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Kenilworth, vol. 1/4

CAPITOLO II.

Gaetano Barbieri translation

»Del giovin Lancilotto »Parli tu forse? (Il mercante di Venezia).

Dopo breve pausa, il merciaio Goldthred, così pregato dall’ostiere, cui tutta la gioviale brigata fece eco, presentò i convitati d’alcune strofette.

Di quanti battono Augelli i vanni, Re, a mio giudizio, È il barbagianni. Vengan le tenebre, Ei non s’arresta. Fuor della nicchia Mette la testa. Ricchezze annunzia Suo canto strano A chi alla cintola Non tien la mano. Dunque ripetasi: Viva mill’anni. Re degli aligeri, Il barbagianni! S’anco il sol languidi Vibra i suoi strali, Mostrar non degnasi Esso ai mortali. Sol quando annottasi, Co’ l’ali stese Egli incoraggia Le belle imprese. Finchè tracannansi Nappi spumanti, Sua virtù esimia Per noi si canti. Per noi ripetasi: Viva mill’anni. Re degli aligeri, Il barbagianni!

«Così va bene (sclamò Michele, tosto che il merciaio ebbe terminato di cantare); che ne dite amici? Questa almeno è una canzone che s’intende; e vedo che non si è perduto fra noi il buon gusto. Ma che rosario mi avete sfilato di tutti gli antichi miei colleghi! Non ve n’è uno a cui non si unisca qualche storia di mal augurio. Sicchè dunque Will di Wallingford ci diede la buona notte?»

«Certamente, soggiunse uno di quelli, egli rimase morto, come un grasso daino, d’un colpo di balestra, che nel parco di Donnington gli venne tratto da Thatcham, il vecchio boscaino del Duca.»

«Egli amò sempre la caccia, disse Michele, nè quindi gli piacque meno il fiaschetto. È questa una ragione di più per vôtare una tazza in onore della sua memoria. Andiamo, amici. All’armi.»

Fatto in tal guisa, col bicchiere alla mano, un omaggio al defunto, il Lambourne domandò che cosa fosse accaduto del Partins di Padwoorth.

«Partito; e sono dieci anni ch’egli intraprese il suo viaggio. Il castello d’Oxford lo vide andarsene, e Goodman Thong fece i convenevoli della partenza, alla quale non è occorso altro apparecchio che una corda del valore di dieci soldi.»

«Che? Il povero Partins è morto in piena aria, fra cielo e terra! Ecco le conseguenze di amar troppo l’andar a diporto a chiaro di luna! Presto, miei colleghi, si beva anche alla sua memoria. Egli era un buon compagnone, gioviale quanto la luna piena.

«E quali notizie mi darete voi di.... di Hal.... di quell’Hal, che portava sempre una lunga piuma, e che abitava in vicinanza di Yattenden?..... Non posso ricordarmi il suo nome.»

«Chi! Hal Hempseed? dimandò il merciaio. Voi dovete ricordarvi, che egli si dava il tuono d’uomo d’alto affare, e che voleva frammettersi nelle cose di stato. Si volle impicciare in quelle del duca di Norfolk, e sono due, o tre anni, ha dovuto fuggire con un ordine d’arresto alle calcagna. Da quel tempo non se n’è più intesa notizia.»

«Dopo tutte queste disgrazie, che mi avete raccontate, io non ardisco nemmeno pronunziare il nome di Tony Foster. In mezzo ad una tal pioggia di corde, di balestre, d’ordini d’arresto, sarebbe un miracolo s’egli fosse rimasto asciutto.»

«Di qual Tony Foster intendi parlare?» chiese allora l’ostiere.

«Per bacco! di quello al quale fu posto il soprannome di Tony Brucia-cataste, fin da quando portò il fuoco, onde accendere il rogo, su di cui perirono Latimer e Ridley. Nè senza di lui si compiea la faccenda, perchè il vento avendo smorzata la torcia nera di Goodman Thong, nessuno voleva, nè per amore nè per danaro, portargli il fuoco da riaccenderla.»

«Questo Tony Foster vive tuttavia ed è un gran signore. Ma nipote mio, che non ti venisse la tentazione di chiamarlo Brucia-cataste, te ne avverto per tuo bene, ammeno che tu non volessi far conoscenza colla lama della sua spada.»

«E che? Si vergognerebbe ora di sì fatto nome? Mi ricordo, che se ne gloriava, allor quando diceva che il vedere arrostire un eretico o un bue era per lui la medesima cosa.»

«Sicuramente, nipote mio, ma il dir ciò, avea buon garbo ai tempi della regina Maria, allorchè il padre di questo Tony era intendente dell’abbazia d’Abingdon. Le cose cambiarono, e dopo di questi avvenimenti sposò una purissima precisiana‍[4] ed è te lo giuro buon calvinista quanto potrebb’esserlo Calvino in persona.»

«Vedere che tuono di sufficienza egli ha preso! soggiunse il merciaio. Porta ora la testa alta, e disprezza gli antichi colleghi.»

«È questa una gran prova ch’egli ha fatto fortuna, riprese a dire il Lambourne. L’uomo giunto una volta ad avere danaro in proprietà non si trova volentieri in vicinanza di quelli il cui tesoro sta nelle tasche degli altri.»

«Se ha fatto fortuna! Ti ricordi tu di Cumnor-Place, antico palazzo di città, a poca distanza dal cimiterio?»

«Sì: e perchè tu veda, s’io me ne ricordo ho rubato ivi per tre volte tutte le frutta del verziere. Ma che importa ciò? Era ivi l’ordinaria residenza dell’abbate tutte le volte che in Abingdon dominava un qualche morbo epidemico.»

«Va benissimo, disse l’ostiere; e adesso è divenuto soggiorno di Tony Foster in conseguenza di cessione fattagliene da un gran signore, al quale la corona diede in feudo tutti i beni dell’Abbazia. Ei vi ha creato il suo castello, e guarda dall’alto al basso i poveri abitanti di Cumnor, come se fosse già un cavalier-baronetto.»

«Non bisogna però attribuire affatto ad orgoglio tal sua condotta, disse il merciaio. Si mischia in questo affare una bella signora, che Tony non vorrebbe vista nè meno dalla luce del giorno.»

«Come sta la cosa? (interruppe allor Tressiliano, che per la prima volta prese parte a sì fatti intertenimenti). Non fu detto da qualcuno di voi, che il Foster, si è fatto sposo ad una precisiana?»

«Sì certo, e ad una precisiana, rigorista quanto il sia chi non mangiò mai carne in quaresima. Tony ed essa, a quanto raccontasi, viveano come cani e gatti fra loro. Ma presentemente ell’è morta, e Dio l’abbia in pace. Non è rimasta a Tony che una figliuoletta, onde si giudica, egli sposerà questa incognita, che move tanto romore.»

«E perchè?... (domandò Tressiliano) intendo chiedere perchè move tanto romore?»

«Perchè si dice, rispose Gosling, che è bella al pari d’un angelo, perchè nessuno sa donde venga, e perchè si vorrebbe capire il motivo di tenerla così custodita, e rinchiusa fra quattro mura. Per me non so com’ella sia fatta. Voi signor Goldthred, dovete averla veduta.»

«Sì, mio vecchio. La vidi un giorno che cavalcando me ne veniva da Abingdon a questo vostro paese, e la vidi passando sotto il gran finestrone della vecchia casa, che porta dipinta nei vetri un’infinità di santi, e di storie. Quel dì io non avea presa la strada ordinaria, ed attraversai il parco. Dovete sapere che la porta non ne era chiusa fuorchè col saliscendi, e credei d’arrogarmi i privilegi del mio antico collega, prendendomi la libertà di venir per que’ viali. Così profittai dell’ombra degli alberi, chè facea, mi ricordo, gran caldo, e schivai la polvere, che mi diveniva tanto più molesta per aver messo in quel giorno la mia camiciuola, color di pesca, gallonata d’oro...»

«E poteste sfoggiarla, (soggiunse Michele) il che certamente non vi dispiacque innanzi agli occhi di bella donna. Ah! scapestrato, scapestrato! Non rinunzierete voi mai alle antiche vostre abitudini?»

«Oh! nol feci con questo fine, Michele, credetelo, (risoggiunse il merciaio pavoneggiandosi). Mi mosse sola curiosità, ed anche interno sentimento di compassione verso quella povera signora, condannata dalla mattina alla sera a non vedere se non se Tony Foster, che mette schifo e paura con quelle sue folte sopracciglia nere, con quella sua testa di bue, e con quelle storte sue gambe.»

«E in vece gli avreste mostrato volentieri un pezzo d’uomo ben complesso, vestito in giustacuore di seta, una bella gamba attillata entro bello stivaletto di corduano, un volto rotondo, e pronto al sorriso anche senza averne occasione, che sembrasse dire: Qual cosa vi abbisogna? un bel berrettone di velluto e sovr’esso svolazzante una piuma di Turchia, uno spillo d’argento dorato. Credetelo, amico merciaio, chi possede belle mercanzie, ama parimente sfoggiarle. Oh! andiamo signori, che i bicchieri non facciano festa. Io bevo alla salute dei lunghi speroni, dei corti stivaletti, dei giustacuori bene imbottiti, e delle teste sventate.»

«Ben m’accorgo, o Michele, che di me siete geloso, soggiunse allora il Goldthred, ma se il caso mi favorì in quell’istante, non mi trattò meglio di quello che avrebbe fatto con voi o con qualunque altro.»

«Viso di torta! sclamò il Lambourne, il cielo ti castighi della tua impudenza! Vorresti tu, mercantuccio a ritaglio, porti a confronto di un militare, d’un uomo della mia sorte?»

«Garbato signore, disse Tressiliano, vi pregherei a non interrompere il nostro merciaio d’Abingdon. Il suo racconto mi alletta sì, che non mi moverei dall’udirlo se durasse fino alla mezzanotte.»

«Voi mi onorate più che non merito, si fece a dire Goldthred; e poichè questa storia vi dà piacere, io la continuerò a malgrado de’ motteggi e de’ sarcasmi di questo valoroso militare, che ha guadagnato, cred’io, più botte che corone nella guerra de’ Paesi Bassi. Vi dirò adunque, che passando al di sotto di quel finestrone, lasciai le redini sul collo al mio palafreno, e perchè ciò mi giovava, e per essere più sciolto nel guardarmi all’intorno. Non mi credete più mai, o signore, se non vi dico il vero asserendo, che non mi è capitato veder altrove donna così leggiadra, e credo bene averne passate in rassegna quant’altri può fare, e d’intendermi di tal mercanzia al pari di chiunque abbia in ciò fama d’esperto.»

«Ve la ricordate sì da farmene la descrizione?» soggiunse Tressiliano.

«Oh! v’assicuro, signore, ch’ella era abbigliata qual si conviene a femmina di riguardo. Ricca, e studiata se ne vedeva l’acconciatura, che una regina non avrebbe sdegnato l’andarne ornata. La sua veste, il corsaletto e le maniche erano di un raso color di zenzevero, che a mio parere sarà costato 30 scellini al braccio. Si lasciava vedere la fodera di zendado ondato, e il tutto guernito da due larghi galloni d’oro e d’argento. Il suo cappello poi, o signore... non si è mai veduta cosa più leggiadra in tutti i nostri dintorni; lo copriva un drappo di seta giallo, ricamato d’oro, e parimente ornato di frangia d’oro. Vi giuro, quel cappello, era sontuoso al di là di quanto io ve lo sapessi descrivere.»

«Veramente non intesi chiedervi come ella fosse vestita (disse Tressiliano, che si mostrò fin sulle prime impazientito di tutte queste particolarità in cui si diffondeva il merciaio). Vorrei mi parlaste della sua carnagione, dei lineamenti del viso, del color dei capelli.»

«Quanto alla carnagione nulla di sicuro vi saprei dire. Osservai però ch’ella tenea un ventaglio, guernito di manico d’avorio, e in bizzarra foggia damaschinato. Non so poi se ella fosse bionda ovvero bruna. Stavano le sue chiome entro d’una reticella di seta verde tessuta con oro....»

«Si vede veramente essere un merciaio che parla, si fece di mezzo il Lambourne. Il Signore chiede ragguaglio intorno le fattezze di una donna, e costui gli parla dell’acconciatura ch’ella portava.»

«Ti dico (replicò Goldthred, alquanto imbarazzato da tale osservazione) che ho avuto appena il tempo di guardarla. Io stava lì per augurarle il buon giorno, e volgerle un sorriso....»

«Simile a quello d’una simia che trovi per terra una castagna» interruppe il Lambourne, ma il merciaio fè vista di non dargli retta e così continuò:

«D’improvviso comparve Tony Foster, egli medesimo, con in mano un grosso bastone...»

«Col quale, spero, vi avrà carezzate le spalle in premio della vostra sfacciataggine» non potè ristarsi dal dire l’ostiere.

«Questo poi è più facile da dirsi che da mettersi in opera (disse in tuono di sdegno il merciaio). No, no, signor Tressiliano, non accadde nessuna cosa di tal natura. Certamente colui si avanzò contro di me rotando il suo bastone, e volgendomi alcune male parole, e domandandomi perchè non avea io tenuto la strada maestra, e cose simili. Mi prese allora tal bile che gli avrei fracassato il cranio col manico della frusta; ma mi rattenne la presenza di quella signora che temei tramortisse dalla paura.»

«Va via, cuor di gallina, va via, soggiunse il Lambourne. Avvi prode cavaliere che mai pensasse alla paura d’una bella, quando occorse per liberarla affrontar giganti, draghi, od incantatori? Ma che parlo io d’incantatori e di draghi ad un uomo che si è lasciato cacciar via da una mosca? Tu perdesti una gran bella occasione di segnalarti.»

«Ebbene, millantatore, cerca tu di trarne miglior profitto. Il castello incantato è poco lontano. Il drago e la bella sono ai tuoi comandi. Ardisci presentarti.»

«Lo farei per un boccale di vino di Canarie. Ma aspetta. Ho bisogno di biancheria. Vuoi tu scommettere una pezza di tela d’Olanda contro questi cinque angeli d’oro? e domani mattina vado a casa di Tony Foster, e lo costringo a presentarmi egli medesimo alla sua bella.»

«Accetto la scommessa, e benchè tu non la ceda al diavolo nella sfrontatezza, sono sicuro di vincere. Il nostro ostiere custodirà le poste, e tanto ch’io vado a prendere la pezza di tela, metto nelle sue mani questi cinque angeli d’oro.»

«Io non tengo poste di sì fatte scommesse, disse subitamente l’ostiere. Nipote mio, bevi tranquillamente il tuo vino, e non cercar di tali avventure. Ti sto mallevadore, che Tony Foster ha bastante credito per ottenerti ricovero nel castello di Oxford, e farti decorare i polsi della mano di due smaniglie di ferro.»

«Per Michele non sarebbe altro che rivedere un suo antico ospizio, e i suoi polsi sono avvezzi a questo genere di smaniglie, disse allora il merciaio. Ma non può più tornare addietro dalla sua scommessa, a meno che non confessi d’averla perduta.»

«Per Dio! sclamò il Lambourne. Vi giuro che mi dà tanto fastidio la collera di Tony quanto un guscio di noce; e voglia egli, o non voglia, vedrò la sua principessa.»

«Sarei volentieri con voi a metà nel rischio della scommessa, disse Tressiliano, semprechè mi permetteste accompagnarvi nella ricerca di quest’avventura.»

«E qual pro ne trarreste?» gli domandò tosto il Lambourne.

«Nessuno, o signore, fuorchè il piacere di ammirare la destrezza e il coraggio che voi porreste in sì fatta impresa. Sono un viaggiatore, per cui han vezzo le cose straordinarie, quanto pei cavalieri erranti n’ebbero le avventure.»

«Se dunque vi diletta il veder prendere col rampone una trota, consento che siate spettatore di questa mia pesca. Intanto bevo al buon successo di tale impresa, e se vi è chi neghi farmi ragione, lo spaccio per un galuppo, e gli taglio senza complimento i garretti.»

La tazza vôtata questa volta dal Lambourne era preceduta da tante altre, che la ragione gli vacillò finalmente. Laonde ben due o tre fiate imprecò giurando il merciaio, perchè questi sosteneva con molto senno di non poter far brindisi alla perdita della scommessa accettata.

«Pretenderesti forse farla da logico con me? gridava Michele, tu, nella cui testa non è più cervello di quel che ne sia in una matassa di seta intricata. Sai tu dalla parte di Dio, che farò del tuo corpo 50 aune di cordella?»

E intanto che traeva la sciabola per mostrarsi uom di parola, due garzoni dell’osteria s’impadronirono di lui, poi lo condussero nella stanza assegnatagli, affinchè digerisse a tutto suo agio il vino bevuto.

Tutti allora si levarono da tavola, e la brigata si sciolse, il che tornò a grande soddisfazione dell’ostiere, ma non altrettanto a quella de’ convitati, i quali aveano poca voglia di rinunziare al buon vino, che non costava danari, fintanto almeno che aveano forza di tenere in mano il bicchiere. Ciò nonostante costretti a ritirarsi, partirono finalmente, lasciando padroni del campo Tressiliano e l’albergatore.

«In fede mia, disse il secondo, non intendo qual diletto trovino i gran signori nel dar feste e banchetti, e sostenere la parte d’ostieri senza avere poi il vantaggio di presentare il conto a ciascuno dei convitati. Fortunatamente, tal cosa mi accade di rado, e per san Giuliano, è sempre contro mio genio. Vedete! tutti questi corpi senz’anima, tutti questi fiaschi, che mio nipote, e i beoni suoi colleghi si tracannarono, doveano portarmi un bel profitto, ed ecco in vece una partita di scapito da portarsi ne’ miei registri. Assolutamente non mi par possibile il divertirsi in mezzo al romore, allo schiamazzo, alle querele e ai disordini che derivano dall’ubbriachezza, vedere atti, udir propositi dissoluti, e bestemmie, ogni volta che in tutto questo vi è perdita in vece di guadagno. Eppure quanti in questo bel trastullo hanno dissipati ricchissimi patrimonii, senza curarsi del danno che arrecavano agli ostieri. Perchè, chi diavolo vorrà venire a pagare il conto all’Orso nero, quando possa sedersi gratis alla tavola d’un lord o d’un cavaliere?»

Il modo stesso di tale declamazione contro l’ubbriachezza diè a divedere a Tressiliano, che il vino avea fatta qualche impressione sul cervello, comunque agguerrito, del rispettabile ostiere. Lo straniero che solo in quella brigata si era tenuto guardingo, volle adunque profittare della loquacità che il vino suole infondere, per iscavare dall’albergatore qualche miglior contezza intorno Tony Foster e la donna, che il merciaio avea veduto nell’abitazione di costui. Ma le indagini di Tressiliano non condussero per parte dell’ostiere che a nuove insulse declamazioni contro l’astuzia femminile, nelle quali il buon uomo chiamò in aiuto tutta la sapienza di Salomone per far valere la propria. Finalmente Gosling trasportò la sua attenzione verso i garzoni dell’osteria che stavano sparecchiando, diede loro diversi ordini e taroccò. Poi volendo unire l’esempio ai precetti, ruppe un piatto e una mezza dozzina di bicchieri nel mostrare ai famigli come si faceva a dovere il servizio alle Tre Cicogne, taverna in quei giorni la più rinomata di Londra. Il quale inconveniente lo richiamò sì bene alla ragione, che salito in fretta nella propria stanza, si pose in letto, ove dopo aver profondamente dormito, si svegliò tutt’altro uomo nel dì successivo.

Notes in this chapter

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