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Gli eretici d'Italia, vol. II

DISCORSO XXVIII. NOVATORI IN MODENA. LODOVICO CASTELVETRO. IL CARDINALE MORONE. (continued 2)

Reading edition

Del libro del Benefizio di Cristo.

Molti anni fa le cose della religione in Italia andavano con poca regola, perchè non era istituito l'ufficio della santa Inquisizione e non era ancora ben fondato, e gagliardo, e però in ogni cantone si parlava de' dogmi ecclesiastici, ed ognuno faceva da teologo, e si componevano libri passim, e si vendevano senza considerazione per tutti i luoghi, e molti luoghi erano senza inquisitore, ed in molti l'inquisitori erano di poca portata; talmente che era quasi lecito o tollerato a ognuno fare e dire quanto gli pareva. In questi tempi fu portato un libretto a Modena, intitolato il Benefizio di Cristo, stampato, e se ben mi ricordo mi fu dato da un librajo Picciolino, vestito di Bertino del terzo ordine; credo abbia nome mastro Antonio.

Questo libretto fu letto da me e quasi divorato con grande avidità, perchè mi pareva fosse molto spirituale, e in specie mi ricordo affettuosamente de Comunione, e perchè io aveva prima massima che li libri eretici fossero contrarj a tutti li sacramenti, non mi venne in mente che questo libretto, che parlava sì bene del Santissimo Sacramento, potesse avere qualche male nascosto, e mi rallegrai molto che mi fosse capitato alle mani. Ed ordinai a questo librajo che me ne facesse venire assai, e avendolo mostrato al mio vicario, il quale era stato 30 anni in questa città, e fu sempre buon cattolico, mi disse che il libretto gli pareva molto spirituale, e ad ognuno che lo leggeva pareva il medesimo.

Dopo qualche tempo mi pervenne alle orecchie che si mormorava contro questo libro, ed io era già ritornato a Roma, e parlando al reverendissimo Cortese, il qual era uno de' reverendissimi inquisitori, per saper il parere di sua signoria reverendissima, mi disse le formali parole: «Quando la mattina mi metto il giuppone, io non mi so vestire di altro che di questo Beneficio di Cristo». Ma perchè la mormorazione del libretto perseverava, e perchè vedeva diversi pareri, lo lasciai, e mai più l'ho veduto, e con verità posso dire che non mi ricordo che cosa contenga, altro che quella esortazione a ricever il Corpo e Sangue del nostro Redentore. E se il libro fosse stato proibito, o se io avessi compresa qualche malignità in esso, non l'avria lasciato vendere. Però questo si ha da imputare a mera malavvertenza e trascuraggine, come ancora mi è avvenuto in un altro libro che io sempre ho reputato buono e santo, che è il Concilio Coloniense, il quale da monsignor Giovan Matteo (Giberto) vescovo di Verona fu fatto stampare, e dato alli suoi curati, e poco fa ho inteso che vi son cose mal dette dentro e sospette di eresia, per non dire eresie. E come ancora pochi giorni fa fui avvertito che nelle prediche del Savonarola erano molto eresie, quali sinora non sono state manifeste. Però voglio dire che quando un libro par buono, e non è proibito, avendo qualcosa mala dentro, è facil cosa che uno, anche più dotto di me, si inganni, e non avverta gli errori. Ma io non difendo il libro e lascio la censura alla sede apostolica, la quale io sempre voglio seguitare, e lo voglio avere per reprobo in tutti quelli punti che si trovano contro la verità cattolica; e perchè intorno a questo libretto possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità. Mi pare aver detto la somma di quanto mi ricordo: sol questo voglio aggiungere perchè sia più conosciuta la sincerità dell'animo mio, che, essendo in conclave, e avendo sentito mormorar non so che contro di me per questo libretto, lo dissi al cardinale di Trento, il quale mi rispose: «Io l'ho in delitiis, ligato in oro in casa mia»; ed io gli dissi lasciasselo, giacchè pativa eccezione. Voglio ancor dire che non potei mai saper l'autore del libro se non dopo alcuni anni, perchè si diceva esser stato il Flaminio, ed esso lo negava: dopo intesi esser stato un monaco di San Benedetto, credo o siciliano, o del Regno, che non ho saputo il nome.

Di frate Bernardo.

Avendo il vescovado di Modena, per esser quei cervelli gagliardi, e contaminati come erano, e avendo li magistrati secolari allora poco favorevoli, essendo persuaso ed avendo per l'esperienza provato che, prima di esecuzione, non poteva provvedere agli inconvenienti, cominciai a pensar se per via di benignità e di confidenza potessi scoprir bene tutto il male, del quale era impossibile aver notizia per via di deposizione, perchè nessuno voleva far l'ufficio. E per venir a questo, e anche per evitar li rumori, andava cercando d'aver predicatori di buona e sana dottrina e di spirito mansueto e buono, il qual potesse fruttificar nell'animo loro. Ma avea gran fatica ad aver persona al proposito. Stando in quello, poco dopo che fui fatto cardinale mi fu posto alle mani un frate Bernardo viterbese, credo, il quale mi diceva il reverendissimo Polo e Priuli e gli altri che era un buon padre, e che saria stato al proposito per Modena. Io aveva ancor poca cognizione del prefato reverendissimo, perchè in minoribus non l'avea mai veduto che una volta, passando per Viterbo, ove sua signoria reverendissima era Legato. Ma informato etiam dalli frati suoi, lo mandai a predicar a Modena, essendo fatto Legato al Concilio quasi subito.

In Modena questo frate si portava bene, come intendeva per relazione del mio vicario e di altri ancora, e aveva fatto molte buone opere, e tra le altre aveva instituita l'orazione continua di quarant'ore al Santissimo Sacramento. Io era stato non molto avanti in Modena, ed avendo fatto venir a me molti preti, curati della montagna, per esaminarli e vedere come erano idonei a far l'officio suo, trovai uno fra li primi, curato, come credo, di Monte Cretto, uomo vecchio, il quale interrogato da me sopra il Sacramento della penitenza, non si sapeva risolvere in che modo, essendo Dio misericordioso e giusto insieme, rimettesse i peccati a lui ed agli altri uomini. Onde dicendogli io che li peccati nostri meritavano la giustizia severa di Dio, ma che questa giustizia alli veri penitenti confessi ecc. si voltava in misericordia per amor di Gesù Cristo, il quale aveva patito la morte della croce per placare e procacciar la salute nostra; questo prete cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchioni, ringraziava mirabilmente Iddio e me che gli avevo mostrato la via, per la quale avesse la remissione delli suoi peccati, essendo stato sin a quell'ora sempre dubbioso tra sè stesso come, essendo Dio giusto, usasse la misericordia verso li peccatori.

Essendo dunque Legato al Concilio in Trento, ed essendo la quadragesima, mi ricordai di questo effetto, e scrissi al mio vicario che facesse intendere al predicatore che ammonisse il popolo a far la sua confessione, ma che avvertisse di sperar la remissione de' peccati da Cristo, e che ammonisse tutti li confessori delle religioni di frati e tutti li curati che insegnassero questo alli penitenti. Il vicario dette la mia lettera al predicatore, il quale, pensando forse di far bene, la volle leggere in pubblico: ma ne seguì gran bisbiglio, perchè li cattivi la dicevano altrimenti che non stava. Di che essendo avvertito dal vicario, sebben vi si era già rimediato, scrissi subito che facesse osservar nelle confessioni la forma del Concilio Coloniense, stampato a Verona, e così fu eseguito.

Ora essendo venuto questo frate, qualche anno dopo, in man della Santa Inquisizione, depose alcune cose contro a me intorno a questo. Il che papa Giulio mi fece intendere, mandando a me il maestro Sacri Palatii, ora arcivescovo Conza. Io feci venir le lettere che si trovarono ancora in Modena, e sua santità le vide, come credo, ed il frate si ridisse di quello aveva detto a torto contro di me: e mandandomi sua santità Legato in Germania, mi dette il processo, e ragionando poi intorno a simili materie, e massime sopra la materia della giustificazione del reverendissimo Contarino, che costì si chiama la Concordia di Ratisbona, e discorrendo delle altre delazioni fatte contro di me, sua santità abbracciandomi teneramente, mi disse, se era bisogno, che mi dava la benedizione e assoluzione di tutto in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, e mi disse con le lacrime che sperava che, per mio mezzo, s'avesse a ridur la Germania all'antica e vera religione; con molte altre parole circa ciò, che non fa bisogno raccontare.

Dal Salmerono.

Stando pure in Trento, mandai il Salmerono della compagnia di Gesù, a predicar a Modena, perchè sempre fui affezionato ad essa compagnia; e in Germania ebbi per confessore, sinchè morì, un mr. Pietro Fabro di detta compagnia, ottimo religioso: e dopo la morte sua, quando poteva averla, mi valeva dell'opera di mr. Claudio Jaio, pur della medesima compagnia. E perchè detto Salmerono mi pareva ben dotto ed istrutto contro Luterani, pensai fosse buono per Modena. Ed essendo lui andato, cominciò a fare il debito suo, benchè si facesse gran rumori contro di lui da quelli dell'Accademia, che erano li sospetti; ed il governatore di Modena più volte si lamentasse che il predicatore era ingiurioso, perchè chiamava costoro con il suo nome. In quel tempo ritornai a Modena, essendosi fatta la sospensione del Concilio; ed essendo andato alla sua predica, udii che attribuiva assai e lodava li meriti degli uomini, tanto che mi pareva desse occasione a far gli uomini più arroganti e superbi verso Dio. Onde lo chiamai in camera, e cominciammo a ragionare insieme noi due soli, e venimmo sopra a questo. Esso, che era giovane ardito e dotto mi parlava molto gagliardamente, come credo ora, con buon zelo. Io non avendo pazienza, essendo più insolente di lui, me lo levai d'avanti, e alterato dal ragionamento, credo che io dicessi molte inezie, di nessuna delle quali io mi ricordo, se non che di questa, ch'io non sapeva tanti meriti, ch'ancora in dire la messa, la quale è la più santa opera che si possi fare, io faceva peccato. Esso mi replicò che questa era mala opinione, come è in effetto, intendendosi che a dir la messa sia peccato: ma io intendo che, quantunque nessuna cosa si possa fare più grata a Dio che il celebrar divotamente, nondimeno a me intervenne che, o per la poca devozione e riverenza, o per la distrazione della mente, mi bisognava dir mia colpa delli difetti commessi intorno a tanto misterio.

Nondimeno io so che feci male, e ho soddisfatto dopo a esso Salmerono non solo in parole, ma con fatti, perchè per il servizio di Dio e per ajutar quelle anime e per dare ad intendere a questa città ch'io approvo la dottrina di questa compagnia, ho contribuito da molti anni in qua cinquanta scudi d'oro l'anno per mantenere un collegio di essa compagnia e tuttavia vi contribuisco[171]. E perchè siamo in questo proposito, non per gloriarmi che non sta bene, dovendosi dar tutta la gloria a Dio, ma per dare un evidentissimo testimonio della volontà mia nelle cose della religione, dico che, molti anni fa, vedendo che le cose di Germania tendevano alla totale rovina per difetto di ministri, i quali avessero buona dottrina e buoni costumi, fui il primo che proposi la via di fare il Collegio Germanico in Roma, ove si istruiscano in sana dottrina e buoni costumi quei giovani, sotto la disciplina di quei Padri del Gesù, per mandarli poi in Germania a predicare e lavorare in vinea Domini. E dal principio dell'istituzione del Collegio sin all'ora presente, che son molti anni, ho dato sempre più di cento scudi l'anno della povertà mia: nel che mostro con l'effetto continuo che approvo e seguo la vera dottrina ch'essi insegnano: e di questo si può chiarire.

Delle opere e meriti.

Perchè abbiam tocco di sopra delli meriti nostri e delle opere buone, voglio in qualche modo esplicare qui il mio concetto, il quale è ch'io non mai ho dubitato che le buone opere non siano necessarie alla salute nostra quando si possono fare; e che, quando sono fatte in grazia, non siano meritorie di tutto quello che Cristo benedetto ha promesso non solamente delli beni di questa vita, ma della vita eterna; e trovo questa verità fondata nella Scrittura, e tenuta da tutta la Santa Chiesa. Ma perchè noi uomini siamo di natura assai arrogante, e cerchiamo sempre d'esaltare noi stessi, leggendo continuamente quanto sia grato a Dio la vera umiltà, nelli ragionamenti miei ho molte volte detto che, quando m'appresento nel cospetto di Dio, non posso metter la speranza nelli miei meriti, nè nelle mie opere perchè son poche ed imperfettissime, e li peccati e le negligenze sono infiniti e gravi: e perchè molti anni fa aveva letto nella vita di san Bernardo che, essendo egli gravemente infermo, stando per morire, fu presentato innanzi al tribunal del Signore in excessu mentis, ove venne ancora l'avversario, il quale l'accusava delli suoi difetti, e quando toccò a san Bernardo a dire la parte sua, disse queste parole: Fateor non sum dignus ego, nec propriis possum meritis obtinere regnum cœlorum; duplici jure illud obtinet Dominus meus heres, hereditate patris et merito passionis, altera ipse contentus, alterum mihi donat, ex cujus dono jure illud mihi vendicans non confundor, ed ho veduto in molti libri spirituali in una simil sentenza, come dice Lodulfo Cartusiense In vita Cristi: Caveat prudenter fidelis peccator ne unquam, in quocumque statu fuerit, confidentiam in suis meritis habeat, sed tamquam mendicus pauperculis omnino nudus ad elemosinam dominicam mendicandam semper vacuus accedat; hoc autem faciat non quasi ex humilitate facti merita sua abscondens, sed certissime sciens quod non justificabitur in conspectu Dei omnis vivens; etiam solius cogitationis nostræ non possumus rationem reddere, si ipse voluerit nobiscum in judicium intrare, ed altri simili detti appresso li santi dottori. Conscio a me stesso delli peccati miei e delli pochi beni ch'io ho fatto, del che me ne rincresce assai, ho detto più volte ch'io non voglio tener conto con Dio de' miei meriti, ma che desidero entrare nel cielo per la sua misericordia e per li meriti della passione di Gesù Cristo, conforme a quel del Canone, Non estimator meriti, sed veniæ quæsumus largitor admitte. E questo mio dico non è stato per contemplazione delle buone opere nelle quali dovevo esercitarmi sempre sinchè vivevo, ed io potrei dire senza jattanza, per grazia di Dio, che tuttavia ne faccio qualcuna, ma non tante quante vorria, e avrei potuto verso Dio, verso il prossimo e verso me medesimo. Di che me ne duole: ma perchè sono poche, sono imperfette, ed io ne son debitore di molte più, ancora che così siano, so però che Dio le rimunera come piace alla sua infinita liberalità: ma io non riguardo a questo, rimettendomi sempre alla sua grazia immensa, della quale conosco bene aver gran bisogno. Ed ho però più volte insieme detto che alcuno si sente aver avuto tanta grazia e tanti meriti, che possa star per quelli nel giudizio con Dio, me ne riporto a lui; faccia quel che può, ch'io per me non posso. E questo è stato il mio sentimento ed il mio parlare quasi ordinario delle buone opere e meriti: nel che se vi è qualche errore, me ne rimetto, ecc.

Dell'elemosine date a persone sospette.

Mi fu ricordato che dovessi pensare se avessi mai dato denari a persone sospette. Io risposi che, quando avea denari, ne dava volentieri qualche volta a quelli che me ne chiedevano, secondo quel detto dell'Evangelo, Omni petenti te tribue e quell'altro Estote perfecti sicut et pater vester cœlestis perfectus est, qui solem suum facit oriri super bonos et malos. E ho dato assai indifferentemente, con intenzione però di darli per amor di Dio, al quale sono cogniti coloro che hanno da riempir il cielo. E dico la verità che molte volte ho dato limosina a soldati e gentiluomini e a meretrici, ma con l'intenzione a Dio, benchè più spesso e più volentieri l'ho data a quelli che credevo fossero uomini da bene, ancorchè da questi spesse volte mi son trovato ingannato, come ho fatto da un prete Lorenzo Davitico, al quale io ho date parecchie decine di scudi. In Germania ho dato più volte denari a molti Luterani, e donai diverse cose, come qualche bicchier d'argento, anelli, collane, medaglie ed altre simil cose, per valermi ad intender i loro secreti, e per servirmene nelle occorrenze del mio offizio. Ne ho dato ancora a qualche predicatore luterano, ma con animo d'acquistarli, come mi venne fatto una volta in Spira, ove, per Dio grazia, con l'amorevolezza e con donar in un tratto 30 fiorini d'oro a un frate di sant'Agostino, sfratato e predicator luterano ed inimicissimo di questa Santa Sede, diventò cattolico, e stette con l'abito, e fu cagione che quella città non diventò in tutto luterana, stando per diventare se costui non si mutava.

Sono sforzato a questo proposito manifestar la mia presunzione, e forse parzialità, la quale parrà coperta da buon desiderio. E questa era che, essendo io stato molti anni in Germania, mi dava ad intendere che dovesse toccar a me ad esser ministro di ridurre quella provincia all'obbedienza, all'unica religione, perchè sapevo esservi amato universalmente, e che avevano buona opinione di me, e che confidavano nella conformità del sangue, dal quale essi non temevano esser ingannati: ed io conosceva assai bene i loro umori, e sapevo trattenerli. Stando questa mira non senza un poco di vanità, mi sforzavo in ogni occasion fare cosa grata universalmente a quella nazione ovunque mi trovava, e in ispecie a Bologna ove ero Legato. E benchè credeva che ve ne fossero de' scolari luterani, pure io non li cercava: e se non avessero fatte cose scandalose, non gli diceva altro; anzi gli faceva delle grazie, come di dargli licenza di portar le armi. E perchè sapeva che in Germania è gran curiosità di saper le cose d'Italia, mi sforzava ancora di non acquistar nome di persecutore dei Luterani per poter guadagnarli se a Dio fosse piaciuto. E questo medesimo aveva prima fatto in Trento quando era Legato al Concilio, ove, per speranza di farli venire, mostrava ed in pubblico alcuna volta di difendere in qualche cosa la loro parte, sapendo che in Trento v'erano molte loro spie; il che forse anco mi ha nociuto alli sospetti di qua, perchè mi pareva onesto che fosse alcuno in Italia, dal quale essi non fossero totalmente aborrenti, e non credeva mai che potesse nascere sospetti di me, avendo tanti anni faticato per servir questa Santa Sede.

Ma confesso che l'amor proprio mi faceva credere più di me che non doveva; e se avessi ben considerato l'insufficienza mia, non sarei entrato in tal presunzione, e conseguentemente non avrei fatto le cose che ho detto di sopra.

Ora al proposito avendo considerato a che persone sospette posso aver dato denari, mi pare ricordarmi ancora che qui in Roma donai una collana a un gentiluomo siciliano, don Bartolomeo Spatafora, il quale però era stato assolto per giustizia del reverendissimo Sfondrato, come esso me diceva, e pareva garbato e gentilissimo ed era povero e voleva partirsi per casa sua.

In Bologna poi, essendo legato, venne da me uno che sollecitava cause per certi gentiluomini delli Desiderj, ovvero Ghisleri salvo il vero: costui era di color bruno, e non mi sovviene il nome, e si mostrava molto mortificato, e sempre aveva Cristo in bocca, e mi diceva che quelli suoi principali erano buoni cristiani, ma che per la inimicizia e per la lite della roba erano anco imputati e travagliati per conto della religione. Oltre di costui, vennero in diverse volte molti gentiluomini, parenti ed amici di costoro, secondo l'usanza di Bologna, a raccomandarmeli. Può esser facilmente, come mi ricordò, monsignor reverendissimo Reomano, sebben io non gli ho a memoria, perchè non è manco di 10 anni da questi fatti, dicono dicessi: Se verrà da Roma ordine, io vi avviserò; per mostrarmi benigno alle raccomandazioni e dar buone parole come si suole fare; ma non lo feci nè l'avrei fatto quando l'ordine fosse venuto: anzi l'avrei fatto eseguir, come faceva sempre eseguir ogni volta che bisognava per l'officio dell'Inquisizione, come ne posson render buon testimonio li frati istessi di San Domenico di Bologna, che mai li son mancato quando m'han richiesto: e credo che l'arcivescovo di Conza se ne potrebbe raccordare, perchè era priore del monastero di Bologna. E mi ricordo aver dato ogni prova ch'io ho possuto, e credo anche denari all'Inquisizione, per fare lemosina e per ajuto dell'officio che non aveva cosa alcuna. Costui un giorno mi domandò elemosina per dar a certi poveri uomini, buoni cristiani, come esso diceva, carichi di famiglia, femmine e putti, e senza recapito, che potevano assai. Io glie la diedi per l'amor d'Iddio, ma non so chi fossero, nè io lo vidi mai, nè so se esso gliela diede o la ritenesse per sè.

Un'altra volta costui venne da me, e cominciò a volersi domesticare meco e ragionar di materia della religione. Invero ch'avea molte occupazioni per il governo, e Dio sa che a un certo modo il genio mio l'aborriva, ed anco non giudicava bene parlar di simil materie con laici: se ben mi posso ricordare, credo che in sostanza gli dicessi, se egli era buon cristiano che si doveva contentare che non gli era tolto Cristo, e che dovesse pigliar le cose in bene come si poteva, e doveva fare. Credo che questo medesimo mi portasse un libro luterano contra Judæos, il quale io tolsi, e per essere contra Judæos, de' quali ne erano assai a Bologna, e favoriti dalli Cristiani, lo diedi a vedere all'inquisitore, il quale me lo riportò, e disse che, se l'autor non fosse stato cattivo, il libro saria molto buono, acconciando qualche cosetta delli suoi andamenti soliti contro questi inimici della fede nostra, perchè usava de' buoni argomenti e autorità per convertirli. E mi lasciò il libro, e fummo in ragionamento di farlo acconciare e farlo volgare: ma perchè aveva molte occupazioni, ed esso padre non era atto a farlo ben volgare; e non era bene dar la cura ad altro, non se ne parlo più, ed il libro, come credo, fu posto tra gli altri nella libreria apostolica. Credo non ebbi tempo nemmeno mai di leggerlo, perchè al legger e scriver molto la natura e volontà mia presto si straccano. Non voglio però affermar in tutto che fosse costui proprio che mi desse il libro, perchè per esser, come ho detto, molti anni, non me ne ricordo preciso, ma non posso ricordarmi che fosse altro, ed io ebbi il libro come ho detto, e me ne rimetto alla verità; nè ancora mi ricordo dopo aver mai più veduto costui, e mi rincresce non mi ricordar il nome, ma era agente, come ho detto, delli Ghisleri o Desiderj.

Delle reliquie dei Santi.

In questo luogo, se mi fosse lecito, pregherò nostro signore volesse informarsi bene delli miei vicelegati, se io attendeva in quel governo alla verità della fede nostra e al beneficio pubblico, di che li miei ordini e gride, etiam nelle cose della religione, ne possono rendere vivo testimonio. E questo durò per 4 anni continui, nelli quali non lasciai mai officio alcuno, mentre vi stetti presente nè pubblico nè privato che facesse al buono esempio, ed a servare il popolo nella antica religione. E fra altri mi ricordo (perchè monsignor reverendissimo Alessandrino mi toccò un motto ch'io ero imputato sentir male delle reliquie de' Santi) che mai lasciai d'andar solennemente a visitar le reliquie di san Stefano, e di accompagnar la Madonna di san Luca secondo il costume della città; ed andava sempre a piedi, il che non facevano li miei antecessori; e lo faceva puramente e con divozione, e da molti ne era biasimato, quasi che avvilissi il grado di magistrato. E per continuar in questa objezione fattami delle reliquie de' Santi, dirò quanta affezione ho sempre portato e porto alli gloriosi Santi, veri amici di Dio, li quali in vita sono stati tempio di Dio e abitacolo della sua santità, e dopo la morte son fatti consortes divinæ naturæ, come dice san Pietro. E mi meraviglio assai come possa essere ch'alcuno dubiti di me in questo, essendo assai manifesto nella Scrittura che non solo la fimbria del vestimento del Salvatore nostro salvò il flusso della Emoroissa, sed umbra Petri et semicintia Pauli sanabant infirmos. E perchè sono andato pensando tra me stesso onde possa nascere questo sospetto, mi son ricordato, ma non saprei dire con chi, che qualche volta ho detto che a Roma si mostravano alcune reliquie, le quali dubitava non fosser vere, come il fieno del presepio che si mostra a Santa Maria Maggiore, e li capelli e camicia della Maddalena; e ragionando ho contato delle imposture che fanno alcuni barri nelle ville: portano fuori qualche osso d'asino o di cavallo, con dire che sono reliquie, per ricoglier denari; e questo ho biasimato, come ancora le favole che raccontano molti questuanti, li quali introducono molte superstizioni. E ho detto che se gli dovrebbe provvedere. Ma alle reliquie vere ho sempre portato gran riverenza, e l'ho mostrata in ogni luogo pubblico e privato: come etiam nunc si può vedere che qui in Castello ho la croce d'argento piena di reliquie, che almeno 12 anni fa si porta meco in ogni luogo: se forse non fossi mancato per la negligenza solita in ogni mia azione, come mancano il più degli uomini, ch'è difetto a me ordinario e comune con molti nelle buone azioni. E mi rincresce ancor aver detto questo, massime in quelli tempi che non faceva ad ædificationem; come ancora mi è rincresciuto aver parlato dopo desinar o nel desinare contro frati, cioè contro tanti Ordini, ricordandomi tra le altre, aver detto, Omnis plantatio quam non plantavit pater meus cœlestis eradicabitur; il che però non dissi per biasimar le religioni buone, le quali attendono alla perfezione; delle quali ho avuto sempre gran protezione, come essi sanno; ma contra tanta varietà, non solo di Ordini, ma delli medesimi Ordini, dispiacendomi le novità e la mala vita di molti.

Il reverendissimo Alessandrino mi raccomandò ancora che io dovessi pensare se avevo mai sentito male della intercessione dei Santi: io risposi che aveva sempre creduto che i Santi intercedessero appresso Dio per noi, e così credo perchè caritas manet, e tanto maggiore quanto per se stessi non hanno bisogno più di preghi, ma pregano per noi. È ben vero ch'alcuna volta questo punto mi aveva dato un poco di molestia, che mi pareva meglio indirizzar l'orazione, nella quale si ricerca l'ajuto de' Santi, a Dio come sono scritte nel messale e nel breviario, che indirizzarle a loro Santi come si fa nelle litanie, perchè in quella orazione si domanda l'intercessione de' Santi a Dio per dominum nostrum Jesum Christum, secondo l'ordinario della Chiesa. In questo altro mi dava molestia, che non era capace come le creature potessero udire li nostri preghi così di lontano, essendo il proprio di Dio di vedere e udire tutto, etiam corda et cogitationes hominum: ma questo mio dubbio non durò molto tempo, perchè vidi che san Leone papa voltava i preghi suoi a san Pietro, san Bernardo alla gloriosa Vergine, e sant'Agostino alla medesima, e il mio lodato Cartusiense, ch'io leggo spesso, a diversi Santi nell'orazioni sue dopo i sermoni. E mentre stetti in questo dubbio, servai però sempre la consuetudine della Chiesa, captivando l'intelletto mio, e dicendo le litanie ordinariamente la quaresima con li sette salmi, e dicendo ordinariamente l'antifona Sancti Dei omnes, intercedere dignemini pro nostra omniumque salute. È vero che domandava qualche volta di tal dubbio, poi mi risolsi in san Tommaso che li Santi intendono le cose di qua in Dio, e restai da me stesso quietissimo e senza alcuno scrupolo, come ancora restai quieto nella Salve Regina, la quale non lasciai mai dopo l'offizio, se non quando, in luogo di quella, dicevo Regina cœli lætare ecc., secondo il tempo, benchè più volte dicessi senza pensamento, quasi con ognuno con cui occorreva, ch'io avrei desiderato che quelle tre parole vita, dulcedo et spes nostra avessero detto vitæ dulcedinis et spei nostræ, congiungendosi a quelle mater misericordiæ, perchè si sariano potuti intender quegli attribuiti a Cristo, il quale propriamente è vita, dulcedo et spes nostra, secondo dicono infiniti luoghi della Scrittura, del quale Cristo ella è madre. Ma ancora in questo non pigliava scrupolo perchè sapeva che, per partecipazione, si possa dire quelle parole non solo della Madonna, la quale è madre di Dio piena di grazie, e sempre vergine gloriosissima, ma ancor degli altri Santi, come diceva il Salvator nostro di sè stesso, Ego sum lux mundi, e poi diceva agli apostoli Vos estis lux mundi, ma ad un altro modo più misterioso, e per sola partecipazione, non per proprietà nè per natura.

E però ho detto la Salve Regina come la sta, e l'ho fatta dir e cantare in tutte le mie chiese secondo il consueto, e quando mi son trovato presente sono sempre stato inginocchiato mentre si cantava: e questo l'ho fatto in Germania quando mi è occorso trovarmi presente, e la cosa sta così in fatto, sebben forse quelle mie parole possono aver messo dubbio di me nell'animo d'alcuno, come fece ancora nell'animo di don Lorenzo Davitico, al qual ragionando dissi puramente: A me piace s'abbia ricorso ai Santi, ma sento non so che maggior contento quando ricorro a Cristo, e a lui effondo il cuor mio. Esso mi respinse questo; dopo venne un giorno a chiedermi perdono inginocchiato, che non poteva dir messa se non gli perdonavo, come feci, perchè mi aveva calunniato contro la verità, stimolato dal disonore che gli era stato fatto da me e da miei ministri, che fu pei suoi mali portamenti, de' quali consta in processo. Ma perchè ho in devozione particolare la Madonna, andai una volta a Santa Maria di Loreto, e vi portai un voto d'argento, fatto per l'infermità d'un mio fratello: e dopo in verità io ho fatto voto d'andarvi molti anni fa, e anche a Santa Maria della Quercia, a celebrare in ambedue i luoghi, e non ho mai voluto far commutare il voto, perchè, piacendo a Dio, voglio adempirlo, e così la prego di cuore voglia intercedere per me appresso il Figliuol suo acciocchè sia libero presto da questo travaglio, se così è la volontà di Dio ed il bene dell'anima mia.

Ho ancora ragionato della concezione della Vergine, e ho tenuto l'opinione dei frati di san Domenico, e spesse volte ho detto che l'affezione umana vuol dar degli onori alla Madonna, ch'essa non vorrebbe per l'onore del Figliuol suo, ch'è stato ancora creator suo, com'è questo della concezione: il che può aver partorito qualche scandalo presso qualcuno; perchè tenevano il contrario, avendo forse creduto ch'io sia manco devoto che non sono d'essa Vergine.

Mi sono ancora ricordato d'aver detto che mi pareva che l'epistola e l'evangelo che si leggono nella festa dell'Assunzione non fossero al proposito, perchè una era della divina Sapienza, l'altro era della Maddalena: ma monsignor sacrista mi disse un giorno che si potevano applicar bene etiam a questa festa, et tunc rimasi contento.

Posso aver detto qualc'altra cosa, come si dice, inter pocula et ratione disputandi et colloquendi, delle quali non ho memoria alcuna, ma quando avessi, voglio averla per non detta, perchè sarà stata senza mala radice: ma o per l'ignoranza, o per far dire altri, o per contenzioni dopo desinare e intertenimento come si suole fare, e in multiloquio non deest peccatum.

Potria anco aver dato sospetto di me la conversazione con alcuni, i quali dopo si sono scoperti di mala mente nella religione; ma sebben son stato in ciò inconsiderato, tutti quelli però con cui ho praticato mai hanno tocco con me alcun articolo di fede nè di Santi Sacramenti, nè cosa essenziale che mi ricordi, altro che quella della giustificazione, come ho detto di sopra. E perchè mi credo che nè anco in questo di che ho detto nè loro nè io eravamo d'accordo, perchè, se alcuni di loro hanno veduto che non bisognino nè opere nè sacramenti alla salute nostra, hanno creduto tutto il contrario di quel che ho creduto e credo io. Ed alcune volte quando udiva dire come di un ms. Apollonio cappellano del reverendissimo Polo, che fu prigione nell'Inquisizione, che negavano li Sacramenti, mi stupiva, e spesse volte diceva, La sua giustificazione e la mia non è medesima, perchè hanno diverse conseguenze: essi negavano li Sacramenti e le opere: io non potrei vivere senza l'uno e l'altro, se ben sono peccatore. E quando m'avvidi che la cosa andava a questo modo, cominciai a troncar le pratiche e da molti anni in qua non voleva più simili persone per casa, se non sforzato come persona pubblica a dar udienza comune a tutti.

Ritenni solo in casa un ms. Marcantonio Villamarina, gentiluomo napoletano, perchè a mia persuasione aveva abjurato in mano del reverendissimo Carpi, e mi vergognava mandarlo via essendosi partito dal male e venuto al bene, quantunque desiderava assai ne andasse di sua posta.

Del mastro di casa don Domenico Morando non credeva male alcuno; anzi essendo stato qualche anno mio agente a Novara, e scrivendogli spesso che facesse avvertire alle eresie, sempre mi rispondeva che si faceva il debito, perchè vi era un inquisitore di san Domenico, ch'io manteneva a mie spese, come è notorio: ma perchè esso don Domenico è nelle mani dell'Inquisizione, potrà far fede del vero se vorrà, e dar conto come dal canto mio è stato governato quel vescovado di Novara dopo ch'è in man mia, benchè si potrà intendere ancora per altra via.

Ma perchè si veda ancor meglio qual sia stato l'animo mio per l'estirpazione delle eresie ch'erano in Modena, alla qual cosa io non avea possuto attendere per non essere dotto e per non aver potuto fare la residenza, e perchè tra il duca di Ferrara e me, mentre ero Legato in Bologna, erano state molte controversie d'importanza per causa de' confini ed altro, nelle quali si erano ammazzati notari pubblici e soldati ed altri com'è notorio, ed io non poteva mai sperare aver braccio secolare favorevole, resignai il vescovado in mani di papa Giulio III in favor del maestro di Sacro Palazzo, il quale essendo dell'Ordine di san Domenico, dotto in teologia, potesse con assiduità e destrezza e col divino ajuto ridur quelle anime smarrite, come intendo che s'è affaticato a farlo: il che feci tanto più volentieri, quanto che conosceva ch'io ero stato negligente a farlo, se ben aveva l'intendimento. Ed esso vescovo sa quanto di ciò lo pregai e caricai, dandogli ancora ricordo che bisognava che sua signoria con la buona dottrina e con l'assiduità e pazienza e con ogni amorevolezza e carità cercasse ridur quelli cervelli gagliardi, perchè erano molto ostinati, e si persuadevano sapere molto, ed erano stipati di molta parentela ed amicizie e favori nella Corte del duca di Ferrara; e nominai quelli di ch'io sospettava, ch'erano quelli dell'Accademia. Ed oltre quelli gli nominai il proposto Bonifacio Valentino, del quale non voglio parlare, perchè esso in ogni tempo ha sempre fatto professione di volermi male e farmi dispiacere.

Mandai una volta in Modena un predicatore chiamato Pergola, di san Francesco, che aveva predicato qui l'anno avanti in San Lorenzo in Damaso con buon nome, e l'ebbi per mezzo del reverendissimo Carpi lor protettore. E quando fu verso Pasqua, mi fu scritto dal vicario che questo Padre era molto sospetto, avendo detto delle cose assai che non stavano bene. Io ebbi mezzo di farlo venire a Bologna, e messolo in mano di un frate Lodovico Beccatello, allora inquisitore a Bologna, furono pigliati tutti i capi ch'esso aveva predicato, e fatto lo esame e la dichiarazione, d'accordo con esso inquisitore lo rimandai a Modena, e volsi che in due o tre prediche si dichiarasse e ritrattasse di punto per punto, come aveva ordinato l'inquisitore, e feci che il notaro stesse presente alla ritrattazione, e ne fu rogato. Questo Padre fu poi castigato dalli suoi, ch'altro non ho saputo. Credo che questi atti siano tra le mie carte: almeno erano altre volte.

Ritornerò ancora alla conversazione de' sospetti. Ebbi amicizia col vescovo di Bergamo Soranzo, la qual amicizia fu fino da Padova nel 1514[172] quando andai per studiare, e lo sa il reverendissimo di Carpi, il quale esso ancora in quel tempo era a studio. Dopo la rinnovai qui, ch'esso era camerario del papa: poi fu fatto vescovo. Mi meravigliai assai che faceva molto del riformato, e sempre parlava di Gesù Cristo: all'ultimo si cominciò a scoprire ch'egli era luterano, e fu chiamato a Roma e posto in Castello. Venne una volta a visitar me, e voleva che fosse lecito alli preti pigliar moglie, e diceva che il cardinale Sfondrato n'avea tollerato uno. Io gli contraddicevo, e non poteva patirlo: ma dopo, per quanto intendo, si ritrattò di questo e di altri articoli e fu liberato, nè io ho avuto più commercio con lui.

Ho ancora avuto amicizia della marchesa di Pescara, la quale a Napoli, quando fui eletto vescovo di Modena, mi donò due rochetti e un breviario, e fu nel 1529. Suo marito il marchese era stato la rovina di mio padre a Milano[173]: nondimeno andavo a visitarla qualche volta nella chiesa di Sant'Anna: da' suoi ragionamenti conosceva ch'ella avea avuto amicizia con frà Bernardino da Siena, e dubito ch'avesse anco avute delle sue opinioni: meco però non si scopriva, e la maggior parte delli suoi ragionamenti erano di cose di Stato, delle quali faceva professione grande, o del reverendissimo Polo, dal quale mi disse una volta ch'aveva ricevuto la salute sua, perchè l'avea fermata e ritirata di molte vane fantasie. Lei praticava qualche volta il reverendissimo Sadoleto e Bembo ancora, ma l'animo suo era tutto nel reverendissimo Polo, come mostrò lasciandogli una parte del suo per testamento.

Ho avuto amicizia con l'arcivescovo d'Otranto, il quale fu sospetto, e perchè l'istoria sua è nota, non m'affatico a scriverla. Ma dirò ben questo con verità, ch'io più volte cercai di rimuovere don Giovanni de Manriquez da quella istanza ch'egli faceva che fosse fatto cardinale dopo che fu purgato, e anco domandato io da papa Giulio in coscienza mia quel che avrei detto nel voto mio se l'avesse voluto far cardinale, gli risposi: «Padre santo, io ho esortato più volte davvero l'arcivescovo, se aveva avuto qualche mala opinione, volesse pentirsene, e dirlo a vostra santità: esso a me sempre ha negato non aver avuto mala opinione: nondimeno alcuni di questi signori reverendissimi dell'Inquisizione mi hanno detto ch'hanno di malissime cose contro di lui, vostra santità le debbe saper tutte: se le son vere, ella se ne chiarisca, e dica liberamente a don Giovanni che non lo vuol fare, e non lo faccia; se ancora non son vere, quantunque io potessi desiderare che vostra santità compiacesse al signor don Giovanni che se ne piglia per punto d'onore, e per affronto, e ne tiene inimicizia col cardinale di Carpi, nondimeno io non darò mai altro voto in favor suo, se non che me ne rimetterò alla coscienza di vostra santità ch'è papa».

D'esso arcivescovo non so altro se non quel che si diceva pubblicamente esser articolato contro di lui, ed egli mi ragionava come ho detto sopra, ed io l'esortai più volte a scoprire a nostra santità ingenuamente se aveva qualche opinione mala, ed esso mi rispondeva come ho già detto. Di che lascio che la verità stia al suo luogo. So ben che egli avea letti libri luterani, ma mi disse avea licenza, ed anco avea letto, per quanto intesi, gli scritti del Valdesio, ed era stato molto suo amico.

Queste son le cose ch'io sin qui, pensando e ripensando tanto che, con l'afflizione nella quale mi ritrovo, ho quasi perso in tutto il sonno, ho potuto ricordarmi d'aver fatte o dette, che m'abbino ridotto in queste calamità. Ma perchè nel principio ho detto ch'io son figliuol di questa romana Chiesa e servo di nostro signore, replico di nuovo che voglio perseverare col divino ajuto in questo, e perciò sottometto me ed ogni azione mia ed opinione al retto e santo giudizio di sua santità, offerendomi paratissimo ad ogni obbedienza ch'a sua santità piacerà: e se più mi ricorderò o mi sarà ricordato, lo dirò sinceramente, perchè queste sono cose vecchie di molti anni, dalle quali ove sono sospette io spontaneamente mi era partito. Supplico bene umilmente sua santità voglia usare animo paterno verso di me, e benigna misericordia in tutto ch'ella giudicherà ch'io n'abbia bisogno, e conformandosi a Quel del quale sua santità è vicario, il quale è insieme giudice e avvocato de' peccatori, voglia anche esser mio piuttosto avvocato appresso se stessa, che giudice, e pigliar il patrocinio mio paternamente, e cavarmi di tanta afflizione e miseria, nella qual mi ritrovo.

In Castello, ai 18 di giugno 1557.

Io Giovanni cardinal Morone ho scritto e sottoscritto di mano propria.

Eppure a lungo durò ancora in carcere. Perocchè, sebbene Paolo IV offrisse liberarlo «per benignità d'animo, e quand'anche gli trovasse alcuno degli errori che oggidì possono dirsi comuni», il Morone volle che della sua innocenza constasse, e rimase in Castello quanto visse quel papa. Alla costui morte nel 1559 ottenne d'intervenire al conclave, e vi fu dichiarato innocente, annullando il processo e assolvendo anche il Sanfelice: sentenza confermata con questa di Pio IV, che fu letta dal secretario Gallio:

In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis Patris et Filii et Spiritus Sancti. Pius Papa IIII. Inter cæteras pastoralis curæ sollicitudines nobis jugiter imminentes, illa est præcipua, ut ad Dei gloriam et augmentum ejus fidei negocium Sanctæ Inquisitionis cum omni ea (ut decet), justitia et puritate peragatur, ut scilicet contra tanti criminis reos id agatur, quod contagiosa ipsius enormitas agendum requirit, et e contra, is discretionis ordo in procedendo servetur, ne bonorum innocentia insidiis pateat malignantium, et sub pietatis specie graventur innoxii, et ne quod per circumspectam sedis apostolicæ vigilantiam ad exterminationem hæreticæ pravitatis salubriter est provisum, per malitiosam calumniantium iniquitatem cedat infidelium detrimentum, et scandalum universum. Sane dudum tempore pontificatus Pauli papæ IIII, prædecessoris nostri sanctæ memoriæ, causa licet nulliter et injuste mota inter procuratorem nostrum, tunc suum fiscalem, et officium sanctæ Inquisitionis actores ex una, et dilectum filium nostrum Joannem, tituli Sanctæ Mariæ Trans Tyberim, ejusdem Sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbiterum, cardinalem Moronum vulgariter nuncupalum parte ex altera, de et super eo, quod prætendebatur eundem Joannem cardinalem in non nullis articulis pro parte fisci et officii prædicti productis, male et aliter quam Sancta Romana et Catholica Ecclesia teneat, sensisse, rebusque aliis latius in actis causæ et causarum hujusmodi deductis; Nos, post nostram ad summi pontificatus apicem divina favente clementia assumptionem, causa præfata adhuc indecisa pendente reassumpta, eam dilectis filiis Jacobo, tituli Sanctæ Mariæ in via de Puteo, vulgariter nuncupato I. V. D. et Michaeli, tituli Sanctæ Mariæ supra Minervam Alexandrino summo inquisitori, sacræ theologiæ magistro, sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbyteris cardinalibus ambobus in officio sanctæ Inquisitionis, et a prædecessore nostro inter alios judicibus, et in hac causa a nobis specialiter deputatis, quoad ejus merita cognoscendam, et nobis referendam commisimus. Qui quidem, visis et mature discussis omnibus pro parte fisci seu officii præfati, deductis et ex adverso exceptionibus quoque et juribus pro parte Joannis cardinalis productis et probatis, nobis statum totius causæ retulerunt, conformem innocentiæ præfati Joannis cardinalis.

Nos igitur, hac causa inter procuratorem seu officium prædictos ex una, et dilectum filium Joannem præfatum parte ex altera, coram nobis et de mandato nostro coram præfatis cardinalibus sic pendente, habita prius relatione præfata, et de meritis totius causæ etiam alias ad plenum informati, Domini Nostri Jesu Christi nomine invocato, per hanc nostram deffinitivam sententiam, quam in supremo justitiæ throno pro tribunali sedentes, et solum Deum præ oculis habentes, de illorum et aliorum sacræ paginæ, et jurisperitorum consilio ferimus in his scriptis pronunciamus, sententiamus, et diffinimus, capturam et carcerationem dicti Joannis, alias tempore pontificatus Pauli prædicti, et forsan de ejus mandato, nullis pœnitus ad id legitimis indiciis præcedentibus factam. Necnon Inquisitionem contra eum formatam, et totum processum contra ipsum Joannem cardinalem factum, præsertim ex defectu formæ in capitulis conclavis ejusdem Pauli contra hujusmodi cardinalem necessariæ, non servatæ, nulliter et de facto, ac inique et injuste processisse, prout etiam sicut de facto processerunt, annullamus et irritamus, nulliusque momenti fuisse decernimus. Et nihilominus dicimus et, judicamus etiam ex tali processu ipsum Joannem cardinalem nequaquam fuisse aut esse de hæresi, aut quibus suis delictis et criminibus hæresim et hæreticam pravitatem seu ejus suspitionem quomodolibet concernentibus culpabilem, couvictum, aut confessum, aut deprehensum, aut aliquo modo suspectum, aut etiam legitime diffamatum, sed in omnibus iis, quæ contra eum pro parte fisci et officij præfati (ut præfertur) prætendebantur, innocentissimum, et nedum culpa, sed omni prorsus suspitione carentem.

Quinimo ex deductis pro parte ipsius Joannis cardinalis constare dicimus et judicamus, ipsum tam in illis articulis, quam in omnibus aliis sanctam Christi fidem, et christianam religionem concernentibus, bene, sancte, catholice, ac secundum sanctæ romanæ Ecclesiæ et sanctorum Patrum traditiones omni tempore sensisse et tenuisse, et ita non solum verbis, sed etiam operibus ubique semper testatum esse, et pro tali ab omnibus probis et catholicis viris semper habitum, et reputatum fuisse ubique locorum.

Idcirco illum ab omnibus et singulis contra eum, ut præfertur, pro parte fisci seu officii sanctæ Inquisitionis prætensis imputationibus, et a quibusvis aliis in processu fisci contentis allegatis et positis, tamquam innocentem et innocentissimum, omnique prætensæ hæresis culpa, macula et suspitione carentem absolvendum et liberandum fore et esse, prout absolvimus et liberamus, proque absoluto et liberato haberi volumus et mandamus. Carcerationem quoque, inquisitionem, et processum præfatos, aliasque vexationes, præmissorum occasione, ipsi Joanni cardinali factas, illatas et præstitas fuisse et esse temerarias, iniquas, illicitas, et injustas, ac de facto et perperam factas et præsumptas, et nullam, propter præmissa, existimationis notam, etiam minimam, ullo modo incurrisse decernimus; ac de et super illis omnibus et singulis præmissis procuratori fiscali et officio præfatis perpetuum silentium imponendum esse et imponimus; et ita dicimus, absolvimus, liberamus, declaramus, et sententiamus omni meliori modo etc.

Il pontefice compensò il Moroni col metterlo presidente al Concilio di Trento; dal quale tornato e riposto vescovo di Modena, v'introdusse i Cappuccini, oltre i Gesuiti, fondò il seminario e il pio luogo Bernardino per l'educazione dei giovinetti: celebrò tre sinodi diocesani, e impetrò il perdono per molti Modenesi, affetti o sospetti d'eresia, onde toglier l'occasione di perseguitarli.

Il Morone era amicissimo del rigido Carlo Borromeo, e con lui insistette, nel 1561, perchè Paolo Manuzio trasportasse la sua stamperia in Campidoglio in ædibus populi romani. Poco mancò fosse eletto papa dopo Pio IV nel 1566, quando invece sortì il cardinale Alessandrino, dal quale era stato processato[174]. In quell'occasione si racconta che esso cardinale Alessandrino, sollecitato del suo voto pel Morone, disse voler prima celebrare la messa, poi darebbe la risposta. E la risposta fu, che, per coscienza non potea farlo, atteso le accuse dategli sotto Paolo III. Aggiungesi che due del Castellaccio presso Alessandria denunziarono aver avuto larghe promesse dal Morone perchè uccidessero Pio V. Questi chiamò il Morone, senza dirgliene nulla, e in presenza di esso fe comparire i due, i quali confessarono avere finto per isperanza di un premio.

Il Morone poi morì a Roma il 1580; ed una sua vita per Giovanni Giorgio Frickio professore a Ulma è inserita nel tomo XII delle Amœnitates literariæ dello Schœlhorn, con gran pompa delle imputategli eresie.

Di simil passo andò la cosa con Egidio Foscarari, domenicano bolognese dotto quanto pio, e che divenuto vescovo di Modena, profondeva ai poveri non solo la rendita, di non più di mille ducati, ma quanto avea di suo o raccoglieva da altri. I padri Quetif ed Ecard, negli Scrittori dell'Ordine de' predicatori, narrano come Petri sedem ascendit Paulus IV, capularis senex et effœtæ jam ætatis, asperioribus paulo moribus et senili morositate suspicionibus obnoxius, qui astu delusus et circumventus æmulorum occulto, fidei postulatos apud se Joannem card. Moronum, inculpatæ vitæ pectorisque magnanimi virum, ætate meritisque gravem..... et Egidium nostrum, zelo præcipiti comprehendi, inque molem Hadrianam XXI januarii MDLVIII detrudi jussit.

Le accuse contro il Foscarari eran meno dirette, e gli autori di lettere anonime o di denunzie vaghe o non osarono manifestarsi o non sostenerle, talchè al 18 agosto 1558 fu rilasciato, dando sicurtà di comparire ogni volta che fosse richiesto. Succeduto Pio IV, fu dichiarato innocente con sentenza siffatta:

«Noi Michele Ghislieri, per la divina misericordia detto il cardinale Alessandrino della santa romana Chiesa, sotto il titolo di Santa Maria nella Minerva, e deputato generale inquisitore della santa ed apostolica Sede contro alla eretica pravitade, e in tutta la cristiana repubblica, narriamo, come, nell'anno MDLVIIII, e alli XXj gennaio, di commissione della felice memoria di papa Paolo III vivæ vocis oraculo, a noi allora fatto, il reverendo padre Egidio vescovo di Modena fu incarcerato nel palazzo della santa inquisizione, senza alcun indizio, nè per il passato, nè per il presente a noi manifesto. Laonde poi alli XVIIj d'agosto del medesimo anno prossimo passato, di commissione ed ordine nostro fu liberato, con sicurtade però di presentarsi in modo e forma, come nelli atti del nostro notajo, ovvero dell'ufficio della santa inquisizione; e così dichiariamo non aver ritrovato il detto reverendissimo padre Egidio esser stato, nè esser al presente colpabile, reo, o sospetto di eresia, o di qualsivoglia delitto o peccato, risguardevole a detta eresia o eretica pravitade: anzi, se alcune accusazioni furono fatte contro il detto reverendissimo padre Egidio alla felice memoria di papa Paolo III, o all'ufficio della santa inquisizione, giudichiamo, e sentiamo esser divenute da persone improbe, false e malvagie, alle quali non si debba per alcun modo prestar fede. E perciò tanto di nostra autorità, quanto di commissione di nostro signor papa Pio III sopra a ciò, vivæ vocis oraculo a noi fatto, per le presenti nostre lettere dichiariamo lo stesso reverendo padre Egidio esser stato provato e ritrovato non solamente incolpevole, ma ancor di tutte le cose di che fu accusato innocentissimo. Per il che giudichiamo doversi da ogni qualunque fedele cristiano tener nel medesimo stato, grado, onore e dignitade, in che prima d'esser prigionato, si ritrovava, nè perciò esser incorso in alcuna imminuzione del suo onore o fama, e il predetto reverendissimo padre Egidio vescovo di Modena, dover essere accettato dal suo clero e popolo devotamente col debito onore e reverenza, come legittimo e cattolico vescovo e pastore delle anime; e in tutto e per tutto umilmente accettare e obbedire alli suoi salutiferi precetti e commissioni, come se mai non fosse stato ritenuto o prigionato; e così parimente la sicurtade di presentarsi, o di stare a ragione (come nelli nostri atti) data, quella stessa annulliamo, cassiamo, vogliamo, e comandiamo esser tenuta nulla e cassa, e mai per l'avvenire doversi fastidire: e così sentenziamo, e dichiariamo mai più da tempo alcuno potersi molestare. Dove abbiamo commesso siano fatte le presenti lettere declaratorie, acciocchè mai da tempo alcuno non possi nascere sospizione della sua dottrina, o della integritade della sua vita.

«Data in Roma nel nostro sacro e apostolico palazzo al primo gennajo dell'anno MDLX, e nel primo del pontificato del santissimo nostro signor papa Pio IV».

Allora egli tornò al suo vescovado di Modena, accolto festosamente, e vi eresse il Collegio delle putte del vescovo, e fabbricò parte del vescovado: presto dovette recarsi al Concilio, dopo il quale fu chiamato a Roma a compilare il catechismo con frà Leonardo Marini arcivescovo di Lanciano e frà Francesco Forrero portoghese, coi quali riformò il messale, il breviario. Colà s'addormentò nel Signore, di cinquantadue anni nel 1564[175].

Notes in this chapter

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