CAPITOLO VI.
Gaetano Barbieri translation
»Su i prati, i campi e sulla zolla erbosa »Spargeva sue rugiade »La notte umida, ombrosa, »E donna allor delle stellate strade, »Da ogni veron dell’edifizio antico »Ribatter fea la luna il raggio amico. Mickle.
Quattro sale che teneano il lato occidentale dell’antico edifizio detto Cumnor Place erano state adorne con tal magnificenza che superava ogni descrizione; la qual cura di metterle in tanto splendore aveva preceduto d’alcuni giorni il tempo cui si riferisce l’incominciamento della nostra storia. E fu l’opera d’artefici mandati da Londra, che cambiò in appartamento degno veramente d’un re quel pezzo di fabbrica, parte dianzi più abbandonata e mal messa di quel vecchio convento. In tutto ciò venne adoperato tanto mistero che non solamente fu impedito agli operai l’uscire di quel luogo sintantochè non avessero compiuto il lavoro, ma questi, e s’introdussero di notte tempo, e di notte tempo partirono; nè si risparmiò cura onde nascondere alla curiosità indiscreta di que’ contadini i cambiamenti che si operavano nella casa di un lor confinante, già sì povero, or venuto in ricchezza. Senza tali cautele eglino si sarebbero dati del certo ad indagar le cagioni de’ cambiamenti medesimi. E si riuscì nel conservare il segreto quanto bastò, onde le poche cose che traspirarono non diedero luogo se non se a voci vaghe, le quali comunque passassero d’orecchio in orecchio, per l’incertezza con cui si divulgarono, non ottennero molta considerazione nè fede.
Nella sera che venne dopo il giorno di cui parliamo, questi appartamenti, di nuovo, e sì pomposamente adorni, vennero illuminati per la prima volta, e con tanta profusione, che lo splendore mandato da essi sarebbesi scorto ad una lontananza di sei miglia all’intorno; ma imposte di rovere ben chiuse da spranghe e da catenacci, e grandi cortine, tutte di seta e di velluto, guernite con frange d’oro, non permettevano al più sottile raggio di luce che si diffondesse al di fuori.
Questa parte di edifizio era composta, come dicemmo, di quattro principali sale, e ognuna di queste comunicava coll’altra. Vi si giugneva per un grande scalone che metteva alla porta di un’anticamera, simile per sua forma ad una galleria. L’Abbate avea spesse volte tenuto capitolo in tale stanza, le cui pareti erano ora intarsiate di legname peregrino d’un color bruno, tratto, diceasi, dall’Indie occidentali, che avea ricevuto a Londra bellissima pulitura, e d’una durezza, che ben molti de’ loro strumenti gli operai vi dovettero logorare. Il colore oscuro del legno ottenea spicco dal chiarore mandato dalle candele che stavano sopra ventole d’argento attaccate alle pareti, e da sei grandi quadri, che erano lavoro de’ primi dipintori del secolo, e fregiati di ricchissime cornici. Verso lo sfondo inferiore vedeasi una tavola di legno massiccio, fatta per quelli che voleano ricrearsi al giuoco del Shovel-Board[10], ch’era in grand’uso a quei giorni. Vedeasi dall’altro lato una ringhiera per collocarvi i sonatori ed i buffoni che venissero ivi chiamati per aggiugnere giocondità ad una serata.
Da questa anticamera si passava alla sala della mensa. Era essa di mezzana grandezza, ma tanto sfarzosa, che per dovizia d’ornati potea far incanto all’occhio anche il più avvezzo a veder cose grandiose. Le muraglie, poco prima ignude e nere di fumo, miravasi parate di un velluto cilestro, ricamato d’argento; erano le sedie d’ebano, riccamente scolto, e guernite di cuscini somiglianti alla tappezzeria delle pareti. In vece di ventole d’argento, che sostenessero le candele, come nell’anticamera, il luogo veniva rischiarato da un’immensa lumiera, parimente d’argento. Il pavimento era coperto da un tappeto di Spagna, su di cui i fiori e le frutta vedeansi rassembrati con colori tanto naturali e brillanti, che si esitava a calcar col piede un’opera così preziosa. La tavola, costrutta di vecchia quercia d’Inghilterra, riceveva abbellimento dalla squisitezza dei panni di lino che vi stavano sovrapposti; ed una grande credenza portatile, da’ suoi aperti battitoi, mostrava scaffali carichi di vasellami di porcellana e d’argento. Nel mezzo della tavola sorgeva una saliera fabbricata in Italia, bellissimo lavoro d’argento, alto due piedi, che rappresentava il gigante Briareo, le cui cento mani offerivano ai convitati ogni spezie d’aromi, e tutto quanto potea aggiugnere grazia al sapore delle vivande.
Di qui si andava alla grande sala, ornata di maestosa tappezzeria, in cui rappresentavasi la caduta di Fetonte; chè in allora i telai della Fiandra trattavano a preferenza argomenti classici. Fra gli altri sedili se ne distingueva uno da parata, che sorgea d’un gradino dal pavimento, e capace abbastanza perchè vi stessero sedute due persone. Sovrastava a questo un baldacchino, che al pari de’ cuscini, de’ paramenti, e fin del sottoposto tappeto era di velluto cremisino, ricamato a semi di perle. Fregiavano la sommità di esso baldacchino due corone, quali addiceansi al grado di Conte e di Contessa. Altri sedili poi non vi si vedevano fuorchè sgabelli coperti parimente di velluto, e cuscini ad uso moresco, ornati di rabeschi ricamati coll’ago. Trovavansi nell’appartamento, e strumenti di musica, e telai da ricamo, e altre cose onde in que’ tempi s’intertenevano le femmine distinte. La principale illuminazione di questa sala veniva da quattro grandi torce di cera vergine portate da altrettante statue che rappresentavano cavalieri Mori armati. Sosteneano questi colla sinistra mano uno scudo d’argento, che veniva ad essere collocato fra il petto del cavaliere e la torcia, e lustrato con tant’arte, che ripercoteva i raggi al pari di uno specchio di tersissimo cristallo.
La stanza del riposo, ultima di questo magnifico appartamento, era decorata meno sfarzosamente, ma non con minore ricchezza delle altre. Due lampade d’argento, colme d’olio profumato, vi spargevano d’ogni intorno odor delizioso, e la luce lor tremebonda producea il gradevole effetto di un sereno crepuscolo di sera. Sì fitto era il panno de’ tappeti che la pedata anche più grossolana non potea svegliare chi stavasi a letto. Era questo letto di caluggine, e lo copriva una coltre d’oro e di seta. Di tela batista le lenzuola, le coperte serbavano la bianchezza degli agnelli, che fornirono a intesserle i loro velli. Le cortine erano di velluto turchino, trapuntato di seta cremisina, tagliate a festoni d’oro, e fregiate d’un ricamo che rappresentava gli amori di Cupido e di Psiche. Trovavasi sulla toletta un magnifico specchio di Venezia, con cornice messa in filigrana d’argento, e a canto d’esso vedeasi una bella coppa d’oro, serbata a contenere la bevanda, ch’era allora costume di libare prima di mettersi al riposo. Un pugnaletto, ed un paio di pistole, ornati d’oro, stavano presso al capezzale del letto, armi che non si mancava di presentare agli ospiti di riguardo, piuttosto, com’è da credere, per una formalità, che per mettergli in sospetto di verun pericolo. Non dobbiamo qui tralasciare una circostanza che caratterizza i costumi di que’ tempi. Trovavasi nella grossezza delle muraglie un incavo, rischiarato da un cero, entro cui erano due cuscini riquadrati, coperti della stessa stoffa che le cortine del letto, e posti dinanzi ad un inginocchiatoio di ebano, scolpito nella parte più alta. Fu questo luogo, altra volta, l’oratorio dell’Abbate. N’era stato tolto in allora il Crocefisso, in cui vece vennero posti due libri di preci, riccamente legati e guerniti d’argento.
Il sol mormorio de’ venti che agitavano i rami delle querce del parco, potea penetrare in questo asilo della quiete, tranquillo cotanto, che il Dio del sonno lo avrebbe invidiato. Contigui alla stanza da letto erano due gabinetti da toletta, non apparati con minor lusso delle sale dianzi descritte. La parte di edifizio cui tenea l’ala meridionale dava luogo alle cucine, agli ufici, e agli altri alloggiamenti necessarii alla comitiva del ricco e nobile signore, per comando del quale sì delizioso soggiorno fu apparecchiato.
La divinità che n’era lo scopo, ben meritava le spese fatte in esso, e le fatiche adoperate nel condurlo a sì bel termine. Seduta nell’ultima delle descritte stanze, stavasi contemplando tai delizie create d’improvviso in suo onore, con occhio di compiacenza, e d’una vanità che era naturale quanto innocente. Perchè la sola cagione del mistero posto nel fornire sì ricco appartamento era il soggiorno che essa faceva a Cumnor Place. Si ebbero le più accurate diligenze, affinchè sino all’istante, or giunto per lei, di entrarne al possedimento, ella ignorasse che si fabbricava in quella parte dell’antico edifizio, e che non comparisse mai innanzi agli operai adoperati a tal fine. Pertanto non essendo ella mai stata nel ridetto luogo, ed entrando questa sera la prima volta in un appartamento cotanto diverso dal rimanente della fabbrica, credè per un istante trovarsi in un palazzo incantato. E vistasi in mezzo a tanta grandezza, si abbandonò a quella gioia vivace e libera, che ognun pensa dover nascere in una giovinetta avvezza a vivere nel ritiro della campagna, tratta d’improvviso ad uno splendore, cui non avrebbe mai osato aspirare, comunque strani ne fossero stati i desiderii; e fornita in oltre d’un cuore tenero e riconoscente, che ben comprende essere sì cari incanti l’opera dell’amore, mago il più possente di quanti se ne possano immaginare.
La contessa Amy, tal si era il grado, cui l’avevano sollevata le sue nozze, segrete sì ma non mancanti di alcuna formalità, coll’uomo maggiore per dignità e più possente di quanti vivessero nell’Inghilterra, non potè starsi per qualche tempo dal correre d’una stanza all’altra, nè mai era sazia di contemplare le cose ognor nuove che le ferivano il guardo, tanto più lieta che nel trarne motivo di apprezzar vie più il delicato gusto del Lord impadronitosi dell’innocente suo cuore, vi leggeva le prove della tenerezza con cui era amata.
«Quanto sono belle, sclamava, queste tappezzerie, e naturali queste dipinture! Com’è ricco il lavoro di questi argenti! Non direbbesi padrone di tutti i galeoni di Spagna colui che il fece eseguire? Ma Giannina! (ripeteva ella sovente alla figlia del Foster, che la seguiva con eguale curiosità, benchè più moderata nella sua gioia) come è più delizioso di tutto ciò il pensare, che tante maraviglie vennero qui attorno adunate per amor mio, e che ad una qualche ora di questa sera potrò starmi col creatore di tal novello Paradiso, e ringraziarlo, ben assai più che delle maraviglie contenute in esso, di quella tenerezza, che sola ve le collocò!»
«Egli è il Signore, o Milady, rispose tosto la giovane Puritana, cui dovete dar grazie d’avervi conceduto uno sposo sì tenero e che fa tante cose per voi. Anch’io veramente mi sono studiata ad ornarvi quanto meglio sapessi. Ma se non la finite di correre così da una stanza all’altra, non terrà saldo una sola delle spille de’ vostri ricci, e la mia opera scomparirà, come al primo raggio di sole si dileguano i disegni, che la brina ha fatti su i vetri.»
«Hai ragione, Giannina,» disse la giovane e bella contessa, uscendo dell’estasi in cui era assorta, e d’improvviso fermando il suo correre. Poi postasi innanzi ad uno di quegli specchi, de’ quali non avea mai veduto più grandi (nè forse i più belli si trovavano nell’appartamento della Regina) tornò a ripetere: «Hai ragione, Giannina», indi si abbandonò ad un moto di gioia, ben perdonabile alla sua età, in vedere che quello specchio riflettea forme presentatesi ben di rado alla lucida sua superficie. «Sembro piuttosto una venditrice di latte che una contessa con queste guance rosse e riscaldate, e con queste brune trecce che tu avevi aggiustate in tanta simmetria, e che ora vanno qua e là, come i tralci d’una vite che non sia mai stata potata. Gli ornamenti del collo non si reggono più, e mi scoprono il seno oltre quanto la decenza permette. Vieni, Giannina, è d’uopo ch’io m’accostumi alle molestie unite alla pompa. Entriamo nella gran sala, mia buona giovane, tu ricomporrai questi capelli in sommossa, e imprigionerai sotto la batista ed il pizzo questo mio seno che è troppo vivamente agitato.»
Esse passarono adunque nella gran sala, ove la Contessa, negligentemente appoggiandosi sui cuscini, ora si abbandonava alle proprie meditazioni, ora udiva con diletto le ciance di questa giovane sua seguace.
In tale atto ed espressione di fisonomia che tiene un grado di mezzo fra la distrazione e l’impazienza di chi aspetta, credo che per trovare lineamenti sì amabili e che significassero tanto, si sarebbero corsi invano i mari e le terre. La ghirlanda di brillanti, posta sopra capelli d’un bruno carico, splendea meno di quell’occhio nero adombrato da un sopracciglio bruno, sì regolare che l’avresti detto dipinto, e da lunghe ciglia dello stesso colore. Le corse fatte per le stanze; il contento della vanità soddisfatta, l’ardente desio di veder giungere il Conte, invermigliavano in deliziosa foggia quelle guance, che d’ordinario peccavano alcun poco di pallidezza. Bianca ne era la collana di perle quanto il latte, che, novello pegno dell’amor dello sposo, ella già portava al seno. Ma era un nulla questo candore a fronte di quel de’ suoi denti, che avrebbero fatto perder vezzo alla pelle, se la speranza e il contento non le avessero impresse le gradazioni del color della rosa.
«Ebbene, Giannina, queste tue dita sì affaccendate non hanno ancora terminato il loro lavoro? chies’ella alla giovane ancella, che si dava grande sollecitudine di riparare i guasti occorsi nell’acconciatura della Contessa. Va bene, Giannina, va bene. Ora fa d’uopo ch’io veda tuo padre prima che giunga Milord. Voglio anche vedere il signor Riccardo Varney, che è in tanto favore presso il Conte. Eh! sì: non dipenderebbe da me che il farglielo perdere col rivelare certe cose a mio marito....»
«Oh! fate bene ad astenervene, mia buona padrona, disse subito Giannina. Mettete questo Varney nelle mani del Signore, che sa punire i cattivi, quando lo giudica a proposito. E poi se mi credete, non entrate mai in disparere con Varney. Egli gode la confidenza del padrone, e chiunque lo ha contrariato ne’ suoi divisamenti, rare volte ha fatto fortuna.»
«E come sapete tai cose, mia Giannina? Perchè dovrei io avere tutti questi riguardi con un uomo d’una condizione tanto inferiore, io che sono la moglie del suo padrone?»
«Milady conosce meglio di me quello che ha da operare; ma ho udito più volte dir da mio padre, ch’egli vorrebbe incontrarsi in un lupo affamato, anzichè sconcertare a Riccardo Varney il minimo de’ suoi divisamenti. Mi ha in oltre raccomandato di non fare alcuna lega con essolui.»
«Tuo padre ti ha parlato da savio uomo, Giannina, e ti posso guarentire che t’ha così consigliata per il tuo bene. È una sfortuna che i lineamenti, e i modi di Foster non s’accordino colle sue intenzioni, perchè potrebbero anche essere pure.»
«Oh! non ne dubitate, Milady, che le intenzioni di mio padre non sieno rette. So che non è bello, ma non bisogna giudicare il cuor degli uomini dalla figura.»
«Lo credo, mia buona fanciulla: e voglio crederlo, se non foss’altro, per amore di te. La sua fisonomia però è tale che non si può guardarlo senza provare un certo fremito. Io penso, che fin tua madre.... Non hai anche finito, mia cara, di torcermi i capelli con questo ferro?... Penso che tua madre tremasse sempre al suo aspetto.»
«Se la cosa fosse stata così, mia signora, mia madre avea tai parenti, che avrebbero saputo sostenerla. Ma voi stessa, Milady, io vi ho veduto divenir rossa e tremare, quando Varney vi pose fra le mani quella lettera di Milord.»
«Voi vi prendete libertà più del dovere, o Giannina (disse la Contessa, abbandonando il cuscino, su cui, appoggiato il capo alla spalla dell’ancella, si stava seduta: poi riprendendo tosto il tuono di bontà che le era famigliare) tu non sei pratica, le disse, che in certe occasioni si può tremare senza essere preso da verun timore. Per tuo padre, mi sforzerò d’avere di lui la migliore opinione possibile, se non per altro perchè gli sei figlia, mia cara fanciulla. Oimè (soggiunse di poi, e nel dire le seguenti cose, una nube di tristezza le coperse la fronte, e i suoi occhi si fecero gonfi di lagrime), io non posso non aprir l’orecchio agli accenti della pietà filiale, io che ho un padre non consapevole del mio destino, io che or ora ho saputo esser egli infermo e angoscioso sulla mia sorte! Ma lo rivedrò, e la notizia della fortuna cui ascesi, lo farà tornar giovane. Io gli restituirò la primiera gioia. — Ma intanto non è bene ch’io pianga (e nello stesso tempo si rasciugava gli occhi). Milord non dee trovarmi fredda alle bontà che mi usa; mal si starebbe ch’ei vedesse la sua creatura in istato di tristezza, allorchè dopo sì lunga lontananza viene ad allegrarne di sua presenza il ritiro. Componiamoci alla gioia, diletta Giannina; la notte non è lontana; ed avremo presto Milord. Chiamami tosto tuo padre, e Varney. Non ho nessun astio contro di loro, e benchè e l’uno e l’altro m’abbiano dato motivi di non esser contenta, sarà omai colpa d’essi soltanto, se mi costringessero a farne qualche querela a Milord. Vanne, Giannina, dì loro che qui gli aspetto.»
La giovane Foster ubbidì alla sua padrona, e pochi minuti dopo, il Varney si mostrò nella gran sala con tutta quella disinvoltura, grazia e arditezza, di cui non è penuria in un cortigiano, che sappia ben avvolgersi entro manto d’urbanità, per nascondere il proprio animo, e disvelar meglio quello degli altri. Veniva dopo lui Tony Foster, la cui fisonomia malaugurosa e triviale si faceva appunto più scorgere pel goffo studio ch’egli metteva a non lasciar comprendere come vedesse di mal occhio, e con vera inquietudine che quella femmina, sulla quale avea fin allora usato d’autorità quasi dispotica, fosse adorna di tutti gli apparati della grandezza, e vedesse d’ogn’intorno a sè sì luminosi pegni dell’amor d’uno sposo. E fu una confessione del nudrito mal animo la sinistra riverenza fattale da costui, non diversa da quella ch’è solito praticare un reo giunto al cospetto del giudice, allorchè vuole ad un tempo darsegli per colpevole ed implorarne pietà.
Il Varney, che per la sua prerogativa d’essere nobile, lo precedè entrando nell’appartamento, avea già in un istante recapitolato nella sua mente le cose da dirsi ad Amy, onde per tutti i riguardi potea meglio del Foster esporle con garbo e franchezza.
Il saluto voltogli da Amy fu sì cortese da presagire a lui compiuta indulgenza su gli antichi falli; ed alzatasi e mossagli incontro, gli porse la mano così dicendogli: «Sig. Varney, voi mi portaste in questa mattina tai notizie, la cui sorpresa tanto mi fu deliziosa, ch’io temo perfino avermi dimenticato la raccomandazione fattami da Milord perchè ben vi accogliessi. Vi offro la mia mano qual pegno di riconciliazione.»
«Non son degno di toccarla (rispose Varney, piegando a terra un ginocchio) in altra guisa che come il suddito tocca talvolta quella del suo sovrano.» E in ciò dire accostò alle proprie labbra quelle belle dita snodate, cariche di brillanti, e d’altri sontuosi ricordi dell’amore di Milord; indi alzatosi, con leggiadria fece alcun passo per condur lei verso il sedile di parata.
«Scusatemi, sig. Varney, non mi sederò certamente in quel luogo, ammeno che non sia lo stesse Milord a condurmivi. Non mi vedo finora che una contessa in maschera, nè voglio attribuirmene le prerogative, prima di essere a ciò autorizzata da lui, che ha il potere di conferirmele.»
«Io spero, Milady (cominciò allora Foster il suo discorso), che nell’eseguire gli ordini datimi da Milord vostro marito, non avrò incorso la vostra disgrazia. Col tenervi rinchiusa non feci, voi stessa lo vedete, che adempire il mio obbligo verso chi è padrone mio, ed anche di voi, perchè il Cielo, come lo dice la sacra Scrittura, diede al marito autorità e supremazia sopra la moglie. Son queste, o poco diverse da queste, le parole del testo.»
«Sig. Foster, la soave sorpresa ch’io provai entrando in questi appartamenti fa le scuse della rigida severità, con cui me ne allontanaste, ond’io non li vedessi che ornati in tanto splendida foggia.»
«Certamente, Milady, e si sono spese in ciò ben molte corone; ma poichè non conviene spenderne oltre i limiti di ciò che è indispensabile a compir tutto a dovere, vado intanto ad attendere io medesimo pei preparamenti che restano a farsi in questa casa; e finchè arrivi il vostro sposo, vi lascio col sig. Varney, che a quanto penso, dee dirvi alcune cose per parte del nobile lord. Giannina, vieni con me.»
«No, sig. Foster, no. Giannina rimarrà meco. Basta si tenga all’estremità della sala, finchè il sig. Varney avrà da dirmi per parte di Milord cose, ch’ella non debba sapere.»
Il Foster si ritirò salutando losco la Contessa, e lasciando sugli apparati della sala tal guardo, come di chi sospirasse le somme prodigalizzate per convertire in palazzo asiatico un corpo di edifizio, che avea sembianza d’un granaio in rovine. Partito lui, la sua figlia prese il telaio da ricamo, e si pose in fondo dell’appartamento, vicino alla porta della sala della mensa. Varney allora cercò con tutta umiltà lo sgabello che gli parve il più basso, e vi si pose vicino ad Amy, sedutasi un’altra volta sopra i cuscini; poi chinando gli occhi a terra, rimase tacito per qualche tempo in tale positura.
«Io giudicava, sig. Varney (disse la Contessa, quando credè accorgersi ch’ei non avea voglia di assumere la parola), che doveste parlarmi per parte di Milord, o almeno così mi diedero a pensare le cose dette dal Foster. Perciò feci allontanare l’ancella. Qualora mi sia ingannata, la richiamerò presso di me. Ella non è per anche ben addestrata nel ricamo, ed ha bisogno di qualche occhiata che regoli il suo lavoro.»
«Foster mi ha male inteso, o Milady, rispose Varney. Gli è bene del nobile vostro sposo, del rispettabile mio protettore, che desidero intertenervi; ma non per sua commissione.»
«Sia che mi parliate di Milord, sia per parte di Milord, o signore, tale scopo d’intertenimento non può essermi che accetto. Ma affrettatevi, perchè ad ogni istante egli può esser qui.»
«Vi parlerò adunque, signora, con egual brevità e franchezza, perchè l’argomento ha d’uopo d’entrambe le cose. Voi vedeste Tressiliano in quest’oggi?»
«Sì, o signore. Quali conclusioni ne deducete perciò?»
«Io! nessuna, Milady. Ma credete voi, che Milord accoglierà con eguale tranquillità d’animo tal notizia?»
«Perchè no? A me sola portò molestia ed affanno la visita di Tressiliano, perchè ne seppi la malattia di mio padre.»
«Di vostro padre, o signora? Convien dire che questa malattia sia stata ben subitanea, perchè il messaggere, da me speditogli, per ordine di Milord, trovò questo degno cavaliere, che montato sul suo palafreno, e animando con giovial volto i suoi cani, si dilettava, com’ha costume, alla caccia. Credo fermamente che Tressiliano abbia inventata questa notizia. Nè vi è ignoto del certo quali sieno in esso i motivi di disturbare le presenti vostre contentezze.»
«Voi gli fate un’ingiustizia, sig. Varney (ripigliò a dire con vivacità la Contessa). Egli è l’uomo del mondo il più franco, il più veritiero, il più leale. Ed eccetto l’ottimo sposo mio, non conosco altro che nell’odiar la menzogna si possa paragonare a Tressiliano.»
«Perdonatemi, o Milady, io non ebbi intenzione di rendermi ingiusto verso di Tressiliano, nè m’immaginai che vi sareste assunte con tanto calore le sue difese. Ma si può in alcune circostanze mascherare qualche poco, e ciò con fini onesti e legittimi, la verità. Ben comprendete, che se questa si dovesse dire apertamente ogni volta e in tutti i tempi, non si saprebbe come vivere in questo mondo.»
«Voi avete la coscienza d’un cortigiano, sig. Varney, e forse un eccesso di sincerità non sarà mai quello che pregiudichi alle vostre fortune nel mondo, tal quale esso è. Per rispetto a Tressiliano, è altra cosa, e mi è forza rendergli giustizia, benchè io abbia avuti molti torti verso di lui, e nessuno meglio di voi può saperlo. La sua coscienza, credetelo, non fu fatta ad un medesimo stampo. Quel mondo di cui parlate, non gli presenta vezzi bastanti a distoglierlo dal cammino della verità e dell’onore, e se giungessi a vedere ch’ei macchiasse questa sua riputazione, crederei ancora possibile, che un animaletto nobile, com’è l’ermellino, andasse a metter cova comune col gatto salvatico. Può darsi al più, che Tressiliano, il quale ignora e le nozze da me contratte, e il nome del mio sposo, persuaso quindi di avere saldissime ragioni per tormi di qui, abbia esagerato il cattivo essere di mio padre; ed una tal persuasione è sì lusinghiera al mio cuore, che amo creder vere le notizie da voi datemi a tale proposito.»
«Abbiatele indubitatamente per tali, o Milady. Non son qui agli occhi vostri per vantarmi campione smodato di questa virtù, che nomasi verità. Credo anzi che giovi talora il velarne un poco le forme, non fosse tante volte che per amor di decenza. Ma voi portate troppo svantaggiosa opinione d’un uomo, che il nobile vostro sposo onora del titolo d’amico, allorchè lo credete capace di venire spontaneo e senza necessità a spacciarvi una menzogna, che, trattandosi massimamente di cosa tanto congiunta colla vostra felicità, verrebbe tosto scoperta.»
«So che Milord vi tiene in molto conto, sig. Varney, e che vi considera siccome un nocchiero fedele, e perito nel veleggiare que’ mari, sui quali ei si avventura con tanto ardimento e coraggio. Mentre però io giustifico Tressiliano, non voglio lasciarvi credere ch’io pensi male di voi. Ma sono un’abitatrice dei campi, lo sapete, ne ho tutta la schiettezza, e preferisco la verità a qualunque complimento foggiato anche nella miglior guisa. Forse cambiando ora di condizione, mi sarà d’uopo modificare alquanto le mie consuetudini: non è egli vero?»
«Sì certo, o Milady (rispose sorridendo Varney), e benchè voi parliate ora da scherzo, non fareste tanto male ad applicare seriamente al presente vostro stato le cose da voi dette poc’anzi. Per esempio, una dama di corte, supponetela pure la più nobile, la più virtuosa, la più irreprensibile di quante circondano il trono della nostra regina.... Ah! una tal dama, se mi permettete farvene osservazione, si sarebbe astenuta dal dire la verità, o da ciò ch’ella credea verità, per tessere alla presenza di chi è servitore e confidente del suo sposo l’elogio di un amante licenziato.»
«E perchè? (disse la Contessa, che il mal timore in udir tai propositi, traeva ad arrossire), perchè non dovrei io rendere giustizia al merito di Tressiliano innanzi ad un amico del mio sposo, e fosse pur anche innanzi a questo sposo medesimo, e alla presenza, se ne venisse l’uopo, di tutto il mondo?»
«Se ciò è dunque, Milady questa sera, senza nessuna difficoltà, racconterà a Milord, che Tressiliano ha scoperto il luogo ov’ella sta ritirata, luogo che abbiamo avuto tanta cura di tenere a tutti celato; e gli racconterà inoltre, che ha avuto un intertenimento con questo antico adoratore.»
«Certamente: sarà la prima cosa che mi farò a narrargli, e gli ripeterò fino all’ultima sillaba, e tutto ciò che Tressiliano mi disse, e tutto quello che gli risposi. Se nulla in tale rivelazione potesse condurmi ad arrossire, sarebbe che i rimproveri fattimi da Tressiliano, comunque men giusti di quanto ei sel credette, non erano affatto privi di fondamento. Per questa parte mi sarà penoso l’imprendere un tal racconto; ma non quindi io mi starò dal farlo.»
«Milady si regolerà come le sarà meglio avviso. Io direi nondimeno nulla esservi che richieda una confessione così franca, e che meglio vi tornerebbe, o signora, risparmiare a voi stessa questo principio di rossore, questa pena che dite poter produrvi il racconto da voi divisato: risparmiereste ad un tempo motivi d’angustiarsi a Milord, e schivereste al sig. Tressiliano, il cui nome entrerebbe per qualche cosa nel vostro racconto, que’ rischi, che ne sarebbero la probabile conseguenza.»
«L’ammettere per probabile la conseguenza, che credete scorgere (disse allora con fredda severità la Contessa), sarebbe un attribuire a Milord sensi indegni di lui, ed a’ quali il suo nobile animo non ha dato accesso giammai.»
«Nulla è più lontano dalle mie idee (disse Varney, che si fece silenzioso per un istante, indi prese un tuono che imitava a maraviglia quello di una verace franchezza, e che sembrava affatto nuovo in tal uomo). Ebbene, o Milady: io vi farò toccar con mano che un cortigiano ha coraggio di dire la verità quando è d’uopo salvar l’interesse delle persone ch’egli rispetta ed onora; ed ha un tal coraggio senza pensare alle conseguenze anche men favorevoli che gliene possano derivare.» Tornò indi a tacere, quasi aspettando l’ordine, o almeno la permissione di continuare il suo dire; ma vedendo che perciò la Contessa non rompeva il silenzio, riprese ei la parola, abbassando la voce quasi per una cautela. «Osservatevi d’attorno, o Milady. Vedete le barriere che circondano questo ricinto; pensate al profondo mistero, con cui la più preziosa gemma che l’Inghilterra possedè vien sottratta a qualunque sguardo; per ultimo ponete mente al rigore, onde vi è limitato ogni mover di passo, sicchè non ne siete padrona che a grado d’un uomo intrattabile, dispettoso quanto lo è il Foster; meditate tutte queste particolarità; e fatevi a giudicare qual ne possa essere la cagione.»
«Il genio di Milord, disse la Contessa. Il mio dovere m’insegna a non cercare altra cagione.»
«Oh! il genio di Milord certamente: e questo genio deriva da un amore degno della persona che lo ha saputo inspirare. Ma chi possede un tesoro, e ne conosce il valore, in proporzione di tal conoscenza, desidera con più ardore di porlo in salvo dalle altrui depredazioni.»
«Che vorreste dire con tutto ciò, signor Varney? Se non erro, i vostri discorsi intendono a farmi credere che Milord è geloso. Ove ciò fosse, conosco un potente rimedio contro la gelosia.»
«Davvero, Milady?»
«Oh! sì. Dirgli sempre la verità, aprirgli in ogni occasione il mio animo, confidargli fedelmente i miei pensieri, come se questo specchio li riflettesse, di modo che quando gli piacerà esaminare il mio cuore, non lo troverà diverso da quello che è.»
«Non ho più nulla da dirvi, o Milady; e poichè non è in me ragione veruna onde affannarmi per Tressiliano, che mi toglierebbe, potendolo, di tutto buon grado la vita, mi rassegnerò a quanto avrà per accadergli dopo che avrete, a norma del vostro disegno, svelato francamente a Milord, ch’egli ebbe l’ardire di penetrare in questo luogo e parlarvi. Ora si spetta a voi che conoscete il vostro sposo, indubitatamente assai meglio di me, a giudicare s’egli è tale da sofferire impunito sì fatto affronto?»
«Se veramente credessi, disse allor la Contessa, di farmi con questo apportatrice di sciagure a Tressiliano, io che gliene ho cagionate tante, potrei risolvermi al partito del silenzio. Ma a che gioverebbe ciò, se già lo hanno veduto e Foster ed un’altra persona? No, no, sig. Varney. Non me ne parlate più. Val meglio ch’io racconti tutto a Milord, e saprò ben io trovare scuse alla follia di Tressiliano in modo tale da rendergli piuttosto propenso che sfavorevole l’animo del mio sposo.»
«La vostra accortezza, o Milady, è d’assai superiore alla mia. Per altra parte, potete far la prova del ghiaccio prima di comprometter voi stessa camminandovi sopra. Sul primo istante di nominar Tressiliano alla presenza di Milord, ben v’accorgerete quale impressione produca su di lui un tal nome. Quanto a Foster e a quel suo amico, essi non conoscono Tressiliano nè di persona, nè di fama, e mi dà l’animo di trovar loro una scusa ragionevole per giustificare la venuta d’un incognito in questa casa.»
La Contessa meditò un momento: indi soggiunse: «Se è vero che Foster ignori essere Tressiliano lo straniero ch’ei vide, confesso mi spiacerebbe se colui sapesse una cosa che gli è affatto estranea. Si è già arrogato anche oltre l’uopo autorità su di me, nè mi curo d’averlo nè per giudice, nè per confidente de’ miei affari.»
«E qual diritto avrebbe di fatto questo sgraziato bifolco a saper cose che riguardano voi, o Milady? Costui non conta nulla più del cane, che sta alla catena nel cortile. Anzi, se assolutamente la sua presenza vi dà disgusto, ho assai credito per farlo licenziare, e mettere in sua vece un siniscalco meno indegno di gradirvi.»
«Basta così, sig. Varney. Se avrò di che querelarmi contra alcuno di quelli che Milord mi ha posti vicino, saprò io stessa volgermi a lui. Silenzio. Odo strepito di cavalli. È desso, è desso» sclamò alzandosi trasportata dalla gioia.
«Non posso credere, ch’ei sia per anche giunto, disse Varney. Poi niuno strepito può penetrare per traverso a queste finestre chiuse con tanta attenzione.»
«Non mi trattenete, sig. Varney; le mie orecchie vagliono meglio che le vostre. Son certa che è desso.»
«Però, Milady (sclamò Varney col tuono d’uomo agitato, e ponendosi fra essa e la porta) spero che quanto vi dissi con mente di giovarvi, e mosso da un umile sentimento di dovere, non verrà rivolto a mio danno. Non vorrete, che gli avvisi d’un fedel servo contribuiscano a rovinarlo. Vi supplico....»
«Vivete tranquillo; ma lasciate il lembo della mia veste. Voi osate troppo nel volermi rattenere. Vivete tranquillo, vi ripeto. Non penso a voi.»
Nel momento medesimo apertasi la porta della gran sala, entrò un uomo maestoso al portamento, ed avvolto in ricco e lungo mantello di colore che traeva allo scuro.