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Le invasioni barbariche in Italia

LIBRO TERZO I LONGOBARDI (continued 2)

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La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana. Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura. E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore: peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava l'Ecthesis o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe potuto astenere dal condannare l'Ecthesis, se quando questo pervenne a Roma, egli non fosse già morto.

La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa, ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco, venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò col non volerlo confermare se prima non approvava l'Ecthesis; ma si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'Ecthesis non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con l'Enotikon.

Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero, sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San Giovanni, nella quale fu poi sepolta.

Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani, ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana, avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe perduto 8000 uomini.

In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale, divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì (642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò, morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di Benevento.

L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari fece di più notevole in tutto quanto il suo regno durato fino al 652. Esso è un monumento storico di grande importanza, e costituisce un atto di vera e indipendente sovranità. Era la prima volta che un barbaro osasse legiferare in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero nè, consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo dice nel proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto le consuetudini già prevalenti nel suo popolo, cercando di compierle e migliorarle, levandone il superfluo. Tutto ciò «col consiglio e consenso dei Primati nostri Giudici, e di tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e Primati erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in guerra e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso barbarico, era il popolo stesso dei Longobardi in armi. L'usanza di consultare i Grandi ed il popolo nelle faccende di generale interesse, era antica presso tutti i popoli germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa usanza, per le condizioni affatto speciali di vita, e per l'organizzazione tutta militare dei Longobardi, aveva perduto il suo carattere primitivo, ed era divenuta affare più di forma che di sostanza. I Primati non deliberavano, davano solo un parere, un consiglio; il popolo si limitava ad approvare.

Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari è certo una delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli altri barbari scrissero le loro leggi o consuetudini poco dopo entrati nell'Impero, ed i Longobardi assai più tardi. Sebbene poi questi non se ne avvedessero, è tuttavia per noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del diritto romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina in cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, in un ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, ed in alcune disposizioni che evidentemente non possono essere di origine germanica. L'Editto è diviso in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi dodici sembrano aggiunti più tardi.[35] Si comincia coi delitti contro lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, l'ordine della famiglia e della proprietà; di diritto pubblico v'è poco o nulla.

Si è molto disputato per sapere se questo Editto si applicava solo ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente le leggi barbariche avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei Longobardi però, e non di essi solamente, avevano anche un carattere territoriale, perchè si applicavano a tutti i popoli venuti con loro in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuni, il fatto che i Sassoni, i quali volevano vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni, dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, senza far tra di essi distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto, assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del tutto, d'una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente menzione neppure una volta. Nè si può concepire come i Longobardi, anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva messo radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni giuridiche, molte delle quali erano ai loro vincitori sconosciute in modo, che per esse la loro legge non provvedeva e non poteva provvedere nulla addirittura. Non si capirebbe poi come, ammessa una volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire e del suo riapparire si facesse nei documenti o nelle cronache cenno alcuno. La conclusione più probabile cui bisogna, secondo noi, arrivare è che, sebbene la legge romana non venisse officialmente riconosciuta, pure in molte delle relazioni private che da antico correvano fra gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno consuetudinaria.

Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente indurre la persistenza del diritto romano,[36] questa apparisce manifesta come un fatto normale nella legislazione posteriore di re Liutprando. «Se un Longobardo, noi leggiamo in essa, dopo avere avuto figli, si fa chierico, questi continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto la quale viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire non solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa era sottoposto anche il Longobardo che si faceva chierico. E quale poteva esser mai quest'altra legge se non la romana? Il diritto canonico, che pur vigeva certamente, non era forse pieno d'elementi di diritto romano, e non dovette perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento, che apparisce infatti sempre più manifesto? La longobarda è una legislazione essenzialmente barbarica, sulla quale si scorge sin dal principio l'azione d'una civiltà superiore, esercitata per mezzo del diritto romano e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di raccogliere le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di diritto, e cerca diminuirlo, come cerca di aumentare le composizioni, per mettere un qualche freno alla vendetta (faida) barbarica. In alcuni casi egli condanna l'uccisione delle streghe, come contraria all'umanità ed ai principii del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo a misura che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, più chiari sono in esso apparsi gli elementi nascosti di diritto romano. Risorge perciò sempre più la teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della persistenza del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza, sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. Anche l'esistenza in tutto il Medio Evo di scuole di grammatica e di diritto romano a Ravenna, a Roma ed altrove, apparisce sempre più dimostrata.

La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente germanico, e manifesta costantemente questo suo carattere fondamentale, sebbene in alcuni punti apparisca alquanto alterato dalle condizioni speciali in cui essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi per la campagna, in case separate, con siepi che circondano i campi. Rotari dichiara fin dal principio d'essere mosso dall'interesse dei propri sudditi, «specialmente rispetto ai continui travagli dei poveri, ed alle esazioni inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, come è stato sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte si deve anche attribuire al fatto, che i barbari in generale rivolgevano la loro ostilità sopra tutto contro i latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano, uccidevano i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori dei Bizantini; nè si sa che nelle campagne o nelle città li opprimessero al pari dei ricchi.

La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto la legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; ed è di sua natura intrinsecamente, essenzialmente contraria allo spirito vero del diritto romano. Quello che vi domina non è il concetto giuridico dello Stato, ma il concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e fondamento di una società, in cui il governo è ancora assai debole, si trova fortemente costituita a propria difesa; ma non apparisce giuridicamente coordinata allo Stato, risultando invece unita dai primitivi vincoli del sangue. La donna, come debole, è sottoposta ad una perpetua tutela, che si chiama mundio, da cui non può mai liberarsi: non può mai essere selbmundia. La tutela a cui ella è sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran parte determinata dall'interesse della famiglia, che si vuol tenere unita, e della quale non si vuole perciò dividere il patrimonio. Per questa ragione la tutela romana può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa dal mundio del padre a quello del marito, alla morte del quale va sotto il mundio dei parenti di lui, ed in alcuni casi anche dei propri fratelli o del proprio figlio; in ultimo, della Curtis regia: non essendo capace di portare le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di qualcuno. I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, di cui, quando è nubile, ha solo una piccola parte. La famiglia longobarda non era come la romana una specie di monarchia assoluta, nella quale, massime sotto la Repubblica, il padre aveva un potere illimitato; però anche presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La donna maritata trovava qualche protezione nell'autorità serbata ai suoi parenti; e l'autorità paterna sul figlio aveva dei limiti ignoti alla legge romana. Divenuto atto alle armi, esso poteva separarsi dalla propria famiglia, e costituirne un'altra. La legislazione barbarica in generale, come è noto, non conosceva il regime dotale; ma presso i Longobardi la donna possedeva quello che le veniva dal marito, il quale doveva liberarla dal mundio del padre o dei fratelli, pagandone il prezzo; darle la meta che si può dire una specie di dote, e il dono del mattino, morgengab. Il padre le doveva solo il faderfium, che era un dono a suo beneplacito. Presso di essi la proprietà collettiva germanica era scomparsa quasi del tutto, essendone solo qua e là sopravvissuta qualche debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione del diritto romano, comincia ad apparire, esso è, come la donazione, di sua natura irrevocabile.

Il carattere germanico di questa legislazione, opposto a quello del diritto romano, apparisce più chiaro ancora nel diritto penale. La pena di morte, che era assai rara, si applicava, secondo l'Editto, innanzi tutto a chi attentava alla vita del re, che era tenuta sacra: «il cuore del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio marito; allo schiavo che uccideva il padrone; a chi disertava al nemico, si ribellava contro il re o i duchi, eccitava i soldati alla ribellione. Quanto al resto, tutto il diritto penale longobardo era una serie di composizioni pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati. Ma questa pena era intesa a soddisfare la faida, o sia la vendetta privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta la famiglia; non era destinata, come presso i Romani, a ristabilire la giustizia, a vendicare la Repubblica. Qui era il contrasto fondamentale, che ai Romani doveva apparire una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema della prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul così detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano a scemare i duelli. Il guidrigildo era la pena che si pagava per l'uccisione d'un uomo o d'una donna, ed andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più tardi, parte ad essa, parte al Re.

Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato nessun guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere che dai Longobardi non si desse alla sua vita valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma abbiamo già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, e quindi neppure che alla loro vita non si desse valore alcuno; nessuno più osa dal silenzio della legge dedurre così gravi conseguenze. È superfluo dunque fermarsi a combatterle.

CAPITOLO VI Grimoaldo re — Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore — Costante II in Italia — Morte di Grimoaldo — Bertarido — Cuniberto — Conversione dei Longobardi al cattolicismo — Liutprando

Morto Rotari (652), gli successe il figlio Rodoaldo, che venne ben presto ucciso; ed a lui seguì il cognato Ariperto (653-61), figlio di quel Gundobaldo fratello di Teodolinda, venuto con lei di Baviera, e morto poi duca di Asti. Di Ariperto si sa poco o nulla; e subito dopo segue un periodo assai oscuro, alterato da molte leggende, dalle quali non riesce facile cavare un qualche costrutto storico.

Ariperto lasciò il regno diviso fra i suoi due figli Bertarido e Godeberto, divisione questa assai comune presso gli altri barbari, sopra tutto i Franchi; ma affatto insolita fra i Longobardi, il regno dei quali era già troppo diviso in Ducati. Nè meno singolare è il vedere che i due fratelli ebbero le loro rispettive capitali, il primogenito a Milano, il secondo a Pavia. Così non solo esse erano l'una vicina all'altra; ma il secondogenito risiedeva nella più importante delle due, Pavia essendo stata sempre la capitale del regno. I due fratelli, com'era naturale in tali condizioni, furon subito in guerra fra di loro. E Godeberto mandò Garibaldo duca di Torino a Grimoaldo duca di Benevento, promettendogli in isposa la propria sorella, se veniva a Pavia per aiutarlo contro Bertarido. Grimoaldo allora, quello stesso che vedemmo scampato alla strage seguìta nel Friuli, uomo assai avventuroso, lasciato il governo di Benevento in mano del proprio figlio, si mosse subito con un piccolo esercito, che s'andò ingrossando per via. Arrivato a Pavia, secondo il racconto, che in parte almeno è leggendario, invece d'aiutare Godeberto, lo uccise inopinatamente, tanto che il figlio ebbe appena il tempo di mettersi in salvo. Bertarido, saputo quello che era seguìto, se ne fuggì anch'egli, ricoverando presso gli Avari in tal fretta, che lasciò indietro la moglie ed il figlio Cuniberto, i quali caddero ambedue nelle mani di Grimoaldo, che li mandò prigionieri a Benevento. Grimoaldo sposò poi la sorella di Godeberto, che gli era stata promessa per indurlo a venire in aiuto del fratello, da lui invece detronizzato ed ucciso. Il duca di Torino, che aveva secondato il tradimento, fu da un parente del tradito Godeberto ucciso; ma Grimoaldo venne confermato a Pavia re dei Longobardi (662). Questo fatto aveva grande importanza, perchè egli rimaneva anche duca di Benevento, dove suo figlio governava per lui; e fu la prima, anzi l'unica volta in cui quasi tutta Italia si trovò unita sotto un re longobardo, il che poteva, se fosse durato, avere gravissime conseguenze. Ma chi già se ne risentiva non poco era il Papa, il quale si trovò come stretto in un cerchio di ferro, circondato per ogni lato dai Longobardi. Ciò lo spinse ad avvicinarsi improvvisamente all'Imperatore, col quale era stato fino allora in assai aspro dissenso.

Noi abbiamo già accennato alla disputa monotelita, inasprita dalla pubblicazione dell'Ecthesis, e dall'essersi nel 640 l'Esarca impadronito del tesoro lateranense. Seguì poi la pubblicazione del Tipo, nel quale l'imperatore Costante II (642-68) minacciava pene severissime a coloro che avessero continuato a disputare sulla doppia volontà di Gesù Cristo. Ma papa Martino I (649-53), che aveva un carattere assai energico, raccolse in Laterano un Concilio (649), nel quale intervennero 202 vescovi, che condannarono l'empiissima Ecthesis di Eraclio, e lo scelleratissimo Tipo di Costante. Era la prima volta che un Papa osasse condannare a questo modo editti imperiali; e però l'esarca Olimpio ebbe ordine d'impadronirsi colla forza della persona stessa di Martino I, e mandarlo a Costantinopoli. La leggenda narra che l'Esarca aveva dato ordine d'uccidere il Papa, mentre celebrava la messa; e che l'assassino il quale ne aveva assunto l'incarico accecò nel momento stesso in cui doveva compiere il delitto. Ma allora appunto il rapido avanzarsi dei Musulmani nel Caucaso, nella Siria, in Egitto, più oltre nell'Africa, e finalmente in Sicilia, costrinse Olimpio ad andar loro incontro nell'isola, donde, essendo essi in piccolo numero, si ritirarono. Ed in questo momento scoppiò di nuovo la lotta fra l'imperatore Costante ed il Papa, che il nuovo esarca Teodoro Calliopas, venuto a Roma con un esercito nel giugno del 653, doveva imprigionare. Arrivato che fu l'Esarca, lo trovò a letto, presso l'altare della Basilica lateranense. Il popolo voleva allora colla forza respingere la forza; Martino I però vi s'oppose, vietando che si venisse per lui a spargimento di sangue. Così si lasciò prendere e menare a Costantinopoli, dove sopportò la fame e la tortura; fu poi condotto con un anello al collo nella loggia dove si esponevano i malfattori, senza che con ciò si riuscisse a piegarlo. Finirono col mandarlo in Crimea, dove morì nel settembre del 655, e fu dichiarato Santo dalla Chiesa. All'abate Massimo, che era stato ardente sostenitore delle due volontà, venne mozza la destra e strappata la lingua.

Or fu appunto, quando a questo Papa così iniquamente trattato successero prima Eugenio I (654-57) e poi Vitaliano I (657-72), che noi vediamo iniziato e concluso l'accordo politico coll'Imperatore, senza che questi avesse da Roma ottenuto nessuna concessione nella disputa religiosa. Ciò si dovette in parte al minaccioso e continuo avanzarsi dei Musulmani, i quali nel 655, in un luogo detto alle Colonne, presso il Monte Fenice, sulla costa della Licia, in una grande battaglia navale sconfissero e posero in fuga l'imperatore Costante. A questo fatto, che portò un vero spavento in tutta la Cristianità, s'aggiunsero la cresciuta potenza dei Longobardi, e i dissensi religiosi che agitavano l'Italia. In Aquileia s'era riaccesa la controversia dei tre Capitoli, sebbene i Papi avessero fatto ogni opera per sopirla. La Chiesa di Milano dava segni manifesti di volersi rendere indipendente a similitudine di quella di Ravenna, dove un tale desiderio era assai antico, e dove l'arcivescovo Mauro voleva ora assumere addirittura il titolo di Patriarca.

In conseguenza di tutto ciò, messo pel momento da parte ogni dissenso religioso, Papa e Imperatore si unirono. Nel 662 Costante partiva da Costantinopoli per venire con un esercito in Italia, dove nessuno sapeva indovinare con precisione che fine veramente egli avesse. Secondo alcuni voleva portar la sua sede in Sicilia, per farne centro dell'Impero, a meglio difenderlo contro i Musulmani; secondo altri veniva invece per frenare la potenza dei Longobardi. In questo caso il momento non sarebbe stato male scelto. Egli era infatti partito da Costantinopoli nell'anno in cui Grimoaldo fu proclamato re dei Longobardi; sbarcava a Taranto nel 663, ed ingrossato per via l'esercito, andò subito verso Benevento, quando, per le discordie con violenza scoppiate nell'alta Italia, era assai difficile che Grimoaldo potesse mandare aiuti al figlio Romualdo. Il quale tuttavia, vedendo addensarsi sul suo capo la tempesta, mandò il proprio balio Sessualdo ad avvertire di tutto il padre in Pavia. Questi, senza metter tempo in mezzo, senza pensare al pericolo di lasciare un regno a mala pena conquistato con un colpo di mano e pieno perciò di scontento, si mosse subito in aiuto del figlio. Non lo sgomentarono le diserzioni seguite per via, nè la voce sparsa che egli non sarebbe potuto più tornare a Pavia. Sessualdo che lo aveva preceduto, tornando per avvertire il figlio del prossimo arrivo degli aiuti, fu fatto prigioniero da Costante, il quale lo condusse sotto le mura di Benevento, dove voleva colle minacce e con la violenza indurlo ad affermare a Romualdo, che il padre non sarebbe in nessun modo potuto venire a soccorrerlo. Ma Sessualdo invece, quando vide il giovane Duca alle mura, esclamò eroicamente: — Fatti animo, Grimoaldo è per giungere; questa notte sarà al fiume Sangro. — Dopo di che, prevedendo il suo inevitabile destino, gli raccomandò la moglie ed i figli. Infatti ben presto l'Imperatore gli fece troncar la testa, che fu con una macchina di guerra gettata dentro le mura di Benevento, dove Romualdo la baciò piangendo. Costante si ritirò, lasciando intorno a Benevento 20,000 uomini, che furon battuti dalle forze riunite di Romualdo e di Grimoaldo.

L'Imperatore andatosene allora a Roma (5 luglio 663), donde il Papa gli venne incontro a sei miglia dalle mura, visitò le chiese, lasciandovi donativi; ma portò via preziosi bronzi, fra cui anche il tetto del Panteon, che era dorato. Di là, per Napoli e le Calabrie, se ne tornò in Sicilia, dove per cinque anni, oppresse siffattamente il paese, che nel 668 venne affogato in un bagno. Gli successe il figlio Costantino Pogonato (668-85).

Grimoaldo doveva pensare adesso a ristabilire l'ordine nel suo regno. Lasciato quindi il figlio al governo di Benevento, dette una sua figlia in isposa al conte di Capua, che lo aveva aiutato nella guerra contro l'Imperatore, e lo nominò duca di Spoleto. Tornato a Pavia, si diede a combattere coloro che lo avevano abbandonato o tradito. Quegli di cui più doveva temere era certo Bertarido, che rifugiatosi presso gli Avari, divenne subito il richiamo di tutti gli scontenti. Grimoaldo invano fece il tentativo d'indurre gli Avari a darglielo nelle mani. Allora Bertarido, fattosi animo, mandò il suo fido Unulfo a dirgli, che sarebbe venuto spontaneamente, sicuro della lealtà di lui; e Grimoaldo lo accolse amichevolmente nel suo proprio palazzo. Ma tale e tanto fu il numero di coloro che accorrevano a lui, che i sospetti crebbero ogni giorno, ed il Re decise finalmente di uccidere il suo ospite. Questi fattone consapevole, riuscì a fuggire coll'aiuto di Unulfo, a lui sempre fido compagno. Grimoaldo si diede allora a combattere Lupo, duca del Friuli, un altro di coloro che gli si erano ribellati durante la guerra; e gli mosse contro gli Avari, che lo sconfissero ed uccisero. Dopo aver fatto altre vendette, strinse amicizia coi Franchi nel 671, e poi morì. Forte, valoroso ed avventuroso, par che fosse anche tra i convertiti al cattolicismo. Nel 668 aggiunse alcuni nuovi capitoli all'Editto di Rotari. Fu certo fortunato nelle sue imprese guerresche; ma anche a lui mancò un concetto politico direttivo. Quando infatti l'imperatore Costante si era ritirato in Sicilia, egli avrebbe dovuto dedicarsi a compiere la conquista dell'Italia meridionale, ad impadronirsi di Napoli e di Roma, il che lo avrebbe reso più forte anche nell'Italia superiore; ma invece, tornatosene subito nel settentrione, perdè il tempo in piccole vendette o guerre alla spicciolata. Così tutto ricadde nell'antico disordine; e morendo egli lasciò nuovamente l'Italia divisa. Il suo primogenito Romualdo ebbe il ducato di Benevento; il secondogenito Garibaldo governò sotto la reggenza della madre, che era sorella di Bertarido. Ma questi, che s'era rifugiato in Francia, accorse ora in Italia, dove fu subito riconosciuto re dei Longobardi; e di Garibaldo non si sentì più parlare. Bertarido che era anch'esso fervido cattolico, regnò diciassette anni, costruì molte chiese e conventi, favorì sempre più la generale conversione dei Longobardi, che procedette assai rapida, ma pel grande mutamento che portava, fu causa continua di disordini.

Il fatto più notevole che avvenne, fu la ribellione di Alachi duca di Trento, assai avverso al clero, che Bertarido invece favoriva con ardore. Ma questi, dopo averlo sottomesso, volle usargli clemenza, sebbene prevedesse che ciò sarebbe riuscito funesto alla sua famiglia. Infatti, morto che fu Bertarido nel 688, lasciando erede il figlio Cuniberto, Alachi insorse di nuovo e s'impadronì colla violenza del regno. Se non che il suo carattere violento e dispotico, la sua avversione al clero, la sua condotta sleale promossero una ribellione che richiamò Cuniberto, e così il regno si trovò diviso in due partiti, lacerato da due pretendenti, i quali finalmente s'affrontarono sull'Adda, dove Alachi venne sconfitto e rimase ucciso.

Durante questo tempo la società longobarda subiva una notevole trasformazione. Il progresso del cattolicismo promoveva la cultura, faceva a poco a poco un popolo solo dei vincitori e dei vinti, che sembravano risorgere a vita novella. E ciò si scorge nel linguaggio stesso adoperato da Paolo Diacono, quando descrive la lotta fra Alachi e Cuniberto, dando allora per la prima volta importanza alle città della Penisola. Infatti egli dice che Alachi, passando per Piacenza e per la parte orientale del regno, cercò colla forza e colle blandizie di farsi amiche e socie le varie città, singulas civitates. Giunto poi a Vicenza i cittadini gli mossero guerra; ma dopo essere stati vinti, gli divennero anch'essi socii (V. 39). Queste ed altre espressioni finora insolite nella sua storia, farebbero credere che a lui apparisse già chiaro, come le città italiane cominciassero allora ad acquistar nuova importanza. Certo è in ogni modo che Cuniberto regnò fino al 700 in buonissimi termini col clero, e nella Corte di Pavia si videro allora per la prima volta fiorire i germi d'una nuova cultura.

Ma alla sua morte ricominciarono i disordini, perchè al figlio Liutberto, affidato alle cure del fido e valoroso Ansprando, si oppose il parente Ragimberto, che s'impadronì del trono e lo lasciò ben presto al figlio Ariberto II (701-12). Questi dovette però difendersi contro Ansprando, e lo vinse pienamente, costringendolo a cercare scampo in Baviera. Fece crudele vendetta contro la moglie e i figli di lui, ai quali tagliò le orecchie, cavò gli occhi, strappò la lingua. Lasciò tuttavia che presso il padre si ponesse in salvo solamente il giovanetto Liutprando, che per la tenera età egli credette innocuo; ma che invece era destinato ad essere il più illustre re dei Longobardi. Infatti, quando Ariberto pareva sicuro sul trono, e nonostante le molte sue crudeltà, era lodato e sostenuto dal clero pel suo zelo religioso, pei doni alle chiese, per la restituzione fatta al Papa o, come si diceva, a S. Pietro di alcune terre nelle Alpi Cozie, usurpate dai Longobardi, giunse invece il giorno della vendetta. Ansprando, che era riuscito in Baviera a mettere assieme un esercito, venne in Italia; ed Ariberto dopo debole resistenza cedette, cercando di ricoverarsi in Francia. Corse perciò a Pavia, raccolse quanto oro potè, e si dette con esso a precipitosa fuga, tentando di ripassare a nuoto il Ticino, così carico come era; ma invece, pel peso che seco aveva, affogò. Ansprando allora salì sul trono, ed essendo morto poco dopo (18 giugno 712), lo lasciò al figlio Liutprando. Così ebbe fine questo lungo periodo di confusione e di disordine, quasi d'anarchia, cui fu in preda la società longobarda, durante la sua conversione al Cattolicismo.

CAPITOLO VII Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero — Filippico imperatore — Ribellione in Roma

Ma se grande fu in questo tempo il disordine nell'Italia longobarda, non minore era stato nell'Italia bizantina, a cagione soprattutto degli avvenimenti religiosi seguiti a Costantinopoli, e dei dissensi che in conseguenza di ciò sorsero fra il Papa e l'imperatore Giustiniano II (685-95 e 705-711). Questi tenne di suo arbitrio un Concilio (691), che dal luogo in cui s'adunò, una sala del palazzo imperiale, sotto una cupola (trullo), fu detto trullano o anche in trullo; altri lo chiamò quinisesto, perchè, ad evitare dispute con Roma, si pretendeva che non fosse un nuovo Concilio, ma solo un complemento del quinto e del sesto, essendosi occupato di sola disciplina e non di domma. Ma una tale convocazione era stata da parte dell'Imperatore un atto d'indipendenza religiosa, che il Papa non poteva certo tollerare. I nuovi canoni, se anche di sola disciplina, si allontanavano dalla disciplina di Roma; e perciò il nuovo Concilio fu dai cattolici chiamato erratico, e papa Sergio (687-701) non volle sottoscriverne le deliberazioni. L'Imperatore fu di tutto ciò sdegnato per modo, che mandò il protospatario Zaccaria ad imprigionare il Papa. Ma le milizie di Ravenna e della Pentapoli corsero armate verso Roma a difenderlo; e l'esercito romano, che allora era già costituito, par che se ne stesse a guardare senza punto muoversi. I ribelli sopravvenuti furono perciò subito padroni della Città, ed il Protospatario, per salvare la propria vita, finì col nascondersi sotto il letto del Papa. Questi, fattogli coraggio, si presentò dal balcone al popolo, raccomandando la calma; ma la moltitudine non si mosse fino a che Zaccaria non fu ignominiosamente partito da Roma.

Tutto questo avveniva fra il 693 e 94, e Giustiniano II non ebbe modo di far di ciò le sue vendette, perchè era allora assai combattuto a Costantinopoli, dove non andò guari che una rivoluzione lo sbalzò per alcuni anni dal trono (696-705). Nè per questo cessava la lotta dei Bizantini con Roma. A papa Sergio era successo Giovanni VI (701-705), quando s'avanzò minaccioso il nuovo esarca Teofilatto; e, secondo la espressione del Libro pontificale, la Militia totius Italiae[37] corse tumultuosamente a Roma, dove il Papa a fatica potette sedarla. Ma allora appunto una rivoluzione seguìta a Costantinopoli, rimetteva da capo sul trono Giustiniano II, il quale, di natura sua sanguinario e crudele, voleva adesso vendicarsi de' suoi nemici, non solo in Oriente, ma anche in Italia. Qui era stato eletto nuovo papa Costantino (708-15); e poco dopo si vide arrivare a Ravenna una flotta comandata dal patrizio Teodoro, la quale venne accolta come amica. Ma ad un tratto i principali nobili ed ecclesiastici furono fatti prigionieri e condotti in catene sulle navi; dopo di che i Bizantini scesero a terra in buon numero, e posero a sacco ed a fuoco la città, facendo sommaria ed aspra punizione dei ribelli. Parecchi dei prigionieri che erano, come dicemmo, fra i più autorevoli cittadini, vennero per ordine di Giustiniano II messi a morte. Ed è ricordato fra gli altri un tal Giovanniccio, assai noto per gli alti uffici che aveva tenuti, per la profonda conoscenza della lingua e letteratura greca e latina. L'arcivescovo Felice di Ravenna fu, secondo l'uso bizantino, abbacinato, e poi mandato esule in Crimea. Così l'Imperatore si vendicò contro i ribelli, che avevano osato umiliare i suoi rappresentanti in Roma. Ed il Papa, che non era punto amico dell'Arcivescovo, perchè questi, al pari di molti de' suoi predecessori, era stato ed era sempre pronto a sostenere la propria indipendenza da Roma, lasciò fare all'Imperatore senza alcuna protesta da parte sua. Anzi, chiamato a Costantinopoli (710), v'andò, e raggiunto Giustiniano nell'Asia Minore, par che fra di loro si mettessero d'accordo; dopo di che, festeggiato in Oriente ed in Occidente, tornò a Roma il 24 ottobre 711.

Ma l'agitazione non s'era in questo mezzo punto calmata in Italia, anzi ogni giorno cresceva. I fatti di Ravenna avevano prodotto una grande irritazione nelle città bizantine, soprattutto dell'Esarcato. Agnello Ravennate, dopo aver descritto i giuochi atletici, le lotte sanguinose e la fierezza de' suoi concittadini, narra che l'Imperatore assetato ancora di vendetta, mandò colà nuovo esarca Giovanni Rizocopo. Questi, arrivato a Roma quando il Papa era già partito per l'Oriente, fece prendere e decapitare alcuni dignitari della Chiesa, e ciò fu causa di un'altra violenta ribellione nell'Esarcato, in conseguenza della quale, appena arrivato colà, il nuovo Esarca v'incontrò la morte. Il popolo era corso alle armi, eleggendosi a proprio capo Giorgio, il figlio di quel Giovanniccio che vedemmo trucidato dai Bizantini. Egli divise la cittadinanza in dodici bandi o compagnie armate, una delle quali era composta del clero e de' suoi dipendenti, divisione che un secolo dopo durava tuttavia a Ravenna. Giorgio arringò le popolazioni con un linguaggio, che fa pensare a Cola di Rienzo. E con Ravenna allora insorsero contro l'Impero le città di Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, quasi tutto l'Esarcato.[38] Questo è il primo esempio d'una confederazione di città italiane, che appariscono a un tratto come già aventi una propria personalità. E vero che il solo a parlarne è Agnello Ravennate, scrittore ampolloso che visse un secolo dopo, il quale non dà nessun altro particolare d'un fatto così importante, del quale perfino l'anno rimane incerto fra il 710 ed il 711. Ma noi abbiamo già visto in Paolo Diacono accenni alla importanza che andavano allora assumendo le città italiane, e abbiamo visto anche de' segni precursori di questa ribellione, che ben presto si ripeterà sotto altra forma.

Giustiniano II non potè pensare a nuove vendette, perchè una seconda rivoluzione, seguita a Costantinopoli, privò della vita lui ed il figlio, proclamando imperatore Filippico (711-13), il quale pareva che volesse conciliarsi col Papa. Egli rimandò a Ravenna l'Arcivescovo che era stato crudelmente abbacinato, e che, appena tornato, fece ora atto di sottomissione a Roma; mandò anche la testa di Giustiniano II, che tutti corsero a vedere con feroce avidità. Ciò non ostante, ben presto scoppiò da capo più viva che mai la discordia col Papa, perchè il nuovo Imperatore, che era monatelita, volle radunare i vescovi monoteliti, che dichiararono nulle le decisioni del sesto Concilio; il che sollevò subito una tempesta in Roma, dove fu sdegnosamente respinta una tale deliberazione. In S. Pietro e nelle altre chiese venne proibito il ritratto dell'Imperatore eretico, ed il suo nome non fu pronunziato nella messa; il popolo ne respinse gli editti, nè volle dar corso alle monete d'oro colla sua immagine. Il Libro pontificale, narrando questa nuova ribellione, menziona per la prima volta il Ducatus Romanae Urbis; ricorda anche il suo Dux, e la parte presa dal Populus Romanus nei tumulti. Nobili, esercito e popolo si trovarono ora uniti contro l'Imperatore, che voleva sostituire un nuovo Duca, di nome Pietro, a quello designato dal suo predecessore. Ne nacquero violenti tumulti, perchè una parte del popolo faceva a ciò aperta opposizione. Il disordine era durato quasi un anno, quando il Papa si pose di mezzo per calmarlo; e gli riuscì facilmente, perchè allora appunto giungeva la notizia che l'Imperatore eretico era stato deposto ed accecato. Gli era successo (713) Atanasio II, il quale, fatta dichiarazione della sua fede ortodossa, mandò a Ravenna l'esarca Scolastico; ed i Romani accettarono il duca Pietro, dopo che esso ebbe giurato di rinunziare a far vendetta de' suoi oppositori. In Oriente seguirono ancora alcuni anni di gran disordine, fino a che il 25 marzo 717 venne eletto imperatore Leone III l'iconoclasta, col quale incomincia addirittura un nuovo periodo storico.

CAPITOLO VIII Liutprando, Gregorio II e Leone III — La lotta per le immagini — Liutprando ne profitta ed assale il Ducato romano — Il Papa si rivolge la prima volta ai Franchi — Non potendo avere da essi aiuto, si riavvicina ai Longobardi

Sulla scena del mondo appariscono ora tre grandi personaggi: Liutprando, che sin dal 712 era salito sul trono dei Longobardi, e fu il loro più gran re; Gregorio II, che fu eletto papa nel 715, e non era punto indegno del glorioso nome che portava; Leone III proclamato imperatore nel 717, il quale col suo celebre editto contro le immagini (726) produsse una grandissima agitazione in tutto quanto l'Impero.

Liutprando, valoroso, forte, intelligente, conquistatore e legislatore, regnò anni 31; ma dovette cominciare collo sventare varie congiure ordite contro di lui, e porne a morte gli autori. Il suo lavoro legislativo dopo quello di Rotari fu il più importante, avendo egli, fra il 713 e 735, pubblicato 153 leggi, in quindici assemblee, d'accordo «coi Grandi, coi Giudici, con tutto il popolo», o come dice altrove, d'accordo «cogl'illustri Ottimati e con tutti i nobili longobardi.» In queste leggi visibile assai apparisce l'azione del diritto canonico e della Chiesa; e Liutprando stesso dichiara d'averle scritte per divina ispirazione e per avvicinarle sempre più alla legge di Dio, qualche volta scrive anche, quia Papa per epistolas nos adhortavit. Nella sua legislazione il carattere di primo re longobardo cattolico apparisce più volte assai manifesto, specialmente nei testamenti a vantaggio dell'anima, nel matrimonio riconosciuto come sacra istituzione, nei privilegi accordati alla Chiesa, nell'invito a guardarsi dagli eretici. Visibile ancora si scorge l'azione del diritto romano in alcune disposizioni sul testamento e sui diritti successorii delle donne. Assai chiara apparisce ancora una grande avversione ai giudizi di Dio, ed una crescente premura a favore dei miseri contro la oppressione dei regi ufficiali. Tutto questo non riesce però mai ad alterare il carattere longobardo della legislazione, che rimane sempre sostanzialmente intatto.

L'imperatore Leone III, come abbiamo già detto, fu cagione d'una grande agitazione negli affari generali del mondo. Egli dovette lottar prima contro i Musulmani, che s'avanzarono nell'Africa, nella Spagna, nella Provenza, e minacciavano la stessa Costantinopoli. Dopo averli valorosamente combattuti per terra e per mare, riuscì non senza grave fatica e pericolo a respingerli. Dovette inoltre reprimere parecchie ribellioni, la più grave delle quali in Sicilia, dove si giunse addirittura a proclamare un nuovo Imperatore. Non era appena domata questa ribellione, che scoppiò la lotta per le immagini, la quale parve mettere subito l'Oriente e l'Occidente, ma specialmente l'Italia, in fiamme; e quest'agitazione venne anche più inasprita dal fatto che papa Gregorio II non era uomo da lasciarsi intimidire nè piegare. Egli s'era subito messo in attitudine di difesa contro i Longobardi, fortificando le mura di Roma. Liutprando però, che era fervente cattolico, si dimostrò verso di lui assai rispettoso; confermò la restituzione da Ariberto II già fatta delle terre usurpate alla Chiesa nelle Alpi Cozie. La ricostruzione avvenuta circa il 719 del Monastero di Montecassino, più di un secolo prima distrutto dai Longobardi, era un'altra prova del loro mutamento religioso.

La lotta per le immagini divampò con una singolare rapidità, avendo essa trovato il terreno già apparecchiato. Per sfortuna la cronologia dei fatti allora seguiti è disperatamente intricata ed oscura. E di ciò gli scrittori ecclesiastici profittarono, per giustificare sempre ed in tutto la condotta del Papa, cercando di dar carattere religioso anche a quei suoi atti, che precedettero la lotta e movevano solo da interessi politici. Così la storia di questo periodo riesce ne' suoi particolari assai confusa. Sembra certo che non molto prima che fosse cominciata la lotta, Liutprando, profittando delle difficili condizioni dell'Impero, si fosse avanzato verso Ravenna, impadronendosi di Classe. Pure d'un avvenimento così importante non si trovano notate nè le cagioni, nè le conseguenze: resta perciò come isolato ed inesplicabile. Circa l'anno 717 o 718 il duca di Benevento, Romualdo II, s'era impadronito di Cuma città fortificata, che dominava l'unica comunicazione rimasta libera fra Napoli e Roma. Il Papa cercò d'allontanare il pericolo, dando aiuto di consiglio e di danaro a Giovanni I duca di Napoli, il quale infatti con un assalto improvviso ripigliava quella città, dopo avere ucciso 300 Longobardi, ed averne presi prigionieri 500. Oltre di ciò, prima che la lotta delle immagini cominciasse, troviamo pure che l'Imperatore ordinò all'Esarca d'imporre nuove tasse in Italia, senza esentarne i beni ecclesiastici, anzi impadronendosi, ove occorresse, dei tesori delle chiese. È possibile che ciò avvenisse in parte per avversione al Papa, ma senza dubbio anche pel bisogno che c'era di danaro a continuare la guerra contro i Musulmani. Certo è però che il Papa ritenne siffatta deliberazione come un'ingiuria da non sopportarsi, e ordinò ai suoi dipendenti di non pagare, dando un esempio assai contagioso, che provocava la rivolta.

L'Esarca ne fu quindi oltremodo indignato, ed ebbe così origine un'aspra lotta fra lui ed il Papa, contro la vita del quale scoppiò in Roma una congiura, non si sa bene se promossa dall'Esarca, o da coloro che così operando speravano di renderselo amico. Si dice che anche il duca di Roma, Marino, la secondasse, e che parte non piccola v'avessero i nobili della Città e i dignitari stessi della Chiesa. La leggenda aggiunge che il Duca venne a un tratto miracolosamente colpito da paralisi, per il che si dovette ritirare da Roma, e la tenebrosa impresa andò a vuoto. Se non che allora appunto arrivava in Italia il nuovo esarca Paolo, ed i cospiratori ne presero animo; ma il popolo romano insorse, facendo man bassa su di essi. Il cartulario Giordanes ed il suddiacono Giovanni furono uccisi; un duca Basilio venne costretto a farsi monaco. L'esarca Paolo allora, più che mai irritato, mandò a Roma un esercito con ordine di deporre il Pontefice, e condurlo via. I Romani però corsero alle armi, ed aiutati anche dai Longobardi di Spoleto e di Benevento, occuparono il ponte sul fiume Anio, e respinsero i soldati dell'Esarca. Questi sono i fatti che, secondo alcuni scrittori, precedettero la lotta per le immagini, secondo altri invece non furono che episodi di essa. È molto probabile che fossero come i prodromi politici della lotta religiosa, cui apparecchiarono il terreno, rendendola anche più aspra. Certo è che una grandissima irritazione dovette produrre nell'animo dell'Imperatore il vedersi avversato dal Papa in Italia, nel momento in cui assai gravi pericoli in Oriente minacciavano lui e la Cristianità. Ed è anche la ragione per la quale gli scrittori ecclesiastici inclinano a far seguire tutti questi fatti più tardi, ed a presentarli come episodi della lotta religiosa, giustificando così pienamente la condotta del Papa.

Comunque sia, certo è che solo nel 726 Leone III pubblicò il suo celebre editto contro il culto delle immagini. La dottrina iconoclasta si connetteva strettamente colle dispute monotelite e monofisite; era una conseguenza anch'essa di quello spirito orientale sempre in opposizione coll'Occidente, e veniva secondata da ragioni politiche. Il rapido avanzarsi dei Musulmani era apparecchiato e promosso dal largo diffondersi dell'Islamismo, il quale, lo abbiamo già detto, trovava favore in alcune popolazioni dell'Oriente ed in quelle dell'Africa settentrionale, perchè si presentava come uno schietto monoteismo senza dispute sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, senza il culto dei santi. Col suo editto l'Imperatore, anche se non lo faceva a disegno, dava una qualche soddisfazione a queste tendenze dello spirito orientale, e non s'allontanava punto dal Cristianesimo.

Il culto delle immagini, grandemente favorito dalla natura delle popolazioni meridionali dell'Occidente, traeva la sua origine dal Paganesimo. L'esagerazione cui si giunse col venerare non solo le immagini visibili di Dio, di Gesù, della Vergine, dei santi, ma il segno della croce, le reliquie d'ogni sorta, era stata ben presto biasimata dai più autorevoli Padri della Chiesa. Ciò non ostante quel culto divenne parte integrante della religione cattolica, bisogno ardente delle popolazioni italiane. Il contrasto scoppiò quindi con una violenza simile a quella che si vide più tardi, ai tempi della Riforma. L'Imperatore ordinò che venissero tolte dalle chiese, o distrutte, le immagini, imponendo al Papa di riconoscere il suo editto sotto minaccia di deposizione. Ed il Papa, senza esitare, lo accettò invece come una dichiarazione di guerra, ordinando che l'editto imperiale fosse ritenuto nullo addirittura. La distruzione di alcune celebri immagini credute miracolose portò al colmo lo sdegno delle popolazioni. A Roma, a Ravenna, nella Pentapoli, nell'Istria esse corsero alle armi, eleggendosi propri duchi. Ben presto anche Venezia insorse a favore del Papa. A Ravenna vi fu per un momento pericolo di guerra civile, essendovi un partito imperiale, che sembrava favorito dall'arcivescovo Giovanni, il quale cercava profittar del disordine per rendersi indipendente da Roma. Ma ben presto vinsero anche colà i fautori del Papa; l'Arcivescovo fu bandito, e l'esarca Paolo, dichiarato scomunicato, venne ucciso. A Roma il duca Pietro, che era sospettato d'accordo con Costantinopoli, fu accecato. Si parla anche di un duca Esilarato[39] nel Napoletano, il quale, essendosi opposto al Papa, sarebbe stato nella Campagna ucciso dai Romani insieme col figlio. Tutto questo seguì circa il 726 o 27, ed è un'altra prova dell'autonomia che andavano sempre più assumendo le città bizantine dell'Italia. A Roma, insieme col Ducato e col Duca, andava acquistando sempre maggiore importanza l'Exercitus Romanus, di cui erano capi i nobili, che incominciavano addirittura a governare la Città.

Come era assai naturale, Liutprando cercava profittare d'un tale stato di cose, per impadronirsi più che poteva dell'Italia; e già molte città dell'Emilia e della Pentapoli si arrendevano a lui senza resistenza. Prese anche Sutri, a trenta miglia da Roma; ma ben presto la restituì alla Chiesa, cui apparteneva, e con la quale non voleva mettersi ora in aperta lotta. Il Papa allora capiva bene, che l'aumento della potenza dei Longobardi era a lui più che ad altri pericolosa. Se infatti si fossero impadroniti di tutta Italia, egli sarebbe divenuto come un vescovo del loro Re, assai più vicino, e quindi più incomodo ed oppressivo dell'Imperatore. A tutto ciò s'aggiungeva che i Romani, sempre più desiderosi di assicurare la loro indipendenza, erano avversissimi ai Longobardi, dai quali la vedevano minacciata. Essa in verità era pel Papa un vantaggio ed un pericolo nello stesso tempo, non convenendo a lui di trovarsi senza difesa in mezzo ad una popolazione armata ed assai spesso in ribellione. Tutto compreso, egli doveva quindi preferire che Longobardi ed Impero si tenessero in equilibrio fra loro, senza che nessuno dei due fosse interamente vincitore, perchè così avrebbe potuto più facilmente tenere a freno i Romani. Noi lo vediamo infatti adoperarsi ora a sedare la ribellione stessa che aveva provocata. E quando le popolazioni insorte volevano addirittura eleggere un nuovo Imperatore, egli vi si oppose con tutta la sua autorità, esortandole a rispettare il legittimo signore, che forse, egli diceva, avrebbe finito col tornare alla vera fede, senza che l'Italia rompesse i legami con l'Impero, sempre necessario alla salute del mondo.

Era questa una posizione equivoca ed intricata, che apparve tale anche più quando nel 727 giunse in Italia il nuovo esarca Eutichio. Il Papa, sebbene fosse in lotta coll'Imperatore, aveva certo compiuto verso di lui un atto amichevole, adoperandosi a sedar la ribellione; ma egli era nello stesso tempo in buoni termini con Liutprando, che gli aveva reso Sutri, e questa sua amicizia non poteva in nessun modo piacere ai Bizantini, dei quali Liutprando andava occupando le terre. E però l'Esarca non si astenne punto dall'avversare il Papa, contro il quale mandava anzi un suo inviato a cospirare, tanto che le popolazioni, essendosene accorte, volevano metterlo a morte. Ed anche ora il Papa dovette intervenire, per salvargli la vita. L'Esarca allora, mutato animo, s'avvicinò a Liutprando, secondandolo nel desiderio che aveva di sottomettere alla propria autorità i Duchi di Spoleto (Trasamundo II) e di Benevento (Farovaldo), i quali giurarono allora fedeltà al Re, cui dettero ostaggi. Poco dopo Esarca e Longobardi si trovavano minacciosi sotto le mura di Roma. Ma Gregorio II, senza punto sgomentarsi, valendosi della sua grande autorità religiosa, uscito dalle mura, andò prima incontro al Re, che condusse in Città dinanzi all'altare di S. Pietro, dove esso, in segno d'ossequio, depose la corona, la spada ed il manto; e dopo di ciò il Papa fece accordo anche coll'Esarca. Erano però accordi passeggeri ed effimeri.

Il dì 11 febbraio 731 Gregorio II moriva, e gli succedeva Gregorio III (731-41), che pareva volesse avversare i Longobardi e favorire l'Imperatore; ma quando radunò il Concilio (731), che dichiarò esclusi dalla Chiesa i nemici delle immagini, la rottura con Costantinopoli fu da capo inevitabile, e la lotta s'andò sempre più inasprendo. L'Imperatore infatti aggravò le tasse in Italia, massime nella Calabria[40] e nella Sicilia, dove erano vasti possessi della Chiesa. E questo par che fosse anche il momento in cui le chiese di quelle province furono unite al patriarcato di Costantinopoli, separandole da Roma, il che fu causa che l'Italia meridionale rimanesse lungamente grecizzata.[41] Fu però l'ultimo colpo recato alla Chiesa di Roma dall'Impero, ormai occupato sempre più nella lotta contro i Musulmani, e lacerato dalle civili discordie. Intanto il Papa si trovava senza aiuto esposto alle minacce dei Longobardi.

Era questo un periodo di grande trasformazione, di continua mutabilità e di crisi profonda così per l'Italia come pel Papato. Da una parte le minacce dei Longobardi lo spingevano verso l'Imperatore; da un'altra questi era lontano, occupato, impotente a dare aiuto; ed anche quando avesse potuto darlo, la disputa delle immagini avrebbe resa vana ogni speranza d'accordo. Tale fu la ragione per la quale i Papi, con quell'accortezza politica che loro non mancò mai, con uno sguardo veramente profetico, cominciarono fin d'ora a volgere la loro attenzione verso i Franchi. Già da un pezzo convertiti al Cattolicismo, e sempre più potenti, questi erano divenuti strenui difensori della Chiesa e della religione cattolica. Essi combattevano ora valorosamente contro i Musulmani, che dall'Africa, per la Spagna, erano penetrati minacciosi in Francia; e come vedremo, li ricacciarono al di là dei Pirenei. Nel volgere lo sguardo ai Franchi, già balenava nella mente dei Papi il concetto d'un nuovo ordinamento politico del mondo, tale che li liberasse dalla continua minaccia dei Longobardi, senza farli cadere in balìa dei Bizantini, che nel momento del pericolo li abbandonavano, per volerli poi opprimere quando il pericolo si dileguava. Intanto tutto era disordine e confusione, tutto continuamente mutava; non era quindi possibile seguire nessun disegno prestabilito e determinato: dominava il caso, bisognava perciò aspettare che venisse un momento opportuno.

Ravenna si trovava in mano dei Longobardi, senza che si possa saper con precisione come e quando ciò avvenisse. Troviamo alcune lettere di papa Gregorio III (che altri vorrebbe attribuire al suo predecessore), nelle quali verso il 734 egli scriveva al doge di Venezia Orso e ad Antonino patriarca di Grado, invitandoli ad andare coi Veneti e coll'esarca Eutichio (727-50), che s'era allora rifugiato presso di loro, a ripigliare per l'Impero la capitale dell'Esarcato, levandola di mano ai Longobardi. Il Doge, accettato l'invito, mosse insieme coll'Esarca all'assalto, questi dalla parte di terra, quegli dal mare, sbarcando le sue genti. Ravenna fu presa; Ildeprando, nipote di Liutprando, fu fatto prigioniero; il duca Peredeo venne ucciso. Un tal fatto, per quanto sia ne' suoi particolari oscuro, ci dimostra che Venezia era ornai già costituita poco meno che a Stato indipendente; e ci fa anche vedere qual mutabile, vertiginosa politica seguissero allora i Longobardi, il Papa e l'Imperatore. Ognuno di essi voleva assicurarsi il predominio in Italia a danno degli altri, e quindi s'univa ora a questo ora a quello, mutando di continuo, per non render troppo potente nessuno dei due rivali. Quando i Longobardi minacciavano di prevalere, il Papa s'avvicinò all'Impero; ma la discordia con questo ricominciò subito, ed allora il Papa favorì da capo Liutprando, che ne profittò, come abbiamo già visto, per estendere la sua potenza in Italia, e sottomettere alla sua autorità Benevento e Spoleto. Il Papa che si sentiva allora come stretto in un cerchio di ferro, e vedeva i Romani minacciar di correre alle armi, mutò di nuovo la sua condotta, aiutando i due Duchi contro il Re. Le relazioni di Roma con Spoleto e Benevento hanno quindi una grande importanza; sono quelle che costituiscono, determinano ora il carattere predominante della politica italiana. Trasimondo di Spoleto, che poco prima s'era, come il duca di Benevento, sottomesso a Liutprando, lasciandogli ostaggi, si ribellò, e Liutprando lo assaliva, obbligandolo a fuggirsene in Roma. Avrebbe voluto che il Papa ed i Romani glielo dessero nelle mani; ma essi ricusaron di ciò fare, ed il Re decise d'avanzarsi subito oltre il confine, occupando quattro castelli del Ducato romano.

Fu questo il momento in cui Gregorio III scrisse la prima lettera che ci sia pervenuta fra quelle dirette a Carlo Martello, colui che seppe davvero consolidare la dinastia franca dei Carolingi. Gli chiedeva aiuto contro i Longobardi, i quali avevano osato devastare perfino la chiesa di S. Pietro, che allora era fuori delle mura di Roma. Il momento era assai male scelto, perchè Carlo Martello si trovava allora occupato nella guerra contro gli Arabi, ed aveva chiesto l'aiuto di Liutprando, che si mosse subito verso il nord. Ma se Carlo non potè allora venire a difendere la Chiesa contro Liutprando, contribuì pure indirettamente a farlo allontanare da Roma. Il Papa ne profittava subito per aiutar Trasimondo a ripigliare il suo Stato; ed egli l'occupò con la promessa, che poi non mantenne, di riconquistare e restituire a lui le terre del Ducato romano indebitamente usurpate da Liutprando. Questi, quando fu giunto nell'Italia superiore, seppe che la guerra contro gli Arabi era in Francia finita, e si diresse allora verso Ravenna, saccheggiando le terre che erano proprietà della Chiesa. Traversata la Pentapoli, tornò di nuovo nello Spoletino, di dove, nonostante la valida resistenza delle popolazioni, penetrò nel Ducato romano (740), facendo man bassa sugli armenti, sulle terre, sulle masserizie appartenenti alla Chiesa.

Gregorio III scriveva allora un'altra lettera a Carlo Martello, chiedendogli che mandasse in Roma i suoi messi a vedere coi loro occhi quale era lo stato vero delle cose. Non abbandonasse, egli diceva, la Chiesa per l'amicizia dei nefandissimi Longobardi. I duchi di Spoleto e di Benevento meritavano di essere da lui favoriti contro Liutprando, il quale li perseguitava solo perchè amici del Papa. E concludeva ricordando la precedente lettera, mandata con una solenne ambasceria, che gli aveva portato le chiavi d'oro della tomba di S. Pietro. Queste erano una preziosa reliquia, perchè si poneva in esse la limatura delle catene del Santo. Ma neppure adesso Carlo Martello si trovava in grado di poter soccorrere efficacemente il Papa, il quale era scontentissimo anche perchè Trasimondo non gli aveva mantenute le promesse fatte. Pareva perciò che volesse per disperazione avvicinarsi di nuovo a Liutprando, quando il 10 dicembre 741 cessò di vivere. Due mesi prima (22 ottobre) era morto Carlo Martello, lasciando la Francia divisa fra i due figli Carlomanno e Pipino. L'anno precedente (18 giugno) era morto l'imperatore Leone III. E così in breve tempo scomparivano dalla scena la più parte di coloro che l'avevano occupata. Restava ancora, ma per breve tempo, Liutprando.

Quando dopo soli quattro giorni di sede vacante venne eletto papa Zaccaria (741-52), greco e perciò amico dell'Impero, egli aveva poco da temere per parte dei Franchi o di Costantinopoli; doveva invece pensar seriamente ai Longobardi. La sua pronta consacrazione è assai notevole, perchè la brevità del tempo fu tale, che bisogna supporre che l'approvazione venisse dall'Esarca per mezzo del duca di Roma, o direttamente da questo. Sin dal 739 duca di Roma era Stefano, il quale portava anche il titolo di patrizio, cosa fino allora insolita. Si può quindi ritenere che, come altrove, così anche il Ducato romano s'andasse separando dall'Esarcato, e divenisse quasi indipendente, riconoscendo però sempre la suprema autorità dell'Imperatore. Certo Roma appariva ogni giorno più una città autonoma, ed il suo territorio, che formava il Ducato ed abbracciava su per giù tutto il cosiddetto Patrimonio di S. Pietro, partecipava della medesima indipendenza. Essa aveva, come vedemmo, un proprio esercito, comandato dal Duca, e sotto di lui dai nobili, che la governavano. Grande v'era però sempre la papale autorità; e tutto ciò dette nel Medio Evo una speciale fisonomia a questo che divenne poi il Municipio romano. Venezia e Napoli s'andarono anch'esse, in un modo o l'altro, separando dall'Esarcato, il cui antico carattere perciò sempre più scompariva.

Il Papa non poteva adesso far altro che cercare d'avvicinarsi a Liutprando, per non averlo nemico, e tentar di riavere le terre usurpate, che infatti gli furono rese. Trasimondo allora, abbandonato a sè stesso, dovè prendere la tonsura e allontanarsi da Spoleto, dove Liutprando pose un suo nipote. Anche a Benevento pose come nuovo duca Gisulfo II (732), che aveva educato presso di sè a Pavia, ed era figlio di Romualdo II. Concluse poi una pace direttamente col duca di Roma, il che dimostra sempre più la importanza politica che questi andava prendendo. Liutprando si trovava ora direttamente o indirettamente padrone di una grandissima parte d'Italia, senza dover temere nè dell'Impero, nè dei Franchi, travagliati ambedue da interne dissensioni. Sarebbe stato quindi il momento opportuno per cercar di riunire la Penisola sotto il suo dominio, cacciandone affatto i Bizantini, annettendosi interamente i ducati di Benevento e di Spoleto, frenando il Papa, sopprimendo tutte le tendenze crescenti di autonomie locali. Ma neppur lui era un vero uomo di Stato, capace di prendere a guida costante della sua vita politica un grande concetto. Oltre di che si trovava già innanzi cogli anni e malato. Pareva ora che volesse occupare Ravenna, ma si lasciò dissuadere dal Papa, e nel gennaio del 744 cessò di vivere, lasciando erede suo nipote Ildeprando, che era assai mal veduto e dovette ben presto abbandonare il potere.

CAPITOLO IX Venezia e Napoli

L'Esarcato come abbiamo già visto s'era andato rapidamente decomponendo; ormai non esisteva che di nome, era poco più che un Ducato come gli altri. Già Roma s'era costituita in una specie di repubblica col suo esercito, che più di una volta, senza esitare, aveva combattuto contro di esso, da cui anche l'Italia bizantina del sud s'andava staccando. I tumulti avvenuti a Ravenna e nella Pentapoli avevano naturalmente reso sempre più vivo il sentimento d'indipendenza. Prima e più di tutti s'era avviata per questa via Venezia, grandemente favorita dalla sua posizione geografica. Noi abbiamo già visto che fin dai tempi di Teodorico Cassiodoro scriveva, in nome del suo sovrano, ai Tribuni veneti; e dalla sua lettera apparisce che nelle isole della laguna s'era già formata una popolazione ardita e navigatrice, che viveva in uno stato di semi-indipendenza, con Tribuni nelle varie isole, le quali assai probabilmente erano fra loro già confederate. Certo Venezia era allora in qualche modo dipendente dai Goti; e quando Belisario e Narsete s'impadronirono dell'Italia, anch'essa venne naturalmente sotto il dominio bizantino, e vi sarebbe per lungo tempo restata, se non fossero più tardi sopravvenuti i Longobardi. A questi il possedimento di Venezia poteva essere di una grandissima utilità, e quindi, per impedire che cadesse nelle mani dei loro avversari, i Bizantini cercarono sempre di contentarla, lasciandole una qualche indipendenza. Nel 580 il patriarca d'Aquileja, stanco della dura oppressione esercitata colà dai Longobardi, se ne fuggì a Grado, il che dette ai Veneti anche un proprio capo ecclesiastico. I Longobardi ne furono scontentissimi, e Liutprando chiese allora ed ottenne dal Papa, che il vescovo di Cividale venisse trasferito in Aquileja, mutandolo in Patriarca. Ma quando egli pretese, che da questo nuovo Patriarca dipendesse anche quello di Grado, i Veneti vi si opposero, ed il Papa li contentò; per il che i Longobardi dovettero accorgersi, che se erano stati soddisfatti nella forma, nulla avevano ottenuto quanto alla sostanza. Così Venezia restò politicamente ed ecclesiasticamente libera da essi, governata invece da Costantinopoli, per mezzo di Tribuni eletti dal popolo, e confermati dall'Imperatore. Questi Tribuni erano probabilmente dodici quante le isole, e si trovavano anche in altre città bizantine dell'Italia centrale e meridionale, come Napoli, Gaeta, Rimini, ed anche nella Pentapoli. Già la Prammatica sanzione voleva che i Judices delle province (Tribuni, Duces, Praesides) fossero eletti dai Vescovi e dai più ragguardevoli personaggi fra gli abitanti del territorio che dovevano amministrare. Essi venivano confermati in nome dell'Imperatore.

Coll'andar del tempo, le continue insurrezioni degli Slavi da una parte e dei Longobardi dall'altra fecero sentire il bisogno d'una maggiore unità di governo, per poter fare una più energica difesa; e si pensò quindi alla creazione di un Doge. Secondo le norme allora prevalenti, l'Esarca avrebbe dovuto invitare i vescovi ed i notabili a farne la elezione. Ma il cronista Dandolo ci narra invece che nel 697 s'adunò il popolo col patriarca di Grado, coi vescovi, i notabili, i tribuni, i quali elessero Paoluccio, uomo «egregio ed onorevole», o sia nobile. Questo Doge non pare che avesse allora il potere militare, che, secondo la Prammatica sanzione, doveva esser diviso dal civile, ed era rappresentato dal Magister Militum. Il Doge convocava il popolo, nominava i tribuni e giudici perchè rendessero giustizia al popolo ed al clero, escluse naturalmente le cause ecclesiastiche, per le quali v'era un Foro speciale, da cui si appellava al Doge. Questi, secondo le consuetudini bizantine, convocava anche i Sinodi, invitandoli ad eleggere i vescovi, che da lui ricevevano l'investitura. Pare che la sua elezione venisse allora confermata dall'Imperatore, e che a tutti gli uffici fossero dal popolo eletti i nobili. Morto Paoluccio nel 717, gli successe Marcello, stato prima Maestro dei militi, che governò nove anni, dopo dei quali gli successe Orso. E fu sotto il costui dogato che Liutprando, profittando della lotta per le immagini, prese Ravenna, di dove l'esarca Eutichio fuggì a Venezia. Colà pervennero le lettere del Papa, che invitarono il doge Orso ed il patriarca Antonino a riprendere la capitale dell'Esarcato, per ristabilirvi l'Esarca, il che fu fatto; e dimostra l'autonomia e la forza che la città della laguna aveva sin d'allora già acquistata. Nel 737 il doge Orso venne ucciso in conseguenza d'una guerra civile scoppiata fra il partito nazionale, alla cui testa egli si trovava, ed il partito che voleva una maggiore dipendenza da Costantinopoli, e che ebbe un temporaneo sopravvento. Allora per cinque anni (737-41), invece del Doge a vita, fu eletto un Maestro dei militi, il quale durava solo un anno come i Tribuni. Ma verso la fine del 741 una nuova rivoluzione depose ed accecò il Maestro dei militi Giovanni, e ripristinò l'ufficio del Doge (742) nella persona di Diodato, figlio di Orso. Il quale, essendo avverso al partito imperiale, s'appoggiò invece ai Longobardi, e cadde quando questi furono sconfitti dai Franchi. La grande lotta tra i Franchi ed i Longobardi, che fu provocata dai Papi per assicurare la propria indipendenza, ed aprirsi la via al potere temporale, rese, come vedremo, inevitabile la caduta dei primi, favorì la potenza dei secondi, e più tardi anche l'autonomia municipale delle città.

Assai diversa da quella di Venezia è la storia del ducato di Napoli, dove il popolo, diviso probabilmente in Scholae come in altre città bizantine dell'Italia, era del pari governato dagli Optimates. L'antica Curia municipale v'era affatto decaduta, e nella Campania, cui la città di Napoli apparteneva, comandava un Giudice o capo della provincia, alla dipendenza del Prefetto, mandato dall'Imperatore in Italia. La Prammatica sanzione v'accrebbe assai il potere civile dei Vescovi, e sotto la loro sorveglianza veniva eletto il Giudice fra coloro che erano nati nel territorio. Dopo il 638, vediamo che invece del Giudice governava il Vescovo, accanto al quale si trovava un capo militare, Duca o Maestro dei militi. Dapprima erano due magistrati diversi, ma poi si fusero in uno, che governò quello che fu chiamato il ducato di Napoli. Il Duca era inviato dall'Imperatore a comandare l'esercito, o più veramente il popolo armato della città, ed aveva a sua dipendenza conti e tribuni, che erano a capo dei vari presidii del territorio. Così Napoli potè non senza gloria resistere ai Longobardi, a quelli soprattutto di Benevento e di Spoleto, salvando la propria indipendenza, che andò sempre crescendo.

Ai tempi di Gregorio I troviamo che la città non aveva nè un Duca nè un Maestro dei Militi, di che il Papa moveva lamento all'Imperatore, pregandolo che provvedesse. Ma quando vide che non si otteneva nulla, mandò egli un Tribuno, eccitando il popolo alla difesa; e ciò gli dette una grande autorità su tutto il Ducato, che restò per qualche tempo sotto la sorveglianza del Papa. Questi infatti s'occupò lungamente a frenare la corruzione dei Vescovi della città, a difendere i Decurioni e i cittadini dalle oppressioni fiscali degli agenti imperiali. Circa il 661, venuto l'imperatore Costante in Italia, dette nuova forma al Ducato, per formarvi un nucleo di più forte resistenza contro i Longobardi. E d'allora in poi noi vediamo che Napoli resiste sempre più energicamente contro di essi, contro i Musulmani, e più tardi anche contro i Normanni, ai quali dovè finalmente soccombere. Il nuovo Duca, a cui si dette pure il nome di Console o Maestro dei militi, fu assai diverso dell'antico, col quale ebbe in comune poco più che il nome. Non sappiamo però con precisione quali fossero le sue vere attribuzioni. Eletto dal popolo di cui faceva parte, comandava l'esercito, ed in lui, con l'antico Duca e l'antico Maestro dei militi, s'era fuso anche l'antico Giudice, assumendo, al pari dell'Esarca, l'autorità civile e la militare. Non sappiamo neppure quali erano esattamente i confini geografici di questo Ducato, che da principio almeno dovette estendersi a quasi tutta l'antica Campania, e quindi contenere anche Amalfi e Gaeta, che più tardi se ne staccarono. Certo è che il ducato di Napoli formò parte integrante dell'Impero e dell'amministrazione imperiale. La sua lingua ufficiale era la greca, e sulle monete, da una parte v'era l'immagine dell'Imperatore col suo nome in greco, dall'altra il nome della città anch'esso in greco. Dopo la morte di Costante, gl'Imperatori cominciarono a trascurare l'Italia continentale, specialmente la meridionale, della quale non potevano occuparsi coloro che erano mandati a governare la Sicilia, perchè dovevano pensare a difender questa dai Musulmani, che di continuo l'assalivano. Il ducato di Napoli, abbandonato allora a sè stesso, dovè fare assegnamento sulle sole sue forze, e vivere combattendo, tanto che prese anche il nome di Milizia o Milizia dei Romani o anche Milizia dei Napoletani. Lentamente s'andò sempre più staccando dall'Impero, per arrivare a reggersi addirittura come uno Stato autonomo. E fino al 764 ebbe tredici Duchi, che restarono in ufficio durante periodi diversissimi di tempo, tanto da far credere che fossero eletti a vita.

Molte e varie furono le vicende del Ducato. Dapprima, ai tempi di Gregorio I, l'abbiam visto sotto la preponderanza del Papa; più tardi lo vedemmo aggregato all'Impero, cui rimase unito anche durante la lotta per le immagini, non pigliando parte veruna alla ribellione di Ravenna e della Pentapoli; finalmente cominciò a staccarsi dall'Impero, da cui il duca Stefano II, eletto nel 755, lo separò affatto, rendendolo indipendente, avvicinandolo di nuovo a Roma. Allora la lingua ufficiale non fu più la greca, ma la latina; e nelle monete più comunemente in uso, all'immagine dell'Imperatore venne sostituita quella di S. Gennaro, che fu simbolo d'indipendenza. Il suo nome fu scritto in latino, e sul rovescio, al nome greco della città si sostituì quello del Duca, anch'esso in latino; sopra altre monete però, e sugli atti pubblici continuò a porsi il nome dell'Imperatore. Ma i duchi, oramai indipendenti, fanno la guerra e la pace, concludono trattati in proprio nome. In questo mezzo Stefano II s'era siffattamente avvicinato alla Chiesa, che, restato vedovo con figli, dopo che nel 766 era morto il vescovo di Napoli, venne egli nominato vescovo, ed ebbe a Roma la tonsura, continuando a governare insieme col figlio Gregorio II, che gli successe, e fu duca per 27 anni e sei mesi. Con lui il Ducato cominciò a divenire, in parte almeno, ereditario.

Notes in this chapter

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