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Gli eretici d'Italia, vol. II

NOTE: (continued 2)

Reading edition

«In Londra la vigilia del Corpus Domini, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».

Il Campegio fece pure un'opera De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse Fragmenta contra hæreses (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.

Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici egiziane perchè lo temettero (Exod. I, 20). Secondo san Giacomo, la meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (Ep. II, 25). In questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle senza premio: era merito di convenienza.

L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la prima grazia abituale può essere meritata de condigno; ma può l'uomo meritarla de congruo per via d'opere buone fatte col sussidio della grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non può l'uomo meritarlo de condigno, perchè Dio non l'ha promesso ai giusti: ma i giusti posson meritarlo de congruo colle preghiere e la fiducia.

Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie bestemmie di frate Ambrosio Cattarino, 1546.

Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono citra conclusionem, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma etiam nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj». Il Laynez nell'opera De imputatione justitiæ (Trento 1546) conchiudeva: His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim, quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem omnes de justificatione dicerent.

Vedasi il nostro vol. I pag. 309.

Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol distinguere nella Chiesa un insegnamento dottrinale, ch'e' loda e riconosce, e un sistema pratico popolare, fonte di superstizioni e assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa cattolica.

Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.

«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti contratti decreta esser irriti e nulli».

Dunque in faccia alla Chiesa non esiste matrimonio se non è contratto nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali. Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal quistione rinacque.

I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè I quattro evangeli, I fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere cattoliche, una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni, una di san Giuda o Taddeo, l'Apocalisse.

Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri deuterocanonici.

Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV, ha un trattato de cura pro mortuis gerenda: nella Città di Dio S. XXI, c. 24 scrive: Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam piorum exauditur oratio: nell'Enchiridion § 29, c. 110: Cum sagrificia sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt.

Vedi Vincenzo De Vit, Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi. Prato 1863.

Julius Cæsar P., Qui Calvini Institutiones in italicam linguam transtulit.

Castelvetro, Opera omnia, donec expurgentur.

Battista da Crema, Opera omnia nisi emendentur.

Firmanus Seraphinus, Apologia pro Baptista de Crema.

Antonio d'Adamo, Anatomia della messa.

Il Brucioli è pure fra i proibiti di prima classe. Dappoi

Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana.

Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte.

Opera divina della cristiana vita.

Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova.

Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani.

Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.

Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense.

Antonius Polus venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros complectens. (Appendice).

Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu, cum præfatione M. Flacci Illyrici.

Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann. 1547 et 1548, cum præfatione Matthiæ Flacci Illyrici. Così i decreti di Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa: il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella ristampa venne esteso più che non fosse in origine.

E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza intrinseca, nè senza opportunità.

Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25 settembre 1748).

Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio la Genesi del diritto penale. E la sacra Congregazione mandò a lui l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827, esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì «in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di ristampa, alcune aggiunte spiegative».

Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere eresie, e specialmente nel Trattato della Coscienza. Fu dapprima imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti, perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser condannabili!

Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea sparnazzato coi suoi organi che la Storia Universale del Cantù era lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio; poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone, dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede, ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che «la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere nella Storia Universale trascorse qua e là inesattezze ed anche proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua erudizione avvertire».

Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli applausi».

La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone: «Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua vulgare si permetta senza distinzione, ne vien più detrimento che utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de' libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.

«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed eretici del nostro tempo» (Regola VI).

Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.

«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole In principio Dio creò il cielo e la terra, e svolgere tutta la storia del cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento; cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione, e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». De catechizandis rudibus, cap. III, nº 5.

Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte: s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni stampatori.

Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro gli eretici nel 1611, e un'opera De invisibili Lutheri, Calvini, et aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia.

Ivi pure è un poema in terzine Della diffusione del sommo bene, probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:

Lutero, al tuo dispetto lo vedrai Che i tuoi errori alfine andranno al fondo, Ed i piaceri in pene cangerai.

Ad cœnam agni providi Et stolis albis candidi Post transitum maris Rubri Christo canamus principi, Cujus corpus sanctissimum In ara crucis torridum Cruore ejus roseo Gustando vivimus Deo.

Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

Ad regias agni dapes Stolis amicti candidis Post transitum maris Rubri Christo canamus principi, Divina cujus charitas Sacrum propinat sanguinem, Almique membra corporis Amor sacerdos propinat.

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che accessit latinitas, recessit pietas. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio, indica gli autori di molti inni.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al Pentateuco di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il Vaticano, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'Alessandrino, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il Sinaitico, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.

Al suddetto Tischendorf dobbiamo, oltre molte pubblicazioni bibliche, una nuova edizione dei vangeli e degli atti apostolici apocrifi, con una dissertazione storico-critica.

Del Baronio esiste fra i manoscritti della Magliabecchiana (Cl. XXXVII Nº 292) una apologia diretta a papa Clemente VIII, difendendosi da quelli che lo tacciavano d'aver sostenuto, nel V volume della sua storia, che, per antica disciplina, la Chiesa non ricevesse più a penitenza i relapsi. Con fatti e con detti de' Padri egli prova che tutt'altrimenti fu sempre costumato.

L'opera del Baronio fu pubblicata dal 1588 al 1593. Nel 1705 il francescano Pagi ne emendò molti errori cronologici. Il trevisano Rainaldi lo continuò con minor critica dal 1198 al 1571 in 10 vol. in-fol.: a cui il Laderchi ne aggiunse 3 altri che comprendono solo 7 anni dei tempi della Riforma; ma Benedetto XIV gli diceva: «Meno fede e più criterio». Questi non son compresi nella edizione di Lucca, in 38 volumi con note. Ora si ristampa il tutto a Bar le Duc con aggiunte e correzioni del padre Theiner, e nuovi documenti; egli ne farà la continuazione già cominciata.

Nell'Indice tridentino è De disciplina puerorum recteque formandis eorum et studiis et moribus; ac simul tam præceptorum quam parentum in eosdem officio, doctorum virororum libelli aliquot vere aurei.

L'effetto de' classici sulle opinioni fu indicato dal Gioberti nel Rinnovamento d'Italia, II, 122, credendo derivi di là la pendenza repubblicana de' nostri tempi. «Da tre o quattro secoli la gioventù culta si è imbevuta e s'imbeve nelle scuole di nozioni conformi: il che a poco a poco ritira il mondo a repubblica, sovratutto dacchè il seme classico, portato in America e cresciuto in pianta, fu trasportato in Europa...... Certo quei papi e principi che promossero con tanto ardore il culto delle lettere e delle arti classiche, nol prevedevano; e meno ancora quei preti e frati che fecero di quelle il fondamento e l'anima del tirocinio».

De' processi suoi per stregherie ho parlato in altri libri: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D'altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l'attentato fallito. San Carlo avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno della fine del mondo: Ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta; Act. pag. 5. Pure nel V Concilio provinciale dice: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima parte del viglietto sente d'ambizione, ostentando le frequenti visite de' cardinali; se pur non fosse per mostrare che questi sono persone pie, del che nessuno dubita. Che, se non è venuto in persona, è colpa vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza ch'egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana». Negli Acta Sanctorum, al 26 maggio. E vedansi Bacci, vita di s. Filippo Neri. Gallonio id. Marciano, Mem. della congregaz. dell'Oratorio.

E nell'enciclica 10 agosto 1863 ai cardinali, arcivescovi e vescovi d'Italia. Notum nobis vobisque est, eos qui invincibili circa ss. nostram religionem ignorantia laborant, quisque naturalem legem ejuque præcepta in omnium cordibus a Deo insculpta sedulo servantes, ac Deo obedire parati honestam rectamque vitam agunt, posse, divinæ lucis et gratiæ operante virtute, æternam consequi vitam, cum Deus, qui omnium mentes, animos, cogitationes, habitusque intuetur, scrutatur, et noscit, pro summa sua bonitate et clementia minime patiatur quempiam æternis puniri suppliciis, qui voluntariæ culpæ reatum non habeat. Sed notissimum quoque est catholicum dogma, neminem scilicet extra catholicam ecclesiam posse salvari, et contumaces adversus ejusdem Ecclesiæ auctoritatem, definitiones et ab ipsius Ecclesiæ unitate... pertinaciter divisos, æternam non posse obtinere salutem.

Barni (Les martyrs de la libre pensée) vuol provare che anche allora più d'uno riprovasse la legge che dava al boja gli eretici.

Molte opere compose, tradusse in versi l'Odissea, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.

Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi Mazure, Hist. de la révolution de 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.

«Quant'à Philippe II, que je suis loin de comparer à Charles V, je pense qu'il a été mal jugé, parce qu'on ne l'envisage d'ordinaire qu'au point de vue exclusivement belge, ou protestant, ou rationaliste, au lieu de ne voir en lui que l'athlète intrépide du catholicisme dans une lutte suprème et désespérée contre toutes les forces de la Réforme et de l'Europe coalisées». Discours à l'ac. de Bruxelles, 6 mars 1859.

Il Babbi, residente per la Toscana a Boma, il 14 aprile 1571, informa il granduca di Toscana come il cardinal Morone, impinto d'eresia, sia stato «ricevuto in concistoro pubblico con molta solennità, e dal papa abbracciato teneramente», poi la sera fu letta la sentenza contro l'arcivescovo di Toledo alla presenza del papa, dei cardinali, dell'Inquisizione e di molti signori e prelati della Corte, dov'egli abjurò contro ogni sospetto d'eresia» (Carteggio di Cosimo I, filza XII).

Il Laderchi reca bellissime testimonianze intorno al Carranza. Oltre il Llorente, che ne parla coll'abituale sua esagerazione, De Castro (Hist. de los Protestantes Españoles y de sa persecucion por Felipe II, Cadice 1851) occupa un intero libro intorno a questo processo, importantissimo perchè vi lottava l'autorità de' vescovi contro quella della santa Inquisizione, la quale spiegò tutto il suo potere contro il primo prelato di Spagna, e trasse dalla sua l'opinione pubblica. Il famoso teologo Melchior Cano, che avea sostenuto Filippo II contro Paolo IV, si volse contro il Carranza. D. Diego Hurtado de Mendoza, celebre diplomatico e guerriero, si fece suo denunziatore. Buone considerazioni su questo processo fa Giacomo Balmès, Il protestantismo e il cattolicismo comparati, in relazione colla civiltà europea. Cap. 37.

«S'intende come il signor Ascanio, per ordine del signor vicerè, era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de' Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1 del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all'ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare e uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi, che è il dì del Corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Montalto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case, e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda: atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità e il vicerè a compassione, il signor marchese Buccianico governatore, ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare....

«Oggi pure fu ordinato che cento donne vecchie pongansi all'esame e alla tortura, poi alla morte, acciocchè ben si bilancino le partite, e dicasi posti a morte altrettanti uomini e altrettante donne. Ve n'ha alcuni sì ostinati, che non voglion veder il Crocifisso nè confessar il sagrifizio, e sono arsi vivi.

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castagnete, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli....

«Gli eretici presi in Calabria son 1600, e tutti furono condannati, ma i messi finora al supplizio furono 88. Questi eretici portano origine dalle montagne d'Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie; però non si sa che vivano male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

Simeone Florillo, ministro evangelico a Chiavenna descriveva lo stesso supplizio a Guglielmo Grattarola medico a Basilea, in lettera 21 agosto 1560. E dice: «Novità non ho altre, se non che ti mando copia di lettere scritte da Montalto l'11 giugno 1560, stampate a Roma e a Venezia, intorno al macello commesso in Calabria in due villaggi a otto miglia da Cosenza, San Sisto e Guardia, che furono distrutti, e uccisine ottocento abitanti, o circa mille, come scrive da Roma il 21 giugno uno che era servo di Ascanio Caracciolo. Io conobbi quella gente, d'origine valdese, di buona vita e di miglior dottrina. Perocchè, prima di partir da Ginevra, a loro istanza vi mandammo due ministri e due maestri di scuola. I ministri furono martirizzati l'anno passato, uno a Roma che chiamavasi Giovanni Luigi Pasquale di Cuni, l'altro a Messina, Giacomo Borello, entrambi piemontesi. Quest'anno il resto dei pii uomini fu distrutto, e spero fia buon seme all'Italia che porterà buono e copioso frutto».

La lettera tradotta in latino è riferita da Giovanni Fox nel Martirologio, parte II, fol. 337; Basilea 1563, e da essa siam chiariti che quelle dell'archivio Mediceo non sono relazioni uffiziali di un residente toscano, bensì documenti inseriti in qualche corrispondenza come si soleva, e copia di stampa, le quali mancano d'ogni autenticità, portano la data falsa di Roma per acquistarvi maggior credito; e sono evidente opera di partito, colle esagerazioni proprie di lavori siffatti.

Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».

Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.

Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.

Nelle Istruzioni del Sant'Uffizio del Regno di Sicilia per uso e comodo delli 1212 commissarj del regno, è quest'orazione: Domine Deus omnipotens, pater Domini nostri Jesu Christi qui dignatus es hunc famulum tuum ab errore hæreticæ pravitatis (Luteranæ, sive Calvinistæ, sive Protestantium, sive Indipendentium, sive Multiplicantium, sive Anabaptistarum, sive Libertinorum, sive Quakerorum, sive alterius) clementer eruere, et ad Ecclesiam tuam sanctam catholicam revocare, ecc.

Eimerico, Directorium inquisitorum. Roma, 1587: e 1607 Venezia, più scorretto.

Carena Cesare De officio sanctæ Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei. Cremona, 1641.

Mengius, Flagellum dæmonum, Fustis dæmonum. Compendio dell'arte esorcistica. Sono all'Indice, dove pure l'Inquisizione processata 1682: Reginalius Gonzalvius Montanus, Sanctæ inquisitionis hispanicæ artes detectæ, ac palam traductæ: Historia completa das Inquisiçion de Italia, Hespanha e Portugal, 1825.

Dandini Anselmo, De suspectis et de hæresi. Roma, 1703.

All'Istoria della Santa Inquisizione del Sarpi rispose il cardinale Francesco Albizi, anonimo: Risposta all'istoria della santa Inquisizione. Typ. de propag. fide, 1678.

Pasqualone Giacomo, Sacro arsenale, ovvero pratica dell'officio della sacra Inquisizione. Genova, 1683.

Pane, Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione. Lettere apologetiche, 1789.

Frate Uberto Locato di Castel San Giovanni presso Piacenza, domenicano, poi vescovo di Bagnarea (-1587) autore di varie storie, ha un Opus judiciale inquisitorum ex diversis theologis et j. u. doctoribus extractum.... Roma, 1570, ricco di quistioni e di formole pe' varj incombenti del Sant'Uffizio.

Manfredi Francesco, Ristretto de' processi dell'Inquisizione di Sicilia nel 1640.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il Directorium Inquisitorium, nell'intento di far onta alla Chiesa, il famoso giureconsulto Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de' fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della santa inquisizione, è a un bel presso la nostra tal quale. Io restai confuso di tale asserzione (soggiunse Morellet, Mémoires, t. I, 59); dipoi ho riconosciuto ch'egli avea ragione».

«Noi, con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica, comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant'Uffizio di questa città, ovvero all'ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de' quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia;

«Che, avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o come ne' sagri canoni e costituzioni pontificie in materia di fede, sospetti di eresia;

«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali;

«Che abbiano senza autorità della santa sede apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d'eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi;

«Che contro il voto solenne della profession religiosa, dopo aver preso l'ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio;

«Che contro i decreti e costituzioni apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando ad turpia i penitenti;

«Che abbiano impedito o impediscano l'uffizio dell'Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo;

«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d'incredulità facciano uso de' cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa;

«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione;

«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la santa messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della penitenza, quantunque nè abbiano proferito le parole della consacrazione, nè siano venuti all'atto dell'assoluzione;

«Avvertendo che a questi nostri precetti non soddisfaranno, nè s'intendono di soddisfare quelli che, con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel sant'Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti;

«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto se non dal Sant'Uffizio; nè sarà assoluto che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d'eresia;

«Ricordiamo a tutti i reverendi confessori di dover significare ai penitenti l'obbligo di denunziare legalmente al Sant'Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell'assoluzione;

«Comandiamo per ultimo, in virtù di santa ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari, e ai confessori di monache, che debbano notificare, e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell'avvento e nella quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l'autentico documento alli rispettivi vicarj del sant'Uffizio;

«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l'Inquisizione del Sant'Uffizio in que' casi compresi nella bolla di Gregorio XIII Antiqua Judeorum ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della cattolica religione».

Si ha pure De Fannii Faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia rom. pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia Francisco Nigro bassanensi authore, 1550. «Da qui, pio lettore, voi potete comprendere cosa sia ad aspettarsi dal Concilio di vescovi romani sotto la direzione del papa».

Che non si lascino vendere alcuna delle istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstiziose, apocrife e lascive; cioè: Orazione di san Daniele — Oratione di sant'Helena, in ottava rima. — La Vergine Maria con gli Angeli santi. — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc.; O somma sacra ecc.». — Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano. — Vita di san Giovan Battista, in rima. — Oratione di santa Margarita, in ottava rima per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — Historia, o martirio de' santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». — Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Christo Vergine Maria, ecc.». — Historia di santa Caterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de' Pulcini. — Confitemini della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Vìva divinità dove procede, ecc.». — Opera nova delli dodici Venerdì: «A laude dell'eterno Redentore». — Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorro, eterno Creatore». — Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme: «Madonna santa Maria, ecc.». — Christo santo glorioso, laude devotissima: «Christo santo glorioso, che patesti». — Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — Historia di san Giorgio, in ottava rima in quarto: «In nome sia, ecc.». — Oratione di san Giacomo Maggiore, in versi in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — Oratione di Santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest'è una devotissima oratione, ecc.». — Oratione della nostra Donna devotissima, in versi e in rima: «Ave Madre di Dio, ecc.». — Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo di operette et historiette prohibite più esteso è aggiunto al Sacro arsenale della santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi: vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d'insogni o loro ispositioni», o d'astrologia giudiziaria, o d'indovinare. Anche nelle Regole del sant'Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi, Spernendique timor? Cujus commercia pacti Obstrictos habuere Deos? An habent hæc carmina certum Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid Cogitur ipse potest?

e Sereno Samonico (cap. 59):

Præterea si forte premit strix atra puellos, Virosa immulgens exertis ubera labris, Allia præcepit Titini sententia necti.

Festo conservò due versi come preservativi, ma scorrettissimi; Dachery gli emenda così:

Στρίγγ ’ἀποπἓμπειν νυκτινόμαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν, ’Ωρνιν ἀνώνυμον, ὠκυπορόυς, ἐπὶ νῆας ἐλαὐνειν.

La strige rimuovi notte-mangiante: la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi.

I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da Delrio, Disquisitiones magicæ, lib. II. qu. 9, e passim.

Il cardinale Cajetano ha un trattato, Utrum liceat maleficium solvere opera malefici parati utendo. Milano, marzo 1500.

Nella XXIX lettera al signor Dell'Isola, frà Paolo Sarpi scrive: «Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell'astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte che in questa. Con tutto che pur concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell'età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell'infimo, la divinatoria è di gran credito».

Dei cambj, dove con molta brevità e chiarezza si dichiarano i modi oggi usitati nei cambj, e la giustizia che in quelli si contiene. Firenze 1573.

Trattato delli sconti e del tagliar le dette. Firenze 1585.

Trattato de' traffichi giusti ed ordinarj, cioè della vendita a credenza, la diminuzione del prezzo per l'anticipato pagamento, i cambj, i censi, i giuochi e i monti. Venezia 1588.

I sortilegj e le stregonerie più notevoli, praticate allora in Genova erano: De' sortilegj in generale, «Quelli, che per mezzo di caratteri, parole incognite di niuna significazione in qualsivoglia linguaggio, abuso di sagramenti, di cose sagramentali e benedette, di parole di sagra scrittura, suffumigazioni, oblazione di proprio sangue, o di quello d'animale, e atti di religione verso il demonio, invocazione del medesimo, procurano l'opera d'esso, o per l'amore, o per morte delle persone, o per trovar tesori, o per conservamento di moneta, acciò spese ritornino in borsa, o per dignità, o per scienze, o per altre cose». — Questi sortileghi ordinariamente hanno scritture de' caratteri et esperimenti magici, carte vergini, clavicole, Al-Madel, Centum regum, Arte notoria Paolina, Cornelio Agrippa, Pietro Abano, l'Opus Mathematicum, instrumenti magici, come spada caratterizzata».

Seguono i malefici amorosi e micidiali. «Maleficano d'amore talvolta con li medesimi mezzi, che adoperano li sortileghi, cerioli, caratteri, e gittar il sale nel fuoco, gettar le fave benedette, abusando delle parole della consegrazione, scrivendole sopra bollettini, facendo polvere di certe erbe, e, benedette che siano, toccando con esse la persona amata, servendosi di calamita battezzata, di ostie».

Per lo più maleficano sopra cose comestibili, scrivendo parole ignote, e caratteri sopra frutti, mischiando polvere fra cibi, formando statue di cera, trafiggendole con aghi, e facendole a poco a poco dileguare al fuoco, dicendole sopra alcune parole, tendenti ad accendere l'amore di quella persona; formando certi invogli di erbe, di capelli, tagliatura d'unghie, o altra cosa tolta alla persona maleficiata, sopra le quali vi susurrano parole incognite, e invocazioni di demonj, e le seppelliscono poi in qualche luogo di abitazione di detta persona, e singolarmente sotto il limitar della porta, per dove ha da passare. Di qui nasce, che, non avendo le dette cose fra se stesse virtù di fare tale effetto, il demonio vi concorre, per il fatto esplicito, o implicito con l'opera sua» (pag. 39).

A pag. 34 dice «che il demonio non resti effettivamente obbligato a patti, ma finga di esserlo». E «Ho di fede, che il diavolo non possa sforzare l'umana volontà, può bene perturbare la fantasia» (pag. 38), eppure, se non sopra la volontà, ha potere sopra la vita, e «le persone molte volte si consumano senz'alcun rimedio, non arrivando il medico a trovar la cagione; e nell'istesso modo maleficano a morte per odio» (pag. 42).

Taluni son denunziati perchè mangiano carne in giorni proibiti, «ma il Sant'Offizio va posato assai in procedere, perchè molte volte si trova o ch'erano infermi o convalescenti, o ne aveano licenza; o non avendola, la qualità della indisposizione e la necessità li scusa».

Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608, si legge: — Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe, nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurghi, medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et volendo noi che la faccino, il fòro secolare dice di voler loro far giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, et con questo si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.

Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano, vescovo di Como, scriveva a un parroco del territorio bormiese aver trovato colà quamplures tam viros quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa. Perciò ne' quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte sbandite.

Nell'archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (Instructiones pro iis qui in missionibus contra hæreticos versantur)»; i «Dubbj dati dal prevosto di Biasca», un de' quali è: «Sono processati i sospetti d'arte diabolica, et il notar dice d'aver mandato i processi a Milano, nè altra provision s'è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo d'altri»; e un altro: «Sono alcuni mercanti, i quali non osservano il decreto di non andare ne' paesi d'eretici senza licenza, e sono difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però con precetto di non andar alla predica d'heretici, nè trattar con loro della religione». D'altri casi ho io parlato nella Storia della città e diocesi di Como, lib. VII.

Del resto, giocolieri spertissimi non mancavano, e Ortensio Landi (Comm. delle cose notabili e mostruose in Italia) dice: «In Venezia trovai un Siciliano il quale scriveva in uno specchio d'acciajo, e quel che nello specchio scriveva, ve lo faceva per riflesso leggere nella luna... faceva apparir una mensa carica di ottime vivande, e poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di carta non nota ove erano scritte alcune parole, od una serratura, e incontanente se gli apriva ogni ben serrata porta. Cavava ogni grosso chiodo coi denti. Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, e ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non più veduta. E alla presenza mia e di tre altri fece parlar una testa di morto».

«Il cadavere di Concini fu gettato nelle fosse del palazzo dove si orina, e poi di quivi per ordine del re fu levato e condotto da quattro galuppi sur una scala alla sepoltura in un cimitero. Il popolo di Parigi, sentita la morte del Concini, si sollevò, e corse a furia dov'era stato sepolto, e cacciatolo della sepoltura, lo strascinarono per tutta la città, e poi l'impiccarono sul Ponte Nuovo, e gli tagliarono il membro, dicendo parole ch'è molto meglio tacerle che raccontarle. Tornarono poi a distaccarlo, e ristrascinarlo, e alfine l'appiccarono per un piede, ed il popolo tutto corse a tagliargli chi un orecchio, chi il naso, chi un dito, chi a cavargli gli occhi, di modo che non vi rimase nè carne nè osso che non fosse portato via, tenendosi felice chi ne poteva avere un pezzo.... Or vedete e sentite se io rendo le mie vendette a mio modo».

Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.

L'accusa di stregheria erale data da un'ossessa. Il cardinale d'Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera a salvarla, mostrando non doversi aver fede al diavolo, padre della menzogna, e ch'esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira che ad impadronirsi de' beni di lei per servir de partage à un de tant de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.

Vedi anche Rizouard, Des rapports de l'homme avec le démon.

Per impetrare la conversione degli eretici.

«O vera pace, e fedel Pastore dell'ovile della Chiesa tua, esaudisci le nostre preghiere, ed abbi pietà delle afflizioni e dei devastamenti del popolo cristiano. Con tutto il cuore noi supplichiamo la tua misericordia, perchè ti compiaccia di vigilare paternamente tutti coloro che abbandonarono la ortodossa e cattolica fede, ed allucinati intorno a' suoi articoli, e sedotti da falsa persuasione vivono ereticamente: deh! coi raggi della tua luce illumina i loro cuori, e riducili al conoscimento dell'errore che professano, affine che per tal modo rinsaviti, e abbandonando le dispute, e le corruzioni della tua parola, ritengano costantemente l'unica e vera fede sotto i legittimi nostri pastori con a capo te, supremo Pastor di tutti, dal quale ogni emission di luce e di grazia si riflette in tutte le membra, che ti sono congiunte col vincolo della sacra pace. Così sia».

Qui non habet caritatem Nihil habet, Et in tenebris et umbra Mortis manet. Nos alterutrum amemus, Et in Deum Sicut decet ambulemus Lucis prolem. Clamat Dominus, et dicit Clara voce: Ubi fuerint in unum Congregati Propter nomen meum simul Tres vel duo Et in medio eorum Ego ero..... Unanimiter excelsum Imploremus Ut det pacem nostris In diebus Jungat fidei speique Opus bonum Ut consortium cantemus Supernorum.

Brocchi, Vite de' Santi e Beati fiorentini.

Biscioni, Lettere de' Santi e Beati fiorentini.

Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.

«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli, parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a simile scandalo».

Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del Carteggio mediceo):

«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani, tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute, rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore. Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da chi non si sa ancora.

«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse altramente».

Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev. dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre lucensi transmittendum curret etc.

Romæ XVII kal. octobris MD. XXXXII.

Cardinales deputati, Io. Petrus. Cardinalis S. Clementis. Cardinalis Burgensis. P. Cardinalis Parisiens? B. Cardinalis Guidicionus.

Archivio Mediceo, cartella 3717.

«Di Perugia XVI di settembre 1512.

Cardinale De Pucci.

Archivio Mediceo, fascio 5717.

«Da Roma 26 agosto 1552.

«Il cardinale Farnese».

Archivio Mediceo, cartella 3717.

Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, Nuntiatura Germaniæ. Vol. IV.

443. Ibid.

Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi aspettava.

12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».

Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.

«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera, non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna, come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo, per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.

«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato, al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso soddisfare, come farò per l'avvenire.... (qui dà alcuni avvisi e finisce col baciar le signorili mani).

«Di Venezia 20 aprile 1549».

«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (qui divisa la sua opera). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....

«Di Venezia 8 giugno 1549».

Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:

«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»

E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.

Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:

Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla.

Il duca scrive di proprio pugno:

Che serva, se lo vuole per ogni modo.

Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena, promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete. Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo cavare qualche buon utile per le cose vostre».

Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol perchè messo all'Indice.

Dunque de' miei gran falli Pentito e tristo, in tua pietà confido,

non è che la voce d'ogni cristiano. Ch'egli fosse perseguitato per materia d'eresia non appare; se non forse da una nota posta al fine della suddetta canzone a santa Caterina, che la indica fatta il 1583, doppo che l'autore havea hauta una lunga prigionia.

Fra le lettere di congratulazione dirette a Girolamo Gigli pel suo Vocabolario Cateriniano, n'ha una di Antonio Pizzicagigli di Reggio, fondator dell'Accademia degli Artificiosi, data da Roma il 30 giugno 1719, ove loda «la dottrina evangelica della santa Vergine, la quale fu certamente colonna di fuoco accesa da Dio nel cielo della santa Chiesa per illuminare gli errori di quel secolo perverso e scismatico, e fu similmente colonna di nuvola per distillare manna di saporitissima locuzione all'eloquenza vulgare mediante il dolcissimo sanese dialetto...» E soggiunge che puossi «dire che ogni privata casa di Siena sia un'accademia di ben parlare ed un areopago del buon vivere cristiano, secondo che si vede nella numerosa serie de' servi di Dio, la chiarezza dei quali (disse il gran cardinale Federigo Borromeo) fa distinguere il vostro benedetto paese fra altri, nel modo che la via lattea, tanto spessata di stelle, fa scomparire le altre parti del cielo».

S'ha un'epistola della venerabile vedova Brigida, donna che fu di Nicola Baldinotti di Pistoja, mandata alle religiose donne dell'ospitale di Santa Maria Nuova di Firenze, che trovasi in molti manoscritti del 400, ove fra altro dice:

«O quanto inestimabile e soave giubilo gusterebbi se, governando le sordide piaghe degl'infermi, penserete che Cristo Gesù volle essere tutto piagato per le nostre colpe! Questa ismisurata dolcezza sentì la beata Caterina da Siena, che governando una leprosa, e parendole che la sensualità un poco le contraddicesse, assalita dalla fiamma in superno amore, non tanto con le mani la lavò, ma ponendovi su la bocca, la leccò. O preziosa e pietosa commutazione dello eccelso Dio, che per la puzzolenta piaga della creatura volle ch'ella ponesse la bocca al suo santo costato, ecc.».

Un atto simile della contessa Arconati è lodato dal Manzoni nella Morale Cattolica.

La traduzione latina si crede di Francesco Pucci.

482.

Ni mihi spem Christus faceret; quem vita secuta est, Non possem abrupto vivere conjugio. Ille mihi te olim redituram in luminis oras Pollicitus, dulci pascit amore animum. Interea Aonium venientem cursibus ad te Expecta campis, uxor, in Elisiis.

La tradusse in italiano (Torino 1861) L. Desanctis, ma volle «mitigare alquanto quello stile aspro e qualche volta ingiurioso, che non si affà più alla civiltà de' nostri tempi», che ognun sa quanto siano parchi in fatto d'ingiurie.

Ivi pure esistono (Miscell. C. VII, 12) «Memorie per servire alla vita di Aonio Paleario, raccolte da Carli Girolamo, e dirette ad Antonio Compagnoni». Fra queste è copia di una lettera di esso Paleario al cardinale Cervini, che poi fu papa: e benchè di poca entità, la trascriviamo:

«Monsignor reverendissimo et osservandissimo signor mio; Ho havuta la cortesissima di vostra signoria reverendissima, nè altro aspettavo da lei che cortesia et gentilezza, quæ cum ætate et dignitate accrevit simul. In quanto a quello mi dice, che bisogna espedire in evidentem utilitatem, nè io le harei chiesto altrimente, anzi, se vale V fiorini il stajo della terra, darne VII; se VII dieci; sì perchè sono cose di chiese, sì per l'onor di vostra signoria reverendissima, che lo prepongo al mio utile di gran lunga. Potrassi investire in tant'altra terra, che si vende contigua al podere di Corie, di un certo Cecchino collegiano, molto più vicina et commoda alle cose di detto podere, non mancherà il rinvestire con utile et commodo dell'abbadia.

«Ringratio la signoria vostra reverendissima dell'espeditione che mi promette gratis, sarà tra li altri infiniti obblighi che le tengo. Che Dio et padre del signor nostro Gesù Cristo la mi preservi sopra la vita mia.

«Di Menzano il dì XXIX di agosto MDXLIIIJ.

«Di V. S. R. Osservandissimo Aonio Paleario».

Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano vedemmo pure varie lettere, anche autografe, del Paleario: loda grandemente i Milanesi e i decurioni perchè anche nella carestia non lo lasciarono mancare di nulla: altrove al noto storico Michele Bruto si querela perchè avesse stampato una lettera di lui senza informarnelo.

Nel suo processo mss. alla Magliabecchiana, segnato 393, è inserita in istampa l'orazione sua detta a Siena.

Sono stampati a Venezia per Francesco Franceschini, 1567, i Concetti di Aonio Paleario per imparare insieme la grammatica e la lingua di Cicerone, ecc.: ma realmente sono di Lazzaro Bonamici, mentre del Paleario è soltanto il Supplemento de' concetti della lingua latina.

De hereticis et patarinis et sodomitis expellendis de civitate, et pena eis danda.

Et (ego lucanus potestas) purgabo civitatem lucanam, districtum et episcopatum hereticis et patarinis et sodomitis et aliis iniquis septis, quos omnes punire debeam et tenear in libris CCC in quibus tenear condepnare et insuper ponere eos in bannum perpetuum, et tenear dari facere de dictis CCC libris, centum accusanti vel denuntianti vel tantum de eius bonis quantum valeant ad voluntatem accusantis si legitime de maleficio probaverit accusator vel denuntiator. Et si predictam condepnationem non solverit accusatum vel denuntiatus ipsum corpore puniri faciam si quo tempore mei regiminis reperti fuerint sine ulla fraude, et de ipsis hereticis expellendis in vabo lucanum episcopum et lucanum capitulum si me inde inquisierint, et per me et meam curiam tenear predicta invenire bona fide sine fraude et etiam minare omnem personam que a Romana Ecclesia officium circa vel iurisdictionem haberet. Item ego lucanum regimen tenear vinculo juramenti observari facere omnes constitutiones quas olim dominus Clemens papa bone memorie fecit contra hereticos utriusque sexus et eorum bona et eorum occasione confirmavit et approvabit, non obstantibus suprascriptis.

«Oh! ancora Saul fra i profeti vi doverà parere men nuovo che io, tanto gran peccatore, venghi a parlare della parola di Dio, perchè lo spirito dove vuole spira. Pietro negò, e Paulo fu converso a Cristo, perseguitando egli gli apostoli suoi; rendendo dunque grazia all'Onnipotente Dio et a Gesù Cristo, il quale venne per salvare i peccatori, che mi ha aperti gli occhi, che comincio a conoscerlo per fede, per sua sola bontà e misericordia, non ho voluto mancare di farvi partecipi del frutto di questa mia vocazione, e perchè fra tutte le altre buone opere, sommamente è esaltata l'orazione, come quella che ne approssima e ci congiunge a Dio, voglio con voi ragionare di essa, non già come dottore, ma come discepolo di Cristo, e secondochè dallo Spirito Santo mi sarà comandato di portare acqua al fiume; e benchè io usi presunzione, vi prego che riceviate queste mie vigilie con quella sincerità che ve le mando; e se vi è qualche cosa che vi edifichi, attribuitelo alla bontà di Dio, che me le ha dettate, avendo io la mente applicata nel suo nome, e quello che altramente sarà, reputatelo a me, perchè in questo, uomo, non posso operare cosa alcuna buona, e se intenderò che vi satisfacciano, mi darete animo di mandarvene delle altre.

«L'orazione è un'elevazione di spirito parlante con Dio; è un desiderio veemente della gloria sua e della salute dell'anima. È una considerazione affettuosa della potenza, bontà, grandezza, giustizia e misericordia di Dio. È una relazione di grazie di tutti i benefizj che da lui riceviamo, non per li nostri meriti, ma per la sua bontà: è una confessione della giustizia sua e della ingiustizia nostra, rallegrandoci di quella e contristandoci di questa. Puossi domandare la salute dell'anima, e di evitare i mali spirituali: debbe esser fatta con ardente fede, talmente che non si dubiti di avere a conseguire le petizioni; debbe essere sincera e secreta nella camera del cuor suo; breve, senza circumlocuzioni e con semplici parole. Richiede l'orazione sopra tutte le cose la quiete della mente, e la separazione dei pensieri da ogni cosa terrena, et in Dio porre tutto l'affetto.

«L'orazione dunque che sarà fatta in questi modi, può esser certo il fedele che sarà esaudita, come brevemente per le scritture potremo vedere».

«...... Il cardinal Guidiccioni con sue amorevoli lettere come affezionato alla patria ammonì la città di Lucca che, appresso la santità di n. s. e di tutta la Corte era tenuta luterana et eretica, e però esortava a desistere da quell'opinione caso che vi fosse inclinata, et a vivere da cattolici e buoni cristiani come sempre sono stati i Lucchesi, et in questo modo veniva scritto da più persone a particolari cittadini, in modo che per purgare questa infamia risolsero di mandare ambasciatore al papa, che fu per ciò eletto Nicolao Guidiccioni. Et essendosi diminuite le visite che solevano già fare gli anziani nelle solennità di alcuni santi, i corpi dei quali sono in Lucca in più chiese, furono riassunte e per publico decreto ordinato che nelle feste loro gli anziani fossero tenuti di andare ad onorarle; e di più avendo scritto il detto cardinale d'ordine del papa, che fosse ritenuto il vicario dei frati di Sant'Agostino, esso vicario si mise prigione in palazzo, e perchè da alcuni suoi amici fu ajutato fuggire, il magnifico consiglio ne fece gran dimostrazione, onde per ciò Vincenzo Castrucci fu bandito, Francesco Cattani privato d'offizj d'onore per dieci anni, Stefano Trenta, Girolamo Liena e Bernardino Macchi in pena pecuniaria furono multati» (Libro IV della parte VI).

Anno 1543. «Ordinarono per osservanza de' precetti di santa Chiesa che, essendo di quaresima, non si potessero vender carni in quel tempo». (Libro V, parte VI).

Anno 1545 «..... Moltiplicando in Italia i Luterani, disputandone apertamente fino agli artieri idioti et ignoranti di lettere, il quale abuso era venuto non meno in Lucca che negli altri luoghi, con disonore della santa Chiesa cattolica romana, e ciò dispiacendo invero agli uomini savj e cittadini del Governo massime in generale, con tutto che vi fosse ancora qualcheduno dei grandi macchiato di quest'errore, si fece per tal conto una fortissima e severa legge contro di coloro che temerariamente ardissero di parlare, disputare e contendere di tali cose, e che tutti i libri proibiti e sospetti alla santa Chiesa si dovessero togliere e sopra di questo si fece un offizio di autorità per longo tempo di tre qualificati cittadini, cioè: Baldassar Montecatini, Bartolomeo Cenami e Giovanni Bernardini». (Ivi).

Anno 1549 «..... Fecero i padri del senato una legge in favore della religione, ancora che altre prima ne avessero fatte, desiderando sopra ogni altra cose che si vivesse col timor di Dio, in grazia della cesarea maestà e della santa sede romana; e per tal conto Jacopo Arnolfini fu ambasciatore a papa Paolo III acciocchè fosse fatto capace della buona fede e religione nostra». (Ivi).

1553 «....... Si fecero alcuni buoni ordini sopra la religione e fu spedito a Roma messer Agostino Ricchi all'arcivescovo di Rangia, affinchè facessero insieme buon uffizio, referendo però con li deputati e signori sopra l'Inquisizione, imperocchè vi era stato qualche malo spirito et inquieto o maligno animo che a quelli aveva referto male della città, la quale invero non preteriva cosa alcuna della vera osservanza et obbedienza della Chiesa. Dapoi per maggior diligenza del sagro culto si diede cura a Girolamo Arnolfini, Bartolomeo Pighinucci, Michele Diodati, messer Libertà Moriconi, Francesco Camicioni, Bernardino Cenami, messer Bernardo Manfredi, Ferdinando Giovanni Battista Bonella e Cristoforo Bernardi, che fossero col reverendissimo vescovo di Lucca per esaminare e deliberare quello che fosse da farsi per satisfare appieno alli reverendi cardinali dell'Inquisizione di Roma in modo che la loro città restasse appresso di loro in buon concetto, e così fecero in breve, mandando per ciò a Roma messer Girolamo Lucchesini, a Firenze fu mandato messer Nicolao Guidiccioni, mentre che messer Giovanni Tegrini vi era per un anno. Fecero li nove cittadini sopraddetti alcune provigioni in favor della religione e pubblicamente furono manifestate». (Ivi).

Anno 1555 «..... Continuando pure in Italia le opinioni, o per meglio dire l'eresie luterane, et ancora a Lucca alcuni a quelle aderendo, ma la città in generale et il proprio governo essendo d'animo tutto contrario, anzi ben disposto di seguire le pedate degli antichi e sotto l'obbedienza della santa Chiesa, per ciò per ordine del magnifico consiglio si creò un magistrato sopra la religione con autorità convenevole, per il che si fece conoscere a Sua Santità et a reverendi inquisitori in Roma, avendo essi mandato un certo breve, che i signori Cattolici erano persecutori degli eretici et inclinati al sagro culto, e li mandarono l'instituzioni fatte per il detto magistrato acciocchè essi avessero a vigilare per eseguire la punizione di chi errava, e gli eletti a questa cura furono messer Tobia Sirti, frate Michele Serantoni, Guglielmo dal Portico, messer Benedetto Manfredi, Francesco Camicioni, Baldassar Guinigi». (Ivi).

Anno 1558 «Non restando di travagliare la città in questi tempi alcuni che pure seguivano le opinioni contrarie alla Chiesa di Roma, ancorchè ogni giorno se ne facesse legge e proibizioni di non poterne nè pur ragionare, non che seguirle, con tutto che si stesse vigilanti contro questi tali in favor della religione per mostrare finalmente al mondo quanto dispiacesse a quelli del Governo che i suoi cittadini e sudditi non si dimostrassero veri et obedienti figli della santa Madre Chiesa Cattolica Romana, non ebbero respetto nè a parentadi nè a nobiltà nè a cosa alcuna, per l'offizio sopra ciò deputato si procedeva contro dei beni confiscati dell'infrascritti cittadini dichiarati ribelli benchè assenti et abitanti in Ginevra terra d'eretici, cioè: messer Nicolao Liena, Girolamo Liena, Cristofano Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Cattani, Vincenzo Mei.

Anno 1561 «...... Si elesse un offizio di nove cittadini per causa della religione e per satisfare ai reverendi cardinali sopra l'inquisizione ai quali tutta volta era rappresentato male calunniando a torto la città; e li cittadini eletti a tal cura furono questi: messer Giorgio Franciatti, Girolamo Lucchesini, Benedetto Manfredi, Iacopo Arnolfini, Bernardino Cenami, Libertà Moriconi, Nicolao Burlamacchi, Iacopo Micheli e Pietro Serantoni».

Anno 1563 «....... Il cardinal Borromeo, stretto parente del papa et amicissimo di questa terra, scrivendo faceva grande istanza che si facesse provvigione e notabile impresa contro i Lucchesi che erano in Francia e non vivevano cattolicamente, e tanto più sollecitava essendo terminato il concilio di Trento per il che bisognò procedere severamente e senza respetto contro que' tali e si eseguì la volontà di s. s. appieno».

Anno 1569 «A dì 25 ottobre venne la nuova che gli Ugonotti, eretici e contrarj agli ecclesiastici di Roma, furono rotti e messi la più parte a fil di spada nelle parti di Francia dove era suscitata et ampliata questa setta, di che si fece pubblica dimostrazione di allegrezza per tutta Italia et in Lucca ancora ad esempio degli altri, come d'animo tutto conforme agli altri cattolici e fedeli a santa Chiesa».

1558 27 settembre. Balbani Guglielmo, Cattani Francesco, Liena Girolamo e Nicola, Trenta Cristoforo, Mei Vincenzo.

1564 29 agosto. Guidiccioni Luisi.

1566 2 luglio. Arnolfini Paolo, Balbani Nicola.

1567 26 agosto. Minutoli Paolino.

1567 4 novembre. Calandrini Giuliano.

1567 17 novembre. Del Venoso Regolo, Rustici Filippo, Calandrini Scipione, Civitali Masseo, Delle Favole Lodovico, Bartolomei Venanzio, Simoni Simone.

1567 2 dicembre. Jova Giuseppe.

1568 3 marzo. Diodati Carlo e Pompeo.

1570 28 febbraio. Cenani Giuseppe, Franciotti Nicolao, Cardoni Giuseppe, Dall'Orafo Salvatore, Liena Antonio, Cattani Gaspare, Mei Cesare, Calandrini Benedetto e Filippo, Burlamacchi Michele, Jova Giuseppe (il suddetto?), Venturini Lorenzo, Di Rimini Marco.

1578 28 febbraio. Turrettini Francesco.

1580 28 giugno. Calandrini Giovanni e Cesare, Balbani Manfredo e Arrigo, Perne Pietro.

1597 31 ottobre. Minutoli Vincenzo di Paolino.

Ecco un decreto del 10 aprile 1562 in materia di religione:

«Acciò che il magnifico signor gonfaloniere con li dui magnifici signori deputati e da deputarsi sopra la religione e l'officio sopra la detta religione possano con maggiore animo e diligenza attendere, e essequire l'auctorità e cura che gli è stata data dal magnifico consiglio, decreto s'intenda e sia che il magistrato possa spender per sei mesi prossimi per sino alla somma di cento scudi il mese e lo speciale officio dell'entrate sia tenuto di tempo in tempo passargliene e fargli pagare ad ogni sua requisizione.

«Il qual magistrato sia tenuto e debbi con ogni diligenza possibile cercare e ritrovare tutti quelli li quali sono stati dal Sant'Offizio dell'Inquisizione dichiarati eretici, ovvero citati sono restati contumaci secondo la disposizione della legge fatta il 1558, et essequire contro di loro quello che per essa legge si dispone.

«Sia tenuto ancora il detto magistrato di ricercare con ogni diligenza e ritrovare tutti quelli, li quali tanto nella città di Geneva come altrove, hanno avuto, hanno, averanno pratica o commercio con li eretici dichiarati ribelli dal magnifico consiglio, et ancora tutti quelli li quali sì nella città nostra e suo dominio, come in qual si vogli parte del mondo hanno in alcuno modo contravenuto o contraverranno agli statuti e decreti e ordini fatti dal magnifico consiglio sopra la religione, li quali tutti il detto magistrato sia tenuto, sotto pena di scudi cento d'applicarsi al nostro comune, nella quale ipso jure et ipso facto e senza altra dichiarazione s'intendano e siano incorsi, e si debbino per li magnifici signori condennare nelle pene delli detti statuti et ordini e per così condennati mandargli all'archivio pubblico ogni volta che a esso consterà della contravenzione.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora ogniqualvolta avanti e da esso si facci la proposta ordinata sopra la religione, riferire ai magnifici signori sotto la detta pena tutto quello che da esso sarà stato fatto, eseguito e negoziato per sino a quel tempo, la qual relazione li magnifici signori siano tenuti e debbino proponere e far leggere nel magnifico consiglio quando faranno la detta proposta sopra la religione, acciò che sopra a quella possa deliberare come li parrà.

«E che per il magnifico consiglio prefato si debba fare elezione d'un altro officio di tre cittadini sopra li beni confiscati delli eretici, dichiarati ribelli da esso magnifico consiglio, per dui anni prossimi con la medesima autorità cura e carico la quale fu da esso data all'officio già eletto sopra li beni di detti eretici dichiarati ribelli, la quale comprenda ancora li beni di quelli che si dichiareranno per l'avvenire, il quale officio sia tenuto riferire sotto pena di scudi cento nella quale etc. e perchè così condannati per inanzi il tempo della proposta da farsi nel prossimo collegio sopra la religione alli magnifici signori quello che il detto officio passato ha fatto sino a ora ed esseguito sin ora, la qual relazione gli magnifici signori siano tenuti proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio quando faranno la detta proposta.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora sotto la pena predetta inanzi al tempo da far la proposta della religione, nel collegio prossimo riferire a magnifici signori in scritto tutti quelli li quali nella materia della religione da un anno in qua hanno date false calunie, cioè quelli li quali non possano render conto da chi habbino odito le imputazioni, la quale relazione li magnifici signori debbino proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio.

«E parimente il prefato magistrato, durante il tempo del suo officio, e quelli che succederanno a esso siano tenuti di tempo in tempo ogni volta che troveranno nella causa prefata della religione esser stata falsa calunnia riferita a magnifici signori, e quelli che si dice di sopra e lor signorie debbino proporre e far leggere la relazione del magnifico consiglio nel quale faranno la proposta della religione».

Il Bayle in Giulio III, cita una Lectura super canonem de consecratione di Gerardo Busdrago di Lucca dottore, vescovo di Napoli di Romania, e suffraganeo del vescovo di Padova, stampata a Wittemberg il 1543.

1. Turrettini. Nobili di Lucca nel 1300, cacciati come Guelfi nel 1312, tornarono in patria nel 1400, da Nozzano dove si erano riparati. Cristoforo Turrettini fu anziano della repubblica, poi gonfaloniere di giustizia nel 1443, e fu il primo della casata che godesse quest'onore, che molti altri ottennero dopo di lui. Nel 1466 Paolo Turrettini fu ambasciatore a Galeazzo Sforza, duca di Milano. Un altro Cristoforo fu segretario delle cifre di papa Gregorio XIII, e nel 1585 ebbe privilegio di nobiltà imperiale, per diploma di Rodolfo imperatore, e facoltà di portare l'aquila nell'arme. Cesare, priore del monastero di San Giovanni di Lucca, morì nel 1632 in concetto di santità.

2. Liena, famiglia cacciata dal popolo come ricca e potente nel 1308. Niccolao andò scelto a incontrare papa Paolo III quando venne a Lucca nel 1538, poi andò ambasciatore a Carlo V per comporre le controversie coi Fiorentini per cagione di Pietrasanta.

3. Gli Jova o Ghiova nel 1312 partirono di Lucca con le centottanta famiglie guelfe, poi tornarono nel 1331 e prestarono giuramento di fedeltà al re Giovanni di Boemia, che fu signore di Lucca. Nel 1384 Nicolao Jova insieme con Matteo Gigli fu ambasciatore a Firenze per stabilire la lega con quella repubblica e con Siena, Perugia e Pisa. Paolo Jova, francescano, fu discepolo di frate Francesco di Savona, che fu poi papa Sisto IV, introdusse gli Osservanti a Lucca e fu guardiano e vicario provinciale e dottissimo in teologia. Morì nel 1484.

4. Calandrini, famiglia oriunda di Sarzana, cominciò a rendersi illustre a Roma e altrove al tempo del pontefice Niccolò V, ch'era figlio di Andreola Calandrini. Costei avea avuto in prime nozze da un Calandrini due figliuoli, Pietro e Filippo. Questi fu promosso al cardinalato e dichiarato nobile originario di Lucca per decreto del 12 dicembre 1447. Giovan Matteo, figlio di Pietro, fu creato anch'esso nobile lucchese il 22 gennajo del 1456; era senatore di Roma e dottore in legge. Filippo, suo figliuolo postumo, si ammogliò a Caterina di Benedetto Bonvisi; fu anziano della repubblica di Lucca e più volte ambasciatore; morì il 1554. Ebbe un figliuolo per nome Giuliano, che abbandonò la fede cattolica e si ritirò in Francia dove morì nel 1573: era ammogliato a Caterina di Agostino Balbani. Giovanni, suo figlio, dopo aver vagato per la Germania, si ricoverò a Londra, e lasciò due figli, Giovanni Luigi e Filippo. Il primo si fermò a Ginevra, il secondo andò a Londra, ma come seguace della parte di re Carlo I fu obbligato ritirarsi in Amsterdam, ove fu eletto direttore generale del commercio in Batavia e nell'Indie Orientali. Nacque di lui Teodoro che si ritirò in Francia e tornò alla fede cattolica. De' suoi figli Filippo e Teodoro il primo entrò gesuita, il secondo, dopo avere più anni militato in Francia, tornò a Lucca nel 1697 e dal Consiglio venne rintegrato negli onori e creato colonnello.

Col decreto 16 dicembre 1605 fu messo all'Indice il Trattato delle heresie et delle Schisme che sono nate nella chiesa di Dio et de' remedj che si deono usare contro di quelle, di Scipione Calandrin.

La Vulgata nei Fatti degli Apostoli III, 1, dice che «Pietro e Giovanni ascendeano al tempio all'ora nona dell'orazione», sapendosi che molte volte il giorno faceano la preghiera gli Ebrei, a cui imitazione la Chiesa introdusse le nove ore nell'uffiziatura. Per non approvar ciò, Lutero aveva alterato quel passo, e secondo lui il Diodati tradusse, «Saliva al tempio in sull'ora nona, ch'è l'ora dell'orazione».

La sua versione il Martini condusse in generale sulla Vulgata, talvolta scostandosene nel Nuovo Testamento, perchè conosceva il greco. Le sobrie note son sempre ortodosse, ma talvolta appoggiano su interpretazioni non conformi all'originale.

De methodo ac ratione studendi in jure civili libri tres, Lione 1544.

Recentiores jc singuli, singulis distichis comprehensi.

Commentarius ad legem Falcidiam. Pavia 1548.

Epistola in mortem F. Spieræ, 1554.

Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (Histoire des Vaudois, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto Tresor e lume de fe probabilmente del secolo XIV, ove è detto: Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal.

Ciò non basterebbe a infirmar la diretta asserzione di Alano Dell'Isola, ed anche di san Tommaso. Ma Ranerio Saccone, che abbiam mentovato altrove (vol. I, pag. 79), nel 1250 scrisse una Summa de Catharis, e men iroso che non sogliano i convertiti, racconta con calma e senza fanatismo, non nega lodi ai settarj, confessando il loro attaccamento alla Bibbia, e i lor buoni costumi. Or egli afferma opinare i Valdesi quod non licet regibus, principibus et potestatibus punire malefactores. Anche il padre Moneta cremonese, che fece un dotto trattato Adversus Catharos et Valdenses nel 1250, ha un lungo capitolo per provare contro i Valdesi, che la società civile possiede lo jus gladii. Nella Biblioteca Maxima Patrum, t. XXV, p. 308, è un Index errorum quibus Valdenses infecti sunt, fatto da un contemporaneo, fra' quali mette per XXIV: Omne homicidium quorumcumque maleficorum credunt esse mortale peccatum: sicut nos non posse vivificare, non posse occidere.

È dunque singolare veder dagli accusatori asserita e dai difensori negata una dottrina, che molti oggi ascriverebbero a merito ai Valdesi.

«Al signor Uberto Bentivoglio, Siena.

«Illustrissimo signore, Essendomi venuto alle mani alcuni autentici attestati in discolpa di Celso di Mariano Sozzini, e di Cornelio della medesima famiglia, la di cui moglie era Francesca di Atoleo Bolognese, i quali vivevano nel 1560, desidero da v. s. illustrissima di sapere se alcuno di essi si dipartisse dal grembo di santa madre Chiesa, mentre le dette attestazioni in forma pubblica furono ricercate, per esser loro incolpati di vivere da Luterani e Eretici, da un certo Paolo de' Cataldi bolognese, che era di quel tempo prigione in Siena a instanza dell'Inquisizione, e per un esame statogli fatto dopo che fu scarcerato, e per dar luogo alla verità, disse che tali imposture gli erano state fatte dire da quell'inquisitore. V. s. illustrissima appaghi con tutto suo comodo la mia curiosità, ecc.

Di V. S. Illustrissima

Firenze, 24 ottobre 1772.

Dev. Obbl. Serv. Anton Francesco Marmi».

Della risposta hassi la minuta del 29 novembre 1772 non firmata, ma evidentemente del Bentivoglio, al codice E. IX, 18. a c. 243.

«.... di Cornelio Sozzini non ho alcuna notizia: di Celso Sozzini io ho le sue dispute, fatte, a mio credere, intorno al 1540. Di costui così ne parla il P. Ugurgieri nel 3º tomo inedito delle Pompe Sanesi. — Celso Sozzini fratello d'Alessandro, anch'egli nobile giureconsulto, professò primieramente nella patria, ispiegando l'instituta civile e tenendo poi una cattedra straordinaria: e poi in grazia del padre lesse in Bologna Jus canonico con salario di scudi cento d'oro, e poi, morto il padre, lesse Jus civile, ma dopo pochi anni lasciò la professione. Si legge di suo un'Epistola al cardinale d'Augusta, la quale è stampata nel 4º tomo de' Consigli di Mariano suo genitore.

«Questo Celso nella nostra accademia fu chiamato il Sonnacchioso, e stampò anche altre opere che si ritrovano in Bibliotheca auctorum polonorum, il che essendo, non pare a me che vi sia da dubitare ch'egli non fusse un eretico; e certamente costoro nel famoso passaggio dei Tedeschi abbracciarono il luteranismo, com'apparisce da processi che si ritrovano nella nostra Inquisizione, ma di poi riconoscendo la vanità di questa sètta, e non volendo ritornare al grembo di nostra santa fede, si fecero unitarii, che oggi dichiamo Soccinisti. E di questa illustre famiglia tali stimo che fossero Lelio, Fausto, Celso e Alessandro Sozzini, ma, a dire lo vero, Celso dovette ritornare alla vera fede, mentre, se dobbiamo credere a quello che dice il P. Ugurgieri nel titolo 16, fog. 433, egli morì in Siena li 12 di marzo 1570, e fu seppellito nella chiesa di San Domenico di Siena».

Vedi Giambattista Gaspari, De vita... Francisci Pucci Filidini nella Nuova Raccolta Callogeriana, tom. XXX. Venezia 1776. Bayle ad nomen e Dodd.

Nel volume della «Biblioteca de' fratelli Polacchi» v'è una De statura primi hominis ante lapsum disputatio, che contiene dieci tesi del Pucci, con cui pruova che tutte le creature erano immortali avanti il peccato; la risposta di Soccino, la replica del Puccio; la difesa del Soccino.

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