Un cuculo.
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La guerra che ammutolisce tante voci non ammutolisce i canti degli uccelli. Nè li scaccia dalla zona di fuoco, che le artiglierie a lunga portata allargano sempre più, se non proprio là dove l'incendio divorante il bosco li snidi. Certo non fanno più nido gli uccelli sulla cresta del Podgora che era, un anno fa, un bel bosco di robinie e oggi è una sassaia rossastra. Ma nei loro voli erranti, i passerotti si posano fin sugli orli delle trincee, per guardare curiosamente dentro.
Rondini no: se ne vedono pochissime: uccelli che fanno casa sulla casa dell'uomo, soffrono come uomini quando la casa è specialmente combattuta. Invece il campo e il bosco rimangono vasti e liberi anche dove gli eserciti li riempiono dei loro attendamenti e li scavano per i loro ricoveri. Per quanto la guerra d'oggi, pesante e macchinosa, giunga ad alterare l'aspetto non pur degli abitati ma del terreno stesso, gli uccelli non debbono impressionarsene quanto noi, animali senza volo, che raramente possiamo vedere le cose un po' dall'alto.
Rompan le mine e grandini la mitraglia! Non se ne fanno caso; ci sembrano abituati. Quante volte gli uccelli hanno sentito passarsi sopra l'uragano che decima il bosco, cadere il fulmine sull'albero che li proteggeva! Specie questi uccelli della val d'Isonzo, così spesso tormentata dai temporali e dal vento. Forse confondono tra le burrasche della natura e quelle dell'uomo. Come noi del resto che, alle volte, quando il cannoneggiamento e il temporale venivano insieme, finivamo col non distinguere i rombi. E nelle notti di estate, scorgendo i soffi rossi dei colpi lontani dietro i colli, tante volte credevamo a lampi di caldo.
Nemmeno gli uccelli però devono confondere quando il bombardamento rintrona nel sereno. Infatti, in guerra come in pace, quando il temporale vien dalla natura, con i nembi e la pioggia, essi tacciono; invece durante le tempeste dell'artiglieria si scostano, ma rimangono a vedere, magari cantando, se ne hanno voglia. La loro posizione rispetto alla battaglia è quella dei comandanti che la seguono dagli osservatori: per lo meno fuori dal tiro della fucileria; questa assomiglia troppo—devono pensare gli uccelli—alla molestissima petulanza dei cacciatori.
Ma al cannone sembrano presto abituati: i sibili delle traiettorie non sono gran cosa per chi non pensi a quello che vien dopo il sibilo; anche un bombardamento generale e continuo finisce con lo stancare i nervi in modo che, dopo un certo tempo, non se ne raccoglie che una vibrazione unica, piuttosto dentro di noi, nel cervello, che fuori. Ci se ne accorge bene soltanto quando è smesso: ma ci sono giorni e notti che non smette mai, e i soldati che sono in riposo dormono lo stesso e gli uccelli continuano a cantare, al solito se ne hanno voglia.
Ne doveva avere gran voglia quel cuculo che, un giorno di giugno, insisteva a ripetere le sue due note interrogative da un boschetto del Collio, mentre noi da una collina seguivamo quell'insieme di segni e di rumori che è, vista da una certa distanza, un'azione di guerra. Faceva cucù agli Austriaci che nel suo boschetto non rimetteranno più piede, o lodava, come nei tempi di pace, la piena primavera della bella valle?
Anche per noi, sbucati dalle frasche del bosco al margine aperto del colle, lo spettacolo del paesaggio vinceva quello della guerra. Lo godevamo come in una scampagnata, prima tutto insieme e poi pezzo per pezzo.
A destra, il piano che si perdeva con il suo fiume nella luce verso il mare: oltre, la linea nuda del Carso che dallo sprone di Sagrado saliva avvicinandosi fino alle groppe schiacciate del San Michele, e si allontanava lungo il Vipacco invisibile, verso le Porte di ferro azzurre, lontane. Ma era anche più bello, di una grazia pastorale e boschereccia, alla nostra sinistra, nell'ondulamento plastico dei colli scendenti dal Corada, appoggiati alla diga calcarea del Sabotino, ai terrazzi alpestri di Ternova.
Così bello e così strano. Perchè proprio quei colli, freschi e ombrosi, che con l'ultima propaggine ci nascondevano Gorizia, dovevano dare i propri nomi alla gloria funebre della battaglia: Oslavia, Peuma, il Podgora, il Calvario? Possibile che nei valloncelli, profumati d'erbe aromatiche, fioriti di orchidee silvestri, si nascondessero le batterie? Che i prati fossero scavati di trincee? Che dietro quella collina ci fosse Gorizia piena di soldati austriaci, di cannoni fabbricati in Germania?
Aguzzando gli occhi si distinguevano sì e no i solchi rossastri che zebravano il Sabotino, i tagli recisi che indicavano le abbattute del Podgora. L'occhio si sperdeva nell'armonia delle linee e delle luci, l'anima respirava la dolcezza pensosa della campagna in fiore. E il cuculo, invisibile, richiamava con le due note di flauto verso un miraggio di pace.
Ma a poco per volta ci si convince che davanti a noi è la battaglia, proprio la battaglia. Sotto il Calvario c'è fumo giallastro fra il verde; è Lucinico che brucia. Fumate nere si posano, una dietro l'altra, a ventaglio, sul Calvario; se ne sentono i tonfi sordi: sono i nostri cannoni che tirano a sconvolgere i ripari nemici. Gli Austriaci da questa parte non pare che voglian rispondere. Invece tutto a un tratto piovono granate verso Sagrado, proprio sul fiume, tutte nello stesso punto: pare che minaccino il ponte. Altre arrivano più in qua, verso il piano, chi sa, verso Mariano. Un nostro areoplano vola sui fianchi del San Michele: gli scoppiano intorno gli shrapnells gialli e rossi degli austriaci; di alcuni più bassi si distinguono, al momento dello scoppio, i lampi. Anche verso Savogna e Merna tirano le nostre batterie. Se ne sentono i colpi metallici in partenza. Davanti la nostra collina si è alzato un drachen-ballon, lucente come un pesce, al sole. Si pensa che gli potrebbero tirare e che noi siamo sulla linea di tiro, ottimamente collocati per i colpi lunghi. Ma non ci pensa il cuculo che continua a cantare dalle parti di Cerovo, ora che alcuni shrapnells nemici fermano i loro fiocchi sopra Cerovo Alto.
Non si scorgono che fiammate brevi, che fumate lunghe, qua e là, sulla lunga linea: le forze che le provocano restano invisibili. Invisibili anche le nostre fanterie, che pure non sono lontane, mentre stringono il Podgora. È qui che l'azione si concentra: scoppietta la fucileria, prima a folate sparse, poi tutte insieme, come una pioggia dura. Ed ogni tanto un rumore secco come un giro di manovella a un macinino arrugginito: le mitragliatrici.
Ora tutta la falda del Podgora è battuta dalle nuvole livide degli shrapnells nemici; contro le nostre fanterie che avanzano? Dunque avanzano. E perchè non succede nulla al Sabotino? Perchè invece quei due colpi grossi sopra il San Michele? E quel pennacchio nero che sembra uscire dal suolo nella sella di San Martino? Ma tirano anche verso di noi: le solite nuvolette bicolori si aggiustano sopra il drachen. In questa vastità di cielo non sembra possibile che facciano male. Paiono prove di uno spettacolo pirotecnico fuori d'ora. L'odor della polvere? Ma qui non c'è che odor di terra silvestre e di fieno. E il cuculo se la deve godere, indifferente come un poeta d'Arcadia; ma più coraggioso, bisogna convenirne.
Ora, mentre il giorno declina, le sue due note che ritornano in ogni pausa di cannonate hanno preso un'inflessione di malinconia. Non schernisce più gli Austriaci per i colpi mancati; piange i nostri che sono morti mentre lui cantava senza guardare e noi guardavamo senza vedere. Nè lui nè noi, in fin dei conti, abbiamo capito bene di assistere a una battaglia.