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Gli animali alla guerra

Cavalli senza cavalleria.

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E prima di tutto i cavalli.

Nel sangue equino c'è sempre tanto dell'antica tradizione guerriera che i più pacifici e borghesi animali, portati fra i combattenti, si trovano subito a posto. Tra i cavalli che tirano i cannoni e i cassoni dei proiettili ce ne son di quelli che, prima, non avevano tirato che calessi e landaux. Ora non si distinguono più da quegli altri che, da puledri in su, sono stati sempre effettivi in artiglieria. Meno induriti agli sforzi, qualche volta non reggono quanto i loro compagni di pariglia; si capisce che soffrono; ma non si fermano: cadrebbero prima sfiniti sotto la bardatura se i soldati non se ne avvedessero. Devon pensare anche loro che val meglio morire tutti in una volta, giovani, che un po' per giorno invecchiando attaccati a una vettura di piazza.

Naturalmente non tutti i cavalli della guerra bisogna immaginarseli come quelli dei monumenti equestri: questi sono cavalli in posa. Ce ne sono anche dei meno belli; anche dei veri «brocchi». Se non altri, tutti i cavalli di umilissimo lignaggio che, prima di essere requisiti, tiravano il barroccio e che anche in guerra continuano nel loro mestiere plebeo: i cavalli del treno ausiliario.

Il treno ausiliario sarebbe l'insieme dei carri per i trasporti che si fanno senza tanta fretta e senza tanti camions. Specialmente sul far della notte, voi incontrate di queste lunghe file di carri che s'avviano al passo per le strade fangose e buie: sono barrocci toscani, curricoli siciliani, sciarrabà romani che servon benone a portar materiali meno delicati, come sarebbero traversine di ferro e legname per trincea, ghiaia, cementi, sacchi.

Sui timoni dei carri si leggono ancora i nomi dei proprietari borghesi che li possedevano e dei paesi dove lavoravano in pace. Anche i conducenti hanno un aspetto pacifico: sono soldati territoriali, baffuti e barbuti, infagottati nei vecchi cappotti turchini, ciondolanti e con la pipa in bocca: ma serii e rispettosi. Il loro servizio è di quelli modesti per cui c'è poca probabilità di esser messi all'ordine del giorno, ma utile non vi so dir quanto.

Io li ho sempre ammirati questi oscuri collaboratori della vittoria, cavalli, carri e carrettieri. Tutte le notti, piova o tiri vento, a far quella tetra passeggiata per vie piene di buche e di sospetti, a incrostarsi di fango o a soffocare di polvere; e senza lamentele e senza invidia per le superbe automobili dei Comandi, per le autovetture fragorose e petulanti a cui devono ogni momento dare il passo.

Virtù di pazienza e di disciplina: andare al buio, senza domandare agli occhi se hanno troppo sonno o alle spalle se ci si è fermata sopra troppa acqua. E senza nemmeno la consolazione dei bubboli, che, scampanellando, fanno parer meno lunga la strada. In guerra non si ammettono rumori superflui. I poeti, che hanno cantato gli illustri cavalli di combattimento, dovrebbero ricordarsi anche degli oscuri cavalli del treno ausiliario, e dei territoriali, solidi e tranquilli, che li conducono.

Piacerebbero anche oggi ai cavalli gli squilli di tromba, le fanfare che rinfrancano il cuore quando non ne può più. Bisogna che ne facciano a meno. I comandi sono dati sotto voce: il soldato deve parlare quasi nell'orecchio del suo animale. Ma questi obbedisce lo stesso e non si vergogna che gli sia toccato quel mestiere senza splendore di facchino notturno.

Ognuno al suo posto ha le sue soddisfazioni. I cavalli che hanno avuto la fortuna di essere aggregati ai Comandi hanno lo zucchero che gli ufficiali intascano alla mensa apposta per loro. C'era un tenente che prendeva il suo caffè senza zucchero—naturalmente perchè diceva di preferirlo amaro—per offrirne qualche zollina di più al suo irlandese.

Ma anche i cavalli di truppa, anche i cavalli di poco prezzo del treno ausiliario, buscano dai loro padroni qualche supplemento di ghiottoneria al rancio di fieno e di biada che passa il Governo: sarà un rosìcchiolo di pane, sarà una semola che il conducente è riuscito a procurarsi non si sa come, ma, zucchero o crosta di pane, c'è il buon cuore, e l'amicizia si rinsalda tra l'uomo e l'animale.

Il cavallo che fatica nel treno si sente orgoglioso quanto il cavallo di lusso che ha poco da fare nel drappello di riserva dei Comandi. E, quando l'incontra, quasi quasi gli viene la tentazione di cantargliela:

—Bello mio, tu non sei che un imboscato.

Ma l'altro può rispondergli:

—Pensa quel che ti pare. Ma l'altra notte, che una granata è cascata proprio sulla scuderia, nessuno di noi ha avuto paura. Non abbiamo scalciato nè abbiamo rotte le cavezze per scappare. In guerra fa il suo dovere chiunque rimane al posto assegnatogli. Siamo bestie subordinate noi, e guarda di esserlo anche tu.

Ma in fondo al cuore anche il cavallo del Comando, che oggi non ha occasione di essere adoperato, rimpiange la guerra di suo nonno e di suo bisnonno, che il Generale montava nei giorni di battaglia; e poteva inebriarsi anche lui galoppando sotto il fuoco, all'aperto, nel pericolo, ma anche nel sole della gloria.

Sui primi giorni della nostra guerra all'Austria anche i nostri cavalli di cavalleria avevano cominciato ad assaggiare un po' di quel giuoco che esalta e abbellisce la guerra. Intere divisioni di cavalleria erano pronte. I primi reggimenti correvano già le strade del Friuli d'oltre confine; verso l'Isonzo: belle galoppate verso i campanili che indicano la presenza dei borghi e dei villaggi nascosti dal fogliame denso. Esplorazioni di pattuglie, ricognizioni di squadroni che promettevano qualche incontro interessante. Si sperava che il nemico avrebbe dato battaglia nel piano per contenderci il passaggio del fiume. Ma il nemico si ritirava e i nostri cavalli, invece che i cavalli degli Usseri, incontravano il fango delle inondazioni, le paludi delle acque fatte straripare dai canali del basso Isonzo.

Così i cavalli di cavalleria presto dovettero rinunciare alla speranza di correre in battaglia campale. La guerra si immobilizzava in un assedio di posizioni trincerate. Non rimanevano in linea che pochi reggimenti, per i servizi di Corpo d'Armata: i soldati, appiedati a far le ronde e a guardare i fili dei telegrafi tesi dal Genio; i cavalli, accantonati un po' qua e un po' là, nei cortili, nei giardini, anche all'aperto. Vita noiosa di strigliature e di esercizi come in guarnigione: in più solamente quel brontolio del cannone, a giorni intermittente, a giorni continuo, qualche shrapnell, qualche granata. Si finì col ritirarli, eccettuato qualche squadrone, dalla zona del fuoco e rimandarli un po' indietro ad aspettare. E poi, siccome per tanti soldati e tanti cannoni non c'era quasi spazio, ancora più indietro, cavalli, cavalleggeri, dragoni e lancieri.

La decadenza della cavalleria era fatalmente segnata. Per vincere gli Austriaci bisogna batterli con le loro armi, a macchina, facendo la guerra a distanza come la fanno loro, che ad avere il nemico troppo vicino non se la sentono. Cavalleria vuoi dire anche cortesia, generosità; che volete farvene della cavalleria in guerra contro Austriaci e Tedeschi?

Gli ufficiali e soldati di cavalleria si sono rassegnati a non essere più di cavalleria pur di combattere. Vanno con le mitragliatrici, vanno con l'artiglieria; sono andati anche in trincea, a piedi. A Monfalcone, al principio dell'offensiva di questo maggio, gli Austriaci si erano sognati di passare, perchè nelle trincee della Rocca e giù lungo il mare, c'erano, nuovi del mestiere fangoso ed eroico della fanteria, i cavalleggeri appiedati.

Il vecchio motto dei dragoni di Genova assicura che l'onore del cavaliere non s'abbassa perchè egli scenda da cavallo:

Soit à pied, soit à cheval, mon honneur est sans egal.

Se lo possono applicare, oltre i cavalieri, anche i loro cavalli, i quali, a pensarci bene, anche quando facevano vero servizio di cavalleria, andavano sempre a piedi.

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