CAPITOLO III.
Gaetano Barbieri translation
»È vano il vostro predicar. Vo’ piena »Far la scommessa. Figlia fu del vino, »Voi dite. Un cavalier tiene, il mattino, »Quel che promise sbevazzando a cena. La tavola del giuoco.
«Che cosa è di vostro nipote, mio buon ostiere?, disse Tressiliano nella mattina del successivo giorno, appena vide Giles Gosling discendere nel salone, ove si era cenato la sera innanzi. Come sta questo vostro nipote? Si mantien sempre fermo nella scommessa fatta?»
«Vi dirò. Dopo aver girato due ore per visitare tutte le tane de’ suoi antichi colleghi, è rientrato adesso, ed ha fatta la sua colazione di uova fresche e moscato. Ma quanto alla scommessa, mio buon signore, vi consiglio da amico a non ve ne impicciare, come di nessun’altra cosa che venisse in testa d’imprendere a Michele. Ora pensate piuttosto a refocillare il vostro stomaco con un buon brodo caldo, e lasciate, che mio nipote e Goldthred si sbarazzino dalla loro scommessa come crederanno meglio.»
«Se volete essere sincero, mio caro albergatore, voi non sapete come prenderla nel parlare di questo vostro nipote, che non potete nè biasimare, nè lodare, senza qualche rimorso di coscienza.»
«È propriamente così, degnissimo signor Tressiliano. Certa affezione di natura mi dice all’orecchio: Giles, Giles, perchè pregiudicare la riputazione del figlio di tua sorella? perchè diffamare un nipote? perchè bruttar da te stesso il tuo nido, disonorare il proprio sangue? Ma viene poi da un’altra banda la giustizia e mi grida: Guarda quest’ospite rispettabile, che non ne è più capitato un simile all’Orso nero, un uomo il quale non ha mai avuto che dire sul conto: lo dico alla vostra presenza sig. Tressiliano, e non è nemmeno perchè abbiate avuto occasione di trovar da ridire.» Poi continuò a parlar con se stesso. «Un viaggiatore, che a quanto può giudicarsi, non sa per qual motivo sia venuto, nè quando partirà!... E voi che siete albergatore, che da trent’anni pagate le vostre tasse in Cumnor, presentemente primo costabile del borgo, permettereste che questa fenice dei forestieri, degli uomini, e dei viaggiatori, cadesse nelle reti d’un nipote sol conosciuto per uno sfaccendato, per un malvivente, che vi sta unicamente colle carte e coi dadi, e dottore in tutti sette i peccati mortali, se in queste facoltà si dessero le lauree, ed i gradi? No dalla parte del cielo! Sia, che chiudiate gli occhi finchè costui non tende le reti che per inviluppare un Goldthred! Ma quanto al vostro ospite! Siete in obbligo d’avvertirlo, di armarlo de’ vostri consigli, semprechè voglia ascoltarli. Voi suo fedele albergatore!....»
«Vi son grato, onest’uomo, nè dimenticherò i vostri suggerimenti, ma in quanto spetta alla presente scommessa, debbo tenere la mia parola, poichè mi sono tanto innoltrato. Onde vi prego piuttosto a tale proposito volermi fornire qualche migliore contezza. Chi è questo Foster? Qual mestiere fa egli? Perchè custodisce con tanto mistero una donna?»
«In vero, mio signore, non posso aggiugnere fuorchè poche cose a quelle che sapeste ieri. Egli fu un papista della regina Maria. Adesso è un protestante della regina Elisabetta. Già vassallo dell’Abbate di Abingdon, or è padrone di un bel possedimento che apparteneva all’Abbazia. In fine, egli era povero. Si trova ricco al dì d’oggi. Dicesi che nella vecchia casa abitata da costui si trovino appartamenti sì ben forniti, da potervi alloggiare la nostra regina, che Dio la protegga. Alcuni si danno a credere ch’egli abbia trovato un tesoro nel verziere, altri che si sia venduto al diavolo per far ricchezze. Molti poi sostengono aver egli rubata tutta l’argenteria della casa abbaziale, che, al dir di questi, nei tempi della riforma era stata nascosta nel palazzo di città. Comunque si stia la cosa, ha fatto fortuna, e Dio, la sua coscienza, e probabilmente anche il demonio sanno solamente il modo con cui l’abbia fatta. Il suo umore è intrattabile, ed ha rotta ogni corrispondenza cogli abitanti del paese, come chi ha qualche gran segreto da custodire, o pensandosi forse impastato d’una creta diversa da quella onde lo siamo noi. Se Michele persiste nel volere rinnovar conoscenza con lui vedo cosa infinitamente probabile che attaccheranno briga fra loro, ed è perciò, ottimo sig. Tressiliano, che vorrei distorvi dall’accompagnare in questa visita mio nipote.»
Tressiliano lo accertò, che si sarebbe regolato colla massima circospezione; onde non dovere egli, l’ostiere, prendersi a tal proposito nessun affanno; ed aggiunse tutte quelle assicurazioni di cui largheggiano sempre coloro che sono risoluti ad eseguire alcuna cosa contro il suggerimento de’ loro amici.
Intanto aveva accettato l’invito dell’albergatore, e terminava di far con lui colezione, che ottima l’avea loro fornita l’avvenente Cicily, la bellezza del banco. In quel mentre capitò ivi l’eroe della sera precedente, Michele Lambourne, che avea prima dato qualche sollecitudine ad acconciarsi, e dismesso il vestito da viaggio, altro ne avea preso foggiato all’ultima usanza, e mostrava non so quale ricercatezza in tutto il suo esterno.
«Per bacco! diss’egli, mio caro zio, ci avete leggiadramente inaffiati la scorsa notte; ma trovo altrettanto arida questa mattina, e ve lo proverei volentieri col bicchiere alla mano. Oh! che vedo? Questa è Cicily, la mia vezzosa cugina. Mi ricordo avervi lasciata in fasce, e or vi trovo in corsaletto di velluto, e attillata quanto il possa essere avvenente giovinetta che vive sotto il sole dell’Inghilterra. Vedete in me un congiunto e un amico, amabilissima Cicily, ed accostatevi perchè io vi stringa al seno e vi benedica.»
«Adagio, adagio; sig. nipote, (si frappose tosto Giles Gosling) non vi date tante cure per riguardo a Cicily, e lasciatela attendere alle sue faccende. Se vostra madre fu mia sorella, non ne viene di conseguenza che voi dobbiate essere cugino di Cicily.»
«Oh bella! ma che? mio caro zio! M’avete preso per un cane di miscredente, capace di dimenticare i riguardi che debbo alla mia famiglia?»
«Io non dico nessuna di queste cose, ma le cautele non sono mai cattive, e poi la penso così. Certamente alle dorature del tuo vestito si direbbe che hai cambiato pelle, ma la cambiano anche i serpenti in tempo di primavera, e tu non t’introdurrai nel mio Eden, perchè farò io la guardia ad Eva. Siine certo, Michele. Mi pare un sogno. A veder te in quell’aggiustamento, e paragonandoti col sig. Tressiliano, si è tentato a credere che tu sei il gentiluomo, ed egli il nipote dell’ostiere.»
«Questo equivoco, mio caro zio, nol può fare che la gente del vostro villaggio, perchè non vede più in là. Sappiatelo, e poco monta se v’è chi m’ascolti, nel vero gentiluomo si trovano certe qualità che appartengono solo a lui, e che per quanto faccia, non arriva ad acquistare chi non nacque in quella condizione. Non saprei dire da che derivi. Ma certamente, benchè io sappia presentarmi con aria franca in una taverna, chiamare, strapazzandoli, i famigli, bere con disinvoltura, giurare senza riguardi, e buttare il mio danaro da una finestra al pari di qualunque gentiluomo che porti sproni dorati, e pennacchio bianco, il diavolo mi porti se son capace di farmi prendere per un d’essi, benchè a ciò mi sia studiato le cento volte. Il padrone dell’osteria mi mette sempre in fondo di tavola, mi serve per l’ultimo. Se domando da bere, il garzone risponde: ho capito, senza mostrarmi il minimo riguardo, o atto di rispetto. Ma che rileva? Non voglio ammazzarmi per questo. Ho quant’aria nobile mi basta per far testa a Tony Foster, e per oggi non mi bisogna meglio.»
«Siete adunque fermo nel divisamento di render visita a questo vostro antico conoscente?» disse Tressiliano.
«Fermissimo, rispose l’uom di ventura. Fatta una scommessa, è dovere il sostenerla sino alla fine; legge riconosciuta dall’universo. Ma signore, se la mia memoria non m’inganna, perchè confesso che ieri sera le diedi molta rugiada di vin di Canarie, voi dovete aver qualche parte nei pericoli di tale impresa!»
«È giusto, rispose Tressiliano, io mi offersi, semprechè me ne aveste conceduta la permissione, di accompagnarvi nel far questa visita, ed ho già posta nelle mani del nostro degno albergatore metà della somma equivalente alla scommessa.»
«Sì certo, disse Giles Gosling, ed in nobili d’oro[5], che credo non sieno mai stati adoperati i più belli nel pagare un conto. Io auguro adunque ad entrambi il miglior successo possibile in questa impresa, giacchè vi veggo risoluti a tale visita. Ma fate a mio modo, bevete un’altra volta prima d’andarvene, perchè prevedo, che da Tony Foster avrete un ricevimento alquanto secco. Ascoltatemi però. Se mai vi trovaste in pericolo, invece di ricorrere all’armi, fatene avvertire me, Giles Gosling, primo costabile di Cumnor; perchè comunque sia fiero Tony, mi può bastar l’animo di metterlo al dovere.»
Michele, da obbediente nipote, fece la volontà dello zio col bere un altro bicchier di vino, asserendo, che la sua mente non si trovava mai tanto lesta, come dopo avere di buon mattino inumidito il gorgozzuolo; indi partì insieme a Tressiliano per alla volta dell’abitazione di Tony.
Il villaggio di Cumnor è deliziosamente situato sopra d’una collina. In mezzo ad un parco assai boscoso, trovavasi l’antico edifizio abitato allora da Tony Foster, edifizio le cui rovine si vedono forse ancora oggi giorno. Questo parco in allora riceveva ombra da smisurati alberi, e soprattutto da antichissime querce, che le loro braccia gigantesche stendevano fino al di sopra delle muraglie, da cui questa abitazione andava ricinta; laonde quello spartato luogo presentava un non so che di tetro e monastico. Vi si entrava per una porta di forma antica che s’apriva in due battitoi, costrutta di fitto legno di rovere, e la guernivano chiodi di grossa capocchia, onde l’avresti detta la porta d’una città.
«Affè che non sarà sì facile il prendere la fortezza d’assalto (disse il Lambourne, ponendo mente alla costruzione di questa porta), ogni qualvolta l’umor sospettoso del nostro mariuolo gli desse fantasia di negarcene l’ingresso; la qual cosa è possibilissima, se la sciocca visita di quel mercante di carabattole gli ha messe pulci nel capo. Ma no (soggiunse tosto accorgendosi che la porta cedeva al primo impeto) vedete cosa di buon augurio, ed eccoci a quest’ora sul terreno proibito, senz’aver trovato peggior ostacolo fuorchè l’inerzia d’una pesante porta di rovere impernata sopra cardini rugginosi.»
Trovaronsi allora in un viale ombreggiato da grandi alberi, simili a quelli di cui favelliamo. Altra volta lo fiancheggiavano, una per banda, due file leggiadramente ordinate di tassi, e di allori spinosi. Ma questi arbusti non rimondati dopo lunga serie di anni aveano fatta una folta boscaglia d’alberi nani, i cui rami malinconici e neri usurpavano terreno a quel viale che un giorno avevan protetto. Vi crescea l’erba per ogni dove, e in due o tre luoghi si vedeano cataste delle loro legna, fatte nell’istesso parco, e poste ivi a disseccarsi. Lo stesso viale era attraversato da altri viali, ma parimente ingombri di macchie, rovi, ed erbe cattive. Oltre a quel senso di molestia, che ne invade con tanta forza al vedere le più nobili opere dell’industria andare in scadimento per una sequela d’incurie, e le tracce della vita sociale scomparire a gradi a gradi sotto la prevalenza di una intemperante vegetazione, non più regolata dall’arte, l’immensa altezza delle querce, e la foltezza di questi sottoposti alberi diffondeano colà tal tetraggine anche allor quando il sole era più alto, che si comunicava in proporzione agli animi di chiunque stavasi a contemplare sì fatta scena. Lo stesso Lambourne non ne andò immune, benchè d’ordinario lo commovessero le cose che urtavano di fronte le sue passioni.
«Questo bosco è nero quanto la gola d’un lupo», disse Tressiliano, innoltrandosi verso quel viale solitario, che parea la sede della mestizia. Di lì vedeasi la facciata dell’edifizio, costrutto altra volta dai frati. Centinate ne erano le finestre, e costrutte di mattoni le muraglie, cui si rampicavano l’edere e l’altr’erbe vaghe di tappezzar vecchie pareti. Sovrastavano alla fabbrica alti cammini.
«Per altro, dicea Michele, non so dar torto al Foster, se avendo sposata la massima di non vedere nessuno, tiene la sua abitazione in tale stato da non invogliar le persone ad entrarvi. Ben v’assicuro, che s’egli fosse tuttavia il Foster da me conosciuto altra volta, da lungo tempo queste roveri sarebbero ite a starsene in qualche legnaia, ed i materiali della casa che vediamo avrebbero servito a fabbricarne altre, intanto che il nostro galantuomo avrebbe sfoggiato il prezzo ritrattone sopra un vecchio tappeto verde, in qualche tenebroso nascondiglio dei dintorni di White Friars.»
«Era egli adunque tanto dissipatore?» soggiunse Tressiliano.
«Non si mostrava nè più nè meno di quel che sono gli uomini della nostra fatta, nè santo, nè economo. Ma ciò che fortemente spiaceami in esso era il vederlo avverso ad ogni comunanza di godimenti. Sospirava, come suol dirsi, tutte le gocciole d’acqua, che non passavano pel suo molino. — Tracannava sempre da solo tal quantità di vino, che vi giuro non mi sarei preso assunto di finirla, nemmen col soccorso del beone più accreditato della contea di Berk. Tal circostanza, aggiunta a ciò ch’egli era per natura dedito alla superstizione, lo facea indegno di stare in brigata co’ suoi colleghi. E vedete di fatto come si è sepolto in una tana, che è quanto al giusto conviensi ad una volpe di tal natura.»
«Ma poichè l’umore di questo che vi fu un giorno compagno si confà sì poco col vostro, potrei chiedervi, sig. Lambourne, d’onde viene in voi tanta vaghezza di rinnovellar con lui conoscenza?»
«E potrei io domandarvi a mia volta dond’è in voi la vaghezza d’accompagnarmi in tal visita, sig. Tressiliano?»
«Non vel dissi? la parte che presi alla scommessa, la curiosità.....»
«Davvero! Ecco in qual modo, voi altri signori, usi a vantarvi di urbanità e ragionevolezza, vi levate d’impaccio nel rispondere a noi, che però sappiamo usar liberamente del nostro ingegno. Ma se alla vostra prima inchiesta avessi dato per risposta, ch’io non aveva altro motivo di visitare il mio antico collega Foster, se non se la curiosità, oh! scommetto che l’avreste detta una scappatoia, un ingegno del mio mestiere. Nonostante capisco bene, mi sarà d’uopo aver per buona la risposta che mi avete data.»
«E perchè non potrebbe la semplice curiosità avermi indotto a far questa camminata in vostra compagnia?»
«Servitevi, signore, servitevi; ma non credeste però di darmela ad intendere. Ho vissuto assai lungo tempo in mezzo a quelli che sanno sbarazzarsi in questo mondo, nè quindi è sì facile il darmi semola per farina. Voi siete gentiluomo, così per nascita come per educazione, e il vostro portamento stesso lo dà a divedere. Da questo si scorge pure che godete buona riputazione, cosa di cui si fece anche mallevadore mio zio. Or vi mettete in compagnia d’uno sfaccendato, tale almeno è il titolo di cui mi si fa onore, e ciò per andar a trovare un altro della stessa lega, a voi sconosciuto. Nè v’induce che sola curiosità! Eh! via. Se questa ragione da voi addotta, venisse pesata in una giusta bilancia, oh! per bacco, si troverebbe calante, e calante assai.»
«Quand’anche non v’ingannaste in tal raziocinio, dovreste considerare, signor Lambourne, che non mi deste finora assai prove di confidenza onde eccitarne, o meritarne altrettanta per parte mia.»
«Se dipende da ciò, i miei fini li vedete a fior d’acqua. Osservate (e in ciò dire trasse di saccoccia la borsa, che gettò in aria, lesto indi a raccoglierla colla mano, affinchè non toccasse terra)... Tanto che durerà questa borsa non mi mancheranno passatempi di morbino, ma, terminata che sia, mi farà d’uopo cercarne d’altro genere. Ora se la misteriosa signora di questa casa, questa bella invisibile di Tony Brucia-cataste è un pezzo appetitoso, come la dipingono, non è fuor del probabile ch’essa mi aiuti a convertire in soldi di rame tutti questi nobili d’oro. Ma se per altra parte è vera l’asserita ricchezza di Tony, quanto è fuor di dubbio la costui ribalderia, potrebbe anche accadere che queste due cose diventassero per me la pietra filosofale, onde cambiar nuovamente i miei soldi di rame in nobili d’oro.»
«Non posso negarvi che questo doppio divisamento è immaginato assai bene; ma non vedo troppo la via di mandarlo ad esecuzione.»
«Nè io vi dico che ciò debba succedere piuttosto oggi o domani. Perchè non mi son già messo in mente di prendere nelle mie reti questo vecchio praticone, prima d’avergli preparato quel vischio che sarà più confacente a tal uopo. Ma conosco meglio sta mane le cose sue di quello che le vedessi ier sera, e saprò ben io far valere il poco che so per dargli a credere di saperne anche di più. Del rimanente, se non avessi sperato o diletto o profitto nel tentare questa avventura, credete pure, che non mi sarei cimentato, tanto più che non la vedo priva affatto di rischio. Ora vi siamo, e convien andarne al termine.»
Nel dirsi queste cose, entrati erano in un gran verziere, che circondava da due bande la casa, se però potea più dirsi verziere un bosco d’alberi, che comunque da frutto, frutto non produceano pressochè di sorte alcuna, tanto ne crebbero i rami parassiti; e tanto l’industria umana gli avea abbandonati, che i tronchi loro andavano tutti ricoperti di musco. Quelli di tali alberi che prima erano stati piantati in ispalliera, avendo ripreso l’andamento primitivo del crescer loro, presentavano tai forme, che confondeano in grottesca guisa l’opera dell’arte e l’opera della natura. La maggior parte di questo terreno dianzi foggiato in aiuole ornate di fiori, mostravasi incolto, tranne pochi scompartimenti ove si faceano nascere legumi. Alcune statue che aveano abbellito il giardino ne’ giorni del suo splendore, vedeansi rovesciate dai loro piedistalli e messe in pezzi. Nè in migliore stato trovavasi una conserva, pria serbata alle piante più timorose del freddo, la cui fronte, adorna di bassi rilievi in pietra, rappresentava la vita e le geste di Sansone.
Aveano già i due viandanti attraversato questo giardino della pigrizia, e giunti erano pochi passi lontano dalla porta della casa, allorchè il Lambourne terminava il suo discorso. La qual cosa fu di grande soddisfazione per Tressiliano, poichè lo tolse dall’imbarazzo di corrispondere con egual sincerità a quella che gli dimostrò il suo compagno nel confidargli senza ritegno quai mire lo avessero tratto in questo luogo. L’ardimentoso Lambourne diede alcune aspre picchiate alla porta, non senza far osservare al suo collega, che avea visto guernita di porte men sode più d’una prigione. Non fu se non se dopo aver picchiato parecchie volte, allorchè un servo di figura sgradevole si affacciò, per fare scoperta, a un buco quadro, tagliato nella porta medesima, e munito di spranghe di ferro, poi chiese ai venuti che si volessero.
«Parlar tosto per affari importantissimi di stato, al sig. Foster» disse con sicuro tuono il Lambourne.
«Temo che incontrerete qualche difficoltà all’atto di provare il vostro assunto» soggiunse Tressiliano con voce sommessa al compagno, nel tempo che il servo portava al suo padrone questo messaggio.
«Che mi dite ora? (rispose l’altro). Niun soldato marcerebbe avanti, se stesse prima a meditare in qual modo farà la sua ritirata. La prima cosa è entrare. Indi tutte le cose si accomoderanno da sè.»
Non tardò il servo a tornare, e tratti i grossi catenacci che fermavano quella porta, fece passare gli stranieri per una stretta in volta d’onde trovaronsi in una corte quadrata, cinta d’ogn’intorno di fabbriche. Poi aperta altra porta, che in fondo della corte stava rimpetto alla prima d’ingresso, gl’introdusse in una sala lastricata di pietre, e fornita di poche suppellettili, antiche e ridotte in cattivo stato. Le finestre della medesima guardando soltanto nella corte, l’altezza delle fabbriche non lasciava che i raggi del sole penetrassero in quel luogo. Aggiungasi che ogni battitoio di finestra essendo separato dall’altro col mezzo di scompartimenti di pietra, e i vetri carichi di dipinture, che rappresentavano diversi fatti della sacra storia, finestre di sì fatta costruzione, lunge dall’ammettere la luce in proporzione di lor grandezza, produceano che quella tenue ancora cui davano passaggio, fosse ingombra de’ colori tetri e malinconici dipinti su i loro vetri.
Tressiliano e la sua guida ebbero tutto l’agio di contemplare tali particolarità, perchè il padrone di casa si fece aspettar qualche tempo. Comparve in fine, e benchè Tressiliano fosse preparato a vedere una figura spiacente e schifosa, la costui laidezza oltrepassava ancora tutto quanto immaginato egli aveva. Era il Foster uomo di mezzana statura, nerboruto a quanto scorgeasi, ma di fattezze sì poco diverse dalla difformità, che mettea nausea; alle quali grazie esterne aggiugneasi ancora ch’egli era mancino. In quei tempi davasi per solito molta cura all’acconciatura del capo. Ma i capelli di costui, anzichè essere o ben lisciati, o ordinati in anella, o ritti sulle loro radici, come se ne vedono i modelli in alcuni ritratti antichi, e come usano in circa i nostri cicisbei nel mentre ch’io scrivo, cadeano sconciamente fuori d’un fitto berrettone, intricati insieme, che parea non avessero mai visto pettine, e coprendo a grado dell’aria la fronte ed il collo del nostro uomo, la qual circostanza non faceva cattivo accompagnamento ad un aspetto sì tristo. I suoi occhi neri, nè per vero dire privi di vivacità, s’ascondeano sotto due foltissime sopracciglia, e per lo più guardavano verso terra, quasi, vergognosi del cattivo animo che davano a scorgere, volessero sottrarre la bruttezza di questo indizio ai circostanti. Nelle poche volte però, che per la necessità di vedere in volto gli altri, li sollevava, si leggeva in essi la forza di esprimere ardentissime passioni, e l’altra ad un tempo di simularle a talento. Tutti gli altri lineamenti erano irregolari, ma buttati là in modo da far sì che chi avea veduta una volta quella sì ladra fisonomia, non la dimenticasse più mai. E bastò a Tressiliano il trovarsi alla presenza di costui per confessare a se medesimo essere questo Foster l’ultimo fra gli uomini cui avesse dovuto fare una visita, che non era certamente nè aspettata, nè desiderata da chi la riceveva.
Portava un giubbone con maniche di cuoio rosso, simile al vestito usato allora dai contadini più facoltosi degli altri, ed un cinturino parimente di cuoio, che sosteneva a mano diritta un pugnale, e a manca una scimitarra. Alzò gli occhi nell’atto di entrare, misurando d’un guardo rapido ed accorto le persone che il visitavano, poi gli abbassò, come se avesse dovuto numerare i passi che dovea fare per arrivare alla metà della sala; indi con voce bassa e contegnosa si fece a dire: «Vogliate spiegarmi, o signori, il motivo di vostra venuta».
Parve che a Tressiliano principalmente fosse volta l’inchiesta, e che da questo solo aspettasse il Foster risposta, tanto era giusta l’osservazione del Lambourne, che la superiorità derivata da nascita e da educazione si fa scorgere per traverso al più semplice vestimento. Ma la risposta venne in vece da Michele, che prese nel darla i modi famigliari d’uomo francheggiato da ricordanza d’antica amicizia, e che punto non dubitasse della cordialità, con cui stava per essere accolto.
«Mio caro amico, primo compagno di mia giovinezza, dilettissimo Tony Foster! (e così sclamando, lo prese quasi a costui malgrado per la mano, dimenandola con sì bel garbo che gliene comunicava lo scotimento a tutta la persona) come avete passata la vita vostra dopo tant’anni che non ci vediamo? Ma che? avete forse dimenticato affatto l’amico, il fedele compagno, Michele Lambourne?»
«Michele Lambourne! (replicò Foster levando sopra di lui gli occhi, che poi immantinente abbassò; indi senza cerimonie sciolse da quella dell’altro la propria mano); voi siete dunque Michele Lambourne?»
«Sicuramente, come voi Tony Foster.»
«E ciò pur sia (soggiunse Foster, aggrottando le ciglia). Qual cagione può condurre in questo luogo Michele Lambourne?»
«Voto a Dios, sclamò Michele, io credea trovar qui migliore accoglienza di quella che, se non m’inganno, s’avrebbe voglia di farmi.»
«E che? Mercanzia da forca, masserizia da galera, avventor del carnefice! puoi tu pensarti di ricevere buona accoglienza da chiunque non abbia sempre dinanzi gli occhi la spaventosa prospettiva di Tiburn?»
«Tutte queste cose possono esser vere, e voglio anche supporle tali. Ma non toglierebbero mai ch’io non fossi la compagnia che si vuole a Tony Brucia-cataste, benchè ora, non so troppo bene per qual merito o titolo, si trovi egli padrone di Cumnor Place.»
«Ascoltatemi, Lambourne, come giuocatore dovreste conoscere il calcolo delle probabilità. Calcolate quante ne stanno ora per voi che da questo finestrone io vi getti nella fossa sottoposta.»
«C’è da scommettere venti contr’uno che non ne farete niente.»
«E perchè di grazia?» chiese Foster coi denti serrati, e colle labbra convulse, com’uomo agitato da forte commozione interna.
«Perchè, se vi piace vivere (rispose senza punto scomporsi il Lambourne), voi non ardirete toccarmi colla punta di un dito. Io sono più giovane e più vigoroso di voi, e il demonio della guerra mi ha infuso una doppia dose di coraggio, benchè io non sia invasato come voi dal demonio dell’astuzia, e benchè non vi rassomigli nel sapermi aprire strade sotterra per arrivare ai miei fini, e nel mettere, come suol dirsi in teatro, il tossico nelle pietanze, e il capestro sotto il guanciale di chi dorme.»
Foster alzò una volta gli occhi sopra di Michele, poi fece due giri lungo la sala con passo fermo e tranquillo siccome quando v’entrò. Indi volgendosi d’improvviso e stendendo a questo la mano, sì gli disse: «Non conservare verun astio contro di me, buon Michele. Volli sperimentare se avevi mantenuta quell’antica, e lodevole franchezza, che gl’invidiosi e i maligni sogliono denominare sfrontatezza e impudenza.»
«La chiamino come diavolo credono. È una qualità indispensabile per chi ama viver nel mondo. Corpo di mille diavoli! Sappi Tony, che il fardello di franchezza da me posseduto non era abbastanza considerabile per la natura del mio commercio, onde ho cresciuto il mio carico d’alcuni barili in tutti que’ porti ove ho toccato nel viaggio della vita; anzi per far luogo a questi, ho gettato sopra bordo quel poco di modestia e di scrupoli che mi rimanevano.»
«Via, via! replicò il Foster. Quanto alla modestia e agli scrupoli, vi stavate già sulla zavorra nell’atto di salpare dall’Inghilterra. Ma chi è il vostro compagno, onesto Michele? Sarebb’egli un uom di Corinto[6]?»
«Io vi presento, bravo Foster, il signor Tressiliano (così si affrettò il Lambourne a rispondere all’interrogazione dell’amico). Imparate a conoscerlo e a rispettarlo, perchè egli è un gentiluomo fornito d’ammirabili prerogative; e comunque il suo traffico non sia, almeno per quanto so, della natura del mio, egli onora ed ammira i prodi della nostra confraternita. E spero col tempo ne farà parte, perchè è cosa che non suol fallire. Presentemente non è che un neofito, un proselito, il quale cerca la compagnia de’ grandi maestri, come coloro che imparano ad armeggiare frequentano le sale di scherma per vedere come i più abili sanno maneggiare il passetto.»
«Se i suoi pregi stanno in tale misura, onesto Michele, è d’uopo che tu passi con me in un altro appartamento, poichè ho da dirti alcune cose che non debbono andar più in là delle tue orecchie. Quanto a voi, signore, vi prego aspettarne qui, e di non uscire da questo luogo, perchè si trovano nella mia casa, persone, che la vista d’uno straniero potrebbe conturbare.»
Tressiliano diede il suo assenso chinando il capo, e i due degni amici lo lasciarono nella sala, ove rimase solo ad aspettare che ritornassero.