Fastidi.
Reading edition
Un personaggio di Shakespeare era così sensibile che, una volta, ad un banchetto, fece una scenata a suo fratello perchè questi aveva ammazzata una mosca. Il fratello si scusava:
—Ma, signore, non ho ammazzato che una mosca.
E l'altro, sempre più irritato, a brontolare:
—Ma se codesta mosca aveva un padre e una madre? Povero insetto innocente, che con la sua ronzante melodia era venuto qui a tenervi allegri; e tu lo hai ammazzato!
Il personaggio di Shakespeare aveva in quel momento le sue buone ragioni per dire delle stranezze. La mosca andrebbe sempre ammazzata, se anche ad ammazzarla non facesse schifo. È una sozza bestia: quando gli uomini hanno voluto dare al diavolo un brutto nome lo hanno chiamato Belzebù, che s'interpreta re delle mosche. Prospera nella sporcizia peggio del topo: in guerra, si accompagna alle sue più tristi, inevitabili brutture. E contro la mosca non servono i moschetti.
D'estate è un nemico che l'esercito non riesce a scacciare dalle proprie file; la petulanza è più forte della forza. Per essa non esistono trincee nè reticolati: se l'avversario ha nei suoi ospedali il tifo, l'enterite, il colèra, la mosca si affretta a trasportarli nelle nostre file. E allora la guerra diviene veramente il più orribile sogno che l'uomo possa sognare a occhi aperti. Si rompe il quarto sigillo dell'Apocalisse e il cavallo giallastro corre la terra.
Perchè il ferito, per quanto soffra, ha sempre nel suo aspetto qualche cosa di sano: la sua giovinezza è una speranza contro le ferite più laceranti; promette di risarcire i tagli più profondi, gli strappi più crudeli: il male è visibile, è dal di fuori. Ma il malato di male epidemico è dentro che si sta decomponendo: la disgregazione dei visceri si manifesta nel lividore della pelle, nel dimagrimento che lo sfigura peggio che uno squarcio di granata. Se lo vedesse all'improvviso così, affondato nella branda del lazzaretto, forse sua madre stessa esiterebbe a dargli un bacio.
Fortunatamente il più delle volte guarisce anche lui. Qualche volta la Natura si vergogna di uccidere un soldato così, a tradimento. Ma le mosche continuano a ronzargli intorno come desiderose di potere da lui infettare un altro. La profilassi, che riesce ad arrestare la propagazione del morbo, vincerebbe più presto, se potesse fermare i voli infausti delle mosche.
In un ospedale da campo ho visto un piantone che non faceva che una cosa: con un fascio di foglie scacciava le mosche ronzanti intorno al compagno ferito. Quel gesto umile, lento, ma continuo quanto il sole nella giornata di luglio, pareva anche un gesto eroico; perchè era materno. Il ferito aveva alta la febbre e gli luccicavano gli occhi: ma anche per qualche raggio di gratitudine.
Quando, non ostante tutto, il morbo è scoppiato, si impone la pulizia, la cura del cibò che si mangia. Con qualche precauzione si può vivere in un luogo ammorbato senza nemmeno accorgersi che c'è il morbo. Ma ci si meraviglia che questo non sia anche più violento, a osservare la indifferenza di molta gente—che pure ha una gran paura di morir di colèra—verso le più facili precauzioni dell'igiene: nella loro tenace ignoranza costoro si ostinano a pensare che anche la malattia sia, come la ferita, questione di caso.
I medici militari hanno da combattere, più che con i malati, con i sani che possono ammalarsi. Meno male che i consigli igienici—che in pace non sono che consigli—in guerra diventano ordini: dieci giorni di prigione, con due ore di ferri al giorno, ad un soldato, per trascurata pulizia di un accampamento, possono salvare un reparto dal morbo minacciante. La disciplina aiuta l'arte medica a fermare la pestilenza, anche se non può fermare i nuvoli delle mosche sciamanti da un lazzaretto a una cucina.
Bella cosa però se Noè nella sua arca non avesse lasciato riemergere dal mondo sommerso anche la stirpe delle mosche, dei mosconi e delle zanzare!
E nemmeno, naturalmente, di altri insetti anche più piccoli e anche più laidi. Ma evidentemente tra le punizioni dell'uomo era stabilita anche quella di grattarsi: e in guerra più che in pace.
La scomparsa dei parassiti segnerà un momento solenne della civiltà umana. Un mio amico, straniero, che conosce l'Italia da molti anni, mi assicurava di aver avuto una prova della civiltà cresciuta nel nostro paese dal fatto che ora, nelle nostre città, si passeggia anche tra la folla senza riportarne a casa, in qualche piega della biancheria, qualche piccolo saltatore nero. In compenso io gli ho raccontato che di un altro insetto, notturno succhiatore di sangue, non avevo mai fatto esperienza nel meno lindo dei nostri villaggi, e non la avrei forse mai fatta, prima di passare un estate in Austria. Negli interstizi del legname che abbonda nella camera austriaca il caldo incuba le colonie dell'odioso parassita. Il nostro soldato, che sapeva di accantonarsi in territorio di costume austriaco, ha fatto bene a provvedersi di una piccola arma da caricarsi a polvere insetticida.
Sono questi i mali segreti e ingloriosi della guerra. Ma ci sono; e ne parlano senza vergogna, tornando dalle trincee, ufficiali che in pace erano lindi come tulipani all'alba. Perchè in trincea tutto è a comune tra l'ufficiale e il soldato: il valore, l'onore, la pazienza, ma, purtroppo, quando ce ne sono, anche gli insetti che non ho nominati.
Contro i quali tuttavia può anche la disciplina. Sicuro; un ordine opportuno e ben obbedito aiuta a vincere anche battaglie di questo genere. In guerra si vede perchè ai soldati si limiti la libertà di tenere barba e capelli a propria fantasia: teste rase e faccie quanto meno barbute, tanto meglio.
Il mio generale, che sa l'arte di vincere perchè sa quella di comandare, non credeva indegno del suo alto ufficio occuparsi di queste faccenduole. Quando trovava un soldato troppo trasandato nell'uniforme e con i capelli lunghi, si fermava e lo fermava: lo fissava e gli chiedeva il nome. Quel soldato, ritornando all'accampamento, era sicuro di trovarsi preparata una punizione d'ordine di S. E. in persona.
Un generale, con i suoi soldati, qualche volta deve fare come la mamma che mette in castigo il suo ragazzo perchè la mattina gli è parso fatica lavarsi il collo.
I soldati sono spesso dei ragazzi che, a lasciarli fare, si fa il loro male. E cocciutelli alle volte, proprio come ragazzi. Quanto c'è voluto a un nostro bravo bersagliere—buono, del resto, come una pasta—per fargli tagliare un ciuffetto nero che il cappello portato di banda, proprio alla bersagliera, gli lasciava in mostra. Ci teneva a quei capelli, perchè, diceva, erano capelli «di mamma sua». Ma in guerra si devono sacrificare le cose più care.
E un altro soldatino fu anche più cocciuto per un suo bel pizzo castagno. Venne l'ordine a tutto il reggimento di rader pizzi e barbe. A rigor di termini i regolamenti permettono al soldato di portare un pizzo contenuto in certi limiti. Ma il colonnello di quel reggimento partiva dal principio radicale che dove non c'è più bosco le bestie feroci non fanno più il covo; perciò via tutto il bosco: e ordinò ai suoi soldati rasatura completa del mento oltre che della testa.
Ma il soldatino ne fece una questione d'onore. Forse in qualche libro aveva letto che il pizzo lo si è chiamato anche «onor del mento». E protestò:
—Il pizzo non me lo levo. Piuttosto mi faccio fucilare.
Una risposta di questo genere si chiama un rifiuto di obbedienza: mancanza che si punisce sempre, e in guerra più severamente. Così fu che per la sua rispostaccia il soldato fu mandato al Tribunale di guerra; una faccenda seria. Naturalmente a nessuno dei giudici passò per la mente che fosse il caso di condannarlo alla fucilazione: ma due anni di reclusione non glieli poterono risparmiare.
Sappiate però, per vostro conforto, che i due anni di pena li sconterà, caso mai, a guerra finita; e allora, se si sarà portato bene, nel pizzo e nel resto, avrà la grazia: dopo di che, in pace e da borghese potrà togliersi il gusto di portare in pace, la barba lunga, se gli verrà, fino ai piedi.
Voi mi direte che i cavalieri di Carlo Magno, barbuti, erano eroi, quantunque le ricerche storiche che si potrebbero fare in quelle barbe non sarebbero senza resultato: ma i legionari romani, rasati e glabri, vinsero i Teutoni e i Cimbri dalle barbacce rosse.