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Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 2/2

DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 4)

F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation

28. Inoltre il trasporto dei viveri che prima da Oropo traversando Decelia, era per terra più sollecito, riusciva assai dispendioso per mare dovendosi girar Sunio; e la città era mancante affatto di tutte le cose che vengono di fuori, e piuttosto che città era diventata una fortezza. Imperciocchè gli Ateniesi di giorno facevano a vicenda la guardia su gli spaldi, e la notte tutti, eccetto la cavalleria, erano in fazione, chi ai corpi di guardia, chi sulle mura; onde erano travagliati di state e di verno. Principalmente poi gli opprimeva l’aver due guerre ad un tempo: ed eran venuti a tal pertinacia che chi l’avesse sentita raccontare senza vederla in fatto, non l’avrebbe creduta. Ed invero che altro potea dirsi se non pertinacia il non voler partire di Sicilia mentre erano assediati dalle fortificazioni dei Peloponnesi, e lo stringere per egual modo con altro assedio Siracusa, città di per se sola non inferiore ad Atene, e l’aver fatto maravigliare i Greci delle loro forze e del loro ardire (in quanto che al cominciamento della guerra alcuni credevano che gli Ateniesi avrebbero potuto resistere un anno, qualora i Peloponnesi invadessero il loro territorio, altri dicevano due, altri tre al più, e nissuno un maggior tempo), a tal segno che diciassett’anni dopo la prima invasione andarono in Sicilia logorati omai in tutto dalla guerra; e per giunta un’altra ne impresero non minore di quella che già avevano col Peloponneso? E per ciò, e pei gravi disastri che soffrivano da Decelia, e per le altre grandi spese che occorrevano, trovaronsi scarsi di denaro; ed in questo tempo, in luogo del tributo, tassarono i loro sudditi della vigesima parte delle merci che venissero per mare, sperando che così accrescerebbero l’entrate del comune. Imperciocchè le spese non eran più le stesse di prima, ma eran diventate assai maggiori, perchè maggiore era la guerra; e l’entrate venivano mancando.

29. Gli Ateniesi adunque non volendo fare spese in quella penuria di denaro, rimandarono subitamente i Traci giunti troppo tardi per Demostene, e ordinarono a Diitrefe di ricondurli, al quale dissero che siccome doveano attraversare l’Euripo, così nel trascorrer le coste de’ nemici vi facesse fare il maggior guasto possibile. E Diitrefe fece loro pigliar terra a Tanagra ove prestamente accolse del bottino, e sulla sera da Calcide dell’Eubea tragittò l’Euripo, sbarcò i Traci nella Beozia, e li condusse contro Micalesso, e pernottò inosservato presso il tempio di Mercurio, distante da Micalesso circa sedici stadii. Spuntava appena il giorno quando venuto sopra la città che era grande la espugna, perocchè i cittadini non erano preparati a quell’assalto, e non si aspettavano che veruno a tanta distanza dal mare volesse venire ad attaccarli; e le mura eran deboli ed in qualche punto rovinate, e basse in qualche altro; e le porte stavano aperte perchè di nulla si temeva. I Traci adunque precipitatisi in Micalesso, saccheggiavano le case ed i templi, facevano strage delle persone, non risparmiando nè la più vecchia, nè la più giovine età, e chiunque di mano in mano incontravano tutti uccidevano, fanciulli e donne, e persino i giumenti ed ogni altro animale che scorgessero; conciossiachè la razza de’ Traci (come sogliono fare tutte le genti più barbare) quando ha preso ardire è micidialissima. Laonde fuvvi allora ogni sorta di grave scompiglio, ed ogni maniera di morte; perchè gettatisi dentro una scuola che ivi era vastissima, e dove erano entrati di poco i fanciulli, tutti li fecero in pezzi; talchè l’intera città fu assalita da imprevista e terribile sciagura non minore di qualunqu’altra.

30. Come i Tebani sentirono la cosa accorsero in aiuto, e trovati i Traci non molto dilungati dalla città, ritolsero ad essi il bottino, e spaventatili gl’inseguirono fino ad Euripo ed al mare ove stavano le navi che li aveano condotti, ed uccisero moltissimi tra loro non avvezzi al nuoto mentre volevano risalirvi sopra, avvegnachè quelli rimasti sui navigli, quando videro quel che accadeva in terra, si erano allargati oltre il tiro dell’arco. Del rimanente, nella ritirata da Micalesso sino al mare i Traci scorrendo innanzi rannodati si difesero bravamente dalla cavalleria tebana serbando la loro usata ordinanza, e pochi allora ne furono uccisi, se si eccettuino quelli che perirono propio in città sorpresi per la cupidigia del saccheggio. Morirono in tutti dugento cinquanta Traci di mille trecento che erano; dei Tebani e degli altri accorsi in aiuto ne mancarono venti tra cavalieri e soldati gravi, e con essi Scirfonda tebano beotarco‍[111]; e restò pure uccisa una parte dei Micalessi. Tale fu la calamità di Micalesso, certamente non meno deplorabile di verun’altra nel corso di questa guerra, se si voglia riguardare alla grandezza di quella città.

31. In quel tempo Demostene, dopo la costruzione del forte della Laconia partendo per Corfù, incontra a Fia degli Elei una nave da carico che stava all’ancora, con a bordo i soldati gravi de’ Corintii che aveano a tragittare in Sicilia, e la fracassa; ma le persone scamparono; e trovata poi un’altra nave proseguirono il corso. Quindi arrivato egli a Zacinto ed a Cefallenia prese seco i soldati di grave armatura, fece venire da Naupatto alcuni Messenii, e passato in terraferma di faccia all’Acarnania venne ad Alizia e ad Anactorio occupato dagli Ateniesi. E mentre era in questi luoghi gli viene incontro Eurimedonte di ritorno dalla Sicilia, ove nell’inverno era stato mandato a portar denari all’esercito, come dicemmo, e gli dà conto tra l’altre della presa di Plemmirio eseguita dai Siracusani, e da lui intesa durante la sua navigazione. Giunge poi da loro Conone, comandante a Naupatto, annunziando come le venticinque navi dei Corintii che contr’essi stavano alle vedette, non solo non desistevano dalla guerra, ma erano anzi in procinto di venire a battaglia, e però li pregava a spedirvi altre navi, stante che le loro diciotto non erano sufficienti a combattere le venticinque corintie. Il perchè Demostene ed Eurimedonte spediscono con Conone dieci navi delle più veloci che seco avevano, le quali doveano aggiungersi a quelle di Naupatto; e davano ordine a fare l’accolta delle genti. E per questo Eurimedonte (che voltato indietro il cammino esercitava omai con Demostene il comando al quale era stato eletto) navigò a Corfù, ordinando ai Corfuotti di armare quindici navi ed arruolare soldati gravi; e Demostene adunava frombolieri e saettatori dai dintorni dell’Acarnania.

32. Ma poichè i legati de’ Siracusani andati dopo la presa di Plemmirio alle diverse città, le ebbero persuase; e poichè già erano sul punto di condur via l’esercito radunatovi, Nicia che ciò avea presentito spedisce ai Siculi padroni dei passi ed agli alleati Centoripii ed Alicicei e agli altri, acciò non lasciassero traversare i nemici, ma riunitisi insieme contrastassero loro il passaggio, che per altra via nemmeno lo tenterebbero, da che gli Agrigentini avean ad essi disdetto di trapassare pel loro territorio. E già i Siciliani erano in cammino, quando i Siculi che a petizione degli Ateniesi aveano teso loro una triplice imboscata; assaltarono all’improvviso gl’incauti, ne uccisero da ottocento e tutti i legati, salvo quello di Corinto, che condusse a Siracusa quei che la scamparono, i quali furono intorno di mille cinquecento.

33. Verso questi medesimi giorni arrivano in soccorso ai Siracusani anche i Camarinei con cinquecento soldati gravi, trecento lanciatori ed altrettanti arcieri; ed i Geloi mandarono un’armatetta di cinque navi, quattrocento lanciatori e dugento cavalli; perocchè omai quasi tutta la Sicilia teneva con loro, tranne gli Acragantini che restavano neutrali: e gli altri che prima erano stati a vedere si unirono d’accordo con essi contro gli Ateniesi. Contuttociò i Siracusani si tennero dall’assalire subito gli Ateniesi per la perdita sofferta nel territorio dei Siculi. Tornando ora a Demostene ed Eurimedonte, non sì tosto ebbero in concio le genti riunite da Corfù, e dalla terraferma, che valicarono con tutto l’esercito il mare Ionico fino al promontorio Iapigio‍[112]; e partiti di là dettero fondo nelle isole Cheradi della Iapigia‍[113]. Ivi tolsero su le navi circa centocinquanta lanciatori iapigii della razza messapia; e rinnuovata un’antica amicizia con Arta (il quale come signore dei luogo avea somministrato loro i lanciatori) vengono a Metaponto dell’Italia‍[114]. E persuasi gli abitanti di questa città per titolo d’alleanza a mandar con loro trecento lanciatori e due triremi, proseguirono il corso fino a Turio, ove trovano sbanditi di recente per sedizione quei della parte contraria agli Ateniesi. E siccome volevano farvi la massa di tutto l’esercito, per vedere nella rassegna se alcuno fosse rimasto indietro, e persuadere i Turii ad unirsi di buon animo con loro, e ad avere gli stessi amici e nemici con gli Ateniesi, da che si offriva loro una sì bella congiuntura; così soprastavano in Turia e si davano cura di queste cose.

34. Intanto i Peloponnesi e quelli che circa questo tempo colle venticinque navi stavano aringati di faccia alla flotta di Naupatto per proteggere il passaggio delle onerarie in Sicilia, si preparavano a combattere. E avendo armate delle altre navi, tanto che erano poco meno di quelle ateniesi, presero stazione ad Erineo di Acaia nel distretto di Ripe, in un luogo falcato a guisa di luna. La fanteria de’ Corintii e degli alleati venuti in rinforzo era schierata ai due lati su le due punte che sporgono in mare; e le navi sotto il comando di Poliante corintio tramezzavano serrandone l’ingresso. Gli Ateniesi vogarono sopra loro da Naupatto con trentatre navi capitanate da Difilo; ed i Corintii che da primo stavano fermi, quando parve lor tempo, alzato il segnale, mossero impetuosamente contro gli Ateniesi, ed appiccarono la battaglia. Lunga fu da ambe le parti la resistenza; tre navi dei Corintii vi furono sfragellate; gli Ateniesi non ne ebbero veruna del tutto sommersa, ma sette furono ridotte inservibili, perchè, urtate di fronte nella prora dalle navi corintie (che per questo appunto erano fornite di più grossi orecchioni), rimasero sfasciate nella parte anteriore ove non sono remi. E per quanto combattessero con egual vigore, talchè entrambi si attribuirono la vittoria, nondimeno gli Ateniesi s’impadronirono dei rottami delle navi, e poi spinti dal vento nell’alto, ed i Corintii non movendo più contro loro, le due armate si separarono, senza inseguirsi e senza far prigionieri. Imperciocchè i Corintii ed i Peloponnesi che combattevano dalla parte di terra agevolmente si salvarono, e nessuna nave fu colata a fondo dalla parte degli Ateniesi. E tornati questi a Naupatto, i Corintii ersero subito il trofeo come vincitori perchè aveano rese inservibili un maggior numero di navi nemiche; giudicando di non essere stati vinti per quella medesima ragione che gli altri di non aver vinto: attesochè i Corintii reputavano vittoria il non essere stati battuti vistosamente, e gli Ateniesi stimavano perdita la vittoria non completa. Partiti che furono i Peloponnesi e sbandatasi la loro fanteria, gli Ateniesi anch’essi, come vincitori, alzarono nell’Acaia un trofeo distante circa venti stadii da Erineo, ove aveano preso stazione i Corintii. Tale fu l’esito di questa battaglia navale.

35. Demostene poi ed Eurimedonte, tostochè i Turii furono in ordine per unirsi a loro con settecento soldati gravi e trecento lanciatori, comandarono alle navi di avanzarsi lungo la costa fino alla spiaggia crotoniaca; mentre essi, fatta prima la rassegna delle genti da piè presso il fiume Sibari, le conducevano attraverso il territorio di Turia. E giunti che furono sul fiume Ilia, i Crotoniati mandarono ad essi significando che non sarebbe di loro volontà il passaggio dell’esercito per le loro terre; e però calarono al piano e pernottarono presso al mare alla foce del fiume Ilia, ove furono incontrati dalle navi. Il dì seguente imbarcatisi costeggiavano, fermandosi alle diverse città (tranne i Locri) finchè pervennero a Petra del contado di Reggio.

36. In questo i Siracusani informati che l’armata nemica era in corso contro loro, pensavano di provarsi da capo a combattere con le navi e con le forze di terra che a quest’oggetto adunavano, per prevenire l’arrivo di quella. Apparecchiavano tutto il bisognevole per la flotta nel modo che dal passato combattimento aveano compreso dover riuscire più utile, scorciavano le prore alle navi per renderle più ferme, e vi applicavano dei grossi orecchioni, dai quali partivano dei puntelli di circa sei cubiti all’interno e all’esterno del bordo, in quella guisa medesima che i Corintii fornirono le loro navi da prora, e combatterono contro la flotta di Naupatto. Discorrevano essi che siccome le navi nemiche non erano costruite in quella foggia, ma aveano deboli le prore, avvegnachè usassero non di assalire con queste di fronte, ma facendo le volte; così e’ non sarebbero in peggior condizione. Senza di che la battaglia che non con molte navi seguirebbe nel porto grande (spazio non troppo ampio) tornerebbe a loro vantaggio; perchè andando all’assalto colla fronte delle navi, sfascerebbero le prore nemiche col dar dentro con saldi e grossi rostri, ad esse vuote e deboli. All’opposto gli Ateniesi in quel luogo stretto non potrebbero nè volteggiare nè tramezzare (due manovre nelle quali soprattutto confidano), stantechè essi a tutta possa non permetterebbero loro di tramezzare, e la ristrettezza del luogo gl’impedirebbe dal volteggiare. Il modo da tenersi nella battaglia sarebbe più che altro quello attribuito primo all’imperizia de’ piloti, cioè, l’urtarsi di fronte prora contro prora; imperciocchè i nemici, venendo respinti, non avranno altra ritirata che verso terra; e questa a breve distanza e in luogo angusto, propio presso l’accampamento. Del rimanente del porto sarebbero padroni essi Siracusani; e qualora i nemici fossero incalzati a forza, col loro riunirsi in un medesimo luogo e ristretto, urtandosi tra loro saranno in iscompiglio. Ed in fine (ciò che principalmente nocque agli Ateniesi in tutte le battaglie navali, non potendo essi retrocedere in tutto il porto come i Siracusani) se volteggiando volessero trarsi al largo, non potrebbero farlo, essendo essi padroni di vogar contro loro dall’alto e di cacciarli indietro; tanto più che sarebbero infestati anche da Plemmirio, e la bocca del porto non era grande.

37. Con questi nuovi disegni aggiunti alla perizia e forza loro, i Siracusani inanimiti omai maggiormente dalla passata battaglia andavano ad assalire gli Ateniesi dalla parte di terra e al tempo stesso colle navi. Gilippo poco prima condusse fuori di città le genti da piè, e le avvicinò al muro degli Ateniesi dalla parte che guardava Siracusa, e i soldati gravi e leggeri ed i cavalli siracusani che erano nell’Olimpico vi si appressarono dall’altra parte. Dopo questo le navi de’ Siracusani e degli alleati usciron subito fuori; e gli Ateniesi, i quali in principio credevano che i nemici volessero solo cimentarsi colle genti di terra, vedendo improvvisamente venirsi incontro anche le navi, rimasero perturbati. Ed alcuni si schieravano sulle mura e fuor delle mura a fronte del nemico che si appressava; altri uscivano ad opporsi ai numerosi cavalli e lanciatori che dall’Olimpico e da altri luoghi al di fuori si avanzavano a gran passi; altri finalmente armavano le navi ed insieme scendeano in soccorso alla spiaggia. E poichè ebbero armate le navi presero l’alto con settantacinque, contro quelle de’ Siracusani che erano ottanta.

38. E dopo essersi investiti e respinti scambievolmente con la flotta per buona pezza del giorno, e dopo mutui sforzi, senza che veruna delle parti potesse ottenere nulla che valga la pena d’esser narrato (se non fosse che i Siracusani affondarono una o due navi ateniesi), si separarono; e le genti da piè partirono dai muri. Il giorno dopo i Siracusani stavano quieti non volendo dare a divedere quello che meditavano di fare. Ma Nicia, che avea visto bilanciato l’esito della battaglia, e che si aspettava che i nemici vorrebbero tentarla nuovamente, costringeva i trierarchi a racconciare le navi, se alcuna avesse in qualche cosa sofferto, e dinanzi alla propria palizzata piantata nel mare per servire alle navi a guisa di porto serrato, metteva all’ancora le onerarie, e le collocava alla distanza di dugento piedi tra loro; acciocchè qualunque nave venisse incalzata avesse un sicuro ricovero, e di bel nuovo potesse poi a bell’agio ritornare alla battaglia. Gli Ateniesi impiegarono tutto il giorno fino a notte perseverando in questi apparecchiamenti.

39. Il dì seguente i Siracusani a più buon’ora, ma con l’istessa disposizione dell’assalto dalla parte di terra e di mare si azzuffarono con gli Ateniesi. E stando le due flotte l’una contro l’altra, passarono da capo nell’istesso modo gran parte del giorno badaluccando; finchè Aristone di Pirrico corintio, il miglior timoniere di quanti erano co’ Siracusani, persuade i comandanti della sua flotta che dovessero mandare ai reggenti della città, confortandoli a trasmutare il mercato delle cose vendevoli portandolo lungo il mare, ed astrignere chiunque avesse robe mangerecce a trasferirle in vendita colà, affinchè sbarcate ivi le truppe potessero desinar subito presso le navi, e nuovamente dopo breve ora in quel giorno stesso assalire gli Ateniesi che non se l’aspetterebbero.

40. E i capitani da lui persuasi spedirono l’avviso, e fu preparato il mercato; onde i Siracusani repentinamente remigando da poppa senza girar di bordo, si avviarono verso la città, e sbarcati tosto a terra vi desinarono. Gli Ateniesi pensarono che si fossero ritirati verso la loro città come sconfitti; e scesi tranquillamente dalle navi apprestavano tra le altre cose il pranzo, credendo che in quel giorno non seguirebbe più la battaglia. Quand’ecco che i Siracusani risaliti a un tratto sulle navi muovevano un’altra volta verso loro; ed essi in mezzo a gran tumulto, digiuni la maggior parte, montavano nelle triremi senza ordine veruno, e finalmente a gran pena vogavano contro al nemico. Si tennero qualche tempo le due armate in guardia l’una dell’altra; ma poi gli Ateniesi, innanzi di trovarsi ivi sorpresi da spossamento coll’indugiare per propria colpa, risolsero di assalire prestissimamente i Siracusani, e spintisi loro incontro tra le grida di incoraggiamento appiccarono la battaglia. Ma i Siracusani reggevano a quella furia, ed opponendo le prore, siccome aveano disegnato, con quel fornimento di rostri ne sfracellavano le navi nella parte dinanzi ove non son remi, ed i lanciatori di sulla coverta faceano agli Ateniesi gran danno, e maggiore di essi quei Siracusani che sopra snelle chiatte volteggiando entravano sotto ai palamenti delle triremi nemiche, e ne rasentavano i fianchi, e saettavano da quelle i marinari.

41. Alla fine i Siracusani combattendo in questa guisa vigorosamente furono vincitori, e gli Ateniesi volti alla fuga, cercavano rifugio nella loro stazione di mezzo alle onerarie fin dove furono inseguiti dall’armata nemica: la quale fu impedita di procedere più oltre dalle antenne che ritte sulle onerarie stesse, ed armate di un ordigno di piombo fatto a modo di delfino, difendevano gli spazi onde si andava all’alloggiamento. E due navi siracusane, che gonfie della vittoria si appressarono a quelle, furono spezzate, ed un’altra presa con la ciurma. I Siracusani colarono a fondo sette navi ateniesi, e molte ne guastarono; e fatti molti prigioni ed uccisa molta gente si ritirarono; alzarono i trofei delle due battaglie navali, ed avevano omai ferma speranza di essere superiori nella flotta, e stimavano che vincerebbero ancora l’esercito di terra. Però si preparavano ad assalire nuovamente il nemico da amendue le parti.

42. In questo arrivano Demostene ed Eurimedonte col rinforzo degli Ateniesi, cioè, settantatre navi incirca contando anche quelle forestiere, e cinque migliaia o in quel torno di soldatesca grave, tra di loro e degli alleati, e non pochi lanciatori barbari e greci, e frombolieri e arcieri, e sufficiente apparecchio d’ogni maniera. Grande fu di presente lo sbigottimento de’ Siracusani, quasi che non avessero mai a venire a capo di liberarsi da quel pericolo, vedendo che sebbene Decelia fosse stata munita, era giunto un altro esercito poco men che eguale al precedente, e le forze ateniesi per ogni lato comparivano molte. Ma l’oste degli Ateniesi che ivi era di prima riprese un po’ coraggio, secondo che il permettevano le sue disgrazie. E Demostene visto lo stato delle cose credè non essere da indugiare, per non trovarsi al caso a che s’era trovato Nicia: il quale in principio venuto colà formidabile ai nemici poichè non assaltò subito Siracusa, ma andò a svernare in Catana, era caduto in dispregio, ed era stato prevenuto da Gilippo arrivato colà colle forze del Peloponneso, le quali i Siracusani non avrebbero pur chiamate se egli tosto li avesse assaliti. Essendochè i Siracusani con tutta l’opinione della propria sufficienza avrebbero imparato che eran da meno, e sarebbono stati riserrati dalle fortificazioni; onde sebbene avessero fatto venire un rinforzo, non poteva più esser loro della medesima utilità. Demostene adunque considerando queste cose, e vedendo che anch’egli al presente era di grandissima paura ai nemici nel primo giorno, voleva al più presto valersi di quel loro sbigottimento. E però osservando che il muro trasversale de’ Siracusani, col quale aveano impedito agli Ateniesi di attorniarli, era scempio; e che potendo farsi padroni della montata d’Epipole e poi del campo che ivi era, facilmente si sarebbe espugnato (avvegnachè nissuno avrebbe fatto retta contr’essi), si affrettava di metter mano a quell’impresa, e teneva che prestissimo arebbe fine la guerra. Perciocchè, e riuscendo s’impadronirebbe di Siracusa, o altrimenti ritirerebbe l’esercito, e non si logorerebbero inutilmente gli Ateniesi, e con loro gli altri confederati, e tutta la Repubblica. Pertanto gli Ateniesi primieramente scesi dalle navi guastavano le circostanze dell’Anapo: ed il loro esercito, come la prima volta, fu vincitore in terra e in mare, stante che i Siracusani non uscirono contr’essi da veruna parte, salvo la cavalleria ed i lanciatori dell’Olimpico.

43. Volle poi Demostene tentar prima con le macchine le fortificazioni, ma le macchine appressatevi furono abbruciate dai nemici che di sul muro si difendevano, e il rimanente dell’esercito che dava l’assalto venne retrospinto. Laonde si dispose a non metter più tempo in mezzo, e persuasi Nicia e gli altri colleghi si accingeva ad assalire Epipole conforme avea divisato. Se non che giudicava impossibile l’accostarvisi e salirvi di giorno senza essere scoperto. Però intimato ai soldati di portare i viveri per cinque giorni, prese seco tutti i manovali e muratori ed ogni altro apparato di saettame, e quanto facea bisogno per fabbricare se s’impadronissero del luogo; e in sul primo sonno, seguito da Eurimedonte e Menandro e da tutto l’esercito, marciava verso l’Epipole. Nicia rimase dentro le trincee. Arrivarono presso l’Epipole dalla parte di Eurίelo (per dove salì la prima volta il precedente esercito) senza essere avvertiti dalle sentinelle siracusane; ed accostatisi al muro che ivi era lo espugnano, ed uccidono alcuni della guarnigione. Ma la maggior parte dei nemici rifugiatisi subito negli alloggiamenti‍[115] che sull’Epipole erano tre, uno de’ Siracusani, uno degli altri Siciliani ed uno degli alleati, annunziano l’assalto, e ne porgono avviso a quei secento Siracusani che da questo lato dell’Epipole erano il primo presidio. Accorrevano questi prontamente: e Demostene e gli Ateniesi incontratisi in loro, nonostante una coraggiosa resistenza, li cacciarono in fuga, e tosto si spingevano innanzi, non volendo in quell’impeto tardare ad eseguir ciò per cui erano venuti. Intanto altri compivano l’espugnazione del muro assaltato al primo arrivo, ove il presidio siracusano non tenne fermo e ne svellevano i merli. Già i Siracusani e gli alleati, e Gilippo con le sue genti dai ripari della città correvano a soccorso, e sbigottiti dall’imprevisto ardimento di quella notte si azzuffarono con gli Ateniesi, e da loro respinti cominciavano a dare indietro. Ma poi gli Ateniesi avanzandosi troppo disordinatamente come vincitori, e volendo senza indugio spingersi contro tutto l’esercito nemico ove non si era combattuto, perchè non potesse rannodarsi se rallentassero quella furia, trovaronsi a fronte i Beozii attestati, dai quali assaliti e rotti furono costretti a fuggire.

44. E già gli Ateniesi trovavansi allora in gran disordine ed imbrigamento, tra cui non era facile sapere gli uni dagli altri i particolari andamenti delle cose. Conciossiachè se di giorno allorchè i fatti sono più appariscenti, nondimeno neanche quelli stessi che vi si son trovati non li sanno tutti, e solo ciascuno sa a fatica quello a che ebbe mano; come mai in una battaglia notturna (che tra due grandi eserciti intervenne solo in questa guerra) poteasi aver certezza di nulla? Splendeva, è vero, la luna; ma come è solito al chiarore di essa vedevansi scambievolmente in modo da scorgere la figura di un corpo, senza però discernere con sicurezza se fosse quel d’un amico. Inoltre grande era la moltitudine de’ soldati gravi d’amendue gli eserciti, che si aggiravano in quel luogo angusto. E già alcuni degli Ateniesi erano vinti, altri marciavano tuttavia interi col primo impeto, e gran parte del rimanente dell’esercito o erano saliti d’allora sull’Epipole, od ancor vi salivano; onde non sapevano dove rivolgersi, perchè le loro genti che prime avean menato le mani erano omai tutte fugate e sbaragliate, e difficile era il riconoscerle in mezzo a quelle grida. Imperciocchè i Siracusani e gli alleati nel bollor della vittoria s’incoraggiavano con alti urli, non potendo di notte darsi altro segnale, ed insieme sostenevano l’incalzante nemico; e gli Ateniesi si cercavano tra loro, e credevano nemici tutti quei che si avanzavano incontro, fossero anche amici, siccome lo erano quelli che già fuggivano addietro. E fitto fitto domandandosi la parola (non v’essendosi altro modo di riconoscersi), causavano a se stessi grave disordine col domandarla tutti ad un tempo: tanto che la resero nota anche ai nemici; senza sapere del pari qual fosse la loro; perchè quelli, come vincitori, combattendo riuniti, più agevolmente si conoscevano. Cosicchè se gli Ateniesi anche superiori di forze s’abbattevano in alcuni dei nemici, questi si salvavano perchè sapevano la parola di loro; all’opposto se essi non rispondevano venivano trucidati. Quello però che più d’ogni altro nocque loro grandissimamente fu la cantilena del Peana, che essendo quasi la stessa da tutte e due le parti, gli metteva nell’incertezza; perciocchè quando gli Argivi ed i Corfuotti, e quanti Dorici eran con gli Ateniesi, cantavano il Peana, incutevano loro timore del pari che i nemici. Onde alla fine poichè una volta si furono disordinati, raffrontandosi insieme in molte parti del campo, amici con amici, cittadini con cittadini, non solo recavansi in paura, ma venuti ancora alle mani tra loro a gran pena si separavano, ed inseguiti dal nemico, molti si precipitavano giù dalle rupi e morivano; essendo angusta la via per ricalare dall’Epipole. La maggior parte di quelli che dall’alto poterono scender nella pianura a salvamento, e tutti quelli che erano del primo esercito, per la pratica che aveano del paese si ricondussero nell’alloggiamento; gli altri però venuti dopo, o smarrite le strade vagavano per la campagna, o venuto il dì erano uccisi dai cavalli siracusani che scorrevano all’intorno.

45. Il giorno appresso i Siracusani ersero due trofei, uno sull’Epipole ove era salito il nemico, l’altro nel luogo ove i Beozii aveano i primi fatto resistenza. Gli Ateniesi riebbero i cadaveri con salvocondotto. Molti furono i morti di loro e degli alleati; e le armi prese furono in maggior quantità de’ cadaveri, perchè di quelli astretti a saltar giù da’ dirupati, scossi degli scudi‍[116], alcuni perirono, alcuni si salvarono.

46. Dopo ciò i Siracusani rinvigoriti, come la prima volta, da quella inaspettata fortuna, spedirono con quindici navi Sicano ad Acragante che avea levato romore, affinchè tentasse di sottomettere quella città. E Gilippo scorreva nuovamente per terra la Sicilia, per cavarne altre genti; perchè dopo il fatto dell’Epipole, era venuto nella speranza di espugnare anche le fortificazioni degli Ateniesi.

47. Frattanto i generali ateniesi andavano discorrendo della passata sciagura e della presente universal debolezza dell’esercito. Vedevano tornati invano i loro sforzi, ed i soldati gravati di quella stanza, attesochè erano afflitti dalle malattie per due cagioni; sì perchè correva la stagione dell’anno nella quale principalmente gli uomini infermano, sì eziandio perchè il luogo ove erano alloggiati era paludoso ed insalubre; ed a ciò si aggiugneva che tutti gli altri tentativi pareano loro disperati. Per lo che Demostene giudicava non esser più da rimanere; ma da che era fallita l’impresa dell’Epipole da lui disegnata e tentata, proponeva che senza indugio si cercasse una strada di mezzo ai nemici, mentre che potevasi ancora tragittar il mare, e coll’aggiunta almeno delle navi sopravvenute superare l’armata nemica. Diceva esser più vantaggioso alla Repubblica far la guerra contro quelli che edificavano munizioni nelle terre di lei, innanzi che contro i Siracusani, i quali omai non potevano agevolmente sottomettersi; e non esser ragionevole il fermarsi più a lungo in quell’assedio spendendo senza pro gran copia di denaro. Tale era la mente di Demostene.

48. Nicia poi con tutto che egli stimasse giunte a mal termine le proprie cose, pure non voleva allargarsi a parlare della debolezza di quelle; nè col decretare manifestamente la ritirata tra molti, darne sentore ai nemici; avvegnachè così facendo, quando vi si risolvessero avrebbero maggior difficoltà a tenersi celati. E gli porgeva ancora qualche speranza il sapere (per i ragguagli che avea più de’ suoi colleghi) come lo stato de’ nemici diverrebbe peggiore del suo ove si persistesse nell’assedio, perchè dovrebbero rifinirsi per mancanza di denaro; tanto più che gli Ateniesi, colle navi che ora avevano, signoreggiavano più ampiamente sul mare. Oltre di che vi erano in Siracusa alcuni che volevano voltare il governo in mano d’Atene, e a lui mandavano avvisi e lo confortavano a non partire. Le quali cose non ignorando Nicia stava in fatto tuttor con l’animo intra due, e differiva a decidersi, ma colle parole mostrava chiaro che non avrebbe levato il campo. Saper lui bene, diceva, che gli Ateniesi non approverebbero questa partita senza averla essi da per sè decretata, poichè su i capitani sentenzieranno non quelli che com’essi avessero avuto sott’occhio lo stato delle cose, o che non dessero retta alle altrui imputazioni, ma tali che si lasceranno persuadere dalle belle parole di chi voglia metter loro in discredito; gridare ora molti, proseguiva, anzi i più de’ soldati, che si trovano in gravi mali, ma tornati in patria grideranno al contrario che i generali son partiti corrotti dal denaro. Però non voler lui che conosceva la natura degli Ateniesi morire per mano di loro con turpe accusa ed ingiustamente, più presto che per le mani de’ nemici, ove bisogni correr questo rischio, lungi dai clamori d’un giudizio. Aggiungeva che i Siracusani erano anche in peggior condizione di loro, poichè tra le paghe che avevano i soldati forestieri, tra le altre spese per i presidii delle circonvicine cittadelle, e tra il mantenimento di flotta considerabile che già durava da un anno, trovavansi in parte fin d’allora alle strette, in parte non avrebbero poi saputo come trarsi d’impaccio; poichè avevano già speso duemila talenti‍[117], e molti più ne avevano in debito. Che se venissero a diminuirsi un nonnulla gli apparecchi col non pagare i soldi, le cose loro, consistenti in truppe ausiliarie più presto che stabili come le Ateniesi, erano andate. Laonde egli diceva che doveasi continovare l’assedio, e non levarsene vinti dal pensiero che i nemici fossero di gran lunga superiori in denaro.

49. Stava Nicia fermo nella sua proposta perchè era esattamente informato dello stato di Siracusa e della mancanza del denaro, e perchè ivi erano persone desiderose che il governo venisse in mano degli Ateniesi, le quali gli facevano intendere che non si levasse dall’assedio. Oltre di che si era lasciato vincere dalla fiducia che avea concepita maggiore di prima almeno quanto alle navi. Demostene però non approvava per verun conto il rimanere all’assedio; e se non si voleva ritirare l’esercito senza il decreto degli Ateniesi, ma trattenersi in Sicilia, diceva che bisognava far ciò col passare a Tapso ovvero a Catana, donde colla fanteria potrebbero voltarsi a correre gran parte della campagna, e danneggiare i nemici devastando le cose loro; che colla flotta combatterebbero in alto mare ed all’aperto invece che in luogo angusto (lo che era più vantaggioso al nemico); che allora potrebbero giovarsi della propria perizia; e che non dovendo fare impeto o vogare a terra in breve e circoscritto spazio, sarebbero padroni di ritirarsi e di assalire. Insomma protestava non piacerli in niun modo il rimanervi più a lungo, e voleva che fin d’allora prestissimamente si ritirasse l’esercito senza indugiare, ed Eurimedonte era in ciò d’accordo con lui. Ma contradicendo Nicia, si sparse pel campo una certa indolenza ed irresolutezza; ed insieme l’opinione che egli stesse alla dura perchè ne sapesse più degli altri. In tal guisa gli Ateniesi temporeggiavano senza muoversi da quel luogo.

50. In questo erano venuti di ritorno a Siracusa Gilippo e Sicano; questi fallita l’impresa d’Acragante, perchè mentre era tuttora in Gela la fazione che teneva coi Siracusani si era composta all’amichevole; quegli conducendo molte genti dalla Sicilia ed i soldati di grave armatura dal Peloponneso, spediti nella primavera sulle onerarie, i quali erano arrivati a Selinunte dalla Libia, ove la tempesta li avea gettati. Ed ivi avute dai Cirenei due triremi e guide per la navigazione, nel loro tragitto si unirono agli Evesperiti assediati dai Libii cui vinsero: di là passarono a Napoli, emporio dei Cartaginesi, donde è brevissimo tragitto in Sicilia, alla distanza di due giornate ed una notte; e quindi traversato il mare pervennero a Selinunte. Non sì tosto arrivarono queste genti che i Siracusani si preparavano ad assaltare gli Ateniesi da tutte e due le parti, colle navi e colle truppe di terra. Ma i capitani ateniesi vedendo sopravvenute ai nemici nuove milizie, e al tempo stesso, non che migliorare le proprie cose, farsi giornalmente peggiori per tutti i lati, e specialmente per il travaglio delle infermità de’ soldati, si pentivano di non essersi ritirati prima. E poichè Nicia non si opponeva più come per l’avanti, ma solo voleva che la cosa non si decretasse in pubblico, intimarono a tutti quanto poterono segretamente che dovessero uscir colle navi da quella stazione, e tenersi pronti allorchè fosse dato il segno della partenza. Quando però fu tutto in pronto, ed essi in procinto di partire, la luna che per avventura era in pieno, ecclissò. Di che pigliandosi ubbìa la maggior parte degli Ateniesi, confortavano i generali a soprastare; e Nicia, dedito anche un po’ troppo alle superstizioni e cose di tal fatta, disse che non si dovea pur deliberare di ciò, prima di essersi trattenuti tre volte nove giorni‍[118] come gli arioli ordinavano. Il perchè quantunque gli Ateniesi fossero già in ordine, soprassedettero.

51. I Siracusani informati eglino pure di questo, tanto meglio si risvegliarono a non lasciar partire gli Ateniesi, sì perchè dalla macchinata partenza deducevano che essi medesimi non si credevano più superiori a loro nè per terra nè per mare, sì eziandio perchè non volevano lasciarli fermare in qualche altro luogo di Sicilia ove fosse più difficile il guerreggiarli, ma costringerli a combatter per mare quanto prima, in quel medesimo alloggiamento favorevole alle proprie armi. Però allestivano le navi e vi si esercitavano per alcuni giorni quanti credevano dover bastare; e quando fu tempo nel primo dì assaltarono i muri degli Ateniesi, donde essendo usciti per una porta non molti fanti gravi e cavalli, i Siracusani interchiudono alcuni dei fanti, e messili in fuga gl’inseguono; e per la strettezza dell’accesso gli Ateniesi vi perdono settanta cavalli, e non molti dei soldati gravi.

52. Per quel giorno i Siracusani ritirarono l’esercito, ma nel seguente escono fuori colle navi in numero di settantasei, e al tempo stesso colle genti di terra marciarono verso i muri. Gli Ateniesi si mossero loro incontro con ottantasei navi, e si azzuffarono a battaglia; ove i Siracusani con gli alleati; vinto prima il centro dell’armata nemica, nella parte concava e più interna del porto colgono Eurimedonte che tenea l’ala destra degli Ateniesi, e che volendo chiudere in mezzo le navi opposte avea slungato la sua ordinanza troppo verso terra, e lo rompono insieme colle navi che lo seguivano. Dipoi davano omai la caccia a tutta la flotta ateniese, e vigorosamente la spingevano a terra.

53. Gilippo al veder vinte le navi de’ nemici, le quali correvano a terra fuori delle palizzate e del suo alloggiamento, accorreva con parte dell’esercito alla costa con animo di trucidar quelli che sbarcassero, e di facilitare ai Siracusani il modo di trarre a sè le navi ateniesi collo spazzar dai nemici quella spiaggia. Ma i Tirreni che ivi erano di guardia per gli Ateniesi vedendo avanzarsi costoro disordinatamente, corrono ad incontrarli, ed avventatisi sui primi gli fugano, e li rispingono verso la palude chiamata Lisimelea. E siccome poi i Siracusani e gli alleati vi tornarono più grossi, così gli Ateniesi accorsero ad opporsi loro; e temendo per le navi, appiccaronsi a battaglia con essi, li vinsero, li perseguitarono, uccisero non molti soldati gravi, salvarono la maggior parte delle navi, e le ridussero all’alloggiamento. Nondimeno diciotto di esse vennero in potere de’ Siracusani e degli alleati, che trucidarono quante persone vi erano. Tentarono ancora di bruciare il rimanente della flotta, avendo a quest’oggetto piena di sarmenti e fiaccole una vecchia barca da carico; e poichè il vento soffiava verso gli Ateniesi, la lasciarono andare acciò vi appiccasse il fuoco. Gli Ateniesi impauriti per le proprie navi, trovarono dal canto loro degli argomenti per ispegnere il fuoco, estinsero la fiamma, provvidero che la barca non potesse avvicinarsi di più, e così liberaronsi da quel pericolo.

54. Dopo di che i Siracusani ersero il trofeo per la battaglia navale e per aver tagliato il ritorno a’ soldati gravi su in terra, ove presero anche alcuni cavalli; e gli Ateniesi per avere i Tirrenii ributtata la fanteria nemica nella palude, e cacciato essi medesimi il rimanente dell’esercito.

55. Ma già per questa insigne vittoria navale de’ Siracusani, che prima temevano delle navi sopraggiunte con Demostene, erano gli Ateniesi del tutto scoraggiati, e grandemente stupiti, ed anche viepiù pentiti di quella spedizione. Imperocchè, quantunque avessero portato le armi contro Siracusa, allegati con quelle città che sole omai, usavano i medesimi istituti di loro, e si reggevano a popolo com’essi, ed aveano navi, cavalli e grandezza; con tutto ciò non essendo riusciti a mettere nissuna discordia tra i Siracusani, o mediante il cambiamento del governo con che speravano di ridurli in poter loro, o mediante gli apparecchi in che erano superiori; ed al contrario essendo rimasti frustrati nella maggior parte de’ loro disegni, trovavansi anche di prima nell’esitanza. E quando poi furono vinti colla flotta (cosa che non si sarebbono aspettata), allor daddovero più che mai si persero d’animo.

56. All’opposto i Siracusani scorrevano subito francamente lunghesso il porto, e pensavano di serrarne l’imboccatura, acciocchè gli Ateniesi, quand’anche il volessero, non potessero uscirne furtivamente. Nè solo si davano premura di procacciar salvezza a se stessi, ma anche di impedirla al nemico; avvisando, come era vero, le loro cose essere al presente in miglior grado di quelle degli avversari; e se potessero vincere gli Ateniesi co’ loro alleati per terra e per mare, dover dare di sè glorioso spettacolo a tutti i Greci, i quali parte tostamente sarebbero messi in libertà, parte disciolti dal timore. Conciossiachè la Repubblica ateniese con le forze che le restavano non più sarebbe in seguito sufficiente a reggere al fascio di una seconda guerra che le fosse portata addosso; laddove essi reputati autori di questo, avrebbero fatto maravigliar molto di sè gli altri popoli ed i posteri. E lasciando stare di ciò, era inoltre glorioso quel certame, perchè non solo avrebbero vinto gli Ateniesi, ma anche molti altri de’ loro confederati, non già essi da sè soli, ma con gli altri che li aveano soccorsi, e si sarebbero fatti duci de’ Lacedemoni e de’ Corintii, ed arebbero esposta innanzi al pericolo la propria città, ed avanzata la loro flotta ad alto grado di potenza. E certo moltissime furono le genti concorse a questa unica città, e solo meno numerose di tutta insieme l’altra moltitudine, che in questa guerra si accolse dalla parte di Atene e di Sparta.

57. E però io voglio numerare tutte quelle genti che da amendue le parti guerreggiarono a Siracusa, per la Sicilia e contro di lei, o per partecipare con gli uni della conquista, o con gli altri della salvezza; le quali si misero da una di quelle parti non tanto per titolo di giustizia o di parentela, quanto per interesse o per necessità, secondo lo stato accidentale di ciascun popolo. Gli Ateniesi, come Ionii, vennero di buona voglia contro i Siracusani che erano Doriesi, e con essi i Lemnii, gl’Imbrii, e gli Egineti che allora tenevano Egina‍[119], perchè usavano il medesimo linguaggio e costumanze; e di più vi si unirono gli Estiei abitatori di Estiea in Eubea‍[120], perchè colonia d’Atene. Quanto agli altri che si unirono a questa spedizione, alcuni erano sudditi degli Ateniesi, alcuni alleati indipendenti, alcuni poi presi a soldo. Tra i sudditi tributarii, gli Eretriesi, i Calcidesi, gli Stiriesi ed i Caristii erano dell’Eubea; delle isole, i Chii, gli Andrii, i Teii d’Ionia, i Milesii, i Samii, i Chii‍[121]. Tra tutti questi i Chii non pagavano tributo, ma essendo indipendenti li seguivano somministrando delle navi; e la maggior parte di quei popoli sono di origine ionica, e discendono dagli Ateniesi, tranne i Caristii che son Driopi; onde parte per esser vassalli, parte astretti dalla parentela per essere anch’essi Ionici, seguivano gli Ateniesi. Oltre ad essi eranvi dell’Eolia, i Metimnei con delle navi, ma senza pagar tributo; ed i Tenedii e gli Enii tributarii. Questi Eolici combattevano per forza contro i Beozii che pur sono Eolici e fondatori della loro colonia, perchè si erano uniti coi Siracusani. I Plateesi furono i soli tra i Beozii che per inimicizia, come era da aspettarsi, a viso aperto guerreggiavano contro i Beozii. Quindi i Rodii ed i Citerii, entrambi di stirpe dorica; i Citerii, sebbene coloni dei Lacedemoni, portavano le armi insieme con gli Ateniesi contro i Lacedemoni che erano con Gilippo; i Rodii, della stirpe argiva, erano astretti a guerreggiare non solo i Siracusani come Doriesi, ma ancora i Geloi suoi coloni che militavano coi Siracusani. Fra gl’isolani intorno al Peloponneso, si unirono a questa guerra i Cefallenii e gli Zacintii, che sebbene indipendenti, appunto perchè isolani erano tenuti a segno con più severità dagli Ateniesi padroni del mare; ed i Corfuotti, sebbene Doriesi e Corintii, non furono men pronti a venire contro i Corintii ed i Siracusani, tuttochè coloni di quelli e consanguinei di questi, sotto colore di esservi astretti, in vero poi di lor volontà per odio dei Corintii. Furono inoltre assunti a questa guerra quei chiamati ora Messenii di Naupatto, e quei di Pilo tenuto allora dagli Ateniesi; ed anche non molti banditi Megaresi per la disgrazia del loro esilio combattevano contro i Selinunti pur Megaresi. La maggior parte del rimanente dell’esercito si aggiunse a questa spedizione più che altro spontaneamente. Gli Argivi erano dalla parte degli Ateniesi non tanto per debito di alleanza quanto per l’inimicizia dei Lacedemoni; e ciascuno di essi per qualche suo presente e privato odio, Doriesi come erano, veniva contro i Doriesi insieme con gli Ateniesi che sono Ionii. I Mantineesi e gli altri Arcadi presi a soldo, avvezzi ad andar sempre contro quei che sieno loro mostrati per nemici; allora venivano anco per ingordigia del guadagno, stimando niente meno che nemici gli Arcadi condottisi in Sicilia con i Corintii. I Cretesi e gli Etolii vi erano anch’essi indotti dal soldo; ed ai Cretesi, fondatori insieme coi Rodii di Gela, avvenne di trovarsi loro malgrado per mercede non co’ propri coloni, ma contro di essi. Parimente alcuni degli Acarnani per guadagno, e la maggior parte per l’amicizia di Demostene e per benevolenza verso gli Ateniesi, de’ quali erano alleati, si aggiunsero a loro soccorso. Tutti costoro abitano entro i confini del seno ionico. Fra gli Italiani, militavano con gli Ateniesi i Turii ed i Metapontini in queste angustie di tempi occupati da sedizione; tra i Siciliani, i Nassii ed i Catanesi; e tra i barbari gli Egestei che si erano guadagnati l’amicizia della maggior parte dei popoli dentro e fuori la Sicilia. Finalmente vi erano alcuni dei Tirrenii per differenze coi Siciliani, e gl’Iapigii presi a stipendio. Cotanti erano i popoli che militavano con gli Ateniesi.

58. Dall’altra parte furono a soccorso dei Siracusani i Camarinei loro confinanti, ed i Geloi che abitano dopo questi; e per essere calmate le cose degli Acragantini vi vennero anche i Selinuntii che hanno le loro sedie al di là di essi. Tutti questi abitano la parte della Sicilia che guarda l’Affrica. Quindi gl’Imerei da quel lato che è vôlto al mar Tirreno ove essi soli dei Greci hanno abitazione, e però essi soli di là andarono in aiuto. Tanti erano i popoli greci di Sicilia, e tutti di stirpe dorica e indipendenti, che si unirono in questa guerra. Dei barbari i soli Siculi, quanti non eran passati alla parte degli Ateniesi. Dei Greci fuor di Sicilia, i Lacedemoni con un capitano spartano, e l’altra turba di Neodamodi ed Iloti. Neodamode importa lo stesso che essere omai libero. Dipoi i Corintii, i soli venuti con navi e truppe da sbarco, ed i Leucadii e gli Ambracioti per titolo di parentela. Dall’Arcadia i mercenarii inviativi dai Corintii, ed i Sicionii costretti a pigliar le armi; e dei popoli fuori del Peloponneso, i Beozii. Oltre tutte queste genti venute di fuori, i Siciliani da sè diedero quantità maggiore in ogni genere di milizia, siccome quelli che abitavano grandi città; poichè vi furono adunate molte soldatesche gravi, e navi e cavalli ed altra turba copiosissima. Ed i Siracusani in confronto di tutti gli altri, per così dire, diedero di più anche in questa occasione, perchè abitavano ampia città, e perchè erano esposti a maggior pericolo.

59. Tanti erano i soccorsi accolti dalle due parti, e già tutti li avevano presenti, e nissuno altro ne sopravvenne nè all’una nè all’altra. A ragione adunque i Siracusani e gli alleati, dopo la riportata vittoria navale, reputavano bella impresa il vincere anche tutto l’esercito ateniese, che era sì grande, talchè non potesse scampare nè per la via di terra, nè per quella di mare. Ed a questo fine con triremi intraversate e barche e schifi fermati sull’àncora serrarono subito il porto grande, la cui bocca è larga circa otto stadii: ed in tutto il resto stavano apparecchiati, caso che gli Ateniesi osassero venir nuovamente a battaglia navale. Insomma per ogni lato a grandi cose intendevano.

60. Gli Ateniesi vedendosi serrare il porto, ed accorgendosi di tutte le altre intenzioni del nemico, stimarono esser da deliberare. Per lo che adunatisi i generali e quei di stato maggiore, vedendo, oltre la presente penuria delle altre cose, che attualmente non restavan più viveri (perchè col pensiero di far vela avean mandato a Catana a disdirne il trasporto), e che in seguito non ne potrebbero avere senza una vittoria in mare, deliberarono di abbandonare le fortificazioni che erano dentro terra, e con un muro vicinissimo alla flotta occupando un circuito il più piccolo che si potesse, tanto che fosse capace delle bagaglie e degl’invalidi, tenersi a guardia di quello. Quindi risolvevano che l’altro esercito di terra montasse ed empisse le navi tutte, tanto quelle che erano in buono stato che quelle men atte a navigare, e che si venisse a battaglia, nella quale se vincessero si ridurrebbero a Catana; se no, bruciate le navi si ritirerebbero schierati per la via di terra, ovunque più tostamente potessero arrivare a qualche luogo amico, fosse barbaro o greco. E come ebbero deliberato ciò, così lo recavano ad effetto. Laonde dalle munizioni che erano dentro terra scendevano furtivamente al lido, empievano tutte le navi in numero di cento dieci in circa, costringendovi a salire chiunque per età pareva dover esser buono a qualche cosa, e mettendovi a bordo molti lanciatori degli Acarnani e degli altri forestieri; e procacciavano in quella strettezza tutto ciò che potesse servire ai loro disegni. E poichè il più delle cose fu in pronto, Nicia vedendo che i soldati per la grande sconfitta avuta in mare contro il consueto erano scoraggiati, e che per la scarsità dei viveri desideravano di venire prestissimamente al cimento, convocatili tutti, allora per la prima volta prese a confortarli con queste parole:

61. «Valorosi soldati ateniesi e voi altri alleati: l’imminente combattimento deciderà per tutti noi egualmente, non meno che pei nemici, della salvezza e della patria di ognuno: perciocchè se vinceremo ora colle navi, potrà chicchessia rivedere indubitatamente quella che è sua propria città. Ma non bisogna disanimarsi nè aver la pecca dei più inesperti tra gli uomini, che vinti nelle prime pugne, nutrono poi continovamente un pauroso pensiero simile a quel delle sconfitte. Anzi quanti qui siete Ateniesi che omai avete esperienza di molte battaglie, e quanti alleati che con noi sempre militaste, ricordate la stravaganza delle guerre; e confidando che la fortuna sarà ancora con noi, preparatevi a rinnovar la pugna nel modo dicevole a cotanto vostro esercito, quanto da voi stessi ne vedete.

62. «Quelli argomenti poi che nella strettezza del porto abbiam visto doverci essere utili contro la moltitudine delle navi che ci verranno addosso, e contro i loro soldati di sovraccoperta, donde prima fummo danneggiati; tutti questi li abbiamo ora anche noi considerati coi piloti, ed allestiti secondochè il permettevano le cose presenti. Imperocchè saliranno sulle navi molti arcieri e lanciatori, e tutta quella turba di che non useremmo se avessimo a combattere in mare aperto, perchè la gravezza delle navi nuoce alla perizia del governarle: le quali cose nondimeno ci saranno utili ora che saremo costretti a far battaglia terrestre di sulla flotta. Abbiamo anche trovato di che contrarmare le navi nostre; ed a difenderle dai grossi orecchioni delle nemiche (dai quali avemmo grandissimo danno), scaglieremo delle branche di ferro, le quali i soldati adoperando a quell’uopo a che sono state fatte, afferreranno la nave assalitrice sì che non possa retrocedere; giacchè a tal necessità siam venuti da dover far battaglia terrestre di sulle navi. E ci si mostra utile il non dar noi indietro, e il non permetterlo a loro, tanto più che abbiam nemica la spiaggia, salvo quel tratto che occupano i nostri fanti.

63. «Le quali cose considerando, fa d’uopo che persistiate combattendo con tutta la virilità dell’animo, nè vi lasciate ributtar sulla spiaggia; anzi quando siate venuti all’abbordaggio, abbiate per viltà il separarvi prima d’aver traboccati giù dalla coverta nemica i soldati gravi. Avvertimento ch’io porgo ai combattenti più che ai nocchieri, in quanto che questa è opera piuttosto di quelli che pugnano di sul palco della nave. In voi pure, o soldati da terra, consiste anche adesso la maggior parte della vittoria. Ed io esorto e prego insieme voi marinari a non sbigottirvi troppo per le sofferte sciagure, ora che avete miglior apparato sulle coverte; e voi che senza essere Ateniesi siete reputati tali sì per la perizia del nostro linguaggio, sì per l’imitazione delle maniere, voi, dico, scongiuro a considerare quanto sia da esser conservata quella gioia che sentivate dall’essere l’ammirazione della Grecia, e dal partecipare non meno di noi del nostro imperio rispetto ai vantaggi di esso, non tanto per il terrore che incutevate ai nostri vassalli, quanto perchè eravate al coperto dalle loro offese. Laonde se voi soli siete liberamente a parte del nostro imperio, è ben giusto che non dobbiate ora tradirlo. Che anzi dispregiando i Corintii cui più volte vinceste, ed i Siciliani dei quali nissuno mentre fioriva la nostra flotta osò nemmeno di starci a fronte, respingeteli; e mostrate loro che a dispetto della debolezza e delle disgrazie, il saper vostro è maggiore della forza altrui sull’ali della fortuna.

64. «Ed a quelli di voi che siete propio Ateniesi torno a rammentare che non vi rimangono negli arsenali altre navi pari a queste, nè gioventù militare. Che se altro vi avverrà che il vincere, i nemici di qui navigheranno subito ad Atene, e la nostra gente ivi restata non potrà resistere ai nemici di là, ed a quelli che sopravverranno. Così voi cadrete subito sotto il giogo de’ Siracusani, contro dei quali ben sapete con qual animo veniste; ed i vostri di là sotto quello dei Lacedemoni. Laonde trovandovi a questo certame pel bene vostro e de’ vostri concittadini, durate (se altre volte mai) virilmente; e considerate tutti e singoli che quanti di voi saliranno or or sulle navi, sono per gli Ateniesi e fanti e flotta e il residuo della Repubblica, ed il gran nome d’Atene; per le quali cose se uno avanza l’altro d’un poco in perizia e in coraggio, non potrà mostrarlo in occasione più rilevante di questa, per giovare a se stesso, e salvare l’universale.»

65. Avendo Nicia esortato sì caldamente i suoi, ordinò subito che salissero sulle navi. Gilippo ed i Siracusani, che erano stati spettatori di tale apparecchiamento, avean ben potuto accorgersi che gli Ateniesi vorrebbero combattere in mare, ed inoltre erano stati per tempo informati del macchinamento delle branche di ferro. Però siccome si erano forniti di che guarentirsi da tutte le altre cose, fecero altrettanto contro quell’ordigno, vestendo di cuoio le prue e le parti più elevate delle navi, affinchè la branca scagliata sdrucciolasse, e non potesse afferrare. E poichè fu tutto in ordine, Gilippo e gli altri generali inanimarono le sue genti con queste parole:

66. «Che belli fossero i passati fatti, o Siracusani ed alleati, e che per belle cagioni or or verremo a battaglia, ci pare che la maggior parte di voi il sappiate; essendochè non vi ci sareste messi con animo sì pronto. Se poi alcuno nol sa quanto bisogna, noi glielo dimostreremo. Diciamo adunque che gli Ateniesi, padroni di un imperio senza dubbio il più grande dei passati Greci e dei presenti, venuti essendo contro questo paese primieramente per soggettarsi la Sicilia, e poi, se vi fossero riusciti, il Peloponneso e il rimanente di Grecia, voi primi tra i mortali vi opponeste loro sulla flotta colla quale aveano essi occupato tutto, e li vinceste in diverse battaglie navali; e probabilmente li vincerete ora anche in questa. Imperciocchè quando gli uomini si trovano repressi in ciò di che pretendono il primato, allora la opinione che loro resta di sè è minore di quello che se prima non avessero neppure avuto tal concetto; e viste inaspettatamente andare a vuoto le loro giattanze, si avviliscono anche più che non vorrebbero le forze che hanno. E questo pare ora il caso degli Ateniesi.

67. «All’opposto, quel valor nostro primiero, col quale, sebben tuttora inesperti, osammo far fronte al nemico, fatto ora più stabile, ed accompagnato dalla opinione di esser fortissimi perchè su fortissimi avemmo vittoria, porge a ciascuno di noi doppia speranza. Or per lo più, grandissima speranza desta grandissimo vigore per le imprese. Quanto all’avere i nemici contraffatto alcune parti del nostro apparecchio, desse sono omai consuete alle vostre maniere, e non mancheremo di difesa contro ciascuna di quelle. Ma quando molti de’ loro soldati gravi saranno, contro il solito, sulle coverte; quando saran saliti sulle navi molti lanciatori terrestri‍[122], per così dire, acarnani ed altri, i quali sedendo non troveranno nemmeno il modo di scagliare la freccia; come non pregiudicheranno alle navi, o come non si troveranno tutti fra sè in disordine, dovendo fare avvolgimenti ai quali non sono usati? Inoltre la moltitudine delle navi (se vi ha chi teme per avere a combattere con numero non eguale) non sarà di loro vantaggio; poichè le molte in luogo angusto riusciranno più lente alle manovre, e più facili ad esser danneggiate dagl’ingegni onde siamo forniti. Tuttavia il vero stato delle cose loro apprendetelo da ciò che noi avvisiamo saper chiaramente. Poichè sopraffatti essi dai mali, e stretti dalle presenti difficoltà, son ridotti alla disperazione di gettarsi nel rischio in quel modo che possano, confidando più nella fortuna che nell’apparecchio delle forze; per tentare o d’uscire a viva forza dal porto, o di ritirarsi per terra se ciò non riesca; giacchè vedono di non potersi trovare in condizione peggiore della presente.

68. «Azzuffiamoci adunque animosamente come c’invita siffatto disordine e la fortuna di uomini nimicissimi che spontanea si è posta nelle mani nostre; e pensiamo che non solo è atto legittimissimo il saziare lo sdegno dell’animo contro avversari che a propria giustificazione alleghino d’esser venuti a punir l’aggressore; ma che anche sta in poter nostro quella che comunemente dicesi la più dolce delle cose, la vendetta de’ nemici. Che gli Ateniesi ci sieno nemici e nemici mortali voi tutti il sapete, poichè son venuti per fare schiavo il paese nostro; e se vi fossero riusciti, arebber martoriato crudelmente gli uomini, svergognati i figli e le donne, e posto a tutta la città la più turpe denominazione. Il perchè non deve chicchessia allenirsi, nè reputar guadagno la loro partita senza nostro pericolo, che certo partiranno egualmente ancor che vincano. Bella impresa sarà per noi (recando ad effetto, come è da credere, i nostri disegni) il punir costoro e rendere a tutta quanta la Sicilia più stabile quella libertà che anche prima godeva; e rarissimi son quei cimenti che avendo cattivo esito arrechino piccolissimi danni; e sortendo buon fine, vantaggi grandissimi.»

69. I generali siracusani e Gilippo avendo anch’essi con tali parole confortato le sue genti, ordinarono dal canto loro che si armassero le navi; da che vedevano gli Ateniesi fare altrettanto. E Nicia costernato per le presenti cose, e vedendo quanto grande e quanto vicino omai fosse il pericolo, giacchè i nemici erano in sul momento di avanzarsi incontro, temeva, come avviene nei grandi cimenti, quanto al fatto i propri apparecchi essere ancora manchevoli, e quanto alle parole non aver per anche detto abbastanza. Però richiamava ad uno ad uno i trierarchi, appellandoli col nome del padre, e col loro proprio e con quello della tribù‍[123], e scongiurava ciascuno a non tradir la chiarezza alla quale era da per sè pervenuto; e quelli i cui maggiori erano illustri, a non offuscare le virtù degli avi. Rammentava una patria liberissima, e il liberissimo vivere che in quella a tutti era concesso, nè ometteva veruna delle altre cose che dagli uomini si sogliono dire in simili frangenti, non già quelle che a tal uopo si serbano per comparire in faccia a chicchessia narratori di memorie antiche, o quelle che in tutte le occasioni son quasi le stesse, rammemorando le mogli, i figlioli ed i patrii numi; ma quelle che in siffatto sbigottimento si reputano utili, e ad alta voce s’inculcano. Dopo questa esortazione, che pure ei stimava non bastevole, ma quale permetteva quell’urgenza, si ritirò; e condotto l’esercito di terra sulla costa del mare, lo schierò nella maggior lunghezza possibile; acciò servisse di grandissimo incoraggiamento a quei della flotta. E Demostene, Menandro ed Eutidemo saliti sulle navi ateniesi, delle quali avevano il comando, partirono dal loro accampamento, e vogarono subito alla bocca del porto, dove i nemici avevan formato una serra colle navi e dove restava ancora un passaggio, per vedere di uscirne fuori a viva forza.

70. E già i Siracusani e gli alleati si erano mossi con un numero di navi pressochè eguale a quello di prima, e con una parte di esse guardavano l’uscita, e con le altre si misero in giro al rimanente del porto, per assaltare ad un tempo da tutti i lati gli Ateniesi, ed insieme per avere il soccorso della fanteria, dovunque le navi approdassero. Erano ammiragli della flotta siracusana Sicano ed Agatarco; ciascuno dei quali reggeva un’ala di tutta l’armata, e Pitene coi Corintii il centro. Poichè gli Ateniesi si avvicinarono alla serra, spingendosi innanzi vinsero in quel primo empito le navi schieratevi a difesa, e si sforzavano di rompere l’ordinanza di quelle che serravano il porto. Dopo di che, vogando addosso a loro da ogni parte i Siracusani e gli alleati, non solo si combatteva presso la serra, ma anche nel porto la battaglia era feroce e più accanita delle passate. Imperocchè quinci e quindi molta era la premura dei marinari per investire il nemico, ovunque fosse comandato, e molto il gareggiamento e l’artificio scambievole dei timonieri; ed i soprassaglienti, quando una nave s’abbordava con l’altra, usavano ogni sforzo perchè il servigio loro di sulle coverte non fosse da meno dell’arte degli altri. Insomma ognuno studiavasi di comparire il primo negli uffizi a lui commessi. Ma per la gran quantità delle navi che in angusto spazio si cozzavano insieme (ed angustissimo era lo spazio e moltissime queste navi che vi combattevano perchè tra dell’una parte e dell’altra poco mancava che non arrivassero a dugento), raro era che si andasse all’abbordaggio, non vi essendo modo di trarre addietro per darsi l’abbrivo e traversare le file nemiche; laddove più frequenti erano gl’incontri delle navi che casualmente s’imbattevano insieme o volendo fuggire od assalirsi l’una l’altra. E mentre la nave spingevasi contra alcuna delle nemiche, quei di sulle coverte scagliavano contr’essa un’infinità di giavellotti, saette e pietre; quando poi trovavansi accosto, i soprassaglienti venendo alle mani sforzavansi scambievolmente di saltare all’arrembaggio. E molte volte accadeva per la strettezza del luogo di assalire altrui da una parte e trovarsi assalito dall’altra, e che due navi e talvolta anche più fossero costrette ad aggrapparsi intorno ad una; ed i piloti non in un punto solo, ma in molti e da ogni lato, doveano aver l’occhio a guardarsi da questi e ad assaltar quelli. Inoltre il gran frastuono di tanti legni che si urtavano insieme metteva terrore ed impediva l’udita di ciò che ordinassero i comiti delle due armate, i quali esortavano ed animavano i suoi, per le regole dell’arte e per l’ostinata gara attuale. Gridavano agli Ateniesi, che forzassero l’uscita, che ora più che altre volte mai si dessero premura per tornare a salvamento in patria; ai Siracusani ed agli alleati, che era di loro decoro impedir la fuga al nemico, e che colla vittoria ciascuno accrescerebbe l’onore della sua patria. Di più gli ammiragli da ambedue le parti, se vedevano qualche nave rinculare senza necessità, chiamavano per nome il trierarca; e quei degli Ateniesi domandavano se indietreggiassero, credendosi padroni di una terra nimicissima più che del mare con tante fatiche acquistato; quei dei Siracusani, se mentre sapevano bene che il nemico facea di tutto per iscappare, essi medesimi fuggissero da chi fuggiva.

71. Mentre combattevasi in mare con dubbiosa sorte, l’esercito di terra di amendue le parti era in grande smania ed oppressione d’animo: quello del paese perchè anelava omai di accrescere la gloria; quello degli Ateniesi, che era venuto di fuori, perchè temeva di trovarsi a condizione anche peggiore della presente. Ed invero riposando tutta sulle navi la fortuna degli Ateniesi, aveano essi una paura del futuro quale non altra mai; ed appunto perchè la battaglia mantenevasi indecisa, non potevano di sulla costa vederla altro che indistintamente. Conciossiachè essendo quello spettacolo a poca distanza, e non potendo tutti osservarlo sul medesimo punto, se alcuni vedevano in qualche parte vincitori i suoi, ripigliavano coraggio, e si voltavano ad invocare gli Dei che non volessero privarli della salvezza: altri, se li miravano soccombere, davano in lamenti ed in strida, e per la sola vista delle cose aveano l’animo più abbattuto di quelli che erano nel fatto. Quelli poi che riguardavano ove la battaglia durava ancor bilanciata, per la continua indecisione di quella gara mostrando con gli atteggiamenti il grave timore ond’erano affetti, si trovavano ansiatissimi, perchè sempre incerti tra lo scampo e la morte. E mentre la pugna si sosteneva con egual calore, nel solo campo ateniese si udivano tutti insieme e lamenti e grida: siam vincitori, siam vinti: e quant’altre voci d’ogni maniera è forza che si ascoltino in un grande esercito in pericolo grandissimo. Lo stesso a un dipresso interveniva a quelli delle navi: finchè dopo molto durare di quel combattimento, i Siracusani e gli alleati cacciarono in fuga gli Ateniesi, e manifestamente incalzandoli con alte grida, e l’un l’altro incoraggiandosi, li perseguirono fino sulla costa. Allora i soldati navali, salvo quelli che furon presi nell’alto, chi qua chi là recandosi al lido si ridussero agli alloggiamenti; e le genti di terra non più svariatamente, ma tutte in una medesima agitazione, con gemiti ed urli dolenti fino all’anima dell’accaduto; chi correva a soccorso delle navi, chi a guardia delle rimanenti fortificazioni, chi (e questi erano i più) pensava a trovar modo di salvezza; nè fuvvi mai verun altro sbigottimento maggiore di quello. E presso a poco trovaronsi gli Ateniesi nel caso stesso al quale avevan ridotto i Lacedemoni in Pilo; imperciocchè siccome colà erano state conquassate le navi spartane, ed uccise tutte le milizie tragittate nella Sfatteria, così ora erano essi disperati di potersi salvare per la via di terra senza un qualche prodigio.

72. Dopo sì feroce battaglia, ove da tutte e due le parti molte navi e persone erano perite, i Siracusani e gli alleati vincitori ripresero i rottami ed i cadaveri, e tornati in città alzarono il trofeo. Gli Ateniesi, per la grandezza delle presenti calamità, non pensarono neppure a domandare la restituzione dei rottami e dei morti, e deliberavano di ritirarsi subito nella notte. Ma Demostene andato a trovar Nicia proponeva che si armassero quante navi ancora restavano, e sul far dell’aurora si tentasse a forza d’uscire del porto; e diceva che tuttora rimanevano ad essi più navi servibili che non ai nemici, poichè agli Ateniesi ne erano avanzate da sessanta, ed ai Siracusani meno di cinquanta. E quantunque Nicia fosse in ciò d’accordo con lui, e volessero entrambi armare le navi, i marinari ricusarono di salirvi, sì per la costernazione di quella rotta, sì per l’opinione di non poter più aver vittoria. Onde tutti omai applicavano l’animo a far la ritirata per terra.

73. Del qual divisamento venuto in sospetto Ermocrate siracusano, e stimando esservi gran pericolo che esercito sì grande ritiratosi per la via di terra si fermasse in qualche luogo di Sicilia, e volesse rinnovar loro la guerra, va dai magistrati: e tra l’altre cose che gli parvero da dirsi, dichiarò ad essi che non doveansi lasciar partire gli Ateniesi nella notte, ma uscire tutti immantinente, Siracusani ed alleati; e serrar loro le strade, e preoccupare e guardare i passaggi più angusti. Non dissentivano punto i magistrati da Ermocrate in quella risoluzione e giudicavano esser da recare ad effetto: contuttociò avvisavano che siccome i soldati di recente pigliavano volenterosi respiro della gran battaglia navale, e di più ricorreva per avventura la festa (per cui in quel giorno facevansi sacrifizi ad onore di Ercole), così non vorrebbero agevolmente obbedirli. Conciossiachè per la soverchia gioia della vittoria la maggior parte di essi nell’occasione della festa essendosi dati a sbevazzare, tutt’altro era sperabile che il persuaderli al presente di pigliare le armi ed uscire contro il nemico. Per queste considerazioni parendo ai magistrati ineseguibile quel disegno, e non avendo Ermocrate potuto indurveli, immaginò egli per ripiego quest’astuzia. Per la tema che gli Ateniesi a bell’agio e senza esser disturbati riuscissero a valicar nella notte i luoghi più difficili, manda sull’imbrunire del giorno verso il campo ateniese pochi suoi amici con dei cavalieri, che, avvicinandosi tanto da potere esser sentiti, chiamassero alcuni e fingendosi amici degli Ateniesi ordinassero di dire a Nicia (il quale invero aveva di quelli da cui risapeva lo stato interno di Siracusa) che non levasse il campo nella notte, perchè i Siracusani guardavano le strade: ma che preparatosi a suo bell’agio partisse di giorno. Ciò detto coloro tornarono indietro; e quei che li sentirono ne porsero avviso ai generali ateniesi.

74. I quali a tale annunzio, non pensando che vi fosse sotto alcuna frode soprastettero quella notte. E giacchè non si erano mossi pensarono di soprassedere anche il giorno seguente, per dare ai soldati il maggior comodo possibile di far fagotto; e prendendo seco le sole cose necessarie al mantenimento della persona, lasciar tutte le altre, e partire. Ma i Siracusani e Gilippo prima della loro partita usciti fuori con la fanteria, serrarono le strade del paese, per dove conghietturavano che gli Ateniesi passerebbero, tenevan guardati i guadi de’ torrenti e de’ fiumi, e si schierarono nei siti opportuni per far fronte all’esercito nemico, risoluti di contrastargli il passaggio. Inoltre si appressarono colle navi a quelle degli Ateniesi per ritirarle dalla spiaggia, ne abbruciarono alcune poche, come avean pensato di fare gli Ateniesi medesimi; e le altre, dovunque ciascuna si trovasse sbalzata, comodamente e senza veruno impedimento, col rimurchio le tiravano alla città.

75. Dopo queste cose, poichè a Nicia ed a Demostene parve che tutto fosse sufficientemente apparecchiato, movevasi finalmente il campo tre giorni dopo la battaglia navale. Nè solamente facea pietà il complesso di tanti infortunii, cioè il partire colla perdita di tutta la flotta, e col pericolo proprio e della patria, invece delle grandi speranze prima concepute, ma ancora nell’abbandonare gli alloggiamenti interveniva ad ognuno di vedere e sentire cose dolorose. Imperciocchè qualora tra gl’insepolti cadaveri ciascun vedesse giacere qualche suo amico, era preso da tristezza e timore; ed i vivi abbandonati, feriti o malati, arrecavano ai vivi maggior afflizione dei morti, ed erano più infelici di questi; essendo che rivoltisi alle preghiere ed ai pianti facean cascare il cuore, con alte grida scongiurando a condurli via ogni compagno o parente che scorgessero, e si avvinghiavano ai camerati che partivano, e finchè aveano forza li seguitavano. E se ad alcuni falliva la lena del corpo restavano derelitti mandando imprecazioni e gemiti; talchè tutto l’esercito pieno di lagrime e straziato da diversi affetti, non sapeva di leggeri indursi a partire da quella terra benchè nemica, dove avea sofferto sciagure maggiori d’ogni pianto, e dove altre temea di soffrirne nascoste ora nell’incertezza. Da per tutto era una cupa malinconia, da per tutto udivansi scambievoli rimproveri, poichè non altro rassembravano che un popolo scappato da una città espugnata, e questa non piccola; non essendo minore di quaranta migliaia tutta la moltitudine che marciava insieme. Fra tutti questi ognuno portava addosso quel che poteva di ciò che fosse necessario, ed i soldati gravi ed i cavalieri sebbene carichi dell’armi portavano fuor dell’usato da sè i viveri, parte per mancanza, parte per diffidenza dei galuppi, molti dei quali erano innanzi disertati, e moltissimi allora disertavano; e con tutto ciò quel che portavano non bastava, perchè nel campo era venuta meno la vettovaglia. Oltre di che l’avvilimento in tutto il resto, e quella ugual porzione di mali che pure ha in sè qualche sollievo quando siam molti a soffrire, non riusciva al presente leggera, specialmente al riflettere da quale splendore e da qual fasto primiero eran venuti a sì oscuro termine ed a cotanta bassezza. E certo grandissimo fu questo rovescio per l’esercito dei Greci, a’ quali andati a soggettare gli altri, accadde invece di partire colla paura di trovarsi essi a quel caso; invece di salpare in mezzo ai voti ed ai canti militari, svignare tra clamori affatto contrari; e invece di salir sulle navi, marciare a piedi, e attendere all’armi, innanzi che alla flotta. Nondimeno per la grandezza del pericolo che ancor sovrastava, tutte queste cose parevan loro tollerabili.

76. E Nicia vedendo in quel gran cangiamento di fortuna scoraggiato l’esercito, percorreva le file, e lo inanimiva e lo consolava, adoprando maggior voce del solito con tutti quelli ai quali si accostasse; o fosse per la premura, o fosse per produrre il maggiore effetto possibile con la robustezza della voce.

77. «Ateniesi ed alleati, ei gridava, anche al presente bisogna avere speranza, che già alcuni salvaronsi da mali più gravi di questi: nè dovete vituperar troppo voi stessi per le sofferte sconfitte, nè per queste non meritate disavventure. E anch’io nè più forte di veruno di voi, ma ridotto dal male al termine che mi vedete, nè inferiore mai a chicchessia sì nella prosperità di mia vita privata che in tutto il resto, mi trovo ora sull’orlo del medesimo pericolo con la gente la più meschina. Eppure molti sono stati gli atti di pietà da me praticati verso gli Dei, molti quelli di giustizia e generosità verso gli uomini; onde nonostante le presenti sciagure confido dell’avvenire. Certo queste disgrazie non meritate mi fanno temere; ma forse presto cesseranno, che i nemici sono stati prosperati a bastanza: e se noi abbiamo impresa la guerra in ira a qualche nume, siamo già stati più che a sufficienza puniti. Pur troppo alcuni altri invasero il suolo altrui, e per avere umanamente fallito ne ebbero tollerabili pene; onde anche a noi lice sperare più miti gli Dei, perchè più del loro sdegno meritiamo omai la compassione. E voi medesimi al vedervi quali e quanti soldati marciate insieme ordinati, non vogliate sbigottirvi troppo, ma considerate che dovunque vi fermiate, da voi stessi componete subito una città, e che nissun’altra città di Sicilia potrebbe agevolmente reggere al vostro assalto, nè farvi sloggiare di là ove vi foste fermati. Attenda ognuno che quanto sta in lui, la marcia sia sicura e bene ordinata; ed a questo solo pensi, che in qualunque luogo venga astretto a combattere, vincendo, avrà quello invece di patria e di mura. Ci affretteremo di marciare e giorno e notte, perchè abbiamo scarsi viveri; e se arriveremo a qualche terra amica dei Siculi che per tema dei Siracusani stanno ancor fermi per noi, allor fate ragione d’essere al sicuro. Già si è mandato loro a dire che ci vengano incontro con rinfrescamento di vettovaglia. Insomma intendete, o soldati, che vi è forza esser valorosi, perchè non v’ha luogo vicino nel quale, se incodardite, possiate salvarvi; e che se ora scampate dai nemici, voi alleati conseguirete ciò che certamente bramate di rivedere, e voi Ateniesi raddrizzerete, sebben decaduta, la gran potenza della città; poichè la città sono gli uomini, e non le mura o le navi d’uomini vuote.»

78. Mentre Nicia faceva queste esortazioni andava percorrendo l’esercito, ed ove vedesse qualche parte distaccata non marciare in buon ordine, la riuniva e la riordinava. E Demostene con non minor calore diceva presso a poco le medesime cose ai suoi. Le genti di Nicia marciavano in ordinanza quadrata, seguivano poi quelle di Demostene; ed i saccomanni e l’altra gran moltitudine stavano in mezzo ai soldati gravi. E poichè giunsero al passo del fiume Anapo, trovarono attelate sulla riva delle truppe di Siracusani e di alleati, fugate le quali e impadronitisi del guado, andavano innanzi, ma sempre incalzati dalla cavalleria siracusana e saettati dalle genti leggere. E in questo giorno avendo gli Ateniesi progredito circa quaranta stadii, si fermarono la notte vicino ad una collina, donde partiti il dì seguente di buon mattino, e avanzatisi da venti stadii scesero in una pianura e vi si accamparono, con intenzione di pigliar dalle case dei commestibili (giacchè quel luogo era abitato), e di portar seco dell’acqua, di che vi era penuria per lo spazio di molti stadii inoltrandosi nella via che doveano tenere. Frattanto i Siracusani spintisi innanzi tagliarono loro con un muro la strada onde doveano passar oltre, la quale era una forte collina chiamata la rupe Acrea con borri scoscesi da ambe le parti. Il giorno appresso gli Ateniesi proseguivano il cammino, ed i Siracusani e gli alleati coi cavalli e con molti lanciatori vi si opponevano, e li saettavano e cavalcavano da vicino. Pugnarono lunga pezza gli Ateniesi, ma poi tornarono indietro al medesimo alloggiamento; e non potevano più come prima procacciarsi i viveri, perchè i cavalli nemici non li lasciavano più dilungare.

79. La mattina di poi levato il campo marciavano nuovamente, e si sforzavano di arrivare alla collina munita dal muro, ove furono prevenuti dalla fanteria nemica schierata al di là del muro stesso con pochi di fronte, perchè il luogo era stretto; e datovi l’assalto, e feriti con frecce da molti di sulla collina che era acclive, e che però porgeva a quei di sopra il modo di colpire più facilmente, non poterono espugnarla; onde retrocederono e stavano quieti. Sopravvennero inoltre al tempo stesso alcuni tuoni e piogge, come suole accadere quando l’anno volge all’autunno, per le quali cose gli Ateniesi si persero maggiormente di animo, e stimavano che esse tutte fossero a segnale di loro perdizione. E mentre soggiornavano inoperosi, i Siracusani e Gilippo spedirono una parte dell’esercito a interchiuderli alle spalle con un muro sulla strada per la quale s’erano avanzati; ma essi mandarono dal canto loro alcuni de’ suoi e l’impedirono. Dipoi ritiratisi con tutto l’esercito più verso la pianura vi pernottarono, e il dì vegnente ripresero il cammino. Quand’ecco i Siracusani li assaltavano e li accerchiavano da ogni banda; e se gli Ateniesi venivan loro incontro, essi davano indietro; se retrocedevano, gl’incalzavano, e gl’infestavano specialmente alla coda per vedere se a poco a poco, fugata questa, potessero spaventare tutto l’esercito. Durarono un pezzo gli Ateniesi combattendo in questo modo: poi andati innanzi cinque o sei stadii si riposarono nella pianura; ed anche i Siracusani si staccarono da loro, e tornarono al proprio alloggiamento.

80. Ma Nicia e Demostene vedendo giunte a mal termine le loro genti sì per la mancanza omai totale dei viveri, sì per esser molti gravemente feriti nei molti assalti dati dai nemici, si consigliarono di accendere nella notte quanti più fuochi potessero, e ritirar l’esercito, non già per la medesima strada che avevano determinato, ma per quella che va al mare opposta all’altra ove i Siracusani eransi appostati; tutta la quale strada, invece di condur l’esercito a Catana, lo conduceva in altra parte di Sicilia verso Camarina e Gela, e verso le città greche e barbare di quei luoghi. Accesi adunque molti fuochi marciavano nella notte; e come suole avvenire in tutti gli eserciti, specialmente grandissimi, di esser presi da tema e paura, tanto più se facciano via di notte in terra nemica e poco distanti da’ nemici, erano in preda allo smarrimento. Le genti di Nicia che precedevano, mantenevansi unite ed avanzarono molto innanzi; ma quelle di Demostene, quasi mezze ed anche più, si sbandarono e marciavano in gran disordine. Nondimeno all’aurora giungono in sul mare, ed entrati nella via chiamata Elorina camminavano; perchè giunti che fossero al fiume Cacipari, volevano, secondando il corso di esso, inoltrarsi nei luoghi più mediterranei, ove speravano di dover essere incontrati dai Siculi che avean mandati a chiamare. Pervenuti al fiume trovarono anche qui una banda di Siracusani occupati a chiuder loro il passo con muro e palizzate; respinta la quale tragittarono alla riva opposta, e proseguirono il cammino verso l’altro fiume detto Erineo, per dove aveano a passare secondo gli ordini dei generali.

81. Intanto i Siracusani e gli alleati, poichè venne il giorno e si avvidero esser partiti gli Ateniesi, davano quasi tutti la colpa a Gilippo che a bella posta li avesse lasciati andare; e messisi in fretta ad inseguirli per dove agevolmente seppero che si erano inviati, li raggiungono verso l’ora del desinare. Incontratisi in quelli di Demostene che erano gli ultimi e marciavano lenti e sbandati, perchè perturbati nella passata notte, subito li assaltano e vengono a battaglia; ed i cavalli siracusani più agevolmente li circondarono perchè bipartiti, e li rinserrarono tutti insieme. Le genti di Nicia si erano già dilungate in avanti da centocinquanta stadii, perciocchè egli le conduceva più sollecitamente, avvisando che in quello stato la loro salvezza dipendeva non già dal fermarsi volontariamente a combattere, ma dal ritirarsi il più presto possibile, pugnando soltanto quando vi fossero astretti; laddove Demostene essendo l’ultimo a retrocedere, e però avendo alle spalle i nemici, trovavasi in moltiplice e continovato travaglio. E sapendo allora che i Siracusani lo perseguitavano, non che cercasse di progredire si metteva piuttosto in ordine per la battaglia; finchè in quel tanto da essi accerchiato, era in gran perturbazione insieme co’ suoi Ateniesi; conciossiachè rinchiusi in un tal luogo cui intorniava un muretto, e che avea quinci e quindi uno sbocco e non pochi ulivi, erano da quel cerchio saettati. E bene avean ragione i Siracusani a far di queste assembraglie invece che battaglie campali; perchè il cimentarsi con gente disperata non tanto metteva lor conto quanto agli Ateniesi. Inoltre, essendo già manifesta la prosperità dell’impresa, si risparmiavano, onde non trovarsi essi medesimi distrutti per qualche caso prima di compierla; e pensavano che anche con quel modo di combattimento arebber domati e presi i nemici.

82. Quando adunque Gilippo, i Siracusani e gli alleati, dopo aver saettato da ogni parte per tutta la giornata gli Ateniesi co’ loro confederati, li videro oppressi dalle ferite e da ogni maniera di disagio, fanno da primo bandire che qualunque degl’isolani volesse, passasse da loro col patto di restar libero; ed alcune poche città vi passarono. Dipoi fecero accordo con tutte le altre genti di Demostene, con questo che consegnassero le armi, e che nessuno dovesse morire nè violentemente, nè in ceppi, nè per mancanza del vitto necessario. Così tutti si arresero, in numero di seimila, depositando quanto denaro avevano versandolo in degli scudi rivoltati, de’ quali n’empierono quattro. I soldati furono condotti in città. Il giorno medesimo Nicia pervenuto co’ suoi al fiume Erineo e guadatolo, fermò l’alloggiamento sopra un’altura.

83. Ma il dì seguente avendolo i Siracusani raggiunto, gli contarono che le genti di Demostene si erano arrese ed intimarono anche a lui di fare lo stesso. Egli però non prestandovi fede pattuisce una tregua per mandare un cavaliere ad osservar la cosa; il quale ritornò annunziando che s’erano arresi. Allora Nicia fa intendere a Gilippo ed ai Siracusani che era pronto a convenire di rifare ai Siracusani il denaro speso per la guerra, col patto che dovessero lasciare in libertà lui e l’esercito, e di dar loro in ostaggio per ogni talento uno de’ più ragguardevoli degli Ateniesi, fino al pagamento del denaro. I Siracusani e Gilippo non ammisero queste proposizioni, anzi assalitili ed attorniatili da ogni lato li dardeggiavano fino a sera; ed essi, quantunque si trovassero mancanti di frumento e di tutti i viveri, intendevano di partirsi giovandosi del silenzio della notte. Ripigliavano infatti le armi, quando i Siracusani avvistisi di ciò intuonarono il peana: onde conoscendo gli Ateniesi d’essere scoperti posarono nuovamente le armi, salvo trecento persone che, apertosi un passaggio attraverso le sentinelle nemiche, marciarono nella notte per quella via che poterono.

84. Venuto appena giorno Nicia muoveva l’esercito; ed i Siracusani con gli alleati lo incalzavano nel modo stesso, e da ogni banda scagliavano dardi e saette. Affrettavansi gli Ateniesi di arrivare al fiume Assinaro perchè assaltati da tutte le parti da numerosi cavalli e dall’altra moltitudine, pensavano di doversi trovar meglio quando lo avesser guadato; e perchè erano oppressi dalla fatica e dalla sete. Pervenuti in sulla sponda di quello, vi si precipitan dentro senz’ordine veruno, studiandosi ciascuno di guadarlo il primo; ma i nemici che stavan loro a ridosso rendevano omai difficile il tragittarlo. Imperciocchè costretti a camminar serrati cadevano l’un sopra l’altro e si pestavano; e parte morivano urtati dalle lanciole e dall’armi, parti caduti nella melmetta erano trascinati via dalla corrente. Passarono i Siracusani alla riva opposta che era scoscesa, e di sopra scagliavano dardi su gli Ateniesi, molti de’ quali avidamente bevevano, e giù nell’alveo del fiume erano tra loro stessi abbaruffati; e i Peloponnesi calati al basso facevan soprattutto strage di quelli che si trovavano nel fiume. L’acqua fu subito guasta, nondimeno ell’era bevuta lorda di fango insieme e di sangue, e molti per averla combattevano.

85. Finalmente gran quantità di cadaveri giacendo ammontati nel fiume, e disfatto l’esercito o nel fiume stesso, o dai cavalli se qualche banda si fosse cansata, Nicia, fidandosi più di Gilippo che dei Siracusani, si rende alla discrezione di lui e de’ Lacedemoni, pregandolo a ritirar dalla strage anche il rimanente dell’esercito. Dopo di che Gilippo ordinava ai suoi che i nemici fossero fatti prigionieri; e vivi condussero via tutti quelli che non si erano nascosti (e questi furono molti), e spedirono ad inseguire i trecento passati a forza di mezzo alle sentinelle, e li arrestarono. Nè già furono molte queste milizie accolte insieme, ma bensì molte si trafugarono, e ne fu ripiena tutta Sicilia, non essendo esse state prese per convenzione come quelle di Demostene. Una buona parte dell’esercito ateniese vi rimase morta, che certo questa strage non fu minore di verun’altra accaduta in questa guerra di Sicilia; e non pochi erano periti ne’ diversi passati attacchi, durante il cammino. Con tutto questo molti o fuggirono nel tempo della battaglia, o si trafugarono poi dopo essere stati fatti prigioni; e tutti si riducevano a Catana.

86. I Siracusani e gli alleati riunitisi insieme, e preso il più che poterono di prigionieri e di bottino, ritornarono alla città, fecero scendere i prigioni tanto ateniesi che confederati nelle cave delle pietre, giudicando sicurissimo il guardarli colà; e scannarono Nicia e Demostene, a malgrado di Gilippo, siccome quegli che reputava trionfo a se stesso onorevole il condurre ai Lacedemoni, oltre alle altre spoglie, anche i capitani dell’oste nemica. Senza di che si dava il caso che Demostene era odiatissimo a Sparta a cagione de’ fatti della Sfatteria e di Pilo, e Nicia accettissimo pel motivo medesimo; avvegnachè egli si fosse adoperato moltissimo pei Lacedemoni ritenuti nell’isola, con aver persuaso gli Ateniesi a far le tregue per cui i prigioni erano stati rilasciati. Laonde era benvoluto dai Lacedemoni, e con grandissima fiducia si era reso a Gilippo. Ma alcuni fra i Siracusani (come correva voce) sospettando, per aver tenuto delle pratiche con lui che, se per questo fosse messo alla tortura, non arrecasse loro qualche disturbo in mezzo a quella felicità; altri, e principalmente i Corintii, che corrompendo qualcuni col denaro (perchè era ricco) non iscappasse, e procurasse loro qualche altra novità, tirarono a sè gli animi dei confederati e lo uccisero. Tale, o presso a poco altrettale, fu la cagione onde restò ucciso Nicia, il meno meritevole certamente fra tutti i Greci, non che altro de’ miei tempi, di venire a tanta sciagura, per la sua costante pietà verso gli Dei.

87. I prigionieri che erano nelle cave in principio venivano duramente trattati dai Siracusani. Imperciocchè, trovandosi molti in quel luogo profondo e scoperto, il sole e il soffocamento li opprimeva; ed all’opposto le notti autunnali e fredde causavano malattie di nuovo genere: tanto più che per la ristrettezza doveano far tutto nel medesimo luogo, e l’un sull’altro giacevano sovrapposti i cadaveri di quelli che o per ferite, o per questa mutazione, a per altre simili cagioni morivano. Se a ciò si aggiunga una puzza insoffribile, ed il tormento della fame e della sete, perchè per otto mesi ebbero una cotila‍[124] d’acqua e due di frumento a testa, si vedrà non esser eglino andati esenti da veruno di quelli incomodi che naturalmente doveano opprimere gente gettata in luogo sì fatto. In questo modo stivati passarono circa settanta giorni, dipoi tutti gli altri, tranne gli Ateniesi e quei Siciliani ed Italiani che militarono con loro, furono venduti. E sebbene sia difficile lo scrivere esattamente quanti fossero in tutto i prigionieri, nondimeno non potevano esser meno di sette migliaia. Questo tra i fatti greci fu per avventura il più strepitoso di quanti intervennero in questa guerra, ed a mio credere anche più di quanti ne sappiamo per udita; e sovra ogni altro splendidissimo pei vincitori, e calamitosissimo ai vinti. Conciossiachè vinti in tutto e per tutto e da ogni parte gravemente afflitti, e fanti e navi andarono, come suol dirsi, in fumo; nulla campò dall’esterminio, e pochi di tanta moltitudine tornarono alla patria. Tale fu il successo dell’impresa siciliana.

FINE DEL LIBRO SETTIMO.

LIBRO OTTAVO

SOMMARIO

Atene atterrita ed indignata contro gli accenditori della guerra, si ammannisce a sostenerla. — Movimenti dei Greci e dei Lacedemoni per recarla a fine. — Eubei, Chii ed Eritreii sono per ribellarsi. — Lacedemoni fan di tutto per torre alleati ad Atene, ed Atene per impedirlo. — Ribellione dei Chii, degli Eritreii, dei Clazomenii. — Confederazione tra il re di Persia e Lacedemone. — Il popolo di Samo contro la nobiltà. — Sedizione in Atene, ove la democrazia è malata con lo Stato de’ pochi. — Reintegrazione di Alcibiade. — Combattimento ad Abido.

1. Portate ad Atene le novelle di Sicilia, per lunga pezza non si credeva poter essere stato sì generale l’eccidio, quantunque soldati ragguardevolissimi‍[125] scampati propio dalla battaglia lo contassero apertamente. Ma poi accertatisi del fatto, erano turbati contro gli oratori che gli avean confortati a quella spedizione (come se non l’avessero essi medesimi decretata), e si adiravano con gli arioli e gli aruspici, e con tutti quelli che allora eccitandoli mediante qualche sacra ispirazione, aveano lor fatto sperare la conquista di quel paese. Tutto per ogni parte li attristava, e pensando all’accaduto erano circondati da timore e sbigottimento veramente grandissimo. Imperocchè trovavansi afflitti i cittadini dalle proprie perdite, e la Repubblica orbata di numerosa fanteria e cavalli, e di cotal gioventù alla quale altra simile non rimaneva: ed insieme non vedendo essi navi a sufficienza negli arsenali, nè equipaggio per corredarle, nè denari nell’erario, disperavano al presente di potersi salvare. Oltre a ciò si aspettavano che ad ora ad ora i nemici di Sicilia, specialmente dopo sì segnalata vittoria, navigherebbero contro il Pireo, e che quei di Grecia raddoppiati allor daddovero tutti gli apparecchi, tosto li stringerebbero vigorosamente per terra e per mare, d’accordo con gli alleati che ad Atene si ribellerebbero. Ciò nondimeno determinarono, per quanto restava loro di forze, di non doversi dare per vinti, ma di mettere in ordine la flotta raccogliendo legname e denaro dondechè si potesse; rendersi sicuri degli alleati, e in ispecie dell’Eubea; ridurre ad una certa parsimonia le spese del Comune; e creare un magistrato di personaggi provetti che all’occasione fossero i primi a dar consiglio sull’attuale stato delle cose. Insomma per il presente grave timore (come suol fare il popolo) erano pronti a mantenere in tutto il buon ordine. Mettevano intanto ad effetto le prese risoluzioni e finiva l’estate.

2. Nel seguente inverno al gran tracollo degli Ateniesi in Sicilia, sollevarono subito l’animo i Greci tutti: quelli che stavano neutrali, perchè pensavano (anche non invitati) non doversi più tener fuori di quella guerra, ma esser tempo di andare volontariamente contro gli Ateniesi, avvisando ognuno che questi sarebbero venuti contro di loro, se l’impresa siciliana fosse riuscita prosperamente, e reputando che breve avrebbe dovuto essere il rimanente della guerra, il pigliar parte alla quale sarebbe onorevole: quelli poi che erano in lega con Sparta, perchè tutti studiavansi più di prima a liberarsi prontamente dai molti loro travagli. Ma principalmente i vassalli degli Ateniesi erano pronti, anche al di là delle proprie forze, a ribellarsi, perchè giudicavano delle cose nel bollor della passione, e non davano luogo al pensiero che gli Ateniesi potessero sostenersi almeno per l’estate futura. Per tutte queste cagioni inanimivasi la città degli Spartani; e soprattutto perchè gli alleati di Sicilia, astretti già a fornirsi anche di flotta, verrebbero a primavera (com’era verisimile) ad unirsi a loro con grandi forze. Laonde trovando da per tutto cagione a bene sperare, intendevano di ripigliar la guerra a viso aperto; considerando che andando ella a finir bene, sarebbero in avvenire disciolti da pericoli cotanto gravi, come quello in che li avrebbero avvolti gli Ateniesi se si fossero aggiunti la Sicilia; e che domati questi, essi avrebbero omai sicuramente il principato su tutta la Grecia.

3. Il perchè Agide loro re subito in questo inverno medesimo mossosi con qualche esercito da Decelia, andava raccogliendo denaro dagli alleati per la flotta; e voltatosi al seno Meliaco, a cagione dell’antica inimicizia, fece gran preda sugli Elei e la mise in contanti; costrinse a dar denaro ed ostaggi (cui depositò a Corinto) i Ftioti d’Acaia ed altri di quei luoghi sudditi de’ Tessali, con rammarico e dispiacimento de’ Tessali, e si sforzava di tirarli nella sua lega. I Lacedemoni imposero alle diverse città di costruir cento navi, venticinque delle quali toccherebbero costruire ad essi Lacedemoni, ed altre venticinque a’ Beozii; ai Focesi ed ai Locrii quindici, e quindici ai Corintii; agli Arcadi, ai Pellenii e Sicionesi dieci, e dieci pure ai Megaresi, Trezenii, Epidaurii ed Ermionesi. Preparavano ancora tutte le altre cose, risoluti di ricominciare subito la guerra a primavera.

4. Medesimamente gli Ateniesi in quest’inverno si apparecchiavano, giusta i conceputi disegni, a fabbricar navi, essendosi provvisti di legname; e munirono Sunio, acciocchè le loro annonarie potessero sicuramente farne il giro. Abbandonarono il forte che aveano fabbricato nella Laconia all’occasione del passaggio in Sicilia, ristrinsero tutte quelle spese che in qualche modo sembravano superflue, e soprattutto tenevan guardati gli alleati perchè non si ribellassero.

5. Mentre che le due parti attendevano a queste cose, e davano opera agli apparecchi non altrimenti che se fossero al cominciar della guerra, gli Eubeesi, i primi in quest’inverno, inviarono un’ambasceria ad Agide per trattar di ribellarsi agli Ateniesi; il quale prestò orecchio alle loro parole, e mandò chiamando da Sparta Alcamene di Stenelaida e Melanto per dar loro nelle mani il comando dell’Eubea. Erano già arrivati costoro con circa trecento Neodamodi, ed Agide si preparava a farli partire; quando giunsero anche i Lesbii invogliati essi pure di far la ribellione. E siccome erano favoriti da’ Beozii, però Agide si lasciò indurre a sospendere l’affare dell’Eubea, e concertava la ribellione de’ Lesbii, dando loro a prefetto Alcamene, quello stesso che dovea tragittare nell’Eubea. I Beozii fecero promessa ai Lesbii di dieci navi, ed Agide di altrettante. Tutte queste cose si facevano senza la saputa di Sparta, avvegnachè Agide, finchè si trattenne col suo esercito a Decelia, fosse padrone di spedir genti ovunque volesse, e di radunarne, e di esiger denaro; e, per dirla, gli alleati obbedivano assai più lui che non i Lacedemoni di città, perchè coll’esercito che aveva seco da per tutto mostravasi formidabile. Egli adunque faceva per i Lesbii. I Chii e gli Eritrei, che anch’essi eran pronti a ribellare, non si volsero ad Agide ma a Sparta, ove trovarono un ambasciatore spedito da Tissaferne che a nome del re Dario, figliolo di Artaserse, governava le provincie inferiori‍[126]. Sollecitava Tissaferne i Peloponnesi, e prometteva di pagar egli gli stipendii, per i seguenti motivi. Gli aveva il re poco fa richiesto i tributi di quelle sue provincie; ed ei non avendoli potuti riscuotere dalle città greche a cagione degli Ateniesi, e restando tuttor debitore, sperava che affliggendo gli Ateniesi più facilmente gli sarebbero portati i tributi, e che insieme renderebbe i Lacedemoni alleati al re; e secondo gli ordini che da esso aveva, o gli condurrebbe vivo Armoge‍[127] figlio bastardo di Pissutne, che si era ribellato nella Caria, o lo ucciderebbe. I Chii adunque e Tissaferne andavano di concerto in questa cosa.

6. Ma Calligeto di Laofonte megarese, e Timagora di Atenagora ciziceno, ambidue esuli dalla propria patria e ricovrati presso Farnabazo di Farnabaco, giungono in quella occasione a Sparta, ove gli avea mandati Farnabazo per ottenere che i Lacedemoni conducessero delle navi nell’Ellesponto, acciocchè egli potesse (siccome desiderava ardentemente anche Tissaferne) ribellare agli Ateniesi le città della sua provincia per cavarne i tributi, ed acciocchè per opera sua si stringesse sollecitamente alleanza fra il re ed i Lacedemoni. Ora siccome i legati di Farnabazo e quelli di Tissaferne trattavano separatamente delle medesime cose, surse gran disputa fra quei di Sparta, persuadendo gli uni che si spedisse prima la flotta nell’Ionia ed a Chio, gli altri nell’Ellesponto. Tuttavia i Lacedemoni ben più volentieri accolsero le dimande di Tissaferne e de’ Chii, perchè spalleggiati anche da Alcibiade congiunto per strettissimo vincolo di ospitalità paterna coll’eforo Endio; onde per questa ospitalità la sua casata ebbe un nome laconico, avvegnachè il padre d’Endio si chiamasse Alcibiade‍[128]. Contuttociò i Lacedemoni vollero prima mandare a Chio Frini, persona di quei dintorni‍[129], per osservare se avessero le navi che dicevano, e se nel resto la città fosse in opulenza corrispondente al suo credito. Ed avendo Frini riferito esser vere tutte le cose che si sentivano dire, si fecero subito alleati i Chii e gli Eritrei, e decretavano di mandar loro quaranta navi, nella fiducia che non meno di sessanta se ne accoglierebbero dai luoghi accennati dai Chii. Da primo però volevano spedirne dieci con Melancride che era l’ammiraglio; ma poi, venuto un terremoto, inviarono Calcideo invece di Melancride; e invece di dieci navi ne allestirono cinque nella Laconia. Così finiva l’inverno e l’anno decimonono di questa guerra descritta da Tucidide.

7. Al sopravvenir dell’estate subitamente i Chii insistevano che le navi si spedissero, perchè temevano che queste pratiche non venissero a risapersi dagli Ateniesi, di nascosto ai quali tutti mandavano i loro legati a Sparta. Laonde i Lacedemoni inviarono a Corinto tre personaggi spartani a procurare al più presto possibile di trasportar le navi di sull’istmo all’altro mare che guarda Atene, ed ordinare che tutte navigassero a Chio, tanto quelle che si allestivano da Agide per Lesbo, quanto le altre. Trentanove in tutte furono le navi delle città alleate, che colà si trovarono.

8. Calligeto pertanto e Timagora, a nome di Farnabazo, ricusarono di pigliar parte alla spedizione per Chio, e non consegnarono i denari recati per allestir la flotta, che eran venti talenti, ma si consigliarono di andarvi dopo da per sè con altro naviglio. Agide anch’egli, al vedere i Lacedemoni inclinati soprattutto a Chio, non volle opporvisi. Adunatisi adunque gli alleati in Corinto e tenutovi consiglio, stabilirono di navigar prima a Chio sotto il comando di Calcideo che aveva allestite le cinque navi nella Laconia; dipoi a Lesbo pigliando a capitano Alcamene, quello stesso che Agide voleva mandarvi; e finalmente arrivare nell’Ellesponto, per dove era stato eletto ammiraglio Clearco di Ramfia. Innanzi però doveasi trasportare di sull’istmo la metà delle navi e farle subito pigliar mare, affinchè gli Ateniesi avessero l’occhio più a queste, le quali si mettevano in corso, che non all’altre che si trasporterebbero dipoi. Imperciocchè i Lacedemoni navigavano apertamente in queste parti; dispregiando la debolezza degli Ateniesi, de’ quali non vedevasi alcun’armata numerosa. Ed avendo così risoluto trasportarono subito ventuna nave.

Notes in this chapter

Note 1 · Pag. 149. Cioè uno dei Beotarchi Tebani: fra undici Beotarchi ve ne aveano due di Tebe.Note 2 · Pag. 151. Oggidì Capo di Santa Maria dell’acque di Leuca od anche Porto Salentino.Note 3 · Pag. 151. Sono due piccole isole in faccia al porto di Taranto.Note 4 · Pag. 151. La Japigia e la Messapia, ch’essi abbandonavano, non erano allora comprese ancora nell’Italia. Questo nome non si estendeva alle cNote 5 · Pag. 158. Secondo la lezione di Didot che ristabilì nella sua traduzione comparsa nel 1833, le parole εν προτεικίσμασιν soppresse dalla maggNote 6 · Pag. 160. In luogo di scossi gli scudi, noi tradurremmo gettate le armi e gli scudi, o inermi e senza scudi; οὶ γὰρ κατα τῶν κρημνῶν βιασθένNote 7 · Pag. 162. Che ragguagliano dieci milioni ottocento mila lire italiane.Note 8 · Pag. 164. Non è senza ragione che qui Boni, come tutti gli altri traduttori conservano la frase tre volte nove, in luogo di ventisette: giacNote 9 · Pag. 167. Gli Ateniesi aveano, sul principiar della guerra, cacciati tutti gli abitanti di Egina, stabilendovisi essi medesimi. Vedi lib. IINote 10 · Pag. 167. Gli Ateniesi avevano pure cacciati gli abitanti d’Estiea per occuparne essi il paese. Vedi lib. I, § 114.Note 11 · Pag. 167. In questo periodo vi hanno due errori del Boni a correggersi. Primamente in luogo di tra i sudditi tributarii leggi tra i sudditi Note 12 · Pag. 174. Boni traduce lanciatori terrestri il χερσαῖοι di Tucidide; questo vocabolo che suona abitanti della terra, è qui usato in senso diNote 13 · Pag. 175. Nella Grecia antica era un atto di squisita urbanità, una prova di considerazione, chiamar un cittadino pel nome suo e per quello Note 14 · Pag. 189. Già accennammo alla nota 242 del vol. I, come un cotile, e come dice Boni, una cotila equivalesse un quarto di chenica. Or qui posNote 15 · Pag. 191. Zevort in luogo di soldati ragguardevolissimi traduce ben conosciuti per tali. Riportiamo testualmente le ragioni della sua lezionNote 16 · Pag. 194. Si dava il nome di provincie inferiori o marittime alla parte dell’Asia minore composta della Caria, della Licia, della Pamfilia, Note 17 · Pag. 194. Qui, come anche più avanti al § 19, Boni legge male il testo, il quale non porta Armoge, ma Amorge (Αμόργην).Note 18 · Pag. 195. Uno degli antenati di Alcibiade l’ateniese, stretto per vincolo di ospitalità con uno degli avi di Endio, chiamato Alcibiade, aveaNote 19 · Pag. 195. Qui Boni traduce il Perieci per persona di quei dintorni. Già alla nota 240 del volume I abbiamo accennato che fossero i perieci p
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