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Le invasioni barbariche in Italia

LIBRO TERZO I LONGOBARDI

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CAPITOLO I Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia e loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi e sua morte — Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il Papa si rivolge la prima volta per aiuto ai Franchi (580)

I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo il loro storico Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che portavano, sono ricordati da Velleio Patercolo, che li dice più feroci della germanica ferocia. Si trovavano allora presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran movimento di barbari, che s'avanzarono verso il sud, e furono respinti da Marco Aurelio nella guerra dei Marcomanni (178-79). Per tre secoli dipoi non se ne sente più parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene quando esso si disciolse. È un fatto però che ben poco sappiamo di certo sulla loro origine. Paolo Diacono ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende, dalle quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. Di là, per la ristrettezza del luogo, un terzo di essi si sarebbero mossi verso il sud, sotto la guida di due fratelli, Ibor e Aione, della famiglia dei Gungingi o Gugingi. Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro primo re, cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che dovrebbe essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, altri due re, sotto il secondo dei quali sarebbe divenuto onnipotente Audoino, quello stesso che mandò aiuti a Narsete, quando questi venne la seconda volta in Italia. Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa la leggenda e comincia veramente la storia.

I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al di là del Danubio; al di qua, nella Pannonia, erano i Gepidi, per lungo tempo loro acerrimi nemici. E quest'odio crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti dai Longobardi, s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate le loro forze, profittarono della guerra che ferveva tra i Bizantini e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. Giustiniano allora, secondo la politica tradizionale di Costantinopoli, incitò contro di essi i Longobardi; e già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo, dimostrò il suo valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar tenzone Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto a mensa Alboino, per vestirlo poi delle armi dell'ucciso suo figlio. Ma vi mancò poco che non si venisse alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo ucciso da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora un altro de' suoi figli, alludendo ad una specie di ghette o fasciature di tela, che i Longobardi portavano alle gambe, avrebbe lor detto con disprezzo: — Voi siete come cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un Longobardo risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai che calci sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa di tuo fratello, sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E si sarebbero subito sguainate le spade, se il Re non fosse personalmente intervenuto, in nome delle sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi di Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino tornò trionfante a casa, e verso il 565 successe al padre, come re dei Longobardi.

Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e sembrava godere anche il favore dell'Impero. Se non che i Gepidi, valorosi al pari dei Longobardi, erano in numero maggiore, ed una guerra di sterminio pareva divenuta fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei Longobardi, era sin dalla seconda metà del secolo quinto apparsa sul Caspio una gente nuova, che portava il nome di Avari, ed era della stirpe medesima degli Unni. Favoriti da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi fini, avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno, avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove ricevevano un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi ed Avari si trovarono ora a contatto in una regione che, desolata da continue guerre, non potendo nutrirli, li teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi fra di loro. Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto, negò sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero non doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, profittando della occasione, propose loro che s'unissero a lui per combattere i Gepidi. Dopo averli disfatti, egli diceva, noi saremo più al largo in questo paese desolato, e volendo, potremo più facilmente occupare altre terre dell'Impero.

Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse l'impresa d'Italia, e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, assicurarsi le spalle, altrimenti sarebbe difficile rendersi ragione dei patti che stipulò allora cogli Avari. Ad essi infatti i Longobardi promettevano di cedere metà delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo dei loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare le terre da essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle solo nel caso che essi fossero tornati ad occuparle. I Gepidi quindi si trovarono di fronte a due nemici. Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla politica orientale di far sì che i barbari si consumassero fra di loro, se ne stette più che altro a guardare, lasciando credere che avrebbe coi suoi tenuto a bada gli Avari. Allora i Gepidi si spinsero con grande impeto contro i Longobardi, sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla testa de' suoi, li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo loro re, tagliandogli la testa, e facendo poi del teschio una tazza, per servirsene, secondo l'uso barbarico, nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva però, come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua vittoria fu piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, certo è che d'ora in poi la storia non si occupa più di loro. Immensa fu la preda, grandissimo il numero dei prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le bandiere del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, della quale Alboino s'invaghì per modo che volle sposarla, non ostante la grande ripugnanza che ella mostrava d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene da poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia di Clotario re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate senza indugio. Dopo di ciò Alboino si volse all'impresa d'Italia.

A lui non poteva essere ignoto che questo paese era adesso senza difesa. Parecchie città importanti avevano insufficientissime guarnigioni, altre l'avevano a mala pena un po' più numerose; solamente Pavia era in grado di fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e scontente non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, dei quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi avanzi dei Goti disseminati per la Penisola, erano naturalmente per unirsi ai primi barbari che avessero passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già richiamato, se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con la sua caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore Longino, già arrivato, ma con pochissime genti, si dovette chiudere in Ravenna. Le porte d'Italia erano dunque aperte al nemico.

Il 2 di aprile 568 i Longobardi adunque lasciarono la Pannonia, e per Enona (Leibach) e la valle della Sava passarono le Alpi Giulie, avanzandosi nel Veneto. Menavano seco le donne, i vecchi, i bimbi e le suppellettili sopra carri, nei quali passavano la notte. Da una pittura alquanto posteriore, fatta per ordine della regina Teodolinda, essi apparivano vestiti con larghi abiti di tela e di vario colore; avevano i calzari aperti dinanzi e legati con lacci, i capelli tagliati fino all'occipite, divisi sulla fronte, donde cadevano da ambo i lati. Con i Longobardi si trovavano al solito mescolati Bavari, Bulgari, Gepidi, Svevi, sopra tutto Sassoni, i quali ultimi si facevano ascendere al numero di 20,000. Professavano quasi tutti l'Arianesimo, sebbene non mancassero fra di loro anche i pagani; non erano però intolleranti in fatto di religione. Molta incertezza regna sul loro numero, variando gli scrittori da 20 a 120,000 armati. Certo non erano molti; ma se i soli Sassoni arrivavano a 20,000, e poterono più tardi partire, senza che perciò ne risentissero grave danno i Longobardi, che continuarono le loro conquiste, sarebbe assurdo ridurre questi a soli 20,000. La più comune opinione li fa variare da 60 a 70,000 uomini in arme; e non sono molti di certo, se si pensa alle perdite che dovettero avere, ed alle guarnigioni che era pur necessario lasciare nelle principali città da essi occupate. È però da credere che molte di queste perdite potessero facilmente essere risarcite venendosi ad aggregar loro gli avanzi dei Goti, forse anche alcuni degli sbandati bizantini, fra i quali erano non pochi barbari.

Nel maggio del 568, secondo i più, Alboino aveva già passato i confini d'Italia, e subito costituiva a Cividale del Friuli un Ducato, alla cui testa pose suo cugino Gisulfo con sufficiente numero d'armati. In questo modo egli prendeva subito possesso in Italia d'un punto strategico assai importante, che era come la porta di casa. Di là si poteva infatti impedire che altri passasse il confine, e si poteva anche, quando fosse stato necessario, ritirarsi liberamente. Ma tutto invece andò pei Longobardi a seconda: i Franchi erano occupati nelle discordie di casa loro; i Bizantini, per mancanza di uomini e di danaro, non potevano muoversi; le città italiane l'una dopo l'altra aprivano le porte al nemico. Il Patriarca d'Aquileia se ne andò subito a Grado, dove pose la sua dimora; ma il vescovo di Treviso, sentendo che Alboino era tollerante in religione, gli domandò che fossero garantiti i beni della sua Chiesa, ed avendolo ottenuto, fece aprire le porte della città. Dopo di che Vicenza e Verona fecero lo stesso. Ma Padova, Monselice e Mantova, che erano fortificate, resistettero, ed Alboino dovè quindi decidersi a svernare nel Veneto. Fortunatamente per lui, dopo una stagione fredda e nevosa, vi fu un'abbondantissima raccolta, colla quale si potè fornire di vettovaglie l'esercito. Ed egli allora, lasciate da parte Padova e Monselice, prese Mantova, dopo di che Brescia, Bergamo, Trento si arresero coi loro territori. Finalmente il 3 di settembre del 569 si arrese anche Milano, che dopo la sua distruzione era stata solo in parte restaurata da Narsete: il suo vescovo si ritirò a Genova. E da questo momento si può dir cominciato il regno dei Longobardi, limitato per ora all'alta Italia.

Tuttavia parecchie città che erano sul Po, fra cui anche Piacenza e Cremona, in parte per essere fortificate, in parte perchè potevano pel fiume ricevere aiuto da Ravenna, resistevano ancora. Ma la sola che fece una resistenza davvero energica e prolungata fu, come dicemmo, Pavia. Essa, che era già una città importantissima, e divenne poi la capitale del regno longobardo, era non solo assai bene fortificata, ma aveva anche una sufficiente guarnigione, e si potè quindi difendere per tre anni continui (569-72). Alboino perciò, lasciata parte dell'esercito ad assediarla, se ne andò ad occupare altre terre dell'Italia superiore e centrale, come Parma, Reggio, Modena, Bologna, Imola. Occupò anche il passo del Furlo, avanzandosi fino ad Urbino. Si tenevano però sempre per l'Impero, oltre Ravenna e Pavia, anche Padova, Monselice, Cremona, Piacenza, Genova, parecchie città della Riviera, e quelle che formarono poi la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona).

Prima di spingersi più oltre, i Longobardi avrebbero dovuto pensare a consolidare il loro nuovo dominio, conquistando le città tenute ancora dai Bizantini. Ma essi, che non erano mai stati lungamente sotto la disciplina dell'Impero o della Chiesa cattolica, serbavano più degli altri barbari intatto il loro primitivo carattere germanico, e non dimostrarono perciò mai vere attitudini politiche, nè capacità di organizzare. Infatti cominciarono subito a procedere senza nessuna unità di comando, senza un disegno prestabilito, senza uno scopo determinato. Varie schiere presero direzioni diverse per proprio conto. Alcune s'avviarono verso il sud, dove iniziarono la fondazione dei Ducati di Spoleto e di Benevento, i quali, divennero poi affatto indipendenti. Il resto dell'Italia meridionale, sopra tutto le coste dell'Adriatico e del Mediterraneo, restarono all'Impero, col quale si tennero unite specialmente Napoli e Roma, la cui comunicazione con Ravenna era agevolata da Perugia che, sebbene circondata per tutto da terre occupate dai Longobardi, continuò ad esser quasi sempre fedele all'Impero. E non solamente queste guerre e queste occupazioni di città procedevano alla spicciolata, senza un disegno prestabilito; ma tra il 569 ed il 571 alcune schiere di Longobardi si spinsero, per proprio conto, dall'Italia settentrionale ad assalire i Franchi nella Gallia meridionale. Non pensarono al pericolo che correvano di richiamare al di qua delle Alpi un nemico potentissimo, che avrebbe facilmente potuto strappar loro di mano le recenti conquiste, che essi avrebbero dovuto invece pensare a consolidare. Più volte ebbero la peggio in questi loro dissennati attacchi, e si sarebbero trovati certo ad assai mal partito, se i Franchi non avessero continuato a lacerarsi fra di loro. Pareva proprio che la fortuna li volesse secondare in tutto. Infatti da una parte le loro guerre contro i Franchi non ebbero le tristi conseguenze che potevano facilmente avere; e da un'altra le loro conquiste in Italia si succedevano senza difficoltà. Nel 572, dopo tre anni d'assedio, s'arrese finalmente anche Pavia, che fu sin d'allora la capitale del regno.

Alboino entrò trionfante nel palazzo di Teodorico, e trattò umanamente il popolo, sebbene avesse dapprima mostrato un gran desiderio di vendetta. Nella primavera del 573 (secondo alcuni del 572) egli morì nel palazzo di Verona; e di questa morte si dà una narrazione molto particolareggiata, che apparisce alquanto fantastica e leggendaria. In un solenne banchetto Alboino, presa la tazza formata col teschio di Cunimondo padre di Rosmunda, l'avrebbe invitata «a bevere in compagnia del padre.» Ed ella ne fu offesa per modo che decise di vendicarsi. Manifestò il suo pensiero ad un fratello di latte del Re, chiamato Elmichi; ma questi, non volendo macchiarsi le mani nel sangue fraterno, le consigliò di parlarne ad un tal Peredeo, uomo audace e fortissimo. Siccome anche questi esitava, la Regina prese il luogo d'una cameriera amante di lui, e quando erano insieme, facendosi riconoscere, gli disse, che se esitava ancora, avrebbe rivelato al Re quanto era seguito fra di loro. Così venne finalmente deciso il delitto. Un giorno, dopo il meriggio, quando il Re avvinazzato s'era addormentato, Rosmunda legò la spada che pendeva a capo del letto, in modo che non si potesse sguainare. Non andò guari che Peredeo entrò nella camera, gettandosi sopra Alboino, il quale, dopo avere invano tentato di far uso della spada, si difese con un panchetto; ma dovè soccombere. Rosmunda sposò Elmichi, sperando di potersi con lui impadronire del trono. Lo sdegno dei Duchi longobardi fu però tale, che gli autori del delitto dovettero invece pensare alla fuga. Chiesero una nave a Longino, il successore di Narsete, che la mandò da Ravenna su per il Po. In essa con pochi soldati, con Albsuinda figlia d'Alboino, ridiscesero il fiume. Rosmunda, secondo la leggenda, concepì allora il pensiero di sposare Longino, ed a tal fine dette il veleno a Peredeo, quando egli era nel bagno. Ma essendosene questi accorto, obbligò colla punta della spada anche lei a beverlo, e così morirono ambedue. Longino mandò a Costantinopoli la giovane Albsuinda, con le gioie che la madre aveva portate seco fuggendo. Tutta questa leggenda proverebbe, secondo il Ranke, che fra i Longobardi v'era allora grave dissenso, una parte di essi volendo aderire ai Bizantini, un'altra opponendovisi. Certo è che l'indignazione provocata dal tradimento fece andare a monte tutti i disegni di Rosmunda, e trionfare il partito nazionale.

Ma neppure i Duchi eran fra di loro d'accordo. A successore d'Alboino, elessero Clefi duca di Bergamo, del quale sappiamo solo che dopo un anno e mezzo di regno fu ucciso da uno schiavo (575). E intanto si continuava a tener sempre la stessa incerta condotta politica, senza cioè nessuna unità di concetto. Già nel 569 e '70, come accennammo, alcuni dei Duchi avevano assalito i Franchi ed erano stati battuti. Un altro assalto poco fortunato del pari era stato dato dai Sassoni, che facevano parte dell'esercito longobardo, e volevano vedere se era possibile aprirsi una via per tornarsene a casa. Essi erano, lo abbiamo già detto, in numero di 20,000, e non avendo potuto dai Longobardi ottenere di vivere in Italia, proprio iure, cioè secondo le loro consuetudini e le loro istituzioni, avevano deciso di andarsene. Nel 573 partirono colle famiglie e gli averi, ottenuto libero passaggio dai Franchi, ai quali non poteva certo dispiacere che le forze dei Longobardi si assottigliassero. Questi tuttavia, per la speranza di preda, continuarono nel 574-76, i loro mal consigliati attacchi, ma furono di nuovo respinti con energia. Finalmente si venne ad un accordo, che per qualche tempo assicurò la pace.

Ma questa pace, aggiunta al fatto che i Bizantini, occupati com'erano nella guerra persiana, nulla potevano fare in Italia, garantendo ai Longobardi la sicurezza esterna, provocò la discordia fra di loro. Infatti, morto Clefi nel 575, i Duchi non si poterono intendere fra loro sulla scelta del nuovo re, e finirono col farne senza, lasciando che ciascuno di essi governasse il suo Ducato in proprio nome, come sovrano indipendente. E così continuarono per dieci anni, fino a che, tornato il pericolo esterno, dovettero decidersi a ricostituire la monarchia. Per ora l'Italia longobarda restava divisa in trentasei Ducati, d'una sola parte dei quali (come Pavia, Brescia, Trento, Cividale, Milano, Spoleto e Benevento) conosciamo con sicurezza i nomi. Di altri non pochi i nomi si sanno con qualche incertezza,[32] e meno ancora si conoscono quelli dei Duchi.

Questo nuovo stato di cose tornò certamente a danno delle popolazioni italiane. Da principio la venuta dei Longobardi, non ostante la violenza della conquista, assai poco contrastata del resto, aveva portato qualche sollievo, liberando le popolazioni dalla insopportabile oppressione fiscale dei Bizantini, costituendo una forma più stabile di governo, dando una maggiore sicurezza, dopo che Narsete, irritato per essere stato deposto, aveva abbandonato tutto al caso, per non dire all'anarchia. E di questo miglioramento al tempo d'Alboino, noi troviamo conferma nelle parole stesse di Paolo Diacono. Egli infatti, ricordando l'abbondantissima raccolta che s'ebbe nel primo anno del dominio longobardo, aggiunge che le popolazioni italiane «crebbero come le biade.» Non ci parla ancora della divisione che si fece poco dopo delle terre; sicchè è possibile supporre che incominciassero coll'impadronirsi dapprima solo di quelle che dai Goti erano passate al fisco bizantino, e del danaro da esso raccolto.

Sospesa però la monarchia, continua Paolo Diacono, le cose, durante l'interregno, peggiorarono assai, perchè invece d'un padrone, se ne ebbero trentasei, i quali, ciascuno a suo modo, taglieggiarono il paese. Molti dei nobili romani, ricchi possessori di latifondi, furono uccisi dai Duchi, che s'impadronirono delle loro terre. Gli altri, divisi fra i vincitori, ne divennero tributari, costretti a pagar loro un terzo delle proprie entrate, tertiam partem suarum frugum. E questo, possiam noi osservare, era peggio che dare un terzo delle terre, perchè non restava agl'Italiani nessuna libera proprietà. Oltre di ciò, molte chiese furon saccheggiate dagl'invasori ariani, i quali uccisero anche parecchi sacerdoti, per spogliarli delle loro sostanze, come avevano fatto dei nobili; e così in mille modi angariarono le popolazioni.

Male assai si trovarono allora Roma ed il Papa, circondati, minacciati com'erano dai Longobardi, sopra tutto dai Duchi di Spoleto e di Benevento. Le comunicazioni con Ravenna erano interrotte per modo che, morto nel luglio del 574 papa Giovanni III, il suo successore Benedetto I solo dopo dieci mesi fu consacrato, non essendo stato possibile aver prima la sanzione imperiale, della quale nel 579 Pelagio II dovette decidersi a fare addirittura a meno. Tutto questo spinse più tardi a cercar di costituire in Roma un proprio esercito per difendersi, ed a trovare una propria forma di governo autonomo. Ma per ora si continuava sempre a sperare, a cercare aiuto dai Bizantini. Da Longino però non c'era, per la sua incapacità, nulla da aspettarsi. Baduario, parente dell'Imperatore, era stato, è vero, mandato da Costantinopoli a succedergli; ma prima che arrivasse a Ravenna, fu nella Campania, poco lungi da Napoli, battuto in uno scontro avuto coi Longobardi, e poco dopo morì (576). Si pensò quindi di rivolgersi direttamente all'Imperatore, cui furono spediti ambasciatori, che gli portarono tremila libbre d'oro, perchè mandasse dei soldati a difendere il Papa e la Città eterna contro i barbari e contro gli Ariani, sostenendo così nello stesso tempo l'autorità dell'Impero e della Chiesa. Ma nel 578 l'imperatore Giustino II era ammattito, e Tiberio II, che ne faceva le veci e poi gli successe, trovandosi occupato nella guerra persiana, non poteva fare nulla per l'Italia. Consigliò quindi ai Romani, che si valessero del danaro che gli avevan portato, per indurre invece i Longobardi a desistere dalla guerra. Non riuscendovi, egli diceva, provassero di persuadere con esso i Franchi ad attaccarli. Certo è che i Bizantini erano in Italia ridotti a tale impotenza, che il Duca di Spoleto potè nel 579 impadronirsi di Classe, che era il porto di Ravenna sull'Adriatico, e rimase in mano dei Longobardi fino al 588. Essi scorrazzavano liberamente anche il territorio intorno a Perugia; e il Duca di Benevento assediava Napoli, che resistette però valorosamente (581). Fu saccheggiato e distrutto (l'anno preciso è incerto) il convento di Montecassino, e i monaci dovettero fuggirsene a Roma, portando seco la regola autografa di S. Benedetto, e fondando colà un nuovo convento.

Durante questo lacrimabile bellum, come lo chiamarono i cronisti, papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, minacciato dai Longobardi, si rivolse la prima volta ai Franchi. Il 5 ottobre 580[33] secondo alcuni, 581 secondo altri, egli scriveva al vescovo di Auxerre, perchè ricordasse ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da Dio l'obbligo di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se non volevano esporsi alla stessa fine che a questi era certamente fra poco serbata.» E quello che è più singolare, tali pratiche venivano ora secondate dall'Imperatore stesso, presso il quale, in nome del Papa, continuamente insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi Gregorio Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo a Tiberio II, per indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, mandava loro la somma di cinquantamila aurei. E così finalmente i Longobardi vennero a un tratto assaliti con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati dalla guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, vennero facilmente indotti a tornarsene a casa.

È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino chiaramente a delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono poi costantemente in tutta quanta la storia d'Italia. Per opera dei Longobardi la Penisola è già divisa in brani staccati, che non si riesce più a riunire stabilmente fra loro. Il potere civile ed il religioso si trovano in opposizione, e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo Stato che riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata. I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi quella politica, che per due secoli costantemente seguirono, che trionfò ai tempi di Pipino e di Carlo Magno, nè fu mai da essi abbandonata del tutto. In questo momento però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse di nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al suo apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli quali erano le necessitates vel pericula totius Italiae, e le tribolazioni con le quali i Longobardi continuamente affliggevano il Ducato romano, affinchè si mandasse almeno un Maestro dei Militi ed un Duca, non potendo l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a mala pena egli era in grado di difendere le altre province italiane dell'Impero. Questa lettera è notevole anche perchè ci dà la prima menzione ufficiale che abbiamo finora del titolo di Esarca. Nel 585 venne da Costantinopoli Smaragdus o Smeraldo, con buon nucleo di genti, firmo copiarum supplemento. Egli che fu certamente uno dei primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed accortezza a riannodare gli accordi coi Franchi contro i Longobardi.

CAPITOLO II Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei vinti

Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi, i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro. Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori, che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle province occupate dai Longobardi, è assai probabile che si procedesse ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari furono divisi tra i vincitori (populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero, che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa, aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato; a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte anche all'opera personale del re Autari.

Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono, perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li vinse, facendone addirittura strage. Tantaque, dice Paolo Diacono (III, 29) ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque ibi non memoratur.

Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre termine alla disputa oziosa ed incresciosa dei Tre Capitoli, li aveva condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto.

In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava. La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda, egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la richiesta ufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella, secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: — Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5 maggio 589 si celebrarono le nozze.

Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590, che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si trovò a lottare energicamente contro i Longobardi.

Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora i Ducati di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così scriveva, di passare dalle parole ai fatti, enarrata viriliter... peragere.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi. E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco, che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi, senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono, accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata, appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia fidati capitani, dignos duces, i quali non pensassero solo a far prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» Ma non se ne fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano, ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari, il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò di vivere.

Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero. Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano schiavi. Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero trattati assai peggio dei vincitori.

Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani, è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno? Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse credere che i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo? E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine, dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano, e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti, nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i Longobardi in nessun modo si regge in piedi.

NOTA

Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i Longobardi.

I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur (II, 32). I Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli altri (reliqui), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo delle loro entrate (tertiam partem suarum frugum), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte che il reliqui troppo evidentemente si riferisce a nobiles, come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisi per longobardos hospites, perchè la hospitalitas era una relazione che passava fra il proprietario romano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei coltivatori della terra era patronus, non hospes.

L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, metà dei loro averi, omnem substantiarum suarum medietatem, Paolo Diacono aggiunge: Populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur (III, 16). Le parole populi adgravati fecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui, nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat (Ibidem). I popoli aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice.

Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di rendite (frugum), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei più autorevoli), la quale, invece di per hospites partiuntur, dice, hospitia partiuntur: non sarebbero cioè stati divisi i populi nè le rendite, ma le terre stesse, hospitia. Più di questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per fargli dire quello che a noi piace.

CAPITOLO III Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino

Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, della forma di governo, che ebbero fra di noi i Longobardi, perchè se mai una volta, come alcuni pretesero, il filo della tradizione romana si spezzò del tutto in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni romane sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che sotto il loro dominio. Non solamente esso durò su di noi più a lungo di ogni altro dominio barbarico; ma è certo che gli Ostrogoti lasciarono in vigore le leggi e le istituzioni romane, i Bizantini non ne avevano altre essi stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano invece avuto assai minore contatto coll'Impero, col quale s'erano messi in aperta guerra, per cacciarlo addirittura dall'Italia. Avendo però da lungo tempo abbandonate le loro antiche sedi, vagando sotto forma più o meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur essi aver serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. E quelle che ora avevano, non potevano dirsi naturalmente, esclusivamente svolte dalle antiche, che di necessità erano state profondamente alterate dalle nuove condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano avuto con altri popoli. Rimase tuttavia costante in essi la loro tendenza disgregatrice, la incapacità di costituirsi in una forte unità. Questo fu causa del disordine continuo in cui vissero; rese loro impossibile arrivar mai alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la totale rovina del regno.

Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, nè del tutto elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava la elezione fatta dai suoi capi, la quale soleva essere circoscritta nella cerchia d'una stessa famiglia o parentela. Qualche volta il popolo trasmetteva ad altri la facoltà di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari, si dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un marito, che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei Longobardi. Questi era il capo civile e militare della nazione; comandava l'esercito, amministrava la giustizia in compagnia di assessori, che di volta in volta sceglieva. Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi grandi, formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea popolare, perchè decidesse se riproducevano esattamente le consuetudini. Il Re poteva anche di sua autorità emanare ordini o decreti, i quali, coll'andare del tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano, andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello che soprattutto determinò il carattere di questa monarchia, fu la sua divisione in Ducati, i cui Duchi, nominati dal Re a vita, erano specie di Vicerè indipendenti, piuttosto che veri e propri ufficiali regi. Essi tendevano a rendersi non solo sempre più indipendenti, ma anche ereditari; e qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del Friuli, di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse il titolo di Dux gentis Langobardorum, quello di Benevento divenne addirittura un vero e proprio sovrano autonomo ed ereditario. Tutto questo non poterono tuttavia riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi alla propria autorità. Di qui un conflitto permanente, che fu causa di rivoluzioni continue, della morte violenta di molti Re, e produsse la debolezza continua del regno, che non si riuscì mai ad organizzare fortemente. Ed in più di due secoli di dominio, di violenze e di prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare gl'Italiani, finirono coll'essere essi romanizzati, formando coi vinti un popolo solo.

Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali regi, chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva revocarli. Essi amministravano la Curtis Regia, cioè i beni della corona nei Ducati, nei quali erano mandati. Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano il proprio ufficio, facevano anche da giudici e capi militari. Aumentare il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante dei Re, perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità propria, di dare una qualche organica unità al regno. E però, coll'andare del tempo, nelle terre nuovamente conquistate, cercaron sempre di porre Gastaldi invece di Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di familiari o cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso aumentando. Ma quel che è più, v'era un Consiglio di Duchi, del quale naturalmente non facevano di regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i quali, massime in principio, erano sempre romani.

Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un regno saldamente costituito. I Duchi cercavano continuamente ed in ogni cosa d'imitare il Re. Giudicavano nel proprio Ducato, ne comandavano l'esercito, facevano anche spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per ordine del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, ed ufficiali che facevano le veci di Gastaldi, ed altri che chiamavano Sculdasci, i quali tutti avevano, più o meno, poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al Re sarebbe di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi riuscirono. Nel Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi regi, ma solo ufficiali nominati dal Duca.

Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere o i Duchi in ispecie risiedevano nelle città o nella campagna. E certo non è difficile trovare molti argomenti per sostenere che risiedevano in città, soprattutto nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio territorio, determinato dalle antiche circoscrizioni romane, su cui si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle così dette Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, aveva il nome di Civitas, ed in essa di certo dovevano risiedere i Longobardi in genere, e i Duchi in ispecie. Ma che risiedessero generalmente dentro le mura delle città, le quali erano ab antico la sede della popolazione romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. Colle invasioni germaniche il centro di gravità fu trasferito nelle campagne. I Tedeschi erano popolazioni rurali, che non conoscevano le città; nei castelli del contado si costituì più tardi il feudalismo, che dette la forma predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari del contado sono dai nostri cronisti continuamente chiamati i Teutonici, i Lombardi.

Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi di cui essi non riuscirono ad impadronirsi, restava sempre il governo bizantino, il che doveva contribuire non poco a far sì che, pel mutuo contatto, si modificassero l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere civile ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del primo restava infatti il Praefectus Praetorio, che risiedeva a Ravenna; a Roma c'era un Vicarius Urbis; a Genova un Vicarius Italiae, e tutti e tre dovevano curare l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano decise da Judices provinciarum eletti dai Vescovi. La Prefettura d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata sempre più restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni brani solamente della Penisola. La Sicilia aveva un suo proprio Prefetto; la Sardegna e la Corsica dipendevano dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di guerra continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile ed il militare si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. Questi, mandati a governare e difendere le province ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso erano non solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre, si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati e indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre più dividendosi e suddividendosi.

La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini rendeva necessario un capo che rappresentasse l'Impero nella Penisola, e nel quale tutti i poteri si riunissero come nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca, cui si attribuiva anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e risiedeva a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato a tutti coloro che conducevano una spedizione all'estero, ed in questo senso potè esser da qualcuno attribuito anche a Belisario ed a Narsete. Ma esso ebbe in Italia un significato, un valore affatto speciale, perchè concesso solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo rappresentava, quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario e Narsete non furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, e con esso governarono. Si è molto disputato per sapere chi fosse il primo Esarca in Italia. La più antica menzione ufficiale di questo ufficio si trova, come già dicemmo, nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data 4 ottobre 584, che alcuni credono di dover mutare in 585. Decio perciò fu di certo Esarca, e prima di lui si ritiene da alcuni che anche Baduario (575-76) avesse quel titolo. A Decio, che governò breve tempo, successe (585) Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano dall'Esarca, che li nominava; ma, separati e lontani gli uni dagli altri, agivano di fatto come indipendenti; e così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo anch'esso una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente perchè in esso governava il rappresentante supremo dell'Imperatore.

In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva dall'Adige alla Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; conteneva Ravenna e Bologna coi loro territori, ed altre città di minore importanza. Accanto ad esso erano la Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli, Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni formavano la Decapoli, secondo altri invece questo nome davasi alla seconda Pentapoli.[34] Nel settimo secolo appartenevano ai Bizantini anche il Ducato di Venezia, parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), il Bruzio (Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con la Riviera. In generale tutte le città della costiera adriatica e mediterranea restarono ai Bizantini, non essendo i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca era mandato a governare Regnum et Principatum totius Italiae, perchè l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole, anche quando non rispondevano più alla realtà. Da principio l'Esarca nominava i Duchi ed i Maestri dei militi, due ufficiali che spesso si confondon tra loro, sebbene in origine questi fossero inferiori a quelli, e più esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi comandava le milizie della città, il Duca quelle di tutto il Ducato. Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche amministrative, e vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati eran divisi in sezioni, nelle quali comandavano i tribuni, che vennero spesso confusi coi Conti, risiedevano nelle città secondarie, e dipendevano dal Duca o dal Maestro dei militi, che risiedevano nelle città principali e comandavano in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di questi Ducati variavano secondo le necessità della guerra. Prima della venuta dei Longobardi ne erano stati già formati parecchi ai confini, verso le Alpi, con soldati limitanei, che in pace coltivavano i campi loro concessi, lasciandoli poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo della difesa. La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è noto, assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi, con la divisione e suddivisione dell'Italia, che per opera loro ne seguì, i confini si moltiplicarono. Essi furono a poco a poco quasi per tutto, perchè ai Bizantini era necessario difendersi per tutto dal nemico. E s'andarono continuamente formando nuovi Ducati, i quali variarono di numero e di estensione, secondo che per le vicissitudini della guerra s'avanzava o si retrocedeva.

L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante dell'Imperatore, così per la stessa ragione s'ingeriva nelle cose ecclesiastiche. Esso presumeva di dover ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava i vescovi, sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. Da un tale stato di cose sorgevano, come era naturale, cause infinite di conflitti; e non solamente con Roma. A Costantinopoli si temeva sempre che l'Esarca volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi infatti ci s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere, favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar direttamente dall'Imperatore, o confermandoli quando il popolo cominciò esso ad eleggerli. E ne seguì non solo che i Ducati bizantini s'andarono sempre più separando gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre più l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne a Venezia, a Napoli, a Roma ed anche a Ravenna, come vedremo.

Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse che a Roma non vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei militi. Nel 592 invece Roma aveva già un suo Maestro dei militi che ne difendeva le mura, e nel 625 l'Exercitus Romanus (che nel 640 è ricordato la prima volta dal Libro Pontificale) assisteva ufficialmente alla elezione del Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa obbligo alle popolazioni del Ducato di difendere colle loro armi contro i Longobardi le mura della città, la quale sembra così già avviarsi ad una propria autonomia. Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni romane, e che degli antichi municipi non fosse rimasta traccia alcuna. L'antica Curia, si è mille volte ripetuto, era ridotta a riscuoter tasse, che i Decurioni dovevano pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle. L'appartenervi non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile, che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario esilio; nè dopo il 625 essa si trova più ricordata nei documenti. Nella stessa Italia bizantina, dove la legge romana era in pieno vigore, l'amministrazione municipale, si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo e di ufficiali quasi governativi come il Curator ed il Defensor. Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, tutto sarebbe stato assorbito dalla Curtis regia, dai Duchi, dai Gasindi, più tardi dai Vescovi. Ma sono teorie ed ipotesi ora in gran parte abbandonate da coloro stessi che una volta le sostenevano con grande ardore. Se tutto ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire in che modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare le popolazioni italiane, in gran numero raccolte nelle città. Di queste popolazioni essi dovevano pure occuparsi, ne avevano bisogno, perchè esse esercitavano i mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque fosse poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non dire impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi avessero potuto impedire che, almeno di fatto e per consuetudine, continuasse fra gl'italiani a vivere una qualche parte della giurisprudenza e delle istituzioni romane. Esse avevano create fra di loro un gran numero di relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano affatto l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che seguì a tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi con le istituzioni e con la legge romana, la totale scomparsa del Municipio sotto il loro dominio, renderebbe inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia, a Roma ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste più o meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo qui anticipare la discussione d'un argomento, che si presenterà più tardi con assai maggiore insistenza ed evidenza.

CAPITOLO IV Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma — L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio I e di Agilulfo — S. Colombano

Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove. Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa, cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. La statua che oggi si vede è però del 1740.

Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa fu il 3 settembre 590 consacrato col nome di Gregorio I, rimanendo per quattordici anni sulla cattedra di S. Pietro, fino cioè al marzo del 604. In lui v'era il doppio carattere d'un uomo contemplativo e ardentemente religioso, unito a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due qualità che sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che pur si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. Questo doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, alcuni dei quali, come i Dialoghi, le Omelie e i libri morali ci mostrano l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad uno scopo pratico, come son quelli che danno regole per la liturgia. Queste regole furono lungamente osservate: la messa si celebra anche oggi in gran parte secondo le norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole di quel canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici libri delle sue Epistolae sono un monumento davvero immortale per la sua vita e per la storia dei tempi. In esse impariamo a conoscere con sicurezza il carattere nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il secondo fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, il suo ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse divenuto il primo personaggio del secolo, che guidava non solo la Chiesa, ma la politica italiana, e in parte quella anche dell'Europa. Dovette occuparsi d'amministrare l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in tutta Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza il valore, che si fa da alcuni ascendere ad una estensione di 1800 miglia, con una rendita di 7,500,000 lire. E di questo denaro, che gli dava una gran forza, si valeva per aiutare non solo i conventi, il clero, la Chiesa; ma in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri. Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, di un affetto, di una cura singolare per l'interesse dei contadini. E oltre di ciò egli fa in esse una costante guerra ai Longobardi; anima le popolazioni italiane alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine, invitando qualche volta il clero stesso a prendere le armi. Tutto questo suo ardore operoso, fervido, giovanile si manifesta in mezzo ad un mondo che sembra da ogni parte cadere in rovina, e nel quale egli sta sempre fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa in Dio e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile pel bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli scrive, i campi desolati e deserti, le città vuote, il Senato è morto, il popolo più non esiste, la spada pende sul capo di coloro che sono rimasti: noi siamo in mezzo alla rovina del mondo.» Eppure non cede, non piega, non si scoraggia mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo il Patriarca di Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere il titolo di patriarca ecumenico, che spettava solo al Papa, capo della Chiesa universale. E, come per contrasto, continuava sempre a portare il titolo già assunto di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare fino a che non ebbe ottenuto la vittoria.

Le sue lettere all'Imperatrice sono piene delle più nobili massime in favore degli oppressi, contro la corruzione amministrativa, contro gli eccessi degli agenti del fisco. «Piuttosto, egli le scriveva, che gravar di tasse i miseri a segno tale che per pagarle alcuni son costretti a vendere schiavi i propri figli, mandateci meno danaro per le spese d'Italia, ed asciugate invece le lacrime degli oppressi.» Indefessa, costante fu la sua opera per guadagnare al cattolicismo i Longobardi. Per convertire il loro re Agilulfo si valse della moglie di lui Teodolinda, che già era cattolica. Dell'arcivescovo Costanzo, che raccomandò ai Milanesi, si valse per combattere l'arianesimo nell'alta Italia. Molto fece per diffondere sempre più il cattolicismo tra i Franchi e nella Spagna; ma soprattutto si adoperò per convertire gli Anglo-Sassoni, presso i quali mandò una prima missione nel 596, una seconda nel 601. Rafforzò l'unità della Chiesa, sottomettendo a Roma i vescovi, sulla cui elezione vegliò severamente, per combattere la simonia e la scelta di uomini poco degni, pericolo che allora minacciava assai. A rafforzare la papale autorità in Italia e fuori giovò molto anche il favore che egli dette al monachismo, sul quale il Papato aveva cominciato e continuò sempre più ad esercitare un'azione diretta, restringendo quella esercitata dai vescovi. Ma nello stesso tempo rafforzò il divieto d'accogliere nei monasteri chi ancora non aveva compiuti i diciotto anni, e chi aveva moglie, se questa non si dava anch'essa alla vita religiosa. In tutto si dimostrò un uomo superiore. Un giorno egli rimproverò il vescovo di Terracina, per avere a forza cacciati gli Ebrei dai luoghi in cui celebravano i loro riti religiosi, dicendo che coloro i quali dissentivano dalla vera fede, si dovevano richiamare alla dottrina di Gesù Cristo colla mansuetudine e la persuasione, non colla violenza.

Nell'anno stesso in cui fu eletto Gregorio I, si procedeva alla elezione del nuovo re dei Longobardi. Questi dissero a Teodolinda, di cui avevano giustamente un alto concetto, che si scegliesse un secondo marito, capace di governare, ed essi, fidando nel buon giudizio di lei, lo avrebbero senz'altro accettato per loro re. Teodolinda che aveva già cominciato a governare, e dato subito prova della sua accortezza politica cercando di stringere alleanza coi Franchi, tenuto ora consilium cum prudentibus, scelse Agilulfo duca di Torino, originario della Turingia, parente di Autari, bello, giovane, valoroso, prudente. Deliberata la scelta, si mosse francamente per andargli incontro verso Torino. E trovato che l'ebbe a Lumello, lo invitò a bevere nella stessa tazza, dopo di che, cum rubore subridens, si lasciò baciare in bocca, come per confermare la scelta che aveva fatta. Le nozze furono celebrate con generale letizia; e nel maggio del 591 Agilulfo assunse la potestà regia, solennemente acclamato dal popolo congregato a Milano.

La posizione in cui si trovava ora Agilulfo era assai difficile. Da una parte minacciavano i Franchi, da un'altra i Bizantini. A Roma c'era un Papa avversissimo agli ariani ed agli stranieri, che aveva grandissima autorità sulle popolazioni italiane. Se questi tre nemici si fossero una volta messi veramente d'accordo, ai Longobardi non sarebbe rimasto da far altro che ripassare le Alpi. Ma fortunatamente per essi quest'accordo non esisteva e non era possibile. Il Papa era tutt'altro che contento dei Bizantini, dei quali scontentissime si mostravano le popolazioni. I Franchi, continuamente paralizzati dalle sanguinose discordie interne, quando queste cessavano, si ponevano, è vero, assai facilmente d'accordo coi Bizantini, per muover guerra ai Longobardi. Se non che, tanto essi quanto i Bizantini avrebbero voluto ciascuno l'Italia per sè; e così appena erano sul punto di abbattere i Longobardi, tornava subito la discordia fra di loro, e ognuno di essi cercava d'avvicinarsi al nemico, a danno dell'amico. Si formò così una specie di equilibrio instabile, in mezzo al quale Agilulfo poteva sperare di destreggiarsi a suo modo. A questi pericoli esterni si aggiungevano però anche gl'interni. Alcuni dei Duchi, scontenti per la speranza delusa di salire essi sul trono, minacciavano di ribellarsi. Altri non pochi, sopra tutto quelli assai potenti che erano ai confini, aspirando a sempre maggiore indipendenza, dimostravano di volersi anch'essi ribellare.

In mezzo a tutte queste gravi difficoltà, Agilulfo seppe dar prova di tale e tanta prudenza, da reggersi non solo, ma da riuscire anche ad essere, come fu giustamente affermato dal Ranke, il vero fondatore del regno longobardo. E prima di tutto, seguendo il savio concetto di Teodolinda, riuscì a concludere coi Franchi un accordo, del quale ignoriamo i termini precisi. Sappiamo però che, per lungo tempo, da questo lato vi fu pace. Ma il merito di un tale accordo non deve attribuirsi tutto ad Agilulfo. Childeberto che aveva unito sotto di sè l'Austrasia e la Borgogna, lasciò morendo (596) due fanciulli, che si divisero fra loro le due parti del suo regno, dal quale la Neustria era adesso separata. Così tra i Franchi scoppiò di nuovo la guerra civile; ed il re dei Longobardi seppe trarne profitto, per concludere un accordo, che gli permise di darsi interamente a domare i Duchi ribelli, ed a mettere ordine nel Regno, per poter poi combattere vigorosamente i Bizantini.

Cominciò quindi col rivolgersi contro Mimulfo, duca dell'Isola di S. Giuliano, sul lago d'Orta, che fu da lui vinto ed ucciso. Andò poi contro Gaidulfo, duca assai potente di Bergamo, col quale, dopo averlo vinto, fece la pace; ma fu poi nuovamente assalito da lui, quando combatteva Ulfari duca di Treviso. Ciò non ostante, Agilulfo, vinto ed imprigionato Ulfari, si rivolse subito contro Gaidulfo, che s'era ritirato e fortificato nell'Isola comacina. Gli levò l'isola ed il tesoro ivi raccolto, lo inseguì a Bergamo, vincendolo di nuovo e facendolo prigioniero. Quando però tutti s'aspettavano di vederlo messo a morte, Agilulfo da vero uomo di Stato, dominando l'impeto delle sue passioni, gli fece grazia della vita. Sapendolo assai potente e di alto lignaggio, non voleva aumentar troppo il numero dei propri nemici. Rivolse poi il suo pensiero a Benevento, per far riconoscere anche in quel Ducato, già troppo indipendente, la regia autorità. Colà era morto il duca Zottone, ed Agilulfo invece di fargli succedere un parente come s'era fatto in passato, per arrivare, colla successione ereditaria, alla totale indipendenza di quel Ducato, vi mandò invece Arichi nobile longobardo del Friuli.

Il ducato di Spoleto aveva una estensione assai minore di quello di Benevento, ma gli dava grande importanza la sua posizione geografica. Posto sulla via Flaminia, la quale va da Roma a Rimini, che per altra via è congiunta con Ravenna, esso trovavasi fra la Pentapoli e Roma, che di continuo minacciava. Papa Gregorio infatti si doleva ora amaramente all'Imperatore che l'esarca Romano, il quale pur era un uomo valoroso, lo lasciasse esposto ai nemici assalti, senza muovere un passo in sua difesa, tanto che doveva egli solo provvedere a tutto. Lo pregava perchè si movesse finalmente a difesa della causa Italiae. «Io non so più, egli diceva, se ora adempio l'ufficio di pastore o di principe temporale. Debbo provvedere alla difesa, a tutto; sono divenuto il pagatore dei soldati.» E veramente egli pensava a restaurare le mura, a dare ordini per la difesa; era l'anima della guerra in Roma e fuori; avvertiva i capi dei militi a stare di continuo attenti ai movimenti degli Spoletini. In qualche città inviava soldati, scrivendo che la difendessero sotto l'ordine del Magister militum (27 settembre 591). Con un'altra lettera, circa dello stesso tempo, indirizzata: Clero, ordini et plebi consistenti Nepae, mandava il clarissimum Leontium a difenderla. Nel giugno del 592 scriveva a due Maestri dei militi come a suoi dipendenti, dando loro ordini per la guerra. E nello stesso anno, alla città di Napoli che si trovava senza armi, ed era minacciata da Benevento d'accordo con Spoleto, il Papa mandava il «Magnifico tribuno» Costanzo, ordinando che gli si affidasse il comando dei soldati, perchè potesse dirigere la difesa. E intanto, senza aver dall'Esarca aiuto nè di uomini nè di danari, doveva difendersi da Ariulfo, che s'avanzava per assediare Roma. «I soldati regolari che qui sono, così egli scriveva al vescovo di Ravenna, non avendo più le paghe, hanno abbandonato la Città; gli altri a stento s'inducono a far la guardia alle mura. Ormai non resta che concludere la pace coi Longobardi. Questa è divenuta per Roma questione di vita o di morte.» Ed assumendo sopra di sè ogni responsabilità, quasi fosse divenuto il capo legale, il rappresentante legittimo del Ducato romano, concluse con Ariulfo la pace.

L'Esarca fu di ciò irritatissimo, accusando il Papa d'avere compiuto un atto d'indebita sovranità, quasi fosse indipendente dall'Imperatore. Ormai, egli diceva, Ariulfo, sicuro alle spalle, poteva da un momento all'altro, unendosi con Agilulfo, procedere contro Ravenna. E nell'autunno del 592 s'avanzò verso l'Italia centrale, trovando a un tratto quelle forze che fino allora aveva sempre detto di non avere. S'impadronì di Perugia, di Todi, di Orte, di Sutri, che erano occupate dai Longobardi. Ed il Papa, di buona o di mala voglia, non ostante la pace fatta, dovette secondar questa guerra. Così il suo accordo coi Longobardi fu rotto; ed Agilulfo, nel maggio del 593, si mosse in persona contro Roma. Passato il Po, fece prigionieri alcuni Italiani, che mandò nella Gallia per venderli schiavi; altri arrivarono in Roma mutilati. Il Papa dovette allora solennemente annunziare al popolo, che interrompeva le sue predicazioni sopra Ezechielle, per occuparsi della guerra. «Nessuno ci potrà rimproverare, egli diceva, se cessiamo dal predicare in mezzo a tante tribolazioni, circondati come siamo dalle spade nemiche. Alcuni Italiani già tornarono fra noi colle mani mutilate; altri vennero fatti prigionieri, legati e venduti schiavi; altri uccisi!» Agilulfo intanto aveva già preso Perugia, ed ucciso il duca Maurizio che, dopo aver tenuto quella città pei Longobardi, la teneva ora pei Bizantini, ai quali l'aveva a tradimento ceduta. Pose poi l'assedio a Roma, e sebbene le notizie che abbiamo di questo fatto siano incertissime, sembra tuttavia che in parte la resistenza dei cittadini animati dal Papa; in parte la malaria che, a cagione della state, infieriva nella Campagna; in parte la ribellione dei Duchi non ancora sedata nell'alta Italia, finissero coll'indurre Agilulfo a ritornare verso il Nord, dove l'un dopo l'altro sottomise i ribelli.

In mezzo a tutti questi eventi il Papa andava sempre più divenendo il personaggio principale in Italia, i cui interessi egli ora rappresentava, la cui storia sembrava concentrarsi intorno a lui, che sorgeva gigante in mezzo al secolo, dando al Papato inaspettata grandezza, iniziando un'epoca nuova, tenendo testa a tutti con straordinaria energia. Non poteva andare d'accordo coi Longobardi, stranieri, ariani, barbari, saccheggiatori, nemici del nome romano. Non poteva neppure andare d'accordo coi Bizantini, continui essendo con Costantinopoli i dissensi religiosi, continua essendo colà la pretesa di tenere la Chiesa sottomessa all'Impero. Il patriarca Giovanni era sempre ostinato nell'assumere il titolo di ecumenico; e l'Imperatore aveva, con nuovo editto, proibito a coloro che facevano parte dell'amministrazione, d'accettare uffici ecclesiastici o entrare nei conventi. Contro di ciò il Papa energicamente protestava. Oltre di che la continua velleità d'indipendenza manifestata dal clero di Ravenna, veniva favorita adesso dall'esarca Romano, «la cui condotta, scriveva Gregorio, era peggiore di quella dei Longobardi; tanto che sembrano più benigni i nemici che ci uccidono, dei rappresentanti della Repubblica, i quali dovrebbero difenderci, ed invece colla loro malizia e le loro rapine ci consumano lentamente.» Si valeva di tutti i mezzi per agire sull'Imperatore e sull'Esarca; mediante l'arcivescovo di Milano, agiva anche su Teodolinda. Ma in sostanza neppure a lui conveniva una vittoria o prevalenza decisiva dei Bizantini o dei Longobardi. Avrebbe voluto perciò un accordo, col quale venisse stabilito un equilibrio che lasciasse la Chiesa libera dagli uni e dagli altri.

Agilulfo, che si trovava anch'egli in mezzo a mille difficoltà, pareva da parte sua disposto a stringere accordo col Papa; ma questi, dopo ciò che gli era successo per la pace conclusa con Ariulfo, non poteva arrischiarsi a provocare ora un'altra crisi. Si trovava quindi sempre più angustiato, e nelle sue lettere ripeteva che le continue tribolazioni non gli lasciavano neppur tempo di leggere o di scrivere. Tantis tribulationibus premor, ut mihi neque legere neque per epistolas multa loqui liceat. Ma quello che era peggio, non gli venivano risparmiate calunnie d'ogni sorta: lo accusarono presso l'Imperatore perfino d'avere ucciso un vescovo. Al che egli perdette addirittura la pazienza, e scrisse: «Se avessi voluto macchiarmi le mani nel sangue, a quest'ora la nazione longobarda non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e sarebbe in estrema confusione. Ma io temo Iddio e rifuggo dal macchiarmi le mani del sangue di chicchessia.» L'Imperatore lo aveva accusato d'incapacità e fatuità nella sua condotta verso i Longobardi. «E come! esclamava il Papa indignato, in un'altra lettera del 5 giugno 595, si è rotta la pace da me conclusa con Ariulfo, ritirando i soldati e lasciandomi solo contro Agilulfo. Ho dovuto vedere i Romani presi, legati come cani, e mandati a vendere schiavi nella Francia! L'Imperatore non avrebbe dovuto giammai prestar fede alle parole dei miei nemici, ma guardar solo ai fatti.» E se ne appellava a Gesù Cristo. Intanto i Longobardi di Spoleto e di Benevento si allargavano sempre più nell'Italia meridionale, saccheggiando, conquistando; nè quelle popolazioni potevano trovare aiuto o incoraggiamento in altri che nel Papa, il quale così acquistava sempre maggiore importanza ed autorità, diveniva di fatto il capo legittimo delle popolazioni italiane, che per tale lo riconoscevano.

Nel 595 l'aspetto generale delle cose cominciava a mutare alquanto, perchè moriva il patriarca di Costantinopoli, Giovanni, che era stato causa continua di dissidi, e ne succedeva un altro, Ciriaco, che era più accetto al Papa. Moriva non molto dopo l'esarca Romano, e gli succedeva Kallinicus (per corruzione detto Gallinicus), anche questi a lui molto più favorevole. Tutto ciò avrebbe agevolato non poco le trattative d'una pace generale coi Longobardi, se non si fosse trovato un ostacolo inaspettato nei duchi di Benevento e di Spoleto, i quali, volendo agir sempre per conto proprio, pretendevano di firmarla solo con speciali condizioni da essi imposte. Quindi nel 599 più che una vera pace, si concluse una tregua di soli due mesi. E, come papa Gregorio aveva già preveduto, dicendo: — si farà pace e non sarà pace; — così, quando non era anche scaduto il termine fissato, la tregua fu rotta senza poterla rinnovare. Nel 601 primo a cominciare le ostilità fu l'Esarca, cui rispose subito Agilulfo cercando d'incendiar Padova, che poi prese e distrusse. Egli fu in questa guerra secondato dagli Avari, ai quali mandò, ad faciendas naves, artefici italiani, probabilmente delle antiche scholae o associazioni di mestieri. A sempre più aumentare il disordine s'aggiunse, che da una parte gli Avari assalirono l'Impero e devastarono l'Istria, da un'altra i Longobardi di Spoleto ebbero più d'uno scontro cogl'imperiali di Ravenna.

Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne però a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio era divenuto assai impopolare per la severa disciplina che voleva nell'esercito. Gli Avari gli avevano nel 600 proposto che riscattasse per danaro 12,000 prigionieri, i quali erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente ricusato, li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo contro di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine all'esercito di passare il Danubio e svernare al di là del fiume, lo scontento arrivò a tale che ne scoppiò una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca, il quale manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. Nel novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, dopo averne fatto trucidare i figli sotto gli occhi stessi del padre. Siccome poi si doveva subito occupare della guerra persiana, così concluse la pace cogli Avari, richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra anche in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto con cui riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora gli scrisse una lettera nella quale, augurandogli ogni prosperità, diceva, «che gli angeli stessi del cielo avrebbero cantato un inno di lode al Signore,» per la nuova elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per quanto Foca aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo scopo costante, unico, supremo, a cui Gregorio Magno tutto sacrificava, pure il congratularsi della elezione d'un tal mostro non era scusabile in nessun modo. Bisogna tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei tempi, massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto si diceva con frasi altosonanti. Nè si può con certezza affermare, che quando il Papa scrisse quella lettera, avesse già avuto sicura e precisa notizia del sangue innocente con tanta crudeltà versato.

Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la ferrea volontà del Papa esercitava per mezzo della regina Teodolinda, cattolica e donna d'alti sensi, la quale lasciò gran nome di sè, e grandi opere pubbliche, sopra tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando Agilulfo fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato verso la fine del 602. Alcuni sostengono che si convertisse anch'egli; ma certo è solamente che si dimostrò assai favorevole ai cattolici. Del resto siamo già al principio della generale conversione dei Longobardi, la quale si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però che Agilulfo continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente gli si dimostrasse perciò sempre più avverso. Dopo aver preso Monselice, il re longobardo andò oltre verso Ravenna; e par certo che, in questa occasione, il Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca. Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di questi non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già pronti i loro dromoni (navi rapide) per metterli in mare, e servirsene solamente a proprio vantaggio. Si direbbe, che i Pisani fossero già ordinati in una qualche specie di municipale indipendenza, volendo e potendo deliberare da sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque sia di ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli Avari, assalì ed abbattè Cremona; prese Mantova di cui demolì le mura, e lo stesso fece di altre città, fino a che Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal settembre del 603 all'aprile 605.

In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le malattie di Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi dalle sue lettere, era anche andata sino all'ultimo crescendo sempre la sua prodigiosa attività. Non cessava mai di raccomandare a tutti che si provvedesse alle sorti della misera Italia, adoperandosi costantemente per essa: e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. L'anno 600 egli scriveva: «In undici mesi appena qualche volta la gotta mi ha lasciato levare di letto. La mia vita è divenuta tale che aspetto come un benefizio la morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale, ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» Una delle ultime lettere fu scritta nel gennaio 604, poco prima di morire, per mandare abiti e coperte ad un vescovo assai povero che pativa il freddo; e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. Poco dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, ed era sepolto in S. Pietro.

In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome Giovanni.

Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese. Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria, devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale; poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri, che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a casa sua.

Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo Rex totius Italiae; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia.

Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa. Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò. Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani. Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti, che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che Gregorio I esercitò sempre su tutti.

CAPITOLO V Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — L'Ecthesis — L'editto di Rotari

L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu il re legislatore dei Longobardi.

Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che secondo alcuni era chiamato Lemigius Thrax (611-616), ed a questo un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito un altro esarca.

In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere di là meglio difendere l'Impero.

Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo. Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro.

Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani, questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee. Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli, gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi, somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi, finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati: certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani.

Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano, quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio, ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio.

S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628 cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore. Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto, sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel 632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani, respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia, nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per sempre perduto le terre al di là del Tauro.

Notes in this chapter

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