CAPITOLO VII.
Gaetano Barbieri translation
La Corte è un mare, di cui il cortigiano si crede il padrone. Diresti che i venti, il flusso e il riflusso, gli scogli e i turbini sono ai suoi comandi, che a sua voglia le navi giungono a salvamento o fanno naufragio. Ma egli è uno di que’ falsi arcobaleni che talvolta ci presentan le nubi, e forse poco durevole al pari di esse.
Detti d’antica Commedia.
La lotta sostenuta dalla Contessa contro l’insistenza del Varney, le avea inspirato nell’attimo sì fatto mal umore e tal confusione, che le si leggean sulla fronte. Ma questa nube si dissipò per dar luogo al comparirvi di purissima gioia, e d’ogni segno di tenera affezione, allorchè gettatasi fra le braccia di quel diletto ospite, e stringendolo al proprio seno, sclamò, tratta fuor di se stessa: «Finalmente!.... finalmente!.... eccoti giunto.»
Varney, nell’atto istesso di vedere il Conte, rispettosamente si ritirò, e Giannina volea ritirarsi del pari; ma fattole segno dalla padrona di rimanere, si ridusse in fondo all’appartamento, stando attenta se qualche ordine le venisse dato.
Intanto il Conte colmo d’accarezzamenti fattigli dalla sua sposa, li contraccambiò con tenerezza non meno affettuosa; e soltanto mostrò di resistere quand’ella si fece a levargli il mantello.
«Oh! (sclamò la medesima sorridendo) voi non vi nasconderete sotto di esso più lungo tempo. È d’uopo ch’io veda se mi teneste la parola datami, se venne a visitarmi il Conte, o un privato, siccome è stato finora.»
«Tu non dismentisci l’esser di donna, o mia Amy (disse il Conte dandosi per vinto in lotta cotanto soave). La seta, i pennacchi, le gemme, agli occhi del vostro sesso hanno maggior pregio dell’uomo che ne va adorno. Vi son molte lame, è vero, le quali traggono ogni valore dal ricco fodero che le copre.»
«Cosa che mai non sarà detta di voi (rispose Amy, tanto che il mantello cadutole a’ piedi le scoperse il conte fregiato di vesti, quali un principe avrebbe credute assai sfarzose per presentarsi in esse alla corte). Voi rassembrate l’acciaio di buona tempera, che sdegna gli esterni ornamenti di cui è meritevole. Non vi deste a credere di essere in queste pompose vesti meglio amato da Amy, che ella non vi amò sotto il bruno pastrano ond’eravate coperto, quand’essa nella foresta di Devon vi diede il suo cuore.»
«E tu pure (disse il Conte, conducendola con grazia congiunta a maestà verso il sedile di parata, che entrambi gli aspettava) tu pure, o mio amore, vesti un abito confacevole al tuo grado; e che nondimeno non può aggiugnere alcuna cosa a’ tuoi vezzi. Che ti sembra del buon gusto delle dame della nostra Corte?»
«Non so dirtene nulla in questo momento (diss’ella, portando l’occhio ad un grande specchio che veniva ad essere rimpetto al Conte). Non posso pensare a me finchè vedo le tue sembianze riflettute da quello specchio. Sediti là (soggiunse avvicinandolo di più a quel sedile) sediti là siccome un ente cui deve ognuno ammirazione ed onore.»
«Spero prenderai tu pure al mio fianco la sede che t’appartiene.»
«No, no: voglio starmi a’ tuoi piedi assisa su questo sgabello per mirarti meglio in tutto il tuo splendore, e vedere la prima volta in qual modo i principi vanno vestiti.»
Indi, mossa da una curiosità infantile che trovava scusa e nella sua giovane età, e nella vita ritirata, cui fu avvezza, e che meglio le si addicea, perchè inspirata da tenero amore di sposa, si fece ad esaminare e ad ammirare dal capo ai piedi il vestire dell’uomo, che formava il più bell’ornamento della corte di Elisabetta, di quella corte copiosa egualmente di giudiziosi ministri, come di amabili cortigiani. Tutto compreso d’affetto per l’avvenente sua sposa, il Conte gioiva dello stupore ch’essa dava a divedere; onde i nobili lineamenti di questo personaggio esprimevano passioni più soavi di quelle che per solito venivano manifestate dall’altera sua fronte, e da que’ neri occhi sfolgoreggianti e nunzii d’altissimo accorgimento. Più d’una volta ei sorrise dell’amabile ingenuità onde Amy gli movea interrogazioni su diverse parti del suo abbigliamento.
«Questa lista ricamata, come voi la nominate, che cinge il mio ginocchio, gli diss’egli, è la giarrettiera d’Inghilterra, ornamento del quale i re vanno superbi. Vedete? è questa la stella che le appartiene. Questo è il diamante il Giorgio, gioiello dell’ordine. Vi sarà noto, cred’io, che il re Eduardo e la contessa di Salisbury....»
«Oh! conosco tale istoria, soggiunse Amy, fattasi alquanto rossa, nè ignoro già che un legaccio di donna si è convertito nel più nobile emblema dell’Inglese cavalleria.»
«Venni fregiato di quest’ordine congiuntamente a tre ragguardevolissimi cavalieri, che furono il duca di Norfolk, il marchese di Northampton, e il conte Butlan. Di noi quattro io era in dignità il men sublime. Ma che rileva? A chi brama raggiugnere la sommità d’una scala fa di mestieri incominciare dal più basso gradino.»
«E questa collana di sì ricco lavoro, nel mezzo della quale sta sospeso un ciondolo, simigliante ad una pecora quanto alle forme? un tale emblema che cosa significa?»
«Esso è l’ordine del Toson d’oro, già instituito dalla casa di Borgogna. Chiunque ne vada ornato, gode d’alte prerogative; onde il medesimo re di Spagna, erede dei dominii e degli onori che appartennero alla ridetta casa, non ha diritto a giudicare un cavaliere del Toson d’oro, tutte le volte che mancano l’assenso e il concorso del gran capitolo di un tal ordine.»
«Questo è dunque un ordine che appartiene al crudele re della Spagna! Oh Dio!, Milord, non è forse per un Inglese far onta alla nobiltà del proprio cuore, l’accostarsi solamente a sì fatto emblema? Ricordatevi i tempi sfortunati della regina Maria, allora che quest’istesso Filippo regnava con essa su l’Inghilterra, que’ tempi, in cui si apprestarono orrendi roghi ai più ragguardevoli, ai migliori e più santi in fra i prelati Anglicani. E voi, detto il campione della religione Protestante, potete senza ribrezzo portar l’ordine di un tal sovrano, qual è il re di Spagna, inimico mortale del culto che professiamo?»
«Tu non imparasti ancora, o mia vita, che noi cortigiani, ai quali è d’uopo veder gonfie le nostre vele dall’aura favorevole della reggia, non abbiamo l’arbitrio d’inalberar sempre lo stendardo che ne è più caro, o di sottrarci a nostro grado alla necessità di veleggiare sotto sgradita bandiera. Non mi ho per men Protestante, mel credi, perchè spinto da riguardi politici ho accettato l’onore che il re di Spagna mi compartì, decorandomi del primario ordine di sua cavalleria. Poi quest’ordine, volendo considerare al giusto le cose, appartiene alla Fiandra, e i d’Egmont, gli Orange, e molt’altri insigni personaggi superbiscono nel vederlo oscillare sul cuor d’un Inglese.»
«Voi sapete quel che vi conviene, o Milord. E quest’altra collana, questo bell’ornamento in cui vien terminata, da qual paese derivano?»
«Dal più misero di tutti. È questo l’ordine S. Andrea di Scozia, tornato in vigore per volere del defunto re Giacomo. Ne fui presentato allor quando credeasi, che la giovane vedova Maria regina di Scozia avrebbe gratamente accettata la mano di un barone di nostra patria; ma la corona di un libero barone, di un barone Inglese, è ben altra cosa che nol sarebbe stata una corona nuziale, venuta soltanto dal capriccio fantastico d’una femmina, che nacque a regnare sugli scogli e sulle paludi del nostro Settentrione.»
La Contessa si fece taciturna, quasi dando a divedere, che questi ultimi accenti del Conte le aveano destato nell’animo alcune sgradevoli idee, e tal dispiacenza, e ciò che n’era cagione le crescea vezzo agli occhi del suo sposo, che tosto ripigliò la parola.
«Ora, mio cuore, le vostre curiosità sono paghe. Voi vedeste il vostro vassallo sotto l’abito più sfarzoso, che gli fosse dato l’assumere, perchè le vesti di parata non si possono mettere che alla Corte, e in giorni di gran cerimonia.»
«Ebbene, disse la Contessa, tu sai che un desiderio soddisfatto ne fa nascere un altro.»
«E qual cosa puoi chiedermi, o delizia di quest’anima, ch’io non mi trovi propenso a concederti?» le chiese il Conte, fissando le pupille in tenera guisa sovr’essa.
«Io desiderava in questo ignorato ritiro vedere cinto da tutto il suo splendore il mio sposo. Adesso, vorrei trovarmi in uno de’ suoi superbi palagi, e vedercelo entrare in bruno pastrano, tal quale si mostrò allor quando vinse il cuore dell’umile Amy Robsart.»
«Non è difficile il far paga tal nuova brama. Domani ripiglierò il pastrano bruno.»
«Ma potrò poscia venire con voi in uno de’ vostri castelli, e saziarmi in confrontare la magnificenza de’ luoghi ove soggiornate colla semplicità delle vostre vesti?»
«Che ascolto, Amy? (disse il Conte, volgendo il guardo all’intorno), non vi sembrano adunque decorati con bastante splendidezza questi appartamenti? Io ordinai che fossero forniti in guisa degna di voi e di me. Forse io poteva essere secondato anche meglio. Ma ditemi; quali cambiamenti desiderate? È cosa di brevissimo tempo l’appagarvi.»
«Voi volete prendervi giuoco di me, o Milord. La magnificenza di questo alloggiamento è al di sopra di tutto ciò che io possa e immaginarmi e meritare. Ma e quando verrà per la vostra sposa il momento di vedersi cinta da quello splendore, che non deriva, nè dal lavoro degli artefici intesi ad adornarne le stanze, nè dai ricchi drappi o dalle gemme, di cui piacque alla vostra generosità di fregiarla? da quello splendore congiunto al grado ch’ella dee tenere fra le matrone Inglesi, siccome sposa del più onorevole Conte di questo regno?»
«Verrà un tal giorno, Amy; sì, mia vita! un tal giorno arriverà certamente, nè tu puoi desiderarlo con più ardore ch’io nol sospiri. Oh! quanto mi sarà cosa soave l’abbandonare le cure dello Stato, gli affanni, e le sollecitudini che non si dipartono mai da ambiziosi pensieri, per vivere in ritiro onorato i miei giorni, non avendo veri compagni od amici fuori di te! Ma diletta Amy! mi è impossibile per ora il godere questa gioia tanto compiuta, e qualche intertenimento alla sfuggita, questi momenti a me sì preziosi, son tutto quanto fin qui mi è lecito tributare alla donna più amabile e più amata fra tutte l’altre persone del suo sesso.»
«Ma perchè è impossibile? (disse la Contessa col tuono il più adatto a persuadere). Perchè questa più perfetta unione, questa unione non interrotta, che voi mi accertate essere il miglior vostro voto, che tanto si accorda colle leggi del Cielo e degli uomini, perchè questa unione non può sull’istante verificarsi? Ah! se voi la bramaste una metà soltanto di quello che dite, qual motivo, qual persona potrebbe mettere argine ai desiderii d’un uomo ricco di credito e di possanza come lo siete?»
Qualche offuscamento apparve allora in sulle ciglia del Conte. «Amy, le disse egli, voi ragionate sopra di cose che non potete comprendere. Costretti una volta a vivere alla Corte, noi siamo siccome il viaggiatore, cui tocchi inerpicarsi ad un monte di sabbia; nè quindi osiamo arrestarci in cammino, innanzi di trovare qualche punta di vivo sasso che ne offra una sicura fermata. Che se vogliamo prima del tempo far pausa, ne succede cader travolti dal nostro peso medesimo, e diveniamo scopo al pubblico riso. Io mi vedo, gli è vero, giunto a meta ben alta, ma non per anco salda abbastanza, onde abbandonarmi alle sole inclinazioni dell’animo mio. Il divulgare le nozze contratte con voi, sarebbe un fabbricare la mia rovina. Ma credetelo, perverrò ad un punto di sicurezza, e non ne è sì lontano l’istante. Allora adempirò tutto quanto il dovere prescrive, così per riguardo di voi come di me medesimo. Ma intanto, o mia cara, non vogliate intorbidare la pura gioia di cui n’è dato godere ad entrambi, col formar desiderii che per ora ci è impossibile l’appagare. Ditemi piuttosto, se nel luogo ove siete, ogni cosa vada a seconda delle vostre brame. Come si conduce Foster con voi? Voglio sperar vi usi tutto quel rispetto che vi è dovuto. Guai per esso s’io potessi accorgermi del contrario!»
«Mi ricorda qualche volta con molto zelo la necessità del mistero (sospirando la Contessa rispose); ma poichè questo è un ricordarmi i vostri desiderii, mi trovo più propensa a sapergliene grado che a biasimarlo.»
«Vi ho già spiegato i motivi, che rendono indispensabile una tale necessità. Confesso che trovo in Foster molta rustichezza; ma Varney mi si è fatto mallevadore della fedeltà, e dell’affezione ch’egli ha pei nostri interessi. Se nondimeno avete per la menoma cosa a dolervi dei modi che tiene nel prestarvi servigio, saprò punirnelo.»
«Oh! è impossibile ch’io me ne lagni, sintantochè non farà che adempire con fedeltà i comandi venutigli da voi. Per altra parte, la figlia di lui, Giannina, mi è un’ottima compagna in questa solitudine. Io l’amo assai; e lo zelo del culto puritano che traspira da quanto fa e dice, aggiugne vezzo alla sua ingenuità.»
«Me lo assicurate? una giovane che sa farvisi accetta non deve andar priva di ricompensa. Accostatevi, Giannina.»
Giannina, la quale, come dicemmo, si era ritirata in qualche distanza per lasciar più libero l’intertenimento de’ due sposi, si trasse innanzi facendo una riverenza rispettosa; nè il Conte potè ristarsi dal sorridere sul chiaroscuro che presentavano in lei la semplicità delle vesti e il modesto contegno, e ad un tempo forme avvenenti, e due occhi neri, la cui vivacità contrastava collo studio ch’ella facea di comparir grave e posata.
«Debbo ringraziarvi, mia bella fanciulla, le diss’egli, poichè la Contessa è soddisfatta de’ servigi che le prestate.» In ciò dire si tolse dal dito un anello, che non potea non essere di valore, e nel porgerlo a lei soggiunse. «Portatelo, siccome un pegno dell’affetto che vi acquistaste presso l’uno e l’altra di noi.»
«Son molto contenta, o Milord (rispose Giannina con quell’aria sua di santità) se il poco che ho potuto fare è stato accetto ad una signora, cui nessuno può avvicinarsi senza desiderar di piacerle. Ma tutte noi, che apparteniamo alla congregazione del rispettabile sig. Holdforth, ci faremmo scrupolo, se simili alle giovani mondane, portassimo attorno alle nostre dita oro, od altri ornamenti; nè tampoco possiamo fregiare il collo di pietre preziose, come praticavano le fanciulle di Tiro e di Sidone.»
«Ah! ah! voi tenete adunque alla grave confraternita dei Precisiani e credo sincerissimamente che ne sia membro ancor vostro padre. Ciò fa ch’io vi ami sempre più l’uno e l’altro. Non mi è ignoto che si prega per me nelle vostre assemblee, e che mi siete affezionati. Poichè non vi è permesso portare sì fatti ornamenti, non mi opporrò alle massime che professate, e vedo poi ancora che potete far senza di questi, perchè le vostre dita snodate, e quel collo bianco al pari dei gigli, non ne hanno bisogno per ritrarne spicco maggiore. Accettate in vece tal cosa, che nè Papista, nè Protestante, nè Puritano, nè Precisiano hanno ricusata giammai.»
Nel medesimo tempo le pose fra le mani cinque monete d’oro che portavano il conio di Filippo e della regina Maria.
«Non accetterei neanco quest’oro, rispose la Precisiana, se non fosse in me la speranza di farne tal uso, che possa chiamare le benedizioni del Cielo su di voi, di Milady, e di me.»
«Usatene poi a vostro grado, Giannina. A questo dovete pensar voi. Ma intanto fateci apparecchiare la cena.»
«Ho detto ai sig. Varney e Foster di cenare con noi, o Milord (disse la Contessa, mentre Giannina usciva per eseguire gli ordini dati dal Conte), vi degnate approvarlo?»
«Approvo tutto quello che fate, o mia Amy, ed anzi mi è caro, che abbiate conceduto questo contrassegno di distinzione a Varney, l’uomo più affezionato ch’io m’abbia, e che può dirsi l’anima de’ miei consigli segreti. Quanto a Foster, gl’incarichi che ora sostiene per me, gli danno un diritto ad una prova di mia amorevolezza.»
«Presentemente, o Milord, ho... ho una grazia da chiedervi e... un segreto da confidarvi» disse esitando la Contessa.
«Serbate queste cose per domani mattina, o mio amore, rispose il Conte. Odo aprire la porta della sala della mensa. E poichè feci con grande sollecitudine una lunghissima corsa, m’accorgo che non mi sarà inutile una tazza di vino.»
E ciò dicendo condusse la moglie nel vicino appartamento, ove Varney e Foster li ricevettero a furia d’inchini, nei quali il primo mettea la leggiadria del cortigiano, l’altro la gravità precisiana. Il Conte contraccambiò tali omaggi con quell’aria distratta che appartiene ad uomo uso da lungo tempo a riceverne, la Contessa con que’ modi di ceremoniale, che ben disvelavano non essersi ella per anco fatta agli usi de’ grandi.
Il banchetto apparecchiato per quella brigata conformavasi alla magnificenza degli appartamenti, entro di cui fu imbandito. Unicamente non comparve alcun famiglio, e la sola Giannina servì i quattro convitati. Nè per vero dire d’un maggior numero di servi era d’uopo perchè la mensa andava sì abbondantemente fornita di quanto poteva abbisognare a ciascuno, che le faccende della stessa Giannina non furono assai rilevanti. Il Conte e la sua sposa si assisero alla sommità della tavola, Varney e Foster al di qua della saliera, sede serbata sempre alle persone di grado inferiore. Foster, preso da soggezione per trovarsi in una compagnia cui sì poco era avvezzo, non aperse bocca in tutto il durar della mensa. Varney, cui non mancavano e finezza di sentire ed accorgimento, prese parte alla conversazione quanto facea di mestieri, per non lasciarla languire, senza però mostrar mai di voler prender l’arringo, laonde contribuì grandemente ad intertenere il buon umore del Conte. Nè certamente niuno meglio di Varney ottenne dalla natura tutte le qualità necessarie a sostenere la parte, cui lo chiamò la sua vocazione. Si univano in lui e moderazione e prudenza, e ad un tempo vivacità, spirito, ed immaginazione. E perfino la Contessa, comunque per più d’un motivo non propensa ad essergli amica, non potè ristarsi dal trovarne dilettevole la compagnia, nè mai inclinò maggiormente ad unire il proprio suffragio agli elogi, de’ quali largheggiava il Conte col suo favorito. Terminato il banchetto, i due sposi si ritrassero nel loro appartamento, ed il più profondo silenzio regnò nel castello per tutto il rimanente di quella notte.
Alla domane di buon mattino, Varney compì presso il Conte gli ufici di gran ciamberlano, e di primo scudiere, benchè d’ordinario il secondo ufizio soltanto gli appartenesse nella casa di questo favorito della Regina, il quale teneva appo sè gentiluomini, usciti di buone famiglie, e ornati degli stessi gradi, che i primi nobili del regno assumevano nella casa reale. Ne’ doveri di tutte le ridette cariche era bene addottrinato il Varney, che disceso di famiglia antica sì, ma andata affatto in rovina, fu paggio del Conte sin d’allor quando incominciò questi a far la sua carriera. Statogli fedele ne’ momenti avversi, seppe rendersi utile al medesimo, allorchè marciò a gran passi nel cammino della fortuna. Per tal modo fondato il credito del Varney, e su i servigi prestati, e su quelli che continuava a prestare, divenne tal confidente, che quasi il padrone non ne potea più far di meno.
«Datemi un abito più semplice, Varney (disse il Conte mentre stava per metter via la sua veste di camera ch’era di seta sparsa di fiori, e foderata d’ermellino), poi prendete in custodia queste catene,» e gli additò nel medesimo tempo i suoi diversi ordini che stavano sopra di una tavola. «Il loro peso, ier sera, ebbe a rompermi il collo. Son quasi deliberato di non me ne caricare più mai; non vedo in essi se non se altrettanti ceppi, che inventò l’accorta malignità per incatenar la stoltezza. Che ne dite, Varney?»
«Per verità, Milord, io penso che le catene d’oro non somigliano in alcun modo alle altre catene, e le riguardo anzi più gradevoli in proporzione del loro peso.»
«Eppure, te lo ripeto, o Varney, sono per metà risoluto ch’esse non m’incatenino per più lungo tempo alla Corte. Qual cosa mi possono omai fruttare novelli servigi? E qual favore mi rimane a sperare al di sopra del grado e della fortuna, che non mi possono più sfuggire? D’ond’è che cadde la testa del padre mio? Non da altro che dal non aver saputo por limite ai propri desiderii. Tu il sai che io medesimo ho corso gravi rischi; che più d’una volta mi sdrucciolò il piede sull’orlo del precipizio. Sì: credo giunto l’istante di non avventurarmi più al mare, e di sedermi finalmente con tranquillità sulla spiaggia.»
«E ivi raccogliere conchiglie in compagnia di Cupido» aggiunse Varney.
«Che v’intendete con ciò, Varney?» disse il Conte con tutta la vivacità mossa da un tale scherzo.
«Non prendete collera col vostro servo, o Milord. Se la compagnia di una sposa ricca di sì rari pregi, è cagione che per più liberamente bearvi in essi, vogliate rinunziare a quanto finora fu prima meta de’ vostri desiderii, è vero che ne potranno andar danneggiati alcuni poveri gentiluomini, or lieti di starsi al vostro servigio; ma ciò non potrebbe essere applicato a Riccardo Varney. Egli, la mercè vostra, avrà sempre modo di mantenersi degno del distinto grado che gli concedeste nella vostra casa.»
«Nondimeno, il tuono de’ vostri ultimi detti, non mostrò che foste contento nell’udire il mio divisamento di abbandonare un giuoco ruinoso, il quale però potrebbe, un dì o l’altro, perderne entrambi.»
«Io, Milord! Per me non ho alcun motivo di trovare molesto un ritiro, in cui dovrei soggiornare presso di voi. Non sarebbe, ad ogni evento, Riccardo Varney che cadesse in disfavore di Sua Maestà, non egli che divenisse la favola della Corte, allorchè il più sublime edifizio che mai sia stato fondato sul favore d’un principe, rovinasse da cima a fondo, come uno di que’ castelli di carte da giuoco che i fanciulli sogliono fabbricare. Bramerei solamente, o Milord, che prima di prendere una risoluzione, dopo la quale non potreste tornare addietro, consultaste maturamente gl’interessi della vostra felicità e della vostra fama.»
Tai cose furon dette da Varney con quella titubazione di chi teme dir troppo, onde soggiunse il Conte: «Parlate, Varney, continuate liberamente. Non vi dissi di avere presa una risoluzione assoluta, ed amo di bilanciare il pro ed il contro in tale discussione.»
«Ebbene, Milord, supponiamo dunque la cosa fatta; nè si parli ora di real disfavore, di sarcasmi cortegianeschi, e nemmeno dei danni che portereste ai vostri partigiani. Ritirato in uno de’ vostri più lontani castelli, e a tanta distanza dalla Corte, non giungono sino a voi, nè il dispiacere di coloro che vi sono affezionati, nè la gioia di chi vi è nemico. Supponiamo in oltre che il vostro rivale, giunto allora al colmo della felicità, sia pago assai (la qual cosa è per lo meno incerta) nel vedere spogliato di rami l’albero, quel grand’albero che gli nascose il sole sì lungo tempo: supponiamo pure ch’ei non curi di atterrarlo, di sradicarlo. Ebbene, l’antico favorito della regina d’Inghilterra, che teneva il bastone del comando, che volgeva a suo grado i Parlamenti, ora non è nulla più di un gentiluomo di campagna, ridotto ai diletti di cacciare per le sue terre, di bere la birra insieme ai confinanti, e di passare in rassegna i propri vassalli allorchè gli aduna il seriffo.»
«Varney!» disse il Conte aggrottando le ciglia.
«Milord, il comando di parlare mi venne da voi. Vogliate permettermi che io termini il quadro che ho principiato.... Sussex dunque governa l’Inghilterra; viene a vacillare la salute della Regina, e l’ambizione del vostro nemico vede schiudersi dinanzi a sè una strada, qual mai non avrebbe osato immaginarsi. Queste notizie vi giungono mentre che state ad un canto del vostro fuoco. Allora incominciate a pensare alle vostre speranze cadute a vôto, all’inerzia cui vi condannaste da voi medesimo. E perchè tutto ciò? Perchè non vi bastò di contemplare una volta ogni quindici giorni gli occhi d’una sposa avvenente!»
«Basta così, Varney. Io non vi ho detto infatti di voler abbracciare precipitosamente, e senza aver consultato come si debbe il pubblico interesse, una risoluzione, cui mi fa proclive l’amor del riposo e della domestica felicità. Vedrete, o Varney, che saprò trionfare di tal mia inclinazione; ma non credeste mosso da mire ambiziose un tal sagrifizio, bensì dalla necessità di mantenermi in un grado, d’onde potrò all’uopo essere utile all’Inghilterra. Ordinate i nostri cavalli. Metterò, come ho fatto altre volte, un abito da livrea, e il mio cavallo porterà la valigia. Oggi tu sarai il padrone, o Varney, non trascurare alcuna cautela necessaria a tenere addormentati i sospetti. Fra breve saremo a cavallo. Non mi occorre che un istante per congedarmi dalla Contessa; indi son pronto. Comando un crudel dovere al mio cuore, e ne trafiggo un altro che m’è più caro del mio, ma l’amor di patria vuole la preferenza su quello di sposo.»
Dette tai cose con modo risoluto, e con accento ad un tempo malinconico, lasciò la stanza ove si era abbigliato.
«È bene che tu sia partito (meditava fra se stesso Varney), perchè comunque avvezzo alle umane follie, io non poteva omai più ristarmi dal ridere della tua alla tua presenza. Stancati presto di questo nuovo trastullo, di questa creatura avvenente, degna figlia d’Eva che ti comanda; a me poco rileva. Ma ben mi spiacerebbe se ti stancassi del trastullo antico dell’ambizione; perchè, Milord! nel salire la montagna, voi vi traete addietro Riccardo Varney, che spera vantaggiare quando sarete in alto. Perciò se vi vedo andare a rilento, oh! non mancherò di adoperare e frusta e sperone sinchè io vi veda alla cima. Quanto a voi, mia garbata signora, che volete sostener seriamente la parte di Contessa, vi consiglio a non mi far nascere intoppi dietro la strada, o avremo conti antichi da aggiustare fra noi. Oggi tu sarai il padrone, o Varney, egli mi dicea. Affè ch’ei potrebbe aver parlato più vero di quanto egli medesimo lo pensasse. Vedete! quest’uomo, che al dir di tante persone sensate non la cede in profondità di mire politiche nè ad un Burleigh, nè ad un Walsingham, nè per sapienza militare al Sussex, si fa servo di uno de’ proprii servi, e tutto ciò per due neri occhi, per un bell’accordo di bianco e vermiglio che scorgasi sulle guance di una gentildonna di villaggio. Dove va a perdersi l’ambizione! Se però i vezzi di una donna possono in alcuna circostanza scusare i traviamenti delle teste umane, Milord non ebbe mai migliore scusa. Ebbene! lasciamo che le cose vadano come sanno andare. O egli avrà cura della propria grandezza, o l’avrò io della mia felicità; e circa quest’amabil Contessa, se ella non racconta di aver veduto Tressiliano: e credo già che non oserà raccontarlo, le sarà d’uopo il far causa comune con me; converrà che noi abbiamo insieme i nostri segreti, che ci sosteniamo l’un l’altro anche a malgrado di un’avversione, che costei non mi lascia ignorare. Corrasi alla scuderia. Milord, vado ad ordinare i vostri cavalli. Non è forse sì lontano il giorno che il mio scudiere andrà ad ordinare i miei.»
Dopo fatte queste considerazioni uscì dell’appartamento.
Intanto il Conte rientrava nella camera da letto per congedarsi in tutta fretta dall’amabil Contessa, ed osava egli appena avventurarsi ad udire ripetuta un’inchiesta, che il ricusar gl’increscea, ma che egli era ben lungi dal voler secondare dopo l’intertenimento avuto collo scudiere.
Nell’udirlo giugnere, ella corse giù dal letto, avvolgendosi in una zimarra di seta bianca foderata di pelliccia, e collocando il gentil piede entro eleganti pianellette, chè non trovò ella il tempo di metter le calze; le sue lunghe chiome fugian di sotto della cuffia da notte, nè avea quindi altro adornamento, fuorchè i proprii vezzi, cui acquistò novello spicco perfino il dolore prodotto dall’annunzio onde il Conte l’amareggiò.
«Addio, Amy, addio, mio amore (le disse il Conte, avendo appena forza di staccarsi da amplessi tanto soavi, e tornando addietro per più riprese onde stringerla fra le sue braccia). Il sole comincia ad alzarsi sull’orizzonte; non oso rimanermi più lungamente. Già dovrei essere dieci miglia lontano di qui.»
In tal modo cercava egli abbreviare i momenti d’una sì dolorosa separazione.
«Voi dunque non mi concederete quanto vi chiesi (con soave sorriso gli disse la Contessa). Ah! cavaliere sleale!... Eh! si udì mai che cortese cavaliere ricusasse inchiesta fattagli dalla sua donna che tenesse i piedi ignudi nelle proprie pianelle?»
«Domandatemi tutto ciò che volete, o mia Amy, e vi appagherò. Ne eccettuo le cose che potrebbero perdere voi e me.»
«Ebbene! non vi chiedo più di riconoscermi sul momento in quel grado, che mi farebbe invidia dell’Inghilterra, nel grado di moglie del più nobile, del più prode, del più universalmente amato fra i baroni Inglesi. Mi limito a pregarvi di poter dividere questo segreto col padre mio, e di metter così un termine al cordoglio che gli cagionai. Si dice ch’egli sia pericolosamente infermo.»
«Si dice? (ripetè il Conte con forza) chi ve lo ha detto? Varney non ha egli fatto sapere a vostro padre tutto ciò di che si poteva ragguagliarlo in tale momento, cioè di essere voi felice, ed in ottimo stato di salute? Non vi ha soggiunto di più, che trovò il rispettabile vecchio mentre si dava con ilarità al suo prediletto esercizio della caccia? Chi ha ardito far nascere idee contrarie nel vostro spirito?»
«Nessuno, Milord, nessuno (rispose la Contessa, scoraggiata dal tuono onde il Conte le movea tali inchieste). Nondimeno, o Milord, bramerei molto accertarmi co’ miei occhi medesimi, che mio padre sta bene.»
«Ciò è impossibile, Amy. Voi non potete in questo momento avere alcuna comunicazione, nè con vostro padre, nè colla sua casa. Sarebbe assai trista politica il mettere a parte di un tal segreto un numero maggiore di persone, oltre a quelle alle quali è indispensabile lo svelarlo. Poi... quel Travaillon, Tressiliano, poco importa del nome, non è egli continuamente in casa di vostro padre? Il vecchio cavaliere ha forse nulla di nascosto per lui?»
«Mio padre, Milord, è conosciuto per un uomo prudente e rispettabile; e quanto a Tressiliano, potrei offerire per mallevadore di quanto asserisco quella corona di contessa, che porterò un giorno pubblicamente. Così potessimo noi perdonare a noi stessi l’ingiuria che gli arrecammo, com’egli è incapace di una bassa vendetta!»
«Nondimeno non mi confiderei seco lui, Amy, non mi confiderei seco lui. Vorrei che il demonio si frammettesse nei nostri affari anzichè Tressiliano.»
«E perchè, Milord? (gli chiese la Contessa, fatta tremante nel suo interno dal tuono di risolutezza adoperato dal Conte) perchè avete idea tanto sinistra di Tressiliano?»
«Signora, rispose il Conte, la mia volontà dovrebb’essere per voi una ragion sufficiente. Ma se vi piace saperne di più, considerate le persone con cui Tressiliano sta in lega. Egli, amico, creatura di quel Radcliffe, di quel Sussex, contro il quale, non senza fatica, sostengo il campo che ci disputiamo nel godere il favore di una sospettosa padrona. S’egli ottiene sopra di me il vantaggio di sapere le nostre nozze prima ch’io abbia con accorti modi preparata la Regina ad udir tale segreto, sarebbe irrevocabile, eterna la mia disgrazia; nè forse si starebbe nelle perdute mie dignità. Chi sa fin dove divenissi vittima del risentimento d’Elisabetta, in cui è trasfusa in qualche parte la fiera indole d’Enrico suo padre?»
«Ma perchè, Milord, portate voi opinione tanto ingiuriosa verso un uomo che conoscete sì poco? Tressiliano non vi è noto che a cagion mia, e son io ad accertarvi che per qualsivoglia motivo non tradirebbe il nostro segreto. Se per amor di voi io l’offesi, tanto più è mio obbligo il desiderare di vedervi giusto per suo riguardo. Se il parlarvi solo di lui vi eccita a tanto sdegno, che direste adunque s’io lo avessi veduto?»
«Se l’aveste veduto! (ripetè il Conte con severo ciglio) sarebbe per voi buon consiglio il tener nascosto un tale congresso come le cose da non rivelarsi che in confessione. Io non bramo la perdizione di nessuno. Ma chiunque vorrà penetrare i miei segreti, badi bene a se stesso. Il cinghiale non soffre di vedere chi attraversi il sentiero che ha scelto.»
«Com’egli divien terribile!» disse la Contessa a mezza voce, e impallidendo.
«Che avete, mio amore? (le disse il Conte sostenendola fra le sue braccia). Tornate in letto. Voi lo lasciaste troppo di buon mattino. Vi resta a chiedermi qualch’altra cosa, che non comprometta la mia fortuna, la mia vita, il mio onore?»
«Nulla, Milord, nulla (rispos’ella con fioca voce). So che io volea parlarvi sopra un altro argomento, ma il vostro sdegno me ne ha fatto dimenticare.»
«Vi tornerà in mente allorchè ci rivedremo, o mia vita, (e in ciò dire l’abbracciò con tenerezza). Eccetto inchieste di tal natura, ch’io non possa e non osi concedere, non vi state dal confidarmi tutte le vostre brame, e ben farebbe mestieri che fossero al di sopra di quanto possono fornir l’Inghilterra e le sue pertinenze, perchè non le vedeste pienamente soddisfatte.»
Pronunziate quest’ultime parole, partì. Giunto a piedi dello scalone, Varney gli diede un grande ferraiuolo da livrea, ed un larghissimo cappello, travestimento, sotto di cui diveniva impossibile il ravvisarlo. Stavano pronti in corte i cavalli così per lui come per Varney. Il Conte non era venuto la notte addietro che con due servi, iniziati sino ad un certo grado ne’ misteri del lor padrone, i quali cioè credeano che ivi lo conducesse una tresca con qualche bella, di cui ignoravano la condizione ed il nome. Ma questi servi erano nella stessa notte partiti.
Tony Foster teneva egli stesso la briglia al palafreno del Conte, corsiero vigoroso al pari che agile, e intanto il servo del Foster presentava un cavallo di più bella apparenza e più riccamente bardamentato a Riccardo Varney, che dovea sostenere la parte di padrone lungo la strada.
Ciò non di meno Varney, vedendo avvicinarsi il Conte, si fece innanzi per tenergli le redini del cavallo, e impedì a Foster l’incaricarsi di tale ufizio, ch’ei riguardava, senza dubbio, come una delle sue prerogative.
Traspirò dalla fisonomia del Foster, che assai gl’increscea perdere questa occasione di far la corte al suo protettore. Ciò non ostante cedè il luogo a Varney senza osare di moverne alcuna lagnanza. Il Conte salì con mente distratta a cavallo, e dimenticando per un istante che la parte assuntasi l’obbligava a rimanere addietro al suo padrone posticcio, uscì della corte senza pensare a Varney, e mandò più d’un baciamano alla Contessa, che da una finestra, sventolando un fazzoletto, gl’inviava i suoi estremi saluti.
Mentre ei passava sotto l’oscura volta che mettea fuor della Corte: «Ecco, diceva il Varney, ciò che si chiama fina politica. Il servitore che va avanti al suo padrone.» E profittò di questo momento per dire a Foster: «Tu mi fai il viso dell’arme, o Tony. Ma se ti ho privato d’un grazioso sguardo di Milord, in compenso l’ho indotto a lasciarti un premio de’ tuoi prestati servigi, che non ti sarà meno gradevole d’uno sguardo. Eccoti una borsa del migliore oro che le dita di un avaro abbiano contato giammai. Prendila (soggiunse, e a tal vista la fisonomia di Foster si fece più aperta), prendila, ed aggiungi quest’oro a quello che egli donò la scorsa notte a tua figlia.»
«Come? Che mi dite voi? Egli ha fatto un dono di danari a Giannina?»
«Certamente. Qual maraviglia? I servigi ch’ella presta alla Contessa, non vogliono forse la lor ricompensa?»
«Essa non lo terrà e la obbligherò a restituirlo. Conosco troppo bene Milord, e so quanto lo alletti la novità. I suoi amori sono variabili come la luna.»
«Impazzisci, o Foster? O entreresti nella vanità di credere che Milord possa essere preso da un capriccio per la tua figlia? Chi è mai che sogni a por mente a una lodola, finchè ode il canto dell’usignuolo?»
«Sia lodola, sia usignuolo, tutto fa per l’uccellatore; e so ancora, sig. Varney, essere in voi molta maestria nello scuotere i rami tanto che gli uccelli gli corrano nelle reti. Mi porti il diavolo anzichè io desiderassi mai che metteste Giannina nel novero di tante povere fanciulle cadute ne’ vostri agguati! Voi ridete! ma vi ripeto che voglio almeno salvare un individuo di mia famiglia dagli artigli di Satanasso; e tenetelo ben per sicuro. Ella restituirà quest’oro.....»
«Ovvero ella te lo darà in custodia, o mio Tony, il che torna allo stesso. Ma mi è d’uopo il parlarti di cosa più rilevante. Il nostro padrone parte di qui con intenzioni, che potrebbero sconcertar molto le nostre.»
«Come sarebbe a dire? È egli stanco del suo trastullo, della sua nuova conquista? Non mi maraviglio. Ha speso per essa ciò che pagherebbe il riscatto di un re, e ora è pentito del suo contratto.»
«Oh! quanto ti scosti, o Tony, dal vero! Egli è delirante più che nol sia stato mai per Amy, ed anzi vuole per lei abbandonare la Corte. Allora, addio speranze nostre, addio possedimenti, addio sicurezza. Ci vengono ritolti i beni di chiesa, e sarebbe gran ventura, se non ci facessero rigettare le rendite.»
«Oh! sarebbe la nostra rovina (sclamò Foster, cui tal novella empiè di grinze la fronte), e tutto ciò per una donna! Lo compatirei se fosse per la salute dell’anima sua! Perchè anche a me talvolta viene l’idea di sbarazzarmi dal lezzo di questo mondo, e vivere come uno dei più poveri della nostra congregazione.»
«Credo bene che finirai così, mio Tony. Ma ascolta: il diavolo non perderà nulla se anche ti condanni alla povertà. Onde tu non guadagneresti da nessun lato. Ma ora bada a quanto ti suggerisco, e puoi ancora conseguire la proprietà di Cumnor Place. Non far motto con nessuno della visita di Tressiliano. Su di ciò non aprir bocca, ammeno che non tel consigli io medesimo.»
«E perchè di grazia?» domandò Foster in tuono di chi sospetta.
«Ma sei bene una talpa, se non vedi che nello stato in cui or trovasi l’animo di Milord, una tale scoperta lo confermerebbe ne’ suoi novelli disegni. S’egli sapesse che questo fantasma comparve alla Contessa nel tempo ch’egli era lontano, non si fiderebbe più di nessuno, e vorrebb’esser egli medesimo il drago custode delle poma d’oro. E allora, Tony? Chi ha più bisogno dell’opera tua? Una parola basta a chi la sa intendere. Addio, Tony, mi è d’uopo seguirlo.»
Pronunciate queste parole toccò dello sprone il cavallo, galoppando a tutta briglia per raggiungere il Conte....
«Possa tu romperti il collo, maledetto pagano (disse tra sè il Foster guardandogli dietro). Fa’ d’uopo nondimeno eseguire le sue istruzioni, perchè trattiamo tutt’e due la medesima causa. Quanto poi a Giannina... oh! ella metterà nelle mie mani le monete d’oro, e sia in una guisa, sia nell’altra, le impiegherò al servigio di Dio. Finchè ne trovi il modo, le custodirò a parte nel mio scrigno; altrimenti potrebbe uscirne un vapor contagioso, che si diffonderebbe sulla mia Giannina. Oh! questa fa di mestieri si conservi pura come uno spirito celeste, se non altro, acciò preghi Dio per suo padre. E ben ho bisogno delle sue orazioni, perchè sono ad assai brutto passo. Corrono sinistre voci sulla mia maniera di vivere. Son visto con freddezza dai confratelli della Congregazione. E quando il sig. Holdforth, nell’ultima sua predica, paragonava gl’ipocriti ad un sepolcro imbiancato, la cui cavità è piena d’ossa umane, pareva fissato sopra di me. Come sono severi questi puritani!... Ma penserò.... Prima d’aprire lo scrigno, andiamo a leggere per un’ora la Bibbia.»
Intanto Varney avea raggiunto il Conte che lo aspettava alla porta del parco, d’onde uscì Tressiliano nel dì antecedente.
«Voi perdete il tempo, o Varney, il Conte gli disse, e gl’istanti sono preziosi. Mi è d’uopo arrivare a Woodstock per mettere a basso quest’abito di maschera, e sino a quel punto, voi lo sapete, non viaggio senza pericolo.»
«Non è che una corsa di due ore, o Milord. Mi sono trattenuto brevi momenti con Foster per eccitarlo a diligenze sempre maggiori, affinchè non traspiri il nostro segreto, ed anche per chiedergli il ricapito d’un uomo, che penso, o signore, di mettere al vostro servigio in vece del licenziato Trevors.»
«E questi è tale che veramente mi convenga?»
«A quanto sembra, promette assai. Ma se voi voleste continuare senza di me il vostro cammino, tornerei a Cumnor, per condurlo a Woodstock, prima che siate uscito del letto.»
«Allora io dormo profondamente, il sapete. Basterà bene che facciate trottare il vostro cavallo all’uopo di essere colà quando mi alzo.»
Pronunziate le quali parole dal Conte, Varney galoppò a briglia sciolta verso Cumnor, tenendo la strada maestra per non ripassare in vicinanza del parco. E sceso alla porta dell’Orso nero chiese di parlare a Michele Lambourne. Questo rispettabile nipote dell’ostiere non fece aspettare il nuovo suo protettore, che anzi parea tenere l’orecchie tese, come se ne indovinasse il vicino arrivo.
«Tu perdesti l’orme del compagno tuo Tressiliano, gli disse Varney, me lo annunzia quella tua fisonomia di furfante. È questa la destrezza di cui ti vantasti, impudente millantatore?»
«Oh! per la morte, disse il Lambourne, sfido chi abbia meglio seguite le tracce di una volpe. Lo trovai che si riparò qui, in casa di mio zio, l’ho veduto cenare, l’ho veduto entrare nella propria stanza, in somma mi sono attaccato a lui come la sua ombra. Ma che volete? Prima del giorno egli era partito, senza che lo avesse visto nessuno, e nemmeno il mozzo di stalla.»
«Sarei tentato a credere, che tu ti avvisi ingannarmi; ma se vengo a scoprirlo, sull’anima mia, te ne pentirai.»
«Non v’è cane, comunque buono, cui non vada talora fallita la preda. Qual interesse aveva io di fare sparire costui? Domandatene conto a Giles Gosling mio zio, ai suoi garzoni, al mozzo di stalla, a Cicily, a tutta la casa, e vi convincerete, che nol perdei d’occhio un istante in tutta la sera. Che diavolo! Dopo averlo veduto entrare nella sua stanza, io non poteva collocarmivi a guisa d’un infermiere. Spero che in ciò almeno mi farete ragione.»
Il Varney prese alcune informazioni dagli altri dell’osteria, e le trovò conformi a quanto in propria discolpa gli disse il Lambourne; e soprattutto ognuno fu concorde nell’accertare che Tressiliano era partito di notte tempo senza avvertire nessuno.
«La giustizia però vuole che non si taccia una cosa, soggiunse l’ostiere; ed è che ha lasciato sulla tavola quanto corrispondeva all’importare del conto datogli, ed in oltre una mancia ai garzoni, la qual cosa pareva tanto meno essenziale, che non ha dato, come sembra, l’incomodo a nessuno di mettere la sella al suo cavallo.»
Convintosi che il Lambourne non lo aveva ingannato, il Varney entrò nel proposito dei divisamenti fatti sopra di esso, incominciando dal mostrarsi ragguagliato dal Foster, ch’egli, Lambourne, non sarebbe stato avverso ad accettar servigio presso qualche signore.
«Siete mai stato alla Corte?» gli chiese il Varney.
«No, rispose l’altro, ma fin da quando aveva dieci anni, sognava una volta per settimana di esservi e di far ivi fortuna.»
«Sarà colpa vostra se il vostro sogno non si verifica. Avete bisogno di danaro?»
«Non ne ha mai troppo un galantuomo che ami passare giocondamente la vita.»
«Questa risposta mi basta e la trovo assai onesta. Or ditemi: sapete voi le qualità che si vogliono da chi è al servigio d’un cortigiano?»
«Credo: occhio aperto, bocca chiusa, mano pronta a tutto, acuto ingegno, e coscienza intrepida?»
«E senza dubbio è gran tempo che la tua non patisce spaventi?»
«Non mi ricordo che ne abbia mai conosciuti. Nella mia prima giovinezza parea qualche volta ch’ella volesse alzare la voce, ma il tumulto della guerra la mise al dovere, e l’annegai del tutto nell’onde del mare Atlantico.»
«Tu hai dunque servito nell’Indie?»
«Orientali e occidentali, per terra e per mare. Ho servito il Portogallo e la Spagna, l’Olanda e la Francia, e per mio proprio conto, ho fatto la guerra con una banda di brave persone che veleggiavano sopra di un brigantino, e che al di là della linea non erano in pace con nessuno.»
«Va bene. Tu puoi renderti utile a Milord ed a me. Ma bada ve’! perchè son pratico del mondo. Ti comprometti tu di servire con fedeltà?»
«Se non foste pratico del mondo, dovrei rispondervi di sì senza esitare, e giurarlo sulla mia vita e sul mio onore; ma poichè vedo che l’Onor vostro desidera una risposta dettata piuttosto dalla verità che dalla politica, vi risponderò che posso esservi fedele fino a’ piedi d’un patibolo, e fino al nodo corsoio di quella tal cordicella..... quando però io sia ben trattato, e ben pagato. Se no, no.»
«E a tutte l’altre tue virtù (disse con ironico tuono il Varney) tu aggiugnerai sicuramente la felice prerogativa di saper comparire all’uopo uom religioso ed austero?»
«Non mi costerebbe nulla il lasciarvelo credere, ma per rispondervi francamente devo dirvi di no. Se vi abbisogna un ipocrita, volgetevi a Tony Foster, che fin dalla sua giovinezza è tormentato dalle visite di certi scrupoli coi quali poi viene a patti; laonde in sostanza, il diavolo non vi perde nulla. Oh no, io non sono di questo temperamento.»
«Ebbene! Se non hai ipocrisia, sei tu provveduto d’un buon cavallo?»
«Oh buono! Vel guarentisco, un cavallo, che supera le siepi ed i fossi come il miglior cavallo di milord Duca. Una volta ch’io feci una piccola corsa a Shooters-Hill, mi accadde sulla strada maestra di dire alcune parole ad un fittaiuolo fornito meglio di saccoccia che di cervello. Ma il mio cavallo mi trasse di affare in pochi minuti, ad onta di tutti quelli che m’inseguivano.»
«Ebbene, monta in sella, e seguimi, lascia pur qui tutto il tuo fardello, e ti farò aver servigio presso un tale, che se tu non fai fortuna, non sarà colpa della sorte, ma tua solamente.»
«Va a maraviglia. Eccomi di tutto cuore. In un istante son lesto. Olà. Eh! la sella al mio cavallo. Spicciati. Cicily! Amabile Cicily, vieni a farmi i tuoi congedi, ti voglio donare la metà della mia borsa per consolarti della mia lontananza.»
«Giur’al cielo (sclamò Giles Gosling che avea uditi tutti questi apparecchi di partenza), Cicily non sa che farsi de’ tuoi donativi. Buon viaggio, e possa tu trovar la grazia di Dio in qualche parte, benchè a dir vero credo che non germogli nel paese dove tu vai.»
«Fa dunque ch’io veda la tua Cicily, caro ostiere, si vuole che sia una bellezza» disse Varney.
«Una bellezza arsa dal sole, capace di resistere al vento ed alla pioggia, ma che non ha nulla per piacere a’ zerbinotti della vostra sorte, o signore. Ella non si muove dalla sua stanza, nè si espone agli sguardi dei cortigiani.»
«Alla buon’ora, amico mio. La pace sia dunque con lei. Ma i nostri cavalli impazientiscono. Vi diamo il buon giorno.»
«Mio nipote viene dunque con voi, o signore?»
«Tale è la sua mente» rispose Varney.
«Fai bene, o Michele, riprese Gosling, fai ottimamente. Tu hai un buon cavallo. Ora non ti resta che a guardarti dallo sforzino. O se di tutti i modi che vi sono per terminare i tuoi giorni, ti si confà meglio la corda, come mi par verisimile al partito che prendi, fammi un piacere; scegliti una forca il più lontano che puoi da Cumnor.»
Senza prendersi molta molestia per questi congedi di mal augurio, Varney e Lambourne montarono a cavallo, e corsero con tanta rapidità, che non poterono ricominciare il loro intertenimento, se non se all’atto di salire una montagna alquanto scoscesa.
«Tu acconsenti adunque, gli disse Varney, di entrare al servigio di un signor della Corte?»
«Sì: semprechè vi piacciano i patti ch’io son per farvi.»
«Udiamoli.»
«S’io debbo aver gli occhi aperti sugl’interessi del mio padrone, è d’uopo ch’ei li chiuda su i miei difetti.»
«Purchè non sieno di natura da pregiudicare al servigio.»
«Siam d’accordo. Se fo buona caccia debbo avere almeno le ossa da rosicchiare.»
«Nulla avvi di più ragionevole. Molti che valgono meglio di te, domandano la stessa cosa.»
«Va bene. Rimane un altro punto da chiarire. Se entro in brighe colla giustizia, il mio padrone deve aiutarmi ad uscirne colle mani nette. Voi vedete che questo è un articolo importante.»
«Anche ciò è giusto, ogni volta però che l’impaccio in cui tu possa trovarti abbia origine da servigio prestato al padrone.»
«Quanto allo stipendio (continuò il Lambourne con aria d’indulgenza) non ne parlo neanco, perchè fo conto di vivere sui profitti.»
«Non temere. Non ti mancheranno nè danari, nè modi di divertirti. Tu vai a stare in una casa, ove, come suol dirsi, l’oro esce fuori degli occhi.»
«Tutto ciò è un incanto. Non mi rimane ora a sapere che il nome del mio padrone.»
«Io mi chiamo Riccardo Varney.»
«Ma intendo dire il nobile Lord, al cui servigio voi mi mettete.»
«Sciagurato! Ti credi forse troppo gran signore onde arrossire di chiamarmi tuo padrone? Ti permetto d’essere impudente cogli altri. Ma bada bene che con me...»
«Ne domando umilmente perdono al vostro Onore; ma vi ho veduto in tanta intrinsichezza con Tony Foster, col quale vivo in intrinsichezza ancor io...»
«Vedo che non ti manca nulla per essere un furfante calzato e vestito. È vero che ho deliberato collocarti nella casa di un gran signore, ma da me solamente riceverai i comandi, nè ubbidirai altri che me. Io ne sono il primo scudiere, nè andrà guari che ti sarà noto il suo nome. Egli è un uomo che governa lo Stato, che porta tutto il peso dell’amministrazione sopra di sè.»
«Poter del Cielo! è un eccellente talismano per disotterrare i tesori nascosti.»
«Quando si sa farne uso prudente. Ma bada bene, perchè tu potresti invece chiamar sopra te un demonio capace di ridurti in polvere.»
«Non dubitate. Mi terrò fra i limiti convenienti.»
I due viaggiatori ripigliarono allora il galoppo, e giunsero di lì a non molto al reale parco di Woodstock. Questo antico dominio della Corona aveva aspetto ben diverso da quello che presentò allorquando vi soggiornava la bella Rosimonda, e quando fu nascondiglio ai proibiti amori di Enrico II; ed era ben anche diverso da quel che si mostra a’ nostri giorni, in cui Blenheim-House ne rimembra le vittorie del Marlborough, e invita i viaggiatori a contemplare i nobili sforzi dell’ingegno del Vanburgh, lacerato sintantochè visse da uomini che gli stavano di gran lunga al disotto. Woodstock sotto la regina Elisabetta non era che un vecchio castello rovinoso, nè da lungo tempo onorato della presenza dei sovrani; circostanza che contribuì grandemente ad impoverir quel villaggio, e che trasse quegli abitanti ad umiliare più d’una supplica alla Regina, onde volgesse sovra essi un suo benefico sguardo. E tale era l’apparente motivo per cui il Conte si era condotto a Woodstock.
Il Varney e il Lambourne entrarono francamente nella corte del vecchio castello, che offeriva in quella mattina un aspetto animato, qual non s’era visto dopo volgere di due regni. Gli ufficiali della casa del Conte, i suoi servi da livrea, le guardie, andavano e venivano collo strepito caratteristico della lor professione. Udivansi gran nitrir di cavalli e grande abbaiare di cani; perchè il Conte incaricato di esaminare in qual essere trovavasi quella terra, e dovendo far credere di rimanervi quanto tempo fosse stato necessario a tal uopo, volle lo accompagnasse tutto il treno che gli facea di mestieri per gustare ivi il piacer della caccia. Diceasi che il parco di Woodstock fosse stato nell’Inghilterra il primo ricinto chiuso da mura ad uso di caccia; ed abbondava di daini, il cui riposo da lungo tempo non veniva turbato. Una grande folla d’abitanti, sperando che tale visita straordinaria produrrebbe i favorevoli effetti, cui sospiravano, si assembrarono nella corte, ove agognavan l’istante che si mostrasse ad essi il più sublime personaggio dell’Inghilterra. L’arrivo di Varney eccitò la loro attenzione, tanto più che si sparse subito la voce essere egli il primo scudiere del Conte, onde tutti solleciti di amicarsi il Varney, si levarono i cappelli, e si affollarono frettolosamente per tener briglia e staffa così al cavallo di lui, come a quello del suo compagno.
«Allontanatevi, miei galantuomini, (disse loro con alterigia il Varney), nè impedite ai servi di fare il loro dovere.»
I contadini afflitti di ciò, si ritiravano, allorchè il Lambourne, credendosi copiare i modi del primo scudiere, più duramente ancora li rispingeva: «Giù le mani o bifolchi, andate al diavolo. Pensate forse che non abbiam salariati per farci servire?»
Consegnati i loro cavalli agli uomini da livrea, entrarono nel castello dandosi un tuono di superiorità, che la nascita ed una lunga consuetudine rendevano naturale nel Varney, e che il Lambourne si studiava d’imitare siccome vedemmo. Intanto i poveri abitanti di Woodstock si dicevano uno all’altro sotto voce: «Dio ci liberi presto da questi superbi. Se il padrone somiglia ai servi, il diavolo se li porti tutti, che non prenderà più di quanto gli si appartiene.»
«Zitto, amici miei, soggiugnea il podestà, e morsicatevi piuttosto la lingua per non lasciarle dire sciocchezze. Col tempo chiariremo tutto. Nessuno verrà mai accolto a Woodstock con tanto giubilo quanto se ne dimostrava al veder giugnere l’antico re Enrico. Se per caso regalava non so quanti colpi di bacchetta ad un contadino, poco dopo gli gettava addosso un pugno di monete d’argento coniate colla sua effigie, e con tal espediente tutto veniva dimenticato.»
«Dio abbia in pace l’anima sua! sclamaron que’ villici. Ma pur troppo dovrà correre molto tempo prima che la regina Elisabetta ci venga a distribuire colpi di bacchetta.»
«Non si può anche sapere, mia buona gente; ma ci vuol pazienza, e per ora ne consoli la sicurezza di meritare tali favori da Sua Maestà.»
Intanto Varney seguito dal suo nuovo accolito entrò nell’anticamera, ove persone di più alto affare che non quelli di cui la corte era ripiena, aspettavano l’istante di veder il Conte, non per anche uscito della sua stanza. Tutte corteggiavano, qual con maggiore, qual con minore considerazione il Varney, e proporzionatamente sempre al grado di ciascuna, o alla cosa che ivi conducea al levarsi del favorito. All’interrogazione generale: «Quando credete che comparirà Milord, sig. Varney?» questi rispondea in poche parole: «Non vedete la polvere che ho su gli stivali? Giungo ora da Oxford. Non so nulla.» Ma fattagli tale inchiesta da un personaggio più distinto, s’affrettò a rispondere: «Vado subito ad informarmene dal ciamberlano sir Thomas Copely.» Il ciamberlano, che si facea conoscere pel distintivo della chiave d’argento, disse che il Conte non aspettava se non se l’arrivo del sig. Varney per venire abbasso, ma volea prima parlargli da solo a solo. Varney allora salutando la brigata, ne prese congedo per entrare nell’appartamento del suo padrone.
Vi fu per qualche istante un mormorio prodotto da tale aspettazione; ma questo fece luogo al più profondo silenzio allor quando si videro aprire entrambi i battitoi della porta, situata nel fondo dell’appartamento. E subito comparve il Conte preceduto dal Ciamberlano e dal Maggiordomo, e seguito da Riccardo Varney. I lineamenti di quello, nobili e maestosi, nulla aveano che si confondesse coll’audacia improntata su i volti degli altri del suo corteggio. Proporzionate erano del certo al grado di ciascheduno le gentilezze ch’ei dicea a questo e a quello; ma non vi fu chi potesse chiamarsi scontento dell’accoglienza ricevuta. Le domande ch’ei faceva sullo stato in cui si trovavano il castello e le sue pertinenze, l’enumerazione ch’ei tessea de’ vantaggi sperabili per il paese e per que’ dintorni dalla deliberazione in cui era la Regina di portarvisi a quando a quando, intendeano a far credere, ch’egli avesse già lette ponderatamente tutte le suppliche ìndirittegli da quelle genti, e che fosse in lui la massima propensione a secondarle.
«Adesso il Signore lo benedica (dicea il podestà che ivi condusse una deputazione del villaggio, della quale era egli il presidente). Vedete come ha l’aria smunta; giurerei che ha trascorsa tutta la notte in leggere la nostra rimostranza. E il maestro Toughyarn, che ha impiegato sei mesi a metterla insieme, credea breve una settimana per ben intenderla! Or vedete che ventiquattr’ore sono bastate al Conte per cavarne la quintessenza.»
Il Conte gli assicurò allora d’interporre i suoi buoni uffizi, onde persuadere la Regina ad onorare qualche volta della sua presenza il reale castello di Woodstock, e ciò affinchè gli abitanti di que’ dintorni non andassero privi de’ vantaggi, che avean goduti sotto i precedenti monarchi. Intanto gli era cosa gradevole il farsi interprete delle intenzioni della Sovrana favorevoli ad essi, e anzi di notificar loro, che Sua Maestà, premurosa d’incoraggiare e d’avvivare il commercio di Woodstock, avea risoluto d’instituirvi un mercato per le lane.
Questa buona notizia produsse grandi dimostrazioni di giubilo, non solamente per parte de’ membri della Deputazione che si trovavano nell’appartamento, ma per parte ancora de’ contadini adunati nella corte, fra i quali la stessa notizia non tardò a divulgarsi. I magistrati presentarono al Conte, piegando il ginocchio, le libertà e franchigie di Woodstock, accompagnate da una borsa piena d’oro, ch’egli passò immantinente a Varney, e questi ne rimise una parte al Lambourne, siccome un saggio anticipato de’ profitti che gli avrebbe fruttato il novello servigio.
Il Conte, e quelli del seguito, non tardarono a mettersi a cavallo per ritornare alla Corte. Udivansi d’ogni lato grida di allegrezza di tutti gli abitanti di Woodstock: Viva la regina Elisabetta! Viva il nobile conte di Leicester! ripetevano tutti. Che anzi i modi cortesi adoperati dal Conte sparsero una vernice di popolarità per fino sugli altri del suo corteggio, l’alterigia de’ quali avea sulle prime portato discredito allo stesso loro padrone.
Laonde le voci: viva Milord, e tutti quelli che gli appartengono pervennero all’orecchio di Varney e di Lambourne, che seguivano il Conte, ordinati ciascuno secondo il lor grado.