma, dite bene; un’appellazione alla Regina li metterebbe e l’uno e l’altro alle cose ragionevoli, perchè Sua Maestà cammina stretto in questo genere di negozi, e a quel che in oltre si vocifera, perdonerebbe più volentieri a dodici cortigiani l’essere innamorati di lei, che ad un solo di questi il dar a comprendere che trova un’altra donna più bella. Fatevi dunque coraggio, ed anzi tenetevi solamente all’ultima idea. Portate a’ piedi del trono una supplica di sir Ugo colla descrizione dell’insulto, che vi è stato fatto, e il Conte, oh! lo vedrete, getterebbe piuttosto la sua testa nel Tamigi, che compromettersi a sostenere il favorito in cosa di tal natura. Ma per compir tutto questo, e poter sperar buon successo, è mestieri il mettersi all’opera seriamente. In vece di perdervi qui a tirar botte col primo scudiere del Leicester, o d’esporvi ai pugnali de’ suoi colleghi, correte subito nella contea di Devon, fate sottoscrivere una supplica a sir Ugo, e cercatevi amici che vi possano proteggere alla Corte.»

«Il vostro raziocinio è giusto, o Gosling, e voglio ad esso uniformarmi. Partirò dimani allo schiarire del giorno.»

«Fate meglio, sig. Tressiliano. Partite in questa notte medesima. Non ho mai desiderato tanto di veder giungere un viaggiatore al mio albergo, come ora desidero di vederne voi andar via. Mio nipote verrà, un dì o l’altro, appiccato. Lo sia, poichè questo è il suo destino; ma non vorrei che ciò gli accadesse per avere scannato uno tra’ miei più rispettabili ospiti. Il proverbio dice: È meglio viaggiar da solo la notte, che in pieno mezzogiorno a fianco d’un assassino. Partite, signore, partite tosto per la sicurezza di voi medesimo. Il vostro cavallo è lesto, perchè gli ho messo io briglia e sella; e qui è il vostro conto.»

«Non ascende ad un nobile (disse Tressiliano, mettendogli fra le mani una piastra d’oro). Piacciavi passare il restante alla gentile vostra figlia Cicily, e ai famigli dell’albergo.»

«Essi faranno onore alla vostra generosità, mio signore, e voi ricevereste dalla propria bocca di mia figlia i suoi ringraziamenti, se non si opponesse a ciò l’ora che è.»

«Non permettete, che i viaggiatori si prendano troppa libertà con vostra figlia, mio caro Gosling.»

«Oh! avrò cura di starci attento. Ma, dopo quello che mi raccontaste, non mi fa maraviglia che da voi vengano avvertimenti di tal natura. Narratemi dunque. La bella signora, con qual occhio vi guardava ieri?»

«Sembrava più indispettita che confusa, e temo assai ch’ella si trovi avvolta tuttavia nel delirio di una funesta illusione.»

«Ma se ciò è, caro signore, perchè farvi il campione di una donna, che non si cura di voi? Perchè affrontare per essa il risentimento del favorito di un favorito? Ah! l’amore è il mostro più pericoloso, in cui possa scontrarsi un cavaliere che vada rintracciando avventure.»

«Voi v’ingannate, Gosling, e vedo che non mi avete inteso. Io non desidero più, che Amy mi conceda un solo de’ suoi pensieri. Ch’io la veda un’altra volta fra le braccia del padre, e quanto mi rimane a fare in Europa, e forse su questa terra, è terminato del tutto.»

«E non sarebbe migliore risoluzione bere un bicchier di vino, e dimenticare ogni malinconia? Ma capisco bene che venticinque anni e cinquanta non vedono questi affari coi medesimi occhi, soprattutto quando questi occhi si trovano lì sulla testa d’un giovane nobile, e qui sulla testa d’un vecchio ostiere. Io vi compiango, sig. Tressiliano..... Ma mi diceste, che potrei esservi utile! Non vedo ancora in qual cosa.»

«Vel dico subito, Tressiliano rispose. Vorrei che steste coll’occhio aperto su quanto accade a Cumnor-Place; cosa che potete fare senza timore di dar sospetto a nessuno, attese le molte persone che frequentano il vostro albergo; poi, che me ne informaste per iscritto, valendovi di quel qualunque, che vi presenterà per parte mia quest’anello. Osservatelo attentamente per riconoscerlo, ed in allora vi pregherò conservarlo come una mia memoria.»

«Io non bramo ricompensa di sorte alcuna, o signore, ma mi sembra sarebbe cattivo partito per un uomo posto, com’io, in una condizione dipendente affatto dal Pubblico, il frammettermi in un affare di tal natura, ed in cui non posso nemmen dire a mia giustificazione d’avere verun interesse.»

«Verun interesse, dite? E che? non siete voi padre? Qual altro è lo scopo del servigio chiestovi che di far rientrare sul cammino della virtù una giovane traviata fra i sentieri del disonore e del vizio? Avvi in tutto il mondo interesse più rilevante?»

«È per altro vero, e compiango con tutto il cuore questo vecchio rispettabile e sfortunato, che ha malmesso il suo patrimonio a furia di liberalità e facendo onore al suo paese, ed or si vede rapire barbaramente da uno sparviero, come Varney, una figlia, che dovea essere la sua consolazione. L’impresa cui vi accingete è veramente arrischievole, ma non importa. Imparerò ad urlare coi lupi, e vi assisterò nel nobile disegno di restituire la sua figlia ad un misero vecchio, finchè però non mi diate altra incumbenza che di farvi giungere con fedeltà le notizie di quanto saprò. Voi potete adunque far conto sulla mia persona. Ma voi dal canto vostro abbiate prudenza, ed anche riguardo per me, nel custodire gelosamente il mio segreto, perchè se venisse a sapersi, che l’ostiere dell’Orso nero si prende brighe di questa natura, addio miei avventori. Varney avrebbe abbastanza credito presso i Magistrati per farmi atterrare l’insegna‍[11], e togliermi la patente, e rovinarmi in somma, incominciando dalla cantina, e andando fino al granaio.»

«Non temete ch’io non usi circospezione, o Gosling, nè ch’io dimentichi mai quanta gratitudine è dovuta e ai servigi che siete per prestarmi, ed ai rischi cui potreste esporvi per me. Ricordatevi bene di quest’anello, nè vi fidate ad altri che a chi ne sarà apportatore, per farmi giugnere le notizie che avrete a trasmettermi. Ora profittando del savio vostro suggerimento, non penso più che ad andarmene.»

«Seguitemi, sig. Tressiliano, e abbiate cura di marciare con tanta leggerezza, come se invece di camminare sopra un tavolato d’assi, foste coi piedi sulle uova. Rileva assai che nessuno sappia nè il come, nè quando siete partito.»

Tostochè Tressiliano fu vestito, l’ostiere lo scortò colla sua lanterna sino ad un picciolo cortile contiguo ad una scuderia, che per solito non veniva posta in uso, che quando erano piene tutte l’altre. Il cavallo di Tressiliano stava lì, mercè alle cautele prese da Gosling, il quale dopo avere aiutato il cavaliere ad attaccare la valigia alla sella, aperse la porta di dietro, gli strinse la mano, e rinnovatagli la promessa d’istruirlo d’ogni cosa che accadrebbe a Cumnor-Place, gli lasciò intraprendere la sua solitaria peregrinazione.

Fine del primo volume.

A S. E. REVERENDISSIMA MONSIGNOR COLANGELO PRESIDENTE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE

ECC. REV.

Marotta e Vanspandoch librai tipografi desiderano di ristampare la Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott. All’oggetto la pregano di accordarne loro il permesso.

R. Marotta e Vanspandoch.

A dì 19 dicembre 1824.

PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE.

Il Regio Revisore signor D. Girolamo Parroco Pirozzi avrà la compiacenza di rivedere la soprascritta Collezione, e di osservare se vi sia cosa contro la Religione, ed i dritti della Sovranità.

Il deputato per la revisione de’ libri

Canonico Francesco Rossi.

ECCELL. E REVER. SIGNORE

Ho con attenzione osservata la Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott. In essa niente si oppone alla Religione, od al Re (D. G.). Può quindi, previa licenza dell’E. V., darsi alla stampa; anche per fomentare il buon gusto delle amene lettere.

Dalla parrocchia di S. Gio. in Corte

li 24 dicembre 1824.

Il Regio Revisore

Girolamo M.re Pirozzi Parroco.

Napoli 28 Dicembre 1824.

PRESIDENZA DELLA GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE.

Veduta la dimanda de’ librai tipografi R. Marotta e Vanspandoch, con la quale chiedono di ristampare la Collezione de’ romanzi storici di Walter Scott;

Veduto il favorevole rapporto del R.º Revisore D. Girolamo Parroco Pirozzi;

Si permette che l’indicata Collezione si stampi, però non si pubblichi senza un secondo permesso, che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto uniforme la impressione all’originale approvato.

Il Presidente

M. COLANGELO.

Pel Segretario Generale e Membro della Giunta

L’Aggiunto Antonio Coppola.

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