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Gli animali alla guerra

I gatti che non ci sono.

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Gatti in zona di operazioni non ne ho trovati, o appena qualcuno e così brutto che non meritava il nome dell'animale cattivello, se volete, ma elegante che si chiama gatto.

Voi sapete che io ai gatti voglio bene e posso assicurarvi che anche i gatti vogliono bene a me: stiamo volentieri insieme perchè non ci diamo noia a vicenda. Io scrivo e il gatto sonnecchia, tutti e due in silenzio: non si sente che lo scricchiolio della penna e il brontolio leggero delle sue fusa; in quel ronzio sottile tutti e due tessiamo qualche cosa che ci diverte. Animali nati per la pace e per il raccoglimento, tanto io quanto il gatto. Sono stati i Tedeschi che ci hanno costretti a far la guerra per difenderci.

Credeva di essere il mastino del mondo il Tedesco e con una zampata schiacciarci tutti noi, poveri gatti di occidente. Non sapeva che il gatto, tanto più piccolo e più debole in apparenza, in realtà è forte quanto lui e più elastico; sembra che non possa svegliarsi dai cuscini dove impigrisce se non per scappare, e invece in un baleno, con un guizzo, è in posizione di battaglia; arcate le reni, non soffia soltanto, ma sgraffia, assalta, ed è il mastino che da ultimo deve scappare nel suo covile col muso sanguinante.

Sta il fatto però che i gatti mancano in zona di operazioni: e la loro assenza mi pareva accrescere quel vuoto di molte cose che dà un'aria lugubre alla guerra anche quando la battaglia non imperversa. Assenza inconciliabile con l'opinione comune che il gatto rimanga nelle case anche quando il padrone le abbandona. Come mai, se il cane era rimasto, il gatto se n'era andato?

Mettiamo che di gatti in territorio austriaco non ce ne siano stati mai molti. È una bestia che ai governi polizieschi non deve piacere, perchè ha l'abitudine di pensare e di fare come pare a lui, senza chiedere il permesso alle autorità. Non adula un padrone che non merita nulla, come qualche volta fa, per troppo buon cuore, il cane. L'imperatore d'Austria ha trattato sempre come cani i suoi sudditi: ha preteso che benedicessero le sue bastonate e che si chiamassero fedelissimi. È lui che deve avere inventato la leggenda dell'infedeltà del gatto, perchè il gatto italiano era indipendente.

Perchè dunque il gatto non si trova a combattere anche lui la grande guerra d'indipendenza? Che si sia imboscato per viltà? Non lo posso ammettere. Troppe prove di coraggio ha dato in ogni occasione, troppo disprezzo ha del nemico, per grande e grosso che esso sia.

Non c'è che una spiegazione, pur troppo, all'assenza misteriosa. Che il gatto in Austria abbia cessato di esistere ancora prima che noi andassimo a liberare le nostre provincie. Gli Austriaci ci chiamano Katzelmacher, ma loro sono Katzelfresser—divoratori di gatti. Ho assunte informazioni sul posto e ho saputo, pur troppo, di molti casi in cui, mancando ogni altro genere di carne, della povera gente ha dovuto mangiarsi il proprio gatto. Spero che se lo siano mangiato piangendo, ma se lo sono mangiato. Sono gli orrori della guerra.

Una volta nel Friuli austriaco il governo giallo e nero faceva credere che sotto di lui si stava bene mentre sotto l'Italia si stava male. Guardate—diceva—i vostri vicini di là del Judrio, friulani come voi, ma italiani: loro non mangiano che polenta asciutta, mentre voi mangiate i nostri buoni stufatini austriaci ben unti di sego! Loro si vestono, come povera gente, di panni paesani tagliati alla meglio, mentre voi vi vestite come signori con i vestiti fatti che noi vi mandiamo da Vienna. Loro non parlano che italiano, mentre a voi vi insegnano anche a parlar per tedesco. Loro sono poveri e rozzi, mentre voi siete ricchi e istruiti.

Discorsi simili devono essersi fatti anche tra i gatti d'oltre confine e i gatti di qua del confine quando si incontravano, nelle belle notti di gennaio, sul ponte di Visinale. Perchè c'erano dei gatti ingenui che alle frottole dei loro padroni ci credevano.

Ma che trionfo oggi, per i gatti del Friuli italiano, che son rimasti tutti vivi e sonnecchiano gustosamente al calduccino delle cucine con l'antico cammino in mezzo, mentre al di là del confine, intorno ai focolai economici, alla tedesca, si aggirano gli spettri dei poveri gatti che vi sono stati arrostiti col Kunerol!

Se vedeste come è tranquilla la vita al di qua del confine, nelle buone osterie patriarcali di Manzano, di Corno di Rosazzo e di Oleis, a pochi passi dalla guerra ma al sicuro. Fumano le granate austriache sul Corada; dal Carso viene un brontolio di temporale che non smette mai; di notte l'orizzonte si accende di luci misteriose, di meteore bianche. È la guerra, sì; tremano le finestre agli spari delle nostre artiglierie; anche qui sono molti soldati, venuti dal fronte, in riposo: e codesti soldati raccontano quel che succede laggiù, cose terribili e grandi; ma le raccontano tranquilli, come se tutto fosse finito e queste fossero le loro case e intorno a questi focolari sedessero le loro famiglie. E cantano le canzoni dei paesi lontani, e motteggiano in dialetti che nessuno aveva mai sentiti da queste parti.

I paesani di Corno, di Manzano, di Oleis, pensano con un brivido a quello che sarebbe toccato a loro se, invece di fare noi la guerra all'Austria, avessimo aspettato che l'Austria ci attaccasse invadendo tutto questo verde piano che non si difende, se non arriviamo noi, una volta per sempre, anche da questa parte, a prender tutte le cime dei monti.

Anche i gatti che sonnecchiano nell'osteria di Corno di Rosazzo, mentre l'ostessa e le sue figliuole mescono ai soldati il vino bianco del paese, devono pensare a qualche cosa di simile nella loro tranquillità egoistica.

Egoistica sì: il difetto del gatto, che pure è un animale coraggioso, è questo: di non combattere se non è disturbato, proprio lui, proprio nella sua casa. Il suo egoismo è un po' gretto. Non è capace di slanci nemmeno per i gatti fratelli che sono in pericolo. I gatti friulani, che stanno bene al di qua del ponte di Visinale, aspettano, per passarlo, che la guerra sia finita e che gli Austriaci sieno ricacciati molto indietro, oltre i monti che si vedono più lontani. Sono come certi filosofi che, quando è scoppiata la guerra, hanno detto:

—Che me ne importa? I Tedeschi non verranno mica fino nel mio studio dove io faccio in pace le fusa sui miei libri! Vinca chi vuole: io la guerra non la faccio....

Quei filosofi meriterebbero di far la fine dei gatti di Val d'Isonzo: in padella.

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