CAPITOLO PRIMO.
Gaetano Barbieri translation
»Il mio mestiere È far l’ostiere; E la natura Di quel terreno, Che presi in cura, Conosco appieno, »De’ miei fratelli Entro i cervelli Lor varie voglie Legger, lor gioia, Talor le doglie! Talor la noia; »Questo è il sapere Del mio mestiere. Ma mentre il fondo Metto in lavoro, Veder giocondo Piacemi il coro »Degli operai. Non voglio guai. In mezzo ai canti Sol dei cultori La terra ammanti I suoi tesori. La Nuova Osteria.
È privilegio de’ romanzieri l’aprire in un’osteria i racconti che imprendono; e nelle osterie di fatto si trovano a lor volta tutti i viaggiatori, ed è in questi luoghi ove regna maggior libertà, e ove l’indole di ciascuno è meno impacciata da riguardi nel darsi a conoscere. E tal modo d’incominciare i romanzi soprattutto merita preferenza, allorchè l’epoca delle cose da narrarsi rimonta agli antichi tempi, nei quali coloro, che in un’osteria convenivano, erano, in tal qual modo, non solamente gli ospiti, ma i commensali dell’ostiere per tutto il tempo che si rimanevan con lui. Questo padrone d’albergo era per l’ordinario uomo di buona fisonomia, assai gioviale, e che arrogavasi il privilegio di dir con franchezza la sua opinione. Facilmente alla presenza di lui si svelavano le varietà d’indole fra le persone della brigata; perchè ben di rado avveniva, che dopo aver vôtato un fiasco di sei boccali, ognuno de’ circostanti non abbandonasse tutto umano rispetto, e gli uni cogli altri e coll’ostiere, non si comunicassero le mutue idee usando la confidenza propria di chi si conosce da lungo tempo.
Nel diciottesimo anno del regno di Elisabetta, il villaggio di Cumnor, situato tre o quattro miglia lontano da Oxford, possedeva un’osteria eccellente sì, che di tali osterie a’ dì nostri non se ne vedono più. La conduceva, o a dir meglio la governava, Giles Gosling, uomo gioviale, la cui faccia era di bevitore anzichè no, giunto ad età che oltrepassava di qualche cosa i cinquant’anni, non uso a scorticare troppo i suoi avventori, esatto nei pagamenti, pronto allo scherzo, e che aveva una cantina fornita a tutto punto, ed una figlia assai bella. Venendo fin dai tempi di quel vecchio Enrico, podestà di Southwark, non vi era mai stato ostiere, che pari a Giles Gosling, possedesse l’ingegno di piacere agli ospiti, qualunque ne fosse la condizione, onde sì grande ne era divenuta la fama, che il dire di essere stato a Cumnor senza reficiarsi all’Orso nero, era un confessarsi viaggiatore privo di gusto e d’intelligenza, e degno di riso, quanto il sarebbe stato un contadino che fosse tornato da Londra senza veder la Regina. Gli abitanti di Cumnor superbivano di Giles Gosling, siccom’egli andava fastoso della sua osteria, della sua figlia e di se medesimo.
Nella corte adunque dell’osteria, condotta da quest’uomo sì rispettabile, al tramontare di un certo giorno si fermò un viaggiatore, che dall’infiacchimento del suo cavallo dovea dirsi venisse da lungo viaggio. Mentre il cavaliere dava a custodire questa bestia al mozzo di stalla, gli fece tali interrogazioni, che furono poi cagione del seguente dialogo tra i famigli dell’Orso nero.
«Olà. Eh! John Tapster».
«Che c’è, Will Holster?» rispose il cantiniere, il quale con una camiciuola sbottonata, in brache di tela, e cingendo un grembiule verde si fece vedere da un uscio aperto per metà, che pareva conducesse alla cantina.
«Questo viaggiatore domanda, se hai buona ala (una certa qualità di birra).»
«Se ho buon’ala! E chi è che possa dubitarne? Non siamo distanti che quattro miglia da Oxford; se la mia ala non contentasse gli studenti, mi spezzerebbero la testa coi boccali.»
«È questa che voi chiamate la logica di Oxford?» disse lo straniero innoltrandosi verso la porta dell’osteria. Allora Giles Gosling gli si presentò innanzi in persona così dicendo:
«Quando poi parlate di logica, ascoltate quest’argomentazione:
»Mentre ben mangia il destriero, »Vuolsi vino al cavaliero.»
«Amen, e ben volentieri, soggiunse l’altro. Sturatemi dunque un fiasco del canarie miglior che v’abbiate ed aiutatemi a vôtarlo.»
«Ah! voi non siete ancora che in minore, sig. viaggiatore, se avete bisogno che l’ostiere vi aiuti per mandar giù un sorso di vino. Ne aveste almeno ordinato un gallone! Allora, potreste anche chiedere questo aiuto e passar tuttavia per un uomo che sa vivere co’ suoi simili.»
«Non v’inquietate, mio ostiere; farò il mio debito al pari di tutt’altro, che si trovi non più lontano di quattro miglia da Oxford. Non vengo, credetelo, dai campi di Marte per voler perdere la mia riputazione in mezzo ai seguaci di Minerva.»
Mentre in tal guisa si parlavano l’ostiere e l’ospite, il primo con viso che esprimeva la gioia al ricettar l’altro, il fece entrare nella sala terrena; ove già molti stavano uniti in diverse brigate. Quali d’essi beveano, quali giocavano alle carte, alcuni parlavano d’interessi, ed altri, costretti dai propri affari ad alzarsi alla domane di buon mattino, finivano di cenare, ed ordinavano al garzone dell’osteria che allestisse loro le stanze.
Il forestiere nell’entrare in quella sala non eccitò verso di sè maggior attenzione di quella che in tai luoghi ognuno, senza però farsene un gran pensiero, suol dare all’ultimo arrivato. Da un tal genere di esame egli apparve ai circostanti uno di quegli uomini, che comunque regolarmente costrutti, e di forme esterne, le quali nulla presentano di spiacevole, nondimeno non hanno nella fisonomia nessuna di quelle particolarità che concilian favore; laonde sia per difetto dei loro lineamenti, sia per suono di voce, o per isgradevoli andamento e modi, inspirano tal quale ripugnanza a rimanere con essi in società. Scorgevasi in costui molto ardimento, scevro però di franchezza, e sembrava annunziasse a prima giunta grandi pretensioni a riguardi, ed a modi verso lui compiacenti, come chi teme andarne privo se non fa valere ben presto i propri diritti ad ottenerne. Lo copriva un pastrano, che laddove aprivasi alquanto, lasciava vedere una bella camiciuola gallonata, e un centurino di bufalo, da cui pendevano una sciabola e due pistole.
«Voi non viaggiate senza cautelarvi, o signore» disse Giles Gosling, che diede un’occhiata a quell’armi nel tempo che metteva in tavola il vino chiesto dall’ospite.
«Sì, mio caro albergatore, ho ravvisato quanto giovi essere provveduto d’armi negl’istanti del pericolo, nè ho poi voluto imitare i vostri magnati d’oggidì, che congedano la gente del loro seguito quando credono non averne più di bisogno.»
«Per bacco! scommetto venite dai Paesi Bassi, ch’è il paese ove nacquero la picca e l’archibuso.»
«Sì certamente, che ho viaggiato in lungo ed in largo, e vicino e lontano, mio caro amico. Ma intanto ch’io bevo un bicchiere di questo vino alla vostra salute, empitene un altro, e vôtatelo alla salute mia. Se non sarà buono in grado superlativo, non dovrete almeno che incolparne voi stesso.»
«Se non sarà buono in grado superlativo! (risoggiunse con qualche enfasi il nostro Gosling, e nel tempo stesso vôtò la sua tazza facendo passare la propria lingua per tutta l’estensione delle labbra con quell’aria di soddisfazione che son soliti a dimostrare gli abili assaggiatori di vino). Non so bene che cosa v’intendiate con questo vostro superlativo. Posso però accertarvi, che di tal vino non berreste alle tre Cicogne, e se lo trovate migliore, ardisco di dire, alle Canarie, sto a patto di non toccar, finchè vivo, nè monete, nè fiaschi. Mettete, mettete il bicchiere fra i vostri occhi e la luce, e vedrete saltellar gli atomi per entro a questo liquore dorato, siccome in mezzo ad un raggio di sole. Ma è così. Vorrei piuttosto somministrar vino a dieci contadini, che ad un sol viaggiatore. Spero bene che Vostro Onore[2] non si terrà offeso da questo mio modo di dire.»
«Non vi nego che il vostro vino è robusto e di buona lega, ma per aver vino eccellente, amico mio, conviene berlo nel luogo medesimo, dove cresce la vigna. Questo, che a giudizio vostro è un vino squisito, si avrebbe in conto di mezzo vino al porto di S. Maria. Caro albergatore, vi è d’uopo viaggiare, se volete farvi profondamente iniziato nei misteri dei fiaschi e delle botti.»
«Davvero, mio signore, se il frutto de’ miei viaggi dovesse essere il trovarmi poi mal contento delle cose che posso avere in mia patria, stimerei il viaggiare una speculazione da matto. Ma v’assicuro, trovarsi parecchi uomini, i quali non assottigliano tanto le cose, ma che sanno annasare il buon vino, benchè non abbiano mai abbandonate le nebbie di questa vecchia Inghilterra, e la Dio mercè, non si sieno mai tolti da canto del loro focolare.»
«Oibò, mio caro ostiere, questo pensare è limitato e triviale, e fo sicurtà che in ciò non s’accordano con voi tutti gl’Inglesi. Scommetto io, che fra i vostri, avvezzi a darsi più bel tempo, ve n’ha parecchi i quali han viaggiato alla Virginia, o almeno fatta una scorsa ne’ Paesi Bassi. Orsù. Recapitolate bene le cose nella vostra memoria. Non avete voi in paese straniero qualche amico, di cui vi piacesse saper le notizie?»
«No in fede mia. Non ve n’è un solo fin d’allor quando quello spensierato di Robin di Drysand-ford si fece accoppare all’assedio di Briel. Il diavolo si porti la colubrina, d’onde venne la palla che lo spedì! Non ho mai conosciuto il miglior compagnone nel vôtare la sua tazza a mezza notte sonata. Ma egli è morto, se n’è andato, e dopo lui non conosco nè soldato, nè viaggiatore, pel quale io dessi una buccia di mela.»
«Corpo di bacco! Voi me le dite strane. Nel tempo che tanti bravi Inglesi dimorano in paesi stranieri, voi che mi parete persona di vaglia, non avete, nè un parente, nè un amico fra questi?»
«Oh! se mi parlate di parenti, ho bensì una mala semenza di nipote, che lasciò l’Inghilterra nell’ultim’anno del regno di Maria, ma egli è uno di quegli sfaccendati, ch’è meglio il perderlo del trovarlo.»
«Non dite così, amico, ammeno che non aveste saputa qualche sua scappata da poco in qua. Quanti pulledri che pareano indomabili divennero poscia nobili corridori! Come lo chiamate voi?»
«Michele Lambourne. Il figlio di una mia sorella. Vi giuro che non mi va niente a sangue il ricordarmi nè d’un tal nome, nè d’un tal parentado.»
«Michele Lambourne! (sclamò lo straniero che finse essere colpito da sì fatto nome) Sarebb’egli mai quel prode cavaliere di questo casato, il quale si comportò con tanto valore all’assedio di Venloo, che il conte Maurizio gli fece sin ringraziamenti alla presenza di tutto l’esercito? Lo dicevano Inglese, nè di natali molto cospicui.»
«Bene; ma non può essere mio nipote, disse Gosling. Costui non avea coraggio più che una gallina, se però non veniva occasione di far del male.»
«La guerra fa nascere il coraggio» disse l’altro.
«Ed io credo gli avrebbe fatto perdere quel poco che gli rimaneva.»
«Il Michele Lambourne, da me conosciuto, era un giovinotto ben complesso, cui piacea vestire in tutta eleganza, e possedeva vista di falcone nell’adocchiare una bella ragazza.»
«E il mio Michele rassembrava un cane, che avesse un sonaglio alla coda, e portava un abito composto di stracci, ognun de’ quali parea si congedasse dall’altro.»
«Oh! ma il giorno dopo di una battaglia non v’è scarsezza di buoni vestiti.»
«Io credo piuttosto che il nostro Michele ne avrebbe giuntato uno nella bottega d’un rigattiere, nel punto che questi gli tenea volte le spalle. Quanto all’occhio di falcone, per cui lo encomiate, v’assicuro che non lo stogliea mai dai miei cucchiai d’argento. Fu mia ventura che non rimanesse in questa casa più di tre mesi. Egli avea cura della cantina, e ne sia lode ai suoi stravizzi ed ai suoi errori di calcolo, fra il vino che m’ha bevuto e quello che ha mandato a male, se rimaneva tre altri mesi, avrei potuto metter giù l’insegna, chiudere l’osteria, e dare in custodia al diavolo la chiave del mio magazzino.»
«E ad onta di tutto ciò, caro ostiere, se vi venissero a dire che il povero Michele Lambourne rimase morto comandando il suo reggimento, e mentre assaliva un fortino presso Mastricht, ne sareste assai contristato.»
«Contristato! Non mi si potrebbe arrecare più grata novella. Sarei sicuro almeno che non finì sulla forca. Di grazia, non ne parliamo più. Io temo bene che la sua morte non sia mai per far onore alla nostra famiglia. Basta, se accadesse altrimenti (e in questo versava un bicchier di Canarie) lo dico di buon cuore, Iddio gli dia pace!»
«Adagio, adagio, sig. albergatore. Non abbiate questi timori. Il vostro nipote vi farà onore, e soprattutto, se è quel Michele che ho conosciuto, e che amo, direi quasi.... sì in fede mia, al pari di me medesimo. Non potreste voi indicarmi qualche contrassegno onde verificare, se i due Micheli, di cui parliamo, fossero mai una stessa persona?»
«No, per quanto mi ricordo.... Aspettate. Il mio Michele porta sulla spalla sinistra l’impronta d’un ferro rovente appostagli in premio d’essersi appropriato una tazza d’argento che apparteneva ad una buona donna di nome Snort d’Hogsditch.»
«Oh! questa volta voi ne mentite, come un mariuolo, o mio zio (disse lo straniero, che in quel punto medesimo sbottonò la camiciuola, e abbassò tanta camicia quanta bastava a farne vedere ignuda la spalla). Per Dio! questa mia pelle è sana ed intatta non meno della vostra.»
«Che ascolto? Michele! (sclamò l’ostiere). Il saresti tu veramente? Oh! sì. Io dovea persuadermene, perchè non conosco persona al mondo, la quale potesse affannarsi per te la metà di quello che tu facevi. Però, ascoltami, Michele. Se la tua pelle è sana ed intatta come ten vanti, è forza dire che il carnefice, mosso a pietà della tua giovinezza, ti abbia toccato con un ferro freddo.»
«Via, via, caro zio. Tronchiamo le barzellette. Esse verranno all’uopo per far passare i fumi della vostra birra alterata. Vediamo piuttosto quale accoglienza sappiate fare ad un nipote che ha girato il mondo per diciott’anni, che vide nascere il sole di là dove tramonta, e che ha viaggiato tanto finchè l’occidente si trasformasse in oriente.»
«A quanto mi sembra, o Michele, tu hai riportata con te una delle prerogative dei viaggiatori, nè veramente ti abbisognava un sì lungo pellegrinaggio per acquistarla. Ben mi ricordo che fra tuoi insigni pregi era quello di non ne dire mai una di vere.»
«Vedete, o signori, un miscredente più d’un pagano (disse Michele Lambourne, volgendosi alla brigata, che non perdè alcuna parte di questo stravagante riconoscimento fra zio e nipote, ed in mezzo alla quale si trovavano alcuni, cui note erano le alte geste della costui giovinezza). Questo è quanto a Cumnor chiamasi in proprii termini macellare il vitello grasso. Ma sappiatelo, mio caro zio, che non esco ora del guscio, e che non vengo da fare il guardiano di porci. Poco mi rileva, se bene o mal mi accogliete. Ho con me quanto basta onde farmi ben ricevere per ogni dove.»
E in ciò dire, levò di tasca una borsa assai piena di monete d’oro per fare spalancar gli occhi a tutti quelli della comitiva. Alcuni d’essi crollavano il capo, e bisbigliavano fra di loro. Ma due o tre, meno scrupolosi, incominciarono a riconoscerlo siccome concittadino, e lor compagno di scuola. Nel medesimo tempo alcuni altri personaggi più gravi si alzarono, ed uscendo di quell’albergo l’un all’altro si dissero, che se Giles Gosling volea che il suo negozio continuasse a prosperare doveva liberarsi il più presto possibile di questo spregevole nipote. E lo stesso Gosling si comportò in guisa da far conoscere com’egli fosse parimente di sì fatto avviso; e si dee rendergli tal giustizia: la vista dell’oro portò nell’animo di questo galantuomo minor impressione, che non ne produce per solito nelle persone dedite al mestiere da lui professato.
«Michele, nipote mio, gli disse, metti via il tuo danaro. Il figlio di una mia sorella non dee pagar nulla per cenare, o dormire una notte in questa casa. Dico una notte, perchè m’immagino non avrai molta ansietà di rimanerti più lungo tempo in un luogo, ove sì poco favorevolmente sei conosciuto.»
«In quanto a questo, mio caro zio, rispose il viaggiatore, non consulterò che la mia inclinazione e la natura dei miei affari. Intanto bramo pagar da cena a questi miei stimabili concittadini, che non portano la fierezza sino a ricordarsi di quel che fu Michele Lambourne. Se voi volete fornir la cena in cambio del mio danaro, ciò sia. Altrimenti due soli minuti di cammino ne disgiungono dall’osteria della Lepre, ove questi miei buoni colleghi non faranno difficoltò d’accompagnarmi.»
«No, no, Michele, gli disse lo zio, poichè diciotto anni ti sono passati sopra la testa, vorrei sperare che qualche poco almeno te l’avessero addirizzata: onde non permetterò che tu abbandoni la mia casa a quest’ora. Anzi ti verrà dato tutto ciò che onestamente potrai domandare. Soltanto mi punge la curiosità di sapere, se questa borsa, che sfoggiasti or ora sia guadagnata con altrettanta legittimità, quanto mi sembra riboccante di danaro.»
«Nol dissi, o miei vicini, ch’egli è un miscredente? (soggiunse il Lambourne, voltosi novellamente all’uditorio). È ben cosa stravagante che uno zio, venuto nell’età, voglia disotterrare quelle leggerezze di un nipote, che hanno già sulle spalle vent’anni. Per quanto spetta a quest’oro, o signori, dovete sapere che fui nel paese ove nasce, ed ove non si ha che l’incomodo di raccoglierlo. Io vengo, amici, dal Nuovo Mondo, ed appunto dalla terra di Eldorado. Ivi i fanciulli giocando alla fossetta non hanno d’altre pallottole che i diamanti; ivi le contadine portano collane di rubini; in somma in questo paese le case van coperte di tegole d’oro, e le strade son lastricate d’argento.»
«In fede mia, amico Michele (sclamò Lorenzo Goldthred, uomo che primeggiava fra i merciai d’Abingdon) un tal paese sarebbe eccellente per trafficarvi. Ditemi un poco, quanto si ritrarrebbe dallo spacciare le tele, i nastri, le seterie, in una contrada ove l’oro è a sì buon mercato?»
«Un profitto incalcolabile, rispose il Lambourne, soprattutto se un mercante, fresco negli anni e disinvolto, vi porta il suo fardello egli stesso. Oh! come son gaie le donne di quei beati luoghi, ed essendo alquanto arse dal sole, prendono fuoco com’esca appena vedono una carnagione appetitosa qual tu la presenti, e capelli siccome i tuoi che inclinino un poco al rossiccio.»
«Vorrei bene far colà il mio commercio», disse tosto, spalancando due grandi occhi, il merciaio.
«Nulla di più facile quando tu il voglia, disse Michele, e semprechè tu sia ancora quel risoluto campione, che mi prestava un dì il braccio nel portar via le mele dal giardino dell’abbazia. Basta a ciò un processo chimico semplicissimo, con cui tu trasmuti la tua casa e i tuoi poderi in bel danaro sonante, e questo di poi in un gran bastimento, guernito di vele, d’ancore, di cordami, e d’ogni suo attrezzo. Allora tu raccogli tutte le tue mercanzie in fondo di stiva, metti a bordo cinquanta robusti vagabondi, io assumo il comando della spedizione, sciogliamo le vele, e, voga, voga galera! eccoci avviati verso il Nuovo Mondo.»
«Nipote mio, si mise allora di mezzo l’ostiere, tu gl’insegni il segreto per trasmutare, valendomi del tuo stesso vocabolo, le sue lire in soldi, e le sue tele in altrettanti spaghi. Ascoltate il parere di un matto, mio caro Goldthred. Non vi fidate al mare, che divora ogni cosa. Le carte e le donne, di cui vi dilettate la vostra parte, facciano pure il loro peggio; le balle di mercanzia, lasciate da vostro padre, dureranno un anno o due prima che si compiano i vostri dì all’ospitale; ma il mare ha un appetito insaziabile, ed in una mattina, vi divora tutte le ricchezze di Lombard Street[3], colla prestezza che io manderei giù un uovo affrittellato, o un bicchiere di vino. In quanto poi all’Eldorado di Michele, voglio che non mi crediate più nulla in vita mia, se non trovò quel danaro nelle tasche di un qualche papero della vostra specie. Oh! per questo, non ti turare il naso a furia di tabacco, o Michele; mettiti a sedere, e sei il ben venuto. Ecco la cena, che arriva. Invito tutti quelli che vorranno parteciparne, ad onore d’un nipote che dà tante belle speranze di sè, e confidandomi sia qualche cosa di men cattivo, che quando partì. In coscienza, nipote mio, hai le sembianze della mia povera sorella più di quanto nessun figlio abbia mai somigliato alla madre.»
«Non si somiglia tanto al vecchio Benedetto Lambourne, marito di essa, disse il merciaio. Ti ricordi, Michele, che cosa rispondesti al tuo maestro di scuola allorquando stava per batterti, perchè avevi fatto cadere le stampelle, su di cui era solito appoggiarsi tuo padre? Mio padre! mio padre! stimo il fanciullo che conosce suo padre. Il dottor Brincham, me ne ricordo come se fosse adesso, rise tanto di cuore, che gli vennero finalmente le lagrime agli occhi, e queste lagrime del riso risparmiarono a te quelle del dolore.»
«Le vivacità di quei giorni, disse il Lambourne, erano un ritrarmi in addietro per tentar più bel salto. Di fatto vi sono riuscito. E come sta quel degno pedagogo?»
«Eh! quant’è mai che è morto!» soggiunse l’ostiere.
«Morto sicuramente, ripetè il Cherico della parrocchia; gli stava io al capezzale quando morì, e morì qual visse. Mori, morior, mortuus sum, tali furono le sue estreme parole, ed appena ebbe forza d’aggiunger quest’altre: Ecco ch’io ho coniugato il mio ultimo verbo.»
«Ebbene, Dio l’abbia in pace, risoggiunse Michele, a me non deve nulla.»
«No in fede mia, soggiunse il merciaio. Mi ricordo avergli udito dir tante volte che in ogni colpo di staffile di cui ti regalava, era altrettanta fatica risparmiata al maestro di giustizia.»
«E si sarebbe detto che non voleva lasciargli nulla da fare, disse il Cherico. Pure non fu un benefizio semplice che ottennero nè il nostro amico (accennando Michele), nè il suo collega Goodman Thong.»
Sembrò a tai detti che scappasse la pazienza al Lambourne. Laonde prese il suo cappello che stava sopra la tavola, se lo adattò fino al sopracciglio in tal guisa, che l’ombra di una larga ala estendendosi su i suoi lineamenti e su quegli occhi, i quali non promettevano nulla di buono, ei compose il volto alla sinistra fisonomia di uno spadaccino spagnuolo.
«Voto a Dios, signori, disse allor seriamente. Qualche libertà è permessa fra amici, ma ho già tollerato abbastanza, che voi e questo mio degno congiunto, vi spassiate su qualche inconsideratezza della mia gioventù. Pensate ora che porto sciabola e pugnale, e che ho la mano agile per valermene all’uopo. Dopo d’avere militato nella Spagna, sono divenuto anche più dilicato nelle cose che riguardano l’onore, e mi spiacerebbe se il dir vostro poco guardingo mi traesse a qualche estremità.»
«E che fareste voi?» prese a domandare il Cherico.
«Sì. Che fareste voi?» soggiunse parimente il merciaio, portandosi all’altro lato della tavola.
«Quanto a voi, sig. Cherico, vi taglierei il gorgozzuolo, cosa da sofferirne ritardo le cadenze che siete solito a stonar la domenica nella chiesa. E voi, signor mercante di tele, nastri e seterie, vi bastonerei con tanta enfasi, da potervi stivare, senza che aveste voglia di movervi, entro una delle vostre balle.»
«Tronchiamo, tronchiamo (disse l’ostiere, che giudicò ben fatto l’interrompere questo diverbio). Astenetevi dal far romori in mia casa. Nipote, non conviene essere sì pronto ad offendersi; e voi, signori miei, dovreste pensare, che comunque vi troviate in un’osteria, in questo momento siete i convitati dell’ostiere, e ogni ragione di decenza vuole che risparmiate l’onore di sua famiglia. — Che Diavolo! Tutto questo fracasso fa girare la testa anche a me, ed ora in grazia vostra mi dimenticava l’ospite taciturno, chè non so dargli altro nome. Sono due giorni che è qui, e non ha aperto bocca se non se per chiedere quanto gli abbisogna, e l’importo delle cose avute. Guardate! non mi dà maggiore fastidio che se fosse un contadino, e paga siccome un principe di sangue reale. Quando gli si dà il conto non osserva mai che la somma, nè dice finor di partire, nè so quando partirà. È un vero gioiello. Ed io, cane degno di tutti i capestri, lo lascio là in un canto, come una pecora rognosa, senza neanco usargli la civiltà d’invitarlo a cenare, o a bere una tazza di vino in nostra compagnia. Non mi tratterebbe peggio di quel che merito, se andasse in dirittura alla Lepre prima che la notte divenga più alta.»
Detto ciò, accomodò con grazia un tovagliolo sul sinistro braccio, poi, tenendo colla destra mano il più bel fiasco d’argento che avesse, e cavatosi per un istante il suo berrettone di velluto, mosse verso l’individuo solitario, di cui avea fatta parola, e sul quale gli sguardi dell’intera brigata furono tosto rivolti.
Era questi un uomo di età fra i venticinque e i trent’anni, di statura al disopra della mediocre, vestito semplicemente, ma con decenza, e che univa a scioltezza una cert’aria di dignità, per cui sarebbesi detto che il modo in lui del vestire fosse al disotto di quanto al suo grado addiceasi. Egli sembrava meditabondo e guardingo. Bruni ne erano i capelli, e i suoi occhi nerissimi mostravano un brio non comune, tutte le volte che qualche istantanea occasione di commoverne l’animo si presentava. Fuori però di tal circostanza, e gli occhi e gli altri lineamenti del volto non annunziavano in lui che un uomo circospetto e tranquillo. I curiosi di questo picciolo paese non si ristettero da indagini per discoprirne, come meglio poteano, il nome e l’indole, e quali affari lo avessero condotto a Cumnor, ma niuna cosa giunsero a penetrare che appagasse tal loro curiosità. Giles Gosling, ch’era il primasso del villaggio, ardente partigiano della regina Elisabetta e della religion protestante, sospettò sulle prime questo suo ospite d’essere un gesuita, od uno di quei tanti preti che venivan mandati da Roma e dalla Spagna, e che facean poi tristo fine sulle forche dell’Inghilterra; ma non fu possibile che tale opinione gli durasse in verso di un ospite, il quale oltre a dargli sì poco fastidio, pagava il suo conto colla massima regolarità, e mostrava voler soggiornar qualche tempo all’Orso nero.
Onde tai discorsi favorevoli al suo forestiere andava egli accozzando tra sè: «Tutti i papisti sono uniti fra loro come le cinque dita di una mano. Se il mio albergato fosse un papista sarebbe già ito a cercarsi alloggiamento, o presso il ricco scudiere che sta a Belseley, o a Wooton in casa del vecchio cavaliere, o che so io? in qualcuna delle caverne romane, che a costoro non mancano. Avrebb’egli mai cercato una pubblica osteria, in figura di galantuomo e di buon cristiano? E poi, penso, che l’altr’ieri, venerdì, mangiò manzo condito colle carote, benchè la tavola fosse anche imbandita di anguille poste alla graticola, e delle migliori che vengano pescate nell’Isis.»
L’onesto Giles Gosling, già convintosi coi precedenti ragionamenti, che il suo ospite non era cattolico, gli si presentò adunque con tutta l’immaginabile cortesia, e lo pregò gli compartisse l’onore di bere un bicchiere di fresco vino e di partecipare ad una ricreazione intesa a festeggiare l’arrivo d’un nipote, e la riforma, se pure era vero, che questi avea fatta nei suoi costumi. Lo straniero sulle prime, fece colla testa il segno di chi ricusa, ma l’ostiere insistette, valendosi d’argomenti sull’onore della propria casa; ed anche su i sospetti che l’ospite avrebbe destati negli abitanti di Cumnor col mostrarsi d’umore sì poco socievole.
«In fine poi, continuava Gosling, è del mio decoro medesimo, che chiunque alloggia in questo albergo stia di buon umore. Perchè vi sono in Cumnor certe male lingue.... Già qual è il paese che ne sia senza? E v’assicuro, qui si guardano per traverso quelle persone, che per coprire il loro accigliamento, fanno discendere a mezzo volto il cappello, come se fossero sospirosi dei tempi andati, ed incapaci di sentire il ben presente, di cui godiamo, grazie al cielo, sotto il governo della buona regina Elisabetta, che Dio ci benedica e conservi.»
«Che dite, ostiere mio? rispose lo straniero. Un uomo dunque dovrà parere sospetto, perchè s’abbandona ai suoi pensieri, sotto l’ombra del suo cappello? Per altro, voi che siete stato a questo mondo doppio tempo di me, dovreste sapere esservi certe idee, che alloggiano con noi a nostro malgrado, e contro le quali non vale il dire: scacciamole e stiamo allegri.»
«Per bacco! Se avete tali idee che vi travagliano lo spirito, sicchè nemmeno i buoni Inglesi sian capaci di snidarle d’attorno a voi, faremo venire da Oxford qualche allievo del buon padre Bacone, affinchè provi a scongiurarle a furia di logica e di lingua ebraica. Perchè non cercate piuttosto di annegarle entro un mare di scelto vin di Canarie? Scusate, o signore, la mia libertà, ma son vecchio ostiere, e bisogna che parli franco, e come la sento. Questo umor malinconico vi sta male; e non s’accorda niente co’ vostri ben lustrati stivali, con quel cappello di castoro fino, con quell’abito di buon panno, e colla borsa ben fornita che avete ai vostri comandi. Mandate al diavolo questa malinconia, e vada a stanziare presso coloro, che hanno le gambe piene di paglia, costretti a coprir la testa con un cappellaccio di borra, il corpo con un giustacuore grattugiato, e la cui saccoccia non manda mai quel grato suono che ha forza di scacciare il demonio della tristezza. Allegria, signore, allegria! o in nome di questo buon liquore, noi vi proibiremo l’aria dolce che spira attorno ad una gioiosa brigata, per confinarvi ad assorbire le nebbie della malinconia nei paesi del malanno. Mirate là una banda di gente compagnevole che si diverte. Non increspate il sopracciglio in vederli, che mi parreste il diavolo quando guardava Lincoln.»
«Avete ragione, mio buon albergatore (disse l’ospite, componendosi ad un sorriso, che a malgrado della mestizia ond’era compreso, dava a divedere tutta l’amabilità della sua fisonomia), avete ragione. Coloro, il cui animo si trova nello stato al quale soggiace il mio, non debbono colla propria mestizia funestare la gioia di quelli che son più felici. Mi metterò di tutta buona voglia insieme ai vostri convitati, piuttosto che farmi credere un perturbatore degli altrui contenti.»
Detto ciò, alzossi per raggiugnere la comitiva, che incoraggiata dai precetti e dall’esempio di Michele Lambourne, e composta per la maggior parte d’uomini inclinati a profittar d’un buon pasto alle spalle dell’oste, aveva già molto bene oltrepassati i limiti della temperanza. La qual cosa apparve meglio dal tuono, onde Michele chiedea notizia degli antichi suoi colleghi, e dagli scrosci di risa, che si accompagnavano a ciascuna risposta. E la natura men che decente di questa loro allegria giunse a tanto, che ne rimase scandalezzato lo stesso Gosling, tanto più che, senza saperne il perchè, ei si sentiva compreso d’un certo rispetto verso il suo ospite sconosciuto. Postosi pertanto a qualche distanza dalla tavola, intorno a cui eran seduti questi tavernieri tanto leggiadri incominciò coll’ospite istesso una specie d’apologia sulle licenze di dire che si prendevano.
«Ad udirli, voi credereste non esserne un d’essi che non sia stato abituato al bel mestiere di chi intima ai viandanti: o la borsa o la vita. Eppure, ve ne potrete accorger domani; son tutti artigiani laboriosi, e mercanti onesti, non però più di tutti gli altri, che vi sottraggono il pollice nel misurare un’auna di panno, o che stando dal loro fondaco pagano le cambiali in corone alquanto calanti. Per esempio quell’uomo là che col cappello di traverso copre una capigliatura arricciata, e simile al pelo d’un can barbone, tutto spettorato, coll’abito che si licenzia da lui, direste a vederlo che è il modello perfetto d’un malvivente. Ebbene! È un merciaio d’Abingdon; e se andate domani alla sua bottega, lo trovate dalla testa ai piedi ben messo, sì che il giudichereste un lord Maire. E adesso parla di scalare l’altezza di una soffitta, e di forzare i cancelli d’un parco, con tale disinvoltura, che il giudichereste avvezzo a passar la sua notte sulla strada maestra per cui si va da Hounslow a Londra. In vece egli dorme sempre tranquillamente, sopra un letto bene spiumacciato, colla sua candela da una banda, e la sacra bibbia dall’altra per tener lontani i demoni.»
«Di grazia, ostiere, (disse lo sconosciuto) il nipote vostro, Michele Lambourne, che è il re di questa festa, ha egli pure la smania di farsi credere uno schiamazzatore?»
«Voi mi serrate gli abiti un po’ troppo alla vita, caro signore. Mio nipote è mio nipote, e benchè egli sia stato un vero cane in tempo di sua gioventù, può essersi corretto, come han fatto tant’altri, non è vero? Anzi se mai aveste dato ascolto alle cose che poc’anzi dissi di lui, non dovete poi prenderle per parole d’evangelio. Io avea conosciuto il malandrino, benchè non dessi a divederlo, e volli un poco mortificare la sua vanità. — Oh! bramerei sapere ora sotto qual nome debbo presentare a questa brigata il mio rispettabile ospite.»
«Sotto quello di Tressiliano, se così vi piace.»
«Tressiliano! un nome che mi sona bene all’orecchio, e che viene, cred’io, da Cornovaglia. Già vi sarà noto il proverbio:
»Se porti Pol, Pen, Tre, del nome tuo alla festa, »Che sei di Cornovaglia, la cosa è manifesta».
Noi diremo dunque, signor Tressiliano di Cornovaglia?»
«Non dite, vi prego, più di quello che ho detto io, e sarete certo di non errare, signor ostiere. Si può portare un nome preceduto da qualcuna di queste tre rispettabilissime sillabe, ed essere nato ben lontano dal monte S. Michele.»
Il nostro Giles Gosling allora non ispinse più oltre la curiosità, e sotto il nome di signor Tressiliano presentò lo straniero al nipote ed a’ suoi amici, i quali dopo aver bevuto alla salute del nuovo convitato, continuarono negl’intertenimenti che questo cerimoniale aveva interrotti.