DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 5)
F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation
9. Allora i Lacedemoni sollecitavano i Corintii a spedir la loro armata; ma quelli non seppero indursi a navigar con loro prima d’aver celebrato le feste istmiche che allora ricorrevano. Agide, perchè non violassero la tregua che durava nel tempo di quelle feste, proponeva loro che piglierebbe sopra di sè la spedizione della flotta; al che non avendo acconsentito i Corintii, e però frappostosi dell’indugio, poterono gli Ateniesi meglio intendere le trame de’ Chii; e mandarono Aristocrate, uno de’ loro generali, a dolersene. E siccome i Chii stavano in sulla negativa, gli Ateniesi ordinarono loro di mandar seco delle navi per gaggio dell’alleanza, ed essi ne mandarono sette. Ed a far ciò s’indussero i Chii, perchè ignorando il popolo questi maneggi, i pochi che ne erano consapevoli non volevano in verun modo aver nemica la plebe prima d’avere in mano qualche cosa di sicuro, e perchè si aspettavano che i Peloponnesi, dopo quell’indugio, non verrebbero altrimenti.
10. In questo si celebrarono le feste istmiche; e siccome erano state promulgate, vi assistettero anche gli Ateniesi; e così meglio si chiarirono dei disegni de’ Chii. Tornati a casa disponevano subito le cose in modo che la flotta corintia non potesse partir da Cencrea furtivamente; ma i Corintii, passata la festa, fecero vela con ventuna nave per alla volta di Chio sotto la condotta di Alcamene. Gli Ateniesi, che erano già venuti ad incontrarli con altrettante navi, volevano tirarli all’alto; se non che seguitati solo per breve spazio dai Peloponnesi, che poi giraron di bordo, dovettero anch’essi ritirarsi, perchè non si fidavano delle sette navi chie che erano tra le loro. Dipoi armate altre trentasette navi, ed avanzandosi piaggia piaggia, inseguivano il nemico fino a Pireo del territorio corintio, che è un porto deserto e l’ultimo che si trovi nei confini del territorio epidauriese. Vi perderono i Peloponnesi una nave che avea preso il largo; e con l’altre riunite entrarono nel porto. Quivi assaliti colle navi dagli Ateniesi che sbarcarono anche a terra, trovaronsi in grande e disordinato tumulto; ebbero la maggior parte delle navi fracassate da quelli che erano scesi a terra, e vi rimase morto il loro ammiraglio Alcamene. Pochi furono quelli che perirono dalla parte degli Ateniesi.
11. I quali finalmente separatisi schierarono in osservazione delle navi nemiche un numero sufficiente delle loro, e col rimanente si trassero ad un’isoletta non molto lontana, ove si accamparono, e spedirono ad Atene per dei rinforzi, avvegnachè il giorno appresso fossero arrivati i Corintii in soccorso delle navi peloponnesie, e non guari dopo anche gli altri circonvicini. Laonde, vedendo che sarebbe malagevole il tenersi sulle difese in quel luogo deserto, stavano perplessi, ed ebbero il pensiero di abbruciare le navi; ma poi risolvettero di tirarle a terra e guardarle, standovi dappresso colla fanteria, finchè non si presentasse qualche comoda occasione di scampo. Agide informato di ciò, mandò loro un personaggio spartano per nome Termone. Tornando ora ai Lacedemoni, erano essi stati ragguagliati della partenza delle navi dall’istmo (perchè appena che ella seguisse, Alcamene aveva ordine dagli Eteri di mandarne l’avviso per un cavaliere), e subito si disponevano a spedir le loro cinque navi sotto la condotta di Calcideo insieme con Alcibiade. Mentre però stavano esse per partire, ebbero la nuova che la flotta peloponnesia erasi dovuta rifugiar in Pireo; onde scoraggiatisi chè al primo muover della guerra ionica fossero incappati male, pensavano di non mandare altrimenti le navi dal loro paese, e piuttosto di richiamar indietro quelle che già si erano avviate.
12. Alcibiade inteso questo, torna a persuadere Endio e gli altri Efori che non dovessero porsi giù dalla spedizione di quelle navi, dicendo che arriverebbero a Chio, prima che colà nulla fosse trapelato intorno alla flotta peloponnesia; e che egli medesimo, approdato che fosse nella Ionia, di leggieri recherebbe le città a ribellarsi, col far palese la debolezza degli Ateniesi e lo zelo dei Lacedemoni; imperocchè ad esso più che a tutt’altri daranno fede. E ad Endio in privato facea vedere come sarebbegli decoroso che la Ionia si ribellasse per opera sua, ed il re si facesse alleato dei Lacedemoni, piuttostochè lasciare questo vanto ad Agide, del quale egli era nemico. Persuasi adunque così gli altri Efori ed Endio, partì Alcibiade con le cinque navi, accompagnando Calcideo lacedemone; ed affrettavano la navigazione.
13. Verso questo tempo medesimo ritornavano con Gilippo dalla guerra di Sicilia anche le sedici navi peloponnesie, che sorprese intorno alla Leucadia erano state travagliate da ventisei triremi attiche comandate da Ippocle di Menippo, deputato ad osservare il ritorno dei navigli dalla Sicilia. Tutte le altre, tranne una, sottrattesi agli Ateniesi, erano approdate a Corinto.
14. Ma Calcideo ed Alcibiade, per non esser denunziati, nel loro corso arrestarono quanti incontravano; e fermatisi prima di tutto a Corico di terraferma, li lasciarono andare. Ivi abboccatisi con alcuni cospiratori di Chio, e confortati da essi ad approdar alla città senza mandare innanzi alcuno avviso, vi andarono mentre che i Chii nulla ne sospettavano. Rimase la moltitudine maravigliata ed attonita. Gli oligarchici però aveano ordinato la cosa in modo che casualmente si adunasse il senato: e Calcideo ed Alcibiade, dicendo che molte altre navi si avviavano a quella volta, e tacendo dell’assedio della flotta in Pireo, indussero i Chii e poi gli Eritrei a levarsi dall’obbedienza d’Atene. Quindi passarono con tre navi a Clazomene e la fecero ribellare; ed i Clazomenii tragittati diviatamente in terraferma munivano Policna per potervisi all’occasione ritirare dall’isoletta ove abitavano. E tutti quelli che si erano ribellati ponevano opera alle fortificazioni ed agli apparecchiamenti di guerra.
15. Le novelle di Chio recate prestamente ad Atene, dierono a pensare a’ cittadini, che grande veramente e manifesto era il pericolo onde trovavansi cinti, e che gli altri alleati non vorrebbono starsene dopo la ribellione di città poderosissima. E mossi dal presente sbigottimento decretarono che i mille talenti (i quali aveano bramato che rimanessero intatti finchè durasse la guerra) fossero messi in uso, levando tosto le multe imposte a chi di ciò ragionasse o desse il suo voto; e che si armassero non poche navi, e se ne spedissero subito otto di quelle che stavano in osservazione a Pireo[130]. Le quali infatti condotte da Strombichide di Diotimo abbandonarono la guardia di Pireo, per dar la caccia alla flottiglia di Calcideo; e non avendola potuta raggiungere, erano ritornate alla loro stazione. Non molto dopo ne spedirono in soccorso altre dodici capitanate da Trasicle, che s’erano anch’esse ritirate dal blocco della flotta nemica. Inoltre fatte tornare indietro le sette navi de’ Chii state con loro all’assedio di Pireo, diedero la libertà ai servi che su quelle si trovavano, e misero a’ ferri i liberi: allestirono prestamente e spedirono altre navi in iscambio di quelle che erano andate a bloccare i Peloponnesi, e pensavano di equipaggiarne altre trenta. Insomma molto era l’ardore degli animi, e non poco l’apparecchio che allestivano contro Chio.
16. Frattanto arriva a Samo Strombichide con le otto navi, alle quali aggiuntane una samia venne a Teo, ove esortava il popolo a star tranquillo. Già avea drizzato il corso verso Teo con ventitrè navi anche Calcideo, fiancheggiato dai fanti dei Clazomenii e degli Eritrei. Di che fatto accorto Strombichide anticipò la partenza; ed allargatosi in alto, alla vista della grossa armata che veniva da Chio si mise a fuggire verso Samo. Quella lo inseguiva; ed i Teii che da prima aveano ricusato di ricevere i fanti clazomenii ed eritreesi, dopo la fuga degli Ateniesi gl’introdussero in città. La maggior parte di quella fanteria si ritennero aspettando pur Calcideo che ritornasse dall’inseguire il nemico; ma poichè egli indugiava si diedero a demolir da per sè il muro della città de’ Teii edificato dagli Ateniesi dalla parte che guarda terraferma, aiutati in quella demolizione da pochi barbari sopraggiunti sotto il comando di Tagete luogotenente di Tissaferne.
17. Ma Calcideo ed Alcibiade, tornati dall’inseguire Strombichide fino a Samo, armarono le ciurme delle navi peloponnesie, e le lasciarono di presidio a Chio; e sostituendo in queste ed in altre venti le genti di Chio, fecero vela per Mileto con intenzione di ribellarla. Era pensiero di Alcibiade, da che se la intendeva co’ caporani de’ Milesii, di tirarli alla sua amicizia prima che arrivasse dal Peloponneso una nuova armata; e con le forze de’ Chii e con Calcideo facendo ribellare più città che fosse possibile, attribuirne il vanto ai Chii, a se medesimo, e ad Endio che lo avea spedito; siccome gli avea promesso. Fornito adunque furtivamente la maggior parte di quel tragitto, giunsero a Mileto poco innanzi di Strombichide e di Trasicle (che venuto di recente da Atene con dodici navi si era unito a Strombichide per inseguirli), e la fanno ribellare. Dietro loro vi approdarono gli Ateniesi con diciannove navi; e perchè i Milesii non vollero riceverli, si misero in stazione nell’adiacente Isola di Lada. Appena ribellata Mileto, si fece la prima alleanza tra i Lacedemoni ed il re per opera di Calcideo e Tissaferne, in questi termini.
18. «I Lacedemoni e loro alleati hanno fatto alleanza col re e con Tissaferne a questi patti. Che tutti i paesi e tutte le città tenute dal re e da’ suoi antenati al re appartengano: che quanto ai denari e alle altre cose che da queste città colavano ad Atene, si debba comunemente impedire dal re e da’ Lacedemoni e loro alleati, sicchè gli Ateniesi non ricavino nè denaro nè altro: che il re ed i Lacedemoni co’ loro alleati facciano d’accordo la guerra agli Ateniesi, la quale non si possa disciogliere senza il consentimento d’entrambi, cioè del re e de’ Lacedemoni co’ loro alleati; che quei che si ribellino al re, s’intendano nemici anche de’ Lacedemoni e de’ loro alleati; e che parimente quelli che si ribellino a’ Lacedemoni e a’ loro alleati sieno tenuti nemici anche del re.»
19. Così fu stabilita questa alleanza. Dopo di che i Chii subito armarono altre dieci navi e sciolsero alla volta d’Anea con animo d’informarsi delle cose di Mileto, e al tempo stesso di muovere le città alla ribellione. Ma avendo Calcideo mandato loro a dire che tornassero indietro, e che Armoge era per arrivare coll’esercito dalla parte di terra, navigarono al tempio di Giove; donde viste appena sedici navi colle quali da Atene veniva in rinforzo Diomedonte dopo di Trasicle, si diedero a fuggire con una nave ad Efeso, e con l’altre verso Teo. Gli Ateniesi se ne impossessarono di quattro vuote, che le persone furono in tempo a salvarsi a terra; il rimanente dell’armata ricovrossi alla città de’ Teii. Indirizzaronsi gli Ateniesi verso Samo; ed i Chii venuti in alto con quelle navi che loro restavano, ed accompagnati dalla fanteria, fecero ribellar Lebedo e poi Era. Quindi i fanti e le navi tornarono a casa.
20. Intorno questi medesimi tempi le venti navi peloponnesie a Pireo[131] prima inseguite e poi bloccate da altrettante ateniesi, fecero sortita improvvisamente, e vinta la battaglia prendono quattro legni ateniesi, e passate a Cencrea si disponevano a tragittar di nuovo a Chio e nella Ionia. In questo venne da Sparta per loro ammiraglio Astioco in cui omai risedeva l’ammiragliato di tutta la flotta. E poi che si fu ritirata da Teo la fanteria, vi andò in persona Tissaferne coll’esercito; e demolito quel po’ di muro che in Teo fosse per avventura rimasto, tornò indietro. Nè guari stette che partito lui vi arrivò Diomedonte con dieci navi ateniesi; capitolò co’ Teii che dovessero ricevere anche le sue genti; e andato ad Era, si ritirò dopo avere assaltato inutilmente quella città.
21. Verso questo tempo i popolani di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti dugento in circa, quattrocento ne confinarono, e si divisero le loro terre ed abitazioni. Dopo di questo avendo gli Ateniesi accordata loro con decreto l’indipendenza in premio di fedeltà, governavano d’allora in poi la Repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle.
22. Nel corso di questa medesima estate i Chii, non venendo in nulla meno a quella premura con cui aveano incominciato a sommovere le città alla ribellione con le proprie forze senza i Peloponnesi, ed insieme volendo aver compagni ai pericoli quanti più popoli potessero, portarono da se soli la guerra a Lesbo con tredici navi (che questa era appunto la seconda impresa che i Lacedemoni aveano destinato di fare); e poi di lì passarono nell’Ellesponto. Nel tempo stesso la fanteria de’ Peloponnesi, che si trovava presente, e quella degli alleati di quei luoghi, passarono a Clazomene ed a Cuma. Evala spartano guidava le genti da piè, e Diniade abitante di quei dintorni le navi. La flotta de’ Chii approdata a Lesbo fece primieramente ribellare Metimna[132].
23. Ma Astioco, ammiraglio lacedemone, movendo con quattro navi da Cencrea, giunge a Chio, siccome era suo disegno; e tre giorni dopo l’arrivo di lui andavano alla volta di Lesbo le venticinque navi attiche capitanate da Diomedonte e Leone, il quale in appresso era venuto da Atene col rinforzo di dieci navi. E in sul calare di questo stesso giorno Astioco fatto vela nuovamente, ed aggiuntasi una nave chia, dirizzò anch’egli il corso verso Lesbo, per tentare di soccorrerla. Pervenne a Pirra e quindi il dì seguente ad Eresso, ove sentì che Mitilene era stata presa di primo assalto dagli Ateniesi; i quali, entrati nel porto perchè nissuno sospettava della loro venuta, avean superato la flotta de’ Chii: e poi nel fare scala vinti in battaglia quei che vollero opporsi, si erano impadroniti della città. Della qual cosa informato Astioco dalla gente di Eresso e dalle navi chie, che nella presa di Mitilene fuggite con Eubulo da Metimna ove stavano allora di presidio, e di quattro ridotte a tre sole (perchè una fu predata dagli Ateniesi), gli eran venute incontro, non volle più andare sopra Mitilene. Ma fatta ribellare Eresso armò anche i soldati delle proprie navi e gli avviò per terra, sotto il comando di Eteonico, ad Antissa ed a Metimna, ove egli pure s’indirizzava marina marina con le navi che aveva seco e con le altre tre de’ Chii, sperando che i Metimnei a quella vista piglierebbero animo e persisterebbero nella ribellione. Siccome però tutte le cose di Lesbo gli andavano a ritroso, riprese l’esercito e tornò a Chio; e similmente le genti da piè, che stavano sulle navi e doveano passare nell’Ellesponto, si ricondussero alle loro città. Dopo questi fatti sei navi della flotta alleata dei Peloponnesi, che era in Cencrea, arrivano a Chio. Gli Ateniesi, racquetata Lesbo, partirono di lì, ed espugnarono Policna che si andava fortificando in terraferma dai Clazomenii, cui fecero rientrare nella città situata nell’isola, salvo gli autori della ribellione i quali dovettero ritirarsi a Dafnunte. Così Clazomene ritornò all’obbedienza degli Ateniesi.
24. Nella medesima estate quelli Ateniesi che con le venti navi in Lada bloccavano Mileto, fecero scala a Palermo del territorio milesio, vi uccisero Calcideo capitano lacedemone che era venuto ad opporsi con poca gente, ed alzato il trofeo, tre giorni dopo ripresero il corso. Questo trofeo fu atterrato da’ Milesii come stato eretto da gente che non si era impadronita del luogo. E Leone e Diomedonte, tolte seco le navi ateniesi di Lesbo, e movendo dalle isole Enusse situate dinanzi a Chio, e da Sidussa e da Pieleo, due fortezze che ritenevano nell’Eritrea, ed anche da Lesbo stessa, facevano la guerra ai Chii con questa flotta, la quale avea a bordo soldati d’armatura grave scelti dal ruolo del Comune, e però costretti a militare[133]. Presa adunque terra a Cardamile[134] ed a Bolisso, superarono in battaglia e fecero grande strage de’ Chii accorsi a contrastarli, e disertarono le terre di quei luoghi. Vinsero poscia una seconda battaglia a Fane[135], ed una terza a Leuconio[136]; e d’allora in poi i Chii non uscivano più in campo contro gli Ateniesi; quantunque essi devastassero il loro territorio di tutte cose floridissimo, e rimasto illeso dalla guerra de’ Medi fino a quel tempo. Conciossiachè i Chii soli, che io mi sappia, hanno dopo i Lacedemoni serbato moderazione in mezzo alla prosperità; e quanto più la città loro avanzava in grandezza altrettanto l’ordinavano a maggiore stabilità. E questa medesima ribellione (se pure vogliasi credere aver essi operato contro il partito più sicuro) non osarono farla prima di essersi messi nel medesimo mazzo con molti e buoni alleati, nè prima d’aver inteso che gli Ateniesi stessi non più sapevano negare il deplorabilissimo ed irrimediabile stato delle cose loro, dopo la disgrazia di Sicilia. Che se in qualche modo errarono, come suole intervenire nelle inaspettate vicende della vita umana, il loro errore fu la sequela di quella opinione allora comune a molti, che gli Ateniesi sarebbero presto iti in rovina. Trovandosi adunque stretti dalla parte di mare, e devastati da quella di terra, furonvi di quelli che tentarono di rendere la città agli Ateniesi. I magistrati sentito ciò, non ne fecero romore; invitarono bensì a venire da Eritra in città l’ammiraglio Astioco con le quattro navi che aveva seco, e deliberavano del modo più discreto per addormentare gli orditori di quella trama, o col prendere degli ostaggi, o con qualche altro argomento. Questo era lo stato dei Chii.
25. In sullo scorcio di questa medesima estate da Atene andarono a Samo mille cinquecento soldati gravi ateniesi e mille degli Argivi (cinquecento dei quali che erano armati alla leggera furon provvisti di armatura grave dagli Ateniesi) e mille degli alleati, con una flotta di quarantotto navi, alcune delle quali servivano al trasporto delle truppe, sotto il comando di Frinico, di Enomacle e di Scironida. Dipoi passati a Mileto vi si accamparono. Uscirono i Milesii della città in numero di ottocento, accompagnati non solo dai Peloponnesi che eran venuti con Calcideo, ma ancora da alcune genti barbare prese a soldo da Tissaferne che vi era presente colla sua cavalleria; e si azzuffarono con gli Ateniesi e coi loro alleati. Gli Argivi spintisi innanzi colla loro ala, e marciando disordinatamente, siccome quelli che dispregiavano gl’Jonii e credevano che e’ non avrebber tenuta la puntaglia, son vinti da’ Milesii, e poco men di trecento rimangono uccisi. All’opposto gli Ateniesi vinsero primieramente i Peloponnesi, quindi risposero i barbari e l’altra moltitudine senza incontrarsi co’ Milesii (che tornati dall’inseguire gli Argivi, e visto battuto il rimanente dell’esercito ritiraronsi in città), e come vincitori piantarono il campo propio sotto Mileto. Ed in questo combattimento accadde che da amendue le parti gl’Ionii vinsero i Dorici; perciocchè gli Ateniesi superarono i Peloponnesi che avevano a fronte, ed i Milesii gli Argivi. Gli Ateniesi ersero il trofeo; e perchè il luogo ove risedeva Mileto era fatto a guisa d’istmo, s’accingevano a tirarvi un muro; avvisando che se riducessero in potestà loro Mileto, anche le altre terre facilmente si renderebbero.
26. Era già avanzata la sera quando ebbero lingua dell’imminente arrivo di cinquanta navi, parte del Peloponneso, parte di Sicilia. Infatti i Siciliani instigati principalmente da Ermocrate siracusano a dar mano a terminare la distruzione degli Ateniesi, erano venuti con venti navi di Siracusa e due di Selinunte; e i Peloponnesi aveano messe all’ordine quelle che stavano preparando. Adunque tutte e due queste armate, affidate a Teramene lacedemone con ordine di condurle all’ammiraglio Astioco, approdarono primieramente ad Eleo, che è un’isola di faccia a Mileto; e poi sentito colà che gli Ateniesi erano sotto Mileto, volevano, dando innanzi una corsa nel golfo Iasico, certificarsi dello stato di quella città. In questo Alcibiade che s’era trovato a combattere dalla parte de’ Milesii e di Tissaferne, giunto a cavallo in Tichiussa del territorio milesio, nel qual punto del golfo le due armate erano approdate ed avevano pernottato, venne a ragguagliarli della battaglia accaduta; e gli confortava, se non volessero perder la Ionia e con essa ogni cosa, a troncare gl’indugi e soccorrer Mileto, e non trascurare che venisse attorniata dalla muraglia nemica.
27. Però fermarono di portarvi soccorso in sul far dell’alba. Ma Frinico capitano degli Ateniesi, il quale da Lero aveva avuto la nuova dell’arrivo di quella flotta, sentendo che i suoi colleghi volevano al postutto aspettarla per venire a battaglia, protestò che non arebbe fatto ciò, e che per quanto in lui stesse non lo permetterebbe nè a loro nè a nissun altro. Perciocchè, diceva, quando si può, indugiando, combattere preparati convenevolmente ed a bell’agio, colla piena certezza del numero dalle navi nemiche e delle proprie contro quelle, egli non si indurrebbe per vergognoso rimprovero a porsi nel rischio temerariamente. Non esser vergogna agli Ateniesi il cedere a tempo colla flotta, ma in qualunque modo più vergogna risulterebbe loro da una sconfitta: e allora la Repubblica risulterebbe non solo in vergogna, ma eziandio in pericolo grandissimo. Che se ella per le passate sciagure è appena in grado, pur con vigoroso apparecchio, di mover la prima contro il nemico spontaneamente, non che per espressa necessità, perchè ora mettersi volontariamente nel rischio senza esservi astretta? Laonde ordinava di navigar subito a Samo, pigliando seco i feriti e le genti da piè e tutti gli attrazzi coi quali eran venuti, e lasciando tutta la preda cavata dal paese nemico, affinchè le navi fossero leggere: e poi da Samo con tutte le navi riunite assalire il nemico quando si presentasse l’occasione. Avendoli Frinico persuasi di queste cose, le mise ad esecuzione; e non tanto allora quanto anche in seguito ebbe reputazione di capitano prudente non in questo solo caso, ma ancora in tutte le altre imprese a lui affidate. Così gli Ateniesi la sera subito si ritirarono da Mileto colla vittoria imperfetta; e gli Argivi stizziti della rotta sofferta sciolsero prestamente da Samo per ritornare a casa.
28. Dopo la partita degli Ateniesi, i Peloponnesi movendo sull’alba da Tichiussa giungono a Mileto, ove dimorarono un giorno. Il dì seguente aggiuntesi le navi chie, state già inseguite con Calcideo dalla flotta ateniese, vollero rinavigare a Tichiussa per i bagagli che vi aveano scaricati. Pervenuti colà furono incontrati da Tissaferne colla fanteria, il quale gl’induce a far vela sopra Iaso, dove stanziava Amorge nemico del re. Assaltarono improvvisamente quella città, la quale credeva che queste navi fossero attiche, e la espugnarono con lode principalmente delle milizie siracusane. Amorge, figlio naturale di Pissutne e ribelle del re, fu preso vivo, e consegnato dai Peloponnesi a Tissaferne perchè, se volesse, lo menasse al re siccome aveva ordine. Iaso fu saccheggiata, e l’esercito ne cavò molte ricchezze, come da luogo di antica opulenza; non fecero alcun male alle truppe che erano in soccorso d’Amorge, ma le ricevettero e le arruolarono nel loro esercito perchè la maggior parte erano del Peloponneso. La cittadella fu consegnata a Tissafente, come pure tutti i prigionieri servi e liberi, col patto che pagasse uno statere dorico a testa[137]. Dopo ciò ritornarono a Mileto, mandarono per terra fino ad Eritra le genti ausiliarie tolte ad Amorge sotto il comando di Pedarito figliolo di Leone, che i Lacedemoni avevano eletto a governatore di Chio; ed in Mileto in luogo di Pedarito, sostituirono Filippo. Così finiva l’estate.
29. Al sopravvenir dell’inverno Tissaferne, poichè ebbe lasciato un presidio in Iaso, recossi a Mileto; e, conforme avea promesso in Sparta, distribuì in tutte le navi una dramma attica per ciaschedun soldato; intendendo però di dare in seguito tre oboli a testa, finchè non avesse sentito il parere del re, dopo l’ordine del quale, diceva, che pagherebbe tutta intera una dramma. Ma Ermocrate generale siracusano (giacchè Teramene, il quale non era ammiraglio della flotta e solo si trovava a bordo con gli altri per consegnarla ad Astioco, mostravasi freddo nell’affar dalle paghe), vi si oppose: ed alla fine fu convenuto che senza parlare delle cinque navi della Laconia, ogni soldato dovesse avere qualcosa più di tre oboli. Poichè Tissaferne per quelle cinque navi dava tre talenti al mese[138]; ed agli altri, secondo che aumentava il numero delle navi, si pagava lo stipendio a questa medesima stregua.
30. Nell’istesso inverno gli Ateniesi che erano a Samo, essendo venuta da Atene una nuova armata di trentacinque navi capitanate da Carmino, Strombichide ed Euctemone, ed avendo accolte insieme tutte quelle che erano a Chio e le altre, volevano colla flotta bloccar Mileto, e spedir contro Chio forze marittime e terrestri, gittando le sorti per queste due imprese. E così fecero: poichè Strombichide, Onemacle ed Euctemone, giusta la sorte toccata loro, andarono ad oste a Chio con trenta navi, conducendo di più su barche da carico parte delle soldatesche gravi che erano state a Mileto: gli altri rimasti a Samo, con settantaquattro navi signoreggiavano il mare ed andavano infestando Mileto.
31. Astioco intanto, che per sospetto di tradimento stava in Chio scegliendo ostaggi, poichè intese la mossa di Teramene con la flotta e l’immegliarsi delle cose dell’alleanza, desistette da ciò; e si mise in mare con dieci navi de’ Peloponnesi ed altrettante de’ Chii. E dato inutilmente l’assalto a Pteleo, venne costeggiando a Clazomene, ove ordinò a’ fautori d’Atene di recarsi a Dafnunte, e di accostarsi alla parte de’ Lacedemoni; ciò che avea ordinato loro anche Tamo, governatore dell’Ionia. Ricusarono essi di obbedire: ed Astioco assaltò là città sfornita di mura, e non gli riuscì di prenderla. Laonde venne egli a Focea ed a Cuma spinto da un vento gagliardo; e le altre navi approdarono e Maratussa, a Pele ed a Drimissa, isola adiacente a Clazomene. Quivi trattenuti otto giorni dal vento contrario, saccheggiarono e disertarono parte di ciò che i Clazomenii vi aveano depositato; e caricato il rimanente sulle navi andarono a Focea ed a Cuma a riunirsi con Astioco.
32. Al quale, mentre colà soggiornava, vengono ambasciatori de’ Lesbii, per trattar di ribellarsi ad Atene, e lo persuadono ad aiutarli. Ma siccome i Corintii e gli altri alleati, per il precedente cattivo successo, mostravansi alieni da quell’impresa, mosse egli la flotta navigando alla volta di Chio; ove le navi arrivarono finalmente qual da una, qual da un’altra parte, perchè sbalzate da tempesta. In seguito Pedarito, che partendo da Mileto era giunto per terra ad Eritra, tragittò a Chio col suo esercito, e con circa cinquecento soldati che erano a bordo delle cinque navi, e che Calcideo avea lasciati colle armi. Pertanto alcuni de’ Lesbii mostrandosi desiderosi di ribellarsi, Astioco ne tenne parola con Pedarito e co’ Chii, dicendo che bisognava andar con le navi a Lesbo e staccarla dagli Ateniesi; poichè, o riuscendovi accrescerebbero il numero de’ confederati, o al contrario danneggerebbero i nemici. Ma essi non l’ascoltarono, e Pedarito soggiunse che nemmeno avrebbe loro rilasciate le navi de’ Chii.
33. Laonde Astioco pigliando le cinque navi de’ Corintii, e per sesta una megarese, più una ermionida, e quelle laconiche colle quali era venuto, s’indirizzò a Mileto al suo ammiragliato, non senza aver prima minacciato molto i Chii, che di fermo non gli avrebbe soccorsi quando ne avessero bisogno; ed approdato a Corico dell’Eritrea vi si pose a campo. L’armata ateniese, che partita da Samo veleggiava sopra Chio, erasi fermata dal lato opposto del promontorio che impedì alle due flotte di vedersi scambievolmente. Ma venuta una lettera di Pedarito, la quale diceva che alcuni prigionieri eretriesi lasciati in libertà andavano da Samo ad Eritra per ordirvi un tradimento, Astioco navigò subito di bel nuovo ad Eritra: e così poco mancò che non s’incontrasse negli Ateniesi. Tragittò da lui anche Pedarito, e si misero insieme a fare il processo degl’imputati di tradimento: poi trovato che ciò era un pretesto di coloro per uscir salvi da Samo, gli dichiararono sciolti dall’accusa, e partirono. Pedarito andò a Chio, ed Astioco a Mileto, siccome avea determinato.
34. Frattanto la flotta ateniese, che mossasi da Corico volteggiava presso Argino, s’imbattè in tre navi lunghe de’ Chii, e vistele appena si diede ad inseguirle. Ma sopravvenuta gran fortuna di mare, le navi chie si rifugiarono a fatica nel porto; tre delle ateniesi che avean preso tutto l’abbrivo furono fracassate e sbalzate presso la città de’ Chii e le persone parte rimasero prigioniere, parte uccise. Le altre si ricovrarono nel porto sotto Mimante, chiamato Fenicunte; donde poi venute ad approdare a Lesbo, si apparecchiavano a fabbricarci la fortificazione.
35. Nel medesimo inverno Ippocrate lacedemone con due colleghi partito dal Peloponneso con dieci navi turie (delle quali aveva avuto il comando Dorieo di Diagora) e con una della Laconia ed una di Siracusa, approda a Cnido che già erasi ribellata a Tissaferne. Appena quei di Mileto seppero la venuta di lui, lo pregavano a guardare Cnido colla metà delle navi; e con quelle che erano intorno a Triopio (promontorio sacro ad Apollo nel littorale di Cnido) a recarsi intercettando le navi da carico che tornavano d’Egitto. Gli Ateniesi risaputo ciò si mossero da Samo, e s’impadronirono delle sei navi che stavano di presidio a Triopio (le ciurme scamparono); e poi approdati a Cnido diedero l’assalto alla città che non avea mura, e poco mancò che non la prendessero. Il dì appresso l’assalirono nuovamente, ma non poterono danneggiarla come il giorno innanzi, perchè i cittadini si erano meglio afforzati durante la notte, e perchè vi erano entrati molti di quelli che si salvarono dalle navi di Triopio. Però si gettarono a saccheggiar la campagna e ritornarono a Samo.
36. Circa lo stesso tempo essendo Astioco venuto a Mileto pel comando della flotta, trovavansi i Peloponnesi nell’abbondanza di tutto quello che concerneva l’esercito; poichè le paghe venivan date sufficientemente, i soldati avevano in mano le grandi ricchezze rapite da Iaso, ed i Milesii portavano animosamente il carico della guerra. Con tutto ciò pareva loro che le prime convenzioni stabilite tra Tissaferne e Calcideo fossero manchevoli e non troppo di loro vantaggio. Onde trovandosi presente Teramene, ne stipularono dell’altre, che sono queste.
37. «Concordato de’ Lacedemoni ed alleati col re Dario, co’ figlioli del re e con Tissaferne. Sia confederazione ed amicizia tra le due parti in questi termini. Che nè i Lacedemoni nè gli alleati de’ Lacedemoni non possano andare a far guerra nè danno veruno in tutto il territorio e città che sono del re, o che furono di suo padre o degli antenati; che nè i Lacedemoni, nè gli alleati dei Lacedemoni, non esigano tributo da queste città. Che nè il re Dario, nè i sudditi del re non possano andare a far guerra nè danno veruno ai Lacedemoni, o ai loro alleati. Ancora, se i Lacedemoni o gli alleati richiedano qualche cosa dal re, o sivvero il re dai Lacedemoni o dagli alleati, starà bene che amendue facciano ciò in che restino d’accordo. Ancora, che le due parti guerreggino in comune gli Ateniesi e loro alleati, e qualunque aggiustamento si faccia sia col consenso di tutt’e due le parti. Ancora, a tutte le truppe che si trovino negli Stati del re chiamate da lui, paghi egli le spese. Finalmente, se alcuna città di quelle comprese in questo concordato andrà contro le terre del re, gli altri debbano impedirlo e soccorrere il re quanto è possibile: come pure, se alcuna città degli Stati del re o de’ luoghi soggetti al suo impero andrà contro i Lacedemoni o i loro alleati, il re debba impedirlo, e portar soccorso quanto è possibile.»
38. Dopo questo concordato Teramene, consegnate le navi ad Astioco, partì sopra una barca, nè altro si seppe di lui[139]. E gli Ateniesi da Lesbo passati con l’armata a Chio, e padroni all’intorno del mare e della terra fortificavano Delfinio, luogo per natura forte dal lato di terra, e fornito di porto, nè molto distante dalla città de’ Chii. I quali afflitti per le molte passate battaglie, e di più coll’animo non del tutto ben disposto tra loro, stavano quieti; ma sospettosi l’un l’altro, per questo perchè Tideo di Ione co’ suoi complici erano stati messi a morte da Pedarito come partigiani di Atene, e il resto della città era contenuto a forza degli ottimati. Per tali ragioni nè essi nè le genti ausiliarie di Pedarito si credevano sufficienti a combattere con gli Ateniesi. Pur nondimeno spedirono a Mileto chiedendo soccorso ad Astioco il quale non vi prestò orecchio: lo che mosse Pedarito a scriver di lui a Sparta come d’uomo iniquitoso. Tale era lo stato degli Ateniesi a Chio. Le loro navi facevano talvolta delle sortite da Samo contro quelle di Mileto; ma siccome queste non movevano incontro ritornarono a Samo, e rimanevano in quiete.
39. In questo inverno medesimo, verso il solstizio, le ventisette navi preparate per Farnabazo dai Lacedemoni a sommossa di Calligete megarese e di Timagora ciziceno, salparono per alla volta dell’Ionia, sotto il comando di Antistene spartano. Con esso spedirono i Lacedemoni altri undici personaggi spartani per consiglieri ad Astioco, del qual numero era Lica di Arcesilao; ai quali commisero che venuti a Mileto di comun consenso, ponessero cura al miglioramento possibile delle cose, e poi (se lo credessero ben fatto) spedissero queste navi medesime, o più o meno, nell’Ellesponto a Farnabazo deputandone ammiraglio Clearco di Ramfia che con essi era a bordo; cessassero dall’ammiragliato Astioco, purchè fosse col consenso di tutti e undici i consiglieri, e vi sostituissero Antistene; essendochè per le lettere di Pedarito sospettavano del primo. Queste navi adunque da Malea venute nell’alto si accostarono a Melo; ove incontratesi in dieci delle ateniesi, ne prendono tre vuote e le abbruciano. Dopo di che temendo (siccome avvenne) che le altre fuggite da Melo non dessero avviso del loro arrivo agli Ateniesi che erano a Samo, si avviarono verso Creta; e per cautela allungato il viaggio, approdarono a Cauno dell’Asia. Quivi credendosi al sicuro mandarono significando alla flotta di Mileto che venisse ad accompagnarli.
40. Nell’istesso tempo i Chii e Pedarito, non rifinivano di mandare avvisi ad Astioco, nonostante la sua lentezza, pregandolo a soccorrerli con tutte le navi, e (assediati com’erano) a non lasciare che la grandissima tra le città confederate dell’Ionia fosse stretta dalla parte di mare, e disertata da quella di terra coi ladronecci. Imperciocchè, i servi di Chio che erano molti e cresciuti disorbitantemente per una città sola, se non fosse quella de’ Lacedemoni, e però difficili a tenersi a dovere nelle loro nequizie, per lo più disertavano subito da che pareva loro che l’esercito ateniese col costruire le fortificazioni avesse preso ferma stanza; e come pratici della campagna facevano danni grandissimi. Laonde dicevano i Chii esser d’uopo soccorrerli mentre vi era speranza e possibilità d’impedire l’afforzamento di Delfinio che ancora era imperfetto, ed una maggiore circonvallazione che si faceva intorno alla città coll’esercito e colle navi. Astioco, sebbene per la passata minaccia non pensasse di soccorrerli, nondimeno si accinse a farlo, vedendo che anche gli alleati molto vi propendevano.
41. Ma intanto viene da Cauno la nuova dell’arrivo delle ventisette navi e de’ consiglieri lacedemoni. Il perchè Astioco stimando esser da posporre ogni altra cosa al dovere di accompagnarli con flotta sì grande, acciocchè ella più sicuramente signoreggiasse in sul mare, e potessero tragittar senza pericolo i Lacedemoni venuti a sorvegliarlo, lasciato in tronco l’affare di Chio moveva verso Cauno. E piaggia piaggia sceso a Co Meropide saccheggiava la città sguarnita di mura, e rovinata da un terremoto ivi accaduto grandissimo sopra ogni altro a nostra memoria, per cui la gente era fuggita alle montagne; con le scorrerie depredava la campagne rilasciando però illese le persone di condizione libera. Da Co pervenuto di notte a Cnido fu astretto dalle istanze degli Cnidii a non isbarcare le sue genti, ma senz’altro far vela tostamente contro le venti navi degli Ateniesi, colle quali Carmino uno dei capitani di Samo spiava il passaggio delle ventisette navi che venivano dal Peloponneso, per proteggere le quali era in mare lo stesso Astioco. Gli Ateniesi in Samo aveano ricevuto avviso da Mileto che quelle navi erano in corso; e Carmino informato che già elle erano a Cauno stava alle vedette incrociando tra Sione, Calce, Rodi e la Licia.
43. Astioco adunque senza più, innanzi d’essere scoperto, indirizzossi alla volta di Sime per veder di sorprendere in qualche luogo le navi nemiche nell’alto. Ma la pioggia e le dense nuvole onde il cielo era coperto fecero in quella oscurità andare smarrita e disordinata la sua flotta. E sul far del giorno trovandosi essa divisa col corno sinistro omai sotto la vista degli Ateniesi, e coll’altro smarrito tuttora intorno all’isola, Carmino e le sue genti andavano ad incontrarla con meno di venti navi, credendo esser quella l’armata di Cauno contro la quale stavano in osservazione; ed assaltatala senza indugio ne affondarono tre navi e conciaron malamente le altre. Erano gli Ateniesi vincitori in quel combattimento; quando comparvero inaspettatamente un maggior numero di legni nemici, dai quali furono per ogni banda accerchiati. Allora datisi alla fuga vi perdono sei navi; e col resto si ricovrano nell’isola Teutlussa; e di lì ad Alicarnasso. Dopo questo i Peloponnesi approdarono a Cnido, e riunitesi a loro le ventisette navi di Cauno, andarono con tutte insieme a Sime; ove ersero il trofeo, e ritornarono a pigliar porto a Cnido.
43. E gli Ateniesi poichè seppero l’esito di quel combattimento navale, recaronsi a Sime con tutte le navi di Samo; e senza assalire la flotta di Cnido od esser da quella assaliti, presero gli attrezzi delle navi restate in Sime; quindi dato l’assalto a Lorima in terraferma si ricondussero a Samo. Le navi peloponnesie che tutte erano già a Cnido si andavano raddobbando secondo che bisognava; e gli undici consiglieri dei Lacedemoni tenevano parola con Tissaferne arrivato colà, intorno alle cose operate, se qualcuna non attagliava loro, e intorno al modo onde potrebbesi guerreggiar meglio e più utilmente per entrambi. Rifletteva Lica principalmente alle operazioni presenti, e diceva i due concordati (senza escluder quello di Teramene) non essersi stipulati con dignità di Sparta; essere anzi cosa strana che il re pretenda di signoreggiar tutte quelle terre le quali egli adesso ed i suoi maggiori prima signoreggiavano; essendochè quest’articolo porterebbe nuovamente al servaggio tutte le isole, e la Tessaglia ed i Locrii con gli altri luoghi fino a’ Beozii; ed i Lacedemoni invece che in libertà metterebbero i Greci sotto il dominio de’ Medi. Però proponeva che altri patti migliori si stabilissero, od egli certamente non istarebbe a questi; che a tali condizioni non avea bisogno de’ suoi stipendii. Questi discorsi turbarono l’animo di Tissaferne che partì sdegnato senza effettuata cosa alcuna.
44. E i Lacedemoni, invitati per solenne ambasciata a Rodi da’ più ragguardevoli cittadini, avevano in animo di navigarvi, sperando di aggiugnere alla parte loro quell’isola potente per forze marittime e terrestri; ed insieme stimando che coll’alleanza di essa si procaccerebbero il mezzo di alimentare la flotta senza addomandare il denaro a Tissaferne. Laonde subito in quel medesimo inverno fatto vela da Cnido approdarono per primo a Camiro sulle coste di Rodi con novantaquattro navi, e misero lo spavento nei popolani, che ignari di quella pratica si erano messi a fuggire, tanto più che la città era senza mura. Poi convocati a parlamento da’ Lacedemoni insieme cogli altri Rodiani delle due città chiamate Lindo ed Ielisso, si indussero tutti a ribellarsi ad Atene. Così Rodi si accostò ai Peloponnesi. Gli Ateniesi risaputo ciò, in quei giorni mossero colle navi da Samo per prevenir quella ribellione; e comparvero in alto mare. Se non che vedendosi giunti un po’ tardi, retrocederono immantinente a Calce, e quindi a Samo; e poi facendo delle sortite da Calce, da Co e da Samo, guerreggiavano Rodi. I Peloponnesi ricevettero dai Rodiani trenta talenti in moneta; e tirate le navi al secco stettero del rimanente quieti per ottanta giorni.
45. Ma in questo mezzo tempo, ed anche prima che i Lacedemoni andassero a Rodi, accadevano le cose seguenti. Alcibiade, dopo l’uccisione di Calcideo e la giornata di Mileto, era divenuto sospetto ai Peloponnesi; i quali con una lettera spedita da Sparta ordinavano ad Astioco che l’uccidesse, giacchè era in odio ad Agide, e d’altronde compariva uomo di mala fede. Laonde intimorito, primieramente si era ricovrato presso Tissaferne, e quindi danneggiava a tutto potere le cose de’ Peloponnesi presso di lui. E fattosi in tutto consigliere di esso diminuì gli stipendii, sicchè invece della dramma attica, si davano tre oboli, ed anche questi non sempre; e lo confortava a dire ai Peloponnesi, che gli Ateniesi da maggior tempo esperti nella marinaresca disciplina, davano ai loro soldati tre oboli. Lo che facevano non tanto per povertà, quanto perchè le ciurme insolentendo nella dovizia, non guastassero i loro corpi spendendo le paghe in cose pregiudicevoli alla sanità, o deteriorassero la flotta coll’abbandonarla; rilasciando per mallevadoria di loro ritorno la mercede non per anche pagata. Fu parimente insegnamento di Alcibiade che, largheggiando coi trierarchi ed i capitani, li persuadesse a convenire in questa riforma, senza però impacciarsi dei Siracusani. Anzi tra questi il solo Ermocrate si opponeva a nome di tutta la lega, e ripulsava le città che dimandassero denari, protestando a favor di Tissaferne che sfacciati sarebbero i Chii se (essendo i più ricchi fra i Greci, e ciò nonostante trovandosi salvi per le truppe degli alleati) pretendessero che altri dovesser mettere a repentaglio le persone e gli averi per la libertà di loro. Quanto alle altre città poi soggiungeva che esse aveano il torto, se laddove prima di ribellarsi spendevano per gli Ateniesi; ora poi non volessero contribuire altrettanto, e più ancora, per se medesime; dichiarava che Tissaferne a ragione usava risparmio al presente, dovendo sostener la guerra co’ propri denari; e che se mai il re mandasse le paghe, allora darebbe loro intero il soldo, e aiuterebbe le città come conveniva.
46. Inoltre Alcibiade consigliava Tissaferne che non si desse troppa pena di terminare la guerra; nè, col far venire le navi fenicie che andava lentamente preparando, e pagar così gli stipendii a un maggior numero, volesse riunire in un sol popolo l’imperio marittimo e terrestre; lasciasse anzi che fosse diviso tra due, acciocchè il re potesse spingere l’uno contro l’altro che gli fosse molesto. Conciossiachè riunito che sia in un solo il dominio di terra e di mare, egli non avrà con chi associarsi ad abbatterne il possessore a meno che non voglia, quando che sia, moversi da per sè a quell’impresa con suo gran dispendio e pericolo. Ma i pericoli ai quali si va incontro con tenue spesa sono più leggeri; e di più il re potrà con sua sicurezza lasciare i Greci logorarsi tra loro. A partecipar poi con lui dell’imperio, mostrava gli Ateniesi esser più a proposito, perchè meno aspiravano al dominio di terra, e guerreggiavano con mire e modi ad esso confacentissimi. Imperocchè essi vorranno assoggettarsi le terre marittime, e lascieranno in potere del re quanti Greci abitano ne’ suoi Stati: laddove i lacedemoni all’opposto verrebbero per liberarli: e non era da credere che costoro i quali intendon di liberare i Greci dai Greci, non vogliano sottrarli dal giogo dei barbari Persiani, quand’anche non riescano a cacciare i barbari stessi: però lo consigliava a lasciare primieramente logorarsi le due Repubbliche tra loro; e tarpate l’ali più che potesse agli Ateniesi, allora finalmente rimandar da’ Suoi stati i Peloponnesi. E così, più che altro, la pensava Tissaferne, almeno per quanto si poteva conghietturare dal suo operare. Poichè abbandonatosi per queste ragioni alla fede di Alcibiade, come di buono consigliatore, teneva scarsi nelle paghe i Peloponnesi, nè consentiva che venissero a battaglia navale; ma col dire che doveano arrivare le navi fenicie, e che allora combatterebbero con forze superiori, rovinò le cose loro, tolse all’armata quel vigore grandissimo che ella avea acquistato, e nel resto mostrossi contrario anche troppo apertamente per potersi celare.
47. Tali consigli porgeva Alcibiade a Tissaferne ed al re quando si trovava con loro, sì perchè gli stimava i migliori, sì eziandio perchè voleva procurarsi il ritorno in patria, avvisando che se non la rovinasse del tutto potrebbe col tempo persuadere gli Ateniesi a lasciarvelo tornare, e che il modo di ottener ciò era principalmente quello di mostrarsi intrinseco di Tissaferne. E così avvenne. Imperciocchè quando l’esercito ateniese di Samo ebbe inteso che egli era innanzi appresso Tissaferne, si invogliò grandemente di abolire lo stato popolare. La qual volontà era fomentata da Alcibiade che mandava a dire ai più potenti cittadini che di lui facessero menzione ai migliori, significando esser sua intenzione di ritornare alla patria perchè ella fosse retta dal senno di pochi, invecechè dalla malvagità e dalla plebaglia che lo avea bandito; e rendendo loro amico Tissaferne, di aver parte con loro nel governo. Senza di che già assai inchinavano spontaneamente a questa parte i trierarchi ateniesi di Samo, ed i cittadini più ragguardevoli.
48. La cosa fu primamente agitata negli accampamenti di Samo, e di lì poi in città. E siccome alcuni da Samo erano andati a trovare Alcibiade e si erano sentiti promettere da lui che prima di tutto renderebbe amico di Atene Tissaferne (se abolissero lo stato popolare), e quindi anche il re che allora meglio si fiderebbe, così essendo essi i più potenti tra’ cittadini ed anche i più travagliati, si levavano a grandi speranze di potersi recare in mano le redini della Repubblica, e di abbattere la parte contraria. E tornati a Samo si unirono in cospirazione colle persone loro aderenti, e spargevano apertamente nel volgo che il re sarebbe loro amico e somministrerebbe i denari, se Alcibiade fosse rimesso in patria, e si abolisse la democrazia. La moltitudine benchè di presente sentisse un po’ male quelle pratiche, nondimeno per la molta speranza che il re darebbe gli stipendii, stavasi quieta. Ma quei che cospiravano a stabilir l’oligarchia dopo aver conferito ciò colla moltitudine, di nuovo tra loro e colla maggior parte degli amici stavano esaminando le proposizioni di Alcibiade; le quali tuttochè agli altri sembrassero facili e sincere, non andavano punto a genio di Frinico che era tuttora il generale. Anzi egli opinava, come infatti era vero, che Alcibiade nulla più si curasse dell’oligarchia che della democrazia; e che non altro cercasse che il modo (quel che si fosse) di mutare l’attual reggimento della città, per esser richiamato in patria dagli amici. Però badassero bene di non suscitar discordie. Diceva inoltre che mentre i Peloponnesi occupavano il mare non meno che gli Ateniesi, e possedevano città non dispregevoli negli Stati del re, a questo non tornerebbe conto comperar brighe per unirsi con Atene della quale non si fidava, quando poteva farsi amico il Peloponneso dal quale non aveva sofferto alcun male. Quanto alle città confederate (alle quali avean promessa l’oligarchia mentre essi pure abolirebbero il governo popolare) veder lui chiaro, proseguiva, che le già ribellate non per questo piegherebbero maggiormente alla parte d’Atene, e quelle che tuttora stanno all’obbedienza, non diverrebbero più ferme nell’amicizia. Perciocchè o coll’oligarchia, o colla democrazia, elle non vorranno chinare il capo sotto il giogo, innanzichè aver libertà; qual che si sia il governo che lor possa toccare. Aggiugneva poi che anche quelli i quali hanno nome di uomini probi andranno convinti che gli ottimati di quelle città daranno loro delle molestie non meno che il popolo, essendo essi operatori e apportatori al popolo stesso di mali, dai quali sperano ricavar per sè grandi vantaggi; e che avendo costoro in mano il governo, i cittadini saranno esposti a morti violente e senza processo; laddove il popolo suol essere il refugio di questi, ed il moderatore di quelli. E finiva con dire che quanto a sè era sicuro che le città istruite dai fatti la penserebbero in questo modo, e che però nulla piacevagli di ciò che presentemente si trattava da Alcibiade.
49. Con tutto questo i cospiratori intervenuti a quel congresso approvarono quelle proposizioni di Alcibiade conforme innanzi aveano risoluto, e si disponevano a spedire in ambasceria ad Atene Pisandro con alcuni altri per trattare del ritorno di Alcibiade e detto scioglimento del governo popolare, e per render Tissaferne amico agli Ateniesi.
50. Conoscendo Frinico che ad Atene si terrebbe parola della tornata d’Alcibiade, e che i cittadini l’approverebbero, e temendo per le cose dette in contrario che ritornandovi non nuocesse a lui come ad oppositore, si volge a questo compenso. Manda segretamente una lettera ad Astioco ammiraglio de’ Lacedemoni che tuttora era intorno a Mileto, significandogli come Alcibiade col render Tissaferne amico agli Ateniesi guastava le cose de’ Peloponnesi: e mettendolo al chiaro del resto degli affari, lo pregava a compatirlo se si studiava di far del male ad un nemico anche con pregiudizio della sua Repubblica. Astioco non pensò neppure a punire Alcibiade, tanto più che non avea più che far nulla con lui, siccome prima. Ma andato in Magnesia a trovar lui e Tissaferne, narra e mostra ad entrambi la lettera scrittagli da Samo; e, come correva voce, cercò di attaccarsi a Tissaferne per privati interessi non in questa cosa sola, ma in altre ancora: e però si dava poca cura degli stipendii non pagati interamente. Ed avendo Alcibiade spedito subito una lettera ai magistrati di Samo colla quale li ragguagliava delle operazioni del loro generale, e chiedeva che fosse condannato a morte; trovossi Frinico sconcertato da quella denunzia ed in pericolo veramente grande. Nondimeno riscrisse ad Astioco dolendosi che non avea per lo passato tenuto il segreto come doveva; ed aggiugnendo che ora era disposto a dar nelle mani de’ Peloponnesi tutto l’esercito ateniese di Samo perchè lo trucidassero. Gli esponeva poi minutamente il modo di metter ciò ad effetto, essendo Samo senza mura; e diceva non dover essergli ascritto a delitto se dopo aver arrischiato la propria vita per colpa de’ suoi, s’induceva a far questa e qualunque altra cosa, innanzi che lasciarsi manomettere dai più fieri nemici. Anche questa lettera fu da Astioco mostrata ad Alcibiade.
51. Ma Frinico presentito il tradimento di Astioco, e conoscendo che in breve verrebbero lettere da Alcibiade concernenti queste cose, si fece innanzi dichiarando egli stesso all’esercito che essendo Samo senza mura e le navi non tutte dentro il porto, i nemici avean risoluto di assalirli, e che egli sapeva ciò di sicuro; e però bisognava fortificar Samo prestissimamente, e stare ben guardati su tutto il resto. E poichè egli era il capitano ed aveva autorità di operar così, i soldati si accingevano a fabbricar quelle fortificazioni: talchè tra per questo stratagemma, e per esser già preparati i materiali, le condussero prestamente a fine. Non molto dopo venne la lettera di Alcibiade che Frinico tradiva l’esercito, e che i nemici erano per assalirlo; ma fu creduto che Alcibiade non meritasse fede, e che essendo egli informato delle intenzioni de’ Peloponnesi volesse per inimicizia dar colpa a Frinico che s’intendesse con loro. Onde questa dinunzia non pregiudicò punto al generale ateniese, ma gli servì piuttosto di bella testimonianza.
52. Dopo questo Alcibiade disponeva e moveva all’amicizia degli Ateniesi Tissaferne il quale temeva dei Peloponnesi che si trovavano presenti con flotta più numerosa di quelli, e voleva ad ogni costo mantenersene la confidenza quanto fosse possibile, specialmente da che avea saputo la controversia insorta a Cnido circa il concordato di Teramene. Questa controversia avea già avuto il suo principio allora quando i Peloponnesi erano a Rodi; e nella discussione di essa, Lica aveva dimostrato la verità del discorso già fatto da Alcibiade, intorno alla intenzione loro di mettere in libertà le città tutte, ed affermato non doversi ricever tra i patti che il re signoreggiasse sulle città, cui già per l’innanzi od egli o i suoi padri avessero dominate. Alcibiade adunque siccome trovavasi in lizza per cose importanti, stava al fianco di Tissaferne usandogli studiosamente officiose maniere.
53. Intanto gli ambasciatori degli Ateniesi spediti da Samo insieme con Pisandro erano arrivati ad Atene e tenevan discorso al popolo di molte cose in succinto, di cui la principale fu che stava in facoltà loro l’avere alleato il re e vincere i Peloponnesi, purchè rimettessero in patria Alcibiade e cessassero dal governo popolare. Molti furono i contradittori intorno al cangiamento del governo, ai quali si aggiunsero i nemici di Alcibiade gridando, che indegna cosa sarebbe il rimettere in patria un violatore delle leggi; e con essi gli Eumolpidi ed i Cerici[140], testimoniando dei profanati misteri, cagione del suo bando, e scongiurando per gli Dei perchè non fosse riammesso. Per lo che Pisandro, nonostante le molte contradizioni e querimonie, fattosi avanti e pigliando ad uno ad uno i contradittori domandava loro: qual mai speranza di salvezza restasse alla Repubblica, se non fosse quella di trarre alla sua parte il re, ora che i Peloponnesi aveano in mare una flotta non punto minore di fronte a loro; e maggior numero di città confederate e denari dal re stesso e da Tissaferne, mentre essi Ateniesi più non ne avevano? E poichè a tale dimanda rispondevano di non aver speranza veruna; allora Pisandro apertamente sogghignava: «Questa salvezza adunque non può ottenersi ove non mettiamo maggior moderazione nel reggimento politico, e menomiamo il numero de’ magistrati, acciocchè il re si fidi di noi; ove al presente non vogliamo darci pensiero piuttosto della salute nostra che non della forma del governo, poichè in seguito starà in nostro arbitrio cambiar quello che non ci piaccia; ed ove non rimettiamo in patria Alcibiade, il solo tra’ viventi sufficiente a render l’opera compiuta.»
54. Il popolo che da principio sentiva di mal animo il progetto dell’oligarchia, avvertito chiaramente da Pisandro che non vi era altro modo di scampo, cedè; parte mosso dalla paura, parte anche sperando che le cose potrebber mutarsi. Poscia fu decretato che Pisandro con altri dieci personaggi partisse per trattare degli affari nel miglior modo possibile con Tissaferne ed Alcibiade; e per le accuse di Pisandro stesso Frinico fu deposto del comando unitamente al suo collega Scironida, e furono sostituiti ammiragli Diomedonte e Leone. Pisandro avea accusato Frinico come traditore di Isso e di Amorge, perchè lo stimava contrario alle pratiche che si facevano con Alcibiade. Ricercò inoltre tutti i cospiratori che di prima erano in città, e che faceano la parte di oppositori ne’ giudizi contro i magistrati, e li confortò a riunirsi insieme con gli altri, e deliberare in comune l’abolizione della democrazia. Finalmente dopo aver disposto il rimanente delle cose, come richiedevano i tempi presenti, acciò non fosse ritardato il corso agli affari, s’imbarcò co’ suoi dieci compagni per recarsi a Tissaferne.
55. Ma Leone e Diomedonte arrivati già nel medesimo inverno alla flotta degli Ateniesi, la condussero sopra Rodi; e trovate le navi de’ Peloponnesi tirate a secco, sbarcarono in qualche parte di quelle terre, vinsero in battaglia i Rodiani che erano accorsi alla difesa, e retrocederono a Calce. E d’allora in poi facevano la guerra piuttosto dal lato di Co; perchè di qui restava ad essi più facile l’osservare, se l’armata peloponnesia movesse da Rodi verso qualche luogo. Intanto giungeva in Rodi Xenofantide laconico cui Pedarito avea da Chio spedito colà, con la nuova che gli Ateniesi aveano omai condotto a termine il muro, e però, se non fossero andati in soccorso con tutte le navi, Chio era perduta. Fu risoluto adunque di soccorrerla. In quel mentre Pedarito, con tutto l’esercito che avea seco composto di truppe ausiliarie e di milizie chie, andò ad assaltare il riparo con che gli Ateniesi avean circondato la loro flotta, ne espugnò una parte e s’impadronì di poche navi che erano state tirate sul lido. Ma gli Ateniesi accorsi alla difesa, fugarono primieramente i Chii, vinsero il rimanente dell’esercito con Pedarito, uccisero lui stesso con molti Chii, e presero gran quantità di armi.
56. Dopo questi fatti erano i Chii assediati più strettamente di prima per terra e per mare, e grande vi era la fame. E gli ambasciatori ateniesi con Pisandro pervenuti da Tissaferne mossero parola intorno ai patti. Ma Alcibiade (il quale non poteva far capitale con sicurezza di Tissaferne, perchè questi temeva più i Peloponnesi che non gli Ateniesi, e voleva secondo gl’insegnamenti del medesimo Alcibiade lasciarli logorarsi tra loro) immaginò questo compenso; cioè, che Tissaferne facendo agli Ateniesi richieste troppo grandi non rimanesse d’accordo. Ed io per me credo che Tissaferne ed Alcibiade avessero le medesime mire; quegli perchè temeva; questi perchè, vedendo che Tissaferne con tutta quell’ambasceria non inclinava ad accordarsi, non voleva esser creduto dagli Ateniesi inabile a persuaderlo, ma dare a vedere che gli Ateniesi stessi non facevano sufficienti offerte a Tissaferne già persuaso e disposto a fare accordo. Infatti Alcibiade che parlava per Tissaferne ivi presente, tanto rincarò nelle dimande, che sebbene gli Ateniesi per un pezzo gli menassero buono quel che domandava, pure alla fine ebbero la colpa di non aver voluto concludere l’accomodamento. Perciocchè pretendeva egli la cessione di tutta la Ionia, e poi delle isole adiacenti ed altre cose, alle quali gli Ateniesi non si opposero. Alla fine nel terzo abboccamento, temendo davvero di essere scoperto per uomo senza credito presso Tissaferne, domandava che al re fosse permesso fabbricar navi, e scorrere le loro costiere con quante gli piacesse. Allora poi fu che gli Ateniesi giudicando niente meno che ineseguibili quelle proposte, e tenendosi beffati da Alcibiade, si levarono indispettiti dall’abboccamento, e tornarono a Samo.
57. Subito appresso queste cose, durante l’inverno, Tissaferne recossi a Cauno perchè desiderava di ricondurre i Peloponnesi a Mileto, e di pagare gli stipendii fatti che avesse con loro altri patti ne’ termini che potesse, acciò e’ non venissero intieramente debellati. Temeva egli che i Peloponnesi, mancando di viveri per la numerosa flotta, ed astretti dagli Ateniesi a combattere, non rimanessero vinti; o che abbandonate le navi, e privi del suo soccorso, non dessero occasione agli Ateniesi medesimi di arrivare al loro intento. Oltre di che stava in grandissima apprensione che andando a foraggiare non guastassero la terraferma. Mosso adunque dalla considerazione e provvedimento di tutte queste cose, perchè voleva tener bilanciate le forze de’ Greci, manda a chiamare i Peloponnesi, dà ad essi le paghe, e per la terza volta pattuisce questi accordi.
58. «L’anno tredicesimo del regno di Dario, essendo eforo in Sparta Alessippide fu fatto concordato nella pianura del Meandro, tra i Lacedemoni ed alleati per una parte, e Tissaferne, Ieramene ed i figlioli di Farnace per l’altra, intorno agli affari del re e a quelli de’ Lacedemoni e degli alleati, in questo tenore. Primo, che tutto il territorio del re che è nell’Asia appartenga al re, e del territorio suo proprio il re disponga a suo talento. Secondo, che i Lacedemoni e gli alleati non entrino nel territorio del re a farvi danno veruno, nè il re in quello de’ Lacedemoni e degli alleati a farvi alcun male. Terzo, se alcuno de’ Lacedemoni o degli alleati entrerà nel territorio del re per nuocervi, i Lacedemoni e gli alleati debbano impedirlo; e se alcuno degli Stati del re vada per nuocere ai Lacedemoni od agli alleati, il re debba impedirlo. Quarto, che Tissaferne, secondo il convenuto, dia le paghe alle navi ora presenti, sino all’arrivo della flotta del re. Quinto, che dopo arrivata la flotta del re stia in facoltà de’ Lacedemoni e degli alleati di dare, se vogliano, le paghe alle navi; ma se piacerà loro pigliarle da Tissaferne, Tissaferne le sborsi, con questo però che a guerra finita egli debba essere rimborsato dai Lacedemoni e dagli alleati del denaro che avranno preso. Sesto, che arrivata la flotta del re, le navi de’ Lacedemoni, degli alleati e del re facciano in comune la guerra, secondochè piacerà a Tissaferne, ai Lacedemoni ed agli alleati; e se vorranno scioglier la guerra cogli Ateniesi, si debba sciogliere di comune consentimento.»
59. Tale fu questo concordato, dopo il quale Tissaferne si accingeva a far venire le navi fenicie siccome erasi stabilito, e ad eseguire tutte le altre cose promesse, volendo almeno far veder chiaro che di ciò si occupava.
60. Ma i Beozii, essendo omai quel verno al suo termine, presero per tradimento Oropo presidiato dagli Ateniesi; e in ciò prestarono loro mano alcuni di Eretria e d’Oropo stesso, i quali macchinavano la ribellione di Eubea. Imperciocchè, quella terra dominando l’Eretria, era impossibile finchè la ritenevano gli Ateniesi, che non facessero gravi danni ad Eretria stessa ed al resto dell’Eubea. Gli Eretriesi adunque già padroni di Oropo vanno a Rodi per invitare i Peloponnesi a passar nell’Eubea. I quali siccome erano piuttosto infiammati per il soccorso di Chio travagliata, salpando da Rodi con tutta la flotta, colà si avviarono. Arrivati intorno a Triopio scorgono in alto le navi ateniesi che venivano da Calce; ma nissuna delle due flotte si mosse incontro. Cosicchè gli Ateniesi recaronsi a Samo, ed i Peloponnesi a Mileto, vedendo l’impossibilità di soccorrer Chio senza venire a battaglia navale. Finiva intanto l’inverno e l’anno ventesimo di questa guerra descritta da Tucidide.
61. Nell’estate seguente subito al cominciamento di primavera fu con poche genti spedito per la via di terra da Mileto nell’Ellesponto Dercilide gentiluomo spartano per sommovere alla ribellione Abido colonia de’ Milesii. Ed i Chii, stretti dall’assedio, intanto che Astioco non sapeva trovare il come soccorrerli, furono necessitati a combattere in mare. Avevano essi (mentre Astioco era tuttora in Rodi) dopo la morte di Pedarito ricevuto per capitano Leone venuto da Mileto e gentiluomo spartano, che come per sopraccarico aveva accompagnato Antistene e le dodici navi che stavano di presidio a Mileto, delle quali cinque erano di Turio, quattro di Siracusa, una di Anea, una di Mileto ed una di Leone. I Chii adunque fecero una sortita con tutto l’esercito ed occuparono un luogo forte; e nel tempo stesso le loro trentasei navi si spinsero contro le trentadue ateniesi, e vennero a battaglia, la quale fu combattuta ferocemente. E sebbene i Chii con gli alleati in quel fatto d’arme non avessero la peggio, pure essendo venuta la sera rientrarono in città.
62. Dopo di che subitamente arrivato da Mileto per la via di terra Dercilide, Abido nell’Ellesponto si ribellò e si diede subito a lui ed a Farnabazo, e lo stesso fece Lampsaco due giorni dopo. Lo che intesosi da Strombichide che era a Chio corse egli frettolosamente al riparo con ventiquattro navi ateniesi (alcune delle quali erano da trasporto ed avevano a bordo dei soldati di grave armatura), superò in battaglia i Lampsaceni venuti ad opporsegli, prese con quel primo impeto Lampsaco sguarnita di mura, fece preda di armi e di schiavi, e rimessa in città la gente di condizione libera recossi ad Abido. La quale non facendo vista di rendersi, fu da Strombichide assaltata, ma inutilmente. Laonde tragittò al lato opposto ad Abido, e munì Sesto città del Chersoneso già una volta occupata dai Medi acciò fosse come un luogo di presidio e di osservazione su tutto l’Ellesponto.
63. Allora i Chii e le genti di Mileto poterono un po’ più allargarsi sul mare; ed Astioco sentito l’esito della battaglia di Chio, e la partenza di Strombichide colla flotta, prese coraggio, passò con due navi a Chio, si aggiunse quelle di lì, e con tutte riunite navigava diviato contro Samo. Ma siccome quelli di Samo per la diffidenza che regnava tra loro non si mossero ad incontrarlo, ritornossene a Mileto. E veramente circa questo tempo, ed anche innanzi si andava sciogliendo in Atene lo stato popolare: imperciocchè Pisandro con gli altri ambasciatori tornati da Tissaferne a Samo vi avean trovato l’esercito rassodato nelle intenzioni di prima, ed i Samii stessi, quantunque per l’innanzi fossero stati in sedizione tra loro onde non venisse stabilito il governo di pochi, incitavano ora i più potenti perchè cooperassero con loro a stabilirvelo. Parimenti quelli Ateniesi che si trovavano a Samo messo il capo insieme tra loro soli, aveano deliberato di lasciare a parte Alcibiade che di ciò non volea brigarsi, e che non credevano punto disposto ad entrare nella oligarchia, e di cercare il modo da per sè, siccome quelli che trovavansi in pericolo, onde l’affare non si addormentasse; e al tempo medesimo sostenere la guerra, e contribuir sollecitamente denari col proprio patrimonio, e far tutto quello che occorresse; persuasi che ogni travaglio che si pigliassero era a provvedimento della propria salvezza.
64. Confortatisi scambievolmente in tal modo spedirono tosto Pisandro ad Atene con la metà degli ambasciatori per trattare delle cose di là; ed ordinarono ad essi di stabilire l’oligarchia in tutte quelle città presso le quali si fermassero. Gli altri ambasciatori che componevano la seconda metà furono mandati chi in un luogo chi in un altro in diverse terre de’ sudditi. E Diotrofe che era allora intorno a Chio fu mandato al governo di Tracia al quale era stato eletto. Pervenuto egli in Taso abbattè lo stato popolare; ma non erano scorsi due mesi dalla sua partenza che i Tasii cingevano di muro la loro città, avvisando non aver più punto bisogno dell’aristocrazia degli Ateniesi, ed aspettandosi di giorno in giorno la libertà per le mani de’ Lacedemoni. Imperciocchè i loro concittadini cacciati fuori dagli Ateniesi, si erano ricovrati presso i popoli del Peloponneso, e facevano di tutto, d’accordo co’ loro amici rimasti in città, per condurre delle navi a Taso e moverla alla ribellione. Pertanto quelli Ateniesi che erano a Samo conseguirono ciò che soprattutto bramavano, cioè che senza pericolo si raddrizzassero le cose in Atene, e che la parte popolare, la quale si sarebbe opposta, venisse depressa: ma a quelli tra gli Ateniesi medesimi che in Taso volevano stabilire l’oligarchia successe tutto il contrario; e, a mio credere, lo stesso avvenne anche in molti altri luoghi del loro dominio. Conciossiachè le città, fatto senno ed operando senza timore, si avviarono a sicura libertà, senza preferire la speciosa ma fraudolenta costituzione degli Ateniesi.
65. I colleghi di Pisandro nello scorrere le costiere abolivano, secondo che erasi determinato, la democrazia nelle città; e presi a compagni d’arme dei soldati gravi da alcune terre, vennero ad Atene, ove trovarono il più delle cose eseguito da’ loro fautori. Perciocchè, alcuni dei più giovani conspirando insieme aveano ucciso furtivamente Androcle uno de’ primi sostenitori del popolo, quello stesso che si era fatto duce degli altri a cacciare Alcibiade. Ed a ciò fare erano stati spinti da due motivi: primo, dal vedere Androcle atto a tirare a sè gli animi del popolo; secondo, e questo fu il più grave, dal pensare che s’ingrazionerebbero con Alcibiade, come quegli che tornerebbe in patria e procurerebbe loro l’amicizia di Tissaferne. Nell’istessa maniera si levarono copertamente dinanzi alcuni che non la tenevano da loro. Avevano inoltre composta una diceria al pubblico, colla quale mostravano non doversi dar pensioni altro che a’ militari, e non doversi ingerir della cosa pubblica più che cinquemila cittadini, e tra questi quelli specialmente che fossero in grado di giovare alla Repubblica colle sostanze e colle persone.
66. Era questo un bel pretesto presso la moltitudine, perchè di fermo eran per avere il governo della Repubblica quelli stessi che volevano cambiarlo. Pur nondimeno il popolo ed il senato[141] si adunavano per suffragi, ma nulla si decideva senza l’approvazione dei cospiratori. Anzi anche gli oratori erano del numero di questi, i quali esaminavano le cose prima che e’ le dicessero al pubblico. Nissuno degli altri contradiceva perchè temeva e vedeva che la trama avea molte fila; e se pur vi era chi contradicesse era subito con qualche acconcio modo levato di mezzo. Ricerche di tali omicidi non si facevano, i sospetti non si processavano, e il popolo stava fermo e pieno di tanto terrore, che si recava a guadagno se anche tacendo non soffrisse qualche violenza. Inoltre la opinione che i cospiratori fossero più numerosi di quello che veramente non erano, avea avvilito gli animi; e non v’era modo di saperne il vero, attesa la grandezza della città e il non conoscersi l’un l’altro. E per questo appunto chi di ciò fremeva non potea sfogar con alcuno il suo dispetto per cercar modo di vendetta; essendovi il pericolo di trovarsi a parlare o con persona non conosciuta, o, se conosciuta, non fedele; perciocchè tutti i popolani si avvicinavano sospettosamente, come se ognuno avesse parte in quei maneggi. Infatti vi avea di quelli che nissuno avrebbe creduto doversi voltare all’oligarchia, e questi seminarono diffidenza grandissima nella moltitudine; e con aver raffermato nei popolani questa diffidenza medesima, aiutarono la sicurezza degli oligarchici.
67. In tale stato di cose giunto ad Atene Pisandro e gli altri deputati, si occupavano subito di quello che rimaneva a fare. E primamente adunarono il popolo, e dissero esser loro consiglio che si scegliessero dieci personaggi con piena autorità, per la compilazione delle leggi; compilate le quali dovessero in un determinato giorno esporre al popolo il loro parere del come la Repubblica potesse governarsi ottimamente. Quindi, poichè venne quel giorno, intimarono l’assemblea a Colono (che è un luogo sacro a Nettuno, distante dalla città intorno di dieci stadii) ove i compilatori null’altro promulgarono se non questo: che chiunque degli Ateniesi il volesse, potesse dire la sua opinione; e posero gravi multe per chi accusasse di trasgressione alle leggi o in altro modo nuocesse a qualunque pigliasse a parlare. Ed allor davvero fu detto a chiara voce che non si esercitasse magistratura alcuna nè si dessero le pensioni nel modo di prima; che si creassero cinque presidenti, che questi cinque scegliessero cento personaggi, e che ognuno di questi cento se ne aggiungesse altri tre; e così in numero di quattrocento entrando nella sala del consiglio avessero intera balìa di governare nel modo che credano il migliore, e di adunare cinquemila cittadini ogniqualvolta lor piaccia.
68. Questo parere fu proposto da Pisandro, che anche nel resto mostrossi alla scoperta il più premuroso ad abbattere lo stato popolare. Ma quegli che avea congegnato tal macchina, e meditato di lungo tempo per condurla a quel termine, fu un tale Antifonte, cittadino ateniese, per merito a nissuno secondo tra’ suoi contemporanei, valentissimo a immaginar disegni e a dichiarare i suoi concetti. Giammai egli compariva dinanzi al popolo, nè spontaneo interveniva a qual si fosse dibattimento; che anzi di lui adombravasi la moltitudine per l’opinione in che lo aveva di dicitore eloquentissimo. Nondimeno da sè solo poteva giovare moltissimo a chiunque, dovendo sostenere liti nei tribunali o dinanzi al popolo, fosse in qualche cosa ricorso al consulto di lui. Ed egli medesimo, caduti in appresso i quattrocento e perseguitati dal popolo, quando fu citato in giudizio come reo di cospirazione, apparisce aver difesa la causa di morte a lui comune con essi, meglio di quanti vissero fino a’ miei tempi[142]. E lo stesso Frinico per timore di Alcibiade, cui sapeva essere informato delle sue pratiche con Astioco a Samo, si fe’ conoscere deditissimo sovra ogni altro all’oligarchia, sotto la quale giudicava con tutta probabilità impossibile il ritorno di lui; e mostrossi guarentissimo sostenitore de’ pericoli ch’e’ si fosse addossati. Anche Teramene di Agnone, cittadino non mancante di eloquenza e di discernimento, non rimase indietro a veruno dei sovvertitori dello stato popolare. Talchè non è meraviglia se quest’affare, come che grande, trattato da tanti e prudenti personaggi, sortisse l’effetto. E certo non era lieve impresa il torre la libertà al popolo ateniese quasi cent’anni dopo l’estinzion de’ tiranni, popolo non che soggetto ad alcuno, ma usato a comandare agli altri per più che la metà di quel tempo.
69. Scioltasi pertanto l’assemblea, che nullo contradicendo avea stabilite queste cose, subito dopo furono introdotti nella sala del consiglio i quattrocento con questo stratagemma. Stavano continuamente tutti gli Ateniesi sull’armi, a cagione de’ nemici di Decelia, parte in sulle mura, parte in ordinanza. In quel giorno adunque, vi lasciarono andare, secondo il solito, quelli che non erano consapevoli della trama, e ordinarono segretamente ai congiurati di fermarsi ad una certa distanza dal posto ove era quella gente armata: e se mai alcuno volesse opporsi a ciò che si meditava di fare, pigliassero le armi e vi si opponessero. Tra quelli ai quali erano stati dati per tempo tali ordini vi furono degli Andrii, de’ Tenii e trecento Caristii, ed alcuni inquilini di Egina, che gli Ateniesi vi aveano spediti in colonia, e che eran venuti appunto a quest’oggetto colle loro armi. Ordinati in tal modo costoro, vennero i quattrocento ciascuno con una spadetta nascosta; e con essi centoventi giovanastri greci de’ quali si servivano quando occorreva menar le mani. Sorpresero i senatori già scelti per suffragi mentre erano nella sala senatoria, e ad essi intimaron di uscire ricevendo la loro pensione. Infatti avean portato seco la pensione che i senatori dovevano avere pel tempo che durava la carica, e ad essi la pagarono mentre uscivano.
70. In tal guisa sciolto il senato senza opporre veruno ostacolo, e il rimanente della cittadinanza stando quieta e non levando romore, vennero i quattrocento nella sala del senato, tirarono a sorte dal loro numero i Pritani, e fecero in onor degli Dei quanto di voti e sacrifizi usano quelli che entrano in carica. Poi cambiato non poco il governo popolare, senza però riammettere in patria i banditi per dispetto d’Alcibiade, in tutto il resto reggevano violentemente la città. Uccisero non molti cui crederono ben fatto levar di mezzo, altri misero a ferri, altri esiliarono. Spedirono inoltre un’ambascieria ad Agide re dei Lacedemoni il quale era in Decelia, dicendo volersi riconciliare seco lui, ed esser da credere che e’ vorrebbe pattuire con loro innanzi che con un popolo senza fede.
71. Agide però era d’avviso che la città non fosse quieta; che il popolo non cederebbe così per fretta la sua antica libertà; e che se vedesse un numeroso esercito di Lacedemoni non starebbe alle mosse. Di più non sapeva al presente darsi del tutto a credere che tra loro non vi fossero delle turbolenze. Onde agli ambasciatori de’ quattrocento non diè risposta veruna concernente gli accomodamenti. Bensì fece venir dal Peloponneso un grosso esercito; e non molto dopo egli in persona colla guarnigione di Decelia unita a quell’esercito scese fin sotto le mura stesse degli Ateniesi; sperando o che essi agitati dalle turbolenze si sarebbero resi a discrezione alle sue armi, o che gli avrebbe superati di primo impeto per la confusione che naturalmente dovea esser dentro e fuori della città. Imperciocchè stimava che la presa delle mura lunghe non gli potesse fallire perchè erano abbandonate. Fattosi adunque vicino, gli Ateniesi nell’interno non fecero il più piccolo movimento; ma fatta uscire la cavalleria, e una parte delle milizie gravi e leggere e degli arcieri, uccisero alcuni dei nemici che si erano troppo appressati, e s’impadronirono di qualche armatura e di pochi cadaveri. Per lo che Agide ricredutosi ritirò indietro l’esercito, e fermossi a Decelia colla sua guarnigione; e l’esercito sopravvenuto ritornò a casa dopo essersi trattenuto pochi giorni in quei luoghi. In seguito i quattrocento non cessarono di mandare ambascerie ad Agide che omai le accoglieva più favorevolmente; e per suo consiglio spedirono legati a Sparta intorno all’accomodamento, essendo bramosi di rappacificarsi.
72. Inviarono ancora dieci personaggi a Samo per abbonir quell’esercito, e mostrargli che non si era stabilita l’oligarchia a danno della Repubblica e dei cittadini, ma per salvezza di tutto il comune; che cinquemila e non soli quattrocento erano al governo degli affari; e che per gli Ateniesi non si erano mai adunati in numero di cinquemila per venire a deliberare di cosa quanto si voglia rilevante, perchè impediti dalle spedizioni, ed occupati fuori dei confini. E aggiunte a queste altre parole acconcie ad esser dette li spedirono subito dopo il cangiamento da lor fatto nel governo; perchè temevano (siccome avvenne) che i soldati di marina non volessero starsene al reggimento oligarchico, e che il male cominciato di là non venisse a dar loro la volta.
73. E veramente già si tentavano a Samo delle novità rispetto alla oligarchia; e verso il tempo medesimo in cui si stabiliva il magistrato de’ quattrocento si diè il caso che vi accaddero queste cose. Quelli tra’ Samii che erano insorti contro i nobili, e che la tenevano del popolo, mutata nuovamente parte, e indotti da Pisandro quando recossi colà, e da alcuni Ateniesi che fatta cospirazione in numero di quattrocento parteggiavano in Samo per la congiura, volevano dare addosso agli altri che riguardavano come popolani. E sostenuti da Carmino uno dei generali e da alcuni Ateniesi che erano in Samo, ai quali avevano impegnata la loro fede, uccisero un tale Iperbole cittadino d’Atene, uomo perverso e bandito coll’ostracismo, non già per tema della sua potenza o del suo credito, ma perchè era malvagio e facea vergogna alla città. Altre cose a queste consimili adoperarono d’accordo con quelli Ateniesi, ed erano al punto di assaltare i popolani. I quali avutone sentore palesano l’attentato a Leone e Diomedonte, che per essere onorati dal popolo non sapeano contentarsi dell’oligarchia, e poi a Trasibulo ed a Trasillo, quegli sopraccomito di trireme; questi capitano di soldati gravi; e finalmente a tutti gli altri che sempre eransi mostrati sommamente avversi ai congiurati. E li pregavano a non permettere ch’e’ fossero trucidati, e che Samo venisse alienata dagli Ateniesi nei quali per opera di lei era fino a quel giorno rimasto fermo l’impero. Quelli udito ciò andavano pregando ad uno ad uno i soldati a non stare indifferenti in tale attentato, e con impegno anche maggiore quei che erano a bordo della nave Paralo, cittadini ateniesi e liberi, nemici sempre mai dell’oligarchia anco quando non era stabilita. E Leone e Diomedonte ogni volta ch’e’ facevano qualche corsa per mare rilasciavano loro alcune navi per difesa. Laonde quando quei trecento assalirono i popolani di Samo, questi ebbero vittoria, perchè sostenuti da tutte quelle genti e principalmente da quei della Paralo; ed uccisero circa trenta di quei trecento, e punirono coll’esilio tre dei più colpevoli. E accordata amnistia agli altri, d’allora innanzi tutti di consenso si reggevano a popolo.
74. Dipoi gli abitanti di Samo ed i soldati ignari ancora che il governo fosse in mano dei quattrocento, spediscono ad Atene a dar avviso dell’accaduto la nave Paralo, e sovr’essa Cherea di Archestrato cittadino ateniese stato uno dei più caldi ad operar quella mutazione. Approdati questi colà, i quattrocento imprigionarono due o tre della nave Paralo, e levati gli altri da questa nave li fecero montare sopra un’altra da trasporto, e li destinarono a star di presidio intorno all’Eubea. Ma Cherea, scapolato non so come, alla vista di quei fatti torna diviato a Samo, racconta ai soldati lo stato di Atene, esagerando ogni cosa col dire, che tutti i cittadini si punivano con battiture, che non era permesso il piatire contro quelli che erano alla testa del governo, che le stesse loro mogli ed i figli si vituperavano, e che si pensava di arrestare ed incarcerare tutti i parenti dei soldati di Samo che fossero dalla parte opposta, per farli morire qualora essi non obbedissero. Ed a queste molte altre menzogne aggiungeva.
75. Al sentir tali cose il primo impeto de’ soldati fu di avventarsi addosso a’ principali fautori dell’oligarchia, ed agli altri che vi avean prestato mano; ma poi impediti dalla gente entrata di mezzo, ed avvertiti a non voler rovinare gli affari, co’ nemici d’appresso ed alle vedette, si racquetarono. Dopo di che Trasibulo di Lico e Trasillo, i primari capi della rivoluzione, volendo omai ridurre apertamente il governo di Samo alla democrazia, fecero giurare co’ più solenni giuramenti a tutto l’esercito, e in specie ai fautori dell’oligarchia, che starebbero fermi e concordi nel reggimento popolare, che sosterrebbero vigorosamente la guerra contro i Peloponnesi, che sarebbero nemici a’ quattrocento, e che con essi non tratterebbero di accordi. Si unirono a prestar li stessi giuramenti tutti i Samii che erano per età atti all’armi, ed i soldati fecero causa comune con essi in tutti gli affari e le conseguenze di quei pericoli; stimando non esservi nè per sè, nè per i Samii altro rifugio di salvezza, ma dover tutti morire ove i quattrocento ed i nemici di Mileto la vincessero.
76. In questo tempo levossi gran contrasto, perchè l’esercito di Samo voleva costringere Atene al governo popolare, ed Atene, l’esercito al reggimento dei pochi. Ed i soldati a Samo fecero tosto una dieta ove deposero dal comando i generali di prima e quei trierarchi de’ quali sospettavano, e sostituirono altri generali ed altri trierarchi, e tra questi Trasibulo e Trasillo. E levandosi a parlare si esortavano l’un l’altro, e dicevano non doversi perder di coraggio che la città si fosse divisa da loro, perchè questa divisione era stata fatta da pochi a petto a loro che erano in più quantità e meglio forniti di tutto. Infatti avendo in mano la flotta astringeranno le altre città sulle quali comanda Atene a somministrar denaro, non altrimenti che se si fossero mossi da Atene stessa; perchè stando per loro Samo, città non debole e che quando era in guerra con Atene poco mancò che non le togliesse l’impero del mare, di lì sarebbero in grado di respingere i nemici come per l’avanti. Poter loro, come padroni delle navi, procacciarsi le vettovaglie meglio di quei d’Atene; aver questi, sì bene per paura di loro accampati a Samo, occupato di prima l’ingresso del Pireo, ma ora ove non vogliano rimettere in piedi il governo antecedente saranno ridotti a tale, che l’armata di Samo provvista di forze maggiori li escluderà dal mare, invece che essi escludano lei; lieve essere e di niun conto l’aiuto che Atene porgeva loro per superare i nemici; non aver perduto nulla nel trovarsi abbandonati dagli Ateniesi che non avevano più denaro da mandare all’esercito, (mentre i soldati se lo procacciavano da sè) nè verun consiglio salutevole donde procede l’autorità delle repubbliche sugli eserciti; aver peccato quei d’Atene nel caso presente abrogando le patrie leggi, ed essi volerle conservare e tentare di costringere anche loro; talchè quelli che ancor rimanessero colla mente sana, non eran per esser tenuti appresso i soldati di Samo cittadini meno pregevoli. Aggiungevano per ultimo che Alcibiade, ove ottenesse sicurezza e ritorno in patria, di buon grado procaccierebbe loro l’alleanza del re; e, quel che più rilevava, se ogni cosa andasse fallita, essi padroni di flotta sì rispettabile avrebbero molti luoghi ove ritirarsi, ne’ quali troverebbero città e terreno.
77. Dette queste cose dai soldati nella dieta, e incoraggiatisi l’un l’altro, si occupavano dei guerreschi apparecchi niente meno che prima. E i dieci ambasciatori spediti dai quattrocento a Samo, poichè arrivati a Delo ebbero inteso ciò, fermarono il corso.
78. In questo tempo medesimo i soldati in sulla flotta dei Peloponnesi a Mileto vociferavano tra loro che Astioco e Tissaferne rovinavano gli affari. Dicevano che Astioco per l’innanzi, quando essi erano in forze maggiori e l’armata ateniese in piccol numero avea schivato la battaglia navale, ed ora pur la schivava mentre si sentiva i nemici essere in sedizione, e le navi loro non per anche riunite; e che intanto coll’aspettar senza pro le navi fenicie promesse da Tissaferne (che dava parole e non fatti), si andava incontro al pericolo di trovarsi al tutto rovinati; che Tissaferne poi non conduceva le navi promesse e danneggiava la flotta non dando puntualmente ed interamente le paghe. Laonde concludevano non doversi più indugiare, ma venire a decisiva battaglia per mare; e più di tutti insistevano i Siracusani.
79. Gli alleati ed Astioco all’udir tali bisbigli si adunarono, e stabilirono di venire a battaglia; da che avean pure avuto lingua delle turbolenze di Samo. Perocchè fatto vela con tutte le navi, che erano cento dodici, ed ordinato ai Milesii di condursi per terra a Micale, s’indirizzarono alla volta di Micale. Gli Ateniesi con le ottantadue navi di Samo che aveano stazione a Glauce del territorio di Micale (perciocchè dalla parte che guarda Micale Samo è poco distante da terraferma) vedendosi venir contro la flotta de’ Peloponnesi, ritiraronsi a Samo, avvegnachè non si credessero in numero bastante a tentare un pericolo che dovea decidere della somma delle cose. Inoltre, siccome aveano presentito che i nemici erano partiti da Mileto per venire a battaglia navale, voleano aspettare che Strombichide tornasse dall’Ellesponto in loro aiuto colle navi che da Chio erano arrivate ad Abido. E già gli avevan mandato innanzi l’avviso. Così gli Ateniesi si ritirarono a Samo; ed i Peloponnesi approdati a Micale vi si accamparono insieme coi fanti dei Milesii e dei circonvicini. Ed il giorno appresso erano per navigar sopra Samo, quando avuto nuova dell’arrivo di Strombichide dall’Ellesponto colle navi, voltarono subito addietro per Mileto. Gli Ateniesi anch’essi rinforzati dalla flottiglia di Strombichide si mossero verso Mileto con otto e cento navi, desiderosi di tentare una battaglia decisiva; ma siccome nessuno si mosse loro incontro tornarono indietro a Samo.
80. Seguite appena queste cose, nell’estate medesima i Peloponnesi, che credendosi insufficienti con tutte le navi riunite ad opporsi al nemico non erano usciti ad incontrarlo, non sapevano donde procacciarsi i denari per flotta sì numerosa, tanto più che Tissaferne li teneva scarsi nelle paghe. Laonde spediscono (conforme di prima era stato ordinato dal Peloponneso) Clearco di Ramfia con quaranta savi a Farnabazo, il quale gli invitava, ed era pronto a pagare gli stipendii; ed insieme significava loro per mezzo di legati di voler ribellare Bisanzio. Pertanto quelle navi peloponnesie trattesi in alto mare per tragittar di nascosto agli Ateniesi, furono colte da una tempesta. Cosicchè la maggior parte di esse con Clearco dieder fondo a Delo e poi ritornarono a Mileto (tranne Clearco che si era ricondotto per terra all’Ellesponto, e ne avea preso il comando); e sole dieci condotte dal generale Elisso di Megara arrivarono a salvamento, nell’Ellesponto, e mossero Bisanzio alla ribellione. Appresso, gli Ateniesi di Samo informati di ciò spediscono un soccorso di navi per tener guardato l’Ellesponto; e fuvvi un leggiero combattimento dinanzi a Bisanzio tra otto navi da una parte e otto dall’altra.
81. Ma in Samo quelli che erano al governo delle cose, e specialmente Trasibulo, da che ebbe cambiato gli affari, fermo sempre nel suo pensiero di rimettere in patria Alcibiade, riuscì con un’arringa a tirar nella sua opinione la più gran parte dei soldati. I quali avendo decretato ad Alcibiade il ritorno alla patria e l’impunità, Trasibulo andato da Tissaferne ricondusse a Samo Alcibiade medesimo, stimando non esservi altra salvezza se non quella che egli recasse alla parte loro Tissaferne. E tenutasi una dieta, Alcibiade fece grandi querele e lagnanze del suo bando, e intertenendosi molto a parlare della Repubblica destò in loro non piccole speranze sull’avvenire, e magnificò oltre modo il suo credito presso Tissaferne, per farsi temere da chi in Atene reggeva l’oligarchia, per disciogliere più facilmente le congiure, per essere onorato maggiormente da quei di Samo e rincorargli meglio; e per screditare al più possibile i nemici dinanzi a Tissaferne, e farli decadere dalle concepute speranze. Vantava egli adunque queste grandissime promesse, che Tissaferne, qualora potesse fidarsi degli Ateniesi, si era impegnato con lui di non far loro mancare in verun modo gli stipendii finchè gli restasse qualche cosa del proprio, anche a costo di vendere il letto per far denari; che agli Ateniesi non a’ Peloponnesi condurrebbe le navi fenicie già arrivate in Aspendo; ma che solo si fiderebbe di loro quando esso Alcibiade tornato in patria ne stesse mallevadore.
82. I soldati al sentir questo e molte altre cose, lo elessero subito generale insieme cogli altri di prima; rimisero in lui il governo di tutti gli affari, e nissuno di essi avrebbe commutato con qualsivoglia altro bene la speranza presentemente conceputa di salvarsi, e di pigliar vendetta de’ quattrocento. E per le cose dette da Alcibiade erano pronti in quel primo impeto a navigar sopra il Pireo, mettendo in non cale gli attuali nemici, ove egli, non ostante le istanze di molti, non avesse al tutto impedito che, lasciando addietro i nemici più vicini, facessero quella mossa. Disse anzi che essendo egli stato creato generale, volea recarsi da Tissaferne per trattare delle bisogne di guerra; e appena sciolta l’adunanza vi andò; sì perchè volea parere di comunicar tutto con lui, sì eziandio perchè bramava venirgli in maggior estimazione, e farsi bello d’essere omai stato eletto generale, e di trovarsi in grado di procacciargli del bene e del male. Cosicchè venne fatto ad Alcibiade d’incuter paura agli Ateniesi col nome di Tissaferne, ed a Tissaferne col nome degli Ateniesi.
83. Ma i Peloponnesi di Mileto udito il ritorno d’Alcibiade, se per lo passato non avean fede in Tissaferne, allora sì che vie più se ne disgustarono. Imperciocchè fin da quando si erano essi tenuti di venire a battaglia contro la flotta ateniese uscita sopra Mileto, era accaduto che Tissaferne andava assai più a rilento nel dare le paghe, e che anche prima di questi fatti, per gl’intrighi di Alcibiade, era incorso a gran passi nel loro sdegno. Laonde i soldati nei loro capannelli (e non solo i soldati, ma ancora altre persone di conto) ritornavano sulle riflessioni di prima; cioè che non ricevevano mai intera la paga, che piccola era quella che veniva data e neppur questa si dava sempre, che se non si tentasse un decisivo combattimento navale, o non si andasse in altro luogo donde cavar si potessero i viveri, le truppe avrebbero abbandonata la flotta, e che di tutte queste cose era cagione Astioco, il quale per privati guadagni secondava gli umori di Tissaferne.
84. Mentre che essi erano in queste considerazioni, avvenne riguardo ad Astioco questo tumulto. I marinari dei Siracusani e de’ Turii, quanto erano la più gran moltitudine di gente libera, altrettanto con più audacia si affoltavano a dimandar la paga. Astioco rispose loro arrogantemente anzi che no, ed alzò il bastone minacciando Dorico che patrocinava le sue ciurme. A tal vista la moltitudine de’ soldati, da truppa marinaresca com’erano, alzarono le grida e si avventarono addosso ad Astioco per batterlo; ed egli previsto ciò ricovrossi ad un altare. Nè già fu ferito, ma la calca si dileguò. Ed i Milesii assalirono furtivamente ed espugnarono un forte fabbricato da Tissaferne in Mileto, e cacciarono via il presidio che vi era; operazione che riscosse l’approvazione degli alleati e specialmente de’ Siracusani, ma che dispiacque a Lica; il quale diceva che i Milesii doveano, con discrete condizioni star sotto Tissaferne come pure gli altri che trovavansi nelle terre del re, e tenerselo caro finchè non avessero bene acconciata la guerra. Ma i Milesii erano omai sdegnati con Lica; e per questi motivi ed altri consimili, quando egli venne a morire per malattia, non permisero ai Lacedemoni che si trovavano a Mileto ch’ei fosse seppellito nel luogo che desideravano.
85. Nel tempo appunto che nel campo peloponnesio bollivano questi mali umori contro Astioco e contro Tissaferne, arrivò da Sparta Mindaro per succedere nell’ammiragliato ad Astioco, e recossi in mano il comando. Astioco imbarcò per andarsene; e Tissaferne spedì con lui in qualità di ambasciatore un tale del suo seguito, per nome Gaulete, della Caria, perito delle due lingue, il quale accusasse i Milesii del fatto del castello, ed insieme purgasse lui dalle imputazioni che gli venivano date: perchè sapeva bene che anche i Milesii si erano messi in cammino col fine principalmente di querelarlo, in compagnia d’Ermocrate che dovea denunziarlo come uomo doppio ed unito con Alcibiade a rovinar le cose dei Peloponnesi. Qui è da sapere che Ermocrate nutriva mai sempre l’inimicizia conceputa con Tissaferne a cagion del pagamento degli stipendii. E in ultimo quando e’ fu bandito da Siracusa, e vennero a Mileto pel comando delle navi siracusane altri generali, cioè, Potami, Miscone e Demarco, Tissaferne si mise con più ardore a perseguitarlo come bandito, e fra l’altre lo incolpava che si fosse fitto in testa di odiar lui, da che chiesti una volta i denari non gli aveva ottenuti. Astioco adunque, i Milesii ed Ermocrate s’imbarcarono per Sparta, ed Alcibiade già da Tissaferne era ripassato a Samo.
86. Partiti da Delo i legati de’ quattrocento già spediti a Samo per attutire ed informare l’esercito, vi giungono quando v’era presente Alcibiade; e tenutasi adunanza si sforzavano di pigliar la parola. I soldati da prima non volevano udirli; e gridavano che si uccidessero i disfacitori dello stato popolare; ma poi quetatisi s’indussero ad ascoltarli. Allora i legati annunziavano che la mutazione del governo non era stata fatta a perdizione, ma a salvezza della Repubblica, e non per darla in mano ai nemici, ai quali si sarebbe potuta dare quando e’ l’assalirono essendo in carica i quattrocento; che a tutti toccherebbe la sua volta di entrare nel numero de’ cinquemila; che i loro congiunti non erano insultati (siccome aveva calunniosamente riferito Cherea), e non che ricevessero alcun male, stava ciascuno di essi al suo posto padroni de’ propri beni. Molte altre cose poi aggiunsero a queste che non furono punto meglio udite dai soldati, i quali invece s’infastidirono, e proponevano chi un partito, chi un altro, e specialmente quello di navigare contro il Pireo. Allora fu che Alcibiade riscosse la opinione d’aver il primo e non meno di qualunque altro giovato alla Repubblica. Conciossiachè, essendo risoluti gli Ateniesi di Samo di navigar contro quelli d’Atene (nel qual caso i nemici a dirittura avrebber sicuramente occupato la Ionia e l’Ellesponto), egli ebbe il vanto di essersi opposto a quella furia, nella quale nissuno sarebbe stato atto a contenere la moltitudine; distolse l’esercito da quella mossa, e garrì e represse quelli che si versavano contro ai legati. I quali egli medesimo rimandò con questa risposta; che non impedirebbe a’ cinquemila di ritenere il governo, ma che ordinava loro di deporre i quattrocento, e di rimettere come prima il consiglio de’ cinquecento. Se poi per economia fosse stata fatta qualche riforma, ad oggetto che i soldati fossero meglio pagati, in ciò li lodava sommamente. Del resto li confortava a tener il fermo e non cedere ai nemici; perciocchè mantenendosi salva la Repubblica, vi era molta speranza di accomodarsi tra loro; ma una volta che una delle due parti, o quella di Samo o quella di Atene soccombesse, non vi resterebbe più nemmeno con chi rappacificarsi. Trovavansi presenti a questo dibattimento anche gli ambasciatori degli Argivi, i quali promettevano di soccorrere i popolani ateniesi che erano in Samo. Di che Alcibiade, colmatili di lodi, disse loro che si dovessero presentare quando fossero chiamati, e così li accomiatò. Questi Argivi erano venuti a Samo con quei della nave Paralo, i quali al tempo soprallegato erano stati destinati dai quattrocento a volteggiare intorno all’Eubea con una nave da trasporto, e doveano condurre a Sparta per parte de’ quattrocento gli ambasciatori ateniesi, Lespodia, Aristofonte e Melesia. Se non che quando navigando furono presso ad Argo arrestarono gli ambasciatori, e come principali sovvertitori dello stato popolare li consegnarono agli Argivi. Nè già ritornarono ad Atene, ma conducendo seco gli ambasciatori, da Argo arrivarono a Samo colla nave sulla quale erano.
87. Nella medesima estate volendo Tissaferne (come di fermo fu creduto) sventare le imputazioni dategli da’ Peloponnesi, i quali tra le altre, a cagione del ritorno d’Alcibiade erano scorrubbiati con esso lui quasi la tenesse apertamente da Atene, si dispose a portarsi ad Aspendo per le navi fenicie, e comandò a Lica di essergli compagno in quel viaggio. E quanto all’esercito disse che lascerebbe ordine a Tamo suo luogotenente di pagar gli stipendii, in quel tanto ch’ei stesse assente. La cosa però non si racconta in un medesimo modo, nè è facile intendere perchè andasse ad Aspendo, e poi andatovi non conducesse le navi. Conciossiachè egli è cosa indubitata che centoquarantasette navi fenicie erano arrivate ad Aspendo; e d’altronde molte sono le congetture del perchè non venissero. Alcuni tengono che Tissaferne andasse ad Aspendo per logorar con questa sua partenza i Peloponnesi, come veramente era suo pensiero. Ed infatti Tamo suo luogotenente pagava gli stipendi non punto meglio, ma anzi peggio di lui. Altri opinano che dopo aver fatti venire i Fenicii sino ad Aspendo ei volesse cavarne denari congedandoli; poichè non aveva intenzione di valersi di loro. Altri poi son d’avviso che facesse ciò mosso dalle male voci giunte fino a Sparta, acciocchè si dicesse che la sua condotta non era disleale, ma che egli andava apertamente per una flotta al certo equipaggiata. Con tutto questo a me pare che il motivo più chiaro del non aver condotto quella flotta fosse per indebolire e tener sospese le cose de’ Greci; per farli consumar tra loro mentre egli era assente e si tratteneva colà; e per tenere in bilancia i loro interessi senza farla preponderar da alcuna parte colla sua aggiunta; perchè è manifesto che, se lo avesse voluto, arebbe posto fine alla guerra; e l’esito non sarebbe stato dubbioso. Essendochè, conducendo la flotta fenicia ai Lacedemoni, avrebbe ragionevolmente dato la vittoria ad essi, i quali anche di presente stavano a fronte degli Ateniesi con eguali forze marittime piuttostochè minori. Lo scusarsi poi del non aver condotto quelle navi, col dire che erano state accolte in più piccol numero di quello che il re aveva ordinato, fu un parlare da sonnolento; perchè in tal caso arebbe meglio incontrato il gradimento del re spendendo non molti denari, e con più sottile spesa avrebbe conseguito l’istesso. Ma (qual che si fosse la sua intenzione) Tissaferne arriva ad Aspendo e si abbocca coi Fenicii; ed i Peloponnesi per ordine di lui vi spediscono Filippo gentiluomo lacedemone con due triremi, persuasi che gli dovessero esser consegnate quelle navi.