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Gli animali alla guerra

Selvaggina fortunata.

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Un'idea che devono essersi fatta della guerra gli uccelli del Collio può essere anche questa: che la guerra è per gli uccelli un periodo di pace. Si tira dappertutto ma nessuno tira a loro.

La legge che vieta la caccia in tutta la zona di guerra men che meno è violabile in presenza del nemico. Gli Austriaci non devono dire che li scambiamo per lepri: le lepri qualche volta escono dai loro covi; gli Austriaci no: per prenderli bisogna entrare nelle loro tane.

Tuttavia si può ammettere che qualche volta il divieto possa essere stato violato. Il divieto è mosso sopra tutto dall'intento di evitare i colpi d'arma da fuoco che possono far nascere inutili confusioni. Ma i lacci e le panie sono silenziosi. Così, in gran silenzio, qualche polenta sarà stata mangiata con il suo classico complemento di uccelletti; qualche lepre, come in pace, può essere morta anche in guerra in salmì. In tale occasione un ufficiale giustamente scrupoloso rimproverò il cuoco e rammentò che lepri era proibito ammazzarne; i commensali convennero con lui, ma gli fecero notare che non lo avevano invitato ad ammazzarla, ma soltanto a mangiarla.

Il fatto è che, in grazia a quel divieto, nonostante le possibili eccezioni, le lepri hanno prosperato e si sono moltiplicate tra le file, si può dire, dei combattenti. Il Collio del resto non ne era mai povero: quasi tutto il terreno che noi battiamo era anche prima terreno di bandita: c'erano vivai di selvaggina appositamente curati. Ma ora, come nei tempi idillici in cui l'uomo viveva in pace con gli altri animali e gli altri animali tra loro, le lepri si sentono anche meno insidiate ed escono con audacia nuova dai loro nascondigli.

Un antico scrittore greco assicurava che, nelle notti di luna, le lepri, ammaliate da quella luce, uscivano nelle radure del bosco e danzavano: chi sa che le Fate e le Ninfe, di cui la fantasia antica sognò le farandole notturne sotto le querci, non fossero in realtà delle lepri? Certo è che oggi le lepri appariscono veramente a ballare davanti i fari delle automobili. Nel cono di luce mobile che esplora le strade della guerra balza improvvisa una figurina animalesca; somiglia a una di quelle ombre animate che si proiettano con un giuoco delle dita sul muro. Corre a capriole spaventate e ridicole davanti alla macchina, ma pare non possa più uscire dal fascio di luce che l'attrae: è una lepre che ha come un'anima di falena. Si aumenta di velocità: la ruota davanti sta per investirla; un'ultima capriola e il burattino animale sparisce nel buio.

Ma anche di giorno l'automobilista, se è anche cacciatore, vede volare molte ragioni di desiderio e di rimpianto: accanto alle siepi gli frullano i cotorni, gli tagliano la strada i voli delle gazze bianche e nere. L'uccellame minuto saltella e garrisce in tutti i boschetti: al tramonto gli stornelli empiono di ilari strida i platani sulle piazzole dei villaggi. A principio dell'autunno passano in alto le falangi delle oche selvatiche.

L'abbondanza di selvaggina dà a tali campagne come un carattere di altri secoli, quando i campi, più che al sostentamento degli agricoltori, provvedevano alle delizie dei nobili cacciatori, e il diritto di caccia era riservato ai signori. Anche in questo l'Austria è riuscita a mantenersi feudale: mantenendo colture e norme che conservino selvaggina abbondante ai suoi feudatari. È tutto un paese di feudatari questo che battiamo con la nostra guerra, sul medio e basso Isonzo: i borghi del Collio: Dobra, Bigliana, Vipulzano, San Floriano prendono i nomi dai castelli feudali oggi o distrutti o ridotti a più comode foggie di ville, nelle quali fino a ieri dimoravano, con animo di feudatari male inciviliti a godersi il bel sole italiano, generali austriaci in pensione, nobilucci fedeli all'Austria.

Non ci sono più e non ci torneranno. Ma come le loro ville sono sicure in mano nostra, così i loro parchi e le loro riserve da caccia. Al Bosc, sopra Capriva, i fagiani continuano a vivere in pace la loro vita elegante di galline di alto bordo. Se qualche colpo di obice è arrivato a sfrondare le loro macchie, non se ne dolgano con gli artiglieri austriaci; non miravano mica a loro, aristocratici gallinacei di covata austriaca; miravano invece ad un ospedaletto da campo, italiano, lì vicino.

Neppure le nostre artiglierie si sono proposte di disturbare i caprioli quando hanno tirato oltre Gorizia, sul parco di Panoviz. Hanno semplicemente risposto alle artiglierie nemiche che tirano dai giardini pubblici di Gorizia, divenuti fortezze. Poveri caprioli, così graziosi e mansueti, quando si affacciavano a guardare stupiti dal margine del bosco, sulla strada che per Val di Rose va ad Aisovizza! Così dolci nel ricordo anche quei colli d'oltre Isonzo, San Marco, i Rafut, Monte Corona, fraterni a questi che teniamo sulla destra del fiume, tutti figli ridenti dell'unica madre Alpe Giulia!

Anche là oltre frondeggiano recessi di poesia pastorale, e i caprioli domestici vi si aggiravano, eleganti come gazzelle. Ma oggi dove saranno? Tutti quei luoghi di delizia sono labirinti di trincee austriache: è lì che hanno preparato le loro difese di seconda linea i nemici, ben sicuri di dover presto abbandonare le prime. E dietro ce ne sono altre e altre ancora, su per la Valle del Vipacco, sino a Monte Re. Non si può negare che alla loro ritirata gli Austriaci non abbiano pensato per tempo.

I caprioli—quelli che non saranno finiti alle mense del generale Boroevic—a quest'ora devono essere scappati lontani. Nei boschi di Plava una notte una nostra sentinella dette l'allarme: dalle trincee nemiche doveva essere uscito qualcuno, che frusciava nel fogliame. In fatti, a salti disperati, si vide entrare nelle nostre linee un disertore austriaco inconsueto: un capriolo.

Erano tutti luoghi di diletto per l'Austria queste provincie italiane che i nostri soldati le stanno faticosamente strappando; si capisce che se le difenda con le unghie e con i denti. Senza le provincie italiane, l'Austria rimarrà più povera; ma anche più brutta. Oltre questi monti c'è ancora bellezza di natura; ci sono valli amene, boschi, campi, giardini. Ma sono diversi: li attrista un non so che di aspro e di freddo; nei versanti settentrionali delle Alpi la natura più ricca sembra nascondere una segreta povertà.

Qui, intorno a Gorizia, nelle ville meriggianti tra boschetti di tutti gli alberi e giardini di tutti i fiori, le stirpi ultramontane stanno perdendo un troppo comodo soggiorno altrui. La guerra, che sul Carso non ha avuto da vuotare che pochi villaggi, più poveri dei macigni tra cui si nascondono, qui divampa tra dimore di delizie. E pare anche più tragica nel contrasto.

Quando per caso il cannone tace, pronta ci sorprende l'illusione che qui la guerra non possa esserci: che anche noi ci siamo venuti per tutt'altra ragione, a fare qualche altra cosa.

Che poteva esserci in quel plico suggellato che di notte ho portato ad una villa tutta avvolta di fronde? Un ordine di operazioni, una cosa molto seria; una sentenza di morte per qualcuno che deve eseguirlo; un messaggio di dolore per molta gente che non ne saprà mai nulla. Pareva così strano di averlo a portare proprio in quella villa felice; scendere a quel ricco cancello, far stridere la ghiaia fina di quel giardino, aspirare quel profumo di gelsomini. Quanti ce ne dovevano essere in fiore nelle dense spalliere che si intravedevano nel buio! I carabinieri montavano la guardia in un berceau—da queste parti lo chiamano gloriette—di gelsomini.

Un piantone ci guida in silenzio ad una sala che si indovina lussuosa, fatta per i piacevoli convegni di gente ricca e fastosa. Si consegna il plico a un ufficiale di servizio; un saluto e si scende, rapidi e silenziosi, uno scalone di gala: e si ripensa che quell'ordine—letto—si sta suddividendo in altri ordini che già corrono per fili invisibili ad altri uomini che ascoltano gravi e per quelle parole ascoltate si preparano a morire. La guerra sembra anche più straordinaria in questi parchi che in sogno rivedono le luminarie spente, riodono le musiche taciute di notti festanti. Possibile che da un momento all'altro arrivi fin qui un sibilo, e uno schianto feroce ne deformi l'architettura signorile?

Un'altra volta scricchiola la ghiaia fina sotto i nostri stivali pesanti: e, nel silenzio profumato dei gelsomini misteriosi, strillano improvvise le strida rauche dei pavoni. Domani battaglia. Che ne pensano i pavoni belli, vani e stupidi come galline?

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