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Gli eretici d'Italia, vol. II

DISCORSO XXIII. FRÀ BERNARDINO OCHINO.

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Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi, ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la gagliarda.

Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que' patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. Sena vetus civitas Virginis è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio nostro sigillo portava: Salvet Virgo Senam quam signat amœnam. E la gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28], tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni, Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino? Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa, che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei, onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi. Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica imitazione».

Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora entriamo a discorrere.

Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel 1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del commercio e dell'agricoltura.

Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano, famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].

Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII; rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne: «Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a' suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa di Roma è abominevole agli occhi di Dio».

Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico. Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe piangere i sassi».

Pietro Bembo, che presto fu cardinale, poco amava i predicatori d'allora, dicendo: «Che ci ho a far io? mai non s'ode che garrire il dottor Sottile contro il dottor Angelico, poi venirsene Aristotele per terzo e terminare la quistione proposta». Ora, il 6 aprile 1536, da Venezia scriveva alla marchesa di Pescara: «Io sono pregato da alquanti gentiluomini di questa città ad intercedere V. S. che sia contenta a persuadere al reverendo nostro padre frate Bernardino da Siena, che accetti di venir quest'altra quaresima a predicare qui nella chiesa de' Santi Apostoli, a riverenzia ed onor di nostro Signore Dio. Tutta questa cittadinanza aspetta di udirlo infinitamente volentieri. Io mi terrò a buona ventura poter conoscere ed udir quel santo uomo».

E il 25 marzo seguente: «Ragiono con V. S. come ho ragionato questa mattina col reverendo padre frà Bernardino, a cui ho aperto tutto il cuore e pensier mio, come avrei aperto dinanzi a Gesù Cristo a cui stimo lui esser gratissimo e carissimo; nè a me pare aver giammai parlato col più santo uomo di lui. Io non voglio lasciare d'udire le sue bellissime e santissime e giovevolissime predicazioni, ed ho deliberato starmi qui mentre ci stava egli».

Poi al 4 aprile: «Il nostro frate Bernardino (che mio voglio da ora innanzi chiamare, a parte con voi) è oggimai adorato in questa città. Nè vi ha uomo nè donna che non l'alzi fino al cielo. Oh quanto vale, oh quanto diletta, oh quanto giova! Ho pensiero di supplicar Nostro Signore ad ordinar la sua vita di maniera, ch'ella possa bastar più lungamente ad onor di Dio e giovamento degli uomini; chè ella non è per bastare, governandola sì duramente com'egli fa».

In fine il 23 aprile: «Mando a V. S. Ill. le allegate dal nostro reverendo frate Bernardino, il quale io ho udito così volentieri tutti questi pochi dì della presente quadragesima, che non posso abbastanza raccontarlo. Confesso non aver mai udito predicar più utilmente, nè più santamente di lui. Nè mi meraviglio se V. S. l'ama tanto quanto Ella fa. Ragiona molto diversamente e più cristianamente di tutti gli altri che in pergamo siano saliti a' miei giorni, e con più viva carità ed amore, e migliori e più giovevoli cose. Piace a ciascuno sopra modo. Estimo ch'egli sia per portarsene, quando egli si partirà, il cuore di tutta questa città seco. Di tutto ciò si hanno immortali grazie a V. S. che ce l'avete prestato». E al curato avea scritto: «Ricordatevi di forzare, se occorre, frà Bernardino a far uso di carni, e s'e' non tralascia l'astinenza quaresimale, non potrà reggere alla fatica del predicare».

Perocchè era dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso. Camminava a piè scalzi su per le roccie, nelle nevi, fra i bronchi, scoperta la testa, esposto a tutte le intemperie: limosinando di porta in porta: la notte appoggiavasi a un albero, e vi si addormentava, sebbene i grandi avessergli preparato letti e mense. Vedendolo passare, colla grossa tonaca, colla lunga barba, incanutita anzi tempo, coll'occhio spento e le guancie scarnate dalla macerazione e l'aspetto di un martire, la gente s'inginocchiava, presa istintivamente da meraviglia e rispetto. «Dove andava (dice un contemporaneo), uscivagli incontro la folla; non bastavano le chiese agli uditori: ed egli arrivava sempre a piedi, chè nessun mai lo vide pur s'un giumento: se doveva entrar ne' palazzi de' principi, nulla mutava del rigor di sua vita, non vino mai, mai più d'una vivanda, gli sprimacciati letti abbandonava per dormire sul nudo pavimento[31]. Sin l'infame Aretino, risoluto a far parlare di sè in qualsifosse modo, fingeva il convertito, e scriveva al papa da Venezia, il 21 aprile 1537, che il Bembo «avea dato mille anime al paradiso con l'aver trasferito in questa città cattolica il tanto umile quanto buono frà Bernardino», e che esso «da quella sua tromba che si fa udire col frate apostolico, ha creduto alle ammonizioni della riverenza sua, le quali vogliono che questa lettera, in mia vece gettatasi ai piedi della Vostra Santità beatissima, le chiegga perdono della ingiuria fatta alla Corte dalla stultizia delle scritture mie, benchè tutto quello che io ne ho detto con la bocca e scritto con la penna l'hanno ordinato i cieli, acciò, se nulla mancasse alla beatitudine sopradetta, vi forniate di glorificare nella conversione Aretina».

Mentre predicava a Venezia, «illustrissima città, teatro del mondo, emporio di tutto l'orbe, regina dell'Adriatico, vincitrice de' nemici, miracolo d'Italia», l'Ochino vi ottenne una cella, che elevò a monastero de' suoi Cappuccini. Nelle deliberazioni del concistoro, o vogliam dire consiglio municipale di Siena, al 21 giugno 1539 si stabiliva che, «essendo buono e molto utile alla salute delle anime che il detto frà Bernardino, che stamane nella gran sala del consiglio fece una salutare predica a tutto il popolo, rimanesse alcuni giorni a predicare nella cattedrale o in palazzo», che quattro illustri personaggi andassero da esso frate a procurare non partisse da Siena, e scrivessero al pontefice, se fa bisogno. Predicando nel 1540, ove in fatto introdusse la devozione delle Quarant'ore, che Siena fu la terza città a praticare; se non che, invece del Santissimo Sacramento, esponevasi il Crocifisso delle Compagnie.

Di quel tempo rinvenimmo colà alcune carte, tutte pietà, delle quali, non isbigottiti dalla taccia di frateschi, esibiremo qualche cosa[32].

«A dì 17 settembre 1540. Fu per il priore presentata una lettera alla nostra Compagnia di san Domenico per la predicazione da farsi nell'avvento prossimo da frà Bernardino Ochino, frate cappuccino, senza soscrizione, ma dagli effetti poi seguiti si stima sia stata mandata da lui senza nome, la quale contiene di fare l'orazione di quaranta giorni in tutte le Compagnie di Siena, e ore quaranta per Compagnia; la quale fu, d'ordine del nostro priore, letta da Lorenzo di Bernardino nostro fratello, il tenore della quale è questo:

«(Di fuora). Alla Compagnia di san Domenico in Campo regi. Carissimi in Christo Giesù fratelli.

«(Ommissis). Si prega la carità vostra, che vogliate essere in compagnia di molti altri a fare due divotissime e santissime opere, delle quali la prima sarà questa, che l'uno inviti l'altro, l'uno ammonisca l'altro con amor santo a fare la santissima penitenza con vera contrizione, purissima confessione e integra soddisfazione, con elemosine spirituali e corporali, con digiuni in verità fatti e con la santa orazione, contemplando quella cosa per la quale l'anima si trasforma nel suo amato Cristo, alli cui santi piedi umilmente gettandoci, la nostra propria e le pubbliche necessità spirituali doviamo esporre, esortando, e col buon volere ajutando l'anima nostra a vestirsi in modo di quelle divine virtù, fede, speranza e carità, che di quelle abituali possiamo fermamente vedere e tenere per certo, che, nel dì del gran giudizio, quella riunita a questi corpi, con essi insieme saranno con gli altri beati nel regno di Dio.

«E perchè fare orazione richiede l'anima raccolta nelle sue potenze salga su in cielo alli piedi della Santissima Trinità, e questo non può farsi se il corpo non s'allontana dall'opere del mondo, et essendo vero ch'a far questo (come può dire chi cristianamente lo sa) non si è ancora veduto nè saputo il più spedito modo, non tanto a far partecipe ognuno, quanto a mostrare a quelli che nol sanno (che son molti) il modo d'orare, che quello che da poco in qua è cominciato nella città nostra, cioè l'orazione durante lo spazio di quarant'ore. Però si prega per parte di Dio la carità vostra, da quella per grazia si domanda, che, fattone il sopradetto apparato e preparamento dell'anima vostra, siate contenti, secondo l'ordine infrascritto, quando al vostro oratorio toccherà, assettare quello, come è solito, e disporre le persone, ch'hanno a fare la guardia del tempo, e mettere i fratelli, e gli altri d'ora in ora in qualsivoglia numero senza strepito e confusione nel detto oratorio, dove si stia in continua orazione ore quaranta; il quale spazio giunto all'ultima ora, con quelli fratelli, che potrete in abito di battenti, anderete alla Compagnia che dopo voi segue, dalla quale alcuni venghino per voi, computando quanto tempo basti a partirsi dal vostro oratorio, e che, quando giungete all'altro, sieno al fine le quarant'ore, et ivi dicendo qualche prece, incomincierà l'altra orazione, restandovi quelli della prima ora, ritornerete al vostro oratorio, dove aspettandovi quelli dell'ultima ora, farete tutti qualche prego per finire l'orazione.

«Durerà secondo l'ordine sottoscritto l'orazione d'una Compagnia in un'altra, quaranta giorni, a similitudine delle maggiori orazioni che si leggono nella vecchia e nuova scrittura santa, e comincerassi a dì 19 di ottobre martedì la mattina seguente il dì di san Luca a ore 14, e durando fino alla prima domenica dell'Avvento, alla medesima ora saranno quaranta dì, e farassi l'orazione ventiquattro volte; tutte l'ore sono novecensessanta.

«Venuta l'ultima mattina, la prima domenica dell'Avvento, siate invitati a fare una processione in questo modo, che in abito di battenti tutti siamo a udire la predica, dopo la quale, la Compagnia che sarà l'ultima all'orazione con l'immagine di quel Crocifisso che doviamo imprimere e stampare nelli cuori nostri, deva andare per la città e seguendo l'altre senza confusione e senza altra insegna, ma standosi dove lo vorrà bene, ritorneranno alla chiesa cattedrale, dove la predetta Compagnia deve aver fatto provisione d'un sacerdote che celebri la messa all'altar maggiore, la quale, finita e avuta la benedizione, ciascuno tornerà alla casa sua, risoluto totalmente spogliarsi il vecchio uomo, e vestirsi del nuovo Cristo benedetto.

«Questa è la prima grazia, quale vedete. Se tutta è in benefizio vostro, cercatela adunque, e respondete a Gesù Cristo crocefisso che vi infiammi alla seconda.

«Questo è l'ordine delle Compagnie, preso così solo per la commodità; resta che facciate sapere alla Compagnia che è innanzi a voi, e a quella che è dopo, come siete parati a fare quest'orazione: l'uno animisca l'altro, e in virtù del preziosissimo sangue di Cristo, vincete ogni tentazione che 'l nemico dell'umana generazione vi porgesse dinanzi.

«Vi si dà quest'ordine ora, acciocchè abbiate tempo a trovare li fratelli; e confortargli a questo, e disporli all'ora loro.

«1º Comincierà col nome di Dio la Compagnia del Corpus Domini a dì 19 ottobre, martedì mattina a ore 14, e mercoledì notte a ore 6 finirà.

«2º A ore 6 mercoledì notte San Niccolò passerà giovedì, e venerdì a ore 22 finirà.

Segue divisando le ore di ciascuna Compagnia.

«La prima domenica dell'Avvento sarà il fine delle quarant'ore e de' quaranta giorni, a laude e gloria della santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo.

«La seconda grazia non meno utile della prima, la quale è atta a confermarsi ne' principiati beni, è questa: che le carità vostre, senza alcuna contradizione siano contente mandare secondo l'ordine soprascritto, quando sarà la volta loro, quattro o sei fratelli a guardare por una notte i poveri infermi dello spedale maggiore. A quelli non solo la notte, ma ancora il dì bisognerebbero la presenza e le consolazioni della carità vostra, quando solamente sono governi da mercenari, e da chi senza amore alcuno li vede, anzi da chi non considera che manco sono infermi dell'anima che del corpo.

«Oh! di quanto bene sarete cagione, e a voi prima, perchè da questi imparerete l'esser vostro, e quanto invano fatighiamo fuori della via di Dio, e a quelli, quando li conforterete, e con amore sovvenirete nelli loro affanni e dolori.

«S'entrerebbe in un lunghissimo ragionamento a volere esporre le molte e buone utilità che da quest'opera usciranno; però le taceremo, essendo per certo che molto più con l'opera stessa la conoscerete, che con parole non si mostrerebbero.

«Però, per parte (di nuovo) di Gesù Cristo crocefisso, si prega la carità vostra, immo a quella per la virtù del suo sangue comanda che la prima e la seconda di quelle grazie sieno da voi esaudite e ad effetto mandate, e Cristo, il quale a queste vi chiama, darà parte in voi e nell'anima vostra, e doneravvi grazia che con pura fede opererete quello che ne comanda.

«Restate nell'amore di Gesù Cristo, al quale col Padre e col Santo Spirito ha onore, gloria et imperio, sempre ne' secoli de' secoli».

«E questo è il tenore della presente lettera, come ho detto, del nuovo modo d'orare, trovato novamente dalli reverendi padri frati de' Cappuccini, e da loro predicato.

«Letta la presente lettera, non si risolvè altro la presente mattina per esser tardi, ma si risalvò a un'altra tornata.

«A dì 3 ottobre 1540.

«Dato dal priore licenza ad ognuno di parlare a bene et utilità della Compagnia etc. Lorenzo di Bernardino cimatore, fatta la debita riverenza, propose che si dovesse fare quattro persone sopra l'ordinare ed ornare la Compagnia nostra per fare la nuova orazione delle quarant'ore, e perchè bisogna fare qualche spesa, che detti quattro fratelli avessero autorità di fare tutte le spese, che bisognassero per detta orazione, e così si deliberò di fare detta orazione».....

1540, a dì 1 novembre, a ore 22.

«Essendo adorna la Compagnia con il cielo, e panni d'araza per chiesa, e la sagrestia, radunati gli fratelli andorono innanzi a certa ora 21, vestiti da battenti, tutti con torcie, alla Compagnia di Santa Caterina in Fontebranda per il Crocefisso, e così processionalmente con molte torcie vennero alla nostra Compagnia, accompagnati da moltissimi fratelli della detta Compagnia di Santa Caterina, e giunti nella nostra Compagnia, fatte le debite orazioni e invocazioni dello Spirito Santo, e fatto un breve sermone da Mº Bernardino di san Domenico in esortazione alla frequenza della detta orazione e ringraziamento alla Compagnia di Santa Caterina, ed alla moltitudine delle persone che vennero ad accompagnare il Crocefisso, dêtte licenza a ognuno, eccetto quelli che volessero restare all'orazione, e così chiusa la Compagnia, spento tutti i lumi, eccetto un lanternino con la figura di Gesù Cristo, portata la croce, e così a laude dell'onnipotente Dio si dêtte principio alla detta orazione. E un'ora si dura di stare in orazione per volta, e finita un'ora, si mette altre persone d'ora in ora, nell'ordine che li sopradetti fratelli hanno ordinato, cioè (seguono i nomi).

«Così a laude dell'onnipotente Dio si finì la detta orazione con molta frequenza de' fratelli, e di molte altre persone fuora della nostra Compagnia e di frati ad ogn'ora; e innanzi che fussero le 13 ore andammo tutti vestiti da battenti con torcie accese accompagnare il Crocefisso alla Compagnia di Sant'Andrea Gallerani, prima nella nostra sagrestia e detta Compagnia di Sant'Andrea fatta parare, cantate le litanie, e per il nostro correttore fatto un breve sermone, tornati poi alla nostra Compagnia, si cantò il Te Deum, fu fatto fine alla detta orazione, ecc.

«A dì 7 ottobre 1540.

«Al nome di Gesù Cristo crocefisso, radunato il Capitolo, fu per il nostro priore presentata una polizza da parte del vicario dell'arcivescovo, il tenore della quale è questo:

«Al nome di Giesù Christo,

«Il signor vicario dell'arcivescovo e li tre canonici eletti dall'altro sopra il fine dell'orazione delle quarant'ore, e il reverendo padre frà Bernardino Ochini, fanno intendere alla carità vostra che sieno contente per la prima domenica dell'avvento, per fuggir la confusione, osservare l'infrascritte cose:

«E prima per ragione della comunione da farsi comunemente in duomo, si prega quella che là sarà innanzi, vadino a reconciliarsi dove li piace; perchè la mattina sarebbe impossibile per molti rispetti: ecc., ecc.

A dì 14 ottobre 1540, fº 8.

«Al nome di Gesù Cristo crocefisso; per il nostro Padre Priore fu presentata la presente lettera diretta alla nostra Compagnia, e per comandamento del medesimo Priore, fu letta da Lorenzo di Bernardino Cimatore, il di cui tenore è questo: — Alla Compagnia di San Domenico; — Carissimi in Cristo Gesù crocefisso fratelli.

«Non a quelli che cominciano, ma a quelli che perseverano è riservato il premio, e questo per esperienza vediamo: se l'arbore, fatto ch'ha una volta il frutto, si restasse e non ne facesse più, ovvero, come una volta le facesse buone, e l'altra le facesse cattive, quello si è da tagliare e porlo al fuoco.

«Sarebbe per questo, in Cristo fratelli, vedendo il servire a Gesù Cristo nostro Signore santissimo, assai cosa tanto fruttuosa, buona e necessaria, avendo concessa la prima e maggior grazia, non dee negarsi la seconda più facile, e non manco accettabile al Redentor nostro Gesù Cristo, la quale sarà il visitare quelli poveri infermi, anzi esso Cristo Gesù nella sua santissima casa dello spedale di Santa Maria della Scala, scala del paradiso; e questo doveremmo trattare con un modo et ordine che fusse perpetuo, e tanto facile con la grazia di Gesù Cristo, che non sarà fatica o rincrescimento alcuno, quantunque nè fatica nè rincrescimento può porgere il servire a Gesù Cristo, anzi a noi medesimi.

«Pigliamo dunque quest'ordine: noi siamo ventidue Compagnie: pigliamo ogni ventidue giorni, una volta almeno visitare (con 2, 4 o 6 quelli che a ogni compagnia piacerà) quella santissima casa, e vegliare una notte con Gesù Cristo, e tenendo quest'ordine toccherà sedici o diciassette volte l'anno per Compagnia: facciasi dunque da ogni Compagnia di quelli sono più atti a tal offizio, tante parti, che in un anno tocchi una volta per parte o più come piacerà.

«E chi sarà quello che una volta l'anno per amor di Gesù Cristo non vogli pigliare quella consolazione di vegliare una notte con Gesù Cristo? facciamolo adunque, fratelli, facciamolo, deh! facciamolo, e non dubitiamo di niente, che per Gesù Cristo potiamo il tutto.

«Voi, carissimi fratelli della Compagnia di San Domenico, piglierete al nome di Dio a dì 12 di novembre in martedì, e seguitarete questa santa opera, e così ogni terzo martedì vi toccherà una volta, e di poi con la grazia di Dio seguiranno l'altre Compagnie.

«Questo qui sotto è l'ordine per tutto l'anno, ecc.

«A dì 17 gennaro 1541 a nativitate.

«Adunato il Capitolo ecc. fu dal P. Priore (Ochino) presentata la seguente lettera diretta alla nostra Compagnia.

«Grazia, laude e gloria a Gesù Cristo benedetto.

«Per li grandi e mirabili effetti, che sono esciti dalla passata orazione dei quaranta giorni si è potuto chiaramente conoscere e far giudizio, che non fu motivo d'uomini il mostrarvi un tal ordine, ma che viene dal Donatore di tutta la grazia, dalla bontà e misericordia del Salvator nostro.

«Però sappiate di certo, e tenete per fermo, ch'ogni grazia, e ogni dono perfetto viene di sopra, dall'infinita bontà e carità di Dio. Da parte del quale oggi vi si presenta un preziosissimo dono spirituale, il quale non solo a voi, mentre che vivete, ma ancora a quelli, che dopo voi verranno sarà di tal giovamento, che sempre voi e loro ne ringrazieranno Dio.

«Il dono è questo, che la carità vostra senza alcuna contradizione, con sincero cuore e grato animo, sperando sempre in Dio, e con voi si disponghino a fare deliberazione, e vincasi non con lupini, ma con viva voce, non per tempo determinato, ma che passi da voi nelli vostri posteri, e da quelli in perpetuo, che nell'Oratorio vostro (come nell'altro si farà) si faccia quattro volte l'anno l'orazione di quaranta ore secondo 'l modo sottoscritto.

«La cosa è tanto da se onesta, giusta, santa e divina, che non fa bisogno di persuaderla, tenendo per certo che, nel sentir voi presentarvi tal cosa, a tutti parrà un'ora anni mille di ritrovarla, e per amor di chi ve la manda, metterla in esecuzione.

«Prima che altro vi si dica, si prega la carità vostra che procurino e con diligenza osservino l'infrascritta avvertenza, acciò che 'l nemico nostro non semini nell'opera nostra qualche disordine, ch'a ciò sempre sta parato, e massime contro l'orazione, dove (dicono i santi) che porrà ogni sua industria per disviarli da quella.

«E perchè questa ha da essere l'ultima volta che di ciò vi ragioni, non vi porga fastidio se troppo a lungo vi si scrive.

«Faccisi dunque prima sapere a quelli che non sanno, che, dovendosi dare un tempo determinato, si è preso questo di quaranta ore e quaranta giorni, perchè 'l numero quadragenario è stato sempre di grandissimo mistero, e di più, che non solo in questo tempo determinato doviamo orare, ma sempre che questo è fatto per eccitare, e ricordare.

«Quattro volte l'anno si ha da fare l'orazione di quaranta giorni, talchè a quaranta per volta tocca sei dì e sedici ore l'anno per Compagnia...

«Acciochè questa oratione facci l'effetto suo di fare salire la mente nostra a Dio per pietoso e umile affetto, bisogna darle per guida la santa penitenza, cioè con fermo proponimento di levarsi dall'offesa verso Dio e verso 'l prossimo, fare uno splendido preparamento di vera contrizione, piena confessione e intiera sodisfazione, e di poi spiritualmente, e sagramentalmente comunicarsi; bisogna ancora, oltre alla guida, aggiungere a quest'orazione due ali, cioè il vero digiuno e l'elemosina spirituale e corporale; facendo così, pentendosi, e domandando misericordia da Dio della nostra côlpa e rendendo grazie alla bontà sua di tanta grazia che ci ha concessa, e che continuamente con larga mano per sua benignità sopra noi sparge, potiamo renderci sempre certi che la maestà sua averà grate, e riceverà l'orazioni nostre, e doneracci grazia che conosceremo il bene e lo avremo, che fuggiamo il male, e che sempre operiamo in onore e gloria sua (seguono molte regole particolari).

«I sermoni per non tediare sieno brevissimi e divoti, ammaestrando sempre l'orazione; sieno fatti da persone ecclesiastiche, e per l'amor di Dio s'avvertisca che sieno brevi e senza cerimonie, ringraziamenti e frascherie, perchè importa assai, acciocchè di zelo di Dio non si venga in pompa del mondo e vanagloria.

«Venuto il fine de' quaranta giorni, l'ultima Compagnia inviti l'altre; e venendo o no, faccino una breve e divota processione, odi la messa e si comunichi, e se pure trova altre Compagnie disposte, le guidi in qualche tempio, dove, dopo un pubblico sermone o predica, si facci una pubblica e divota comunione, e cantando Te Deum ognuno ritorni all'oratorio suo, e la Compagnia che fu prima piglierà la sua croce, e porteralla al suo oratorio. Non si facci apparati con drappi, panni, tappezzerie o frasche, anzi si faccia semplicemente con divozione e zelo di Dio, e gli apparati nell'anima nostra.

«Vi si comanda da parte di Cristo crocefisso, che si fugga ogni precedenza, ambizione e onore, acciocchè non possa mai nascere un minimo scandalo e facendosi processione, vadasi senza insegna confusamente. E se invitando voi le Compagnie, qualcheduna o tutte non venissero, non vi scandalizzate, anzi state quieti, e pensate che così è volontà di Dio. Fino quando l'altre vi inviteranno, siate li primi, e umiliatevi, perchè con la santa umiltà s'acquista il paradiso.

«Insomma quando sentite cosa alcuna che possi dare alterazione, immediate mozzate le maestre, e non se ne parli, nè vi si pensi più, e fate questa deliberazione ora per sempre di far ciascuna vostra opera a onor di Dio, e di poi trattatela alla libera e puramente, e così vedrete che di bene in meglio anderanno le cose vostre, e quest'orazione santissima, la quale renderà frutti gratissimi a Dio e salutiferi a noi.

«Perchè una delle cose necessarie ad un cristiano, anzi la più importante è l'orazione, e perchè rari sono che sappino altro che rimenare le labbra, non che fare orazione, e maggiormente l'orazione mentale; però si prega la carità vostra, che qualche volta, anzi spesso avvertiate li nostri fratelli che si faccino insegnare da chi se n'intende, e di più che si provedino di libri spirituali che ne contenghino, e molti vedano con quanto loro scapito fino ad ora o per negligenza o per ignoranza sono stati privi di cosa sì utile.

«Mancando qualche Compagnia, si succedano l'altre di mano in mano, fin che si finiscano li quaranta giorni».

Seguono altri avvertimenti. In appresso son registrate le funzioni fattesi man mano, ove copieremo quest'una:

«A dì 20 giugno 1542.

«Fu letta una polizza, inviata dalla Compagnia della Madonna sotto lo spedale, come avea deliberato la Balìa e conservatori della libertà di Siena che si dovesse fare un orazione di quaranta giorni, a pregare Dio che, per sua infinita pietà e misericordia, per i meriti della passione e sangue sparso dal suo unigenito Figliuolo per salute dell'uman genere, che vogli temperare il suo giusto sdegno preparato contro di noi, di guerre grandissime che si vedono preparare per tutta cristianità, evenimento de' Turchi contro li Cristiani, per la disunione de' prencipi cristiani l'uno contro l'altro, ed altri gran prodigi di terremoti con gran rovine di cappelle e ville, ecc.

«A quest'affetto elessero due di loro che fussero con le Compagnie, e così congregati due di ciascuna Compagnia nello spedale, si deliberò a gloria di Dio di fare la detta orazione nell'oratorio e Compagnia della Madonna sotto lo spedale, di far quaranta giorni continui dì e notte».

E basti delle preghiere: veniamo a materia più pruriginosa; gli errori.

Il Boverio, annalista de' Cappuccini, non ha frasi sufficienti per lodare l'Ochino, «prudente, sagace, di bei costumi, esercitatissimo per lungo uso di molte cose, ingegno e grandezza d'animo ad abbracciar qualunque gran fatto; tanta compostezza esterna ed onestà, che mostrava apparenza non vulgare di virtù e santità; mirabile predicatore, coll'eloquenza guadagnava gli animi, sicchè fu una generale approvazione allorchè, nel terzo capitolo generale, fu eletto generale il 1538. E tolse ad amministrar l'Ordine con tanto consiglio, prudenza, zelo della regolar osservanza, e coll'esempio d'ogni virtù, che i frati s'applaudivano dell'elezione d'un tal uomo. Quasi sempre pedestre visitò i varj conventi; esortava con mirabile eloquenza alla povertà, all'osservanza della regola, all'altre virtù, e s'acquistò sempre maggior nome presso i suoi e presso gli esteri: grande autorità godeva presso re e principi, che l'usavano in difficilissimi consigli; il papa avealo in massimo onore; talmente era cercato, che bisognava ricorrere al papa per averlo predicatore, e le più grandi chiese non bastavano agli uditori, sicchè bisognava aggiungervi portici; e molti, levando le tegole dal tetto, calavansi di là per ascoltarlo. Predicando a Perugia nel 1540, calmò le nimicizie per quanto inveterate. A Napoli avendo dal pulpito raccomandata non so qual pia opera, l'elemosine offerte salirono a cinquemila zecchini».

Scaduto il triennio (prosegue con incolta prolissità) fu rieletto, ma ricusò fermamente, finchè dalle istanze persistenti si lasciò vincere. E negli otto anni che fu cappuccino, mai non diede il più piccolo sentore di eresia.

Eppure sotto quelle apparenze celava un'estrema superbia, il desiderio di levar rumore, e la fiducia nel proprio intelletto, avendo imparato dai libri di Lutero a cercare nelle sacre carte ciò che alla sua passione compiacesse. Dicono che, mentre predicava a Napoli in San Giovanni Maggiore nel 1536, il Valdes lo avvicinasse, e fomentandone l'immaginativa e l'ambizione, l'inducesse a insultare Paolo III, che non l'aveva ornato cardinale. Al vicerè Toledo fu rapportato che spargesse errori luterani, e quegli cercò che il vicario arcivescovile chiarisse la cosa; «ma perchè con l'austera vita che mostrava, con l'abito asprissimo, con il gridar contro i vizj ricopriva il suo veleno, non si potè per allora conoscere se non da pochi la sua volpina fraude». Son parole del domenicano Caracciolo, il quale prosegue: «Pure vi fu alcun che se n'accorse, e fra i primi, per quanto ho inteso dai nostri vecchi, furono i nostri santi padri don Gaetano e don Giovanni; i quali poi più chiaramente se n'accorsero nel 1539 quando l'Ochino, predicando nel pulpito del duomo, andava spargendo molte cose contro il purgatorio, contro le indulgenze, contro le leggi ecclesiastiche del digiuno ecc.; e quel che fu pessimo, soleva talora l'empio frate proferire interrogative quel che sant'Agostino dice negative, Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te? dando a questo modo ad intendere tutto il contrario di quel che insegna sant'Agostino, cioè che sola fides sufficit, e che Iddio ci salva senza che noi facciamo opera alcuna per cooperar con Dio. Andavano attorno iscritti prima, e poi stampati i libri di costoro, come di tanti profeti, e già in pochi anni non solo i plebei ed ignoranti, ma anche molti signori e signore nobili, e molti religiosi e preti se n'erano infetti; e si facevano conferenze e conventicole secrete tra loro, e si prestavano scritti l'un l'altro di cotali dottrine pestifere»[33].

In quel tempo l'Ochino mostrava ancora una pietà incolpabile, e possiamo offrire in testimonio alcune sue lettere, tali quali le abbiam desunte dagli archivj della sua patria.

«Molto magnifici signori; Non penso vi habi a esser difficile el persuadersi che molto volentieri verei in questa quaresima a predicar alla mia Siena, sicchome per una vostra o visto sarebbe intento di vostre signorie: resta solo che da chi può comandarmi io non sia impedito. Di me potran servirsi nel scrivere che a me el venire sarebe gratissimo, pur che sia con volontà di sua santità. Questo medesimo o expresso al reverendissimo monsignore Ghinucci; et perchè del tempo fuor della quaresima sua santità non è solita impedirmi, quando a vostre signorie paresse che io venisse in questo tempo innanzi alla quaresima, mi dieno un cenno del quando, che non mancarò, col non cessare ancora di tentare per la quaresima; il che sarà etiam più facile di ottenersi per esser lì; et se in altro posso si servin di mè, che per la singolare affetione li porto mi sarà facile tutto in Christo per il quale vivo e spero di morire. Resto col pregarlo che vi prosperi sempre con la sua grazia in ogni vostra felicità.

«Da Roma il 5 settembris 1540.

Frater Bernardinus sen.

«Molto magnifici signori; Non ho più presto resposto per non essere resoluto di sua santità. Oggi s'è contentata che io per lo advento venghi, e così mi sforzarò circa Ognisanti essere a Siena. Preghiamo el Signore ch'el mio venire non sia vano. Resta che vostre signorie in quanto posso mi comandino che non sarà cosa tanto difficile che lo amor non me lo renda facile.

«Il Signore vi conservi e prosperi nella sua grazia.

«Da Roma 27 settembris 1540.

«Molto magnifici signori Priori Governatori e Capitani miei osserv.; Mi dolgo, per la molta affetione e cordiale amor che porto ed alle signorie vostre e alla patria, di non poter soddisfar a quello che per debito me si conviene, e a quanto saria il volere di quelle. Io non harei già aspettato che mi havessin fatto istantia di venir costà a predicare, che (quantunque non sia secondo il merito di quelle) al primo cenno sarei venuto, ma mi trovo, da molti giorni indrieto, con un dolor grande di schiena, e con altre indispositioni, attalchè, si ben mi forzasse a venir, non potrei predicare, e per questo ho ricusato anche a molti, e mi sò fermato qui che, tra che curarò il mal, mi verrò rassettando le mie scritture; per questo le Signorie Vostre si degneranno per tal impedimento scusarmi, contentandosi di quanto è voler di Dio per la mia imperfetione; e di questo è il mio buon volere verso di tutti, e mi faran gratia avermi nella vostra protectione e così a quelle con tutto il core mi fo raccomandato.

«Dal luogo nostro di Firenze, il dì xjj di novembre del D4j».

«Molto magnifici signori; Sa Dio quanto piacere ho avuto in intendere de diverse parti e ultimamente per una vostra, el ben essere della mia diletta patria: desidero essere instrumento di Christo a honorarlo se fosse possibile in ogni loco, ma spetialmente come sarebbe justo ne la mia Siena: e tanto più me n'è cresciuto el desiderio quanto che intendo che comincia a reformarsi et mi desidera. Ma le Signorie Vostre hanno a sapere che io, poi partii da Venetia, ad istantia dell'illustrissimo dominio veneto, la santità di Nostro Signore per un breve mi a imposto che ritorni a Venetia, e li stia in lor satisfatione in fin tanto che di me altro non determina, però bisogna che acceptiate per ora la bona volontà e mi haviate per excusato. Trovandomi così legato, mi sforzarò ben quanto più presto potrò venir a visitarvi: e se in altro possa in Cristo servirvi, sapino che lo animo è prontissimo. El Signor vi conservi et prosperi sempre nella sua divina gratia.

«Da Verona alli 20 maggio 1542.

«Molto magnifici signori; Per esser lo amor della patria justo e santo, e tanto più quanto è d'un bene universale e pubblico, cognosco che tanto più siamo obligati a amarla quanto siamo a Dio più proximi, però per esser frate non sò escluso da questo dolce vinculo, anzi tanto più strettamente ligato, quanto in me fusse più charità. Unum est che mi son congratulato del felice essere della mia patria, e o incominciato a honorarmene, però in Cristo, tanto ne sento dir bene, e desidererei presentialmente godermene, si chome del contrario in altre volte ne ho avuto molestia, e tanto più quanto per la vostra vedo el desiderio di Vostre Signorie e della città, maxime quando credesse avere a giovare. Ma poi so qui a Verona ad instantia del clarissimo dominio veneto, o avuto un breve da Sua Santità dove mi impone che ritorni a Venetia, e li stia infin tanto che altro non determina: tal che so impedito, e bisogna mi haviate non solo per excusato, ma compassione, e tanto più quanto el venire mi sarebe più contento ch'el restare. Pregarò bene el Signore che, essendo suo onore, faci che Sua Santità osservi la promessa, e quanto più presto potrò me ne verrò alla mia Siena. Pregando Dio che la conservi e prosperi nella sua gratia e pace.

«Da Verona alli 20 maggio 1542[34].

Nel 1541 l'Ochino avea stampato alcune prediche, locchè crebbe ne' Veneziani il desiderio di riudirlo. E il papa vi assentì: pure essendogli già insinuato qualche dubbio, diede ordine di tenerlo d'occhio. In fatto predicando in Santi Apostoli, cominciò a spargere errori. Alcuni ne l'accusarono, e (non essendovi ancora il sant'Uffizio) il nunzio papale lo dimandò a chiarirsene, ed egli ebbe l'arte di spiegarli in buon senso e diceva: «È più difficile convincere uno d'eresia, che accusarlo d'oscura definizione di frasi teologiche». Esso nunzio l'anno prima avea fatto arrestare Giulio Terenziano teologo milanese, che predicava eresie: e a ciò parve alludere l'Ochino quando dal pulpito proruppe: «Che facciamo, o uomini veneti? Che macchiniamo? O città regina del mare, se coloro che t'annunziano il vero chiudi in carcere, mandi alle galere, come si farà luogo la verità? Oh potesse questa liberamente enunciarsi! quanti ciechi recupererebbero la vista!»

Pertanto il nunzio lo sospese, e riferì ogni cosa al santo padre; ma gliene seppero mal grado i Veneziani, ammiratori di quel bello ingegno, di modo che dopo tre giorni bisognò restituirgli la parola, ch'egli usò più cautamente[35].

Da Venezia, il 10 febbrajo 1542, scriveva al marchese del Vasto:

«Illustrissimo signore; Non fu mai, nè manco sarà capitano più valoroso di Cristo. Imperocchè, dove gli altri vincono con potenti eserciti, per forza d'arme e d'artiglierie, e molti con inganni, astuzie o favori di fortuna, Cristo, venendo in questo mondo, solo soletto entrò in guerra, e disarmato d'ogni forza e favore del mondo, sendo in sulla croce, vestito solo di verità, umiltà, pazienza, carità e dell'altre sue divine virtù, con impeto d'amore, in una sola guerra ha superato per sempre non gli uomini del mondo, ma gl'infernali spiriti, la morte, li vizj, e tutti li nemici di Dio, e fatto la più bella e ricca preda dell'anime, per tanti secoli state già in sì misera servitù, che mai si facesse o potesse fare. È ben vero che vi lasciò la vita, ma questo rende più mirabile il suo trionfo e la sua gloria. Però essendo sì divino capitano, V. E. non si ha da vergognare, anzi da onorare d'essere nel numero delli suoi valorosi cavalieri, massime che le palme, corone, vittorie, trofei e trionfi delli suoi soldati senza comparazione sono più gloriosi che quelli del mondo. E si ricordi che prima, cioè nel sacro battesimo, fu ascritto alla milizia di Cristo, che a quella di Cesare; e mancar di fede a Cristo è cosa tanto più vile, quanto che Cristo, degli altri signori è più ricco, liberale, potente, pio, santo, giusto e pieno d'amore: e siccome furono empie quelle parole della turba, Non abbiamo altro re che Cesare, così divine quelle di Cristo, Rendasi quello ch'è debito a Cesare, ma non si manchi a Dio. Ed ora tanto più, quanto non si serve, anzi si disserve a Cesare ogni volta che s'ingiurasse Dio, dal favor del quale pendono gl'imperj e monarchie del mondo. Questo ho scritto, non perchè io non pensi che V. E. abbia sempre l'occhio aperto all'onor di Dio, siccome son costretto a credere e dalle vostre virtù, e dall'amor ch'io vi porto: ma vi veggo nelle altezze del mondo, dove li venti impetuosi delli rispetti umani sono potentissimi; talchè bisogna esser perfettissimi per vincere. Però l'impresa è conveniente alla grandezza e nobiltà dell'animo vostro. Gli altri vostri amici faranno festa, e magnificheranno le vostre vittorie del mondo: ed io, quando vincerete voi stesso, e non avrete per idolo il rispetto del mondo, anzi per grandezza di spirito gli sarete superiore, e non servirete al mondo, ma ve ne servirete in onore di Dio».

Finita la quaresima, a Verona raccolse molti Cappuccini della provincia veneta, ai quali insinuò errori, poi prese a spiegare le Epistole di san Paolo; e tra gli altri corruppe frà Bartolomeo da Cuneo, guardiano in quel convento, che divenne eretico. Essendo generale de' Cappuccini, avea promesso a frà Angelo da Siena di fabbricare il loro convento con un lusso disdicevole alla professata povertà; onde i pii credettero che quel che seguì fosse castigo di Dio per questa vanità. Certo le anime pie già n'erano sgomente, e san Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma. Angelica Negri di Gallarate, saviissima donna, le cui lettere si leggevano ne' refettorj, e che il marchese Del Vasto governatore di Milano volea ne' suoi consigli e al letto di sua morte, udendo l'Ochino predicare a Verona, predisse cadrebbe nell'eresia[36].

E in fatto cominciò a mostrare disgusto dell'orazione, del coro, della messa, al punto che tutti ne prendeano scandalo: qualche frate il rimproverò, tra cui frà Agostino da Siena gli disse lepidamente: «Andando ad amministrar la religione senza la preghiera, mi somigliate a chi cavalca senza staffe. Badate non cascare». Egli rispondeva che non cessa di pregare chi non cessa di ben fare. Poi talmente si avviluppò in affari di principi, che non avanzava tempo di dire l'uffizio, e ne domandò la dispensa dal papa. Insieme prese famigliarità con eretici, ne gustava i libri, fantasticava innovazioni.

Il papa non sapea indursi a crederlo traviato; e l'invitò a Roma, coi maggiori i riguardi, avendo divisato di ornarlo cardinale. Egli bilicossi lungamente tra rinegare le sue dottrine, o esporsi alla morte sostenendole; e il Giberti, santo vescovo di Verona ove allora egli si trovava, lo indusse andare a consultarne il cardinale Contarini a Bologna. Giunto colà, il trovò sì gravemente ammalato, che non potè averne se non queste parole: «Padre, voi vedete a che stato sono ridotto: pietà di me; pregate Dio per me e fate buon viaggio».

L'Ochino passò a Firenze a visitare Pietro Martire Vermiglio, e questi, che già era fisso nell'eresia, lo dissuase risolutamente dall'andare a Roma nè mettersi in mano del pontefice, bensì seguisse il consiglio del salvatore, «Se siete perseguitati in un paese fuggite in un altro». Mosse dunque a Siena a salutare i suoi; e vedendosi o credendosi in pericolo di venir preso, si ricondusse a Firenze, e di là scrisse alla marchesa di Pescara, palesandole l'ansie sue. «Con non piccolo fastidio di mente mi trovo qui fuor di Firenze, venuto con animo d'andar a Roma, dove sono chiamato, benchè da molti ne sia stato dissuaso, intendendo il modo col quale procedono; perchè non potrei se non negar Cristo, o esser crocifisso. Il primo non vorrei; il secondo sì, con la sua grazia, ma quando Lui vorrà. Andar io alla morte volontariamente non ho questo spirito. Dio quando vorrà mi saprà trovar per tutto. Cristo m'insegnò a fuggir più volte ed in Egitto ed alli Samaritani: e che andassi in altra città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia? Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo; e molte volte bisogna bestemmiarlo per soddisfar alla superstizione del mondo; nè manco scrivendo potrò dare in luce cosa alcuna. Per questi ed altri rispetti eleggo partirmi, e prontamente; chè veggo che procedono in modo, che dà pensar che vorrebbero infine farmi rinegar Cristo o ammazzarmi. Credo se Paolo fosse nel mio caso non piglierebbe altro partito...... Ho inteso che il Farnese dice che son chiamato perchè ho predicato eresie e cose scandalose. Il Teatino, Puccio[37] ed altri che io non voglio nominare, dalli avvisi che ho avuti, parlano in modo, che se io avessi crocifisso Cristo, non so se si farebbe tanto rumore. Io son tale qual sa V. S., e la dottrina si può sapere da chi mi ha udito: mai predicai più riservato e con modestia che quest'anno, e già senza udirmi mi hanno pubblicato per un eretico. Ho piacere che da me incomincino a riformare la Chiesa. Temono infino un frate con l'abito nostro in Ara Cœli, che il Capitolo ordinò che gli fosse cavato l'abito: onde, udendo tanta commozione contro di me, penso sia bene cedere a tanto impeto. Dall'altra parte pensate se mi è aspro per tutti li rispetti che sapete. Considerate se sento repugnanza a lasciar tutto, e a pensare che si dirà. Cristo ha permesso e voluto ch'essi mi perseguitino così, a qualche buon fine. Mi sarebbe stato sopra modo gratissimo parlarvi, ed avere il vostro giudizio e di monsignor Polo, o una lettera loro. Pregate il Signore per me. Ho animo servirgli più che mai in la sua grazia.

«Firenze, 22 agosto 1542»[38].

Allora fu da Caterina Cibo duchessa di Camerino, colla quale pure teneva usata; e deposto l'abito, con tre altri monaci varcò gli Apennini. A Ferrara visitò la duchessa Renata, che lo munì di commendatizie per Ginevra. Avea preso a compagno fra Mariano da Quinzano laico, che sapea di francese e tedesco per essere stato militare; ed era sì caritatevole, che una volta, più non avendo altro da poter dare, al mendicante disse: «Non mi resta che questo mantello, e neppur esso è mio, sicchè non posso dartelo. Ma se tu me lo togli, io non mi opporrò». E sfibbiatolo, lasciò che il povero se lo pigliasse.

L'Ochino diede intendere a frà Mariano che zelo di Dio lo traesse a predicare fra gli eretici; e per entrare nel loro paese bisognasse deporre l'abito. Parte dunque con lui, frà Ginepro, frà Francesco, va a Mantova, ad Aosta, e dice all'Italia un addio, che il Beverini stemperò in suo prolisso latino. Tosto che frà Mariano s'accorse della frode, procurato invano dissuaderlo, staccossene, e ritornò col sigillo della religione, consegnatogli dal desertore. Nella prefazione alle «Prediche di Bernardino Ochino da Siena, novellamente ristampate et con grande diligentia rivedute e corrette» senza anno e luogo[39], ripete quel che disse al magistrato della sua patria: «Quando avessi possuto in Italia predicare Cristo, se non nudo siccome ce 'l donò il Padre, e si dovrebbe, almanco vestito e velato come già in parte mi sforzava di fare, a buon fine per non offendere i superstiziosi, non mi sarei partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi bisognava, stando in Italia, tacere, immo mostrarmi inimico dell'evangelio o morire. Ed io non volendo negar Cristo, e non avendo speziale rivelazione nè particolar spirito d'andare volontariamente alla morte, per non tentare Dio elessi partirmi, siccome m'ha insegnato Cristo e con la dottrina e con l'esempio, il che fece anche Paolo ed altri santi. Quando verrà l'ora mia, Dio mi saprà trovare pertutto. So ben che se il pio, santo e prudente considera quello che ho lassato in Italia, a quante calunnie mi sono esposto, e dove sono andato in questa ultima età, sarà certo che il mio partirmi non nacque da umana e carnal prudenza, nè anche da sensualità, siccome spero in Cristo che la mia vita dimostrerà...... Da poi adunque, Italia mia, che con la viva voce non posso più predicarti, mi sforzerò scrivere, ed in lingua volgare, acciò sia più comune, e penserò che Cristo, abbia così voluto acciò ch'io non abbi altro rispetto che alla verità». Come l'Ochino arrivò a Ginevra, Calvino ne esultò, e scriveva a Melantone: «Abbiamo qui frà Bernardino, quel famoso, qui suo discessu non parum Italiam commovit». Subito si indissero preghiere per lui in tutta Italia; fra' Cappuccini si prese gran cura di estirpar ogni seme che avesse potuto lasciare, e molti che se ne conobbero infetti, abjurarono. Frà Girolamo di Melfi, valoroso predicatore, corse dietro all'Ochino ma non guari dopo periva in un incendio. Frà Bartolomeo da Cuneo fu incarcerato dal vescovo, e persistendo nell'eresie, fu condannato a morte. Frà Francesco di Calabria, vicario della provincia milanese, si purgò con penitenza rigorosissima.

Il papa, irritato anche da una lettera dell'Ochino, voleva sopprimere i Cappuccini, quasi con lui aderissero, e n'avessero bevuto gli errori, ma ne fu dissuaso da ragioni, sopra le quali gli storici di quella religione tessono pompose dicerie. Claudio Tolomei nobile senese[40], appena seppe apostatato l'Ochino, gli diresse da Roma il 20 ottobre 1542 una lettera, che s'ha a stampa, donde appare quanto senso avesse fatto quel passo tra un popolo che l'ammirava e stimava. Esposte le ragioni di perdurare nella Chiesa, dove unicamente è la verità, lo pregava almeno a tenersi tranquillo e non inveire contro la Chiesa cattolica. Il cardinale Caraffa, che poi fu papa, deplorava quell'apostasia colle parole onde la Scrittura deplora la caduta dell'angelo Lucifero[41].

«Ancor ci suonano nelle orecchie quelle tue splendidissime prediche, dei beni della continenza, della devozione alle cose sacre, dell'osservar i digiuni, de' panegirici di santi, delle lodi di monaci, dell'onor della povertà: ancora ci stai davanti agli occhi co' piedi scalzi, mal in arnese, mal acconcio; ancora hai freddo, hai fame, hai sete, sei nudo: ed or tra cibi e bevande, dilicature e letti fra molli coltri, in vulgari taverne, fra beoni, fra incestuosi, fra bestemmiatori, svergognato apostata soffri d'esser veduto? Dove son quelle tue magnifiche voci del disprezzo del mondo, della beatitudine delle persecuzioni, della costanza nelle cose avverse? Dove le acutissime tue invettive contro la cupidigia dei beni, la vanità delle ambizioni, le false insanie? Tutto è confuso, tutto disfatto. Dove tu stesso, che predicavi di non rubare e rubi, di non adulterare e adulteri? tu maestro distruggi tutta l'opera che dianzi insegnavi. Chi darà agli occhi miei una fonte di lacrime per pianger giorno e notte un bastone della Chiesa spezzato, un maestro di popoli accecato, un pastore mutato in lupo? Che hai tu a vedere colle barbare genti? Che colla straniera nutrice, che colla matrigna, che colla meretrice la quale uccise il proprio figlio, e cerca separare il figlio vivente dalla vera madre? Riconosci il seno che ti nutriva, la voce di quella che piange, e grida, Torna, diletto mio, come la capra e il cerbiatto sul monte degli aromi. Sarà mite per te la verga del sommo pastore; troverai un padre indulgente, qualor ti mostri figlio ravveduto. Ti commuovano il coro de' santi, le preci de' fratelli tuoi, le lacrime de' figli; non deludere, non vilipendere quelli per cui Cristo è morto.... Te non perseguita quella che odia il peccato non il peccatore, che a tutti porge le mamme, che a nessuno chiude il grembo. La Chiesa non può perseguitare Cristo in te, che da Cristo ti scostasti: non ti segua l'ambizione tua, non la tua iniquità, e non avrai alcuno avverso, non alcuno persecutore; sia una sola fede, e sarà una la pace: sia una confession sola nella Chiesa, e una la ragione dell'amicizia. Via i vitelli d'oro; via il culto sulle alture; non vi siano Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria; sia un solo ovile e un solo pastore».

Altri ancora scrissero all'Ochino, e fra essi l'inevitabile Muzio, al quale esso rispose colla lettera, che quasi intera produciamo.

«Bernardino Ochino senese a Muzio Giustinopolitano S. e P. dove rende la ragione della partita sua d'Italia.

«Essendo giovanetto, ero in quest'inganno il quale ancora regna in quelli, che sono sotto l'impio regno d'Anticristo, che pensavo avessimo a salvarci per le nostre opere proprie, e che potessimo e dovessimo con digiuni, orazioni, astinenze, vigilie, e altre simili opere satisfare alli peccati e acquistarci il paradiso, concorrendo però la grazia di Dio.

«Avendo adunque desiderio di salvarmi, andai considerando che vita dovessi tenere, cercando che le religioni umane fussero sante, massime per essere approvate dalla Chiesa romana, la quale pensavo, che non potesse errare. Parendomi che la vita de' frati di San Francesco, nominati dell'Osservanza, fosse la più aspra, austera e rigida, però la più perfetta e a quella di Cristo più conforme, entrai in fra di loro, e benchè io non vi trovassi quello che m'ero immaginato, niente di meno non mi si mostrando per allora vita migliore, secondo il mio cieco giudizio stetti così in fin a tanto che incominciarno apparire al mondo i frati Cappuccini, e visto l'asprezza della vita loro, con repugnanza non piccola della mia sensualità e carnal prudenza presi l'abito loro e credendo d'aver trovato quello che cercavo, mi ricordo che dissi a Cristo: — Signore se ora non mi salvo, non so che farmi più. — Vedi se ero empio fariseo. Posso con Paolo dire (Gal. I) — Io profittavo nel giudaesimo, sopra molti di mia età troppo zelante delle paterne tradizioni e ammaestramenti. — Ma pochi giorni stetti con essi, che il Signore incominciò a aprirmi gli occhi, e mi fece in fra l'altre vedere tre cose: la prima, che Cristo è quello che ha satisfatto per li suoi eletti e meritogli il paradiso, e che lui solo è la giustizia nostra; la seconda, che i voti delle umane religioni sono non solo invalidi ma empj, la terza, che la Chiesa romana, benchè di fuore resplenda agli occhi carnali, niente di meno è essa abominazione in cospetto di Dio. Or avendomi il Signore così mostrato chiaro, e avendo di ciò il testimonio delle Scritture sacre, immo e dello Spirito Santo, facendo in me legge il suo offizio, caddi dalla cima della presunzione di me stesso, nel profondo della disperazione delle mie opere e forze, e vidi che, sotto spetro di bene, avevo sempre con Paolo perseguitato Cristo, la sua grazia e il suo evangelio, e che, quanto più con maggiore impeto d'opere m'ero sforzato d'andare a Dio, tanto più m'ero allontanato. Però mi trovai in una gran confusione ma non restai lì, imperocchè Cristo mostrandomisi con la sua grazia, cadendo con Paolo dalla confidenzia propria, respirai a Dio, e ponendo in esso le speranze mie, mi commessi in tutto al suo governo, poichè per me stesso ero sempre andato al contrario.

«E benchè varie cose mi venissino innanzi, niente di meno mi si mostrò alcun modo di vivere, nel quale potessi per allora più onorare Dio, che servirmi di quella maschera dell'abito, e di quella estrinseca e apparente santità di vita, in predicare la grazia, l'evangelio, Cristo e il suo gran benefizio. Questo dico, atteso e considerando quale e quanta era e è la superstizione d'Italia, e lo stato nel quale mi trovavo. E così incominciai a mostrare, che siamo salvi per Cristo. Vero è che vidi gli occhi d'Italia sì infermi, che, se avessi alla scoperta subito mostrato la gran luce di Cristo, non potendo tollerarla, l'avrei in modo tale offesa, che li Scribi e Farisei, i quali in essa regnano, mi arebbono ucciso. E giudicai esser bene, non così subito scoprirgli la gran luce dell'evangelio, ma a poco a poco per condescendere alla sua debile vista. Però contemperando le parole al suo lippo vedere, predicavo che, per grazia e per Cristo siamo salvi, che lui ha satisfatto per noi, e che egli ci acquistò il paradiso. Vero è che non scoprivo esplicatamente l'empietà del regno d'Anticristo, non dicevo, — Non ci sono altri meriti, satisfazioni, indulgenze che quelle di Cristo, nè altro purgatorio; — lasciavo simili illazioni farle a quelli che da Dio per grazia avevano vivo sentimento del gran benefizio di Cristo: non avrei ditto, — Voi sete sotto l'empio regno d'Anticristo, il quale fa residenza a Roma; i costumi della sua e vostra Chiesa sono corruttissimi, ma non manco la dottrina, le vostre religioni umane. Sono esse empietà, e non ci è altra vera religione che quella di Cristo; voi siete manifesti idolatri, e in pigliare i santi per vostri avvocati, offendete Dio, Cristo, la madre, e tutto il paradiso. — Non potevo esplicare simili verità, ma le tacevo aspettando che Cristo mi mostrasse quello che voleva fare di me. È ben vero che in secreto esplicai il vero a molti, delli quali alcuni che per tentarmi m'avevano domandato, ed altri per loro proprj interessi, manifestorno al papa e cardinali qual fusse la mia fede, mostrandosi contrarj di quello, che, già in camera parlando, avevano mostrato d'accettare per vero. Non mancarono anche persone, le quali, mosse da invidia e sì per la religione come per la predicazione si diedero intorno a dare il tratto alla stadera, con dire che predicavo eresie, e tanto con maggior veneno, quanto che in modo tale, che nessuno poteva puntarmi, nè pigliarmi in parola, e che, per il gran credito che avevo, avrei potuto un dì fare qualche gran commozione in Italia con ogni minima occasione; massime perchè in fra i Cappuccini molti e precipue i primi predicatori aderivano alla mia opinione, e di continuo moltiplicavano quelli che essi chiamano eretici perchè credono veramente in Cristo.

«Or ben sai che Anticristo con i suoi primi membri, temendo con Erode di non perdere il regno, e sapendo che quello di Cristo ruina il loro, come quello che gli è contrariissimo, con Caifas conclusero che io morissi, e furono eletti sei cardinali e deputati a spegnere ogni lume, che più scoprisse le loro ribalde latroncellerie. Or con furia mirabile fui citato da Anticristo, e comandato che subito andassi alla sua presenza: fecero anco saper per tutto, che io era citato per eretico, sì come essi dicevano.

«Trovandomi in quel caso, consigliandomi con Cristo e con li pii amici, dissi in fra me stesso: — Tu sai che costui, il qual ti chiama, è Anticristo, il quale non sei tenuto obbedire. Costui ti perseguita a morte perchè predichi Cristo, la grazia, l'evangelio e quelle cose le quali, con esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno: però questa è una impresa a essi di stato. Puoi dunque esser certo che egli ti torrà la vita, sì come ne hai avvisi e certezze.

«Un giorno più che fossi andato avanti, ero preso da dodici, i quali, la vigilia di san Bartolomeo, a cavallo circundonno il monasterio de' Cappuccini fuor di Siena per pigliarmi, sì come è pubblico; e non mi trovando corsero verso Firenze a fare il simile. Dicevo a me stesso: — Tu vai a morire scientemente volontariamente senza speranza di frutto, immo con scandalo de' pii; tu vai a tentare Dio esponendoti alla morte senza particolare rivelazione, o spirito: tu sei micidial di te stesso: tu puoi e debbi con Paolo e con gli altri santi, immo con Cristo fuggire, sì come con l'esempio e con le parole ti ha insegnato fare in simil casi, dicendo, Se vi perseguitano in una città, fuggite in un'altra. Tu in obbedirgli con andare ad una certa morte, onori e approvi supremamente la sua autorità; con disonore sommo di Dio, tu mostri a tutto il mondo di averlo per vero e legittimo vicario di Cristo in terra, sapendo certo che egli è Anticristo; però dâi gran scandalo al mondo con ingiuria di Dio. Cristo s'è servito di te in fino a ora con questa maschera dell'abito e vita, acciocchè con minor sospizione della superstiziosa Italia potessi predicare la grazia, l'evangelio, il gran benefizio di Cristo: Ora Dio si vuole servire di te in altro modo; vuole che alla scoperta scriva la verità, senza alcun rispetto umano, il che, perchè non potresti fare stando in Italia, però Dio ti ha condotto in questa necessità.

«Dipoi non potevo più tacere vedendo così impiamente sotto spezie di pietà ogni dì di nuovo crocifiggere Cristo: era necessario che io parlassi, sì come sanno quelli che più familiarmente praticavano meco, e che io dannassi non solo i costumi, ma molto più l'empia dottrina del regno d'Anticristo, nè potevo vivere in fra quell'empie e diaboliche superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni o tradimenti di anime. Ben sai che al partirmi repugnava il senso e la carnale prudenza, secondo la quale mi era difficile lasciare Italia con parenti e amici, gran credito, reputazione e nome; e scientemente espormi alle calunnie e infamie del cieco mondo, immo di tanti Farisei, i quali per invidia erano sì pieni di veneno che crepavano. Vedevo la bella occasione che avrebbono da sfogarsi. Mi suadeva la prudenza umana a più presto morire che vivere così infame, ma lo spirito rispondeva, che è somma gloria del cristiano vivere per Cristo e con Cristo, infame al mondo. M'adduceva anco lo scandolo, che ne piglierebbeno molti, ma vidi che era de' Farisei, del quale, secondo Cristo, non dobbiamo curarci. Cristo anco fu e è scandalo al mondo, e quando gli empj per la sua morte sommamente si scandalezzarono, i pii supremamente s'edificarono. Se anco andando a Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono restati di me scandalezzati. Però il loro scandolo non poteva evitarsi. Ora non so qual persona sarà che abbi spirito, immo giudizio, che non veda che io feci ottimamente a partirmi, non potendo più col mio stare in Italia servirmi dell'abito, predicare, giovare alli miei fratelli in Cristo, immo nè vivere; e partendomi potendo scrivere e aprire la verità con speranza di frutto. E chi è quello di sano giudizio che in tal caso non potendo più servire a Cristo, dal regno d'Anticristo non si fosse partito? Obbediresti tu ad Anticristo s'ei ti chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte, annichilazione di quella fetente e sporca meretrice d'Anticristo? La quale benchè dentro sia piena di sporcizie, immo essa abominazione in cospetto di Dio (2 Thess. 2), nientedimeno è chiamata dal cieco vulgo Chiesa romana, solo perchè lisciata di colori mondani resplende negli occhi degli uomini carnali.

«So che dirai, — Quando così fusse aresti ragione, ma non è vero che siamo giustificati per grazia e fede di Cristo, e non per l'opere nostre, nè voti delle religioni umane sieno invalidi e empj, nè anco che quella che i è chiamata Chiesa romana sia la Babilonia d'Anticristo; che, quando così fosse, avresti in tal caso fatto ottimamente a partirti. — Or io ho chiarito tutto: nelli primi venti sermoni che già sono in luce, ho apertamente mostrata la giustificazione per Cristo; nelli altri venti che anco sono in luce, ho fatto vedere chiaro come i voti delle religioni umane e primi membri d'Anticristo sono invalidi e empj, e che non ci è altra vera religione al mondo che quella di Cristo, e negli altri seguenti che ora s'imprimono si vedrà come quella che avete per Chiesa di Cristo è la vera Babilonia, nella quale colui che tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di Cristo. Però lascia stare di impugnare più me e la mia partita giustamente fatta, e se puoi impugna la dottrina, che sono per difenderla con la grazia di Dio. Sì è potente la verità che, se ben si unissero tutti li diavoli a scrivermi contra, sarebbe forza che restassero confusi; ma siete ben voi ciechi, stupidi, insensati e stolti, da poi che dove i santi ebbero lume di Anticristo inanzi venisse e lo conobbero per tale, voi nè esso nè i suoi membri vedete, avendoli inanzi agli occhi e nel tempo nel quale si dimostra contrario a Cristo con somma impietà. E ben che Cristo abbi incominciato a scoprirlo per Anticristo, e dato di ciò lume a tanti, e singolarmente ai più nobili spiriti, i miseri e empj Farisei non solo non l'hanno in orrore essendo essa abominazione, immo l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato sopra Dio siccome predisse Paolo. Sono innumerabili gli errori i quali avete imparati nell'empia scuola d'Anticristo per essere la sua dottrina impura, falsa, diabolica, nè avete altro scudo per difendervi se non col dire — Così ci hanno insegnato i nostri parenti e prelati con i membri d'Anticristo —; il che se basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo lascio giudicare a voi. Lascia, lascia dunque le tenebre d'Egitto, partiti dall'intollerabil servitù e tirannide di Faraone; non ti lasciare ingannare dall'estrinseco splendore del mondano regno d'Anticristo; risguarda all'umil Cristo in su la croce, e pregalo che 'l ti apra gli occhi e ti dia lume del vero, il che quando per sua grazia ti concedesse, non danneresti, immo approveresti il mio essermi in tal caso partito.

«Non potendo adunque giustamente dannare la mia mutazione, se prima non gitti per terra l'invincibile e inespugnabile verità che si contiene nelli suoi sermoncelli, vedili un poco, e con animo puro, sincero e candido, che so resterai preso dal vero. Che temi al leggerli, se come buon cristiano hai nel cuore il testimonio dello Spirito Santo e sei in verità? La quale, quanto è più discussa, resplende, e quanto più se gli approssima il falso suo contrario, tanto più si dimostra chiara. Sei forse di sì poco giudizio che, essendo come pensi in luce e chiarezza di fede, in ogni modo temi di non essere ingannato? Non è sì piccolo il lume della verità che ella non si possa facilmente discernere: ma se sei in tenebre sì come dimostri, dovresti tanto più cercare e non fuggire la luce della verità, quanto n'hai più bisogno, acciocchè insieme con gli altri fratelli eletti di Cristo e figliuoli di Dio rendiamo al nostro ottimo e divin Padre ogni laude, onore e gloria, per Gesù Cristo Signore Nostro.

«Da Ginevra 7 aprile MDXLIII».

Un'altra lettera l'Ochino inviò stampata ai signori della balia della sua città natale, in cui non si propone di far una professione intiera e l'apologia della sua fede, ma s'arresta al canone della giustificazione, «dalla viva fede del quale pende tutta la salute della vera Chiesa di Cristo, e la ruina del regno d'Anticristo. Però per esso sono perseguitato e questo è ch'io credo, e confesso con Paolo (Rom. 8) che, essendo gli uomini, per il peccato del primo parente, figliuoli dell'ira e della dannazione morti e impotenti a rilevarsi e a reconciliarsi con Dio, Cristo giustizia nostra, mandato dal suo eterno Padre, con attribuirsi li peccati delli suoi eletti, e offerirsi in croce per essi, ha satisfatto pienissimamente, e in tutto placato l'ira di Dio; immo adottati per figli del suo eterno Padre e fatti suoi eredi, ricchi di tutti li divini tesori e grazie; e tutto per Cristo, per mera grazia e misericordia di Dio, senza che 'l meritassimo o facessimo alcuna opera, la quale in tutto o in parte fosse di tal grazia degna. Talchè, non perchè gli eletti aprano gli occhi e conoscono Dio, vanno a esso e operano in gloria sua opere sante, o si fanno forza di operare, però Dio gli accetta a braccia e gli ha eletti: ma perchè per mera grazia gli ha eletti in Cristo. Però li chiama internamente e tira a sè, n'apre gli occhi, gli dà lume, spirito e grazia, e li fa fare opere buone in gloria sua, in modo tale che, benchè l'empio sia libero in fare e non far molte opere umane e basse, niente di meno, infinchè per Cristo non è rigenerato, essendo prigione e servo del peccato, non può operarne divine e alte per non essere in sua libertà d'operare nè in tutto, nè in parte in gloria di Dio. E questo perchè non è in alcun modo in sua potestà l'avere spirito, lume sopranaturale, fede, speranza e carità, e l'altre virtù necessarie per operare a gloria di Dio. Immo l'empio, mentre che è empio, se ben facesse tutto quello potesse, non solo non amerebbe Iddio con tutto il cuore, e il prossimo infino alli inimici come se medesimo, ma non osserverebbe straccio della divina legge, nel modo che è obbligato. È ben vero che farebbe delle opere estrinseche, ma non a onore di Dio, sì come è tenuto; però non satisfarebbe a un minimo suo peccato o obbligo, nè meriterebbe appresso a Dio benefizio alcuno, nè si disporebbe in modo alcuno alla divina grazia, immo in tutte quell'opere sue peccherebbe non per farle ma per non farle a gloria di Dio sì come è obbligato. Nè per questo debbe l'empio mancare d'andare a udire la parola di Dio, di fare elemosine, orazioni e simili opere. Imperocchè in non farle peccarebbe molto più. Dio vuole che si passi per simili mezzi, e che se gli obbedisca nel modo possiamo riconoscere ogni grazia in tutto da Dio per Cristo e in nessun modo da noi.

«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati, se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù, nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi, liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate, essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri; e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della divina giustizia, sono degne di punizione.

«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo, reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non delle mie giustizie e opere, ma delle sue.

«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli, umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.

«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà, dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.

«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede; imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè, non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però opera per interessi suoi.

«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio, ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà in fin alla consumazione del secolo.

«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre, e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati, incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio. Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle, proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina, purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.

«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria, che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.

«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma la va sempre crescendo.

«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti, di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che, quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume, si verificò quello che già predisse quando disse, Credi, che quando verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede in terra? Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio. Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.

«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera, santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare. Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo. L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio, e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione starà nel loco santo.

«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.

«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni, miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile; ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato, che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno non manco nella dottrina che ne' costumi?

«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero, dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia, obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze, giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero, che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole sempre onore delle sue imprese.

«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento? E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti, che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace, vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].

Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera del cardinale De Vio. Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio. A vicenda, quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina, maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].

Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo libro adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam continentes, in vulgus sparserunt. Quo tempore fratrem B. Ochinum, impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542. Poi nel 1544 stampò in italiano la Riprovazione della dottrina di Bernardino Ochino e d'alcune conclusioni luterane. Egli stesso, il 5 gennajo del 1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:

«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io, mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.

«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».

Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:

«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti, che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre altro».

Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori qualunque autografo desiderassero di questi archivi.

Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (Classe XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e laici, la confessione.

Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio, niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. Ad pacis terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet.

L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò varie operette, fra cui Cento apologhi[45], lavoro sì accanito, che dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe, non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre, e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].

Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione, non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù, bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].

Notes in this chapter

Note 1 · Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi, e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse rimostranNote 2 · Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro l'insigne Note 3 · Boverio, Ann. dei Cappuccini, all'anno 1539.Note 4 · Graziani, De vita Commendonis.Note 5 · Miscellanea di notizie di cose sanesi, esistente nella pubblica biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli domeNote 6 · Vita di Paolo IV, manoscritta.Note 7 · Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo notasi che Note 8 · Boverio, Ann. de' Cappuccini, tom. 1, p. 411.Note 9 · Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la Istituzione dell'uomo nobile, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene alcuniNote 10 · Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.Note 11 · Manoscritto nella biblioteca di Siena.Note 12 · Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le indulgenze, ilNote 13 · Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto che Note 14 · È riferita nella Storia dei Teatini, di Giovanni Battista vescovo di Acerra.Note 15 · La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza indicazione di luogo, col titolo: Epistre aux magnifiques signeurs de Siene Note 16 · Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva, dolerglNote 17 · Nei manuscritti della Compagnia de' Pastori a Ginevra, sotto il titolo Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises étrangèresNote 18 · «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori, idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi preNote 19 · V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo alluda a qNote 20 · La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino senese. Predica III.
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