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Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 2/2

DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 6)

F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation

88. Non sì tosto sentì Alcibiade la partenza di Tissaferne per Aspendo che anch’egli si mise in mare con tredici navi, promettendo di sicuro a quei di Samo un di questi due importantissimi servigi; o condurrebbe le navi fenicie agli Ateniesi, o impedirebbe al certo che venissero ai Peloponnesi. Sapeva egli di lunga mano, com’è da credere, non essere intenzione di Tissaferne condurre quelle navi; e di più voleva screditarlo sommamente appresso i Peloponnesi, per conto dell’amicizia che Tissaferne medesimo aveva con lui e con gli Ateniesi; affinchè così fosse maggiormente costretto ad accostarsi alla parte ateniese. Laonde fatto vela direttamente da Samo per alla volta di Cauno e di Faselide proseguiva la sua gita verso Aspendo.

89. Ma i mandatari de’ quattrocento tornati da Samo ad Atene, e riferite le risposte di Alcibiade con cui ordinava di persistere e non cedere ai nemici, giacchè egli avea molta speranza di riconciliare con loro l’esercito e di superare i Peloponnesi, ispirarono assai maggior coraggio a coloro, i quali, tuttochè avesser parte al reggimento oligarchico, pure ne erano di prima indispettiti, e volentieri avrebber preso qualche via di sicurezza per uscir da quell’intrigamento. E già si accoglieano in brigate, e biasimavano quello stato di cose, avendo in ciò per capi generali ragguardevolissimi addetti all’oligarchia e costituiti in carica, come Teramene di Agnone, Aristocrate di Sicelio ed altri, che avean mano tra’ primi al governo degli affari, e che temendo (per quanto dicevano) dell’esercito di Samo e di Alcibiade, ed anche de’ loro ambasciatori a Sparta, mandaron dicendo a quest’ultimi che badassero bene di non recar danno alla patria, ove qualche trattato concludessero senza il consenso del maggior numero de’ cittadini. Credevano essi che con questo temperamento libererebbero la Repubblica dal cadere sotto il governo di troppo pochi; e dicevano che bisognava creare i cinquemila non in parole, ma in fatti, e ridurre lo Stato a maggiore eguaglianza. Tutto questo però era un pretesto politico delle loro mire, e la maggior parte di essi, mossi da private ambizioni, erano attaccati a tal forma di governo, in cui l’oligarchia, più che altro nata dalla democrazia è un sogno. Essendochè nel primo giorno stesso del governo oligarchico, ciascun pretende di primeggiar di gran lunga sugli altri, non che di essere eguale: laddove negli squittinii che si fanno dal popolo, ognun si accomoda più facilmente al resultamento senza credersi soverchiato, perchè è opera di cittadini eguali. Quello poi che manifestamente sollevò gli animi di costoro fu la ferma autorità che avea Alcibiade in Samo, e la opinione in cui essi erano, che il reggimento de’ pochi non potesse durare stabilmente. Laonde ciascuno faceva oltremodo a gara per essere il principal protettore dello stato popolare.

90. Quelli però tra i quattrocento che erano grandissimamente avversi a tal forma di governo, e che avevano maggiore autorità, come Frinico, il quale anche nel tempo del suo generalato a Samo avea contrariato Alcibiade, ed Aristarco uno de’ più accaniti ed invecchiati nemici del popolo, e Pisandro ed Antifonte ed altri de’ più potenti, già fin da prima appena essi furono assunti al governo, e poi quando i fautori che avevano a Samo passarono alla democrazia, spedivano a Sparta ambasciatori del loro numero; e si davano ogni cura pel reggimento oligarchico; e costruivano un muro nel sito chiamato Etionea. Le quali cose con sollecitudine anche maggiore facevano, dopo che per i loro ambasciatori tornati da Samo ebbero compreso che la plebe e quelli che prima sembravano fedeli avean mutato mantello. E temendo delle cose d’Atene e di Samo spedirono prestamente Antifonte e Frinico con altri dieci, ordinando loro di accomodarsi coi Lacedemoni in qualunque modo si fosse tollerabile, e con premura più grande edificavano il muro di Etionea. La loro intenzione nel fabbricar questo muro era (come diceva Teramene e quelli della sua parte) non d’impedire ai soldati di Samo l’entrata nel Pireo, qualora venissero ad assaltarlo colla flotta; ma piuttosto di ricevervi dentro i nemici colle navi e coi fanti, quando loro piacesse: imperciocchè Etionea è come un gomito del Pireo, e presso di lei si trova l’ingresso delle navi. Attaccavano adunque questo muro all’altro che vi era di prima e che guardava terraferma; in modo che con poche genti le quali vi stessero sopra, erano padroni dell’ingresso; perchè il muro vecchio verso terraferma, e dalla parte interna il muro nuovo che andava al mare, terminavano entrambi ad una delle due torri sulla bocca del porto che è angusto. Edificarono inoltre una grandissima loggia che si estendeva immediatamente nella maggior vicinanza a questo muro nel Pireo; e di essa erano eglino i padroni, ed astringevano tutti a scaricarvi il grano del paese e quello che veniva dalla parte del mare, ed a cavarlo di lì per venderlo.

91. Teramene pertanto da molto tempo facea gran romore di queste cose; e dopo che furono ritornati da Sparta gli ambasciatori senza nessuna conclusione di accomodamento circa la somma degli affari, diceva che con quel muro vi era il pericolo di rovinar tutta la città. Essendochè si dava il caso che quarantadue navi (alcune delle quali erano italiane e siciliane cioè di Taranto e di Locri) venute circa questo tempo dal Peloponneso a petizione degli Eubeesi, aveano dato fondo in sulle coste della Laconia, e si preparavano a navigar per l’Eubea capitanate da Egesandrida spartano. Quest’armata, diceva Teramene, esser diretta piuttosto verso quelli i quali fabbricavano il muro ad Etionea, che non verso l’Eubea; e però se non si pensasse a mettersi tosto in guardia, resterebbero tutti sterminati quando men se l’aspettavano. Tal sospizione era in parte vera rispetto a quelli su cui cadeva, e tali parole non erano al tutto una mera maldicenza. Conciossiachè i fortificatori di Etionea bramavano principalmente coll’oligarchia avere impero sugli alleati; se no, ritenendo le navi e le mura, essere gli arbitri del governo; e posto che questo non riuscisse, non voleano trovarsi a cadere i primi sotto le unghie del popolo quando avesse ripreso il suo grado, a patti anche d’introdurre i nemici e di rimettere la città nella loro discrezione; cedendo le mura e le navi, purchè le proprie persone fossero salve.

92. Il perchè si affrettavano a costruir quel muro con postierle ed ingressi per introdurvi i nemici, volendo terminarlo innanzi d’essere impediti dalla fazione contraria. Tali discorsi pertanto da principio si comunicavano a pochi, e piuttosto di soppiatto, ma poichè Frinico tornando dalla sua ambascieria di Sparta fu a posta fatta ferito in piena piazza da uno della ronda, e venuto non molto lungi dalla curia morì; e poichè, fuggito essendo l’uccisore, un tal di Argo suo complice arrestato e torturato da’ quattrocento non volle palesare il nome di nessuno che avesse ordinato quel delitto, e solo disse che si faceano molte radunanze presso il capo delle ronde e altrove per le case; allor daddovero, siccome quell’accidente non avea partorito veruna novità, Teramene ed Aristocrate, e quanti tra’ quattrocento e fuori de’ quattrocento eran del medesimo parere, si misero tosto con più ardire all’impresa. Imperciocchè in quel tempo appunto le navi nemiche dalla spiaggia laconica volteggiando si erano fermate ad Epidauro, ed aveano fatto delle scorrerie sopra Egina; e Teramene diceva non essere consentaneo, se esse andavano verso l’Eubea, che avesser piegato il corso al golfo d’Egina; e quindi presa stazione ad Epidauro, qualora non fossero state invitate a quel fine ch’ei sempre annunziava: e però non doversi più stare inoperosi. Alla fine moltiplicati i discorsi sediziosi e cresciuti i sospetti Teramene ed i suoi partigiani misero mano all’impresa. Conciossiachè i soldati gravi che nel Pireo fabbricavano il muro di Etionea (e tra questi era anche Aristocrate centurione colla sua centuria) arrestano Alessicle capitano degli oligarchici e sommamente inclinato alla parte contraria a Teramene; e condottolo a casa lo tennero prigione. E tra gli altri cooperatori che avevano vi era Ermone uno dei comandanti delle ronde di Munichia; e, quel che più rileva, il corpo dei soldati gravi stava per loro. Appena fu recato avviso di ciò ai quattrocento adunati a consesso nella sala del senato, tutti, salvo quelli ai quali non piaceva il presente governo, erano pronti a correre all’armi, e minacciavano Teramene ed i suoi aderenti. Egli per discolparsi disse d’esser pronto a recarsi a liberare Alessicle; e preso seco un capitano che era della medesima congiura di lui, si avviava verso il Pireo, sostenuto da Aristarco e da’ giovani cavalieri. Frattanto grande e spaventevole era il tumulto; poichè quei di città pensavano che il Pireo fosse già occupato, e messo a morte l’imprigionato Alessicle; e quei del Pireo temevano di trovarsi or ora addosso quelli di città. Già per Atene correasi furiosamente all’armi, ed i più vecchi si paravano innanzi a’ loro concittadini per impedirli, e Tucidide farsalico, ospite della città ed ivi presente, entrando animosamente di mezzo ritenea ciascuno, e gridava che non volessero rovinar la patria co’ nemici d’appresso ed alle vedette; cosicchè a gran pena si quetarono e non si venne all’armi. Teramene che era uno de’ generali arrivato al Pireo mostrossi a parole adirato co’ soldati gravi; ma Aristarco e gli altri della parte contraria erano sdegnati veramente. Con tutto ciò la maggior parte di quelle milizie, non che si pentissero del fatto tiravano innanzi, e domandavano a Teramene se credeva egli vantaggiosa la fabbrica del muro, e se meglio fosse demolirlo. E Teramene rispondeva che se piacesse loro demolirlo e’ piaceva anche a lui. Laonde tostamente i soldati gravi e molti di quei del Pireo salirono sul muro e lo spianavano, esortandosi tutti l’un l’altro con queste parole «deve prestar mano all’opera chi vuole il comando de’ cinquemila, anzichè quello de’ quattrocento;» avvegnachè tutti coloro che bramavano ristabilito il governo popolare si andassero ancora celando sotto il nome de’ cinquemila onde non nominare apertamente il popolo; perchè temevano che i cinquemila veramente esistessero; e che dicendo qualche cosa ad alcuno di essi senza conoscerlo, non avessero a trovarsi perduti. Ed i quattrocento non volevano nè che i cinquemila esistessero, nè che fosse manifesto ch’e’ non esistevano, per questo appunto perchè giudicavano che il metter tanti a parte del governo sarebbe una vera democrazia, e che d’altronde con l’incertezza si seminerebbe la paura tra’ cittadini.

93. Il giorno seguente i quattrocento, benchè sconcertati si assembrarono nella sala senatoria; ed i soldati gravi del Pireo, lasciato in libertà l’arrestato Alessicle e demolito il muro, vennero al teatro di Bacco presso Munichia, e posate le armi fecero adunanza, e secondo la risoluzione presa marciavano a dirittura verso la città, ed ivi fecero alto nel sacro recinto de’ Dioscuri‍[143]. Quivi vennero a trovarli alcuni deputati de’ quattrocento; e discorrevano testa testa con loro, e persuadevano quelli che vedessero più docili a mettersi in calma e contenere anche gli altri; promettendo che si promulgherebbero i cinquemila, e che dal numero di questi si creerebbero a vicenda i quattrocento, secondo che piacesse ai cinquemila medesimi; e intanto li pregavano che non volessero in alcun modo perdere la Repubblica nè darle la spinta a cadere in mano de’ nemici. Cosicchè per i molti discorsi che si facevano a molti, il maggior numero de’ soldati gravi divennero più ammansati di prima, e sopra tutto temevano del pericolo universale della Repubblica. Convennero adunque che in un certo giorno si tenesse una dieta nel tempio di Bacco intorno all’accomodamento.

94. Arrivato il giorno della dieta nel tempio di Bacco, mentre erano per adunarsi venne la nuova che Egesandrida con le quarantadue navi fatto vela da Megara rasentava Salamina. Allora tutti i soldati gravi giudicavano esser questo ciò che tempo fa dicevasi da Teramene e dai suoi seguaci, cioè che la flotta nemica era diretta al muro; e tenevano per vantaggiosa la demolizione di esso. E forse Egesandrida si tratteneva intorno ad Epidauro ed in cotesti luoghi per essersi indettato co’ quattrocento; ma è ancora probabile che vi si fermasse sperando dover essere opportuno il suo arrivo all’occasione della presente sedizione degli Ateniesi. Questi però a tal nuova accorrevano subito a stormo al Pireo, giudicando più della domestica guerra formidabile quella de’ nemici, che non da lontano, ma sulla bocca del porto si faceva; ed alcuni montavano su le navi già pronte, altri le varavano in mare, ed altri scendeano precipitosi a difendere le mura e la bocca del porto.

95. Ma le navi de’ Peloponnesi seguitarono il corso; e fatto il giro di Sunio fermaronsi fra Torico e Prasia, e poi giunsero ad Oropo. Gli Ateniesi in mezzo a quelle sedizioni astretti frettolosamente a valersi di ciurme non ordinate, e desiderosi di provveder con prestezza a cosa tanto rilevante (poichè bloccata l’Attica, l’Eubea era per loro il tutto) spediscono delle navi ad Eretria sotto il comando di Timocari. Le quali arrivate colà e riunitesi con quelle che di prima erano nell’Eubea compirono il numero di trentasei, e furon subito costrette a venire a battaglia. Imperocchè Egesandrida dopo il pranzo aveva mosso la flotta da Oropo che è distante circa sessanta stadii di mare dalla città degli Eretrii; e gli Ateniesi nel tempo di quella mossa armavano tostamente le navi, credendo che i soldati fossero appresso di quelle. Essi invece erano andati a comprarsi il mangiare non alla piazza del mercato (ove gli Eretrii premeditatamente non aveano esposto nulla a vendere), ma alle case situate alla fine della città, affinchè mentre le navi si armavano lentamente, i nemici fossero in tempo ad assalirle, e potessero forzare gli Ateniesi a movere loro incontro così come si trovavano. Inoltre fu da Eretria alzato il segnale verso Oropo ai Peloponnesi, per avvertirli quando dovean recarsi nell’alto. Pertanto venuti in mare gli Ateniesi con sì meschino apparecchio, ed appiccata la battaglia al di là del porto di Eretria, ressero nondimeno qualche tempo; ma poi voltatisi in fuga erano perseguitati fin sulla costa. E quanti di loro si rifugiarono nella città degli Eretrii credendola amica, vennero trattati crudelissimamente e messi a morte dai cittadini; e gli altri che ricovravansi nella fortezza di Eretria, che si tenea per loro, si salvarono; come pure quelle navi che arrivarono a Calcide. I Peloponnesi presero agli Ateniesi ventidue navi; parte delle persone uccisero, parte le tennero prigioni, ed alzarono il trofeo; e non molto dopo ribellarono tutta l’Eubea (eccetto Oreo che ritenevano gli Ateniesi) e diedero ordine a tutto quello che al governo di lei apparteneva.

96. Pervenuta agli Ateniesi la nuova dei fatti dell’Eubea vi sorse sbigottimento grandissimo oltre ogni altro di prima; nè la disfatta di Sicilia, tuttochè allora paruta grande, nè verun altro caso finora gli atterrì mai cotanto. Imperciocchè essendo accaduta sì grave sciagura nella quale avean perduto le navi, e (che grandissima cosa era) l’Eubea, da cui traevano vantaggi maggiori che dall’Attica, mentre era già ribellato l’esercito di Samo, e non avean più navi nè genti da empirle, e mentre bollivano le fazioni nè vedevasi quando si sarebber potuto mai riconciliare; come non era ragionevole il loro scoraggiamento? Sopra tutto poi li turbava l’imminentissimo pericolo che i nemici usando della vittoria osassero spinger subito la flotta contro il Pireo sguarnito di navi, e già li credean poco meno che presenti. Lo che sarebbe loro agevolmente riuscito se fossero stati più ardimentosi, ed assediando Atene l’avrebber divisa maggiormente, ed astrette le navi della Ionia, sebbene nemiche del governo de’ pochi, a correre in soccorso de’ propri parenti e di tutta quanta la città; ed in questo l’Ellesponto, la Ionia, le isole e quanto v’è di spazio fino all’Eubea, insomma tutto l’imperio ateniese sarebbe venuto nelle loro mani. Nè già in questa sola occasione, ma in altre molte ancora, i Lacedemoni furono per gli Ateniesi quelli, contro a’ quali guerreggiarono più comodamente. Imperciocchè essendo diversissimi d’indole, gli uni pronti, gli altri tardi, questi intraprenditori quelli dubitosi, specialmente nel governo delle flotte, procuravano agli Ateniesi vantaggi grandissimi. E la cosa è stata comprovata dai Siracusani, che essendo di maniere consimili agli Ateniesi li combatterono bravissimamente.

97. A tali nuove pertanto gli Ateniesi, quantunque sbigottiti, armarono venti navi; e allora subito da primo tennero un’adunanza nel luogo chiamato Pnice, ove ancora altre volte eran soliti adunarsi‍[144]; nella quale abolirono il magistrato de’ quattrocento, e decretarono di affidar lo stato ai cinquemila, del qual numero dovessero esser quei soli che prestassero servizio nella milizia, e che nissuno per qualsivoglia carica dovesse aver pensioni: altrimenti fosse dichiarato esecrabile. Si tennero in seguito altre frequenti adunanze con le quali stabilirono i conservatori delle leggi‍[145], ed altre cose pertinenti al reggimento del Comune. E parmi che, almeno a mia ricordanza, gli Ateniesi in questo primo tempo si sieno ben governati; perciocchè vi fu un moderato temperamento tra gli ottimati ed il popolo, ciò che fu cagione principale che le cose loro si rialzassero dal cattivo stato in che erano cadute. Decretarono altresì il ritorno d’Alcibiade e de’ suoi seguaci; e spedirono a lui e all’esercito di Samo pregandoli efficacemente ad applicarsi al governo degli affari.

98. In tal rivoluzione Pisandro, Alessicle e quanti erano primari sostenitori dell’oligarchia si trafugarono a Decelia. E solo fra essi Aristarco, uno dei generali, tolti seco prestamente alcuni arcieri dei più barbari‍[146], marciava verso Enoa fortilizio degli Ateniesi sulla frontiera della Beozia, il quale era assediato da’ Corintii (rinforzati da alcuni volontari Beozii) per vendicare l’uccisione operata dagli Ateniesi usciti da Enoa sulle genti loro che ritornavano da Decelia. Aristarco adunque comunicato il suo disegno agli assedianti inganna il presidio di Enoa, dicendo che siccome quelli d’Atene si erano del resto accordati coi Lacedemoni, così essi dovean render quella terra ai Beozii, giacchè erasi fatto l’accomodamento a questi patti. Quelli del presidio fidandosi di lui come generale, e nulla sapendo dell’accaduto perchè assediati, uscirono sotto la pubblica fede. In tal maniera i Beozii riebbero Enoa lasciata dagli Ateniesi; e così cessò in Atene il governo dei pochi, e la sedizione.

99. In questa estate verso i medesimi tempi, ai Peloponnesi che erano a Mileto non venivan pagati gli stipendii da veruno dei luogotenenti lasciati da Tissaferne quando partì per Aspendo, nè si vedean comparir le navi fenicie con Tissaferne stesso. E Filippo spedito con lui, ed anche Ippocrate gentiluomo spartano che era a Faselide, aveano scritto all’ammiraglio Mindaro che le navi fenicie non comparirebbero, che i Peloponnesi erano in tutto trattati male da Tissaferne, e che Farnabazo li invitava, ed era pronto a condurre a loro la sua flotta, e a ribellare egli stesso (siccome dovea fare Tissaferne) le altre città della sua provincia agli Ateniesi, ripromettendosi da ciò qualche profitto maggiore. Per le quali cose Mindaro con molta regola e con subito ordinamento, onde celarsi alla flotta ateniese di Samo, salpò da Mileto con settantatre navi, e veleggiava alla volta dell’Ellesponto, ove in questa medesima estate ne erano innanzi arrivate sedici, ed aveano corso qualche parte del Chersoneso. Se non che colto da burrascoso vento fu astretto a pigliar terra ad Iecaro; ove trattenuto cinque o sei giorni dalla contrarietà del tempo, giunse poi a Chio.

100. Appena seppe Trasillo la partenza di Mindaro da Mileto, mosse anch’egli da Samo con cinquantacinque navi, affrettandosi, per non esser prevenuto, ad arrivar nell’Ellesponto. Ma sentendo che Mindaro era a Chio, e stimando che vi si tratterrebbe, collocò degli speculatori a Lesbo e sull’opposto lido, acciocchè, se mai le navi nemiche movessero in qualche luogo, fossero osservate; ed egli andò costeggiando fino a Metimna, ed ordinò provvisioni di farine e di altri viveri col fine di far delle sortite da Lesbo contro Chio, qualora l’ammiraglio peloponnesio vi si trattenesse più a lungo. Voleva inoltre vedere se navigando ad Ereso già ribellata da Lesbo, potesse espugnarla. Conciossiachè alcuni fuorusciti di Metimna, non già dell’infima classe, avendo condotti da Cuma circa cinquanta soldati di grave armatura affezionati a loro per ispirito di parte, e presi a soldo alcuni di terraferma, tanto che in tutti furono da trecento, eran venuti primieramente a dar l’assalto a Metimna, capitanati da Anassarco tebano per affezione di parentela. E ributtati indietro dal presidio ateniese uscito da Mitilene, e nella battaglia occorsa cacciati nuovamente fuor di città, si erano condotti per la via del monte ad Ereso, e l’avean fatta ribellare. Laonde Trasillo recatosi per mare colà pensava di assalirla colle navi, e prima di lui vi era con cinque navi arrivato da Samo Trasibulo, appena si seppe la nuova del tragitto di quei banditi a Metimna. Ma non essendo stato a tempo a raggiungerli, venne ad Ereso e fermossi sull’ancore. Vi si aggiunsero poi altre due navi che dall’Ellesponto tornavano a casa, ed anche quelle di Metimna. Talchè in tutte vi se ne trovavano presenti sessantasette, e colle truppe che aveano a bordo, gli Ateniesi si preparavano ad espugnare Ereso a viva forza, o con le macchine od in qualunque altra maniera.

101. Frattanto Mindaro ed i Peloponnesi colle navi che erano a Chio, preso il foraggio per due giorni, ed avute dai Chii tre tessaracoste chie a testa‍[147], il terzo dì partirono sollecitamente da Chio, e vennero nell’alto per non incontrare la flotta ateniese ad Ereso; e veleggiavano verso terraferma, avendo Lesbo in sulla sinistra. Ed approdati al porto di Crateree nella Focaide vi pranzarono; indi percorrendo la costa di Cuma vanno a cenare nell’Arginusse di terraferma dirimpetto a Mitilene; e di lì essendo ancora alta la notte, giungono piaggia piaggia ad Amatunta situata in terraferma di faccia a Metimna. Poscia dietro mangiare trascorsero frettolosamente la spiaggia di Lecto, di Larissa, di Amassito e di altri luoghi di questo tratto; e prima della mezzanotte arrivarono a Rezio, ove comincia l’Ellesponto. Alcune di queste navi approdarono anche a Sigeo ed altrove ne’ luoghi di quella costiera.

102. Gli Ateniesi che erano a Sesto con diciotto navi, poichè videro il segnale delle faci e molti fuochi accesi repentinamente nel territorio occupato dai nemici, conobbero che i Peloponnesi entravano nell’Ellesponto. E nella medesima notte, al più presto possibile, tenendosi d’appresso alla costa del Chersoneso navigarono ad Eleunte, volendo schivare le navi nemiche col tirarsi in alto mare. E veramente non furono osservati dalle sedici navi di Abido, tuttochè elle avessero ordine dalla flotta amica di Mindaro di stare in guardia, per osservare diligentemente se gli Ateniesi uscissero dalla loro stazione. I quali, avendo veduta, sul far dell’aurora, la flotta condotta da Mindaro, si diedero tostamente a fuggire. Nè già poterono tutte le loro navi sottrarsi al nemico: nondimeno la maggior parte di esse si ricovrarono ad Imbro ed a Lemno; e quattro che erano alla coda dell’armata furono prese dinanzi ad Eleunte; una urtata a terra presso il tempio di Protesilao fu presa insieme colle persone, due altre senza persone, ed una abbruciata vuota presso ad Imbro.

103. Dopo questo i Peloponnesi, riunitisi con le navi d’Abido ed altre, sicchè in tutte erano ottantasei, il giorno stesso si misero intorno ad Eleunte; e siccome non facea vista di rendersi, rinavigarono ad Abido. Gli Ateniesi poi ingannati dai loro speculatori, e persuasi che la flotta nemica non potrebbe tragittar furtivamente, stavano fermi a batter le mura di Ereso. Ma appena si avvidero che i Peloponnesi eran passati, abbandonata subito Ereso corsero prestamente a soccorso nell’Ellesponto, e presero due navi de’ Peloponnesi, che trasportatesi troppo arditamente nell’alto nell’inseguire i nemici, come innanzi dicemmo, s’imbatterono in loro. Il giorno appresso arrivano ad Eleunte, ove fermarono il corso, e ricondussero da Imbro quelle navi che vi si erano rifugiate; e per cinque giorni si preparavano alla battaglia navale.

104. La quale fu poi combattuta in questo modo. Gli Ateniesi con le navi schierate in fila si avanzavano radendo la costa verso Sesto; ed i Peloponnesi sentito ciò da Abido si mossero incontro anch’essi. E vedendosi da ambe le parti inevitabile la battaglia, gli Ateniesi distesero le ali delle loro sessantotto navi rasente al Chersoneso, incominciando da Idaeo fino ad Arriana; ed i Peloponnesi schierarono le loro ottantasei da Abido fino a Dardano. Tenevano i Siracusani l’ala destra de’ Peloponnesi: la sinistra Mindaro in persona con le navi più spedite: dalla parte degli Ateniesi, Trasillo era sulla sinistra, Trasibulo sulla destra, e gli altri capitani nel posto assegnato a ciascuno. Si affrettavano i Peloponnesi d’essere i primi a menar le mani, e di serrare ai nemici (se fosse possibile) l’uscita fuori dell’Ellesponto, sorpassando con la loro sinistra la destra degli Ateniesi, e urtandoli sul centro ributtarli verso la terra che non era lontana. Di che accortisi gli Ateniesi spingono le navi a far fronte nel luogo ove i nemici volevano loro chiudere il passaggio, e li prevennero vogando con più prestezza. Già il corno sinistro de’ Peloponnesi avea oltrepassato il promontorio chiamato Cinossema; e gli Ateniesi per quella mossa si ridussero nel centro con navi deboli e disgregate, tanto più che ne aveano un minor numero. Cosicchè l’ambito del Cinossema‍[148] presentando una voltata acuta ed angolare, impediva la vista di ciò che accadesse al di là di esso.

105. I Peloponnesi pertanto scagliatisi sul centro degli Ateniesi sospinsero le navi di essi nell’asciutto, e superiori di gran lunga nel combattimento sbarcarono a terra. Non poteva Trasibulo dalla destra recar soccorso al centro a cagione delle tante navi che gli erano addosso; e nemmeno lo poteva Trasillo dalla sinistra, perchè il promontorio Cinossema che era di mezzo gli togliea la vista de’ suoi, e perchè i Siracusani e gli altri schierati di contro a lui, che non eran meno di quei che stavano a fronte di Trasillo, gli davano che fare. Finalmente i Peloponnesi inseguendo sicuramente, perchè vincitori, chi una nave, chi un’altra, vennero a mancare in qualche parte al buon ordine. E Trasibulo vedendo ristarsi le navi che aveva a fronte cessò di più prolungare la sua ala, e girato di bordo si diede a respingerle, e le caccia in fuga. Quindi venuto su quel lato ove i Peloponnesi vincevano, trovò le loro navi sparpagliate, e si diede a percuoterle, e mise in paura la maggior parte di esse, senza nemmeno combatterle. Già anche i Siracusani avean ceduto a Trasillo; e quando videro fuggire gli altri, essi pure si diedero maggiormente alla fuga.

106. Messi in rotta i nemici, e da prima ricovratisi i Peloponnesi al fiume Pidio principalmente, e poi ad Abido, gli Ateniesi impossessarono di poche navi, perchè essendo stretto l’Ellesponto offriva agli avversari de’ rifugi a breve distanza; ma pure ebbero essi veramente opportunissima questa vittoria navale. Imperocchè laddove fino a qui temevano della flotta peloponnesia, per le disgrazie in breve tempo sofferte per la sconfitta di Sicilia, cessarono adesso di accusar se stessi, e si tolsero giù dall’opinione che i nemici avessero qualche pregio nella disciplina marinaresca. Ed in questa battaglia presero otto navi ai Chii, cinque ai Corintii, due agli Ambracioti, due ai Beozii, ed una per uno ai Leucadii, ai Lacedemoni, ai Siracusani ed ai Pellenii. Quindici furono quelle che essi perderono. Alzarono poscia il trofeo sul promontorio ov’è il Cinossema, ripresero i rottami delle navi, restituirono i cadaveri ai nemici sotto salvocondotto, e spedirono una trireme ad Atene ad annunziar la vittoria. Gli Ateniesi all’arrivo di questa nave, ed al sentire sì inaspettata fortuna, dopo le recenti sciagure dell’Eubea e quelle della sedizione, ne presero gran conforto, e giudicarono possibile che i loro affari tornassero alla primiera superiorità, ove animosamente vi si addessero.

107. Quattro giorni dopo il combattimento navale gli Ateniesi di Sesto risarcite sollecitamente le navi sciolsero sopra Cizico che si era ribellata, e viste ferme sull’ancora, presso Arpagio e Priapo, le otto navi ritornate da Bisanzio, mossero contr’esse, vinsero in battaglia le persone che erano scese a terra, e s’impadronirono di quelle navi. Quindi pervenuti anche a Cizico che era senza mura la riguadagnarono e ne cavaron denaro. In questo mentre i Peloponnesi da Abido diressero il corso ad Eleunte, e delle loro navi fatte prigioniere ripresero quelle che erano in buono stato (che le altre erano state abbruciate dagli Eleusi), e spedirono nell’Eubea Ippocrate ed Epicle per ricondurne le navi che colà erano.

108. Circa questi medesimi tempi Alcibiade da Cauno e Faselide ritornò con tredici navi a Samo, recando la nuova di aver distornato la flotta fenicia dal venire a soccorso dei Peloponnesi, e d’aver reso Tissaferne amico agli Ateniesi vie più di prima. Armò poi nove navi oltre quelle che aveva, riscosse molto denaro dagli Alicarnassii, e principiò a munire Co. Fatto questo e stabiliti magistrati in Co, ritornò in Samo, ed era omai verso l’autunno. Tissaferne, quando ebbe inteso che la flotta de’ Peloponnesi da Mileto era andata nell’Ellesponto, si mosse da Aspendo alla volta della Ionia. Ora è da sapere che mentre i Peloponnesi erano nell’Ellesponto, gli abitanti di Antandro, che sono Eoliesi, trovandosi oppressati da Astace persiano luogotenente di Tissaferne, introdussero in città delle truppe gravi fatte venire da Abido per la via di terra attraverso il monte Ida. Questo Astace medesimo dissimulando il suo odio segreto contro i Delii passati ad abitare in Atramittio (quando per purgar l’isola furon fatti spatriare dagli Ateniesi) avea invitati i più prodi di loro ad una spedizione, e gli avea condotti in campagna sotto colore d’amicizia e di alleanza; e colto il tempo che essi pranzavano, li fece accerchiare dalla sua gente, ed uccidere a furia di dardi. Per questo fatto adunque temendo gli Antandrii che e’ non fosse per commetter qualche barbarie anche contro loro, e vedendosi posti addosso de’ carichi che non poteano sopportare, cacciaron via dalla rocca la guarnigione di lui.

109. Informato Tissaferne anche di questa azione dei Peloponnesi oltre a ciò che era seguito a Mileto ed a Cnido, donde medesimamente furon cacciate via le sue guarnigioni, credette di essere caduto in gran discredito dinanzi a loro. E perchè temeva che non gli facessero qualche altro danno, ed aveva a male che Farnabazo in minor tempo e con spesa minore tiratili nella sua amicizia non riuscisse meglio di lui a concludere qualche cosa contro gli Ateniesi, pensò di andare a trovarli nell’Ellesponto, per querelarsi dell’accaduto ad Antandro e per giustificarsi nel modo più soddisfacente, delle accuse che gli venivano date per cagione delle navi fenicie e d’altre cose. Arrivato primieramente ad Efeso fece sagrificio a Diana. E quando finirà l’inverno sussecutivo alla corrente estate, verrà con esso a compiersi l’anno ventesimo primo di questa guerra.

FINE DELL’OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.

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