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Gli eretici d'Italia, vol. II

DISCORSO XXVIII. NOVATORI IN MODENA. LODOVICO CASTELVETRO. IL CARDINALE MORONE.

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Quell'esuberanza di vita che godeva l'Italia quando le cento sue città conservavano l'indipendenza sotto principi proprj, e che formò il carattere e il vanto, se non la forza della nostra nazione, ci appare singolarmente in Modena, «città piacevolissima d'aere, d'acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle Muse»[124]. Come ai nostri tempi, così allora fioriva d'elettissimi ingegni, fra' quali rammenteremo quei soli che s'attengono al tema nostro. Tommaso Badia (1483-1547) domenicano, fu fatto maestro nel sacro palazzo da Clemente VII, e come tale adoprato a respinger l'errore, poi da Paolo III spedito al colloquio di Worms, del quale diede una relazione al cardinal Contarini; infine ornato della porpora nel 1542. Il Tractatus adversus Lutheranorum errores, che il Rovetta gli attribuisce forse non è se non gli Acta in colloquio Vormatiensi.

Gregorio Cortese, che già lodammo, nato il 1483, educato con diligenza, fu ai servigi di Giovan De Medici ancora cardinale, poi canonico e vicario generale in patria, benchè di soli ventun anno; entrato cassinese nel famoso monastero di San Benedetto di Polirone, e trovandovisi in dottissima compagnia, coltivò gli studj ed insieme la pietà, fin a ricusare risolutamente gli inviti di esso cardinale De Medici; fattovi abate, compì la fabbrica di quel convento e la libreria, dandone egli stesso il disegno e l'indirizzo, e invitando Rafaello a dipingervi. Spedito nel rinuovato monastero dell'isola di Lerins in Provenza, vi stabilì un'accademia, che molti traeva a studiare o ad ascoltare. Era chiesto anche altrove a metter regola e dare esempj, e al fine Paolo III lo pose nella congregazione dei nove (tre erano modenesi) che prepararono il Concilio, e lo fece vescovo d'Urbino.

Il Contarini diceva a esso papa: «Padre santo, io ho in tal conto il Cortese, che mi trarrei il cappel rosso di capo per porlo a lui, il quale molto meglio di me servirebbe la santa sede in questo grado». Il Sadoleto gli attestava, in nessuno trovarsi meglio le condizioni di buon sacerdote: ingegno, consiglio, eloquenza, dottrina, e, ciò che meglio a cristiano conviene, pietà, continenza, religione. Pertanto Paolo III l'ornò cardinale nel 1542, con universale applauso: ma la fievole salute gl'impedì d'adempiere alle tante incombenze onorevoli, e morì il 1548.

Le lettere sue, oltre il merito letterario, spirano candore, pietà e zelo pel vantaggio altrui; nel trattar coi Protestanti, cercava riguadagnarli colla dolcezza, disapprovando quelli che contro loro scrivevano non dirò con ingiurie e scurrilità, ma neppure con ischerzi e celie, dovendo chi indaga la verità mostrarsi mite e modesto sull'esempio di Cristo, il quale non volle tampoco che Pietro minacciasse a chi dicea mal di lui[125]. E in fatti nell'opera sua contro Ulrico Valenio, ove dimostra che san Pietro fu veramente a Roma, porge esempio di posata polemica e ragionata[126].

Reputazione ancor più estesa ottenne Jacobo Sadoleto, nato in Modena ai 12 luglio 1477 da famiglia civile, dov'erano comuni il sapere e la virtù, e da padre illustre professor di dritto. Nelle belle lettere innamoratosi di Virgilio, ancor fanciullo fece un poema De Cajo Curtio; in giurisprudenza a Ferrara ebbe maestro il Leoniceno; in filosofia si applicò ad Aristotele quando veniva di moda Platone; a Roma adottò per motto Sedulus animus spectati mores, ed entrato a servizio del cardinale Oliviero Caraffa, che lo fece prete, acquistò la stima del Bembo, del Fregoso, del Beroaldo, del Valeriano, del Navagero: e morto il Caraffa, passò a servigio del cardinale Fregoso, che possedeva molti libri e manoscritti, raccoglieva i grandi artisti d'allora, e a cui Sante Paguini dedicò la grammatica ebraica.

Leon X, salito papa, lo volle segretario col Bembo, acciocchè le sue lettere uscissero vergate dai più eleganti scrittori in latino e in italiano. In tal posto il Sadoleto potè viemeglio mettersi a contatto de' grand'uomini; frequentava le accademie, coltivava la poesia; e proveduto di soli trecento scudi, pur n'avanzava per comprare qualche manuscritto, qualche anticaglia: esultando allorchè il papa gli regalasse un cammeo, un bronzo, una curiosità bibliografica, ne lo ringraziava in versi. Quando dal Fredi fu disepolto il famoso gruppo del Laocoonte, il Sadoleto lo celebrò con un poema, e il Bembo gli diceva: «Cento volte lessi il vostro Laocoonte. Mago stupendo, non solo voi fate riviver l'immagine paterna, ma la statua stessa mostrate ai nostri sguardi. Non ho mestieri d'andar a Roma per vederla: l'ho sottocchio».

Papa Adriano nulla capiva di tali gusti, sicchè, allorquando vide le minute del Sadoleto disse: Sunt literæ unius poetæ. Pertanto il Sadoleto se n'andò, come tanti altri fecero allora, conducendosi a Carpentras, di cui Leon X l'avea destinato vescovo. Caricò i suoi tesori sopra un vascello, ma la peste gittatasi a bordo, tutta la ciurma morì, e il carico prezioso andò disperso; tot labores quos impenderamus, græcis præsertim codicibus conquerendis undique et colligendis, mei tanti sumptus, meæ curæ, omnes iterum jam ad nihilum reciderunt. Ben presto da Clemente VII fu richiamato a Roma nel 1524; ma vedendo mal avviarsi le cose per la costui oscillante politica, se ne partì venti giorni prima del sacco memorando.

Nel suo vescovado dimenticò il lusso di Roma; soccorreva, educava quei poveri montanari; distribuiva legna all'inverno, grano nella carestia; frenò gli Ebrei usuraj; si oppose alle prepotenze, e con ciò ottenne stima dai Francesi, ma non accettò le esibizioni di Francesco I che se lo voleva a' fianchi. L'ammiraglio di Brion e il conte di Fürstenberg, guidando i Francesi contro la casa di Savoja, rompevano addosso a Carpentras, che coll'armi respinse que' brutali. Irritati, essi cacciaronsi sopra la città per castigarla, come si dice nel linguaggio de' prepotenti; ma il Sadoleto si presenta a loro, e col suo carattere e col suo nome la salva. Intanto scriveva Dell'educazione de' figliuoli, operetta che ancora può leggersi con frutto, ma dove non possiamo non avvertire la poca parte che attribuisce alla religione positiva, egli prelato e così pio. Occupavasi anche di opere scritturali per recare ajuto alla religione dapertutto pericolante, e scriveva a Lazaro Bonamico: Ego opus habeo nunc in manibus ex eo genere quod est in sacris literis positum. Studeo enim pro mea parte ferre opem christianæ religioni, cum ea fere ubique periclitetur, quemadmodum imprimis quidem et debeo et opto.

In fatto, ricordandosi della sua condizione, il Sadoleto attendeva alle cose sacre, studiava san Paolo ed agitava le quistioni d'allora. Quando pubblicò l'interpretazione del Salmo 14, Erasmo gli scriveva d'esser incantato dalla facilità e semplicità della dizione, unita a somma pietà, e soggiungeva: «Se di tali operette ci mandi Roma, confido che molti acquisteranno migliore stima della vostra città, vedendo esservi uomini che i libri arcani non solo eloquentemente, ma anche con santità e pietà sanno trattare». E al Calvi librajo: «M'è in delizia l'opuscolo del Sadoleto; e osservando quell'aureo fiume di dicitura, comprendo quanto il mio rigagnolo sia torbido e meschino, e d'or innanzi mi sforzerò di foggiar il mio stile su questo esempio»[127].

E quando, sulla tanto discussa epistola di san Paolo ai Romani, stampò un commento a Lione nel 1535, Erasmo, lodandone l'ammirabile nitidezza della lingua e la copia ciceroniana, congiunta ad affetto da vescovo, temeva che non tutti l'approverebbero nè lo lasceriano senza appunti. Facile induzione in tempi di discordie.

Si disse non credeva il purgatorio, ma serbiam di esso una lettera al cardinale Cortese, ove dice: Opus jam elucubratum in manibus habeo, nondum expolitum sed tamen ejusmodi, ut ex eo intelligi possit quid ego habeam de Purgatorio persuasi atque certi. Quæ res omnium maxime, hoc perturbatissimo tempore, ab Ecclesiæ (ut scis) hostibus oppugnatur. In quo ego catholicæ suffragor Ecclesiæ: quod sane in omnibus meis et curis et actionibus semper est propositum[128]. Parve anche odorare di semipelagiano intorno alla Grazia, e staccarsi da sant'Agostino; onde il suo libro fu proibito, per istanza del Badia, il quale, sebben suo concittadino, non gliene scrisse tampoco, di che egli «doleasi fin a morte, e quasi non poteva alzare il viso»[129]. Ricorse alla facoltà teologica della Sorbona, e questa pure vi fece appunti e domandò spiegazioni; ma avendo interposto il cardinale Contarini e mandato apologia, la Corte di Roma approvò il suo libro, forse a patto che in nuova edizione modificasse i passi incriminati, che in fatto trovansi variati nelle posteriori[130].

Se ciò indica quanto si estendessero i sospetti, ci rivela insieme l'indole del Sadoleto, il quale fu intitolato dai Francesi il Fenelon della rinascenza. Infatti egli ebbe più volte a scagionarsi, senza però cangiarsi, del mostrare coi Protestanti un'indulgenza, tanto più virtuosa in quanto non nasceva da indifferenza, essendo anzi egli zelantissimo a difendere e diffondere la verità. Oltre le relazioni che vedemmo con Erasmo, egli si tenne in corrispondenza coi caporioni della parte avversa; al Cocleo scriveva: «Mi piace il far vostro, così dolce e moderato: non esasperiamo gli eretici». E soggiungeva: «Non so come m'abbia creato la natura, ma non posso odiare uno per la sola ragione ch'e' dissente dalla mia opinione». E parlando della sua mitezza verso lo Sturm: Decet nos istorum (hæreticorum) insolentiam non exasperare convitiis, quo in genere maxime exultant ipsi, sed mansuetudine retundere, quod proprium officium christiani hominis est. A Giorgio duca di Sassonia scriveva: Nunc tibi mitto oratiunculam quandam meam... ea continet sane modestam (mihi ut videtur) et cuilibet recte judicanti probabilem sanctæ romanæ Ecclesiæ et totius sacerdotii defensionem, adversus probrosas et pene quotidianas Lutheranorum vituperationes.... Ego irritare neminem prorsus volo, nec severe contentiones: hortator enim sum pacis et auctor. Id scribere opto, quod nec Lutherani iniquo omnino animo ferant, et Catholici accipiant æquissimo[131]. Melantone gli inviava tutte le sue pubblicazioni, ed esso diceva: «Se avessi a far solo con Melantone, domani la pace saria stabilita nella Chiesa, ma con Lutero è un altro cantare». E ad esso Melantone ebbe a scrivere una lettera sì benevola, che questi la mostrò a' suoi amici; e Lutero a lodar il Sadoleto, lodarlo gli eretici; lodarlo anche Giovanni Faber, vescovo di Vienna, il quale però soggiungeva: «Vi confesso ingenuamente che il linguaggio sì melato che voi usaste con Melantone rallegrò più d'un Luterano, non dico tutti; mentre afflisse e conturbò molti Cattolici. Voi credeste forse che la vostra lettera resterebbe secreta. V'ingannò il buon cuore; la sciorinano a tutti, l'accompagnano di commenti ingiuriosi alla vostra dignità. Vi credeste più prudente di san Paolo, che di ritorno dal terzo cielo, raccomandava a Tito d'evitare l'eretico»[132].

E il Sadoleto risponde: «Se scrissi a Melantone non fu per farmene un amico, ma perchè speravo col linguaggio affettuoso cattivarlo, e che così ci sarebbe più facile recuperare gli animi dei traviati. Sì, dimenticai la mia dignità, perchè trattavasi della gloria di Dio, della salute de' fratelli, della pace della Chiesa. Ebbi torto: peccai, come voi dite, perchè non conoscevo abbastanza l'uomo a cui scriveva; volevo colla dolcezza cristiana ricondurre all'ovile un de' fratelli smarriti. Se lodai Melantone letterato, elegante scrittore, abile professore, non volli difendere l'errore ch'e' sostiene. Perchè non potrei scrivergli? Gli Israeliti non teneano commercio co' pubblicani?»

Allorquando Calvino staccossi da Ginevra, il Sadoleto credette opportuno di scrivere ai Ginevrini, l'aprile 1539, deplorando i sovvertimenti che recato avea la Riforma nella loro città, dianzi così colta e ospitaliera; geme sui loro mali, e nella persuasione che i novatori non potran trionfare se non per mezzo della rivolta e col conquasso delle libertà civili e religiose; magnifica la grandezza dell'unità cattolica, che con un'unica croce, un unico simbolo vinse il mondo, che sempre senza interruzione insegnò le medesime verità, da san Girolamo fin a Paolo III: stupenda unità, alla quale deve rifuggire chiunque s'intitola cristiano, quand'anche i pastori non fossero sempre stati dolci e miti di cuore come Cristo; che importa se il sole è velato a intervalli, purchè rimanga sempre lo stesso? Il giorno del finale giudizio (soggiungeva), due anime compariranno davanti al giudice supremo. Una dirà: «Mio Dio, nata e cresciuta in seno alla vostra Chiesa, tenni i suoi precetti quali gli avevo ricevuti dalla vostra bocca. Venner a me novatori, colla Bibbia alla mano, cercando sommuovere il mio cuore, svilendo il papato, insultando alla madre nostra, predicando la disobbedienza e la rivolta: io stetti fermo nella fede de' miei padri, nella credenza de' nostri dottori, negli insegnamenti de' nostri pastori. Lo sfarzo d'alcuni pontefici, lo scandalo de' lor costumi, il fasto delle dignità offuscarono bensì i miei occhi, ma io gli obbedii senza giudicarli, io pover'anima, improntata in fronte col peccato. Signore, eccomi a invocare meno la vostra giustizia che la misericordia».

L'altra dirà: «Al veder i nostri preti superbi e ricchi, spesso coperti d'oro e di peccati, montai in collera: io vissuto nella meditazione della tua santa parola, rimasto indigente in una Chiesa, ove le mie fatiche e il mio sapere m'avrebber dovuto elevare alle dignità, n'ebbi dispetto, e presi la penna contro i pastori per distruggerne l'autorità: ne assalii la dottrina, intaccai la liturgia, il digiuno, le astinenze, la confessione; esaltai la fede e depressi le opere; domandai il tuo sangue, e l'offersi in olocausto pe' miei peccati».

Il giudice eterno che dirà? Se v'è una Chiesa, l'anima fedele non potè peccare, mantenendone i segni, i simboli e la parola: se anche questa Chiesa, avesse mai potuto errare, il Signore potrebbe condannare chi fallì solo per amore ed obbedienza? Ma l'anima che inorgoglisce sol nel proprio sentimento, che ha per patrono soltanto il proprio interno, qual ne sarà la sorte?

E finiva esortandoli a tornar alla verità. «Se i costumi nostri vi stomacarono, se alcuni di noi colle colpe offuscarono la fronte immacolata di questa Chiesa, voi potete odiar noi, ma non la nostra parola e la nostra fede, essendo scritto, Fate ciò ch'essi diranno».

L'orazione, tutta piena di sottili interpretazioni di san Paolo, è troppo lunga perchè divenisse popolare: e tanto meno essendo latina, e finita d'artifizi retorici e di sottigliezze scolastiche: pure va fra quanto di meglio nelle contenzioni d'allora io abbia veduto.

Non è in tempi di commozione che alle voci concilianti s'ascolti. Si pensava a fargli rispondere, ma tant'era la reputazione del Sadoleto, che niuno l'osava: onde Calvino, benchè allora espulso, offrì la sua penna, e fece una risposta famosa. In quella espone i dogmi suoi, come antichi: appartener egli alla chiesa di san Basilio, di san Crisostomo, di sant'Ambrogio, di sant'Agostino; e cerca infirmar l'autorità di «quest'uomo, fin dalla puerizia imbevuto nell'arti romane, in quella officina d'astuzie e di tranelli».

Passando incognito da Ginevra, il Sadoleto cercò dove abitasse Calvino: gli fu indicata una modesta casa e avendo battuto, il riformatore venne egli stesso ad aprirgli in abito dimesso. Conversarono lungamente, ma l'uno non potè convincer l'altro, e Calvino gli protestò che, nell'osteggiar la Chiesa di Roma, non avea preso consiglio dal sangue e dalla carne, ma dal puro desiderio di glorificar Dio e difendere la fede.

Il Sadoleto ha più d'una lettera a Federico Fregoso arcivescovo di Salerno dissuadendolo, dallo studiar troppo l'ebraico, o almeno di preferirvi il greco e il latino[133]. Le ragioni che adduce non contenterebbero certo gli ermeneutici, ma provano che vi si badava.

Di nuovo Paolo III lo chiamò a Roma nel 1536; e ornatolo della porpora, lo pose tra quelli che stesero il Consilium delectorum cardinalium[134].

Più volte dovette egli accompagnare i papi o viaggiar per affari: venerato dapertutto, e attivissimo malgrado la tenue salute. Scriveva a Carlo Gualteruzzi il 20 marzo 1544 come desiderasse ritirarsi dal vescovado, «oltre che tutti i disegni e desiderj miei son oggi più che mai fossero, allontanati dalle cure di queste cose e mareggi nostri mondani e volti allo studio e contemplazione delle cose divine, al qual esercizio spero nella benignità di Dio, ch'io potrò fare qualche miglior frutto, e per me e per altri, o a questi o altri tempi, che far qui nell'altre mie azioni non mi è stato concesso».

Finalmente morì a Roma il 18 ottobre 1547.

Altri begli ingegni ornavano allora Modena, fra' quali menzioneremo Ercole Rangone, che fu vescovo di Rovigo, poi della patria sua e cardinale (1530): Pietro Bertani, de' Predicatori, adoprato dal papa in affari scabrosissimi; fatto vescovo di Fano, poi cardinale; Antonio Fiordibello, uom di moltissime lettere, versato in ambascerie e nel Concilio, e segretario del cardinale Polo, che recitò un'orazione De auctoritate ecclesiæ davanti a Filippo e Maria regina quando la religione cattolica venne ripristinata in Inghilterra. Panfilo Sassi fu portento di memoria: e avendo un poeta da colascione recitato certi versi in lode d'un podestà, il Sassi levossi tacciandolo di plagiario, ed avergli involato versi suoi, e per pruova li recitava; onde grande stupore e mortificazione nel povero ciclico, finchè si rivelò la burla. Legato a principi e nobili, al tumulto aulico preferiva il ritiro e lo studio, talvolta lesse Dante e Petrarca commentandoli, con gran concorso di persone. Potremmo aggiungere il famoso legista Cesare Castaldo, Camillo Coccapani, Fulvio Rangone, il poeta Molza, e quel che vale per cento, lo storico Sigonio.

Fra questi era assiduo Giovanni Grillenzoni, che, scolaro devotissimo del Pomponazio, di questo raccolse le lezioni, neppur omettendo gli scherzi onde talvolta le condiva. «Io non so, se altra patria sia tanto obbligata ad alcun suo cittadino privato per esempj e per cose civili ben fatte, quanto Modena è obbligata a Giovanni Grillenzone. Erano sette fratelli, tra' quali egli non era il maggiore nè il minore; cinque avevano moglie e figliuoli, e alcuni erano reputati, ed erano di natura fieri e bizzarri, e incomportabili; e nondimeno tanta fu l'autorità sua verso i fratelli, che fece, che, dopo la morte del padre loro, che fu dell'anno di Cristo 1518, stettero tutti con la moglie e co' figliuoli in una casa, vivendo in comune con somma concordia, senza pure una parola acerba tra loro avervi, infino all'anno 1551, nel qual anno, morto lui, che era il legame che riteneva i fratelli insieme, si divisero separando ciascuno sè dagli altri. Ciascuna donna aveva la sua fante, che serviva alla camera, e eranvi le fanti, che servivano tutta la casa per far mangiare e bucato e simili cose, e ciascuna delle donne prendeva il reggimento della casa la sua settimana a vicenda, comandando alle predette fanti, e ciascuna faceva far pane e bucato la sua settimana. Mangiavano in una sala capace i sette fratelli e le cinque donne ad una tavola, e i figliuoli maggiori; ma i minori, che non erano meno di quarantacinque o di cinquanta, in quel tempo medesimo ad una tavola più bassa nel cospetto de' padri, e delle madri, e de' zii, ed erano serviti dalle sorelle più grandicelle. Mangiavano ancora alla tavola più alta con esse loro i forestieri, i quali erano assai e continui, conciosiacosachè la predetta casa fosse un pubblico comune albergo de' letterati e d'altre persone di valore, che passavano per la città di Modena, e molti s'invitavano da sè, non essendo chiamati per vedere quest'ordine e concordia, parendo loro cosa non mai più vista e miracolosa. Niuno de' predetti fratelli era ozioso e scioperato. Egli era medico, un altro era giudice, un altro speziale, un altro mercante da panni di lana, un altro avea la cura della casa, e un altro attendeva a quella della villa, e un altro era prete. E quantunque le facoltà non fossero molte, nondimeno per l'ordine e buon governo bastavano a tanta spesa».

Parlato degli studj del Grillenzone, dell'adoperarsi ch'e' fece, perchè fosse chiamato in Modena Francesco da Porto a insegnar pubblicamente lingua greca, soggiunge che, quando questi dovette trasferirsi a Ferrara, «ordinò, che in casa sua ogni giorno fossero lette a certa ora due lezioni, una latina e l'altra greca per coloro che fossero più sufficienti, e erano stati discepoli del Porto, e a chiunque vi voleva intervenire. E così furono interpretati i più difficili libri della lingua latina, e fra gli altri Plinio dal principio al fine, e i più difficili della lingua greca. Si leggeva senza pompa di parole, di prologo, nè s'interpretavano se non i passi più difficili, sopra i quali ognuno degli ascoltatori poteva dir liberamente il parer suo, e si faceva giudicio delle cose lette, e specialmente delle cose de' poeti, approvandole o riprovandole. Il qual giudicio era di gran giovamento a' giovani, de' quali alcuni sono riusciti uomini valenti. Fu egli autore che s'ordinassero certe cene a certi tempi dell'anno, nelle quali interveniva solamente un certo numero di persone, che per l'ingegno potessero ubbidire alla legge delle cene, e ciascuno della brigata faceva la sua cena, la quale, per legge ordinata e approvata da tutti, era limitata e di quantità, e di qualità di vivande e di giuochi e di simili cose. E in ciascuna cena era proposto alcuno esercizio ingegnoso, come che ciascuno dovesse comporre epigramma greco o latino, o sonetto, o madrigale sopra alcuna o alcune vivande recate in tavola, o che niuno potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della cena prima domandava, nè domandare con quel modo di parlare col quale fosse stato domandato o da lui o da altri altra volta; nè gli era dato se non ne domandava; che ciascuno dovesse dire tutti i proverbj che erano intorno ad alcuno animale terrestre o acquatico o celeste, o tutti i proverbj che sono intorno ad un mese o ad alcun santo o ad una famiglia della città, o che ciascuno dovesse dire una novella della vita di Tommaso dal Forno vescovo Gerapolitano, e simili cose».

Chi così parla è Lodovico Castelvetro, bello scrittore e critico arguto, nato pure a Modena, dove aveva imparato l'ebraico da David, giudeo modenese, «filosofo e teologo da non sprezzare»: il provenzale da Giammaria Barbieri, che in Francia avea studiato i trobadori, e volea dedur l'italiano dalla costoro favella. Il Gravina attribuisce al Castelvetro il titolo di «Varrone della lingua vulgare», e per avventura egli ci ha maggior merito che non il Bembo; mostrò conoscere altri idiomi, e non la filiazione ma la fratellanza del nostro col provenzale.

Più tardi egli pubblicò la Poetica d'Aristotele, con bastante erudizione, riflessi sottili, critica assennata e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire; osa criticare Virgilio; imputa a Dante la pedanteria di parole scientifiche, inintelligibili al popolo; all'Ariosto i plagi e l'infedeltà storica; e osò dire che in Ispagna e in Francia v'avea poeti grandi quanto in Italia. Libertà di giudizio che scandolezzava gli umanisti.

La presenza o il ricordo di tali personaggi doveva inanimare gli studj in Modena; e non una vera accademia, ma una brigata di letterati vi si era costituita, alla quale col Castelvetro appartenevano i già detti Giovanni, Francesco e Bartolomeo Grillenzoni, don Giovanni Beretta, Nicolò Machella medico, il dottore Filippo Valentini, Camillo Molza, Gabriele Faloppio, allora empirico, dappoi famoso anatomista; Pellegrino Degli Erri, Francesco Camurana, Lodovico del Monte ed altri. Aggiungiamo Francesco da Porto, venuto povero fanciullo da Creta a studiare a Padova poi a Venezia, e rimasto in Italia ad insegnar il greco in molte città, e alla Corte della duchessa di Ferrara (1546).

Accoglievansi costoro alla spezieria de' Grillenzoni sul mercato delle ova, sotto al palazzo dell'economo ducale; e talvolta erano tanti, che il passaggio per la via ne restava impedito. Quando poi se ne levavano, mostravano andar a prendere la perdonanza alla Madonna delle Fosse fuor città, per continuar meglio a discorrere fra loro.

In que' ritrovi spiegavansi Dante, il Petrarca, i filosofi anche greci; e nella inclinazione introdottasi di raffacciare la bellezza e limpidezza classica alla barbarie scolastica, ne prendeano titolo a censurare gli scrittori ecclesiastici, e vantare le dottrine degli eretici. Da ciò passavano a divertirsi alle spalle de' predicatori avveniticci, che per verità si prestavano troppo alla celia. Nel 1532 in quel duomo frà Francesco Filauro da Castrocaro, minore osservante, pubblicò un breve di Gesù Cristo, steso secondo le formole della curia romana, intestato Jesus episcopus ecc. e datum in paradiso terrestri, creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno æterno, e confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario; nel qual breve era approvata e confermata d'autorità divina la regola dei Minori Osservanti.

Se ne rideva fuori, e talvolta fin in chiesa levavasi qualche accademico o altro galantuomo per dire, «Cessate coteste buffonerie»; oppure, «Ciò non è vero»; e li costringevano a scendere dal pergamo; e la cosa arrivò al punto, che predicatori non voleano più venire in quella città.

Naturalmente si vide in ciò un'adesione alle eresie; e nel 1536 Paolo III ingiunse al vescovo di ricercare e punir i colpevoli; nel 1539 vi mandò un inquisitore per esaminar le case monastiche, sospette d'errori[135].

Don Serafino da Ferrara agostiniano, nel 1537 predicando l'advento in quel duomo, si dolse cominciassero a spargersi le eresie luterane, e addusse in pruova un libriccino, allora allora introdotto. L'aveva egli sorpreso nella camera della signora Lucrezia Pico, vedova del conte Claudio Rangone, ed esaminatolo coll'inquisitore, avealo deferito al vicario del vescovo acciocchè indagasse chi l'avesse scritto, e chi intromesso. Il titolo del libro era: El summario de la Sancta Scriptura et l'ordinario de li Christiani, qual demonstra la vera fede Christiana, mediante la quale siamo justificati, et de la virtù del baptesmo secondo la doctrina de l'evangelio et de li apostoli, cum una informazione come tutti li stati debbono vivere secondo l'evangelio. Comprendeva trentun capitoli: in fronte l'effigie dei santi Pietro e Paolo, senza nome di stampatore o d'autore, ma pare fosse d'uno degli accademici, i quali certo ne presero la difesa[136].

Nel febbrajo del 1538, in casa del fisico Machella tenevasi un banchetto da nozze, quando si presentano tre trombetti sonando come allorchè s'ha da pubblicare le gride: e due maschere, montate sopra una credenza, leggono e commentano una carta piena di vituperj contro esso padre Serafino, per aver dichiarato ereticale un libro, che dodici letterati di Modena erano pronti a difendere; intanto dicevan ingiurie a donne devote de' frati, e massime alla signora Lucrezia, la quale pensava introdur la setta della contessa di Guastalla della perfezione, cioè un ricovero di matrone dedite alla pietà, come le signore della Guastalla, istituite da quella contessa a Milano.

Si scoprì che i mascherati erano Antonio Bendinelli lucchese[137], tagliacantone ch'era stato soldato sotto agli Strozzi e al Valori, poi venuto pitoccando a Lucca, vi s'era posto maestro di leggere, indi di grammatica: egli e un altro maestro furono arrestati, ma presto dimessi perchè que' bandi non infamavano alcuno. Essendo però frà Serafino tornato l'anno dietro a predicare, trovò sconciamente insozzato il pergamo[138].

Di rimpatto si applaudiva a chi paresse nelle prediche favorire le sentenze nuove, come frà Antonio della Catellina minor conventuale nel 1539, che fu vantato per non so quali proposizioni: del che sbigottito, egli ne fece solenne ritrattazione. Paolo Ricci siciliano, minor conventuale e maestro di teologia in Napoli, deposto l'abito e abbracciate molte credenze nuove, le annunziava sotto il nome di Lisia Fileno. Venuto a Modena nel 1540, tolse a spiegare le epistole di san Paolo nel senso nuovo. Accorreasi in folla a udirlo, e non solo ne' dotti ma fin nel vulgo entrò il farnetico, di disputare sulla fede nelle case, nelle botteghe, nelle chiese, allegando a casaccio san Paolo, san Matteo, san Giovanni e altri dottori che mai costoro non aveano veduti. Il duca di Modena fece arrestare il Fileno, e quantunque l'accademia ne assumesse il patrocinio, fu condotto a Ferrara, ivi processato e costretto a ritrattarsi. Nella cronaca manoscritta di Alessandro Tassoni il vecchio, vissuto dal 1488 al 1562, leggiamo al 1540:

Eodem anno venit quidam Philenus in civitate Mutinæ, et multi Mutinenses receperunt eum libenter, tamquam hominem literatum et doctum in sanctis scripturis. Et cœpit legere æpistolas Pauli, et docere sanctam scripturam occulte, idest solum eis quos sciebat esse suos fautores, quia erat hereticus: et in civitate Mutinæ erant multi sequentes suas opiniones etiam antequam venisset. Sed postquam venit, auctus est numerus: et primi confirmati ab ipso sunt. Et non solum ubicumque homines cujuscumque conditionis docti et indocti et ignari literarum, sed et mulieres, ubicumque occasio dabatur, in plateis, in apothecis, in ecclesiis de fide et lege Christi disputabant; et omnes promiscue sacras scripturas lacerabant allegantes Paulum, Mattheum, Joannem, Apocalipsim, et omnes doctores quos numquam viderant. Et cum dictus zizaniæ seminator esset in villa Stagiæ cum aliquibus civibus Mutinæ suæ sectæ, captus fuit a stipendiariis ducis Herculis Estensis, et missus in carcere in Castro Mutinæ ad istantiam Inquisitionis patrum sancti Dominici. Et sic examinatus pluries, tandem quadam nocte duxerunt eum Ferrariam, et illic diligenter inquisitus et examinatus, tandem retractavit omnes opiniones hereticas, subdens se Ecclesiæ catholicæ, et condemnatus fuit ad perpetuos carceres pro pœnitentia. Nec per hoc Mutinenses sequaces harum hæresum sunt conversi. Sed in sua obstinatione permanserunt, sed non omnes. Verum est quod, propter metum, aliquantulum abstinuerunt se colloquiis et disputationibus publicis. Hæc sunt retractationes dicti Phileni, publice in civitate Ferrariæ factæ.

«Io Lisia Fileno, alias Paolo Riccio siciliano, constituto personalmente in judicio avanti a voi, reverendo monsignore Ottaviano de Castello, vescovo di San Leone e suffraganeo e vicario del reverendo cardinale Salviato vescovo di Ferrara; e di voi, reverendo frate Foscherara di Bologna, inquisitore della eretica pravità, dalla santa sede apostolica delegato specialmente, toccando con le mani li santi Evangelji, giuro ch'io caddi; e col cuore confesso e con la bocca quella fede, che la Romana Chiesa crede, confessa, predica et osserva; e conseguentemente abjuro e renego ogni eresia di qualunque condizione si sia, che altre volte abbia tenuto. Item giuro e confesso la Chiesa Romana, alla quale tutti i Cristiani debbono dare obbedienza, massime quanto appartiene allo spirituale, e sono tenuti tutti li Cristiani all'osservazione di quella. Item giuro che l'uomo sia di libero arbitrio così al ben, come al mal operare, benchè non possa operare operazione meritoria a vita eterna senza special grazia dello Spirito Santo. Item giuro che il Purgatorio si ritrova, per il modo che la Chiesa romana insegna. Item che l'anima de' santi et altri giusti defunti, che con grazia del Signore sono passati di questa vita, sono entrati in cielo a fruire le delizie del Paradiso. Item che li santi e le sante canonizzati dalla Chiesa, le anime de' quali sono entrate in cielo, si possono invocare in nostro ajuto, come avvocati et intercessori nostri appresso di Dio e Cristo salvator nostro. Item giuro che la confessione sacramentale sia de jure divino, e che li Cristiani siano obbligati de necessitate salutis a confessare li suoi peccati al sacerdote, e che sono obbligati all'osservanza della quadragesima e degli altri digiuni di precetto, nel modo che la santa Chiesa comanda. Item che la messa è tutta santa, la qual messa debbono udire così gli uomini come le donne nelle feste di precetto, e che ci stia sino alla fine, e non solamente sino che è finito l'evangelo. Item, che è lecito, et alcuna volta laudabile e virtuoso far voto a Dio e ai santi; e quando son fatti, si devono necessariamente adempiere, non essendo commutati dal superiore. E che è laudabil cosa a dir l'uffizio della Madonna e la Salve Regina mater misericordiæ, con altre orazioni approvate dai santi pontefici. Conseguentemente abiuro e rinego quelle eresie dannate da santa Chiesa, che falsamente affermano contro a quello che di sopra ho affermato, e così ogni altra eresia».

Peggioravano la causa buona certi frati che, per gelosie d'ordine, contendevano fra sè dal pulpito, l'uno disapprovando l'altro; e alla cautela presa che nessuno montasse in pergamo senza licenza del vicario generale non si badava. Tra quegli oratori fu l'Ochino, che nel 1541 al 28 febbrajo passando per recarsi a Milano, fu chiesto di predicare in duomo, e v'attirò folla grandissima, e l'accademia lo pregava a restar la quaresima, del che egli non potè compiacerli.

L'avvenimento capitale in Modena era dunque il predicatore. Parlava ortodosso? veniva fischiato. Era dissenziente? veniva applaudito, ma denunziato e costretto a disdirsi. Fra altri, Giovanni Berettari Poliziano, modenese, contato fra' migliori poeti e maestro in casa Molza, datosi tutto alle sacre carte, spiegava le epistole di san Paolo con gran concorso, e disse pure che le preghiere in latino non poteano piacere a Dio. Per questo citato dal sant'Uffizio e non comparso, in contumacia fu condannato il 2 aprile 1541. Corse a Roma, e coll'assistenza del poeta modenese Molza, che stava col cardinale Farnese, ebbe dichiarazione d'innocenza. Sottoposta però la sua causa a nuovo esame, venne obbligato a ritrattare alcune proposizioni.

Soggiungiamo una lettera in proposito.

All'illustrissimo et eccellentissimo signore signor mio singolarissimo il signor duca di Ferrara.

Modena alli 18 d'aprile 1540.

Vostra eccellenza deve sapere come questo anno in questa città si fa il Capitolo delli frati di Santo Agostino, il qual'hora si ritrova essere principiato: e perchè pare consuetudine che, per il tempo ch'egli dura, il pergamo della chiesa cathedrale suol essere deputato a quella religione, il Capitolo della quale si celebra, acciochè li frati d'essa possano predicarvi a lor piacere, egli così havendolo domandato qui questo anno, il reverendo vicario di monsignor il vescovo ricercatone, anche dalli magnifici conservatori, s'era contentato che essi, secondo il solito, l'havessero. E perchè si ritrovava essere qui un frate di zoccoli, qual vi predicava, ben comportato dal precitato vicario et con licenza sua, e per certe conclusioni quali gli erano state mandate dalli precitati frati di Santo Agostino, per le quali s'erano scambiate alcune parole tra il precitato predicatore di zoccoli et il frate che gliel haveva portate era nata qualche altercatione et alteration dell'animo d'esso predicatore, per la quale pare che nella predica del venerdì lui con qualche parola pungesse questi frati de Santo Agostino; havendone loro inteso qualche cosa, mandarono alla sua predica di hier mattina due deli loro frati, dali quali esso fu notato che, nelle due infrascritte cose, havesse predicato a carico della loro religione: l'una che raccomandando lui al popolo li detti frati de Santo Agostino acciò che gli porgesse ajuto de limosine in questo Capitolo, haveva soggionto, che, oltra questa limosina attuale, pregava ii popolo che ne facesse anche loro un'altra spirituale, cioè di pregare Dio che inspirasse li cuori di tutti quei frati a fare elettione de predicatori et confessori, li quali predicassero et confessassero più catholicamente che fin qui non havevano fatto: l'altra che, annonciando al popolo il giubileo e plenaria indulgenza che haveva concessa Nostro Signore a questi frati per questo loro Capitolo, haveva detto: Io credo bene che sarò forsi riputato un buffone da loro, facendomi essi annonciare quell'in che non credono. E così essendosi per detti due frati di Santo Agostino, quali havevano udita questa predica, riferito à tutti li altri questi due punti, vennero dopo desinare a me alcuni de' loro, mandati in nome di tutto 'l Capitolo, li quali mi dissero quanto io ho soprascritto a vostra eccellenza della consuetudine del deputare il pergamo del Duomo alli frati che fanno il Capitolo, et della promissione che n'era stata fatta loro, la quale non ostante ci predicava un frate di zoccoli, il che loro dicevano non curare però molto, perchè poteva predicare nella loro Chiesa. Ma che ben havendo il Capitolo inteso che nella sua predica di hier mattina il detto frate haveva nelle sopraddette due cose tassato et infamato molto tutta la loro religione, n'haveva sentito incredibil dispiacere, et tutti li frati se n'erano gravati, et che essi in nome de tutti erano venuti a dirmi che, desiderando loro giustitia dalle false calunnie che gli erano state date, volevano questa mattina predicare sul detto pergamo del Duomo un loro frate secondo l'ingiuria che da esso pergamo gli era stata fatta, overo quando pur quest'altro di zoccoli ci dovesse predicare loro voleano similmente mandare loro frati, li quali gli rinfacciassero tutto quello che haveva detto della religione essere falso, mostrandosi in questa cosa molto offesi d'esser talmente ingiuriati, che non potevano senza gran disonore lasciar di risentirsene. Io che cognoscevo che, quando non havessi messo le mani dinanzi a questo loro animo, poteva facilmente per questa gara nascere qualche gran seditione et disordine, non quanto fosse per li frati soli, che quando la cosa havesse dovuto solamente passare tra frati e frati non me ne sarei curato; ma per rispetto di quelli della terra, li animi delli quali havrebbono potuto applicarsi qual ad una openione et quali ad un'altra, et massimamente essendovi pur molti cervelli intelligenti et svegliati come ci sono; e però parendomi mio debito provedergli con ogni studio, risposi loro, che di quanto mi riferivano essere stato predicato da questo frate a carico della loro religione io non sapevo cosa alcuna, perchè non ero stato a quella predica, nemeno da altri n'havevo sentito ragionare: ma che bene tenendo il luoco che tenevo, l'uficio mio era di non lasciare pullulare contese nè discordie, ma di spegnerle et conservare la unione e la pace in la città, e che ricordavo anche loro che era cosa molto più conveniente a buoni religiosi il trattare questa cosa amichevolmente et fra poca brigata, che esclamarne et contenderne publicamente; e che, fin che fra loro non erano d'accordo, io non volevo che nè l'uno nè l'altro predicasse nel Duomo. Loro mi risposero essere apparechiati a parlarne in presenza mia col precitato frate zoccolante, e che ogni volta che lui disdicesse quanto l'haveva detto a carico della religion loro erano satisfatti, et metterebbono la cosa in silentio. E mi ricercarono che io lo mandassi a chiamare, il che non mi parendo de fare così improvisamente, mandai prima a chiamare il reverendo guardiano di essi di zoccoli, il qual venuto e me insieme con un altro frate di suoi, qual diceva essere stato a quella predica, et essendosegli comunicato la doglianza che facevano questi frati de Santo Agostino, esortandolo a vedere d'accomodare questa differenza, lui respose essere nuovo di questa cosa perchè non era stato alla predica, e che quando pur esso predicatore havesse detto qualche cosa di dispiacere alli Augustiniani, l'haveva forsi fatto provocato da colera per una mentita che gli haveva dato quel frate che gli portò le conclusioni. Et il frate che era col precitato guardiano, et che diceva essere stato alla predica, affermava chel predicatore non haveva detto quelle cose del modo che le esponevano li frati de Santo Agostino. Replicavano il contrario li augustiniani, et dicevano havere già fatto examinare molte persone, le quali erano state alla predica, et che havevano deposto la cosa nel modo che loro la narravano, e che se il frate di zoccoli era stato ingiuriato da alcuno delli loro, doveva modestamente dolersene a li suoi superiori, li quali non seriano mancati di farne opportuna dimostratione, e non in publico biasimare tutta una religione, e mettere male impressioni nelle orecchie delli auditori, et tanto maggiormente che, come diceva il procuratore generale d'essi Augustiniani qual si ritrovava presente a questo ragionamento, era di pochi mesi inanzi stata fatta una constitutione da molti reverendissimi deputati da nostro signore che nel pergamo niun frate dovesse predicare a carico d'alcuna religione: ma se si haveva notitia che alcuno fosse in qualche errore o incredulità, si deferisse alli precitati reverendissimi deputati. Finalmente, di parere del precitato guardiano si mandò a chiamare il precitato predicatore di Zoccoli che dicono sia un frate Francesco Farino de Monferrato, e così venuto dinanzi a me, li precitati Augustiniani cominciarono a replicare il sopra detto, lui havere detto a loro carico, gravandosi delle calunnie che lui gli haveva date, et instando che lui le negasse overo, le disdicesse, altrimenti che essi se ne risentirebbono davanti altro più competente giudice, et non tacerebbono anche quanto incontro potevano dire. Il prefato predicatore con molta patientia e con tutta quella consideratione che havrebbe potuto fare, cominciò a dire che li frati adversarj dicevano la bugia, et lo imputavano di quel che esso non haveva detto; riferendo quanto alla prima oppositione havere simplicemente detto chel popolo pregasse Dio ad inspirare quei frati che facessero elettione di predicatori et confessori che predicassero et confessassero catholicamente: e non havere detto che quello non havevano fatto sin qui. Quanto alla seconda, havere detto che se tutti li frati di Santo Augustino fossero come erano alcuni dei loro, lui sarebbe riputato un buffone a predicare per loro quel che non credevano. Se per la prima li Augustiniani, anchor che dicessero haverne molte prove, mostravano restare satisfatti, poi che lui proprio s'era disdetto, sopra la seconda si dolevano di lui in qualunque modo sel havesse detta, dicendo che fra loro non conoscevano alcuno nè pur un solo che non credesse catholicamente, ma che tutti si riputavano fedelissimi Christiani. Sopra questo il precitato frate cominciò a nominargli un certo frate Giulio di Santo Augustino, qual diceva essere già stato perseguitato per incredulo; al che essi Augustiniani respondevano che frate Giulio non era delli loro, ma era delli Conventuali. Questo alla prima vedendo esso predicatore che li precitati Augustiniani toglievano la sua resposta per una disdetta, cominciò ad adirarsi, et a dire che per questo lui però non si disdiceva, ma quanto haveva detto, era ben detto e che non venisse voglia alli adversarj d'andarsi gloriando d'haverlo fatto disdire, perchè così non era l'animo suo, et che, anchor che lui fosse qui di transito et gli importasse il partire, voleva però predicare ancho questa mattina acciò che li precitati Augustiniani non dicessero che, se ne fosse fuggito, e cominciò ancho a tassare uno d'essi Augustiniani, qual ha predicato qui questa quaresima, che havesse messo in dubio il purgatorio, come a lui era stato riferito, il qual predicatore di Santo Augustino respose non havere mai parlato parola del purgatorio in le sue prediche, e che quanto lui haveva predicato era stata vera dottrina christiana, et era paratissimo a così sostentare: e quando gli fosse fatto constare d'havere mal detto, che nol credeva ridirsi con la propria lingua. Et così essendo sin presso a sera durata questa quistione senza pigliare forma d'acquetarsi e concordarsi, et in la quale anchor che quei frati di Santo Augustino sempre procedessero molto costumatamente e con humanissime parole, nondimeno quell'altro di zoccoli per il primo procedeva rottamente et in colera, io li risolsi chiaramente che io non volevo che loro mi mettessero la città in conquasso et in rotta con le sue discordie et suoi dispareri. E che però, quando fra loro non rimanessero d'accordo, non pensassero alcun di loro di predicare questa mattina nel Duomo perchè non mi pareva che l'havessero a fare così partiti da me. E sapendo che havevano a ridursi al precitato vicario, feci tal ufitio, et tenni tal modo con lui, che 'l dispose quel frate di zoccoli a non predicare altrimente questa mattina nel Duomo; ove lui così non ha predicato, nè meno vi ha predicato alcuno di quelli di Santo Augustino. Non tacerò che quello di zoccoli disse ancho questa parola; E ci sono stati di vostri frati che sono andati vantando che monsignor Augustino, qual ha predicato quest'advento in Ferrara, n'ha fatto fuggire don Calisto. Al che li Augustiniani resposero che queste erano parole impertinenti e che li Augustiniani non potevano havere detto questa cosa non appartenente a loro, perchè monsignor Augustino non era delli suoi ma è conventuale.

Il tutto ho voluto, parendomi di qualche importanza, fare sapere a vostra eccellenza togliendo solamente il succo e la sostanza di infinite parole che dall'una parte e l'altra furono dette e replicate, e così questa mia glie ne sia per aviso.

La qui alligata è resposta di quella che, addì passati, vostra eccellenza scrisse all'illustrissimo signor duca de Mantova contro quel Guido Del Fante, la qual ha fatto buon frutto. Spero che sua eccellenza con una sua patente data in mano a questi adversarj de Guido comette che, in qualonque luogo del suo Stato egli capiterà, li suoi uficiali gli debbano fare porre le mani adosso et ritenerlo, il che acciò che così possa succedere, li precitati suoi adversarj non mancheranno d'osservare tutti li suoi andamenti per farlo incappare nella rete.

Nè altro mi occorre dire a vostra eccellenza alla qual bacio le mani.

Di vostra signoria illustrissima et eccellentissima

Umil. servitore Battistino Strozzi.

Il libretto ereticale che accennammo fu arso in Roma, e Paolo III andava a scagliare la scomunica contro tutta l'accademia modenese, se il cardinale Sadoleto non si fosse interposto. Sempre incline alla mansuetudine, egli scriveva il 12 giugno 1542 al Castelvetro, che il giorno innanzi in concistoro s'erano portati dei dubbj intorno alla fede d'essi accademici; egli aver mitigato il pontefice: ma gli esortava con paterna tenerezza ad attestare il loro attaccamento alla Chiesa cattolica, e dissipare i motivi di sospetto; e avendo essi risposto com'e' desiderava, ne li congratula, e gli esorta a diriger tutti insieme al papa una lettera protestandosi veri e fedeli figliuoli della Chiesa romana[139].

Gl'imputati cercavano o giustificarsi o scusarsi scrivendo ad esso Sadoleto. Il Castelvetro al 2 luglio lo assicura che il concetto che di lui porta è verissimo, cioè che io non ho opinione alcuna indegna di cristiano vero, nè mai mi feci, fo e farò sospetto d'opinioni nuove e non usate appresso i nostri maggiori, uomini santissimi», e meraviglia come i calunniatori possano brigarsi di lui, che vive tanto appartato.

Alessandro Milani[140] al 3 luglio riflette come i suoi studj sieno di lettere mondane anzichè di sante scritture, e come ami la pace, «la quale non potrebbe essere da maggior incomodo turbata che da quello che la novità delle opinioni apporta»; che la vita sua «nelle cose esteriori non si parte dalle consuetudini della sacra romana Chiesa».

Il Da Porto ai 7 luglio 1542 volgeva al Sadoleto questa lettera: «Le mie opinioni Dio conoscitor ottimo delli umani cuori sa se nuove o sinistre le sieno; e quando ben fossero, per il mio gran silenzio e per la natural inclinazione mia, nemica di dar disturbo e d'offender persona vivente, non potrebbero nuocer ad alcuno, non che facendo tutto il contrario; conciosiacosachè io nè in opinione, nè in fatti, nè in detti mai mi sia discostato, nè sia per discostarmi da quel che ha tenuto e tiene la Chiesa cattolica, sì perchè mi pare che la professione cristiana lo richieda, come per vedere che, altrimenti operando, non vi sarebbe nè l'onore, nè l'utile mio: nè posso farmi a credere che quei gentiluomini, che alla mia disciplina hanno affidato ed affidano il loro sangue e li loro figliuoli avessero ciò fatto se di me avessero pur una minima suspizione d'empietade».

Con maggiore ampiezza risponde il Grillenzoni ai 3 luglio, narrando come, dodici anni fa, capitato a Modena un crotoniate che sapeva di greco, egli, il Castelvetro, il Falloppio ed altri sel presero a maestro. Il vulgo diede a quest'unione il nome d'accademia, e i maligni aggiungevano che interpretassero le sacre scritture. Venuto poi Francesco Da Porto, meglio procedettero nello studio del greco; e ne crebbero le dicerie, quasi costui fosse non cristiano, ma turco, e i Domenicani, «li quali non vorriano che nelle cittadi fossero altre lettere che le sue, dieder alla lor compagnia il titolo di luterana, e viepiù dacchè la città stessa stipendiò il Da Porto, del quale possono rendere giustizia quanti il conoscono, e gentiluomini bolognesi e reggiani che l'ebber in casa, e il Moroni vescovo e i monaci di San Pietro coi quali sempre ha conversato. Ma che dirò io di me (soggiunge), il quale mai non vidi nè Testamento vecchio nè nuovo, nè mai autore alcuno della scrittura sacra; nè mai fu nel mio studio autore alcuno ecclesiastico, e tanto tempo non ho, che pure una minima particella ne possa levare alla cura degl'infermi, per poter vedere alcuna volta qualche cosa di Platone, il quale più desidero di vedere, che d'esser in buona opinione di quelli che di me hanno scritto male? Niente di meno sono tenuto ch'io abbia opinioni non degne di vero cristiano; ma penso che questo proceda perchè la mia natura è di non poter tacere le cose malfatte che io vedo nella nostra città, nè di celare li malfattori, tra li quali mi spiacciono massimamente gli oziosi, gli ignoranti e gli ipocriti, delli quali, se non fosse che io non voglio contaminare le santissime orecchie di v. s. reverendissima, direi tali cose in generale e in particolare, che quella facilmente vedrebbe che meglio starebbono le calunnie agli accusatori che all'accusato». E prosegue narrando com'egli impedì fosse abbruciata per strega una povera vecchia ignorante, che in processo si contraddiceva, e non era relapsa, e domandava misericordia a Dio con man giunte, e che pure fu sentenziata a morte, finchè il vicario non volle riveder la causa e la liberò. «I Domenicani son quelli che non vogliono sentire predicatori se non predicano di cose alte e filosofiche, e che continuamente disputino sul pulpito; e se alcuno ne viene che esponga l'evangelio, ancorchè a noi pochissimi ne vengano, quelli niente sanno appresso di loro. Già son due anni predicò il grande frate Bernardino[141]: non si vergognano di dire che più non predicava bene come soleva: alcuni dicevano che troppo predicava di Cristo, e che mai non aveva nominato san Geminiano, nè fatto disputa alcuna». Il vicario, se li sospettava di errori, doveva chiamarli, sentirli, correggerli; anzichè denunziarli al Morone e a Roma. E fu colpa del vicario se si lesse quel tal libretto; dopo del quale non si è mai parlato in Modena di simili materie. Se vi siano undici o dodici plebei che dicano qualche pazzia, che colpa è dei buoni? Che dipendenza hanno costoro da noi, che per essi debbano esser infamati gli altri? E finisce anch'esso ringraziando il cardinale della paterna premura con che gli ammonisce e protegge[142].

Il papa esortò il duca di Ferrara, allora signor di Modena, a frenare la licenza di quegli accademici; e or l'uno or l'altro chiamò a Roma per giustificarsi.

Era allora vescovo di Modena Giovanni Morone, nato a Milano il 25 gennajo 1509 da Amabella Fisiraga e da quel famoso cancelliere Girolamo, ch'era stato colonna degli ultimi Sforza signori di Milano, e personificazione della politica del Machiavello.

Educato in casa, poi dottorato a Padova, Giovanni era stato dal padre consegnato a papa Clemente VII per ottenerne denari onde riscattarsi dalla prigione ov'era tenuto come traditore; poi dato ostaggio al duca di Ferrara per averne altri onde mantener l'esercito di Francia. Giovanissimo, era senatore di Milano «ch'è il primo magistrato in quello Stato e con grossa provisione», prima che Paolo III lo chiamasse al vescovado di Modena, promessogli già prima[143]: ed egli avrebbe preferito continuar quella carriera, poichè «più era quello che lasciavo e di grado nella patria mia e il comodo ed utile che potevo sperare della presenza mia in quella, oltre l'amor della patria e della madre e degli altri miei parenti»[144]. Nel 1530 fu mandato residente nunzio apostolico a Ferdinando re de' Romani, onde persuaderlo al Concilio, alla riforma, alla guerra col Turco, oggetti costanti delle missioni d'allora[145]; e il papa, non parendone abbastanza soddisfatto, forse per la sua mitezza[146], lo chiamò a rendergli conto: ma uditene le ragioni, mentre «credeva far residenza alla sua Chiesa e vedere potea con carità disfamar quella città del mal nome qual ha pigliato non solo in Italia, ma ancor di fuori di queste novità delle opinioni moderne», fu mandato alla Dieta di Spira (1541) e a quella di Ratisbona, nella quale, stabilitosi l'interim, restò divelta ogni speranza di riunir le due Chiese[147].

Quando nel 1542 tornò di Germania alla sua Chiesa, sbigottì dell'estensione del male, e scriveva al cardinale Contarini a Bologna: «Qui ho trovate cose che infinitamente mi accorano e non mi danno riposo, conoscendo li pericoli ed essendo incerto e non sapendo come estricarmi a salute di questo gregge, qual vorria col mio sangue poter consegnare a Cristo, ed anche disinfamare a questo mondo, perchè ardo di vergogna sentendo per ogni loco ove sono stato, e da ogni parte essendo avvisato che questa città è luterana. Non si può negare che nelli frati regna grande ignoranza, congiunta con molta audacia e con poca carità: nondimeno vi son molti indizj che vado verificando per far poi la provvisione qual Dio m'ispirerà».

A tal uopo voleva interrogare i sentimenti de' Modenesi circa il purgatorio, il sacrifizio della messa, la verità del corpo e sangue di Cristo nel sacramento, l'adorazione di esso, la confessione auriculare, l'autorità della Chiesa in far costituzioni; l'intercessione e invocazione dei santi; e così circa la gloria de' beati, i quali dicono non esser ancora con Cristo. Trovandoli consenzienti colla Chiesa cattolica, leverebbe d'infamia loro e sè dal cruccio; altrimenti, con carità procurerebbe convertirli. Pertanto il Contarini s'indusse a stendere una confessione generale o catechismo, destinato a tutti i Cristiani; e gli suggeriva che, pubblicatolo a Modena, il facesse destramente accettare a tutta la terra, cercando lo firmassero i cittadini, imitando san Girolamo che il vescovo gerosolimitano sospetto d'arianesimo volea producesse la confessione sua.

Il Morone inviò quel formolario al cardinale Cortese, allora in San Benedetto di Mantova: e questi gli rispondeva, approvando le proposizioni come «cattoliche, vere e pie, scritte con gravità e dottrina grande, che non lasciavano indiscusso alcuno de' punti che al presente vengono in controversia»; suggeriva qualche espressione più chiara intorno alla necessità delle opere, alla transustanziazione del pane e del vino, e alla Grazia e al libero arbitrio: desiderava che il Morone stesso pel primo le firmasse, onde tòrre ogni scusa a quelli ch'e' ne richiedesse, e lo facesse segnar anche da persone non sospette, affinchè queste paressero piuttosto dar testimonio della verità che attestazione della propria fede[148]. Ma se ne sgomentarono gli accademici; Francesco da Porto addusse che suo padre in Candia era malato, e se n'andò; il medico Machella passò a Venezia; Filippo Valentini si gettò malato; il canonico Bonifacio Valentini dichiarava voler vendere tutti i suoi libri, nè più badare alle sacre scritture, «dacchè gli uomini da bene non possono più studiare». E tutti mostravansi renitenti a sottoscriver il formolario, volendo aspettare quel che il Concilio deciderebbe; onde il Morone, che pur avea suggerito questo spediente, allora scrisse al papa per sospendere tal firma, onde non dar motivo al mondo di credere che tutti gli accademici fossero eretici, e non eccitare qui da piccola favilla un grande incendio, com'era avvenuto in Germania per le asprezze del cardinal Cajetano.

Tale mitezza fe cadere in sospetto il Morone medesimo, e il papa deputava sei cardinali sopra di ciò, un de' quali venisse a Modena a far ricerca degli eretici. Il Morone, che era stato ornato della porpora, e mandato col Parisio e col Polo ad aprire il Concilio di Trento, poi legato all'imperator Carlo V, e che di ritorno era succeduto al Contarini nella legazione di Bologna[149], mutando il vescovato di Modena in quel di Novara, rimase disgustato da siffatto procedere, e si limitò ad adoprarsi col Sadoleto e col cardinale Cortese per ottenere la firma de' sospetti, che intanto erano molto cresciuti di numero. Ricusato un pezzo, alfine sottoscrissero il conte Giovanni Castelvetro, Lodovico Castelvetro, il cavaliere Lodovico del Forno, Giovan Battista Tassone, Girolamo Marzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Degli Erri, il Falloppio; oltre i cardinali Sadoleto, Morone, Cortese, il nuovo vescovo Egidio Foscarari, il vicario suo, l'arciprete, il prevosto, tre canonici, i conservatori della città[150].

Il rimedio non fu che palliativo; l'opposizione ai predicatori durò, e quando v'andava frà Bartolomeo della Pergola minor conventuale, «che predicava soltanto il vangelo senza mai nominar santi, nè sante, nè dottori di Chiesa, nè dicea di quaresima, nè di digiuno, e molte altre cose che vanno a gusto de li accademici», accorreano questi a udirlo, persuadendosi si potesse «andar in paradiso in calze solate, perchè Cristo ha pagato per noi». Il cardinale Morone ne fu inteso sol dopo ch'era partito, e ottenne ritrattasse quarantasei proposizioni, e quegli il fece in modo da non mostrar pentimento; mentre in suo favore fu stesa un'attestazione con molte soscrizioni.

Filippo Valentini era figlio di un valoroso giureconsulto; e da giovane (a detta del Castelvetro) prometteva riuscire a molto più che non attenesse poi. Vivo ai piaceri e in conseguenza facile ai disinganni e agli scoraggiamenti, risolse farsi monaco, poi ne depose il pensiero; ambiva divenire vicario del vescovo Morone, o arciprete di Modena; e sempre deluso nell'aspettativa, invece degli Ordini prese moglie: a Padova legò amicizia col Bembo e col Gheri vescovo di Fano, poi nel 1536 fu preso in qualità d'auditore dal cardinale Contarini a Bologna, che l'adoperava principalmente per informarsi della storia ecclesiastica.

Noverammo tra gli accademici Pellegrino degli Erri, versato nel greco e nell'ebraico, e che tradusse i salmi di David (Ziletti, 1573). Narrasi che un giorno, nella consueta spezieria, gli venisse offerto un bel fico, ed egli, postolo in bocca, sel trovò pieno di aloe. La burla l'indispettì contro i colleghi, e condottosi a Roma, prese servigio presso il cardinale Cortese, ed accusò a Paolo III il Valentini come uno de' più operosi propagatori dell'eresia. Il papa scrisse ad Ercole duca di Ferrara, in breve del 28 maggio 1545: Relatum est nobis quod in civitate Mutinæ hæresis lutherana increbuit, et quotidie magis increbrescit et diffunditur: quodque hujus mali author et caput fuit et est iniquitatis filius Philippus Valentini: lo richiede che il faccia prendere, e visitarne i libri e le lettere; sperando che, preso lui, facilmente si freneranno i suoi complici, e si potrà riparare a questo male.

Il duca credette dover secondare quelle istanze, e lasciò che Pellegrino, venuto col titolo di commissario apostolico, andasse col capitano di giustizia per arrestare il Valentino; ma questi si cansò, e condottosi a Ferrara, portò querela di calunnia; e offerta sicurtà di mille scudi, chiese di giustificarsi. La città di Modena volle dargli una testimonianza coll'eleggerlo dei conservatori: ma l'Erri, a cui erano stati consegnati i libri di esso, li recò a Roma, ove il papa chiese fosse tradotto il Valentini. Questi si tenne appiattato, e fece in modo che il vescovo principe Madruzzi lo nominasse podestà di Trento; donde rimpatriato, fu eletto sindaco generale di Modena il 1551. Quando scoppiò la nuova persecuzione contro il Castelvetro ve lo vedremo involto.

Il duca pubblicò un editto ove proibiva i libri ereticali o sospetti, e il disputare in pubblico o in privato di materie concernenti religione; pena cento scudi la prima volta, o quattro tratti di corda; la seconda, duemila scudi o il bando dallo Stato; la terza, confisca dei beni e anche morte. Il duca aveva aria di volerle far osservare: laonde l'accademia si disperse.

Lodovico Castelvetro durò senza molestie in patria, fu anche dei conservatori della città, finchè nel 1553 cominciò una turpe capiglia con Annibal Caro, rimasta famosa anche dopo che di maggiori infamie si bruttò l'odierna letteratura. Aveva il Caro, come addetto alla famiglia Farnese, pubblicato una canzone in lode de' Reali di Francia, dove invitava le Muse a venir all'ombra de' gran gigli d'oro; e per uscire dal monocordo petrarchesco, avventurossi all'immaginoso e al ricercato; scambiando la gonfiezza per sublimità, l'allambiccatura per finezza. Ciò ch'esce dall'ordinario lusinga facilmente i palati meno squisiti; inoltre i devoti di casa Farnese e i molti amici del Caro non rifinivano di esaltare quel carme; ma altrimenti ne parve al Castelvetro, che ne scrisse una censura, e lasciolla circolare. Il Caro se ne tenne adontato viepiù, quanto meno avvezzo; e parte egli stesso, parte gli amici, parte egli sotto il nome di amici, gli fece risposte, che ne provocarono altre, e tutto il regno delle lettere n'andò in fiamma. Il duca di Ferrara, cardinali, persone di gran conto, dame gentili s'interposero di pace, ma invano; uno all'altro i due emuli apponevano misfatti della peggior sorte, fin d'assassinj; e viepiù facilmente si corse all'accusa, allora ovvia, d'eresia. Che Annibal Caro denunziasse il Castelvetro al Sant'Uffizio, non n'era gran bisogno dopo i precedenti narrati; certo esso Caro prorompeva: «Credo che all'ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e per iscritto tacciò l'emulo suo di «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla morte»; e conchiudeva: «Agli inquisitori, al bargello e al grandissimo diavolo vi raccomando»[151].

Fatto sta che, verso il 1555, quando lo zelo del cardinal Ghislieri rendeva severissima l'Inquisizione, si cominciò a indagare sul Castelvetro e sui Valentini, ma da parte di Roma, senza che nulla ne sapessero il Foscarari, allora vescovo di Modena, nè l'inquisitore locale: e al 1 ottobre Paolo IV scriveva al duca di Ferrara: Testimoniis multorum, qui dignissimi sunt ut omnem eis fides adhibeatur, nobis certius in dies affirmatur esse aliquot Mutinæ, qui hæreticis opinionibus ac pravitate adeo jam infecti sunt, ut, nisi præsentia remedia adhibeantur, maxime timendum sit ne brevi totam corrumpant civitatem. Pertanto lo esorta nel Signore, e in virtù della santa obbedienza e in nome di Dio, a far subito e in silenzio arrestare e tradur a Bologna Bonifazio Valentino prevosto del duomo[152], Filippo Valentino, Lodovico Castelvetro, il librajo Gadaldino. La cosa trapelò, e la città ne fu commossa; i conservatori protestarono contro quell'insolito modo di citare, viepiù trattandosi di persone tenute per virtuose e che aveano firmato il formulario (17 luglio 1556). Il duca esitò, poi fece metter le mani sullo stampatore, pur protestando che, in fatto di religione, nella sua città tutto passava in regola, e che il processo dovrebbe erigersi in Modena. Ma Roma insistendo, il duca andò più oltre: il Valentino fu mandato a Roma, ove in carcere ritrattossi degli errori imputatigli: il vecchio Gadaldino, accusato di aver venduto libri infetti, fu poi rilasciato, e morì a Modena di novant'anni nel 1568[153].

Il succeduto duca Alfonso proteggeva il Castelvetro e il Valentino, e pare impedisse di pubblicare la scomunica, che contro di essi avea lanciata il vicelegato di Bologna. I due fuggirono, nè del Valentino ci risulta altro. Ma il Castelvetro visse nel Ferrarese fin al 1560, sperando, col favore del duca, ottenere gli si facesse qui il processo; poi si condusse a Roma, con licenza e calda raccomandazione di esso duca, che scriveva al suo ministro: «Messer Lodovico Castelvetro viene a Roma per giustificarsi di alcune imputazioni di eresia. E perchè egli ci è grato suddito e servitore, e, per quel che ci viene riferto, perseguitato ingiustamente da malevoli, ve lo raccomandiamo acciocchè voi l'ajutiate e favoriate perchè non sia straziato e tenuto sulla spesa, nè fatto di peggior condizione degli altri che si sono presentati al sant'Uffizio».

Quivi fu sostenuto non in carcere, ma nel convento di Santa Maria in Portico, con libertà d'aver seco il fratello Giammaria, e di praticare con chi volesse; e ne cominciò l'esame frà Tommaso da Vigevano, cancelliere dell'Inquisizione. I modi erano probabilmente quelli de' subalterni processanti: gli s'incutea spavento se non confessasse quella che voleasi verità; laonde preso da terrore panico, egli fuggì. Il cardinale Farnese al duca Alfonso suo nipote scriveva l'11 dicembre 1559: «Il Castelvetro essendosi costituito a' dì passati per purgare le imputazioni che gli erano date, ed avendo ottenuto per precipuo favore di poter difendere la causa sua fuor di prigione, se ne fuggì da Roma, subito che fu dato principio all'esamine suo. Il che sendo parso a questi reverendissimi segretarj della santa Inquisizione una tacita condannazione di se stesso, hanno proceduto contro di lui con quei termini che sono soliti contro di un convinto».

Pensate se il Caro e gli altri nemici ne profittarono per sollecitare la condanna! La quale era stata pubblicata dalla sacra Congregazione il 26 novembre 1560, dichiarando che, come eretico fuggitivo e impenitente, il Castelvetro incorreva in tutte le pene spirituali e temporali stabilite; chi potesse averlo l'arrestasse e inviasse prigioniero a Roma: ne fosse bruciata l'effigie.

Il Castelvetro ricoverossi a Chiavenna, terra de' Grigioni, e non pare abjurasse alla fede materna; anzi chiese perdono al Concilio di Trento; ma il papa esigeva si presentasse al sant'Uffizio di Roma.

Giammaria Castelvetro non era reo che di aver accompagnato il fratello nella fuga da Roma, poi nell'esiglio; pietà, non colpa: laonde alle sue istanze condiscendendo, fu rimesso in patria[154].

Francesco da Porto, itosene da Modena, ricoverò alcun tempo nel Friuli, indi a Chiavenna, finchè risolse andar all'antica sua protettrice Renata di Francia: ma passando da Ginevra, fu pregato a prendervi stanza e cattedra, con buona provigione. Tornò egli dunque a Chiavenna per levarne la sua famiglia, e persuase il Castelvetro d'andarne con lui, come fece. La Renata, appena seppe esser Lodovico a Ginevra, gli scrisse invitandolo a sè con larghe promesse. Ma egli, vecchio e sofferente d'un penoso scolo d'uretra, non si credette in grado di viaggiare, neppur nella lettiga che la principessa gli offriva; alla quale rimandò il denaro, che per tale occorrenza essa gli inviava con nuove istanze. Pure si mosse da Ginevra, e, sebbene il Muratori lo neghi, dimorò due anni in Basilea, leggendovi Dante, la Poetica di Aristotele ed altri autori. Sperò poi aria e vitto più conveniente a Lione, e vi si badò due anni, ma ecco scoppiar le guerre civili, causate dai dissensi religiosi; da un'invasione fuggendo, fu côlto dalle truppe, e spogliato d'ogni cosa, fin de' libri e de' manoscritti. Trovò poi a Vienna protezione da Massimiliano II d'Austria, al quale dedicò la sua Poetica, ch'erano appunto le lezioni, raccolte da' suoi scolari. La peste lo cacciò anche di là, onde si rimise a Chiavenna, sotto la protezione di Rodolfo Salis, colonnello dell'imperatore, gran fautore della Riforma fra i Grigioni. Colà morì, e gli fu posto quest'epitafio:

D. O. M. Memoriæ Lvdovici Castelvitrei mvtinen sis viri scientiæ jvdicii mo rvm ac vitæ incomparabilis qvi dvm patriam ob improbo rvm hominvm sævitiam fvgit post decennalem peregrin ationem tandem hic in libero solo liber moriens libere qvie scitanno ætatis svæ LXVI salvtis vero nostræ MDLXXI feb. XX.

Quel monumento fu fatto risarcire nel 1791 da Federico Salis, aggiungendovi un busto del Castelvetro, e collocandolo nel giardino suo, dove, mutati padroni, lo vediamo tuttora[155].

In questi processi non compare mai Pietro Lauro modenese, che tradusse i Colloqui di Erasmo, e li pubblicò a Venezia il 1549, dedicati «alla illustrissima e virtuosissima principessa M. Renata di Francia, duchessa di Ferrara».

Parrebbe a credere che le severità usate estirpassero l'eresia, tanto diffusa in Modena[156]. Ma nel 1825, a Verdeda in quella campagna, smurandosi un uscio in un casino del conte Prina ch'era stato dei Castelvetro, fu trovato pieno di libri e di carte. Non credendole di verun pregio, le carte furono disperse, nè il padrone potè raccorne che alcune, le quali consegnò all'arciprete del Finale; e questi, conosciutele ereticali, le bruciò. I libri furono venduti alla biblioteca di Modena, che allora per la prima volta accolse la Bibbia tradotta da Lutero[157]. Alcuni portano postille di man del Castelvetro. In uno era inserto manoscritto il Tre per uno di G. M. Barbieri, che fu poi pubblicato dal Valdrighi con una prefazione dove è raccontato questo scoprimento. Qualche stracci di carta, che i curiosi poterono raccogliere, fanno supporre un'opera inedita del Castelvetro di materia religiosa, e il suo carteggio con Lutero, Calvino ed altri eresiarchi. Ciò proverebbe come e il Muratori e il Tiraboschi stessero fuor del vero allorchè, per amore di compatriota, tolsero a purgarlo da ogni imputazione ereticale.

La Dichiarazione del pater noster e modo d'ascoltar la messa, libretto di gran pietà e più volte ristampato, credesi del Castelvetro, il che lo farebbe porre fra quei timorati di cui dicemmo nel XVII discorso. Ma pare avesse tradotto i Luoghi comuni di Melantone[158]. Un Libricciuolo dell'autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi, volgarizzato per Reprigone Rheo con l'aggiunta di alquante chiose, si trovò nell'archivio di Castel Sant'Angelo, con nota contemporanea che indica fosse di man propria del Castelvetro, nel che fa appoggio la conformità dello stile.

In sue opere posteriori appajono proposizioni ereticali, o almeno dubbie: ma chi assicura non sieno state interpolate dagli editori dopo la sua morte?

Quanto abbiam narrato rimane viepiù illustrato dal processo che dicemmo essersi mosso al cardinale Morone. Non è fuor dell'ordinario che d'una colpa siano imputati coloro che più se ne mostrano alieni; di calcoli sbagliati un astronomo, di solecismi un letterato, di spia un gran patriota. Inoltre gli accademici avran dato opera (altro fatto consueto) a persuadere che il cardinale Morone la pensasse con loro: la natura sua, che lo rimovea dalle persecuzioni, somigliava a connivenza; talchè uscì voce che poco bene sentisse della fede. Nato un sospetto, mille inezie lo convalidano, creando quella tirannia che dicesi pubblica opinione; pure Giulio III, che lo avea deputato alla dieta d'Augusta nel 1555, si doleva che l'Inquisizione «per malignità e invidia del papato» molestasse il Polo e il Morone, e si faceva informare del processo, e dava del poltrone agli accusatori, e ne istruiva il Morone stesso. Ma succeduto il rigoroso Paolo IV, questi il fe chiudere in Castel Sant'Angelo nel giugno 1557, col Sanfelice vescovo della Cava, il cardinal Polo e il vescovo Foscarari di Modena, e prendere ad esame.

Pietro Paolo Vergerio pubblicò gli articoli delle accuse contro del Morone, se pure è di lui il libretto anonimo recato nelle Wolfii Lectiones memorabiles. Ed erano, che, immemore della propria salute e ingrato al papa che l'aveva beneficato, aspirava solo a conoscere la genuina dottrina di Gesù Cristo, e avea detto a un tal prelato che l'articolo della giustificazione per mezzo della fede era stato rifatto prima e dopo il Concilio di Trento[159].

Mentre stava al Concilio, scrisse al suo vicario di Modena dichiarasse al popolo che egli avea fiducia soltanto nel sangue di Cristo; e un'altra volta, desiderare a suo nome raccogliesse tutti i preti ch'erano soliti ricevere le confessioni, e spiegasse che, non già il prete, ma Cristo assolveva[160]; della qual lettera molto eransi rallegrati i Luterani di Modena, e dissero: «Ringraziato sia Dio che il cardinale è divenuto de' nostri».

Professava che il papa non va obbedito come vicario di Cristo, ma come principe temporale[161]; che le buone opere, ancorchè fatte in grazia di Dio, non son meritorie, e ch'egli stesso praticandone alcune, come il celebrar la messa, meritava l'inferno. Un predicatore, che a Modena annunziava la giustificazione in senso contrario a quel di Lutero, e che le buone opere fatte in grazia di Dio meritassero l'eterna vita, e' riprovollo e lo rinviò dalla città: ad uno che passava per luterano accordò che predicasse sopra la giustificazione, l'invocazione dei santi, la predestinazione ed altri punti, giusta le opinioni di Lutero, purchè non toccasse del sacramento: a un altro, che predicava l'invocazione dei santi, ingiunse di predicare Cristo solo e il suo vangelo, non molti meriti e molti santi: e informato che alcuni monaci eransi scandolezzati perchè non avesse fatta profonda riverenza a reliquie, li disapprovò, meravigliandosi le tenessero in tanta venerazione: come disapprovò altri frati, che ad alta voce aveano cantato, Regina avvocata nostra, prega per noi.

Conversando con un dotto monaco, espresse circa l'adorazione della santa Croce un'opinione ereticale.

Interpretando quelle parole «Non devesi eccitar una nazione contro l'altra colla guerra», pensava non fosse lecito far guerra.

Teneva presso di sè e leggeva opere di eretici, e le dava leggere; si affaticò a distribuire il libro del Benefizio di Cristo, e diede ordine ad un librajo eretico o sospetto di venderne, e darne anche a chi non li pagasse, chè lo rifarebbe egli. Ricevette in casa eretici e persone sospette d'eresia, e ne aveva per servi; teneasi intimo con altri, particolarmente con certi prelati, e dava denaro a poveri ereticanti o sospetti; altri favoriva; particolarmente a Bologna promise non sarebbe nulla decretato contro di essi, nè verrebbero arrestati, giacchè anche Iddio li tollerava.

Tali imputazioni leggiamo in fatto nel suo processo; aggiungiamo, diceasi aver egli pensato cattolicamente finchè non andò al Concilio, ove per via il........[162] l'assalse con robusti argomenti, ai quali applaudiva il Polo; e che avesse traviato si fu certi allorchè, tornato a Modena, si scusò con que' cittadini d'averli perseguitati come luterani; al Salmerone che predicava con perfetta ortodossia disse, «Annunziate Cristo, e non mi state a insistere su cotesti meriti de' santi o nostri»; e lo fe rinviare, mentre invece mandò Bartolomeo Pergola frate minore, conosciutissimo luterano che disse molte cose scandalose, asserendo che «monsignor Morone avealo spedito là perchè predicasse Cristo nudo, e non tante novelle e tanti meriti»: ed esso Morone durò poi fatica a salvarlo da persecuzioni[163].

Quando fu messo legato a Bologna, il Soranso vescovo di Bergamo e monsignor Carnesecchi[164], entrambi condannati poi d'eterodossia, scrissero ai fratelli di colà congratulandosi di sì bella scelta, e che non la guastassero con imprudenze. Il Morone in fatto ai Luterani di colà promise non eseguir ordini che a loro danno venissero da Roma, senza prima avvertirli; anzi professava non doversi i dissidenti perseguitare, bensì imitare Dio che potrebbe farli morire di subito, eppur li sopporta: e forse chiamiamo luterani di tali che son migliori di noi.

Della giustificazione parlava, non come si definì a Trento, ma come erasi accordato il Contarini coi Luterani in Germania[165]; e de' meriti de' santi in modo, che pareva escludere l'efficacia delle opere e il libero arbitrio; dolersi che i frati volessero esaltar la Madonna più che Gesù Cristo[166].

Il processo apertogli[167] noi scorremmo con quello stringimento di cuore che cagiona il vedere anche allora tutte le sevizie e le arguzie che, in questi giorni di terrore e d'eccezioni, si usano sia da' denunziatori, sia dai giudici inquirenti. Questi rimuginarono attentamente tutti i libri e le carte del cardinale; e colla atroce finezza dei moderni lo chiamavano a render ragione d'ogni periodo di lettere sue e d'altrui, di note marginali, di ogni ambiguità d'espressioni, benchè in iscritture di dieci e più anni prima. Quanto agli accusatori, molti non adduceano che voci vaghe, presunzioni, il dirsi universalmente e altre frasi, nulla più attendibili che le insinuazioni degli odierni giornalisti[168].

Altre però erano accuse, come oggi dicesi, dirette: e principalmente il Pergola imputò dapprima il Morone, dappoi si ritrattò, infine sostenne di nuovo che opinava erroneamente; che fu pervertito dal Polo; che a lui diede il comando di predicar Cristo nudo.

Altri dicevano avesse disapprovato alcune pratiche; giudicato superstizioso il prender la misura della cattedra di san Pietro, che si mette fuori nelle solennità in Vaticano[169]; le quali misure poi vendeansi per cingersene le donne di parto: d'aver detto che «ai Germani avevamo dato noi stessi molta causa d'esser diventati eretici, e se Roma fosse rassettata, facilmente essi potrebbero tornar alla fede»; e che il cardinale Polo «vorria levar via in gran parte la cancelleria, la penitenzieria in grandissima parte, e si facesse vescovi che sapessero predicare e che le parrocchie non si dessero a cortigiani, e si lasciasse tutta la sua giurisdizione libera a' vescovi, e si facesser uomini degni di stare al vescovado, secondo si faceva nella Chiesa primitiva».

Un superiore dei Domenicani, che dal Morone era stato chiamato ad assisterlo in Modena, depone che una volta questi «disse alcune cose de oratione crucis, che non stavano secondo la verità della santa fede, e vedendo io che il padre maestro non diceva nulla, dissi io: — Monsignor, queste cose che dice son contrarie alla fede. — Rispose: — Io mi rimetto, e in fatti so poco di queste materie. — Soggiunsi io: — Però vostra signoria reverendissima non ne sapendo, non ne debbe ancor parlare perchè non erri e non sia notato; e come amorevole della signoria vostra reverendissima, gli voglio dire che sia più cauto per l'avvenire, che non si guadagni nome di luterano: massime che io ho inteso dal padre reggente di San Domenico che vostra signoria reverendissima mostra non sentir bene de' santi, non avendo fatto quella riverenza al corpo di san Domenico che fanno gli altri, non inginocchiandosi in terra. — Rispose: — Io vi ringrazio, e cercherò non dare materia di esser reputate nè luterano, nè altrimenti eretico, ma vi dico bene che, quanto alla riverenza di quel corpo, parmi aver fatto quanto ero debitore. Mi son bene come scandolezzato de' vostri frati, uomini altrimenti dotti e savj, che faccino più riverenza al capo di san Domenico che al corpo di Gesù Cristo, con tener più lampade e torcie accese, che quando si mostra il santissimo sacramento. E vedendo io tutti li frati inginocchiati quando mi mostrarono il detto capo, dissi fra me, Non si potrebbe mostrare maggior riverenza al santissimo sacramento, di quella che ora fanno a questo capo: e per questo io stetti in piedi con la berretta in mano».

Quel voluminoso processo ci somministrò non poche notizie, e qui tenendoci a Modena, aggiungeremo come Domenico Morando, parroco della pieve di San Jacobo cremonese, scrivesse lunghe lettere al vicario del vescovo di Modena: in una delle quali informava che, nella settimana santa, poche fosser le confessioni e sprezzati gli uffizj; e mentre facea l'acqua battesimale, fu sparata un'archibugiata per la finestra, e la palla giunse fino all'altare, con grande turbazione di quanti erano in Chiesa. Il secondo giorno di Pasqua altri diedero ferite ad un poveretto disarmato avanti la Chiesa, e perchè si rifuggì in Chiesa, voleano seguitarlo colà; «e son gente che teme nè Dio, nè gli uomini, nè possono patire di udir la verità, e turbano quei che vorriano udirla: ma son soli tre o quattro. Il signor Iddio mi fe conoscere che non vuole ch'io dipenda dagli uomini, perchè quelli che io pensava mi dovessero esser favorevoli alle cose buone, mi hanno fatto maggior contrasto, perchè non ho voluto che nella casa della Chiesa si faccia un luogo disonesto, e che non voglio far giocare in casa, far banchetti e simili cose». Questo l'aprile 1541. In un'altra del 7 gennajo:

«Pare che in Cremona[170] e fora de Cremona sia molto di questa infermità (luterana).

«Ragionando con don Geronimo, e domandandogli che dottrina avesse insegnato a questi uomini, mi rispose: — Io ho predicato lo evangelio.

«Io volendo pur intendere di più, gli domandai se aveva predicato alcuna dottrina di questi presenti tempi. Mi disse: — Io gli dissuasi la peregrinazione e il visitar le statue e immagini. — Domandandogli se del sacramento dell'altare avesse detto alcuna cosa, rispose: — Io gli ho predicato che quella è una memoria delli benefizj che da Gesù Cristo avemo ricevuti, e di questa cosa ne ho parlato con monsignor (Morone), che ancora lui è della medesima opinione. — Domandandogli se lui avesse detto che realmente nel sacramento ci fosse il corpo di Gesù Cristo, e se era la transustanziazione, mi disse non gli aver detto alcuna cosa, perchè stimava questi uomini non intendere. È ben vero che non teneva la lampada accesa innanzi al sacramento».

Esso vicario di Modena al Morone a Bologna, scriveva il 1 marzo 1541:

«Per quanto intendo, la setta va perseverando, e moltiplicando, ma nullo viene a denunziare. Io ne ho dato avviso a Roma mediante il nostro monsignor Giovanni Battista Guidobono, con quella cautela che io non fossi scoperto, avisando il parer mio circa la provisione».

Aggiunge che, non potendo aver eretici a predicare, fanno letture; col che si disturba la città e la religione. Molto s'occupa de' predicatori, e d'un Agostiniano che «se io lasciava perseverare, si moltiplicava tanto la setta che avrebbero evacuato l'udienza del Duomo, perchè la setta andava invitando, esortando, pregando, praticando le persone che andassero a Sant'Agostino alla predica».

E al 26 ottobre 1540:

«Tutta quella famiglia (della Lucrezia Pica, vedova Rangoni) ho veduto molto familiare e di stretta pratica con messer Bonifazio, il qual è reputato luterano perfetto: s'è posta a studiar il Testamento Nuovo, e farsi leggere da certi forestieri che sono reputati luterani, che andavano sin da questa quaresima in quella o quell'altra bottega a subornar di quelle materie rancide luterane, talchè questa città è molto infamata. Non per questo che alcuno sia venuto mai a far una minima deposizione, se non che generalmente si diceva di questo e quello... Due volte io ho fatto dire a messer Bonifazio di queste eresie che intendo che 'l va diseminando lui e quel santo clerico, suo servitore in casa per maestro delli suoi putti; il qual santo in sacristia pubblicamente diceva dell'officio che non si debbe dire».

Fra gli altri ministri dell'Anticristo «vi erano due. Un siciliano per nome Fileno, o Paolo; si varia il nome a suo modo; già frate predicatore di san Francesco sfratato, fuggito da diverse parti, che ha processo sopra di lui di omicidj e di eresia, ed è fuggito da Bologna, ed è stato preso qua sopra il Modenese, che andava sovvertendo li villani in un castello dove il duca ha mandato un frate di San Domenico che lo esaminasse insieme coll'inquisitore di Bologna. Io con bel modo me li voleva pur ingerire, ma quello di Bologna dice ch'è del suo Foro, per aver già cominciato il processo in Bologna contro costui; promettendomi che, se accuserà alcuno di questa diocesi, me lo notificherà perchè io possa fare il debito mio.... Non manca intercessori per questo ribaldo, li quali dicono che ben si veda non fosse calunniato per esser dottissimo nella scrittura e nella dottrina platonica.

«L'altro simile era ancor lui alienigeno, ed è scappato, e faceva il medesimo ufficio luteranesco, e di nome era il Turchetto, figliuolo d'un Turco aut Turca, il quale era carissimo a questi accademici: però andava a insegnar l'evangelio a monsignor Bonifazio....

«Sono due frati: l'uno tutto spirito audace, letterato, mandato dal duca; l'altro vecchio pratico in inquisizione, animoso, di buona casa di Bologna».

In altra del 21 aprile 1541:

«La setta va pur (ut audio) perseverando, se il signor duca non se muove; credo ben che, se gli fosse denunciato alcun colpevole, si risentirebbe, ma nullo vuol esser delatore nè a noi, nè all'inquisitore».

In sì lunga prigionia e con tali procedure ognuno s'immagina quanto dovesse soffrire il cardinal Morone, a cui, oltre le interrogazioni a voce, fu data facoltà di vedere le accuse appostegli (sempre tacendo il nome de' testimonj) e porre in iscritto la propria difesa. Questa abbiamo noi, e non crediamo superfluo il qui pubblicarla, per quanto estesa:

Alli 12 di giugno 1557 sono venuti da me nel castello Santangelo di Roma li reverendissimi et illustrissimi signori miei cardinali di Pisa, Reomano, Spoletano e Alessandrino, mandati da nostra santità papa Paolo IV, li quali si condolsero meco del travaglio nel quale era per conto della religione, e mi esposero il paterno animo di sua santità, esortandomi a dire tutto spontaneamente e con verità, perchè andando sinceramente, se avesse avuto bisogno di grazia, sua santità non mi saria mancata.

Io prima pregai Dio benedetto per amor del suo unigenito figliuolo Gesù Cristo nostro salvatore volesse spirarmi a dire tutto quello che fosse a onore e gloria della sua divina Maestà ed a salute dell'anima mia ed a soddisfazione della santa e retta mente di sua santità e delle loro signorie reverendissime. Da poi mi offersi a dire ingenuamente tutto quello che mi fossi ricordato; e ridussi a memoria a monsignor reverendissimo Alessandrino che, prima ancora io mi era offerto a farlo, e dal principio del pontificato di sua santità l'avevo ricerco alcuna volta, come spero sua santità ne abbia memoria.

Dissi di poi che io era nato tra cristiani, sotto l'obbedienza della santa sede apostolica e della santa romana Chiesa, madre e maestra di tutte l'altre chiese, e che io volevo morire in quella, sottomettendo sempre ogni mia non solo azione ma parere e sentimento alla correzione sua, non essendomi con la volontà mai partito da essa, nè volendo partire in modo alcuno, con l'ajuto di Dio. Il che di nuovo replicai, essendo certissimo che nessuno si può salvare fuori di questa sacra romana Chiesa, di cui ora è presidente e capo papa Paolo IV, vicario di Cristo in terra e successore di san Pietro.

Aggiunsi che io non era nè teologo nè canonista, ma più presto ignorante, e che naturalmente io aveva poca memoria, la quale ancora per li accidenti e travagli miei continui era fatta minore; e però pregai detti reverendissimi signori volessero dirmi come potessi in tutto soddisfare nel presente negozio, perchè io era prontissimo a dire tutto quello di cui mi fossi ricordato.

Ricordai ancora con ogni reverenza per testimonio del buon animo mio nella religione, che, avanti che entrassi in conclave, e dopo che fui entrato, sempre io fui risoluto per il servizio di Dio e per l'affezione che io portava alle rare virtù di sua santità, di favorire la promozione di sua beatudine, come feci, ed è notorio. Il che non avrei fatto conoscendo il zelo di sua santità, se avessi avuto l'animo pravo nelle cose della religione. E così cominciai a dire spontaneamente alcune cose, le quali con altre ancora saranno scritte qui, come fui esortato a scrivere da quelli reverendissimi.

Delli libri Eretici.

Io son stato nuncio tre volte in Germania, mandato da papa Paolo III, ed un'altra volta ci sono andato legato, mandato da papa Giulio III: tre altre volte sono stato legato del detto papa Paolo III al concilio di Trento nel 1543, se ben mi ricordo; al governo di Bologna, e all'imperatore per trattare la pace col re de' Francesi. Ho avuto in quelle legazioni facoltà amplissime, secondo si soleva avanti che nostro signore moderno le restringesse. Stando la prima volta in Germania, perchè si trattava di fare il Concilio, misi insieme tutti i libri luterani e di altri eretici che potei avere, per farli studiare dai Cattolici, e cavar gli articoli falsi acciocchè, facendo il Concilio, si potessero più facilmente impugnare. Ed a diversi teologi detti o libri o denari per comprarli e fare gli estratti: della qual diligenza nacque che furono poi scritti molti libri contro a' Luterani, da diversi Cattolici di Germania, li quali si trovano ancora, come da Giovanni Fabro vescovo di Vienna, da Alberto Piggio, dal Cocleo, dal Casio ed altri.

Ritornando in Italia la prima volta, passando per Trento, il reverendissimo Tridentino vecchio sapendo questa mia diligenza, me ne dette degli altri, che egli aveva raccolto per il medesimo effetto, desiderando che nostro signore facesse fare la medesima fatica in Italia da qualche buoni teologi. Questi libri furono condotti a Modena, e perchè io veniva con diligenza a Roma, e non avevo comodità di farli portar meco, li feci riponere in un monastero di monache in una cassa inchiodata, perchè non andassero in mano di altri, e venuto a Roma fra le altre relazioni ch'io feci a sua santità fu dell'ordine detto di sopra, domandandole a chi voleva si dessero li libri avuti dal cardinal di Trento. La quale mi disse che li tenessi così sinchè deliberasse. E stato alcuni pochi giorni in Roma, fui licenziato per andar in Lombardia a dare ordine alle cose di casa, ma perchè quasi importunamente aveva ottenuto licenza di venire in Italia, sua santità mi comandò che, quanto più presto poteva, ritornassi, il che feci, e fui rimandato in Germania, da onde ritornai la seconda volta in Italia, chiamato da sua santità, e passando per Modena feci portar libri dal monastero nel vescovato, perchè dubitai che non fossero aperti nel monastero. E li lasciai nel vescovato e trovandosi sin allora, se ben mi ricordo, frate Reginaldi da Mantova bonissimo cattolico e dotto, gli diedi le opere del Pelicano, le quali io feci legare a Modena, con altri, acciocchè levasse fuori le eresie, nel che il buon padre si è affaticato alcuni giorni: dopo mi disse che non gli bastava l'animo di fornirlo, perchè li volumi erano grandi e pieni d'eresie. E per venire al fine dell'istoria di questi libri, essi con alcuni altri furono condotti qui in Roma, ove io ne feci legare qualch'uno e ne lessi parte, e ultimamente li mandai nella libreria apostolica per mano di messer Guglielmo protonotaro, e non so che ne sia rimasto alcuno in casa mia, benchè non ho fatto diligenza di cercarlo; se non che ho ritenute alcune bibbie ebraiche, con la traduzione dell'Amastero, avendo etiam ritenuto tutte le altre bibbie che aveva, le quali credo siano sei o sette di varie sorta, perchè, per intendere meglio la scrittura secondo la lettera, ho sempre avuto caro aver diverse traduzioni per confrontarle insieme.

Questi andamenti de' libri possono avere partorito qualche ombra presso molti, massime presso libraj e legatori ed altri che sapevano od avevano inteso che io li aveva, ma non sapevano ch'io li poteva avere, e la causa.

Ma perchè dal leggere di questi libri, avea ben conosciuto con quanta arte gli eretici porgevano il veleno nei suoi scritti, più volte feci istanze a papa Paolo III che revocasse tante licenze ch'erano uscite di tenere detti libri, e proibisse alla penitenzieria che non desse più licenze, e più volte lo ricordai al reverendissimo Santa Croce, al quale stava vicino in capella e concistoro; e sua signoria reverendissima mi diceva che la medesima opinione era delle soprastanti alla santa Inquisizione, e credo anche averne parlato più volte al reverendissimo San Jacobo.

Non resterò di dire, che essendo legato in Bologna, ebbi per spia che una suma di libri luterani di passaggio erano portati a Lucca: con gran diligenza la feci intercipere, e la mandai all'Inquisitore che si chiamava frate Leandro, col nome e cognome nella lettera che portava il mulattiere a chi andavano.

Della giustificazione.

L'ultima volta che fui mandato in Germania da papa Paolo III alla dieta di Ratisbona, nella qual venne legato il reverendissimo Contareno, designando l'imperatore di accordar insieme la provincia della quale, stando rimossa e piena di mutui sospetti, non poteva valersi nelli suoi bisogni, fu proposto un libro da sua maestà, sopra il quale da parte de' Cattolici furono designati dodici, quattro per nostra santità, quattro per l'imperatore, quattro per li principi cattolici, se la memoria non m'inganna. Li nostri furono con il reverendissimo legato, il maestro di sacro palazzo, che fu poi il cardinale Badia, Alberto Piggio ed il dottore Scotto cieco, che fu poi arcivescovo. Per l'Inquisizione furono certi Spagnuoli, tra' quali mi ricordo un dottore Ortizo e del Maluendo, e due che non mi ricordo. Per li Cattolici fu il Groppero, e monsignor Giulio Fulgo, ora vescovo nurembergense, e il dottore Ecchio, e credo il Cocleo. In questa deputazione fu trattato l'articolo della giustificazione, e fu concordato come si può vedere nel libro stampato nelli atti de' Comizj Ratisbonensi, il quale è nel mio studio.

Io sempre fui presente al trattato, come nuncio, non come teologo, e non parlava: e benchè sentissi dire dopo varj pareri di questo articolo, nondimeno, sapendo non esser alcun altro risoluto per migliore, mi tenni a quello. Fra poco tempo nacque che Luterani cominciarono a scrivere che il colloquio avea risoluto quell'articolo in favor loro, stando il senso di esso che pareva si potesse interpretare variamente, e li Cattolici scrivevano al contrario, e furono fatti diversi libri. Io, che mi ero trovato presente al trattato, e sapeva che i nostri deputati erano dotti e reputati cattolici, quando mi occorreva ragionarne difendevo questo articolo, perchè mi pareva si potesse difendere, essendovi dentro, se ben ne ricordo, che quella fede per quam justificamur, est fides viva et efficax, quæ per dilectionem operatur. Di poi nel fine del capitolo vi era che a questa si doveva aggiungere la dottrina dei sacramenti e delle buone opere, e ho sentito dire da molti dotti che stava bene, e così mi stetti sino alla conclusione fatta nel Concilio Tridentino sopra detto articolo, ed allora mi fermai nella determinazione di detto Concilio. Se ben non è stata fatta sin ora l'approvazione autentica del papa di quel Concilio, senza la qual si sa che i Concilj non sono validi. Nondimeno, come io ho detto, mi acquietai a quella, e sempre l'ho tenuto e tengo e terrò col divino ajuto, sin ch'io viva, se la Chiesa non mutasse che non credo.

E perchè mi è stato ricordato da questi reverendissimi, li quali sono stati da me, che debba pensar bene se mai ho detto o scritto qualche cosa in questa materia dopo la determinazione del Concilio, avendo pensato e ripensato non mi posso ricordare aver scritto o detto altro intorno a questo, se non che quando ne ho parlato ho sempre detto: Il Concilio l'ha determinata, perchè in questo io era risoluto, ed io non ho mai scritto nè mandato fuori cosa alcuna mia, eccetto che per mio esercizio ed istruzione. Ho esposto quattro o cinque salmi, alcuni anni fa, cioè il salmo Benedicam Dominum in omni tempore; Misericordias Domini in æternum cantabo; Dominus regit me, nihil mihi deerit; Laudate Dominum omnes gentes; In convertendo Dominus captivitatem Sion; ho ancora scritto sopra le due epistole canoniche di san Pietro, ma non le ho ben rivedute, e perchè credo che questi miei scritti forse saranno stati trovati, se ben non mi ricordo ove fossero tra le mie scritture, desidero e prego se vi fosse qualche cosa che potesse dispiacere, sia interpretata in bene, perchè rimetto il tutto alla debita censura; oltre che non erano finiti. E ricordandomi, come ho detto, d'avere scritto altro, pensando e ripensando mi è venuto in mente che, molti anni fa, benchè con verità non mi ricordi se fosse innanzi o dopo la determinazione del Concilio, mi fu data una scrittura, come credo, da monsignor Aloysio Priuli o dal Flaminio, che era, come mi dissero, del reverendissimo Polo, la quale, essendo venuto a visitarmi l'arcivescovo d'Otranto, me la cavò dalle mani, ed io non la lessi e non so se fosse restituita; ma come ho detto, non avendola letta, con verità del soggetto non mi ricordo, e forse potrebbe essere che in ciò vi fosse qualche altra cosa; intorno questo non so, e se me ne ricordo lo dirò con ogni sincerità.

E perchè siamo a ragionare del reverendissimo Polo, e più volte ho udito dire che si sono avuti sospetti di lui, io voglio dire ingenuamente et coram Deo quel che ne sento sulla materia della giustificazione. Esso ha dato il parer suo in iscritto al Concilio, e questo si potrà trovare negli atti del Concilio, perchè io non mi ricordo se sia nelle mie scritture. Dopo il Concilio ragionando meco una sola volta, non mi parlò della sostanza, ma disse che aveva desiderato l'ordine del decreto in altro modo, e che gli pareva che avesse compilato molte cose insieme, le quali più comodamente si sariano potute dividere in molti articoli. Nel resto della dottrina sua, per quanto ho potuto conoscere io, e che mi ricordo, sua signoria reverendissima nelli suoi ragionamenti attendeva ad abbassar l'uomo, e rappresentar dopo il peccato del primo parente li gran mali che sono in esso uomo, ed in questo soleva diffondersi assai, tanto che qualche volta diceva che saria stato buono, per mortificare il vecchio uomo, che fossimo come morti e sepolti con Cristo, e resuscitati con lui, acciò ambulare in novitate vitæ: e soleva poi magnificare assai l'immensa carità e grazia di Dio, mostrataci e dataci nel Figliuol suo, della quale mai si saziava di ragionare con incredibile allegrezza: e se occorreva qualche volta di ragionare delle cose del mondo, esso sempre mostrava una grande fede nella providenza divina, e si riponeva tanto in quella ne' fatti proprj, che mi faceva stupire, non trovando in me tale affetto.

De' dogmi particolari, Dio sa che mai son venuto a ragionamento privato con lui, se non che, essendomi stato detto da un certo ferrarese, che si faceva parente del Savonarola, il quale non vidi mai più che una volta, ed era di passaggio per Bologna; e come mi disse, era venuto a posta per amor di Dio ad avvertirmi del cardinal Polo, a causa non credeva che fosse il purgatorio, ritenendo questa memoria, quando mi trovai con sua signoria reverendissima per esplorar la mente sua gli dissi che molti in Italia negavano il purgatorio, che le pareva? Sua signoria reverendissima subitamente mi rispose: Sono molto presuntuosi e temerarj quelli che lo negano, tenendolo la Chiesa.

Un'altra volta ragionando con lui di certi versi del Flaminio, gli dissi che molte persone mormoravano che lo tenesse in casa, perchè si diceva che era allievo del Valdesio e di frate Bernardino da Siena: esso mi rispose: — Ho veduto questo bell'ingegno e le belle lettere del Flaminio, e ho avuto paura che non facesse di gran male se diventava eretico, e son andato pian piano ritirandolo alla buona via, di modo che spero sarà guadagnato alla Chiesa di Dio; e però quelli che mi biasimano mi dovriano più presto lodare per avere fatto tal opera». Ed altro particolare non mi ricordo avere ragionato.

Dal detto Flaminio ebbi una volta un libro spagnuolo sopra li salmi, composto dal Valdesio; il qual Valdesio non vidi mai, e mi disse che quello era un bel libro, e che lo leggessi. Io ne lessi alquanto, ma per esser in lingua spagnuola, la quale troppo bene non intendeva, e perchè l'uomo si fastidisce di legger tanti che scrivono, lo restituii. Ebbi ancora certe interrogazioni in un fascio che dicevano esser del Valdesio, le quali non apersi mai, e non so che ne sia seguito. Dopo ho sentito molto biasimare detto Valdesio come autore delle eresie di Napoli. Ma per concludere del reverendissimo Polo, monsignor Aloysio Priuli e l'arcivescovo di Salerno credo siano meglio informati della dottrina sua che altri, perchè ho inteso che l'arcivescovo ha veduto molti suoi scritti per correggerli, ed è uomo dotto che potria giudicare al vero; il che non posso io non essendo dotto, nè avendo veduto molte sue composizioni.

Notes in this chapter

Note 1 · Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.Note 2 · Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sedNote 3 · Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, ilNote 4 · Ep. del 1537, vol. I, 749, 758.Note 5 · Ep. 9 del l. XV.Note 6 · Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:Note 7 · Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben delNote 8 · Ep. 4, l. XI.Note 9 · Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.Note 10 · Ep. del lib. III.Note 11 · Vedi Tiraboschi, St. della letteratura ital., Tom. VII, p. 1. La vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo. Il Note 12 · Spondano, Ann. Eccl. ad annum.Note 13 · Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine della pueNote 14 · Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena, eNote 15 · Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in testaNote 16 · Sadoleti ep. famil., vol. III, p. 317, 319.Note 17 · Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua vita fu sospeNote 18 · Ochino, non ancora apostata e condannato.Note 19 · Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.Note 20 · «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quellNote 21 · Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seNote 22 · Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunNote 23 · Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, Note 24 · «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli aNote 25 · Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.Note 26 · Nell'archivio vaticano, Nunziatura di Germania, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinaNote 27 · Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di fede, suiNote 28 · Balzac scriveva a Chapelain:Note 29 · Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre miNote 30 · Il citato Tassoni narra:Note 31 · In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardNote 32 · Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; diNote 33 · Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600, scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione, e cNote 34 · Similmente il Fontanini (Bibl. dell'eloq. italiana, tom. I, pag. 119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e di Note 35 · Nelle Novæ amœnitates literariæ di Arrigo Guglielmo Klemmio, stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono Anecdota de Ludovico Castelvetro eNote 36 · Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo l'ispNote 37 · La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario, esiste nel processo, e dice:Note 38 · Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota 18.Note 39 · Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con altre indicazioni.Note 40 · Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu processatoNote 41 · Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.Note 42 · Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.Note 43 · Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo Eirenicon: del che avremo a parlare.Note 44 · In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il MoroNote 45 · Uno, interrogato in quibus articulis habeat pro suspecto un tale, respondet: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della predicazione diNote 46 · Oggi è esposta stabilmente.Note 47 · Ortensio Landi, nel Commentario delle cose notabili e mostruose d'Italia, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non vi u
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