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Le invasioni barbariche in Italia

LIBRO PRIMO DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE

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CAPITOLO I La caduta dell'Impero

Perchè cadde l'Impero Romano? La risposta che subito si presenta è questa: i Romani eran corrotti e dalla corruzione infiacchiti; i barbari, più rozzi, erano anche più morali e più forti. Quando passarono il Reno e il Danubio, la vittoria non poteva essere dubbia; l'Impero doveva crollare, una società nuova doveva formarsi. Ma perchè mai si corruppe e s'infiacchì un popolo, che per tanti secoli era stato l'esempio della disciplina, della virtù e della forza; che aveva saputo conquistare il mondo? La corruzione non era la causa, era la conseguenza, il primo segno della decadenza già cominciata. L'Impero, che Tito Livio già vedeva piegarsi sotto il peso della sua stessa grandezza, non poteva durare eterno.

Esso aveva formato l'unità civile e morale del mondo antico, la quale era stata necessario apparecchio alla costituzione delle nazionalità. Per vivere e prosperare, queste hanno infatti bisogno di essere in relazione fra di loro, di sentirsi come parti diverse d'una stessa famiglia. Ma il loro sorgere rendeva impossibile l'esistenza del mondo antico, il quale riconosceva l'assoluto predominio d'una civiltà sola, al di fuori della quale tutti erano barbari. Se perciò da una parte, e vista da lontano, la caduta dell'Impero ci apparisce come qualche cosa d'inaspettato e straordinario; da un'altra reca maraviglia invece la sua lunga durata. Sotto una forma o l'altra, noi lo vediamo infatti sopravvivere a sè stesso in tutto il Medio Evo. E più tardi ancora tenta, sebbene invano, di rinascere dalla tomba, prima con Carlo V, poi con Napoleone I. Il vero è che l'unità dell'Europa e la diversità dei popoli che l'abitano sono due fatti innegabili del pari, dai quali risultano le vicende della storia moderna.

Roma era stata una città, un municipio, che aveva cominciato col conquistare e romanizzare le popolazioni vicine, con esse l'Italia, con l'Italia quasi tutto il mondo allora conosciuto. Ma il dominio d'una città sola sopra un così vasto territorio, sopra genti così diverse, imponendo a tutte lo stesso governo, la stessa legislazione, la stessa lingua ufficiale, doveva, con l'estendersi, incontrare difficoltà sempre maggiori. Era stato comparativamente facile assimilare le popolazioni romane; ma l'Africa, la Spagna, la Rezia, la Gallia resistettero invece sempre più ostinatamente. E una difficoltà nuova s'incontrò nell'Asia Minore e nella Grecia, dove per la prima volta i Romani trovarono una civiltà superiore alla loro. Conquistato colle armi il paese, furono essi conquistati dalla cultura greca, cui dovettero assimilare la propria, per diffonderle ambedue nel mondo. E così, quando l'Impero fu giunto al Reno ed al Danubio, esso non aveva più nessuna vera unità intrinseca, corrispondente a ciò che di fuori appariva. Non era uno Stato, non era una nazione; era un amalgama di popoli diversi, uniti insieme dalla forza, e sottomessi alla stessa civiltà. Al di là dei confini c'era un paese vastissimo, abitato da popolazioni bellicose e barbare, che s'avanzavano minacciose come un fiume che straripa.

Da un tale stato di cose, la società romana fu profondamente turbata. E prima di tutto ne fu alterata la costituzione stessa dell'esercito, che era stato lo strumento principale della conquista e della fondazione dell'Impero. Una volta, così osservava giustamente il Gibbon, gli eserciti della Repubblica erano formati di proprietari e coltivatori del suolo, i quali pigliavano parte alle assemblee, votavano le leggi di Roma, e la difendevano colle armi. Il benessere della patria era immedesimato col proprio. Una battaglia vinta era la loro fortuna, una battaglia perduta era la loro rovina personale. Tutti gl'interessi morali e materiali, consacrati dalla religione, si univano a fare di essi cittadini e soldati eroici, che dopo la guerra tornavano tranquilli e modesti ai loro campi. Chi potrebbe mai supporre che gli abitanti della Rezia, della Spagna, della costa africana potessero combattere con lo stesso ardore, con la stessa fede, per difendere una potenza alla quale si sentivano spesso estranei o avversi? Questi eserciti mandati a difendere confini sempre più estesi, più lontani e continuamente assaliti, divennero di necessità eserciti stanziali. Chi era chiamato a farne parte, abbandonava il luogo nativo, i campi, se ne aveva, i quali perciò spesso restavano incolti, e rimaneva sotto le bandiere, in paese straniero, fino a che gli bastavano le forze. Di qui il bisogno sempre maggiore e le difficoltà sempre crescenti di trovar nuove reclute, che bisognava allettare con nuovi privilegi, con paghe maggiori. E quindi l'uso d'accogliere sotto le bandiere perfino gli schiavi, ma sopra tutto i barbari, che ben presto formarono la parte maggiore degli eserciti romani. La guerra divenne così un mestiere, e la forza delle armi risiedeva più nella disciplina che nel patriottismo. Pure tale era la potenza di questa disciplina, tale il fascino maraviglioso che il nome sacro di Roma e dell'Impero esercitava sugli animi, che di elementi così diversi si riuscì a formare un esercito formidabile, il quale, per più secoli ancora, continuò ad operare miracoli.

A mantenere questo esercito numeroso e lontano occorrevano spese enormi. Era perciò necessario d'aggravare il paese di tasse. A poco a poco l'occupazione continua della Curia e dei Decurioni nei Municipi si ridusse a cavar denari da popolazioni già dissanguate. Costretti ad essere responsabili di ciò che occorreva, anche se i contribuenti non potevano pagarlo, il loro ufficio, una volta ambito come un onore, divenne un peso da cui ognuno cercava liberarsi, perfino con la fuga, con l'esilio volontario. E così anche qui l'interesse privato, che in altri tempi era immedesimato col pubblico, si trovava ora con esso a conflitto: principio inevitabile di debolezza e di decadenza morale in tutte le società.

Le continue guerre andarono sempre più aumentando il numero degli schiavi. I capi degli eserciti avevano accumulato enormi fortune, al pari dei fornitori di esso, e dei governatori delle province. I ricchi divenivano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e l'usura li riduceva alla miseria. Questi finivano allora col mettersi alla dipendenza dei vasti possessori di terre, sotto forma di coloni più o meno attaccati alla gleba, pagando un affitto sulle terre che erano state già loro proprietà. Ne nacque una vera questione agraria-sociale, causa non ultima delle guerre civili e della totale decadenza. La classe media fu distrutta, e si formò quella dei latifondisti, che furono possessori di più diecine di migliaia di schiavi, di trenta, di quaranta miglia quadrate di terre, quasi d'intiere province. Il latifondo, che di sua natura tende ad ingrandirsi, aggregandosi le terre vicine, porta seco la cultura estensiva dei campi, esaurisce la fertilità del suolo, e ne diminuisce il prodotto. Così l'Italia non bastò più a se stessa, al suo esercito, anche il grano della Sicilia essendo scemato. E cominciò a dipendere dall'Africa, senza il cui aiuto correva pericolo d'essere affamata.

Tutto il vasto territorio dell'Impero era disseminato d'un gran numero di città, molte delle quali, colonie civili o militari. Queste città erano ordinate a similitudine della capitale, colle loro assemblee, coi loro magistrati, le scuole, i tempii, i bagni, gli acquedotti, le caserme, gli anfiteatri. Esse erano congiunte tra di loro da una rete di strade, che è fra le opere più maravigliose di tutta l'antichità. Partendo dal Foro Romano, in mille direzioni diverse, arrivavano ai confini. Ad ogni cinque o sei miglia si trovava un numero sufficiente di cavalli, per tenere fra loro in pronta comunicazione tutte le parti dell'Impero. La campagna affatto deserta, sparsa qua e là di ville o masserie, era coltivata da schiavi e coloni, che non differivano molto fra di loro. La sera si riducevano nelle città o nelle ville. Anche l'industria, assai limitata, era affidata agli schiavi, che arrivarono ad un numero sterminato. Il Gibbon afferma che ai tempi di Claudio la popolazione dell'Impero contava 120 milioni, dei quali 60 erano schiavi. Ma anche senza dar piena fede a queste cifre, è certo che più d'una volta le ribellioni degli schiavi condussero l'Impero all'orlo dell'abisso.

Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con assoluto potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito ed i latifondisti. L'esercito volle ben presto fare e disfare, o almeno approvare esso gl'imperatori, dividendosi qualche volta in partiti, e proclamandone più d'uno nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e spesso sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti uffici dello Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e si trovavano alla testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano nelle città insieme con una plebe di nullatenenti oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era necessario far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola con spettacoli e giuochi: panem et circenses. Se a tutto ciò s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata, quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, erano già in maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, si capirà facilmente che ormai non c'era più forza umana che potesse evitare una spaventosa catastrofe.

A tutte queste cause civili, militari, economiche di divisione e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione religiosa. Il Cristianesimo s'avanzava trionfante dall'Oriente, annunziando il principio di una nuova rivelazione, d'una nuova vita morale. La sua teologia nasceva, è vero, dall'innesto della filosofia greca col Vangelo; ma esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui l'Impero era fondato. Il monoteismo era la negazione del politeismo; la rivelazione non s'accordava con la filosofia antica. Il Cristianesimo condannava la forza e la violenza, proclamava tutti gli uomini, tutti i popoli uguali innanzi a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla violenza, sottomesso tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste e di Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo aveva valore solo come apparecchio alla vita d'oltre tomba. La società, la patria, la gloria, tutto ciò per cui Roma era stata grande, per cui aveva vissuto, che più aveva ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava di demolire i principii fondamentali di una filosofia, di una letteratura, di una civiltà intera, di tutto un mondo morale, per sostituirvene un altro. È facile immaginarsi qual profondo sovvertimento tutto ciò dovesse portare nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi dovesse lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. Ma il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare la nuova pianta, per farla crescere più rigogliosa. Tutti gli oppressi accoglievano con ardore la nuova fede, che valendosi delle vecchie istituzioni romane, fondava una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente di tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, per costruirne dei nuovi; trasformava gli antichi tempii; fondava ospedali, istituti di beneficenza, scuole, che erano tante fortezze destinate a demolire sempre più la vecchia società. La caduta dell'Impero non spaventava punto i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. La stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, appariva loro come provvidenziale, perchè destinata a punire quelli che ancora adoravano gli Dei falsi e bugiardi, che tenevano sempre aperto il tempio di Giano.

Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, che gli uomini dell'antica società si abbandonassero allo scetticismo, alla disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, non è da far maraviglia. Ma pur grande veramente doveva esser sempre la vitalità dell'Impero, se potè continuare a resistere più secoli, respingendo l'un dopo l'altro i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. Di questa sua vitalità, non solo materiale ma anche morale, fu prova la diffusione e la importanza in esso assunta dalla filosofia stoica, che venne di Grecia, ma ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col quale tentò assumere la direzione della vita, pigliando quasi il posto della religione. Difficilmente nella storia del mondo si troverebbe un tentativo più nobile, più eroico e più disperato ad un tempo, di quello fatto dagli stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti popoli, alla fusione e confusione di tante religioni, di tante forme diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi cercarono di rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi del Cristianesimo, fondandosi sul concetto, sul culto della più pura, disinteressata virtù. Rinunziando alla speranza d'una vita futura, ad ogni ricompensa in questo o nell'altro mondo, disprezzando la gloria presso i posteri, non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano la virtù come fine a sè stessa, scopo unico della vita, come quella che trovava in sè ogni compenso, sgorgava spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo. La serena tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, per difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, quasi volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar la gloria dell'antica Roma. Ma pur troppo non era che un tentativo filosofico, il quale non poteva esser che l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile che penetrasse nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. Pure fu come un baleno, che per breve tempo illuminò di luce vivissima l'Impero, e che più tardi sembrò ripetersi novamente colla diffusione del Neoplatonismo, predicato da Plotino e da Porfirio.

Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione dello Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. Indifferente alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale ed appariscente grandezza, amico della giustizia e della virtù, era nemico della guerra. Ma quando i confini dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli assunse il comando dell'esercito, e combattendo fino alla morte con valore di gran capitano, li respinse e disfece. Nè durante il conflitto tralasciò le sue meditazioni filosofiche; ma ritirandosi la sera nella tenda, continuava a scrivere quei Pensieri che rimasero immortali. «Nessuno, dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo suo uso, senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero morale, puro, libero da ogni legame sistematico o dommatico, si sollevò ad un'altezza che non fu mai superata. Ed il suo libro, il più puramente umano che sia stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè egli fu il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla morte di Domiziano all'ascensione di Commodo al trono (96-180 d. C.), noi troviamo, con Nerva, Traiano e i due Antonini, una serie di sovrani che rappresentano la giustizia, la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. Il Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato lodatore di Bruto, è pieno della più entusiastica ammirazione per quel periodo dell'Impero. Il Gibbon afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo mai, durante tutta la storia del mondo, il genere umano fu più felice, non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui appunto sorvola più che mai sulle crudeli persecuzioni dei Cristiani, per parte d'alcuni di questi medesimi imperatori, è pur costretto ad aggiungere, che tutto dipendeva allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. Infatti prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei pessimi. E subito le forze disorganizzatrici, che solo per breve tempo poterono rimanere latenti, si scatenarono, portando alla superficie quella corruzione e decomposizione sociale, che non poteva più essere fermata, e che doveva inesorabilmente aprire la via ai barbari.

CAPITOLO II I Barbari

L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, i quali si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo ripetutamente i Romani, aprì a questi la prima volta gli occhi sul pericolo che li minacciava dalla Germania. C. Mario, è vero, in due grandi battaglie (102 e 101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo molte vittorie, si trovò anch'esso di fronte ad un esercito germanico, comandato da Ariovisto che, passato il Reno, era penetrato nella Gallia, combattendo valorosamente. Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma ivi trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso e quasi nomade; una società in tutto profondamente diversa dalla romana; un clima assai rigido; un suolo pieno di paludi e di boschi, senza possibilità di approvvigionamenti, infesto all'avanzarsi d'un esercito romano. Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, capì subito, che non era il caso di pensare ad una stabile conquista, molto meno a romanizzare quelle genti, e si ritirò novamente al di qua del Reno.

Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza del valoroso capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono nel cuore della Germania; vi portarono le loro leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E la conseguenza fu una tremenda insurrezione capitanata da Arminio, che distrusse un esercito di tre legioni. Il console Varo ed i principali suoi ufficiali, per non sopravvivere al disastro e al disonore, si dettero la morte (9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito romano; insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, ed era stato colmato di onori. Ad un tratto, tornato fra i suoi, messosi alla testa della insurrezione, aveva tratto in agguato gli antichi commilitoni, dei quali si fingeva sempre amico, e si era scagliato contro di essi con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati gli occhi, fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie d'ingiurie più sanguinose. Venne perfino disseppellito il cadavere del Console, per poterlo insultare. Anche Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di Arminio, che aveva cercato di fondare un regno a similitudine delle istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, e dei quali si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del pericolo, si manifestò nemico aperto. Da tutto ciò appariva evidente, che nelle popolazioni germaniche v'era un odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che nè i benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano in modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato a vendicare la disfatta di Varo, ma le vittorie del valoroso capitano furono pagate ad assai caro prezzo. Nel clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. Una formidabile tempesta, distrusse una parte non piccola dell'esercito, che si ritirava dalla parte del mare.

Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso che l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, senza pensare a nuove conquiste, e lo raccomandò nel suo testamento. Lungo i due fiumi venne infatti costruita una linea di fortificazioni, e l'Impero si attenne generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, avanzandosi vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito anch'esso, tornò indietro, la Dacia, al di là del fiume, restò sempre provincia romana, il che fu un grave errore, come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè esso non segnava più i confini dell'Impero, che s'erano portati innanzi fino alla Dacia orientale, dove non era ugualmente agevole fortificarli. Tuttavia, per circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, gli assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente respinti. Questa difesa anzi fu la costante occupazione dell'Impero, e quasi la sua principale ragione di essere.

Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che assalivano con tanta persistenza? Vissuti una volta, come è generalmente ammesso, nell'Asia, insieme con coloro che più tardi furono i Greci ed i Romani, avevano con essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, si divisero, partendo per direzioni diverse. Il clima più mite, il suolo più fertile, la posizione geografica più fortunata, la vicinanza dei Fenici e degli Egiziani, fecero fare un rapido progresso a quelli tra di essi che andarono nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire in Germania, dove invece, per le avverse condizioni del suolo e del clima, per il nessun contatto con popoli civili, s'andò formando, in un periodo di molti secoli, una società affatto diversa, che ai Romani poteva apparire di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, potevano, al contatto colla civiltà, come poi avvenne, progredire rapidamente.

Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche notizia precisa. Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, con un'agricoltura affatto primitiva. Vivevano della caccia, della pesca, sopra tutto del prodotto degli armenti, loro cura principale. Il latte, la carne, il formaggio erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, la luna, il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che vedevano, e da cui ricevevano benefizio. Pieni di grossolane superstizioni, di costumi crudeli, non avevano ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che sopra tutti richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste popolazioni, in continuo moto, non conoscevano la proprietà privata della terra, la quale era invece posseduta collettivamente dai villaggi, anzi dalle parentele, Cognationes come esso le chiamava, Sippen come le dicono i Tedeschi. Appena si fermavano, i Magistrati o sia i loro capi, dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo un anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di nuovo, nello stesso modo, il terreno. Le case erano specie di capanne da potersi facilmente decomporre e trasportare, come proprietà mobile, sui carri, colle masserizie, coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le guerre coi vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro occupazione continua, il bisogno costante d'una gente, la quale con la sua rozza agricoltura esauriva subito il terreno che aveva occupato. Cesare restò assai maravigliato in presenza d'un genere di vita tanto diverso da quello dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi barbari. Gli risposero, che vivevano a quel modo, perchè una troppo assidua cura dei campi non li dissuefacesse dalla guerra, ed una costruzione più accurata e solida delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo ed il caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle fortune e l'avidità del possedere non arricchisse i potenti, spogliando i deboli; si evitasse quella cupidigia da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva i suoi campi uguali a quelli dei più potenti.[3] È difficile credere che questo fosse proprio il linguaggio dei barbari. Ma è di certo il concetto che più o meno sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana alla barbarica.

Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente nella Germania di Tacito, la fonte principale che abbiamo, per conoscere un po' più da vicino quelle popolazioni. Le notizie che ci dà Cesare sono poche e frammentarie, ma chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione, dalla sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura un breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza se egli lo avesse davvero visitato. In ogni modo ne vide, se mai, una piccola parte, e le notizie che ci dà sono il più delle volte di seconda mano, cavate da Cesare, che egli chiama summus auctor, e da altri, che erano stati oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. Egli s'era persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo XVIII) che i popoli primitivi, più vicini allo stato di natura, sono perciò, come erano stati gli antichi Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli che una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era seguito ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente patriottismo, con un sentimento quasi profetico della rovina che minacciava l'Impero, voleva scongiurarla col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. E quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava la vita, i costumi dei barbari. Egli è certo un grande storico e pensatore; ma, a differenza di Cesare, sempre chiaro, sobrio e preciso, è anche un manierista, il cui stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a dispute infinite, massime quando egli non va pienamente d'accordo con Cesare, il che gli succede spesso. Ma siffatte divergenze hanno un'assai facile spiegazione. Tacito scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo tempo la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto dai barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato chiuso il passaggio del Reno e del Danubio, quando forse altre popolazioni li sospingevano dall'oriente, tutto questo cominciò a rendere impossibile quella vita seminomade dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere sulla terra occupata una dimora, in parte almeno, più stabile.

Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti della Germania in uno stato di barbarie, ignari delle lettere dell'alfabeto, con scarsa conoscenza dei metalli, tanto che ne facevano poco uso anche nelle armi; con nessuna conoscenza della moneta, della quale solamente coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani. Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente nella caccia e nella guerra, lasciavano per quanto potevano la cura della casa e la cultura dei campi alle donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più che altro, del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento e ne cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. Temperati in tutto, meno che nel bere e nel giuoco, non vestivano più di sole pelli, ma usavano mantelli di lana. Le loro antiche divinità avevano cominciato ad assumere una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle romane. Il Tius (Dyaus vedico), Dio supremo del cielo luminoso, divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche Dio della guerra, è da lui confuso con Marte, e messo perciò in secondo luogo; in primo egli pone invece Wuotan (l'Odino dell'Edda), il Dio dell'aria e delle tempeste, che chiama Mercurio. Donar,[4] figlio di Wuotan, Dio dei fulmini e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso ora con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità hanno passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano alle querele degli uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità di demoni, che popolavano l'aria, la terra, l'acqua, i boschi, i monti. Un ordine sacerdotale, che Cesare non aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare le loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E quindi non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, che cioè essi non costruivano tempii ai loro Dei, quasi per non profanarli con un culto materiale, adorandoli invece, come in ispirito, nei boschi, quali esseri invisibili e presenti.[5]

Questi barbari, come già accennammo, avevano ora preso dimora alquanto più stabile sulle terre che occupavano. Ma non conoscevano ancora le città, che ad essi sembravano prigioni, nelle quali «anche i più feroci animali si sarebbero infiacchiti.»[6] Le case non erano più mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento e dei mattoni era sempre ignoto. Poste, come anche oggi vediamo nei villaggi della Svizzera, del Tirolo, della Germania, le une separate dalle altre, eran circondate da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano alla famiglia che vi abitava.[7] E qui si può notare un primo passo verso la proprietà privata, immobiliare. La terra rimaneva però sempre proprietà collettiva del villaggio divenuto più stabile. Non si mutava luogo ogni anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo imponeva, sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei campi, e che perciò non bastassero più alla popolazione, sia che le conseguenze di qualche guerra sfortunata costringessero a cercare altra sede. Ma dentro il territorio occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la Marca, la mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le famiglie mutassero il terreno che coltivavano, Tacito lo accenna in un luogo, che è dei più oscuri, interpetrato perciò in non meno di sei modi diversi. E la confusione delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore aveva voluto dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, e che forse ignorava.

Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, la quale tante rovine aveva portato nella società romana, Tacito continua: «le terre sono occupate da tutti, secondo il numero dei coltivatori, fra i quali vengono divise; e questa divisione è resa più agevole dalla vastità del terreno che occupano. D'anno in anno si mutano i campi messi a cultura, e sempre ne avanza una parte (quella probabilmente abbandonata al pascolo). Non rimangono confinati in breve spazio, non si adoperano a mantenere la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento, senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»[8] Il villaggio aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi di Cesare; ma dentro di esso la mutazione era continua, nessuno restando più di un anno a coltivare lo stesso campo. La parte via via lasciata a pascolo, rimaneva sempre d'uso comune, perchè la proprietà della terra continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito non ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da lui descritto noi possiamo però farci un'idea più chiara, se gettiamo uno sguardo al modo in cui si trovava costituita la Marca[9] germanica assai più tardi, nel Medio Evo. Era questo uno stato di cose certamente diverso da quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, per processo naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava perciò alcune tracce visibili. Una parte del terreno era occupata da case sparse per la campagna, cogli orti come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a pascolo comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con regole assai minute e determinate, che non sarebbero state possibili ai tempi di cui noi ci occupiamo. Questa parte era divisa fra i vari capi di famiglia, i quali dovevano coltivare il loro campo in maniera, che ogni anno un terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi campi fossero, coll'andar del tempo, per un periodo sempre più lungo, assegnati ai capi delle famiglie, pure la parte da ciascuno di essi lasciata a pascolo, tornava ad essere d'uso comune, il che ricordava l'origine antica, ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. Come si vede, un tale stato di cose, pur non essendo quello descritto da Tacito, derivava da esso e giova a farcelo meglio comprendere.

Questi barbari, che non conoscevano le città, molto meno conoscevano lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono divisi in molti popoli diversi, ciascuno dei quali ordinato, suddiviso in quelli che, con nomi latini, essi chiamarono Vicus, Pagus e Civitas. Il Vicus o villaggio era l'associazione più elementare, ancora poco determinata, costituita dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (Cognationes, Sippen, Sippenschaften), con le quali spesso si confondevano addirittura. La riunione di alcuni Vici formava il Pagus, in tedesco Gau, una specie di Cantone svizzero, che era il nucleo più forte, quasi l'unità organica di questa società. L'unione di più Pagi costituiva la Civitas, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, la maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare apparisce assai più debole che a tempo di Tacito.

Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, tanto che populus ed exercitus, uomo libero ed uomo in armi, erano una sola e medesima cosa. Si direbbe che fin d'allora vi si ritrovasse il primo germe di ciò che, dopo secoli, doveva essere il servizio militare obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema decimale, per centurie, che si raccoglievano e costituivano nei Pagi, con uomini venuti dai villaggi, fra loro imparentati, e comandati dai capi dei villaggi stessi o delle parentele, giacchè anche qui, come sempre, predominavano i legami di sangue. Tutto questo fece sì che alcuni scrittori moderni dettero al Pagus o Gau il nome di Centena, Hundertschaft. Se non che, il Gau era d'assai varia estensione, qualche volta grosso quasi come una Civitas, ed allora naturalmente le centurie si costituivano nei centri minori, e si era quindi indotti ad attribuire piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a confonderle con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento civile ed il militare, per quanto sieno in stretta relazione fra di loro, non potevano essere allora, come non furono mai, una sola e medesima cosa. E però, quando anche venisse dimostrato con assoluta certezza, che la centuria si formava solo nel Vicus o solo nel Pagus, non ne seguirebbe perciò che centuria e vicus o pagus potessero confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur notare che, per quanto simili fossero allora i molti popoli germanici, ed i caratteri generali del loro ordinamento civile e militare, v'era sempre nei particolari una grande varietà da luogo a luogo, da popolo a popolo. Solamente una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo, e forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe darci modo di definire e determinare con precisione i caratteri generali d'uno stato di cose tanto diverso dal nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti almeno, rimaner sempre per noi incerto ed oscuro.

Nel villaggio comandavano i Majores natu, i capi cioè delle famiglie o delle parentele, che nelle cose di più grave importanza consultavano il popolo, di cui in guerra assumevano il comando. Alla testa del Gau si trovavano uno o più Principes, ai quali gli scrittori romani dettero nome anche di Magistratus, e qualche volta di Reges. Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi fra i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. La prima era composta delle famiglie più antiche, che avevano formato il nucleo primitivo del villaggio, attirando a sè le altre, o di quelle che più si erano distinte nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite; lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, pagando un canone in derrate o animali. Questi Principes erano circondati dai capi dei villaggi, che formavano intorno ad essi una specie di Consiglio ristretto, che decideva le cose di minore importanza. Per le faccende più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare la guerra, si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze erano ordinarie, in alcune determinate stagioni dell'anno, e straordinarie. In tempo di pace i Principes amministravano la giustizia nel Gau e nel villaggio;[10] in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare par che avessero anche un carattere religioso, scomparso in quelli di Tacito, essendosi allora formato già un ordine sacerdotale, che prima non c'era.

La Civitas, come dicemmo, sembra essere stata in origine assai debolmente costituita. Cesare infatti affermava di non avere in essa trovato, in tempo di pace, nessun comune magistrato (in pace nullus est communis magistratus).[11] E l'assemblea della Civitas (Consilium Civitatis), che in Tacito ha una così grande importanza, è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che fosse allora veramente un organo vitale di quella società. Il Gau o Pagus aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore indipendenza; faceva razzìe per proprio conto, senza troppo occuparsi di quel che voleva o non voleva la sua Civitas, da cui qualche volta si staccava addirittura, per andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano i Principes, che formavano una specie di Senato, il quale deliberava sugli affari minori, ed apparecchiava le deliberazioni più gravi da sottomettere all'assemblea popolare, che approvava col percuotere le armi, disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea aveva le sue ordinarie adunanze in tempo di luna nuova o di luna piena, e le straordinarie, in tempi indeterminati, secondo l'occorrenza.[12] In essa venivano eletti i Principes, e possiam credere che ciò si facesse confermando coloro che erano stati prima proposti dai Pagi. Nella stessa assemblea venivano concesse le armi a quelli che avevano raggiunta l'età legale, il che, secondo la espressione di Tacito, era il primo onore, la toga virile, con la quale venivano ammessi a far parte della Repubblica.[13]

Il governo della Civitas sembra davvero essere stato generalmente ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca un capo con la forma monarchica, massime quando uno dei Gau riusciva a prevalere sugli altri. Quello però che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla Civitas, e stringeva intorno ad essa anche Pagi di altri popoli o addirittura altre Civitates, formando così una confederazione, che pigliava nome dalla principale di esse, era la guerra. Questa richiedeva naturalmente un capo militare, un Dux, quali furono Ariovisto ed Arminio, una specie di dittatore, con assoluto potere, il quale, fatta la pace, rimaneva spesso al suo posto, divenendo allora un vero e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più specialmente nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente eletto per le sue qualità militari; i principi invece per la nobiltà delle loro famiglie: Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt.[14]

Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica era il così detto Comitatus (Gefolgschaft), che circondava così il Princeps come il Dux. Lo formavano i giovani più nobili ed animosi, che si stringevano, quasi specie di paladini, intorno ad uno dei loro capi, di cui divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio capo, così era per questo un disonore il lasciarsi da essi vincere in valore.[15]

Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam detto, paragoniamo la società romana alla barbarica, il contrasto apparirà assai evidente. La prima era formata da una popolazione urbana, divisa in un gran numero di città collegate da strade, con campagne deserte, coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece una società rurale, sparsa pei campi che liberamente coltivava. E sebbene anche in essa vi fossero nobili e schiavi, v'era tuttavia un'assai maggiore uguaglianza. La differenza delle fortune si limitava più specialmente al numero degli armenti. La proprietà collettiva della terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, che colle armi difendevano il territorio comune, e nelle popolari assemblee deliberavano insieme. Quasi nulla era l'azione dello Stato, che in realtà non esisteva, e tutto aveva un carattere personale. La pena era una vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. I legami di sangue costituivano la base stessa della società, ed in parte anche dell'esercito, ordinato in gruppi di parentele. A Roma invece predominava su tutti lo Stato, e la società era fondata interamente sulle relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi a creare la proprietà privata, liberandola dalla forma arcaica, dando così uno slancio febbrile all'attività individuale, al progresso sociale. Ma nella lotta per l'esistenza i più forti e più fortunati spogliarono i più deboli, e distruggendo la piccola proprietà, crearono i latifondi. Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva un esercito che aggravava ognuno di tasse.

Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, ci provassimo a fondere insieme queste due società, noi vedremmo da un lato sorgere maggiore ordine e disciplina, con l'idea dello Stato, della legge, del diritto impersonale; dall'altro vedremmo rinascere la piccola proprietà, ripopolarsi le campagne di liberi agricoltori. Ma queste chimiche combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza, con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due società, una, pur modificando sè stessa, doveva vincere ed abbattere l'altra. Chi doveva vincere? La società romana era una vasta, maravigliosa organizzazione, con una grande forza espansiva ed assimilatrice. Se non fosse stata minacciata da interna decomposizione, avrebbe di certo potuto continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove genti, respingendo qualunque assalto. È quello che aveva fatto per più secoli. Se non che, colle vittorie crescevano gli elementi di decomposizione all'interno, di debolezza all'estero. E intanto le popolazioni germaniche tornavano continuamente all'assalto, spinte dal bisogno irresistibile di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero sempre maggiore, sempre crescente, come le onde di un mare in tempesta.

Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, diviso in una moltitudine di popoli diversi, di continuo in guerra fra di loro, non aveva unità nazionale, come era provato dal fatto, che nel chieder nuove terre essi si offerivano spontanei a servire sotto le bandiere dell'Impero, e combattevano con valore contro i propri connazionali. Molte infatti delle battaglie romane contro i barbari furon vinte con soldati germanici. Questo poteva far nascere l'illusione, che fosse possibile, per mezzo della disciplina, impadronirsi d'una gran parte di loro, ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità d'una tale illusione. I barbari educati sotto le bandiere romane, divenivano soldati e capitani eccellenti; ma non perdevano mai il loro carattere germanico, fieramente avverso al nome romano ed all'Impero, che pur tanto ammiravano. Anche quando non bastava a tenerli uniti la comune origine, li univa il comune odio. Nè questo, per benefizi ricevuti, si estingueva mai. I più grandi nemici di Roma, quelli che distrussero l'Impero, Alarico, Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle legioni romane. Il sentimento della comune origine, se nei tempi ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un pericolo comune, sopra tutto quando trovavano un capo valoroso che li guidasse, si ridestava potentemente, e riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in vastissime confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. Ciò s'era visto fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, di Arminio, e continuò a ripetersi continuamente. Questa unione, è ben vero, non durava a lungo. Dopo il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, poteva da un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, massime se si pensa al numero stragrande di genti che la Germania poteva mettere in armi, ed al numero già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia sul Reno o sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai barbari sarebbe stato assai difficile, anzi impossibile, organizzare qualche cosa di stabile. Questo, essi, lo sentivano, ed era un'altra causa di debolezza, perchè scemava non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero, che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente non meno che militarmente; e però lo ammiravano come qualche cosa di sacro ed eterno, nel momento stesso che lo aggredivano con tanto furore.

Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro lato anche maggiori. Per poco che quella mirabile unità, che riannodava e stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, dinanzi all'impetuoso urto barbarico, si fosse anche per un momento solo spezzata, avesse in qualche punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un tratto minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, e da questo collegamento riceveva la forza e la vita. L'individuo, educato a vivere per lo Stato e sotto la sua protezione, non capiva come senza di esso si potesse esistere. Quando appena si sentiva abbandonato a se stesso, era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure che fosse possibile resistere a quella società germanica, di cui ognuno s'avanzava con una sete feroce di sangue. Era un sentimento simile a quello di chi veda improvvisamente, per tremuoto, crollare le case, e senta il terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un teatro minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era affatto ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una società divisa e suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi o cantoni diversi, che colla massima facilità si univano e si separavano, per riunirsi di nuovo. Quando una Civitas era vinta e decomposta nei suoi Pagi, questi facilmente si reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di un'altra, senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che per la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, si fosse trovato isolato e abbandonato, usato com'era nella foresta, a contare sopra tutto sulla forza del suo braccio e sul suo coraggio personale, non provava nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che prima incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere ai barbari, e fece a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi i Romani si spaventavano e tremavano come donne. E ciò, sebbene questi li avessero poco prima disfatti, ed ogni volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate, tornassero a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga.

Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero dovè non solo respingere i continui assalti parziali d'oltre Reno e d'oltre Danubio; ma più di una volta si trovò di fronte a formidabili eserciti di barbari confederati, che penetrarono dentro l'Impero, e resero necessarie a salvarlo battaglie addirittura gigantesche. Una di queste fu quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. A un tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da altre genti, si videro le popolazioni germaniche avanzarsi, riunite in una immensa moltitudine, nella quale primeggiavano i Marcomanni ed i Quadi. Penetrarono nella Dacia, passarono il Danubio, invasero l'Impero, e per la prima volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, abbandonati i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, e conducendosi da gran capitano, in una serie di battaglie fortunate, respinse il nemico al di là del confine, e combattè sino alla sua morte, seguita il 17 marzo 180. Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario combattere i barbari con altri barbari, ed alcuni di essi si erano anche dovuti accogliere dentro i confini, esempio pericoloso che più tardi riuscì funesto. Tuttavia si potè continuare per un secolo ancora a vivere abbastanza tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi in proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente conseguenze assai più gravi.

Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare contro i Goti, sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, perchè furono essi che dettero più tardi il colpo mortale all'Impero. Una opinione largamente diffusa, li fa venire dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi ignote, si sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; circa la metà del terzo secolo erano nella Russia meridionale, verso il Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè Goti orientali ed occidentali. Questa derivazione dalla Scandinavia e questo lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri scrittori, i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura popolazioni germaniche orientali, e più che un popolo, un amalgama di genti diverse, le quali si distesero al nord ed al sud, avanzandosi poi verso l'occidente. Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali vorrebbero confonderli. Sono però questioni difficili a risolversi con certezza, anche perchè nel Medio Evo il nome di Goti si dava a genti assai diverse.

Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi verso occidente, cominciarono ad assalire i confini dell'Impero, che, come dicemmo, erano, sin da quando s'era fatta l'annessione della Dacia, divenuti da questo lato assai più deboli. E dopo molti assalti sanguinosi, si mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito, ad una vera e propria invasione, menando seco le donne ed i vecchi. Trovarono però anche questa volta virile resistenza nelle legioni romane, comandate dall'imperatore Claudio. Questi scriveva al Senato che, nonostante il disordine in cui i suoi predecessori avevano lasciato l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa più necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito di 320,000 Goti, che avevano già passato il confine, deciso a vincere o morire. Un sì gran numero di armati è probabilmente esagerato, essendovi forse compresi anche i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che altri riducono a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una invasione, di cui non s'era mai vista l'uguale, e che pure in due grandi battaglie (268 e 269) fu vinta e respinta da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella Serbia, e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la dissero perduta dai Romani, ammisero che vi perirono 50,000 Goti. Nella seconda battaglia questi furono dalla cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove dalla fame, dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti. Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, altri rimasero prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono di servire nelle legioni romane. Molta fu la preda, e così grande in essa il numero delle donne, che ogni soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte. Il che viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un esercito solamente, ma d'una vera e propria invasione. Claudio allora scriveva di nuovo al Senato, dicendo: — Ho disfatto un esercito di 320,000 Goti, ho mandato a picco 2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe il soprannome di Gotico. Ma il gran numero di cadaveri fece scoppiare una peste crudelissima, che uccise anche lui, il quale così potè dirsi vittima della sua stessa vittoria.

Questa vittoria era certamente una prova novella della forza ancora grandissima dell'Impero. Ma quello che nello stesso tempo dimostrava le forze inesauribili dei barbari, si fu il vedere che, dopo perdite così enormi, essi continuarono i loro assalti senza interruzione. È chiaro che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore Aureliano (270-75), che successe a Claudio, ed era buon soldato, non meno che accorto politico, dopo avere valorosamente resistito, finì col venire ad un accordo, cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava ai barbari una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, dalla quale moltissimi de' suoi abitanti dovettero emigrare. Si restringevano però, secondo i consigli di Augusto, i confini dell'Impero alla linea più sicura del Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente lodato; e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace relativa, interrotta solo da tre guerre, mosse a tempo di Costantino, nelle quali essi furono sempre respinti, l'ultima volta con la perdita, si dice, di 100,000 uomini, morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa linea del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora il lato più vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano nella Dacia in grandissimo numero, e andavano aumentando pel continuo sopravvenire di nuove genti. E ciò, quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro altri barbari difendere il Danubio.

CAPITOLO III La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano l'apostata — Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti

I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, avevano fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, la quale fu infatti condotta a compimento da Diocleziano (284-305) e Costantino (323-337). Primo suo scopo era il bisogno di dare una maggiore unità amministrativa e militare, concentrando il potere nelle mani dell'Imperatore, facendone un vero autocrata, conferendogli anche un carattere sacro e religioso. A rendere più agevole l'opera del governo, sopra tutto ad evitare i continui pericoli delle tumultuose successioni, Diocleziano s'era associato, col titolo di Augusto, Massimiano; poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari. La divisione del governo non portava quella dell'Impero, che restava sempre affidato alla suprema sua direzione. Ogni volta che uno dei quattro governanti moriva, i tre superstiti dovevano eleggere il successore, e così si sperava di evitare le scosse ed agitazioni continue. Ma questa parte della riforma fallì interamente allo scopo. Infatti, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, per circa venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, fino a che non successe, unico imperatore, Costantino, il quale condusse a compimento la parte veramente utile e necessaria delle riforme di Diocleziano.

L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, della Gallia, dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile fu nettamente diviso dal militare, e procederono parallelamente, emanando però ambedue dall'Imperatore, capo supremo, che circondato dai suoi ministri, comandava ad ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto quel potere militare che avevano avuto in passato, furono messi, coi poteri esclusivamente civili, alla testa delle Prefetture, divise in Diocesi sotto i Vicari, e queste in Province sotto i Presidi, Consolari o Correttori. Seguiva poi una lunga serie di minori ufficiali, che si distendevan su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie minutamente, precisamente determinate, per meglio amministrare, e sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. Lo stesso fu fatto nell'esercito coi suoi Magistri militum (peditum et equitum), sotto cui erano i Duces, i Comites, discendendo con pari ordine sino ai gradi ultimi. Questa riforma prolungò senza dubbio la vita dell'Impero, dandogli maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni del fisco nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una vasta rete burocratica, con le inevitabili e dannose conseguenze, che non tardarono molto a farsi sentire. Roma, col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio Prefetto (Praefectus Urbi). Essa e l'Italia furono ridotte alla condizione di province, sottomesse non solo al governo, ma anche alla tassa provinciale sui terreni. Già da un pezzo Roma era solo di nome capitale dell'Impero. Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano a Nicomedia, presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; a Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di difendere la linea del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, a cagione della continua guerra persiana, spostava da un pezzo verso l'oriente il centro di gravità dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente.

Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento la riforma di Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore vi fu una dura persecuzione dei Cristiani, e Costantino invece, riconoscendo la forza irresistibile della nuova religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe una grande importanza storica, fu il trasferimento della capitale da Roma a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta della nuova capitale, che da lui ebbe il nome di Costantinopoli, fu assai felice. Essa era non solo più vicina al Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine, che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; ma era anche strategicamente come una fortezza resa inespugnabile dalla natura. E ciò fu provato dalla resistenza che per molti secoli potè fare contro innumerevoli nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo presa e saccheggiata.

Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica. L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma, contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto diversa, delle due popolazioni.

Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi, facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva essere identico a lui, non poteva essere ab aeterno, doveva avere un principio, sia pure quanto si voglia remoto.

Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto il triplice aspetto di causa prima, di logos o ragione, di spirito animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (homoousios) del Padre. — E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. — Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri. Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea (325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale, anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il Figlio era non di sostanza identica (homoousios), ma pur simile (homoiousios) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto. Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia. Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia, continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi, scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda.

Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio, gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato, dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò l'esilio.

L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani l'accettazione fu come non avvenuta.

Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede, senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla, evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire, senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito.

Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo. S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa, per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle. Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche. Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la fede cristiana.

Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina, e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni, ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo.

Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome, combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo (5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli, cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace, capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro che un fenomeno effimero e passeggiero.

Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva come Pontifex Maximus, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese, che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città. Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio. Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel febbraio del 364.

Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza, seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto, che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia, i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero iniziatore della loro conversione e della loro cultura.

Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco, il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica. Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica, al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno.

La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi di Pagi, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di Principes o Magistratus, e che amministravano anche la giustizia.

Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi. Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose.

CAPITOLO IV Gli Unni

Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti, Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero.

In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro, non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni, che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci, come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano, inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi, con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente.

Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni, che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374 piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti, ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono, spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono. Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne, dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti, sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.»

Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile. Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa, rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale, dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente, che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati, impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione. Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe seguito? E chi poteva resistere?

Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta, non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli. Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero a venderli schiavi.

E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che, passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse?

La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè, prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia, che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza.

L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani, saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè; ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto, che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente, che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne. Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa. La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro.

CAPITOLO V Teodosio

In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla. Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci, il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne accolta con generale favore.

Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere, mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione, con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia come foederati. Quali fossero con precisione i patti, nei loro più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare, terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo. Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati, minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere romane, o spezzavano le catene della schiavitù.

Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza, Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio. E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso.

Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II, che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone. Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste.

Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano, Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano, e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che, sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4). La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio 394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende.

Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo, presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada. Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande.

Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio, il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio (366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere giudicati.

Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti, come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce, senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale, condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe, egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue di tanti innocenti.

S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel 385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. — L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando, per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano, egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. — Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo. — E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose, aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero le stragi di Tessalonica.

Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: — Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre 390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini, ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio Evo.

E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu lasciato ai due suoi figli del pari incapaci.

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