← Table of contents
Kenilworth, vol. 1/4

CAPITOLO IV.

Gaetano Barbieri translation

È un cattivo impegno servir due padroni. Ma questo malandrino vorrebbe servire ad un tempo il Cielo e l’Inferno, e mostrarsi riconoscente al primo del salario che si fa pagare dall’altro.

Monologo tolto da antica commedia.

La sala entro cui Foster condusse il rispettabile collega era più vasta assai di quella onde uscivano; e più dell’altra offeriva tracce di sofferto smantellamento. Le pareti all’intorno sostenevano un edifizio ad uso di biblioteca, costruito di rovere, e cogli scaffali dello stesso legno. Dell’immensa raccolta di libri ch’essi contennero, ne restava ancora una parte, ma tutti coperti di polvere, e laceri gli uni, privi gli altri de’ lor fibbiagli d’argento, e messi in disordine sulle scanzie, e siccome cose non meritevoli di veruna cura abbandonati al primo che volea impadronirsene. L’edifizio istesso pareva aver incontrato il disfavore dei saccheggiatori, che non contenti di distruggere una maggior parte de’ volumi, fracassarono le nicchie ove questi stavano, e ne tolsero molti scaffali, e tutte le cortine, delle quali tenean vece in quel tempo le tele di ragno.

«Gli autori di queste opere, disse, dando un’occhiata intorno il Lambourne, non s’immaginavano certamente in che mani sarebbero andate a finire.»

«Nè tampoco l’uso cui verrebbero riserbate, soggiunse il Foster. La mia cuciniera non si vale mai d’altro per pulire i candelieri, ed è con la loro carta che il mio servo accende il fuoco ogni giorno.»

«Eh sì: ho veduto più d’una città, ove si avrebbero tuttavia in tanto pregio da non valersene mai in questa guisa.»

«Lo credi tu? Dal primo all’ultimo non contengono che insulsaggini scritte da altrettanti papisti. Ella era la biblioteca di quel vecchio rimbambito dell’abbate di Abingdon. La diciannovesima parte di un sermone, composto da un predicatore della nuova dottrina, val meglio che tutto un carro di queste istorie pescate nel lezzo di Roma.»

«Che ascolto? Ed è il sig. Tony Brucia-cataste che tiene simile linguaggio?»

«Uditemi, Michele (disse austerissimamente il Foster, che lanciò sull’altro uno sguardo d’indignazione), dimenticate questo soprannome, e l’occasione che lo fece nascere, se non vi piace che la nostra conoscenza, rinnovellata da poco in qua, muoia di morte improvvisa.»

«Almeno spiegatemi una cosa, che non posso comprendere; perchè vi fu un tempo in cui vi davate vanto voi stesso di avere contribuito all’arrostimento di due vecchi vescovi eretici.»

«Pur troppo, in que’ giorni mi gravarono i ceppi dell’iniquità, ed io era ingolfato nel mare della perdizione. Ma ho cambiato avviso dopo una chiamata che ebbi dal Signore per entrare nella sua casa. Il degnissimo predicatore Melchisedec Maultext paragonò a tal proposito la mia disgrazia a quella, cui soggiacque l’apostolo san Paolo, allor quando tenne da conto i vestiti di coloro, che si affaccendavano a lapidar santo Stefano. Egli impiegò tre successive domeniche a predicare su questo argomento, e senza nominarlo, citava l’esempio d’uno de’ suoi ragguardevoli uditori, ch’io sapeva essermi quel tale.»

«Basta, Foster, basta. Tai vostri discorsi mi fanno venire la pelle d’oca, cosa che mi accade sempre, nè so il perchè, quando ascolto il diavolo parlare di santa scrittura. Ma come avete potuto licenziare l’antica vostra religione colla facilità che altri mette nel levarsi un guanto? voi che non vi stavate mai un mese dall’andarvi a confessare, benchè poi nell’uscire da quel tribunale di penitenza, non vi trovaste men pronto a commettere la più enorme ribalderia che vi fosse venuta al destro, pari in ciò ai ragazzi che per aver il bell’abito della festa non si astengono all’uopo di avvoltolarsi in mezzo al pantano. E non sentite nessun rimprovero dalla vostra coscienza?»

«Lascia in disparte la coscienza. È questa una cosa intorno la quale non puoi ragionare, perchè non ne avesti mai in vita tua: ed entriamo piuttosto in materia. Dimmi in poche parole, qual affare credi avere con me, o quale speranza qui ti condusse?»

«Quale speranza? quella certamente di star meglio, dicea la vecchia che si mettea lunga distesa sul ponte di Kingston. Osserva questa borsa: è quanto mi rimane di una somma tanto rispettabile, che ciascun galantuomo se la sarebbe augurata nelle sue tasche. Ti vedo ben collocato, e a quanto sembra spalleggiato meglio, perchè si sa che un gran signore ti ha preso a proteggere. Sì, Tony, si sa, perchè tu non puoi sguizzare entro la rete, senza darti a conoscere di mezzo ai buchi. Io poi ho pratica, che queste protezioni non si concedono gratuitamente; e tu la cambi del certo con servigi che vai prestando. Venni adunque per assisterti in questo mercato.»

«Ma io non ho bisogno del tuo aiuto, Michele! la tua modestia almeno doveva farti ravvisare questo caso come possibile.»

«Vale a dire, che tu vuoi fare ogni cosa da solo, per non partire con altri il salario. Ma bada bene. La troppa avidità nel voler mettere più grano che non ne cape in un sacco, fa rompere il sacco e il grano va alla malora. Poi osserva come si regola un accorto cacciatore. Prende con sè un bracco a fine di non perdere l’orme del cervo, ma non lascia a casa nè meno il cane da corsa, che è quanto vi vuole per raggiungere la bestia selvaggia. Il tuo protettore, senz’altro, ha bisogno di due persone, ed io posso essere all’uopo d’una di queste. Perchè è vero, che possedi profonda sagacia, che corri in dirittura alla tua meta, che la malignità della tua indole è ferma, instancabile oltre quanto a tal proposito io possa vantarmi: ma in compenso ti supero in audacia, in vivacità, in prontezza di eseguire, e in fertilità d’inventar espedienti. Disgiunti l’uno dall’altro, manca a ciascun di noi qualche cosa; uniti, chi vale a resisterci? Pondera bene quanto ti dico. Dunque!... Faremo noi insieme la nostra caccia?»

«Questa tua proposta ha molto dello stravagante, o Michele, ed è un far più che da cane da presa il venire sino in casa mia a morsicarmi la polpa della gamba. Ma già, tu fosti sempre un cane mal educato.»

«Accetta la mia offerta, e non avrai motivo, di dir così. — Infine, poi, fa come credi. Ma ti avverto, che se non mi vuoi soccorritore nelle tue imprese, m’avrai instancabile nell’intralciarle; perchè assolutamente ho bisogno di lavoro, e ne troverò adoperandomi o per te, o contro di te.»

«Dunque poichè la tua cortesia è tanta, che mi lasci la scelta, ti accetterò piuttosto amico, che nemico. — Di fatto non t’inganni. Posso procurarti un protettore, che ha modi per giovare ad entrambi e ad un centinaio d’altri; e per vero dire tu hai quanto abbisogna per fartigli utile. Il servigio ch’egli chiede domanda ardimento e destrezza; e i protocolli dei tribunali fanno testimonianza in tuo favore. Egli ha d’uopo di gente che non si lasci arrestare dagli scrupoli; e nessuno ti fa il torto di credere nemmeno che tu abbi coscienza. — Per tener dietro a un cortigiano è necessaria la sapienza di non si dar a conoscere; e la tua fronte è impenetrabile come se un elmo di pelle di nibbio la ricoprisse. — Non vorrei in te altra riforma che in un certo punto.»

«E qual è questo punto, mio buon Tony? Parla, e ti giuro pel guanciale dei sette dormienti, che cercherò gradirti in tutto e per tutto.»

«Me ne dai adesso una bella pruova! Prima di tutto il modo de’ tuoi discorsi non quadra ai tempi in cui siamo. Tu gl’infilzi sempre con giuramenti che sanno di papismo. Poi il tuo portamento è troppo dissoluto, troppo mondano per mostrarti in mezzo alla comitiva di un gran signore, obbligato a mantenersi in una certa riputazione agli occhi del Pubblico. Ti fa mestieri l’assumere un contegno più grave e composto, portar vesti men licenziose, un collare senza pieghe e ben inamidato, brache più strette, un cappello con più larghe ale, non giurar mai che sulla tua fede e sulla tua coscienza, rinunziare a quest’aria di spadaccino; in somma non toccar mai l’impugnatura della tua sciabola che quando veramente è dovere di adoperarla.»

«Per la luce del giorno! tu sei divenuto pazzo. Questo ritratto che mi fai, s’adatta a qualche famiglio d’una vecchia puritana, non mai ad uom bravo che si dia al servigio d’un cortigiano ambizioso. Per ben conformarmi al modello che mi dipingesti, non mi mancherebbe altro che tener la bibbia in luogo di pugnale al mio centurino, nè conservare in me altra apparenza di fortezza che quanta al più se ne pretende da chi accompagna qualche orgogliosa devota alla predica, se talvolta occorre farsele campione contro quegl’insolenti garzoni di bottega che le vogliono disputare la parte del muro. Non è così, cred’io, che deve mostrarsi il cortigiano d’un grande.»

«Tu non sai dunque, Lambourne, che da quando partisti dall’Inghilterra, tutte le cose sono cambiate, e che tal uomo il quale in segreto corre alla sua meta con passo risoluto, e che nulla potrebbe rattenere, si studia poi in compagnia, di non prorompere mai in minacce, in giuramenti, in detti profani.»

«Intendo. Si dee far commandita col diavolo, ma con patto di non pronunziare mai il suo nome. Ebbene. Mi sforzerò piuttosto a contraffarmi, che accattar brighe con questo nuovo mondo, che tu vuoi divenuto sì puntiglioso. Come si chiama adunque questo signore, sotto cui debbo far noviziato d’ipocrisia?»

«Ah! ah! signor Michele, egli è con questo bel garbo, che vi siete accinto all’impresa di scoprire i fatti miei. E che sapete voi se l’uomo che vi ho descritto si trovi in questo mondo, o che piuttosto io non abbia voluto divertirmi a vostre spese?»

«Tu divertirti a mie spese! Povero gonzo! (disse senza intimidire il Lambourne). Non sai tu, o testa sventata, che dietro al letamaio ove credesti nasconderti a tutto il mondo, mi bastano ventiquattr’ore per vedere tutte le cose tue chiaramente come a traverso all’osso di una lanterna da scuderia?»

Finiva di dir ciò il Lambourne, quando un acuto grido interruppe questo intertenimento.

«Per la santa croce d’Abingdon (sclamò il Foster, che preso da paura in tale momento, dimenticava d’essersi fatto protestante). Io sono un uomo rovinato, perduto.»

Dette le quali cose, corse nell’appartamento d’onde il grido era uscito, e ove Michele lo accompagnò. Ma per ispiegare la cagione di un tal contrattempo ne è d’uopo risalire all’istante d’allora che il Foster condusse nella biblioteca il Lambourne.

Tressiliano nel rimaner solo, lasciò sovra coloro che uscivano, un’occhiata di sprezzo, sprezzo di cui serbava parimente una gran parte per se medesimo per essere disceso a mettersi, anche per poco, in brigata con gente di tal natura. «Amy, donna crudele, diceva egli fra se stesso, son questi compagni, che la tua ingiustizia, la tua leggerezza, l’inconsiderata tua crudeltà m’hanno costretto a cercarmi! Io non avvezzo a sperar soccorso che da amici degni di me, i quali oggidì mi sprezzeranno altrettanto quanto io per amarti mi sono degradato agli sguardi di me medesimo! Ma non quindi io discontinuerò dal seguirti, o tu che fosti un giorno la meta del più puro, del più tenero affetto. E benchè tu non possa omai essermi che argomento di lagrime e di cordoglio, ti strapperò di mano all’autore del tuo precipizio. Ti salverò da te medesima, ti restituirò ai tuoi congiunti, al tuo Dio. Gli è vero che non vedrò più quel bell’astro brillar sulla sfera da cui scese egli stesso! Ma almeno....» Tai cose ragionava, allorchè un legger romore udito nell’appartamento lo distolse dal meditare. E voltosi verso la porta laterale, gli occhi suoi si scontrarono in una donna tanto leggiadra, quanto pomposamente vestita, ch’ei ravvisò per quella di cui era in traccia. La prima cosa ch’egli fece dopo tale scoperta fu nascondere il volto entro il collare dell’abito, onde aspettar così il momento migliore per darsi a conoscere. Ma la giovinetta (chè essa non contava oltre ai diciott’anni) mandò a vôto questo divisamento; perchè, tutta brio, il trasse per l’abito, e con gajezza gli disse:

«Oh! amico del mio cuore! Dopo esservi fatto aspettare sì lungo tempo, avvisate forse di venire in una festa da maschere? Voi siete accusato di tradimento al tribunal dell’amore. Dovete comparirmi innanzi, e rispondere a viso scoperto. Udiamo che cosa sapete addurre in vostra discolpa. Siete reo, o siete innocente?»

«Oimè! Amy....» disse Tressiliano con voce fioca e dolente, e in dir ciò lasciò vedere il suo volto.

Il suono di questa voce, ed una presenza sì poco aspettata, posero termine alla gioia onde la giovinetta era compresa. Diè un passo addietro, fattasi pallida come la morte, e coprendosi il viso con ambo le mani. Lo scotimento fu troppo grave per Tressiliano, sicchè nel primo istante non gli lasciò forza ad articolare parola. Ma poi ricordandosi la necessità di afferrare un momento che forse non si sarebbe offerto altra volta, si disse, «Amy, non vi prenda timore alcuno».

«E perchè dovrei temere? (rispose ella, togliendosi le mani dal volto, che il rossore ingombrava) e di che temere? Sol mi fa stupore, sig. Tressiliano, che vi presentiate in casa mia senza esservi nè invitato, nè desiderato.»

«In casa vostra, Amy! rispose Tressiliano. È dunque un carcere il vostro soggiorno? e un carcere custodito dal più infame fra gli uomini, tranne quello che stipendia costui!»

«Sono in casa mia, vi ripeto, e questa abitazione mi appartiene sintantochè mi piacerà soggiornarvi. Se mi diletta vivere in un ritiro, chi è che abbia diritto di opporsi a questa mia inclinazione?»

«Vostro padre, o giovinetta; vostro padre tratto alla disperazione. Egli è che m’ha ingiunto cercarvi per ogni dove, confidandomi un’autorità, che gli è impossibile l’usare in persona. Leggete questa lettera, ch’egli scrisse, mentre benediva i patimenti cui soggiace il suo corpo, sol perchè gli facevano dimenticare per pochi istanti le angosce del cuore.»

«I patimenti, cui soggiace il suo corpo! È dunque infermo mio padre?»

«Infermo tanto, che è incerto, se la vostra presenza, comunque vi affrettiate, sarà valevole a restituirgli la salute. Un istante basta agli apparecchi della partenza, se consentite seguirmi.»

«Tressiliano, non posso, non debbo, non oso abbandonar questa casa. — Ma tornate da mio padre, ditegli che otterrò la permissione di vederlo prima che 12 ore sieno trascorse. Accertatelo ch’io sto bene, ch’io sono felice, o che almeno il sarei, se potessi crederlo felice al pari di me. Ditegli che non tema di non vedermi, e di non vedermi in modo da dimenticare tutti gli affanni che gli ho cagionati. — La povera Amy si trova oggidì in un grado più sublime di quanto osi dir ella stessa. — Andate, virtuoso Tressiliano. Fui colpevole d’ingiustizia verso di voi; ma, credetelo, ho il potere di compensarvi per la ferita che vi apportai. Vi ho negato un cuore che non era fatto pel vostro, ma saprò in vece assicurarvi onori e fortune degne di voi.»

«E Amy può parlarmi in tal guisa? Meritai sì poca stima da voi che or mi offeriate in compenso di rapita pace e tranquillità gli spregevoli trastulli d’una frivola ambizione? Ma della prima ferita che faceste al mio cuore non vi fo omai più rimprovero, nè qui sono che per giovarvi, e rendervi la libertà. Sì, la libertà. Vorreste invano celarmelo. Vi tengono qui prigioniera; perchè se fosse altrimenti, il vostro animo ben fatto (tale fu almeno una volta) vi farebbe sospirare di essere già a quest’ora al letto di vostro padre. Venite, figlia infelice, ed ogni colpa sarà dimenticata, perdonata. — Quanto a me, non temete per parte mia veruna importunità, veruna querela. Feci un sogno, ma già mi sono svegliato. Bensì, pensate a vostro padre... Affrettatevi finchè vive ancora. Venite: una soave parola, una lagrima di pentimento, cancelleranno da lui la rimembranza di tutto il passato.»

«Non vi dissi già, Tressiliano, ch’era mio volere di condurmi ad esso? nè metterò a questo soave dovere maggior indugio di quel che m’è indispensabile per compierne altri parimente sacri. Ne chiamo in testimonio questo giorno che mi rischiara. Io sarò da mio padre appena ne avrò ottenuta la permissione.»

«Che ascolto? (rispose impazientendosi Tressiliano) V’ha d’uopo di permissione per vedere un padre infermo, che giace forse sul letto della morte? E a chi la chiederete voi, tal permissione? Forse allo sciagurato, che sotto larva di amicizia, abusò di tutti i diritti della ospitalità per involare alle paterne braccia una figlia?»

«Non parlate in tal guisa di lui, Tressiliano. L’uomo che ingiuriate ora, porta una sciabola ben arrotata quanto la vostra, e fors’anche meglio arrotata. Uomo vano! le azioni più gloriose che tu hai fatte in tempo di guerra o di pace, cedono tanto al confronto di quelle che lo illustrano, quanto il grado che tieni nel mondo è al di sotto della sfera sulla quale egli campeggia. — Lasciami, compi il messaggio, di cui t’incaricasti col padre mio. Desidero però che dovendomi far sapere altre cose, egli scelga un messaggiere a me più gradevole.»

«Amy (rispose con tranquillità Tressiliano) questi oltraggi non hanno forza di movermi a sdegno. Ditemi solamente una parola, che possa far rilucere un raggio di consolazione all’animo del mio vecchio amico. — Quest’alto grado di colui che vantate cotanto, lo dividete voi seco? Ha egli il titolo e le prerogative d’uno sposo per decidere sulle vostre azioni?»

«Basta così, sclamò ella. Voi vi prendete tal libertà, che non mi conviene il sofferirla. Avrei rossore di rispondere ad interrogazioni che offendono l’onor mio.»

«Col negar di rispondere, Amy, mi dite più di quel che vi chiedo. Ma ascoltatemi, giovinetta infelice! Io vengo munito di tutta l’autorità d’un padre, e quindi vi comando ubbidire. Saprò sottrarvi alla schiavitù dell’obbrobrio e della colpa, anche a malgrado di voi medesima.»

«Non mi minacciate una violenza, (sclamò la giovane, facendosi indietro alcun passo, e intimorita dal tuono risoluto dell’altro) non mi minacciate, Tressiliano. Ho modi di resistere alla forza.»

«Ma spererei non aveste vaghezza di prevalervene a difesa di una sì trista causa. È impossibile, Amy, che liberamente e di pien vostro grado acconsentiate a vivere nel disonore e nella schiavitù. O qualche talismano vi rattiene, o voi siete il giuoco di perfidi artifizi, o finalmente vi credete legata da giuramenti, che vi si fecero pronunziare per forza. — Comunque sia, romperò io tutti gl’incanti con poche parole: Amy, in nome di vostro padre, di vostro padre condotto all’ultima disperazione, v’intimo seguirmi in questo medesimo istante.»

Dette le quali cose, le si avvicinò stendendo il braccio, come per afferrarla, e fu allora che spaventata mandò il grido, onde giunsero in quella sala il Lambourne e il Foster.

«Per satanasso! (esclamò entrando il secondo) che si fa qui?» Poi volgendosi alla giovane, le disse in tuono, nè di comando tutto, nè tutto di preghiera; «Signora, per qual combinazione vi trovate voi fuor de’ vostri confini? Sarà bene vi ritiriate. È cosa, in cui può stare la vita e la morte. — E voi, amico mio, chiunque vi siate, uscite di questa casa. Partite subito prima che la punta del mio pugnale abbia tempo di far conoscenza col vostro giustacuore. — Fuori la sciabola, Michele, liberane da questo sciagurato.»

«No, sulla mia anima, disse il Lambourne. Egli è venuto qui in mia compagnia, e per una conseguenza de’ miei principii, non ha nulla da temere da me fintanto almeno che non ci torniamo a trovare. — Ma però ascoltatemi (soggiunse volgendosi a Tressiliano), caro amico di Cornovaglia, sparite, sfumatevi, levate il campo dalla parte di Dio....»

«Taci, ente spregevole, gli disse fieramente Tressiliano. Vi saluto, o signora. Quel poco di spirito vitale, che rimane tuttavia al padre vostro, non so se reggerà alla notizia di cui sto per essergli apportatore.» Dopo queste parole si ritirò, in tanto che la giovinetta gli dicea con fioca voce: «Tressiliano, non commettete imprudenze, e guardatevi dal calunniarmi.»

«Quest’è una bella faccenda, disse Foster. Milady, ritiratevi, ve ne prego nel vostro appartamento, e lasciateci meditare qual cosa torni meglio in tal circostanza. — Presto, ritiratevi.»

«Signore, non vivo sotto i vostri comandi» ella rispose.

«È vero, milady; ma però è necessario...... scusate la mia libertà, milady; ma.... viva Dio! non è momento da cerimonie, e fa d’uopo che torniate nel vostro appartamento. — Michele, se ti sta a cuore.... tu mi capisci. — Va dietro a quello sfrontato manigoldo, e fallo sloggiare. Intanto io persuaderò questa signora. — Presto, impugna la sciabola, e segui l’orme di colui.»

«Lo seguirò, disse il Lambourne, e lo farò andar fuori delle nostre frontiere, ma quanto ad alzar la mano contro un uomo, con cui ho vôtato il bicchiere della mattina, nol farò mai. Opererei contro coscienza.» Dette tali cose, partì.

Intanto Tressiliano, già uscito fuor della casa, prese quel primo viale, che credè conducesse alla porta d’onde entrò; ma lo stato di salvatichezza cui era ridotto il parco, le idee che tenevano agitato il suo animo, la stessa premura di sottrarsi da un luogo ove non era saggezza il rischiar nulla, gli fecero prendere un viale per un altro. Quindi invece di trovarsi nel cammino che metteva al villaggio, dopo molto aggirarsi, si vide dall’altra banda di quel possedimento, rimpetto ad una porticella fatta nel muro, d’onde si andava ne’ campi.

Si fermò un istante; e poco per vero dire, gli rilevava da qual porta sarebbe uscito, purchè abbandonasse un soggiorno che non gli offeriva se non se amarissime ricordanze. Ma vi era probabilità che quella porticella fosse chiusa, e gli negasse un varco da quella parte.

«Pur conviene farne la prova, pensò egli fra se medesimo. La sola via di salvare questa infelice giovinetta, questa giovinetta sempre cara al mio cuore, sta in ciò che il padre di lei faccia appellazione alle leggi violate del nostro paese. È dunque mestieri partecipargli senza indugio questa notizia, che oh! quanto deve trafiggergli l’anima.»

Così intertenendosi co’ suoi pensieri, si avvicinò alla porticella, e mentre indagava se vi era modo d’aprirla, o se tornava meglio scalare il muro, udì dalla parte esterna il romore d’una chiave introdotta nella serratura. Tosto la porta si aprì, e mentre aggiravasi su i suoi cardini, Tressiliano vide innanzi a sè un uomo involto in grande ferrajuolo, coperto da un cappello tutto disteso cui soprastava un pennacchio. Questi si fermò pochi passi distante da Tressiliano. E fu un tempo medesimo, allorchè con esclamazione di risentimento e di stupore pronunziarono, il nome di Tressiliano quegli che entrava, il nome di Varney, l’altro che meditava l’uscita.

«Che fate voi qui? (domandò aspramente il nuovo giunto, dopo avere lasciato trascorrere l’istante della prima sorpresa). Che fate voi qui, in questo luogo, ove non siete, nè atteso, nè desiderato?»

«E che cosa vi fate voi? posso chiederlo egualmente, o Varney? (rispose Tressiliano). Venite qui forse per trionfare dell’innocenza che sagrificaste, siccome l’avoltoio od il corvo si pascono dell’agnello, cui prima strapparono gli occhi? o veniste piuttosto a ricevere dovuto castigo dalla mano d’un uomo d’onore? Sguaina quella sciabola, scellerato, e difenditi.»

E già in ciò dire, Tressiliano avea snudata la sua; ma Varney non fece per allora altra cosa che metter la mano sulla impugnatura della propria. «Tu sei, gli disse, in errore, o Tressiliano, benchè le apparenze, il confesso, stiano contro di me. Ti protesto, con tutti que’ giuramenti che un sacerdote può suggerire, e che un uomo può fare, non esservi alcuna cosa che Amy Robsart abbia diritto di rimproverarmi. T’assicuro che mi spiacerebbe in tal circostanza sollevar la mano contro di te. Tu però non ignori che mi so battere.»

«L’ho inteso dire, Varney, disse Tressiliano, pure in questo momento ne bramo un miglior mallevadore che non la tua stessa parola.»

«L’avrai, rispose Varney, se questa lama, e quest’impugnatura non mi tradiscono». E nel punto medesimo trasse con la mano destra la sciabola, ed involgendo la manca nel suo mantello assalì Tressiliano con tal impeto, che pareva dovesse stare per l’assalitore il vantaggio. Ma questo vantaggio non gli durò lungo tempo, perchè ad un cuore arso dalla sete della vendetta, aggiugnea Tressiliano un braccio avvezzo a trattar l’armi, ed un occhio esperimentato a tutti gli stratagemmi della scherma. Laonde Varney trovandosi a sua volta incalzato d’appresso, risolvette di assalire da corpo a corpo il nemico, e fermo in tale disegno, avventurò ad una stoccata di Tressiliano quella parte del proprio corpo che il mantello copriva meglio; per cui prima che l’altro avesse sbarazzata la propria arme, gli si gettò addosso, e tenendogli vicinissima la punta, stava per trapassargli il petto. Ma l’avversario, esperto ad ogni genere di guardia, trasse presto coll’altra mano il pugnale, e colla lama di questo parò un colpo che avrebbe posto fine alla pugna.

Nella qual difesa mostrò tal destrezza, per cui, se Giles Gosling fosse stato presente, si sarebbe confermato nella credenza che esternò, essere cioè Tressiliano nativo di Cornovaglia. Gli abitanti di questa contrada posseggono tanta perizia nell’armeggiare, che se tornassero in usanza i giuochi e le giostre dell’antichità, essi potrebbero disfidare il rimanente d’Europa. Varney dopo il suo mal avvisato tentativo fu rovesciato sì aspramente e sì all’impensata, che la sua sciabola andò alcuni passi distante da lui, e prima di potersi rialzare, vide sul proprio collo la punta dell’arme avversaria.

«Dammi tosto modo di salvare la vittima del tuo tradimento, gridò in quell’atto Tressiliano, o preparati a congedarti dalla luce del giorno che ti rischiara.»

Varney, troppo confuso, ed irritato per trovar parole a rispondergli, fece un nuovo sforzo a fine di rialzarsi; ma il suo nemico, sollevando la sciabola, stava per vibrargli il mortal colpo, allorchè si sentì rattenere il braccio da un uomo che gli stava alle spalle. E nel volgersi, vide Michele Lambourne condotto ivi dal fragore dell’armi, e giunto in tempo di salvar la vita a Varney.

«Su via, compagno, disse a Tressiliano il Lambourne, sono già assai queste faccende per una giornata. Rimettete nel fodero la vostra squarcina, e partiamo. L’Orso nero ci ulula da presso.»

«Ritirati, vile insetto! (sclamò Tressiliano, dimenando il braccio per isciogliersi da costui). Ardisci tu metterti fra me e il mio nemico?»

«Oh! vile insetto tu!, rispose il Lambourne. Ma un ferro mi darà ragione di questo oltraggio, dopochè un boccale di Canarie m’avrà fatto dimenticare il bicchiere che bevemmo insieme questa mattina. Per ora non facciamo scene. Alzate le gambe, andatevene, e sloggiate. Non vedete che siamo due contra uno?»

E dicea vero; perchè Varney profittando dell’istante, raccolse la propria sciabola, onde Tressiliano ben vide che sarebbe stata follia il cimentarsi a tanto dispari combattimento. Cavò due nobili d’oro dalla sua borsa, e gettandoli al Lambourne: «Tieni, disse, uomo spregevole, ecco il salario della tua mattinata. Non sarà mai detto che tu m’abbia servito gratuitamente qual guida. Addio, Varney, noi ci troveremo in qualch’altro luogo, ove non sia chi possa sottrarti alla mia vendetta.» Dette le quali cose, uscì del parco per la porticella ch’era rimasta aperta.

Varney non mostrò avere nessuna voglia di molestare la ritirata al nemico; e forse nemmeno il potea, tanto lo stordì la sofferta caduta. Aggrottò solamente le ciglia nel vederlo discomparire; indi voltosi al Lambourne: «Brav’uomo, gli disse, sei tu un collega di Foster?»

«Suo amico giurato, quanto lo è dell’impugnatura la lama.»

«Tieni questa moneta d’oro, e segui quell’astuta volpe. Indagherai in qual tana va a rannicchiarsi, poi torna qui a ragguagliarmene. Ma soprattutto silenzio, e prudenza, se ti è cara la vita.»

«Basta così. V’accorgerete, che non isceglieste un cattivo bracco, e vi darò contezza di tutte le cose.»

«Fa dunque presto,» disse Varney, rimettendo entro il fodero la sua sciabola; poi voltando le spalle a Michele s’avviò verso la casa. Il Lambourne non si fermò che un istante onde raccogliere i due nobili gettatigli con sì poca cerimonia da Tressiliano, e li mise nella sua borsa insieme all’oro venutogli dalla liberalità del Varney.

«Vedete!, dicea fra se stesso Lambourne, io parlava ieri sera di Eldorado con quegl’imbecilli. Viva S. Antonio! Per un uomo della mia fatta, qual più bell’Eldorado della vecchia Inghilterra? I nobili d’oro vi piovono dal Cielo; e la terra ne è coperta, come se fossero stille di rugiada: non vi vuole che l’incomodo di raccoglierle. Oh! se di tale preziosa manna non tocca a me la mia parte, sto a patto che la lama di questa sciabola si liquefaccia come la neve.»

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings