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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Volume 1 — INTRODUZIONE (continued 3)

Reading edition

Gli ultimi anni della sua vita li passò a Firenze, dove, per la morte di Carlo Marsuppini (24 aprile 1453), fu nominato segretario della Repubblica, e scrisse il suo ultimo lavoro, che fu la Storia di Firenze dal 1350 al 1455. In quest'opera egli, come aveva già fatto Leonardo Bruni, abbandonò la via tenuta dai cronisti fiorentini, e non ebbe la vivacità ed evidenza di cui essi avevano dato così splendide prove. Non vi si trova mai un aneddoto, non un racconto ritratto dal vero; non si scopre mai una conoscenza personale degli avvenimenti, in mezzo ai quali l'autore era pure vissuto, partecipandovi. Egli sembra narrare fatti greci e romani; non parla mai delle interne vicende della Repubblica, e noi assistiamo solo a grandi battaglie, a lunghi e solenni discorsi latini di Fiorentini vestiti sempre alla romana. Poggio in sostanza mira principalmente ad imitare l'epica narrazione di Livio, e se questo gli fa perdere le spontanee qualità dei cronisti, l'obbliga pure a cercare un legame, se non scientifico e logico, almeno letterario tra i fatti, e la cronaca così comincia a trasformarsi nella storia. Il Bruni è assai superiore per critica storica, il Bracciolini per facilità di stile, spesso però diviene verboso. Questi fu dal Sannazzaro accusato di soverchia parzialità per la sua patria;[92] ma ciò dipende in gran parte dall'attitudine che assume, parlando sempre di Firenze come se fosse la repubblica romana.

Se Poggio Bracciolini fu il principale rappresentante di questo secondo periodo della erudizione italiana, non fu il solo; si trovò anzi in mezzo ad una schiera numerosa d'altri dotti, e fra questi il più celebre era Leonardo Bruni, nato nel 1369 in Arezzo, e chiamato perciò l'Aretino. Noi lo abbiam visto già all'arrivo del Crisolora in Firenze, abbandonare lo studio del diritto, per darsi tutto al greco; ed il profitto che fece fu tale da poter ben presto tradurre non solo i principali storici ed oratori, ma anche i filosofi greci. Con ciò egli rese un immenso servigio alle lettere, perchè le sue versioni furono le prime in cui i classici greci vennero fedelmente tradotti dall'originale, nè solo in un latino elegante, ma senza essere alterati dalle idee del traduttore; e perchè comparivano nel momento appunto in cui il bisogno di averle era universale. Le versioni dell'Apologia di Socrate, del Fedone, del Critone, del Gorgia, del Fedro di Platone, e quelle dell'Etica, dell'Economica, della Politica d'Aristotele, furono un vero e proprio avvenimento letterario. Da un lato veniva rivelata la filosofia platonica, fino allora quasi sconosciuta in Italia; da un altro compariva finalmente quello che fa chiamato il vero Aristotele, ignoto al Medio Evo. Gli eruditi potevano adesso ammirare quella eloquenza, che il Petrarca aveva cercata invano nell'Aristotele travestito e quasi barbaro de' suoi tempi; non erano più costretti a studiare uno scolastico invece del filosofo greco. Così il Bruni dètte un impulso grandissimo alla filosofia ed alla critica. Il suo era infatti un ingegno critico, come apparisce anche dalle Epistole, nelle quali troviamo per la prima volta sostenuta l'opinione che l'italiano sia derivato dal latino parlato, diverso dallo scritto, e ciò con argomenti tali, che l'umanista del secolo XV sembra qualche volta un vero precursore della filologia moderna.[93]

Queste qualità si vedono anche meglio ne' suoi lavori storici, primo dei quali è la Storia di Firenze dalle origini sino al 1401. Di essa noi dobbiamo dare giudizio diverso di quello già espresso sulla Storia del Bracciolini, che ne è la continuazione. Questi, come dicemmo è superiore per la grande facilità dello stile, ma è vinto di gran lunga per lo spirito critico, e per l'esame delle fonti. Il Bruni ricorre anche, il che è notevolissimo, ai documenti d'Archivio, e si occupa assai più dei fatti interni della Repubblica.[94] Più di una volta, come avremo occasione di vedere, egli ci apparisce come un precursore delle Storie del Machiavelli. Tuttavia anche in lui troviamo la stessa tendenza a vestire i Fiorentini alla romana, la stessa mancanza di colorito locale, gli stessi lunghi discorsi retorici, messi in bocca dei personaggi storici per la irresistibile passione d'imitare gli antichi.[95]

Leonardo Aretino era uomo di grandissima autorità personale in Firenze, dove ebbe molti ed importantissimi uffici, fra i quali tenne lungamente quello di segretario della Repubblica.[96] Morto nel 1444, gli successe Carlo Marsuppini d'Arezzo, chiamato perciò Carlo Aretino. Costui scrisse assai poco, e nulla d'importante; pure fu un insegnante di grido, emulo fortunato del Filelfo nello Studio fiorentino, ed ebbe una gran fama, dovuta principalmente alla sua memoria, che gli faceva fare gran figura nei pubblici discorsi. La sua prima Prolusione fu applauditissima, perchè, secondo dice Vespasiano, «non ebbono i Greci nè i Latini scrittore ignuno, che messer Carlo non allegasse quella mattina.»[97] Egli ostentava un gran disprezzo pel Cristianesimo, ed una grande ammirazione per la religione pagana.[98] A lui come al Bruni furono dalla Repubblica decretati solenni onori funebri. Ambedue ebbero sulla bara la corona poetica; ambedue riposano, l'uno di fronte all'altro, in Santa Croce, sotto due monumenti del pari eleganti, con due iscrizioni del pari pompose, quasi seicentistiche, sebbene grande fosse la distanza che passava dall'ingegno dell'uno a quello dell'altro. L'elogio funebre del Marsuppini venne letto dal suo scolare Matteo Palmieri, quello del Bruni, invece, da un altro letterato di sommo grido, e riuscì un avvenimento solenne. In mezzo alla pubblica piazza, accanto alla bara, su cui era il cadavere del Bruni col volume della sua Storia Fiorentina sul petto, in presenza dei magistrati della Repubblica, incominciò a leggere Giannozzo Manetti, che da molti era tenuto, massime per le orazioni, il primo letterato allora vivente. Eppure chi legge adesso questa Orazione, resta maravigliato, e non sa comprendere come in un secolo tanto culto e tanto ammiratore dei classici, si potesse, con un gusto così barocco, riscuotere così universali applausi. Egli incomincia col dire che, se le Muse immortali (immortales Musae divinaeque Camoenae) avessero potuto fare un discorso latino o greco, e piangere in pubblico, non avrebbero lasciato fare a lui quella solenne orazione. Viene poi a parlar della vita del Bruni, ed, arrivato al tempo in cui fu segretario della Repubblica, percorre la storia di Firenze. Tocca delle opere di lui, e poi si distende a ragionare degli scrittori greci e latini, specialmente di Cicerone e di Livio, al di sopra dei quali pone il Bruni, per la gran ragione, che questi non solo traduceva dal greco come il primo, ma scriveva anche storie come il secondo, così riunendo in sè i pregi dell'uno e dell'altro. Avvicinatosi il momento, in cui doveva mettere la corona sulla testa del morto amico, parlò dell'antichità di questo uso e delle varie corone: civica, muralis, obsidionalis, castrensis, navalis, continuando la descrizione per cinque grosse pagine di fittissimo carattere. Affermò che il Bruni meritava la corona come vero poeta, e subito s'abbandonò ad una serie di vuote frasi, per spiegare che significhi la parola poeta, che sia la poesia, e finalmente conchiudeva con una pomposa apostrofe, coronando «il felice ed immortale sonno della maravigliosa stella dei Latini.»[99] Strana è veramente questa gonfiezza di stile in coloro che passavano la vita studiando, imitando i classici!

Il Manetti era nato a Firenze nel 1396, ed in età di 25 anni, morto il padre, lasciò il banco per darsi allo studio con tanto ardore, che dormiva solo cinque ore. Dalla sua casa aprì un uscio che dava nel giardino del convento di Santo Spirito, ove andava a studiare, e per nove anni non passò l'Arno.[100] Imparò il latino, il greco, l'ebraico; aveva una grande facilità di scrivere, una memoria «eterna, immortale,» secondo la solita espressione di Vespasiano. Ma il pregio di quest'uomo era più che altro nel suo carattere morale. Pratico degli affari, religioso, fermo, onestissimo, gli studi lo condussero a formarsi un alto ideale della vita, al quale si mantenne sempre fedele nei molti uffici che gli furono affidati. Vicario o Capitano della Repubblica in più città lacerate dalle fazioni, riuscì a dare sentenze severissime, a porre gravi tasse, senza mai essere accusato di parzialità. Ricusava anche i donativi d'uso, dando invece del suo a chi ne abbisognava, portando la concordia e la pace per tutto. Le ore d'ozio passava scrivendo la vita di Socrate e di Seneca, De dignitate et excellentia hominis, la storia delle città in cui si trovava. Ma il suo caval di battaglia, come erudito, furono le orazioni, che fece nelle molte ambascerìe, cui venne inviato appunto per la grandissima fama d'oratore che s'era guadagnata. A Roma, a Napoli, a Genova, a Venezia venne accolto come un principe; e la sua reputazione era tale, che solo a lui riescì, con una lettera latina, di farsi rendere dal capitano Piccinini otto cavalli che i soldati di lui gli avevano rubati. Essendo andato a rallegrarsi in nome della repubblica fiorentina per la elezione di Niccolò V, la gente accorse dalle città vicine, ed il Papa lo ascoltò con tale attenzione, che un prelato accanto gli toccò più volte il gomito, credendolo addormentato. «Finita l'orazione, a tutti i Fiorentini fu tocca la mano, come se avessino acquistato Pisa e il suo dominio;»[101] e i cardinali veneziani scrissero subito al loro governo, che bisognava mandare a Roma un oratore simile al Manetti, altrimenti ne andava il decoro della Serenissima. A Napoli il re Alfonso sembrava «una statua sul trono,» quando parlò il Manetti. Eppure questi era un oratore senza originalità: i suoi discorsi, d'uno stile gonfio e falso, sono centoni di notizie diverse, florilegi di frasi latine. Ma ciò appunto era quello che piaceva allora, perchè dimostrava la sua vasta lettura, la sua grande memoria, la sua prodigiosa facilità di cucire insieme periodi sonori. Scrisse molte storie e biografie che, senza la vivacità dei cronisti antichi, non hanno neppure i pregi dell'Aretino e del Bracciolini. I suoi trattati filosofici sono vuote dissertazioni; le sue molte traduzioni dal latino e dal greco non hanno la importanza di quelle dell'Aretino, che lo aveva preceduto; le sue versioni del Salterio dall'ebraico e del Nuovo Testamento dal greco mostrano che era poco contento della Volgata; ma s'ingannarono coloro che vollero in ciò vedere un ardimento religioso, di cui egli era incapace. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati dall'invidia che l'obbligò a lasciare Firenze; ma trovò protezione a Roma ed a Napoli, dove morì, stipendiato da Alfonso d'Aragona, il 26 ottobre 1459.

Sebbene la grande reputazione del Manetti sia oggi assai decaduta, pure egli merita un posto d'onore nella storia del secolo XV, perchè la sua vita dimostra chiaramente come non vi sia professione nè secolo corrotto in modo da impedire ad un uomo di serbare una vera nobiltà di animo. Quella stessa erudizione pagana, che lasciava dietro di sè tante rovine morali in Italia, a lui valse invece per levare in alto il proprio spirito. Ed invero è un grande errore, quantunque assai comune, il condannare con una sentenza generale il carattere di tutti gli eruditi. Noi abbiamo già dovuto ammirare Coluccio Salutati e Palla Strozzi; molti altri potremmo citare anche fra i meno noti. Basta leggere il biografo Vespasiano, di cui si può biasimare la troppa ingenuità, ma non si può mettere in dubbio l'ammirazione sincera per la virtù. Egli ci parla di messer Zembrino da Pistoia, che insegnava «non solo lettere, ma costumi,» e, lasciato ogni altro ufficio, «per vivere alla filosofia,» parco e morigerato, dava tutto il suo ai poveri, cibandosi come un eremita; ed era «di un animo interissimo, libero, senza dolo e fraude ignuna, come vogliono esser fatti gli uomini.» Parlando di maestro Paolo fiorentino, dotto in greco, in latino e nelle sette arti liberali, dato anche all'astrologia, aggiunge, che non conobbe mai donna; dormiva vestito sopra un'asse, accanto allo scrittoio; nutrivasi di erbe e di frutta; «solo era volto alla virtù, e quivi aveva posto ogni sua speranza.... Quando non istudiava, andava alla cura di qualche suo amico.»[102] Tutto ciò per altro non può far dimenticare, che la maggior parte di essi erano bensì uomini dati con ardore allo studio, ma pur troppo senza carattere. Il perenne esercizio della mente in questioni assai spesso di pura forma; la vita vagabonda di cortigiani costretti a guadagnarsi il pane con elogi venduti; le continue gare; la mancanza d'ogni sentimento di fratellanza o di casta nel lavoro e nell'ufficio comune che adempivano, e la demolizione che cinicamente facevano di ogni cosa più sacra, non potevano certo contribuire a nobilitare il loro carattere. Se si aggiunge poi, che tutto ciò seguiva in un momento nel quale la libertà era già spenta, la società decadeva, la religione veniva scandalosamente profanata dai Papi stessi, allora solamente si capirà che profonda corruzione morale dovesse ritrovarsi in Italia, quando questi eruditi erano i predicatori della virtù, i distributori della gloria, i rappresentanti della pubblica opinione. Ma ciò non deve impedirci di riconoscere gli onesti, che si salvarono dal generale naufragio. Se non si tien conto di tutti gli elementi di cultura e della diversa indole degli uomini che vissero in quel secolo, si corre pericolo di non poter mai più intendere come lo spirito italiano sapesse allora, fra tanti pericoli, trovare in sè stesso la forza necessaria a promuovere uno straordinario progresso intellettuale, evitando una totale rovina morale, a cui forse ogni altro popolo in simili condizioni sarebbe andato soggetto.

3. — GLI ERUDITI IN ROMA.

Dopo Firenze, la città di maggiore importanza per le lettere è di certo Roma. I Papi sin dai tempi del Petrarca cominciarono a sentire il bisogno di far scrivere i loro Brevi da qualche dotto in latino. E sotto Martino V gli eruditi della Curia già pretendevano nelle pubbliche funzioni d'aver la precedenza sugli avvocati concistoriali, di cui parlavano con disprezzo.[103] Fra di essi, come già vedemmo, Poggio Bracciolini primeggiava, e con lui si trovavano altri di minor fama, come Antonio Lusco, scrittore di epistole in versi e di epigrammi, che aveva cavato dalle Orazioni di Cicerone le regole della retorica, e composto così un formulario da servirsene per trattare in linguaggio classico gli affari della Curia.[104] Gli eruditi però, che a Firenze avevano una vera importanza sociale, ed una grande indipendenza, a Roma invece erano in ufficî subordinati, nei quali spesso guadagnavano bene, ma in sostanza potevano solo aspirare alla condizione di cortigiani favoriti. Tuttavia ogni giorno crescevano di numero, entrando nell'Abbreviatura, dove si trovarono sino a cento scrittori di Brevi, o nella privata segreteria del Papa, dove si portava l'abito ecclesiastico senza obbligo di prendere gli ordini sacri. L'ufficio di abbreviatore era stabile, quello di segretario durava generalmente quanto la vita del Papa; dava però molti incerti guadagni, e la speranza di farsi strada coi possibili favori: ambedue si comperavano a caro prezzo (chè a Roma tutto allora si vendeva), ma il primo era preferito e si pagava di più.[105]

L'età dell'oro per gli eruditi in Roma fu quella di Niccolò V, il quale, potendo, avrebbe portato nella Città Eterna tutti i codici del mondo, tutti i dotti e tutti i monumenti di Firenze. Le economie che fece, e i danari del giubileo nel 1450 gli dettero modo di mettersi all'opera. La Curia e la Segreteria furono subito piene di eruditi che il Papa, il quale conosceva poco o punto il greco, occupava a far traduzioni, pagandole lautamente. Al Valla fu affidata la traduzione di Tucidide, finita la quale ebbe 500 scudi e l'incarico di tradurre Erodoto; al Bracciolini quella di Diodoro Siculo; a Guarino Veronese, che era in Ferrara, quella di Strabone con la promessa di 500 scudi per ogni parte dell'opera; altri ebbero altre commissioni. Solo per una traduzione in versi latini d'Omero, Niccolò V non potè trovare l'uomo adatto, quantunque avesse cercato per tutto, e fatte al Filelfo le più larghe offerte. Anche gli esuli greci Teodoro Gaza, Giorgio Trapezunzio, il Bessarione e molti altri accorsero a Roma, e parecchi di essi ricevettero gli stessi ufficî e le medesime commissioni. La più parte di questi erano però specie d'avventurieri irrequieti, che avevano mutato religione per la speranza di guadagni. Il Bessarione, convertito anch'egli, era invece uomo assai autorevole e sincero, dotto e conoscitore del latino più de' suoi connazionali, cardinale, ricco, gran raccoglitore di codici,[106] e la pretendeva inoltre a Mecenate. Niccolò V lo mandò coll'ufficio di Legato a Bologna, probabilmente, così almeno si disse, per non vederlo quasi suo emulo in Roma.

Tutta questa grande società di traduttori ed emigrati, riuniti dai danari del Papa, si poteva dire un'accozzaglia d'elementi eterogenei. Essa di certo valse assai a diffondere i risultati del lavoro iniziato in Firenze, ma era incapace di opere veramente originali; fece molte utili traduzioni, ma si può anche osservare, che se quelle del Bruni a Firenze avevano aperto una via nuova agli studî, ed erano fatte da un uomo che le aveva intraprese di sua iniziativa, quelle pagate da Niccolò V erano invece lavori di commissione, eseguiti assai spesso da dotti, il cui merito principale non era la cognizione del greco, o da emigrati greci che conoscevano poco il latino. Ciò che di più notevole ed originale produsse questa società romana di dotti, furono opere come le Facezie del Bracciolini, le Invettive dello stesso o l'Antidoto del Valla, con le quali opere abbiam visto che basse ingiurie quegli eruditi si scagliassero fra di loro. Il Papa avrebbe potuto facilmente mettere un freno al poco edificante spettacolo, ma sembrava invece compiacersene. Sotto il suo pontificato però, è necessario notarlo, vennero da coloro che egli proteggeva pubblicate anche opere di argomento grave, e di grandissima importanza; ma queste appunto o non furono scritte in Roma, o non furono incoraggiate da lui.

Era assai naturale che chi aveva formato una così grande officina di traduttori, fondasse ancora una grande biblioteca. Ed infatti, se prima di lui Martino V aveva già cominciato a raccogliere codici; se dopo di lui Sisto IV aprì al pubblico la famosa biblioteca Vaticana, il vero fondatore di essa, come abbiamo altrove accennato, fu Niccolò V. Enoch di Ascoli corse il mondo cercando codici nei conventi, con Brevi che lo raccomandavano, perchè potesse copiare o comprare;[107] Giovanni Tortello, autore d'un Manuale d'ortografia pei copisti,[108] fu il bibliotecario di questo Papa che, secondo Vespasiano, raccolse 5000 volumi, li legò con grandissimo lusso, e spese per essi 40,000 scudi.[109] Oltre di che egli incominciò un grande restauro delle strade, dei ponti, delle mura aureliane; pose le fondamenta d'un nuovo Vaticano; fortificò il Campidoglio e Sant'Angelo; restaurò o costruì di pianta un gran numero di chiese in Roma, Viterbo, Assisi, altrove, e nuove fortezze in molte città dello Stato. Insomma coi consigli dell'Alberti, coll'opera di Bernardo e Antonio Rosselli, Niccolò V seppe trasformare Roma in una grande città monumentale, emulando non solo i Medici, ma i più grandi imperatori antichi.[110]

Da tutto ciò si può facilmente comprendere come senza avere un grande ingegno, egli riuscisse a far passare il suo nome ai posteri. S'aggiunge ancora che il suo pontificato fu illustrato dalla presenza di tre uomini d'ingegno assai singolare, due dei quali adoperati da lui. E sebbene le loro opere più originali o non fossero, come dicemmo, scritte in Roma, o appunto di esse il Papa non sembrasse curarsi affatto, pure gliene venne indirettamente un onore che non meritava.

Il primo di essi fu Lorenzo Valla, che abbiamo veduto tra i segretarî e traduttori, e che aveva per lo innanzi avuto una vita assai avventurosa. Di famiglia piacentina, nato a Roma (1407), si vantava romano. Fino a 24 anni restò in patria dove fu discepolo dell'Aurispa e del Rinucci, ed ebbe anche soccorso di buoni consigli da Leonardo Bruni.[111] Andò poi professore a Pavia, dove subito manifestò il suo carattere irrequieto ed il suo ingegno originale. In quel gran centro di studî legali attaccò fieramente la dottrina del celebre Bartolo, a cagione dello stile barbaro e scolastico di lui. Ignorando, egli diceva, il classico linguaggio dell'antichità, col quale la giurisprudenza romana era e doveva essere scritta, ignorando anche la storia, non poteva Bartolo intendere il vero significato delle leggi di Roma, nè commentarle a dovere. Questa audacia parve un'eresia, e destò tale rumore fra gli studenti di legge, che il povero Valla dovè fuggire da Pavia, ed andare insegnando in altre città.[112]

Pure in mezzo a queste inquietudini, egli dètte alla luce la sua prima opera, De voluptate et vero bono,[113] nella quale troviamo subito un vero pensatore, e vediamo come dall'erudizione nascesse allora lo spirito nuovo del Rinascimento. Ponendo a confronto le dottrine degli stoici e degli epicurei, esaltava il trionfo dei sensi, ribellandosi contro ogni mortificazione della carne. — Scopo della vita, egli dice francamente, sono la felicità, il piacere, e noi dobbiamo cercarli, perchè la natura ce lo impone. La virtù stessa, che deriva dalla volontà e non dall'intelletto, è un mezzo per giungere alla beatitudine, che è la felicità vera, sempre incompiuta su questa terra. Noi non possiamo colla ragione spiegar tutto: i dommi della religione restano spesso un mistero, e la filosofia cerca solo, se può, di esporli razionalmente; non è possibile neppure conciliare il libero arbitrio colla preveggenza divina. La scienza si fonda sulla ragione, che è in armonia colla realtà delle cose; sulla natura, che è Dio stesso. La verità si manifesta in una forma semplice, precisa, vera; la logica e la retorica son quasi una sola e medesima cosa; uno stile confuso e scorretto accusa verità mal comprese, una scienza falsa o incompiuta. — E quindi egli attaccava fieramente la scolastica, Aristotele, Boezio, facendo continuo appello dall'autorità al sano uso della ragione, alla realtà, alla natura, che veniva da lui esaltata in mille modi. Questo bisogno del reale, questa redenzione dei sensi e della natura, formano il concetto dominante e l'anima di tutto il libro; costituiscono l'indole propria degli scritti del Valla: è in sostanza lo spirito stesso del Rinascimento, che viene con lui alla luce. Non si tratta qui di un nuovo sistema filosofico; ma si vede che la natura ed il buon senso trionfano; e l'indipendenza della ragione si presenta a noi come una conseguenza logica dell'antichità risorta, come una conquista ormai compiuta.

Quest'opera avrebbe ottenuto assai migliore successo, se il Valla, spirito irrequieto e battagliero, che amava qualche volta il paradosso, non si fosse lasciato trascinar troppo dalla sua penna. Pigliando la difesa dei sensi, egli dichiara che la verginità è contro natura, e fa dire al Panormita, che se le leggi di questa debbono essere rispettate, le cortigiane sono più utili al genere umano che le monache. Esponendo e difendendo la dottrina di Epicuro contro gli stoici, condannando tutto ciò che significa disprezzo del mondo, si lascia andare a molte espressioni contrarie allo spirito ed alla lettera delle dottrine cattoliche, anzi cristiane. E quantunque dichiarasse di voler rispettare l'autorità della Chiesa, i suoi attacchi contro il clero erano fierissimi, e più pericolosi assai di quelli di Poggio e degli altri eruditi, perchè questi si valevano del frizzo, il Valla, invece, della critica. Per tutte queste ragioni si levò un gran rumore contro di lui, e fu subito accusato d'eretico, d'epicureo e profanatore d'ogni cosa sacra. Nè gli valse difendersi col dire che il vero piacere, la vera felicità eran per lui la beatitudine divina; perchè gli venivan gettate in viso le frasi più aggressive e audaci della sua opera, ricordati i fatti più immorali della sua vita, che prestava il fianco a molti attacchi.

Dopo aver insegnato in varie città, il Valla si trova dal 1435 al '42 presso Alfonso d'Aragona, ne è fatto segretario nel '37, e lo accompagnò nelle imprese militari, che poi portarono quel principe al trono di Napoli.[114] Nel '44 egli era a Roma, ma dovette fuggirne, ricoverandosi di nuovo a Napoli, per le persecuzioni minacciategli a causa d'uno scritto da lui composto nel 1440: De falso credita et ementita Constantini donatione.[115] Il Valla sosteneva in esso che la donazione di Costantino non era stata mai fatta, non poteva farsi, e che l'originale del preteso documento non fu mai visto. Esaminando poi con la critica il linguaggio del documento, ne provava la falsità, dimostrando che non aveva il carattere del latino del tempo. Dopo di che attaccava fieramente la simonia del clero, osando dichiarare che il Papa non aveva il diritto di governare nè il mondo, nè Roma; che il dominio temporale aveva rovinato la Chiesa e privato della libertà i Romani; minacciava poi d'incitarli anche a sollevarsi contro la tirannìa d'Eugenio IV e contro i Papi in genere, che di pastori s'eran fatti ladri e lupi. Quando pure, egli concludeva, la donazione fosse vera, sarebbe nulla, perchè Costantino non poteva farla: in ogni caso i delitti dei Papi l'avrebbero già annullata. E sperava, egli concludeva, di vivere abbastanza per vederli costretti a tornare pastori col solo potere spirituale. — Veramente, già durante il Concilio di Basilea, il Cusano ed il Piccolomini avevano sostenuta la falsità della donazione, con argomenti che si trovano anche nel Valla.[116] Ma a lui più che ad altri si deve la demolizione del falso documento, il che potè fare con la sua critica mordace, e con l'impeto della sua eloquenza ciceroniana. Inoltre, come abbiam detto, egli non si fermava ad un esame letterario e teoretico del documento, ma voleva addirittura abbattere il potere temporale, minacciando di invitare le popolazioni ad insorgere. Non si trattava più d'una semplice disputa teologica o storica; ma era la prima volta che un erudito già celebre, dopo avere ampiamente esposta la questione critica, la rendeva popolare e le dava una pratica applicazione. Allora Alfonso d'Aragona trovavasi in guerra con Eugenio IV, ed il Valla, pigliando le parti del suo protettore, poteva dare libero corso alla sua eloquenza. Attaccato da preti e da frati, egli che combatteva come sotto una fortezza, raddoppiò i colpi con altri scritti. In questi sostenne non esser vera la lettera di Abgaro a Gesù Cristo, pubblicata da Eusebio; che il Simbolo non era stato composto dagli Apostoli, ma dal Concilio di Nicea. E prima aveva già notati molti errori della Volgata, raccogliendoli in un libro d'annotazioni, che Erasmo di Rotterdam ripubblicò più tardi con una lettera di elogio e difesa.[117] Questi scritti e queste dispute lo fecero chiamare dinanzi all'Inquisizione in Napoli; ma egli, sicuro dell'appoggio del Re, si difese in parte col sarcasmo, in parte dichiarando che rispettava i domini della Chiesa, i quali non avevano da far nulla colla storia, colla filosofia e la filologia. Quanto alla donazione di Costantino, non ne fu parlato, per non risollevare una questione troppo spinosa.

Liberato da tale pericolo, continuò le sue lezioni all'Università, e attaccò dispute letterarie con Bartolommeo Fazio e Antonio Panormita, contro i quali scrisse quattro libri d'invettive.[118] Ma insieme con questi lavori pubblicò altre opere storiche, filosofiche e filologiche, dettate sempre col medesimo spirito critico ed indipendente, e fra di esse vanno principalmente notate le Elegantiae e la Dialectica. Le prime[119] ebbero subito una grande popolarità, perchè il Valla in esse fece prova di tutta la sua maestria nel latino classico, che scriveva con eleganza e vigore. Dimostrò anche una conoscenza assai profonda, per quel tempo, delle teorie grammaticali; ma, quel che è più, passava insensibilmente dalle questioni filologiche alle filosofiche. Il linguaggio, egli diceva, è formato secondo le leggi del pensiero, per il che la grammatica e la retorica si basano sulla dialettica, di cui sono il complemento e l'applicazione. Anche di quest'opera si occupò Erasmo di Rotterdam, facendone un sunto che pubblicò.[120] In essa ed in quella De Voluptate et vero bono, si vede tutta quanta l'originalità dell'autore, ed il passaggio dalla erudizione alla critica ed alla filosofia. La Dialectica, lavoro esclusivamente filosofico, ha un merito assai inferiore alle Elegantiae, ma sostiene anch'essa il medesimo concetto, che il vero studio del pensiero si debba, cioè, fare collo studio del linguaggio.[121]

In mezzo a queste battaglie ed a questa attività letteraria, protetto da un re splendido come Alfonso, in una città che per gli studî filosofici ebbe sempre singolare attitudine, il Valla poteva esser contento. Pure egli mirava a Roma, perchè colà era il gran centro dei letterati, e perchè il suo stato presente non era punto sicuro. Il Re poteva conciliarsi col Papa, poteva succedergli il figlio, e le cose sarebbero subito mutate. Infatti, non andò guari che gli Aragonesi tornarono d'accordo coi Papi, ed il Valla dovè pensare ai casi suoi. Colla disinvoltura propria degli eruditi, si decise allora a mutare strada. Cominciò collo scrivere lettere ad alcuni cardinali, dicendo che non era stato mosso da odio ai Papi; ma da amore alla verità, alla religione, alla gloria. Se la sua opera veniva dagli uomini, sarebbe caduta da sè stessa; se veniva da Dio, nessuno avrebbe potuto abbatterla. Del resto, e qui era per lui il punto importante, se con qualche opuscolo aveva potuto far molto male alla Chiesa, dovevano riconoscere che egli era in grado di fare ad essa altrettanto bene. Ma tutto ciò non bastava ancora a calmare Eugenio IV, ed il Valla scrisse addirittura la sua Apologia, indirizzandola al Papa, cui prometteva di ritrattarsi.[122] In essa respingeva le accuse d'eresia, che «l'invidia dei nemici gli aveva scagliate contro,» e conchiudeva: «Se non peccai, restituisci la mia fama nel pristino suo stato; se peccai, perdonami.»

Ma neppure con ciò ottenne il resultato voluto. Solamente dopo la elezione di Niccolò V, egli venne chiamato a Borna (1448), dove fu adoperato a far traduzioni dal greco. Più tardi insegnò nella Università romana, e così fra le lezioni, le traduzioni e le dispute letterarie col Trapezunzio e con Poggio, passò la sua vita, senza occuparsi punto di questioni religiose. Sotto Calisto III arrivò ad essere segretario nella Curia ed anche canonico di San Giovanni Laterano, dove venne finalmente sepolto quest'uomo, che era stato di poco carattere e di costumi corrotti, ma di grandissimo ingegno letterario, critico e filosofico, il novatore e pensatore più originale fra tutti gli eruditi. Cessò di vivere il dì 1º agosto 1457.[123]

Trovavasi allora in Roma un altro erudito di molto ingegno, e questi era Flavio Biondo o Biondo Flavio, secondo altri. Nato a Forlì nel 1388, segretario di Eugenio IV, di Niccolò V, di Calisto III e di Pio II, fu da tutti adoperato e da tutti trascurato, a segno tale che qualche volta indagò se poteva altrove provveder meglio alla sua miseria. Eppure aveva servito Eugenio IV, nella prospera e nell'avversa fortuna, con una fedeltà a tutta prova, e gli dedicò qualcuno de' suoi importanti lavori. Lo stesso fece con Niccolò V, che era il Mecenate di tutti gli eruditi; con Pio II, che si valse delle opere di lui, anzi ne compendiò una, per aggiungervi il bello stile che vi mancava. Questa era la gran colpa del Biondo, e questa lo fece restar quasi oscuro in mezzo agli umanisti, molti dei quali non erano degni neppure di stargli accanto. Egli non conosceva il greco, non era elegante latinista, non era adulatore, non scriveva invettive: una sola disputa ebbe col Bruni, che fu tutta letteraria e scientifica, sull'origine della lingua italiana, senza alcuna personalità. Le sue Epistole non contengono motti nè frasi eleganti, non furono quindi mai raccolte, e nessuno scrisse la biografia di lui. Pure fu uno dei più intemerati caratteri, dei più nobili ingegni in quel secolo, e le sue opere hanno un acume di critica storica, che non si trova in alcuno de' contemporanei, eccettuato forse Leonardo Aretino. Il primo lavoro del Biondo, dedicato ad Eugenio IV, ed intitolato Roma instaurata, è una descrizione di Roma pagana e cristiana, e de' suoi monumenti. In essa abbiamo il primo tentativo serio d'una topografia compiuta della Città Eterna: l'autore apre la via ad una scientifica restaurazione dei monumenti, valendosi degli scrittori con critica singolarissima. Ma, quel che è anche più notevole in un umanista, l'antichità classica non gli fa punto dimenticare i tempi cristiani: io non sono, egli dice, di coloro che, per la Roma dei Consoli, dimenticano la Roma di S. Pietro. E così la sua erudizione fu più universale e profonda, s'estese al Medio Evo ed al suo tempo. La seconda sua opera fu l'Italia illustrata, scritta ad istanza d'Alfonso d'Aragona, e dedicata a Niccolò V. In essa egli descrive l'Italia antica, determinandone le varie regioni, dando una enumerazione delle principali città, con ricerche sui loro monumenti, sulla loro storia antica e moderna, sugli uomini più famosi. La terza opera, dedicata a Pio II, fu la Roma triumphans, in cui propose di esporre la costituzione, i costumi, la religione dei Romani antichi, e fece così il primo Manuale di antichità. Finalmente, oltre ad un libro De Origine et gestis Venetorum, egli scrisse una storia della decadenza dell'Impero romano, Historiarum ab inclinatione Romanorum, etc., lavoro di vasta mole, del quale però abbiamo solamente le tre prime Decadi, ed il principio della quarta. Essa doveva arrivare fino ai tempi dell'autore; ma nello stato in cui si trova, è pure la prima storia universale del Medio Evo, che sia degna d'un tal nome. Ed è singolare il vedere come il Biondo ricorra alle sorgenti, e distingua i narratori contemporanei dai posteriori, paragonandoli fra di loro. Con quest'opera la storia comincia a divenire una scienza, e la critica storica è già nata. Noi avremo occasione di riparlarne, quando dovremo osservare che il Machiavelli se ne valse molto nel primo libro delle sue Istorie, qualche volta traducendo addirittura. Ed anche Pio II ne riconobbe tutta l'importanza, facendo di essa un compendio, per cercare di darle la forma classica. E si valse molto anche d'altre opere del Biondo, che pur lasciò morire povero e quasi oscuro (1463).[124]

Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare, è appunto Enea Silvio de' Piccolomini, che successe a Niccolò V col nome di Pio II (1458-64). Noi lo vedemmo già al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; più tardi lo vedemmo nella cancelleria imperiale, dove restò lunghi anni, e mutò le sue opinioni, divenendo sostenitore dell'autorità papale contro le idee del Concilio, già prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini però, massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilità e semplicità, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ciò quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea disinvoltura che risultava principalmente dalle qualità pratiche del suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ciò da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze dell'antichità. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a far prova di stile, ed a citare esempî cavati dagli antichi, raccontava fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato. Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui era; e così vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale, disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantità enorme; un padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due paesi, ricevendo da ciò la loro principale importanza storica.

Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente, l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma la vivacità, prontezza e spontaneità dell'uomo di lettere e di mondo arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo lato, attribuire una propria originalità. Egli non era un filosofo che avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichità, che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana. In ciò per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma più pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria esperienza. Non riuscì mai a scrivere veri trattati scientifici, ma ciò che in tutte le sue opere più ferma la nostra attenzione, è sempre la descrizione dei paesi e dei costumi. Così, se scrive De curialium miseriis,[125] la parte più notevole del libro è quella che narra la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.[126] In altre delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato, scene della natura, costumi, istituzioni. Questo è ciò che si presenta a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta a noi. Non è un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura è sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli, a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella campagna, che tanto ammirava, e così bene descriveva. La forma e la varietà della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine filologica dei nomi, la diversità dei costumi, nulla gli sfugge, tutto vede coordinato in unità. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi, i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche degli abitanti. La descrizione di Vienna è tanto vera, che qualche volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle Guide più recenti di quella città.[127] La sua grandezza, il numero degli abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie, la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia, tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna serba ancora oggi.[128] Qui non è un dotto che scrive, è un semplice viaggiatore costretto dalla propria curiosità ad osservare e fare osservar tutto. Il Piccolomini è l'uomo del suo tempo; le sue qualità sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto più facilmente, quanto minore è la sua individuale originalità. Egli visse, è ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo, e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione, col metodo sperimentale.

È facile comprendere che le opere storiche e geografiche del Piccolomini sono le più importanti; che in esse il merito principale si trova là dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia, geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando però con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore, la credibilità delle opere loro, perchè la critica era penetrata nel sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa dalla memoria e da appunti in cui registrava ciò che vedeva, leggeva o sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilità e mutabilità di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudizî diversissimi sopra lo stesso soggetto, perchè scriveva sempre sotto l'impressione del momento. Ma ciò appunto cresce la spontaneità de' suoi scritti, e ci permette di leggere nella mutabilità delle opinioni, la storia del suo spirito.

Meditò lungamente una specie di Cosmos, in cui voleva scrivere la geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua Europa è un frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la geografia è come il sostrato della storia. Egli ragionò con disordine e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso di memoria, come era suo costume. Più tardi scrisse la geografia dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla bocca dello stesso viaggiatore.[129] L'ultima e più importante opera del Piccolomini è la sua autobiografia, che egli scrisse quando era già Papa, chiamandola Commentarii, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono è ben vero dei brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perciò dànno una più giusta idea delle qualità intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme riuniti, i varî e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito, poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.[130] Qui sono quelle descrizioni, cui accennammo più sopra, della Campagna romana, di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito, ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perchè non ha un carattere ed una personalità propria, non impone mai un colore subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi Commentarii vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.[131]

Ciò che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Città Eterna fu sempre un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e fra poco potrà dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo parlato, non vivevano più, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto assai meno pel suo ingegno che per la singolarità del suo carattere, ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse, quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest. Valete. Preso d'un amore entusiasta per l'antichità romana, menava una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Università, dove l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in presenza di essi così esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in verso ed in prosa.[132] Qui si parlava di repubblica e di paganesimo; qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu rimandato a Roma, dove si salvò, sottomettendosi e chiedendo perdono, cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ciò che pensavano e sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.[133] E così potè sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire l'Accademia, che durò fino al sacco di Roma nel 1527.[134] Morì nel 1498, in età di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblicò varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichità di Roma; ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta data allo studio.

Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina. Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo piegò, ma si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli[135] chiunque sparlasse di lui, e tutto ciò avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia del potere temporale, egli si vendicò nelle sue Vite dei Papi, descrivendo Paolo II, come il più crudele dei tiranni, che si dilettava a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto perciò un vero «toro di Falaride». Avendo le biografie del Platina avuto una grande popolarità, Paolo II passò ai posteri come un mostro, e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna però convenire che egli tentò un'impresa difficilissima, alla quale neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e d'ingegno, e riuscì la prima volta a cavare dalle favolose cronache del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono volentieri, perchè l'autore cercava sinceramente la verità storica, quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi, l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando però non lo acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio. Egli morì nel 1481, in età di 61 anno.[136]

A Roma, accorrevano anche allora, come già notammo, non solo Italiani, ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz, Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di Faust e Schöffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense difficoltà, perchè in Italia la passione degli antichi codici era tale, che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse rapidamente, e prima del 1490 si stampava già in più di trenta delle nostre città.

Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno dei pensatori più illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticità della donazione di Costantino, ma non combattè il potere temporale dei Papi. Più tardi mutò alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorità d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalità, panteista, ed in ciò vero precursore di Giordano Bruno, più che erudito fu un vero pensatore.[137] Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro straniero, Giovanni Müller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e morì a Roma nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece più tardi esclamare all'Argiropulo, professore nell'Università di Roma, che le Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.[138] Colà infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava già i suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto, illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era più che mai l'antica madre del sapere.

Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi, all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV aprì la Vaticana al pubblico, e compiè molte costruzioni importanti nella Città. Nè, per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ciò che era antico, si spense nel popolo, come prova un fatto seguìto appunto in quegli anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori, scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella, avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una «formosa e pulita giovane,» Julia filia Claudi, secondo l'iscrizione, che alcuni pretendevano avervi letta: «era adornata sua trezza bionda da molte e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate cum una bendella di seta verde.»[139] Altri scrivevano invece che i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere; la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ciò provava «quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali, ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto ogni suo inzegno.»[140] Si disse che i muratori erano fuggiti con le gioie ritrovate; certo è che, quando il cadavere venne portato in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a ventimila persone, andò in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato, con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni modo, ciò che destava così grande entusiasmo era la convinzione allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una società che s'andava allontanando. Una dura realtà apparecchiava nuove e ben più tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni cosa doveva andare a rovina in Italia.

4. — MILANO E FRANCESCO FILELFO.

Dopo di Firenze e Roma, le altre città italiane hanno assai minore importanza per la storia delle lettere. Anche nelle repubbliche come Genova e Venezia, esse fiorirono più tardi assai che in Toscana. Napoli era stata troppo lungamente in una quasi anarchia, ed a Milano poco si poteva sperare sotto un mostro come Filippo Maria Visconti, un capitano di ventura come Francesco Sforza, o un giovane dissoluto e crudele come il figlio di lui, Galeazzo Maria. Eppure tali erano allora le condizioni dello spirito italiano, che nessuno poteva o sapeva allontanarsi affatto dagli studi, e dal proteggere gli studiosi. Lo stesso Visconti sentiva il bisogno di leggere Dante ed il Petrarca, e cercava d'avere intorno a sè alcuni dotti. Era però difficile trovare chi a lungo volesse rimanere presso di lui. Il Panormita, uomo assai poco scrupoloso, non fu trattenuto neppure da un soldo di 800 zecchini, ed andò via a cercare fortuna altrove. L'uomo fatto proprio per quella Corte era solo Francesco Filelfo da Tolentino, che vi trovò un sicuro asilo donde insultare da lontano i suoi nemici, e vivere adulando o vendendo la propria penna. Costui si credeva ed era generalmente creduto uno dei più grandi ingegni del secolo; ma, privo invece d'ogni vera originalità, aveva una dottrina assai confusa ed incerta. Mandato dalla repubblica veneziana ambasciatore a Costantinopoli, dove sposò la figlia del suo maestro di greco, Emanuele Crisolora, tornò in Italia nel 1427, in età di 29 anni. Portò molti manoscritti, parlava e scriveva greco, aveva una grande facilità nel compor versi latini, e ciò bastava allora a farlo subito giudicare uomo straordinario. La sua immensa vanità, il suo carattere irrequieto fecero il resto. Chiamato ad insegnare nello Studio fiorentino, scrisse subito a tutti che aveva avuto felicissimo successo: «perfino le nobili matrone, egli diceva, mi cedono il passo nella via!» Ben presto però fu in guerra con tutti; divenne aspro nemico dei Medici, e si unì a coloro che volevano uccidere Cosimo, quando era ancora prigioniero in Palazzo Vecchio;[141] finalmente dovette fuggirsene a Siena, dove corse pericolo d'essere ammazzato da uno che egli credè sicario dei Medici. Intanto a Firenze era processato e condannato come cospiratore contro la vita di Cosimo, di Carlo Marsuppini e d'altri.

A Siena scrisse le sue Satire oscene contro Poggio; più tardi lo troviamo a Milano, dove riceve uno stipendio di 700 zecchini l'anno, e la casa; esalta la virtù e sopra tutto la liberalità del suo «divino principe,» Filippo Maria Visconti, quel tiranno cui non sarebbe facile trovar l'eguale in perfidia e crudeltà. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica Ambrosiana a Milano, lodò i nuovi Padri Coscritti; poi fece parte della deputazione che andò a portare le chiavi di Milano a Francesco Sforza, in onore del quale scrisse il suo gran poema, La Sforziade.

Autore fecondo di biografie, satire, epistole, la sua eloquenza somigliava, come disse il Giovio, ad un fiume non contenuto da argini, che straripa ed intorbida ogni cosa. Pure egli si teneva il dispensatore della immortalità, della fama e dell'infamia. Quando dovè scrivere in italiano un comento al Petrarca, deplorava l'avvilimento cui era condotta la sua epica musa. A vendere però i suoi versi latini e le sue lodi al maggiore offerente era sempre pronto, e non si vergognava.

Le sue opere principali, oltre le Satire, furono due, e restarono inedite, senza gran danno delle lettere. La prima, intitolata De Iocis et seriis, è una raccolta d'epigrammi, divisa in dieci libri, ognuno di mille versi, secondo la retorica, artificiosa sempre, dell'autore. Piena di facezie, d'insulti osceni e poco poetici, sembra avere per unico scopo dimostrare la facilità dell'autore nello scrivere versi, e guadagnar danari con basse adulazioni o più basse ingiurie. Ora è la figlia che non ha dote, o le vesti di lei sono lacere; ora la musa del Filelfo tace per mancanza di danari, ed egli supplica, tra minaccioso ed umile, per averne.[142] Il 18 giugno 1459, quando lavorava a quest'opera, egli scrisse al cardinal Bessarione: «Ora che sono libero dalla febbre, vengo a soddisfare il mio debito verso di voi e verso il Santo Padre Pio II, cioè a scriver dei versi ricevendo in cambio danaro.»[143]

Nè diversamente si condusse, quando scriveva l'altra sua opera, del pari inedita, La Sforziade, in 24 canti, dei quali si trovano nelle biblioteche solo dieci. Essa pretende di essere un poema epico sulle imprese dello Sforza, a cominciare dalla morte di Filippo Maria Visconti. In versi sempre facili, che imitano Virgilio e più spesso Ovidio, l'autore esalta fino alle stelle tutte le azioni, le perfidie stesse del suo eroe. Gli Dei dell'Olimpo, qualche volta anche Sant'Ambrogio o altri santi cristiani, sono i veri attori di questo dramma; ma essi restano sempre mere astrazioni, e riescono solo a togliere ogni personalità all'eroe del poema. La vera poesia manca sempre, ed il Filelfo ha più ragione che non crede, quando dichiara che la musa davvero ispiratrice è per lui il danaro. Quando doveva chiamar sulla scena qualche nuovo personaggio allora vivente, cominciava subito a patteggiare. Guai a chi non lo pagava! E così riceveva danari, commestibili, cavalli, vesti, ogni cosa. Diceva di esser povero e di aver fame, quando viveva nel lusso con sei persone di servizio e sei cavalli. Deplorava la miseria in cui era, secondo lui, tenuta la sua musa immortale; si vergognava di stentare, ma non di pitoccare. E tutti gli davano ascolto, perchè temevano i suoi versi. Perfino Maometto II liberò dalla prigionìa la suocera e la cognata del Filelfo, quando questi gli mandò un'ode ed una lettera in greco, che diceva: «Io sono uno di coloro i quali, celebrando con la eloquenza i fatti illustri, rendono immortali coloro che di natura sono mortali, ed ho intrapreso a narrare le vostre gesta gloriose, che, per le colpe dei Latini e la volontà di Dio, vi hanno dato la vittoria.»[144] Una eguale condotta tenne nello scrivere le Satire, che furono cento, divise in dieci decadi, e ogni satira essendo di 100 versi, era da lui chiamata Hecatostica.

Di Roma non fu molto contento il Filelfo. Ebbe da Niccolò V, è ben vero, un dono di 500 ducati d'oro, quando gli lesse le Satire; fu colmato di gentilezze; gli fu dato l'incarico di tradurre Omero con l'offerta di lauto stipendio, di donativi, casa e altro ancora, se accettava. Ma egli ricusò tutto, avendo altre mire. Dopo la morte della sua prima moglie aveva fatto capire che sarebbe andato a Roma, quando gli avessero dato prima o poi un cappello cardinalizio, e ripetette la stessa dichiarazione dopo la morte della seconda moglie. Non essendo riuscito nell'intento, prese una terza moglie, e respinse per sempre ogni invito. Morto lo Sforza, però, tutto mutò per lui; egli cadde nella miseria, e dovè raccomandarsi a Lorenzo dei Medici, che lo richiamò allo Studio in Firenze, dove, arrivato in età di 83 anni, nel 1481, esausto di danari e di forze, dopo poco morì. Il Filelfo fu un esempio di quel che potevano allora una grande memoria, una grande facilità nello scrivere o parlare varie lingue, una grandissima petulanza e superbia, senza carattere, senza moralità e senza originalità.[145]

Egli non fu certamente il solo erudito a Milano. Al tempo di Francesco Sforza vi troviamo, come già si disse, Cicco Simonetta, segretario dottissimo; Giovanni fratello di lui e storiografo del Duca, di cui narrò le vicende dal 1423 al '66, in una storia che non è senza pregio, perchè egli descriveva ciò che aveva veduto; Guiniforte Barsizza, maestro dei due figli del Duca, Galeazzo Maria e Ippolita divenuta celebre pei suoi discorsi latini.[146] Battista Sforza, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro e fratello di Francesco, anch'ella celebre pei suoi discorsi latini,[147] fu del pari educata in questa Corte. Ma tutto ciò non basta per dare a Milano un valore suo proprio nella storia dell'erudizione.

5. — GLI ERUDITI A NAPOLI.

Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune, seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandonò con singolare rapidità il suo carattere nazionale, per divenire affatto italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti; cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati, pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.[148] Tito Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici, volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia. Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria di Ovidio, e subito si fermò abbandonandosi ad esclamazioni di gioia: il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed imitando in tutto un trionfo romano.

Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de' Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito la sua Historia Alphonsi, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno, fecegli il dono di altri 1500, dicendo: «con ciò non intendo pagare la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo.»[149] Quando invitò il Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: «dividerò con voi il mio ultimo pane.»

Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394, egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di Hermaphroditus, è una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo, la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo. Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato, e l'Ermafrodito fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso, non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi Dicta et facta Alphonsi, ricevendone in premio mille ducati; poi, Alphonsi regis triumphus, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile; ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano; ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella storia delle nostre lettere.

6. — I MINORI STATI ITALIANI.

Se noi ci volgiamo alle piccole città ed ai minori Stati d'Italia, vi troviamo la società sottoposta ad un numero così grande di scosse continue e violenti, lacerata da tanti e così sanguinosi delitti, che riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati. Quando si trattava di città come Ferrara o Bologna, la posizione strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende. Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva almeno più facilmente a salvare lo Stato. Ma là dove simili aiuti mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi, simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai nella città ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia, con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della città furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano «carne di cristiani.»[151] Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a Perugia la più nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra: era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in Italia.

Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli tiranni, e fra i più singolari. Capitano di ventura rinomato, quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostrò più volte un vero mostro di crudeltà. Respinse la sua prima sposa, dopo averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazzò per gelosia o vendetta; amò per altro con ardore fino alla morte la sua concubina Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:

Porto le corna ch'ogn'uno le vede, E tal le porta che non se lo crede.

Negava Iddio, negava l'immortalità dell'anima, e quando arrivavano le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa, fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.[152] Eppure anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali donò terre, ad altri assegnò stipendî; e nel suo castello, Arx Sismundea, essi lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, Divae Isottae sacrum, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui lavorò Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riuscì uno dei più eleganti, dei più belli edifizî del Rinascimento, porta in fronte il nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta). Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e lo bruciò in effigie, scrisse, che egli «conosceva le istorie, aveva una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva.»[153]

A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto. Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere. Più di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse. I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del bastardo Niccolò III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito, ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobiltà, con ogni arte di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di questo bastardo, Lionello e Borso. Più tardi Ercole, figlio legittimo di Niccolò III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E così si continuò anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perchè lodati dalla donna che corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male eseguita, e dètte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte, perchè Giulio, che era restato con un occhio solo, cospirò insieme con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,[154] marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivelò la trama (1506), e i due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante morì, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso II (1559).

Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso, che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel Medio Evo essa era stata città longobarda, feudale e cavalleresca, e non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle città d'Italia per lettere e cultura più fiorenti. I disordini della Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale, sembrava che di rado turbassero la città. Costruita secondo un disegno prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi. Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando l'erudizione a Ferrara, dove così vive erano le tradizioni feudali e cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dètte poi l'Orlando Innamorato, l'Orlando Furioso e tanti altri lavori, di cui la fama non perirà mai.[155]

Nato nel 1370 imparò il greco a Costantinopoli, di dove tornò con una ricca mèsse di codici, che gli erano così cari da far generalmente prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per averne perduto buona parte in un naufragio.[156] Insegnò prima a Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel quale infuse la sua dottrina e i suoi principî educativi. Chiamato nel 1424 da Niccolò III, per esser maestro di Lionello e professore nell'Università, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone, Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e più di cinquanta orazioni. Il merito principale di lui sta più che altro nel suo nobile carattere e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalità, e da cui ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari, dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti più dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente più di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,[157] sebbene Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura. Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dètte agli studî in Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana. Egli continuò a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte, avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua età, quando spirò fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.

I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti, non commisero mai quei delitti che resero così sanguinosa la storia degli Este. La loro Corte, è vero, fu assai splendida solamente nel secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso, massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo XV Mantova fu illustrata dalla dimora colà di Vittorino Rambaldoni da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il più illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco Gonzaga, che gli dètte un lauto stipendio ed un locale, fondò in esso il suo celebre convitto, che prese il nome di Casa gioiosa, o semplicemente Gioiosa. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni principî pedagogici; ma il vero è che l'edilizio in cui fu messo il convitto aveva già prima il nome di Zoiosa.[158] Vi s'insegnavano le lingue classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno, la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il carattere. E ciò potette riuscirgli principalmente perchè egli era un uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola, era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.[159] I buoni frutti della Casa gioiosa si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacchè per lungo tempo si riconobbero gli alunni di Vittorino da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione di quei tempi.

Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono, leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente per la sua capacità strategica, per la disciplina de' suoi soldati, e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia. Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo, lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole, fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini dell'Asia Minore.[160] Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere più splendida la città e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei più celebri in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto squisito. Vi teneva più centinaia di persone, a ciascuna delle quali affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,[161] occupando per quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed altrove.[162] Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo in parte il concetto del Parentucelli,[163] ma cercando d'abbracciare tutto quanto lo scibile antico e moderno.[164] Così riuscì allora una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri, da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto, ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva agli esercizî militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui ne seguirono le tradizioni.[165] Non si può dire che Urbino dèsse uno straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si può ben dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una città esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che vale per tutti.

7. — L'ACCADEMIA PLATONICA.

Gli scrittori fino ad ora notati vissero, lo abbiamo già detto, in mezzo ad una moltitudine di altri, i cui nomi, celebri al loro tempo, andarono a poco a poco più o meno dimenticati. Non v'è stato invero un secolo che abbia dato luogo nella storia ad una così grande ecatombe di supposte celebrità, come il secolo XV. E ciò si spiega facilmente, perchè allora vi fu un doppio lavoro. Da un lato, volendo far rinascere l'antichità, sì dètte opera ad una imitazione e riproduzione assai spesso meccanica del passato, alla quale cooperarono coloro che sono stati poi dimenticati; dall'altro si ottenne un resultato nuovo ed inaspettato, che fu l'opera d'un numero assai minore di dotti, i cui nomi la storia deve più specialmente ricordare. E questo doppio ordine di fatti e di uomini si ritrova in quasi tutta la cultura del Rinascimento, nella filosofia non meno che nelle lettere. La filosofia sembra avere una grandissima e generale importanza fra gli eruditi; ma la più parte di essi avevano solo cavato dagli antichi scrittori un florilegio di frasi sulla gloria, sull'amicizia, sul disprezzo della morte, sul Sommo Bene, sulla felicità, la virtù, e le ripetevano sempre, senza che valessero mai a dirigere in qualche modo le loro azioni, nè a formare le loro convinzioni. In quelle frasi noi vediamo di continuo una strana mescolanza di Paganesimo e di Cristianesimo, che si trovano accanto ed in contradizione fra loro, senza che di ciò lo scrittore si occupi punto. Ben presto però si manifesta il bisogno di trovare alla vita umana un fondamento razionale, filosofico, il quale valga a spiegare ad un tempo la virtù pagana e la cristiana, facendo scomparire la troppo visibile contradizione. Allora incominciò il lavoro più o meno originale, iniziato dai neoplatonici e dall'Accademia che essi fondarono in Firenze.

Gli esuli greci non contribuirono tanto alla diffusione fra noi della loro lingua, che già s'era cominciata a studiare in Italia, e molto meno poi della erudizione letteraria assai fiorente prima del loro arrivo, quanto a rivolgere l'erudizione stessa verso lo studio dei filosofi antichi. La prima origine del platonismo o, per meglio dire, del neoplatonismo in Italia, si deve infatti a Giorgio Gemisto, soprannominato Pletone, per l'ammirazione che professava a Platone. Nato nel Peloponneso, secondo alcuni, secondo altri solo rifugiato colà da Costantinopoli, egli era il più dotto e autorevole di quanti Greci vennero al Concilio fiorentino. Ed era poi così convinto, anzi entusiasta del platonismo, che s'aspettava da esso anche un rinnovamento religioso. Ciò fece dire ai detrattori di lui, che voleva far rivivere il Paganesimo; ma stando ai suoi scritti, a quelli dei seguaci, ed a ciò che risultò veramente dalle sue dottrine, è più giusto il dire, essere egli convinto che il Cristianesimo avrebbe trovato nuova conferma nella filosofia di Platone, e poteva perciò, sotto altra forma e, secondo lui, più razionale, essere rinnovato. Esaminando le differenze che passano tra la filosofia platonica e l'aristotelica, in un opuscolo che divenne assai celebre,[166] egli dava, come è facile immaginare, la preferenza alla prima, e riduceva tutta la controversia ad una sola questione. I due grandi filosofi ammettono, egli diceva, che la natura operi, non a caso, ma secondo un fine. Aristotele però sostiene che a questo fine si giunge inconsapevolmente, non consulto; Platone invece sostiene più giustamente, che la natura è razionale, è consapevole, consulto agit: la sua è un'arte divina, perchè è Dio che opera in essa.[167] Un'ardentissima disputa sorse intorno a siffatta questione, la quale può sembrare a noi di nessuna importanza, ma ne aveva allora una grandissima. Per essa infatti s'apriva la via al panteismo, ed il concetto del Dio personale, che presso gli Ebrei era stato solo un Dio onnipotente, che nel Cristianesimo era divenuto il Dio padre dei credenti, si trasformava fra noi nel concetto dell'Assoluto filosofico.[168] Gli eruditi greci e italiani, senza rendersi chiara ragione di ciò che facevano, presentivano pure l'importanza grandissima della questione, e però si fermavano tanto intorno ad essa.

Giorgio Scolario e Teodoro Gaza, ambedue greci ed aristotelici, attaccarono fieramente Pletone col solito linguaggio plateale degli eruditi d'allora. Il cardinale Bessarione, volendo metter pace, si lasciò sfuggire che giudicava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio, il quale con più furore che mai si scagliò contro tutti, attaccando lo stesso Platone. Il Bessarione pubblicò allora un'opera voluminosa, In Calumniatorem Platonis, nella quale, pur respingendo gli attacchi di G. Trapezunzio, cercava colla sua facile e molto diffusa eloquenza latina, priva d'ogni originalità letteraria o filosofica, di conciliare tutte le opposte sentenze. Secondo lui Aristotele e Platone dicevano, in sostanza, la medesima cosa. Questa disputa agitata fra i Greci non ebbe una vera importanza filosofica, restando là dove l'aveva lasciata G. G. Pletone; ma richiamò la mente degl'italiani ad una parte dell'erudizione che avevano fin allora troppo trascurata, essendo stato lo studio da essi fatto sui filosofi greci più che altro letterario. G. G. Pletone intanto, senza perder tempo nel rispondere alle ingiurie, prima di tornarsene in patria, seppe infondere nell'animo di Cosimo de' Medici tanta ammirazione per le dottrine platoniche, che lo lasciò deliberato a dare ogni opera per propagarle in Italia, e ripristinare in essa l'antica Accademia.

Ad ottenere questo scopo, Cosimo col suo pratico buon senso, capì che bisognava cercare prima di tutto un uomo adatto, e credè di averlo trovato in un giovinetto che, nato nel 1433 da un medico di Figline, s'era dato a seguir con ardore gli studî del padre. — Tuo figlio, disse Cosimo, è nato a curare gli animi, non i corpi; — e lo accolse, in età di 18 anni, nella propria casa, destinandolo ad essere il futuro campione del platonismo. Questo giovane era Marsilio Ficino, il quale, messosi all'opera con grandissimo zelo, dopo cinque anni di studio, presentò un lavoro sulla filosofia platonica, fatto però solo con le traduzioni. Cosimo lodò molto l'operosità del suo protetto, e gli regalò una villetta presso Careggi, ma gli consigliò di studiare il greco per lavorare sulle fonti. E da quel tempo sino alla fine di sua vita, il Ficino non fece altro che studiare Platone ed i neoplatonici, scrivendo un gran numero di traduzioni e di trattati originali aggiungendo a ciò l'insegnamento che dava ai figli ed ai nipoti di Cosimo, più tardi anche ad una numerosa scolaresca nello Studio fiorentino.

Chi espone le opere del Ficino fa la storia del platonismo in Italia; chi narra la vita di lui fa la storia dell'Accademia Platonica. I suoi seguaci si contentarono di ripeterne le idee, e l'Accademia nacque e morì con lui. Essa non era veramente altro che, una riunione di amici e discepoli, i quali, protetti dai Medici, si radunavano intorno a lui, per discutere di filosofia platonica. Somigliava alle riunioni tenute già nella cella del Marsigli o del Traversari; se non che alle adunanze dell'Accademia, i Medici, specialmente Lorenzo, assistevano più spesso, con più ardore le promovevano, e le materie filosofiche che in esse si disputavano, ebbero un'eco assai più clamorosa in tutta Italia. Alcune delle adunanze si tennero di state nella foresta di Camaldoli; altre più solenni si tenevano ogni anno in Firenze, e nella villa dei Medici a Careggi, il giorno sette di novembre, che, secondo la tradizione alessandrina, era il giorno della nascita e della morte di Platone.[169] L'uso di celebrarlo con solennità, osservato fino ai tempi di Plotino e di Porfirio, veniva ora, dopo 1200 anni, così diceva il Ficino,[170] ripreso. Si cominciava con un desinare, a cui seguiva una disputa filosofica, che finiva generalmente con un'apoteosi e quasi un inno religioso al sommo maestro. Riunioni e dispute meno solenni si tenevano in molte occasioni diverse, ma sempre nello stesso modo familiare e libero.

Il nome di Accademia veniva solo dalle dottrine professate ad imitazione di quelle di Platone. Non aveva, per quanto sappiamo, proprî statuti o regolamenti. S'adunava di solito nella villetta del Ficino presso Careggi; la tenevano unita la sua persona, la sua dottrina, l'ardore de' suoi amici e discepoli.[171] Il che se da un lato la riduce a poca cosa come istituzione, da un altro ne accresce l'importanza storica, perchè la dimostra un prodotto naturale e spontaneo della società in cui nacque. Infatti, mutate appena le condizioni intellettuali e sociali che l'avevano creata, non fu più possibile mantenerla in vita. Essa procedette assai regolarmente fino al 1478; scoppiata allora la sanguinosa congiura dei Pazzi, e incominciate le persecuzioni, gli animi restarono turbati; mancò la tranquillità necessaria alle contemplazioni filosofiche, e le riunioni, già molto diradate, cessarono del tutto colla morte del Ficino. Quelle che si tennero dipoi negli Orti Oricellarî, alle quali assisteva anche il Machiavelli, avevano ben poco da fare col Platonismo, come dimostrano chiaro i suoi dialoghi Dell'Arte della Guerra, e le congiure che ivi si tramarono. Il nome di platoniche, che pure ebbero queste adunanze, si direbbe qualche volta un pretesto per nascondere il loro vero scopo. I tentativi fatti nel secolo XVII da Leopoldo de' Medici per ripristinare l'Accademia, appartengono ad un altro tempo, hanno altro significato, e ben poca importanza nella storia della scienza.[172]

Quasi tutti coloro che scrissero dell'Accademia Platonica e del Ficino, si fermarono a raccogliere minutamente aneddoti biografici e letterarî, cose tutte che hanno un valore assai secondario.[173] Importa invece moltissimo conoscere quale è il merito intrinseco delle dottrine, quale la ragione della grandissima popolarità che ebbero nel secolo XV, quale l'ingegno di coloro che le trovarono o propagarono. In verità, quando si guarda il numeroso elenco dei platonici che si raccolsero intorno al Ficino, reca meraviglia l'osservare che due soli meritano davvero qualche lode come scrittori di opere filosofiche. Uno di essi è Cristoforo Landino, il celebre commentatore di Dante e del Petrarca, ellenista reputato, professore nello Studio, autore delle Disputationes Camaldulenses,[174] nelle quali si dà lungo e minuto ragguaglio delle platoniche discussioni. L'altro è Leon Battista Alberti, sommo artista, poeta, prosatore, erudito, scienziato, uomo universale, precursore di Leonardo da Vinci per la prodigiosa varietà delle sue doti intellettuali. Ad essi s'univano altri minori: Donato Acciaioli, Antonio Canigiani, Naldo Naldi, Peregrino Agli, Alamanno Rinuccini, Giovanni Cavalcanti, che era l'amico più intimo del Ficino, ed altri molti. Pure fra tutti costoro, senza eccettuare neppure il Landino e l'Alberti non se ne trova uno solo che sia vero filosofo: ripetono sempre le stesse idee, e sono le idee del Ficino. Ben si può ricordare che Angelo Poliziano e Lorenzo de' Medici, ingegni certo eminenti, furono anch'essi dell'Accademia Platonica; ma tutti i loro scritti li dimostrano letterati e non filosofi. Pico della Mirandola venne solamente più tardi, neppur lui con originalità filosofica, a farsi propagatore delle idee del Ficino. Ma, pochi o molti, di che cosa parlavano, quali erano e che valore avevano queste dottrine, che trovavano tanti e così ardenti sostenitori?

La nostra meraviglia in vero cresce quanto più noi ci avviciniamo ad essi. Nelle sue Disputationes Camaldulenses il Landino ci rappresenta gli Accademici, durante la state del 1468[175] nel delizioso convento di Camaldoli, adunati colà per godere il fresco, e disputare di filosofia. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo fratello, Alamanno Rinuccini, Leon Battista Alberti allora venuto di Roma e Marsilio Ficino. Dopo aver sentito la messa, andavano all'ombra, sotto gli alberi della foresta, ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla vita attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai poco originali, doversi preferire la prima; Lorenzo de' Medici invece opponendogli che l'una e l'altra sono del pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene, ed abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo comento su Virgilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che nell'Eneide si trova nascosta tutta quanta la dottrina platonica e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa. E queste allegorie, le quali facevano dire ad Angelo Maria Bandini, nel riferirle, che i platonici gli sembravano spesso aver perduto la testa,[176] sono ciò su cui essi più di tutto insistono, quasi fosse parte sostanziale della filosofia.

Noi ci volgiamo ora a cercare i discorsi tenuti in uno dei più solenni desinari dell'Accademia, che fu dato nella villa di Careggi, il 7 novembre 1474,[177] per ordine di Lorenzo il Magnifico, sotto la presidenza di messer Francesco Bandini. Qui è lo stesso Ficino che ne stende la minuta narrazione.[178] Gl'invitati al banchetto, scelti dal Bandini furono nove, perchè nove erano le Muse: Antonio degli Agli vescovo di Fiesole, Marsilio Ficino e suo padre, C. Landino, Bernardo Nuzi, Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci, Carlo e Cristoforo Marsuppini. Finito il desinare, cominciò la lettura del Simposio di Platone, e i discorsi tenuti in casa di Agatone furono stranamente esposti dai convitati. Fedro dice nel Simposio, che l'amore ispira l'eroismo, è nato subito dopo del Caos e prima degli altri Dei, è ammirato da chiunque ammira la bellezza. E il Cavalcanti comenta: Iddio principio e fine di tutti i mondi crea gli angeli, che a loro volta formano per mezzo dell'anima universale, creata da Dio, le terze essenze. Queste sono le anime di tutte le cose, e quindi anche dei varî mondi, ai quali dànno vita, perchè il corpo è formato dall'anima. Quando il Caos incomincia a pigliar forma, sente appetito di bellezza, cioè amore; e perciò appunto, secondo Platone, l'amore precede gli altri Dei, i quali sono una cosa stessa cogli angeli. E qui il Cavalcanti comincia a dimostrare come gli angeli sono la stessa cosa che gli Dei antichi, e come le terze essenze sono le idee di Platone e le forme di Aristotele ad un tempo. Ma non si contenta di ciò, e continua dicendo che le terze essenze, create dagli angeli, divengono a loro volta anch'esse identiche agii antichi Dei; e neppure basta, anzi segue una tal confusione da non potere più tener dietro all'autore. Giove è il cielo, Saturno e Venere sono i due pianeti di questo nome; ma essi sono anche le terze essenze o le anime del cielo e dei due pianeti; sono le tre Divinità degli antichi, ed anche tre angeli; sono finalmente l'anima del mondo in quanto essa intende, muove e genera.[179] Ciò che risulta di più chiaro in mezzo a tanta confusione, si è che per gli accademici, Cristianesimo e Paganesimo debbono formare una sola e medesima cosa col Platonismo. L'allegoria è la chiave di vôlta di questo edifizio, o meglio artifizio, nel quale le cose non significano mai sè stesse, ma divengono geroglifici e simboli di altre; e siccome tutto ciò è arbitrario, così esse possono sempre significar tutto quel che si vuole.

Aristofane, uno degl'interlocutori, dice nel Simposio, che in origine v'erano tre sessi, uomini, donne e promiscui, cioè individui che, uomini e donne ad un tempo, avevano due teste, quattro mani, ecc. Questi esseri promiscui vollero lottare cogli Dei, e furono perciò divisi in due metà, una delle quali cerca sempre l'altra; quindi è che solo nella loro riunione possono gli amanti essere felici. Se però i mortali continuano nel proprio orgoglio, saranno puniti con una nuova divisione; e sarà curioso allora, prosegue Aristofane, vederli girare pel mondo come basso-rilievi, con mezza testa, con un occhio, una mano, un piede solamente. Il Landino, cui tocca comentare questo singolare discorso, non cerca l'origine della leggenda, nè la spiegazione mitologica di essa. L'anima, egli dice, fu creata da Dio integra, ornata di lume divino che guarda alle cose superiori, di lume naturale, ingenito che guarda alle inferiori. Ma l'uomo peccò di superbia, volle uguagliarsi a Dio, credendo che potesse bastargli il lume naturale, ingenito; il suo pensiero restò allora rivolto alle sole cose corporali, e la prima unità fu spezzata. Se continuerà nel suo orgoglio, affidandosi tutto al lume naturale, sarà punito di nuovo col perdere anche questo.[180] Ecco la facile spiegazione di tutto.

Ultimo a parlare fu Cristoforo Marsuppini, il quale concluse comentando il bellissimo discorso di Alcibiade, e le parole che questi, in fine del Simposio, rivolge a Socrate. Il comento è fatto dall'oratore, esponendo le idee di Guido Cavalcanti sull'amore, e parlando del divino furore, pel quale l'uomo, sorgendo al disopra della propria natura, in Deum transit. Per esso Iddio trae l'anima caduta nelle cose inferiori, nuovamente alle superiori. E tutto finisce con un elogio dell'amor socratico, ed un inno al divino Amore o sia allo Spirito Santo, che ha ispirato la discussione ed illuminato gli oratori platonici.[181]

Questi filosofi che vogliono avvicinare il Paganesimo ed il Cristianesimo, lo spirito e la materia, il divino e l'umano, Dio e il mondo, non riuscendo a trovare l'unità razionale di tutto ciò, riducono ogni cosa a simboli, a geroglifici. Eppure la grande popolarità e la immensa efficacia di questa filosofia sulla letteratura e sulla cultura del secolo, non può mettersi in dubbio da nessuno; non le si può quindi negare una grande importanza storica. E questa nasce da un nuovo modo di concepire il mondo, che apparisce chiaro abbastanza, anche in mezzo alla nebbia delle più strane allegorie. Pei platonici il mondo è divenuto il gran Cosmo fisico e morale, creato dall'amor divino, immagine del Dio che l'abita, e che essi risguardano non già come una persona vivente, ma come l'Unità suprema del tutto, lo Spirito universale, l'Assoluto. E questo concetto, per opera loro, penetra nella letteratura della seconda metà del secolo XV, la informa e ne determina il carattere. Quindi è chiaro che il Platonismo italiano, senza nessun grande valore scientifico, è pure un elemento importantissimo della nuova cultura.

Ma, per conoscerlo pienamente, è pur necessario fermarsi sulle opere di colui che seppe meglio formularlo ed insegnarlo. Marsilio Ficino ebbe una sconfinata ammirazione per tutta quanta la filosofia antica; lesse e volle assimilarsi Platone, Aristotele, i neoplatonici, ogni brano che trovava citato di Confucio, Zoroastro, ecc. Tutto ciò che essi dicono è sacro per lui, solamente perchè antico; e così i suoi scritti diventano una vasta congerie di elementi diversi, senza che egli ritrovi un vero principio dominatore ed organico, che possa valere a costituire un sistema, e dargli diritto al nome di filosofo originale. Le allegorie neoplatoniche, che G. Pletone e gli altri suoi connazionali portarono fra noi, sono il solo mezzo con cui egli sappia riunire i diversi elementi. Pure il Ficino si propose uno scopo assai notevole, che comincia a farci intravedere la sua importanza filosofica. In mezzo al trionfo dell'antichità pagana, egli vide che il Cristianesimo non poteva cadere; ma vide del pari che la sola autorità dei profeti, della Bibbia, della rivelazione non bastava più allora a sostenerlo e mantenerlo vivo negli animi. Bisognava dunque ricorrere alla ragione, a quella che era per lui la vera filosofia, cioè alla filosofia antica; ora fra i varî sistemi, quello che meglio di tutti si prestava allo scopo, era senza dubbio il Platonismo. Così nacque in lui il pensiero, e lo dichiara egli stesso, di fondare il Cristianesimo sulla dottrina platonica, di provare anzi che sono una sola e medesima cosa, e che l'uno è la conseguenza logica dell'altra. Questa dottrina parve allora una nuova rivelazione, ed è per essa che egli accendeva le candele innanzi a Platone, e lo adorava come santo. Nel suo libro Della Religione Cristiana, infatti, i più solidi argomenti che egli trovi a sostegno di essa, sono i responsi delle Sibille, i vaticinî che della venuta di Gesù Cristo fecero Virgilio, Platone, Plotino, Porfirio. La vita di Socrate è per lui un simbolo continuo della vita di Gesù, le dottrine dell'uno e dell'altro sono identiche. Così l'antichità veniva ribenedetta dal Cristianesimo, che a sua volta era dimostrato vero dall'antichità. Che cosa poteva avere maggiore importanza per gli eruditi del secolo XV? Il Ficino era così pieno, così entusiasta di queste sue idee, che qualche volta, più che l'inventore d'un nuovo sistema, sembrava credersi il fondatore d'una nuova religione.

Scrisse un gran numero di epistole, traduzioni e trattati in latino; ma il più grande e solido monumento alla sua fama fu la prima e, per molto tempo, la sola buona traduzione di tutte le opere di Platone. A questa lavorò indefessamente gran parte della vita, meditando anche un'opera che doveva raccogliere sistematicamente, in organica unità, le sue dottrine. Al quale proposito egli ci dice, che fu lungamente incerto se quest'opera dovesse essere una esposizione filosofica dell'antica religione pagana, ovvero una dimostrazione del Cristianesimo, fatta coll'aiuto dell'antica filosofia. Prevalse il secondo concetto; ma la nuova opera fu tuttavia intitolata Theologia Platonica, il che ben dimostra qual fosse l'ordine delle idee, in cui era entrato l'autore. Essa riuscì una vasta ed incomposta enciclopedia erudita, scritta con uno stile confuso e scolorito, difetto che si trova in tutte quante le sue opere, perchè, sebbene egli avesse consumata la vita intera sui classici, la incertezza delle idee gli rendeva impossibile acquistare una vera originalità e vigorìa di stile.

Notes in this chapter

Note 1 · Il Sannazzaro scrisse: Dum patriam laudat, damnat dum Poggius hostem, Nec malus est civis, nec bonus historicus.Note 2 · Questa lettera è diretta a Flavio Biondo di Forlì e trovasi riportata anche in A. Bartoli, I due primi secoli della Letteratura italiana: MiNote 3 · Una elegante edizione di questa Storia, colla traduzione di Donato Acciaioli, fu pubblicata in Firenze, 1856-60, in tre volumi in-8. Il signNote 4 · Sulla storia dell'Aretino si può consultare un pregevole lavoro di E. Santini, pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola Normale SuNote 5 · La prima volta nel 1410 per un anno solo, la seconda dal 1427 al 44.Note 6 · Vespasiano, Vita di Carlo d'Arezzo.Note 7 · Vespasiano, op. cit., Tiraboschi, Storia della Letteratura italiana.Note 8 · Questa orazione fu premessa alle Epistolae del Bruni.Note 9 · Vespasiano, Vita di G. Manetti, § II.Note 10 · Vespasiano, Vita di G. Manetti, § XV.Note 11 · Vedi in Vespasiano le due Vite di Zembrino pistolese e di Maestro Pagolo.Note 12 · Voigt, Die Wiederbelebung, etc., pag. 279, nota 3.Note 13 · «Scripsit item exempla quaedam et veluti formulas, quibus Romana Curia in scribendo uteretur, quae etiam ab eruditissimis viris in usum receNote 14 · Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. III, pag. 548 e segg.Note 15 · La sua libreria, in 30 casse che contenevano 600 volumi, fu lasciata a Venezia, e formò il primo nucleo della Biblioteca di San Marco. VespaNote 16 · Vespasiano, Vite di Enocke d'Ascoli, di Niccolò V, di Giovanni Tortello.Note 17 · Tortellii, Commentariorum grammaticorum de Ortographia dictionum e Graecis tractarum Opus, Vicentiae, 1479.Note 18 · Così nella Vita di Niccolò V, § XXV: in quella di Tortello, § I, dice, invece: «Aveva fatto inventario di tutti i libri che aveva in quella Note 19 · Vespasiano, Vita di Niccolò V. G. Manetti, nella sua Vita Nicolai V, dà un ragguaglio minuto dei disegni di questo Papa. Vedi anche Voigt, DNote 20 · Barozzi e Sabbadini, Studi sul Panormita e sul Valla, nelle Pubblicazioni dell'Istituto superiore, pag. 52 e seg.: Firenze, successori Le MoNote 21 · Poggio e Fazio lo accusano di avere anche fatto un falso chirografo, ed attribuiscono a ciò la sua fuga. Essi però erano suoi nemici, e sonoNote 22 · È divisa in tre parti. Vedila nella edizione delle Opere del Valla fatta a Basilea, 1543. Nel 1430 l'opera era già scritta, nel 1433 ne usciNote 23 · A questo proposito egli dice: «Tot praelia vidi, in quibus de salute quoque mea agebatur.» Opera, edit. Basil., 1543, pag. 273. Gli eruditi Note 24 · Vedila nelle Opere.Note 25 · Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. II, pag. 313; Die Wiederbelebung, ecc., pag. 221. Vedi anche un articoloNote 26 · In Novum Testamentum e diversorum utriusque linguae codicum collatione annotationes, etc.: nelle Opere del Valla.Note 27 · In Bartholomeum Facium ligurem, Invectivarum seu Recriminationum libri IV. L'occasione della disputa era stata una critica del Fazio contro Note 28 · Elegantiarum libri VI, nelle Opere del Valla.Note 29 · Paraphrasis luculenta et brevis in Elegantias Vallae: Venetiis, 1535. — Paraphrasis, seu potius Epitome in Elegantiarum libros Laur. Vallae:Note 30 · Il Ritter, Geschichte der neuern Philosophie, parte prima, pag. 252, nota appunto questa superiorità che il Valla attribuisce alla Retorica Note 31 · «Ut si quid retractatione opus est, et quasi ablutione, en tibi me nudum offero.» Ad Eugenium IV, Pont. Apologia: Vallae, Opp. Le Lettere aiNote 32 · Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 1029 e segg.; Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 224 e segg.; Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, eccNote 33 · Voigt, Die Wiederbelebung, ecc.; Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VII, pag. 577 (2ª edizione): Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pagNote 34 · È un trattato indirizzato, in forma di lettera, a Giovanni Aich, il 30 novembre 1444.Note 35 · Opera: Basil., Hupper, 1551, vol. I, pag. 91-93.Note 36 · Wiener Baedeker, Führer durch Wien und Umgebungen, von B. Bucher und K. Weiss, Zweite Auflage: Wien, Faesy und Frick, 1870, pagine 43-44.Note 37 · Epist. 165, ediz. di Basilea, 1571.Note 38 · Poggii, De varietate fortunae: Parisiis, 1723. Quest'opera incomincia con una lunga introduzione, nella quale l'autore parla della devastaziNote 39 · Paolo Cortese dice: «In eo primum apparuit saeculi mutati signum.» De Cardinalatu, pag. 39 (ediz. del 1510).Note 40 · I Commentarii furono riveduti e in parte ritoccati da Gianantonio Campano, vescovo di Teramo. Vedi Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, Note 41 · Iovii, Elogia doctorum virorum; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pagine 107, 210, 644-49; Burckhardt, op. cit.; Gregorovius, Geschichte, ecc.,Note 42 · «Fateor et me errasse, peccasse et ideo pœnas mereri.... Rursus peto veniam; ad pedes me Pauli Pont. clementissimi esse credatis, qui solitaNote 43 · Su Pomponio Leto e l'Accademia alcune nuove notizie si trovano in A. Della Torre, Paolo Marsi da Pescia, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903.Note 44 · «Tibi polliceor, etiam si a praetervolantibus avibus aliquid contra nomen salutemque tuam sit, audiero, id statim literis aut nunciis SanctiNote 45 · Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 603 e seguenti, (2ª ediz.); Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 317 e segg.Note 46 · Ritter, Geschichte der neuern Philosophie; Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 592; Ferri, Il Card. Niccolò di Cusa e la FilosofiaNote 47 · Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 596.Note 48 · Matarazzo, Cronaca di Perugia, nell'Archivio Storico, vol. XVI, parte II, pag. 180; Notarius a Nantiportu, Diarium etc., in Muratori, ScriptNote 49 · Lettere del 1485, pubblicate dall'Hülsen, nelle citate Mittheilungen, pag. 435-6.Note 50 · Così conchiudeva una satira, che scrisse allora: .... Vobis res coram publica sese Offert in medium, referens stragesque necesque VenturasNote 51 · Il Rosmini nella sua Vita di F. Filelfo (Milano, Mussi, 1808, volumi tre) ha pubblicato alcuni di questi versi: A Francesco Sforza il FilelfNote 52 · C. De Rosmini, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 317, doc. XX.Note 53 · C. De Rosmini, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 90, e pag. 305 e 308, doc. X.Note 54 · Per il Filelfo si possono consultare, oltre le sue opere, i tre volumi della biografia pubblicata dal Rosmini (troppo lodatore) con molti doNote 55 · Nel 1465 moglie d'Alfonso d'Aragona, duca di Calabria.Note 56 · Divenuta poi moglie di Federigo, duca d'Urbino.Note 57 · Vespasiano, Vita d'Alfonso d'Aragona, § VI e XIV. Il Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 235, dice 120,000 ducati; ma è forse errore di stNote 58 · Vespasiano, Vita d'Alfonso, § VII.Note 59 · Crede velim nostra vitam distare papyro, Si mea charta procax, mens sine labe mea est. (Antonii Panormitae, Hermaphroditus. Primus in GermNote 60 · Archivio St. It., vol. XVI, parte I e II, Cronache del Graziani e del Matarazzo.Note 61 · G. Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, vol. III, pag. 123.Note 62 · Pii II, Comm.: Romae, 1584, lib. II, pag. 92. Il Burckhardt, pagine 223-224, osserva che la parola historia indica qui la conoscenza dell'anNote 63 · I fratelli erano quattro: Alfonso I, il cardinale Ippolito, don Ferrante e Giulio, figli tutti di Ercole I.Note 64 · Giosuè Carducci, Delle poesie latine edite ed inedite di Ludovico Ariosto: Bologna, Zanichelli, 1875, pag. 21 e seg.Note 65 · C. De Rosmini, Vita e disciplina di Guarino Veronese: Brescia, 1805-6, vol. I, pag. 6; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 118.Note 66 · Il Rosmini nella sua Vita di Guarino ci dà ampia notizia di tutti questi discepoli.Note 67 · Paolo Vecchia, Vittorino da Feltre, Roma, presso I diritti della Scuola, 1905.Note 68 · C. De Rosmini, Idea dell'ottimo precettore nella Vita e disciplina di Vittorino da Feltre e de' suoi discepoli: Bassano, tip. Remondiniana, Note 69 · Pii II, Comm., pag. 131.Note 70 · Il prof. E. Piccolomini, nel suo lavoro Sulla libreria privata dei Medici, da noi più sopra citato, riporta a pag. 25 le istruzioni per il bNote 71 · Questa libreria rubata poi dal duca Valentino, e più tardi acquistata da Alessandro VII, trovasi ora nella Vaticana. Brevemente ne parla il Note 72 · Il Piccolomini ha nel lavoro sopra citato, pag. 111 e seg., riportato il canone bibliografico composto dal Parentucelli, poi papa Niccolò V,Note 73 · Vespasiano, Vita di Federico duca d'Urbino, § XXXI.Note 74 · Vespasiano, ibidem; Ugolini, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. due: Firenze, 1859; Dennistoun, Memoirs of the Dukes of Urbino: London,Note 75 · De Platonicae atque aristotelicae philosophiae differentia: Basileae, 1574.Note 76 · Nella mia Storia di G. Savonarola, ecc., ho esaminato più ampiamente questo argomento. Vedi vol. I, lib. I, cap. 4.Note 77 · «Unser heutiger monotheistischer Gottesbegriff hat zwei Seiten, die der Absolutheit und die der Persönlichkeit, die zwar in ihm vereinigt siNote 78 · Una simile tradizione si diffuse anche intorno a Pitagora ed Apollonio, nata forse dall'antico uso dei primitivi cristiani, che chiamavano sNote 79 · Nel suo Comento al Simposio di Platone.Note 80 · Nelle sue lettere il Ficino distingue gli accademici platonici in suoi discepoli ed in suoi amici, dai quali ultimi dice che spesso imparavaNote 81 · Intorno a questi tentativi si possono vedere le notizie raccolte dal prof. A. Alfani nel suo libro: Della Vita e degli Scritti di O. R. RuceNote 82 · Dobbiamo fare eccezione in favore d'un assai breve, ma pur dotto lavoro di K. Sieveking, Die Geschichte der Platonischen Akademie zu FlorenzNote 83 · Oriundo di Pratovecchio, nato in Firenze nel 1424, dotto nel greco e latino, venne chiamato ad insegnare nello Studio, l'anno 1457. Fu canceNote 84 · Il Bandini dice che queste riunioni si suppongono tenute nel 1460; ma il Roscoe osserva che Lorenzo de' Medici aveva allora 12 anni, e sostiNote 85 · «Hoc pronunciare libere possum, opiniones eorum tenebricosis allegoriarum involucris et dicendi genere plusquam poetico, qui omnium fere acaNote 86 · Della Torre, Op. cit., pag. 814.Note 87 · Vedi il Commentarium Marsilii Ficini, in Convivium Platonis de Amore, che trovasi unito alla sua traduzione latina di Platone. I conviti subNote 88 · Vedi nel Commentarium i due discorsi del Cavalcanti.Note 89 · Commentarium, Oratio IV.Note 90 · Commentarium, ecc., Oratio VII, cap. XVII. «Quomodo agendae sunt gratiae Spiritui Sancto, qui nos ad hanc disputationem illuminavit atque ac
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