← Table of contents
Gli animali alla guerra

«Italia detta dai giovenchi....»

Reading edition

Si vuole che l'origine del nostro nome, Italia, sia proprio questo: paese dei vitelli. Il nome, un tempo, tremila anni fa, designò quella estrema penisola della penisola che i naviganti dell'Oriente greco e fenicio incontravano prima venendo a noi, la Calabria d'oggi: poi il nome salì per tutta la grande penisola, valicò l'Appennino con i Romani; a tempo di Giulio Cesare e di Augusto comprese anche questa provincia che stiamo riconquistando zolla per zolla, su su, oltre quella gran terrazza di monti che vedete sopra Gorizia, fino a quell'ultima altura che scende a taglio netto, come uno scalino: Monte Re. Era, tutta questa, la decima regione dell'Italia romana.

L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....

Il verso virgiliano del nostro caro e grande Giovanni Pascoli—come sarebbe contento oggi il grande Pascoli d'essere ancora vivo a vedere, a sperare, anche a soffrire!—mi ronza negli orecchi mentre l'automobile si è dovuta fermare sul ponte del Visinale. Il ponte dell'antico confine, sul Judrio, è stretto, e i lunghi traini pesanti debbono passarlo un po' per volta per non stancarlo troppo. Anche l'automobile questa volta si è dovuta fermare—in fila con i carri, le prolunghe, i camions, i cannoni—all'imbocco del ponte, perchè lo sta passando una processione di buoi.

Sono tanti e tanti: fin dallo svolto della strada, in ordine con i soldati. Vien fatto di immaginare che anche al di là, oltre quella piccola altura da cui sbucano, tutta la pianura friulana ne formicoli: l'Italia ha richiamati tutti i suoi buoi da tutti i suoi campi; ne ha formato un placido esercito che si muove con l'altro esercito di uomini e di ferro. Chi sa che qualcuno di questi fantaccini, che fino a ieri erano contadini, non riconosca il suo vitello tra le centinaia e centinaia che se ne concentrano nei parchi. Sono contadini anche i soldati che guidano i drappelli bovini, i bovars, territoriali anziani, di questa provincia di Udine che così fortemente sostiene i suoi doveri di Provincia di confine, oggi tutta cinta dal fragore della guerra. I bovars, alti e ossuti, nei loro cappottoni turchini, sono rimasti dei guidatori di armenti vestiti da soldato: non hanno cambiato mestiere; soltanto invece che ai mercati li avviano direttamente ai macelli da campo; dietro le truppe operanti. Tranquilli e pazienti oggi alla guerra, come ieri ai mercati. L'aereoplano austriaco può volare sopra di loro curioso e minaccioso. Essi nemmeno alzano gli occhi a cercarlo in cielo, tra i fiocchi bianchi dei nostri shrapnells che ne segnano la rotta.

Placidi bovars e placidi bovi. Voi direte che è per indifferenza: che il bue non ha paura perchè non sa, non indovina che cos'è la morte fin tanto che non è morto. E che in fin dei conti il suo destino di finire spezzettato e cotto è il medesimo in pace o in guerra.

Io ho un'opinione migliore del bue. Mi pare impossibile che, stando sempre con l'uomo, a lavorare con lui, non abbia capito qualche cosa di quello che succede. Quando dalla sua stalla ha visto partire i figliuoli maggiori di casa, tutti insieme, e i rimasti li ha veduti guardarsi fra loro, così seri, deve avere indovinato che qualche cosa di nuovo stava succedendo nel podere, in tutti i poderi della fattoria. E quando son venuti a tirar fuori dalla stalla anche lui e lo hanno portato alla stazione, dove c'erano altri buoi e altri contadini, deve aver cominciato a capire che il nuovo era anche grande, per gli uomini e per i loro animali.

Poi c'era stato il lungo, lento viaggio in treno—buoi, cavalli, soldati: per la strada, all'incontro con altri treni, quando i soldati si salutavano vociando, anche ad essi veniva fatto di muggire con i musi sporgenti dalle aperture di quella stalla stretta e bassa che si moveva. Così fino al confine, quanti incontri con buoi sconosciuti, ma che dovevano trovarsi lì tutti per la stessa ragione! I grandi buoi candidi della Val di Chiana, i potenti cornuti del Senese guardavano con curiosità i più piccoli compagni rossastri del Piemonte; le razze romagnole scoprivano per la prima volta le razze friulane. Anche nei duri crani bovini deve essere entrata un'idea nuova, più vasta, della loro specie: di essere molti, assai più di quanti potevano figurarsi mentre erano vissuti nelle loro stalle disperse; e differenti tra loro, ma, così differenti, simili, fratelli.

Che non sien proprio capaci i buoi di sentire l'orgoglio di esser tanti, e tutti buoi d'Italia?

L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....

Questi che, a drappelli, a plotoni, a battaglioni, stanno passando il ponte di Visinale, vanno a morir per l'Italia. Non ridete dell'idea di sacrificio che mi fa pensoso al loro passaggio. È un'idea ohe doveva avere qualche mio antenato preistorico di quattro o cinquemila anni fa. I nostri antenati mediterranei non erano in origine divoratori di buoi come i tedeschi carnivori; erano agricoltori; nel bue vedevano il compagno di lavoro, non la vittima indispensabile al loro appetito. Quando lo ammazzavano, sentivano di sacrificarlo. E lo sacrificavano infatti agli dei. Così la povera bestia moriva sì, ma per uno scopo più nobile che non fosse proprio quello di riempir la pancia ai suoi uccisori: questi non facevano che utilizzare un avanzo di ciò che gli dei avevano avuto.

Non è una macelleria ma un sacrifizio di buoi questo che noi facciamo ora, per preparare il rancio a centinaia di migliaia di soldati. Sacrifizio appare anche per la quantità straordinaria dei capi che si abbattono. Noi prepariamo il pasto quotidiano di carne a contadini che in pace, nei loro campi, non dovevano mangiar tanta carne per essere forti contadini. Ma il contadino, trasformandosi in soldato, ha bisogno che anche il suo nutrimento si trasformi; e le energie vive che questa vita di fatica e di pericolo gli consuma, le ristora il buon pezzo di carne che ogni giorno gli arriva nella gavetta di brodo. Si sacrifica il contadino; è giusto che si sacrifichi il suo animale. L'animale si sacrifica all'uomo, ma tutti e due si sacrificano a qualche cosa che vale più di qualunque vita animale, di uomo, di eroe. Qualche cosa che vive mentre noi moriamo e che è come il riflesso eterno delle nostre vite passeggere: la Patria.

O Italia, che ai tuoi poeti apparisti santa nella pace campestre, Italia di Virgilio, di Garibaldi e del Pascoli, come ti riconosco qui, oggi, a batter l'Austria con le tue dure fanterie di contadini, dietro cui marciano, incolonnati come animali di battaglia, i loro buoi, al sacrifizio!

....Vissero nei campi i forti antichi popoli: l'aratro il solco eterno disegnò di Roma: l'Italia, detta dai giovenchi, è qui.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings