XXXIV.
Reading edition
THÈOPHILE GAUTIER*
* Dal libro Le Tombeau de Théophile Gautier (Paris, Lemerre, 1873).
Sereno, e stanco di vicende umane, Questa terra inquieta egli ha lasciato. Egli, il Maestro, delle forme arcane Innamorato.
Era forte nell'arte—era il leone. Ne possedea la maestà severa, Lo sguardo assorto in calma visïone, E la criniera.
Risuscitò l'ignota poesia, Evocando col suo desir possente Il fulgore infocato e la magìa Dell'Orïente,
I monumenti sotto il cielo aperto Nella tòrrida luce polverosa, E la sublime noia del deserto Senza una rosa.
Disse Bisanzio dove l'onda bagna L'alte moschee dalle dorate fronti, I calli angusti nella dolce Spagna In mezzo ai monti.
Fu dell'Italia appassionato amante E ne applaudì la gloria e la fortuna, —I palazzi il ricordano vagante Per la laguna.
Cantò la Gioia e il Bello e la pagana Voluttà della Forma, e gl'imi amori Delle cose e i desir—l'ebbrezza umana E i suoi colori.
Eppur sapeva le segrete pene E le immense mestizie del poeta; Sentì tristezza nella morta Atene, Pensò alla mèta,
Al destino, alla brama d'Infinito; Pianse il passato ed indagò il futuro, Interrogò le sfingi, e tese il dito Verso l'oscuro.
L'occhio profondo all'orizzonte volto Assaliva i confini del pensiero… E il suo sogno vagava ognor più sciolto Oltre il mistero.
Or lo ha seguito. Ei che raggiunta avea Perfezione impeccabil di parola, Sentiva in sè come sepolta dea L'alma che vola.
E forse già lassù dove s'ammanta La gran luce terribile e superna, Bello di nuova vita, ardente canta La Beltà eterna.