DISCORSO XXXII. IL SANT'UFFIZIO. LA TOLLERANZA RELIGIOSA. (continued 2)
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Somiglianti processure potremmo indicare in tutte le città d'Italia, e ce ne verrà la trista opportunità. In Lombardia si rese tremendo frà Pietro Angelo da Cremona; tra le cui vittime ricordano Francesco Cellario di Mantova figlio di Galeazzo, minorita dell'Osservanza, che già era stato inquisìto a Pavia. Milano era sottoposta alla Spagna, che cercò introdurvi la sua inquisizione; ma la città deputò alti personaggi al re, al Concilio di Trento, al papa, e ottenne di non aggiungere questo agli altri mali ond'era oppressa. Bensì vi fu piantata l'Inquisizione alla romana, ed una compagnia di quaranta cavalieri, portanti una croce in petto e aventi a capo il padre inquisitore, nel giorno di san Pietro Martire adunavasi nel suo oratorio, e al vangelo tutti sguainavano le spade, in segno di zelo e di costanza nel tener pura e propagare la fede e obbedire ciecamente al Sant'Uffizio; durarono fino al 1770. Compagnie consimili si formarono dapertutto, e con zelo indiscreto non solo investigavano l'eretica pravità, ma la trascuranza delle pratiche religiose; fiutavano le cucine al venerdì; sofisticavano ogni parola sfuggita ai professori; insomma avviavano ai procedimenti delle polizie odierne; superiori a queste solamente in quanto supponevano andarne di mezzo non l'interesse momentaneo d'un principe o d'una fazione, ma la salute delle anime.
San Carlo, da Roma il 10 dicembre 1563, scrive al doge di Genova che procuri l'arresto di frate Antonio da Cortemiglia conventuale, grandemente sospetto d'eresia. In questa città l'Inquisizione era già stabilita nel 1253, quando mandò a morte maestro Luco. Tre anni dopo, frate Anselmo capo inquisitore pubblicò certe provvisioni contro gli eretici, le quali volea facessero parte degli statuti della repubblica, e perchè i consoli ricusavano, egli obbligolli, minacciando di scomunica la città. Più tardi vi fe scuola Lucilio Vanini, e pare da lui apprendesse Cesare Conte pittore, che catturato dal Sant'Uffizio il 1632, moriva nelle segrete del palazzo ducale.
I buoni uomini della valle di Chamonix, a' piedi del Monbianco, nel 1462 condannarono al fuoco diverse persone, accusate d'eresie, d'apostasia, di magia, e una donna che avea avuto commercio carnale col demonio, fu fatta sedere per tre minuti s'una lastra rovente, poi data al fuoco. A Ciambery i frati mendicanti non poteano andar in volta senza sentirsi fischiare e fin battere.
Altra lettera di san Carlo del 15 aprile 1575 ci informa che il vescovo di Vercelli fu tacciato d'eresie per una pastorale dove esortava il suo popolo all'orazione della sera: ma attesta de' buoni sentimenti di esso, e si consola che l'accusa siasi volta contro uno scritto, giacchè le parole dette a voce possono facilmente riferirsi alterate; e ritiene che il santo padre non solo non l'imputerà, ma cercherà gli autori dell'accusa per punirli.
L'Inquisizione ne' paesi del Piemonte fu moderata da Emanuele Filiberto, volendo che le sentenze non sortissero effetto se non col concorso del senato, dopo udito il pubblico ministero, ma la prescrizione cadde in dimenticanza. Esso Emanuele Filiberto fece prescrizioni minute e rigorose per l'osservanza de' precetti della Chiesa: si trasferiscano in città i monasteri femminili sparsi in campagna; non si permettano canzoni lascive nè contro l'onore e lo stato degli ecclesiastici: al tempo stesso che metteva un economato pei benefizj vacanti, e facea gli ecclesiastici concorrere alle pubbliche gravezze.
In Sardegna, Valente arcivescovo di Cagliari verso il 687, in un'opera De erroribus hodierna tempestate grassantibus, tolse a provare che erasene sempre conservata immune quell'isola[341]. E tale durò: ma verso il 1560 s'ha memoria d'un processo fatto a Sigismondo Arquer cagliaritano, avvocato del fisco, per opinioni religiose, d'ordine dell'arcivescovo Parraques; risultò innocente, pure non si desistette dal perseguirlo, ond'egli credette cercar salvezza in Ispagna. Ma quivi come luterano dogmatizzante venne preso dall'Inquisizione di Toledo, e morto con altri nell'Atto di fede del 1571. Abbiamo di lui Sardiniæ brevis historia et descriptio[342], alla cui fine si legge che colà sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, majoremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris.
Sarebbero queste parole la causa o l'impulso del suo processo?
Mentre noi andiamo spigolando con improba fatica avrebbe un'abbondante messe chi potesse cercare gli archivj del Sant'Uffizio a Roma. Ai giorni nostri furono spalancati per violenza due volte; durante il dominio francese dopo il 1810, poi nella rivoluzione del 1848, eppure nessuno seppe trarne profitto per la storia e per la verità. Finchè ad altri ciò sia concesso, ci siam valsi e ci varremo di frà Caracciolo, che scrivendo una vita di Pio IV, rimasta manoscritta, potè aver sottocchio i processi di quel tribunale. Perpetuo lodatore di questo, e inesorabile cogli erranti, qui gli cediamo le parole perchè riferisca molti fatti, che in tono diverso noi abbiamo divisati. Parlato dunque di quanto avvenne in Venezia e a Milano, prosegue:
«Como, come più vicino a' paesi settentrionali, solea essere tragetto di eretici, perciocchè da Germania mandavano balle di libri eretici, come si scuoprì poi nel 1549 per mezzo del Santo Ufficio di Roma, e di frà Michele Ghisliero, perciocchè si trovarono molte balle di libri mandate da Germania per spargerle in Como, Cremona, Vicenza, Faenza, San Ginesio, e in Calabria: al che fu rimediato opportunamente dal Santo Officio di Roma con porre in ogni città valenti e zelanti inquisitori, servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti per ajuto della fede, come dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano, Pesaro, Venezia e Capo d'Istria, ecc. Questa risoluzione in servirsi de' secolari fu presa, perchè non solo molti vescovi e vicarj e frati e preti, ma anco molti delli stessi inquisitori erano eretici, come confessò il Vergerio, quando nella prima esamina fu malamente assoluto da loro.
«Furono per molti anni in Bergamo alcuni principali eretici, o veri, o sospetti, processati di eresia: in primis Vittorio Soranzo vescovo di Bergamo, il suo vicario, il prevosto chiamato don Nicolò Assonica, e altri di minor conto; il vescovo in particolare fu tenuto per eretico fino, e fu quello, che ebbe ardire di mandar gente armata per carcerare frà Michel Ghisliero, allora inquisitore in quelle parti, il quale aveva solennemente formato un processo contro di lui, molto prima sospetto. Questo vescovo già un pezzo fa aveva incominciato ad infettare la sua città e diocesi, e se il Santo Ufficio di Roma non l'avesse fatto processare, non bastava forza veruna a reprimerlo, perciocchè era egli potentissimo in Venezia e in Bergamo; ma il Santo Officio per mezzo di frà Michele lo processò, e avutolo nelle mani lo carcerò nel castel Sant'Angelo; alla fine convinto d'eresia fu privato del vescovado, e si morì in Venezia infelicemente. N'ebbe tanto piacere il cardinal teatino (Caraffa), che costui fosse stato processato, che di qua cominciò a porre affezione a frà Michele Ghisliero, e ad esaltarlo in modo tale, che di poi fu papa.
«In Modena gli eretici fecero più faccende che in nissuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinal Morone, chiamato Bianco de Bonghis, molto sospetto d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino libraro modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia. Vendè costui molti volumi Del beneficio di Cristo, libro pernicioso, che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex merito Christi imputativo alla luterana. Questo è quel libro così caro agli eretici, che fu da loro stampato molte volte, e il detto Gadaldino non solo lo vendè, ma anco lo ristampò. Vi fu Bonifazio Valentino modenese eretico, a cui scrisse Adriano, segretario del cardinal di Fano, una lettera di condoglianza per la morte di Lutero, e per la morte di due frati in Modena, chiamati frà Reginaldo, e frà Alasio eretici. Il Santo Officio ebbe in mano questa lettera, e processò il detto Adriano segretario. Questo Bonifacio manteneva commercio con i Tedeschi eretici, da' quali aveva appreso lettere, ed egli fu che infettò la terra di Nonantola. Vi fu Alessandro Milano modenese, luterano anch'egli; vi fu un frà Bernardo Bertoli, predicatore pernicioso, mandato a Modena a predicare per opera di Luigi Priuli e dal cardinal Polo e dalla marchesa di Pescara. Fu detto ch'era discepolo del cardinal Polo, per il che tutti tre ne furono processati, e il detto frà Bernardo ne stette carcerato in Roma, ed abjurò. È vero che Morone fu inquisito anch'egli come vescovo di Modena, perchè l'avesse mandato a predicare nella sua Chiesa; ma esso si salvò scusandosi che il cardinal Polo ed il Priuli gliel'avevano approbato. In Modena fu parimente dal cardinal Morone mandato a predicare un frà Bartolomeo Pergola. Costui, per opera del Soranzo vescovo di Bergamo fu invitato a Roma, che andasse a parlare a Morone: Morone l'invitò a pranzo, ragionò con lui, e lo conobbe per luterano: ebbe in Roma il libro Del beneficio di Cristo da un certo Guido da Fano: predicò molte eresie a Modena, ma poi Morone l'indusse a ritrattarsi. Di questo Pergola fa menzione il Muzio in una lettera che scrisse al cardinal di Carpi e al cardinal di Napoli, cioè al nostro Caraffa sommo inquisitore, ed a Lattanzio Fosco suo auditore, avvisando loro che costui, che era frate de' conventuali di San Francesco e valente predicatore, era capitato quell'anno a Pesaro, e che nove anni prima, cioè nell'anno 1542, quando appunto in Roma fu fondato il Santo Officio, aveva predicato cose scandalose in Modena, ma che si scusava dicendo che il suo predicare era stato approbato dal Miranda, lettore di teologia, e dal Beccadello inquisitore; con tuttociò fu fatto ritrattare in pulpito: e il Muzio facendo buon giudizio di lui, non gli fu data altra pena, che privarlo per nove anni della predica. Il cardinal Cortese modenese, ancorchè religioso benedettino di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal Santo Officio per aver letto e approvato il libro Del beneficio di Christo. Fu anche in Modena un prete Domenico Morando, maestro di casa del cardinal Morone, eretico e fautore degli eretici: vi fu un Francesco Camerone, e un chiamato Farzirolo modenese, processati di eresia: vi fu il prete Gabriel Faloppia, eretico luterano pessimo, e un altro detto il Gozapino calzolaro, e D. Girolamo Regio prete modenese, eretici, e Ludovico Castelvetri modenese eretico, che se ne fuggì in Germania. Vi fu un'accademia tutta infetta, de' quali era capo un cappellano di Morone eretico, detto don Girolamo di Modena: vi furono Giovanni Borgamazza e Giovanni Bertano modenesi eretici; mastro Giovanni Maria Manelli con altri molti sospetti di eresie. Erano costoro di tanto numero e potere, che mandavano ajuto di denaro a quei di Germania. Qui finisco di dire della città di Modena, di cui fu vescovo il cardinal Morone sospetto, processato, e carcerato tant'anni per molti e gravi capi di eresia, se bene fu assoluto poi a tempo di Pio IV. Circa quel libro Del beneficio di Christo, oltre quello che n'ho detto di sopra, fu il suo autore un monaco di San Severino in Napoli siciliano, e discepolo di V. Valdes; fu revisore di detto libro il Flaminio, anch'egli gravemente infetto; fu stampato molte volte, ma particolarmente a Modena De mandato Moroni; ingannò molti, perchè trattava della giustificazione con dolce modo, ma ereticalmente, attribuendo ogni cosa alla sola fede, e falsamente esponendo le parole di san Paolo nell'epistola ad Romanos, avviliva l'opere ed i meriti, e perchè questo è quell'articolo, nel quale inciamparono gran parte de' prelati e de' frati di quell'età, però ebbe grande spaccio, e fu da molti approvato: solo in Verona fu conosciuto e reprobato: dopo molti anni fu posto nell'indice de' libri proibiti da Paolo IV, e poi da Pio IV e da Clemente VIII.
«Lucca fu molto appestata di questo morbo, perciocchè in quella città tennero scuola Pietro Martire, dopo che si fuggì da Napoli, e vi ebbe per compagni il Tremellio ferrarese, lettore di lingua ebrea, Celso Martinengo lettor di lingua greca, e Paolo Lazisio veronese, lettore di lingua latina, e costoro vi trovarono Girolamo Zanco, tutti pessimi eretici, e vi stettero fino al 1542, quando, per paura del papa che ritornava da Bussè, se ne fuggirono tutti in Germania insieme con l'Ochino.
«Siena e Firenze furono assai piene di eretici. Quella produsse l'Ochino, e Lattanzio Morone (Ragnone?) eretichissimi; questa ebbe frà Pietro Martire Vermilio, che infettò Napoli, Firenze e tutta l'Inghilterra: ebbe ancora il protonotario Carnesecchi, il quale fu segretario di papa Clemente VII. Il cardinal Teatino fu il primo che lo processò, poco dopo che fu fondato il Santo Officio in Roma. Poi nel 1546, per qualche speranza che diede di conversione, fu rilasciato non già dal cardinal Teatino, ma da altri, che non occorre qui nominare; però si doleva il cardinal Teatino della troppa lentezza e perniciosa benignità verso gli eretici. Quindi andò a Firenze sua patria, e ritornò al vomito tanto fieramente, ch'egli dell'entrate di molte badie manteneva molti agenti di eretici in varie città d'Italia. Costui insieme con Pietro Martire appestò Firenze in modo tale, ch'io udii più volte dal signor Pietr'Antonio Bandini, padre del cardinale Bandini, queste parole: Innanzi al Santo Officio, non vi era straccio di fede in Firenza.
«Bologna fu in molto pericolo, perchè vi erano alcuni eretici principali, tra' quali fu un certo Giovanni Battista Scoto, il quale aveva amicizia e appoggio di persone potentissime, come di Morone, Polo, marchesa di Pescara, ecc., raccoglieva denari a tutto suo potere, e li compartiva tra gli eretici occulti e poveri, che stavano in Bologna. Abjurò poi nelle mani del padre Salmerone per ordine del legato di Bologna e del Santo Officio.
«Fiesole, oltre alla vicinanza di Firenze, era anco sospetta per il suo vescovo eretico.
«San Geminiano ebbe Michelangelo Tramontano luterano, e un medico detto il Travano suo maestro. In Perugia insegnò l'eresia il detto medico Travano, il quale ebbe per discepolo un prete detto Crescio e il Tramontano soprascritto.
«In Viterbo fe residenza il cardinal Polo legato di Romagna, anch'egli molto sospetto e processato, e nella sua Corte vi erano molti eretici. Furono infette ancora molte monache del monasterio di Santa Caterina di quella città, come anche in Firenza, i monasteri intieri erano infetti.
«In Volterra fu un frà Andrea molto sospetto, e amico di persone sospette.
«Così stava malconcia la povera Italia, e così furono scoverte, e sanate le sue occulte e pestifere piaghe per opera del Santo Officio di Roma. Sentirono grand'orrore di così gran male, e grande allegrezza di così efficace rimedio le persone buone e zelanti della fede: e principalmente il cardinal Teatino, inventore e autore di tanto bene, ne stava ogn'ora più contento, e ne ringraziava Dio benedetto: anzi con quel suo intrepido cuore si diede animo a processare anco i prencipi d'Italia, che erano macchiati di quella pece, come furono Ascanio Colonna duca di Palliano, Vittoria Colonna marchesa di Pescara, Renata del real sangue di Francia, cioè sorella d'Enrico III duchessa di Ferrara, Caterina Cibo duchessa di Camerino, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e altri. Così si vide adempita nel Santo Ufficio quella potestà datagli da Dio evellendi, disperdendi, dissipandi et destruendi; e solea dire il Caraffa in famigliar ragionamento, che la principal mira del Santo Ufficio e de' papi deve essere dare addosso ai grandi, quando sono eretici, perchè dal loro castigo dipende la salute de' popoli.
«Napoli e molte altre città, e terre del regno furono molto appestate di eresie dal V. Valdes, e da quei tre suoi principali discepoli, cioè da Pietro Martire, Ochino e Flaminio, i quali poi diventarono maestri di molti altri. Vi fu anche un certo Siciliano apostata di sant'Agostino, chiamato poi in abito di prete don Lorenzo Romano. A costui non bastò fare scuola in Caserta, e in molti altri luoghi di Terra di Lavoro, ma anche, per diventare più valente eretico, andò a posta in Germania per conferire con que' ministri, e ritornò di là non solo luterano, ma anche pessimo sacramentario zuingliano. Ora fondato il Sant'Ufficio in Roma, di giorno in giorno si scoprivano più terre infettate di eresie, e veramente se si ritardava più a fondar il tribunale del Sant'Officio in Roma, dal quale ebbero forza e efficacia gli altri inquisitori dell'Italia, difficilissimamente si poteva più rimediare al gran fuoco acceso in tutto quel regno. In Napoli per opera di V. Valdes, dell'Ochino, di Pietro Martire, e del Flaminio, e altri lor compagni, se ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola, che arrivarono al numero di tre mila, come si conobbe poi quando si ritrattarono. In Calabria vi fu quell'Apollonio Merenda, il quale dopo avere infettate molte terre, e particolarmente la Guardia, San Sisto, la baronia di Castelluccio, accostatosi a Roma diventò cappellano del cardinal Polo. La Puglia ebbe molti maestri di mala dottrina, e specialmente Odone da Monopoli, don Giovanni Paolo Castroffiano maestro di scuola, e compagno di Ludovico Manna eretici pessimi. In Terra di Otranto vi fu Ladislao, auditore dell'arcivescovo di Otranto e compagno di Ludovico Manna eretico, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Ludovico Manna a leggere alla sua Chiesa d'Otranto pubblicamente, e che aveva commercio di lettere con Martin Bucero, e che fu amico del V. Valdes, e leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio, che se ne fuggì poi in Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello di cardinale il nostro Caraffa. Ora stando le cose in questo modo, e sentendo in Napoli e per tutto il regno gran principio di rovina, e dall'altra parte vedendosi per l'esempio di Roma, quanto gran remedio fosse il Sant'Officio, si cominciò a pensare di mettere il tribunale dell'Inquisizione anche in Napoli.
«I nostri padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro Ordine, per dirlo con le parole dell'Adriani, accerrimo persecutore dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che furono scoperti dai nostri fu questo. Si ha da sapere, che Raniero Gualante, e Antonio Cappone, per la pratica che ebbero col V. Valdes e con l'Ochino, furono anch'essi macchiati un poco di quella pece: ma perchè si confessavano dai nostri a San Paolo, ne stavano coperti, si fecero riferire da loro tutto quello intendevano da quelli occulti eretici.
«In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro seminavano, e le secrete conventicole di uomini, di donne che facevano, le quali da loro scoverte, e scritte dal cardinal Teatino in Roma, quei capi eretici se ne fuggirono via tutti da Napoli. Per la fuga del padre Bernardino Ochino scrisse il cardinal Teatino una bella e lunga lettera latina, tutta composta di parole della sacra Scrittura, nella quale, parte allettandolo (perchè vi era rimasta ancora qualche speranza di lui) parte rimproverandogli l'apostasia, e il pericolo dell'anima sua e di tante altre da lui ingannate, cercò di ridurlo a penitenza. Ma fu indarno, perchè, sebbene egli non così subito si fuggì d'Italia, nondimeno non solo non volse obbedire al cardinal Contareno, il quale piacevolmente raccogliendolo, l'esortò a presentarsi sponte in Roma, ma quel che fu peggio, se ne fuggì in Ginevra, e diede voce che il Contareno stesso aveva approvato il suo pensiero, e di là cominciò a dir male della Corte di Roma e della Chiesa cattolica, come san fare gli eretici: il quale disordine successe per la troppa piacevolezza del cardinal Contareno, perchè doveva pigliarlo prigione quando fu a casa sua, e non aspettare che si partisse.
«Ora prima che l'Ochino se ne fuggisse, andò a casa della duchessa di Camerino, chiamata Catarina Cybo, e quivi si spogliò l'abito, e si sfratò, e poi se ne fuggì in Ginevra. Aveva egli particolare strettezza con quella signora, e con quella di Pescara; onde costei ne fu poscia inquisita e molestata».
Dovevano esser frequenti gli attentati contro Inquisitori, giacchè Pio V nel 1569 fe una bolla terribile (Si de protegendis) contro quei privati o pubblici di qualunque grado, che uccidano, battano, caccino, atterriscano inquisitori o testimonj, o faccian offese a protocolli, istromenti, carceri.
Col tempo, come sempre accade, si mitigarono i rigori; l'Inquisizione ebbe a cercare tutt'altri delitti che d'eresia, e nell'età del punto d'onore le diedero molto a fare le censure ed assoluzioni pei duelli e chi vi assisteva; ma il nome e le forme sopravvissero fin all'età de' nostri avi[343]. E nel 1789 il padre Pani commissario del Sant'Uffizio stampò a Faenza (nessun tipografo di Roma accettandolo) un libro Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione, ove questa difende come niun s'aspetterebbe nell'anno della convocazione dell'assemblea di Francia.
Per l'andazzo che ha la Curia romana di conservare i formularj antichi anche quando i tempi vi repugnano, al modo stesso che l'Inghilterra conserva la vendita delle mogli ed altri titoli, di cui la realtà è abolita, nel 15 settembre 1841 frà Filippo Bertolotti inquisitore generale a Pesaro emanava un editto, ove imponeva l'obbligo strettissimo di denunziare al Sant'Uffizio i delitti di sua giurisdizione, sotto pena di scomunica: cioè rivelare coloro che son sospetti o diffamati di eresia, o di aderire a riti di Giudei, Maomettani, Gentili; che facciano atti da cui si presuma che abbiano patto col demonio; o esperimenti di necromanzia o di altre magie con abuso di sacramenti; che amministrino la confessione, la comunione senz'essere sacerdoti; abusino del sacramento della penitenza; tengano conventicole in pregiudizio della religione; proferiscano bestemmie ereticali; contraggano matrimonio avendo un'altra moglie o essendo negli Ordini sacri; impediscano in qualunque modo il Sant'Uffizio; facciano o divulghino satire contro il pontefice o il clero, o dove siavi profanamento di parole sacre; tengano o diffondano scritti e stampe ereticali senza la dovuta licenza; mangino o diano mangiare cibi proibiti senza necessità o licenza; inducano alcun cristiano ad abbracciare altra fede, o impediscano a Turchi ed Ebrei di battezzarsi. Chi non denuncia non potrà esser assolto se prima nol faccia: e ordina che quest'editto stia affisso nelle botteghe, osterie, librerie[344].
L'anno poi che Garibaldi e Cialdini strepitavano alle porte di Roma, nel seminario Romano (VI kal. sept. 1860) furono proposte certe tesi a difendere tra cui,
CCVI Institutum sanctæ Inquisitionis, prout a romanis pontificibus profectum est, nulla ex parte reprehendi potest.
CCVII Perperam Protestantes Ecclesiam calumniantur, quasi a primæva sua mansuetudine defecerit.
CCVIII Non minus enim veteri ætate, quamvis temporibus quæ Protestantium originem subsecuta sunt, romani pontificis solliciti admodum fuerint ne iis in locis, quæ immunia ab hæresi extiterant, hæretici libere cultum profiterentur, aut civilia jura quibus solummodo catholicæ religionis cultores frui poterant obtinerent.
CCXI Romani pontifices perpetue inficiati sunt aut ullum jus ab hæreticis afferri posse pro libertate (in religionis culto profitendo) obtinenda, aut ipsam societatis conditionem posse eamdem libertatem a catholico principe postulare.
CCXII Iidem romani pontifices sua agendi ratione in gravissimis adjunctis ostenderunt, meram sollumodo tollerantiam ad graviora mala vitanda inductam, reprehendi non posse.
Chi non l'ha visto personalmente si immaginerà qual trionfo chiassoso e facilissimo menassero allora i rivoluzionarj nell'imputare al dominio papale la persistenza del Sant'Uffizio e nell'abolirlo ne' paesi sottrattigli; liberazione nella quale i popoli s'accorgeano che non troppo ci corre fra un poliziotto prete e un secolare. Quando si fremerà in avvenire alle leggi Pica e Crispi, alle fucilazioni moltiplicate e alla forca conservata, gioverà ripetere che le istituzioni non vanno condannate per gli abusi che se ne facciano, e bisogna giudicarle in relazione coi tempi. Perocchè oggi la giustizia è il diritto armato; allora l'Inquisizione era il bene armato; lo Stato or protegge la giustizia; l'Inquisizione volea proteggere la moralità: opinioni varie a norma dei tempi, mentre noi imploriamo che da tutti, e secolari ed ecclesiastici, sia riconosciuta l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Quanto alle forme, pur troppo non possiamo nè imputarne solo i tempi passati, nè ingloriarne il nostro. Perocchè, a tacere quel che abbiam veduto noi stessi, in atti meno fieri o meno numerosi per verità, leggasi in Louis Blanc la storia o piuttosto la giustificazione del Terrore in Francia. Dopo fatto arricciar i capelli non meno colla narrazione di que' massacri, che co' suoi tentativi di scagionarli, conchiude: «Tutti i fanatismi si rassomigliano, e non è meraviglia se il fanatismo politico venne offrire la sua parte di vittime all'opera di distruzione del fanatismo religioso. Una cosa certa: che la maggior parte (!) furono colpiti perchè creduti realmente colpevoli...... Come in altri tempi si credette degno del fuoco chi non ammetteva la presenza reale, così allora si credette degno di morte (intolleranza meno incomprensibile) chiunque si rivoltava contro il principio dell'eguaglianza e della fraternità umana».
Il più fanatico apologista del Sant'Uffizio potrebbe scrivere una frase più assoluta? Ed egli si domanda: «In quai tempi, in qual paese lo scatenamento delle passioni politiche e il cozzo degli interessi non condussero a calpestare, i diritti dell'umanità, ed estendere oltre misura il dominio della morte? Gli esempj si presentano in folla, e anche senza aprir i registri dell'Inquisizione, o risalire a quella che chiamano età di barbarie, se ne trovano fin nella storia inglese» e qui narra l'orribile persecuzione mossa in Irlanda nel 1689.