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Gli animali alla guerra

Trasfigurazioni.

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Dice il Corano: «Non vi è specie di bestia sulla terra nè di uccello che voli con le sue ali che non sia un popolo simile a voi». E i pesci? Che il profeta li abbia ritenuti troppo dissimili da tutti gli altri animali, troppo freddi e troppo voraci, per essere aggregati alla ideale comunità dell'universa vita vivente?

Gli Austriaci proprio nei pesci credono di aver finalmente trovato il popolo che li somigli. E non mica soltanto nei pesci-cani.

Infatti, quando la Garibaldi affondò silurata nell'alto Adriatico, un giornale di Vienna espresse la soddisfazione austriaca con questo pensiero delicato: «Quest'altro anno speriamo di mangiar grasso il pesce dell'Adriatico; noi gli procuriamo buon nutrimento di marinari italiani».

Fortuna che i pesci dell'Adriatico non leggono i giornali di Vienna.

No, quel mare non è stato mai propizio alle fantasie dei pirati affamati. I nostri morti non vi giacciono preda alla voracità dei pesci: nei fondi glauchi del nostro mare c'è pietà e gloria per tutti i morti degni di gloria o anche soltanto di pietà. Avvengono laggiù incanti e trasfigurazioni, come quella con cui il buon silfo Ariele consolava Ferdinando dopo il naufragio in cui suo padre era scomparso:

«Egli giace molte braccia in fondo: le sue ossa sono diventate coralli: sono perle quelli che furono i suoi occhi. Niente di lui è sparito invano: ma la forza del mare lo ha trasfigurato in un miracolo prezioso».

E gli stessi pesci, voraci e, stupidi, non sono tutti stupidi e voraci come se li figura a sua immagine un giornalista viennese.

Io so di un povero pesce dell'Isonzo che fu cortese con un nostro povero soldato. Forse nella forma di quel pesce guizzava lo spirito delicato di una creatura divina, una Naiade d'Italia, ma la sua apparenza non era che quella di un barbo, il barbus plebeius dei naturalisti.

Mentre nuotava fra due acque, sotto Gorizia, il pesce vide venire a sè una forma umana, goffa e pietosa. Era il cadavere di un soldato italiano, ucciso verso Tolmino, ad Aiba, tentando con pochi altri di traghettare l'Isonzo sotto il tiro incrociato degli Austriaci. Era un volontario ed in guerra era venuto con un'idea soltanto: vedere Trieste.

Nato in Sicilia, non era mai uscito dalla sua isola: di Trieste non sapeva che il nome, ma il solo nome della città lontana gli aveva suscitato in cuore un'idea favolosa ed appassionata. Per lui, se l'Austria non rendeva Trieste all'Italia, era perchè Trieste non era una città come tutte le città, anche le più belle, anche Palermo: doveva essere qualche cosa di assai diverso e di più. Come se la figurasse, naturalmente non sapeva dirlo nemmeno a sè stesso: appunto per vederla come era, soltanto per questo, era andato volontario a prender Trieste. E andandoci, di una cosa era certo: che, quando l'avesse vista, ci fosse arrivato anche un momento, non gli sarebbe più importato morire.

Strada facendo, via via che si avvicinava al confine, il miraggio si era fatto sempre più attraente. La sua Sicilia gli svaniva rapidamente dal pensiero. Non sentiva, come i suoi compagni, la nostalgia di chi si allontana da casa, ma l'ansia di chi si avvicina ritornando. Gli pareva proprio di tornarci a Trieste, lui che non c'era mai stato.

E un giorno, che il suo battaglione in marcia sostò sul Corada e il suo capitano gli indicò laggiù laggiù, oltre la gola di Salcano, nella caligine dell'orizzonte libero, una sfumatura più chiara e gli disse che quello era il mar di Trieste e che quella era la costa di Trieste, il volontario siciliano provò una tal gioia che gli venne da ridere e da piangere al tempo stesso.

Aveva sentito dire che da Monfalcone e da Gorizia non si poteva passare; non dubitò che la strada buona fosse quella dei monti a cui era arrivato il suo reggimento. Trovatala, si sentiva di poterci arrivare per di là, lui e i suoi compagni, come nulla. Non poteva capacitarsi che, prima, bisognava aver vinto tutta la guerra, perchè le difese austriache di Trieste erano già quelle posizioni in cui il nemico si asserragliava davanti a lui, subito oltre il fiume fluente glauco ai suoi piedi.

Perciò, quando venne al suo reggimento l'ordine di tentare anche lì il passaggio dell'Isonzo, gli parve l'ordine più naturale e più facile. Si offrì e fu chiamato a passare uno dei primi in un barchetto. Fu colpito mentre metteva piede sull'altra riva e cadde morto nel fondo del fiume.

Soltanto sotto Salcano, alle porte di Gorizia, risalì a galla. E con il morto risalì la sua anima, che pareva non potesse staccarsene, mentre la corrente lo spingeva da un ponte all'altro verso la foce. Il povero morto nulla sentiva più, ma l'anima vicina sentiva e soffriva ancora per lui: rabbrividiva a ogni contatto, temeva nuove offese al compagno che non poteva più difendersi: tronchi d'alberi, rottami d'armi, mine galleggianti, altri cadaveri scendevano con loro per la corrente.

L'anima era ancora smarrita tra la vita di prima e quella di poi: cercava la via del suo destino eterno. Ma prima di spiccare il volo, un dovere la soffermava: comporre il compagno morto in riposo tranquillo; ci doveva essere a qualche svolto del fiume una cavità riparata dove lasciarlo sicuro almeno dalla voracità dei pesci. E un'altra volontà ancora l'anima conservava dal momento che il colpo mortale l'aveva staccata dal corpo: la volontà stessa che aveva condotto il volontario a morire lassù: vederla, finalmente, la città per cui era morto.

Ma come arrivarci, ora che la corrente inesorabile lo spingeva da una sponda all'altra, per fermarlo forse nella fanghiglia di un canneto? Già il fiume, scendendo, mutava aspetto: le rive non erano più cigli sassosi ma argini bassi; il letto si allargava tra greti di fango e di ghiaia.

Fu qui che il barbo dell'Isonzo si mise a nuotare di conserva con il soldato morto che l'anima staccata non aveva più forza di governare; nemmeno di scostarlo dal pesce in cui sospettava qualche mala intenzione. Ma il pesce muto l'assicurava. Aveva compreso il segreto desiderio dell'anima e, per aiutarla, prese esso il governo del funebre corteo fluviale; con la forza miracolosa di una creatura incantata lo guidò fuor degli incagli per una via che esso sapeva.

Erano arrivati alla confluenza del Vipacco. Fucilate disperse sbattevano ogni tanto sul pelo delle acque: in alto filavano ronzii di obici: le sponde del fiume rintronavano di tonfi sordi. Il corteo del morto e della sua anima deviò dietro il pesce esperto dei luoghi; presto l'anima si accorse, fra rive più anguste, di rimontare una corrente: dapprima era un'acqua torba piena di detriti, ma poi limpida come di ruscello alpestre, mentre intorno diminuiva il rombo tormentoso delle cannonate. Passarono sotto mulini fermi, in acque sempre più nitide, fino a un gorgo profondo in cui si immersero lungamente. Era quella la tomba smeraldina destinata al soldato morto prima di vedere Trieste?

Quando ne uscì, l'anima non vide più la luce dell'aria e l'azzurro del cielo, ma sopra di sè l'arco di una vasta grotta che una luce debole ma diffusa rischiarava lievemente di riflessi opalini: le acque su cui navigava erano cupe, striate da guizzi di argento.

Il barbo non c'era più; invece guida era un sottile natante roseo e trasparente; così trasparente che ogni tanto, contro la poca luce, se ne distingueva, sotto le carni diafane, il cuore pulsante. Il pesce era divenuto uno spettro di pesce: un proteo. Ed anche il corpo del morto era divenuto laggiù un'altra cosa. La forma umana si era riplasmata in una sostanza medusea; il volto serenato aveva preso un pallore ialino su cui la fosforescenza delle grotte accendeva erranti fuochi di opale. Il morto e la sua anima vagavano nelle grotte del Carso, in quelle profondissime, inesplorate e inesplorabili, dove il travaglio delle acque e delle Fate ricompone in gemme splendenti i detriti opachi del mondo.

Nel silenzio della tomba incantata scivolavano senza gorgogli le acque lisce dei fiumi ciechi; laggiù erano le polle secrete che, pullulando in alto, nelle grotte note anche ai geologi, fanno crescere misteriosamente le fiumane del Timavo e della Piuca.

Vennero a una sponda declive contro cui il corpo del morto si fermò dolcemente. Anche il proteo era sparito. Una albasia verdina schiariva appena il luogo: ma il bagliore fioco rivelava tutto intorno una pomposa architettura di diaspri, di malachiti, di ametiste: occhi di rubino accendevano gocce vive nell'ombra degli archi senza fine. Era un tempio di colonne portentose che salivano nel buio verso una vôlta invisibile. Mai alcun imperatore ebbe tomba così profonda e così ricca. Qui l'anima si staccò dal suo compagno con un ultimo addio e salì per il buio, lieve, lungo le colonne, in alto.

Quanto durò quell'ascensione di farfalla notturna? Già per un pozzo aperto scorgeva sopra di sè il cielo di un turchino cupo. Ormai non aveva più bisogno di chi la conducesse; il cielo stesso la aspirava lentamente fuori della cavità sotterranea.

Quando fu sull'orlo del pozzo, per un istante ancora sulla superficie della terra, volse intorno un ultimo sguardo. Sotto la balza dell'altipiano una città chiara si stendeva lungo un mare pallido. Era l'alba e la città non aveva voci: pareva addormentata in un sonno pesante da cui non potesse sciogliersi: le sue piazze quadre erano come vuotate da un incantesimo che vi avesse sospeso la vita. L'anima, trasvolando, pregò Dio che rendesse presto alla città assopita nel dolore la gioia del risveglio nei mattini pieni di luce e di opere.

La salma del volontario siciliano, composta negli ipogei del Carso, ebbe un sussulto di gioia poichè la sua anima aveva veduto Trieste, proprio sopra la sua tomba, ricca e profonda come nessuna tomba imperiale.

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