LIBRO SECONDO GOTI E BIZANTINI
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CAPITOLO I Odoacre
Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, alla testa d'un esercito composto di popolazioni diverse, ognuna delle quali pretendeva che fosse suo connazionale. I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo suppone figlio di quell'Edecone che insieme con Oreste vedemmo ambasciatore di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi alla sua morte. Era ancora assai giovane, quando con una banda di suoi seguaci si mosse a cercar fortuna in Italia. Traversò allora il Norico, provincia che per trent'anni (453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata all'anarchia. Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la sola autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva che fosse quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, nella solitaria cella, esercitava una prodigiosa azione morale sulle moltitudini, che volontariamente gli obbedivano. Ed in quella piccola cella, così narra la leggenda, entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del Santo, il quale, dopo avergliela data, disse: — Vade ad Italiam, chè, sebbene tu sia vestito di vilissime pelli, ti aspetta colà grande fortuna. — Fra il 460 ed il 470 Odoacre infatti era già in Italia, e nel '72 combatteva nell'esercito di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76 i suoi soldati lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il posto di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la soverchiante potenza dei generali che ne facevan le veci, è ora scomparso affatto nel barbaro che ne ha usurpato il posto. E per la prima volta nella storia del mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, indipendente. Ma un barbaro, che comandava in essa alla testa di un esercito di barbari, era un fatto talmente privo d'ogni precedente, che non si vedeva su quale base legale si potesse fondare la sua autorità. Odoacre non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, nè di re d'Italia; non fu che un re di barbari. E con quale diritto poteva egli allora comandare nella Penisola, sede antica dell'Impero?
Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, ed a lui, tra il 477 e 478, si presentarono perciò due solenni ambascerie. L'una veniva da Salona, in nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato nei suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza cacciato. L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, il quale, assai probabilmente secondo un patto già prima stipulato con Odoacre, cercava ora ricompensarlo dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo del trono. Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno d'avere un loro proprio Imperatore, bastandone uno solo per l'Oriente e per l'Occidente.[23] Odoacre avrebbe potuto governare l'Italia col titolo di Patrizio, in nome dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne imperiali, ornamenta Palatii.
In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote Leone II. Questi essendo ancora un giovanetto, restò sotto la reggenza del padre Tarasicodissa, che i Greci chiamarono Zenone, e che, morto ben presto il figlio, divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, vedova di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal trono, su cui fu nel 477 rimesso da una controrivoluzione ortodossa. Quando adunque, fra il 477 e '78, si presentarono a lui gli ambasciatori del Senato e di Augustolo, egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè non voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; ma sentiva di non essere allora in grado di deporre chi s'era colla forza impadronito del potere in Italia. Ricorse perciò ad un mezzotermine diplomatico, di quelli che erano molto in uso presso i Bizantini. Ufficialmente rispose ai Romani: — Due imperatori vi furono mandati da Costantinopoli, Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, il secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che riman sempre in Occidente il solo sovrano legittimo e riconosciuto. — Se questa fu però la risposta ufficiale, scrivendo privatamente ad Odoacre, gli dava il titolo di Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto, intendeva fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo ferma la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse il governo d'Italia, teoricamente sotto la dipendenza di Costantinopoli, in realtà operando a suo modo, come principe indipendente.
Il primo e principale problema di cui si dovette subito occupare, fu la promessa divisione delle terre, promessa dalla quale aveva avuto origine il suo potere. In che modo questa divisione, nei suoi particolari, venisse fatta, noi non sappiamo. Tutto si riduce a semplici ipotesi. Certo è però che non si tratta di un sistema nuovamente introdotto, come molti supposero, in conseguenza della conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione d'un sistema già prima esistente nell'Impero. E l'aggravio che ne venne alle popolazioni, fu assai più apparente che reale. L'esercito, in un modo o l'altro, era stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro carico erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari per tenerli tranquilli, e le enormi spese sostenute per le guerre dell'Impero. Dove i soldati venivano alloggiati, occupavano di diritto un terzo delle case dei loro ospiti, nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e ciò naturalmente oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano lasciati permanentemente a difesa dei confini (limitanei) avevano, oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano per proprio conto. Se dunque i soldati di Odoacre, i quali erano l'esercito che doveva difendere l'Italia, avevano adesso un terzo delle terre, per coltivarle e vivere del prodotto di esse, questo in fondo non era qualche cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso mantenere i barbari, anche quando non prestavano servizio, e non solo gli uomini atti a portare le armi, ma i vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in conseguenza d'una ribellione militare, che imponeva la sua volontà colla forza. Questo era veramente odioso, se anche non era effetto della invasione e della conquista.
Non bisogna però credere, che una tale divisione si facesse a un tratto per tutto, nè che dove si faceva, tutte le terre venissero divise. L'esercito di Odoacre era ben lungi dal potere occupare l'Italia intera. I suoi barbari alloggiarono quindi in alcune province, ed in esse solamente fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là dove ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo conto dividere le terre che bastavano appena a sostenere i loro possessori. Essi quindi restarono nello stato di prima, e furono anche meno aggravati dalle tasse, che i barbari non erano in grado di riscuotere o far riscuotere colla regolarità opprimente del fisco imperiale. Nè mutò gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E così anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano le terre, e passarono con esse ai barbari, restarono più o meno nelle condizioni di prima, spesso anzi migliorarono. Quelli che veramente soffrirono furono i latifondisti, i quali è però da credere che pagassero minori imposte sulla parte che loro restava delle proprie terre. In ogni modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome i barbari, per antica consuetudine, preferivano la campagna alla città, così i campi pei quali da un pezzo mancavano le braccia necessarie a lavorarli, furono ora più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema di tasse, le quali non crebbero; anzi, per quanto possiamo indurne, scemarono. Considerevoli esenzioni ottenne pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a Pavia ed in tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi enormemente cresciute.
Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato quasi esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono affatto le altre province. Anche la Provenza, la parte cioè più romanizzata della Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. La Rezia, considerata sempre come appendice integrante dell'Italia, ne faceva parte al pari della Sicilia, la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, secondo il trattato concluso nel 442. Questi occupavano anche la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Il nuovo stato di cose, per ora almeno, evitava quelle grosse guerre che dissanguavano le popolazioni, e quindi il regno di Odoacre fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle patite calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate nuove violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni andarono crescendo. Sotto un certo aspetto le condizioni in cui Odoacre si trovava, coll'andar del tempo migliorarono assai. Il suo regno infatti, che era cominciato coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè visse il deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa condizione quando questi nel 480 morì. Certo Odoacre restò ancora col solo titolo di Patrizio, non potè mai assumere quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia; ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò a nominare anche i Consoli occidentali, che furono riconosciuti in Oriente. L'unità generale dell'Impero, cui era a capo Zenone, teoricamente non fu mai messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di fatto assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche riconosciuta. A Ravenna egli potè mettere insieme una flotta, colla quale si difese dalle incursioni vandaliche, e fra il 481 e 482 si spinse fino alla Dalmazia, che aggregò al proprio Stato. E se questo passo spiacque assai all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze a lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, e non ne risentì nessun danno.
In tale stato di cose la vita politica del popolo italiano può dirsi spenta del tutto. Con tanto maggiore energia si svolgeva quindi in esso la vita religiosa, alla cui testa si trovava il Papa. Ma in parte non piccola l'indirizzo dell'attività religiosa, era determinato dalle relazioni o per meglio dire dalla opposizione che persisteva sempre fra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dove non avevano mai posa quelle dispute dottrinali, cui lo spirito romano-cattolico ripugnava affatto. In Oriente combattevano ora accanitamente i Nestoriani, i quali dicevano che la Vergine era madre di Gesù Cristo, solo in quanto uomo; gli Ariani ed i Monofisiti, i quali ultimi sostenevano che la natura umana e divina di Gesù erano una sola e medesima cosa. Siccome però in nome appunto di questa dottrina Basilisco aveva cacciato dal trono Zenone, che v'era stato rimesso dagli Ortodossi, così questi voleva ora in ogni modo evitare il riaccendersi della disputa. Fra il 482 e 83 pubblicò quindi una sua lettera conosciuta col nome di Henoticon, la quale si credette suggerita o anche scritta dal patriarca Acacio. In essa, tenendo una via media, cercava di conciliare ortodossi e monofisiti. Ma Roma non ammise mai queste vie di mezzo, nè ammise mai che l'Imperatore decidesse le dispute religiose. Papa Simplicio (468-483) condannò quindi senz'altro l'Henoticon ed Acacio che lo aveva ispirato.
Questa lotta nella quale Simplicio, sostenuto dagl'Italiani, dimostrò al solito una tenacia veramente romana, mantenne vivo l'antagonismo fra l'Oriente e l'Occidente, il che riusciva a vantaggio di Odoacre. Il Papa era allora moralmente, e non solo moralmente, il personaggio più potente in Italia. Se Odoacre, come ariano, si fosse messo in aperta opposizione con lui, questi gli avrebbe facilmente potuto sollevar contro tutto il paese, e rendergli impossibile il reggersi a lungo in Italia. Ma finchè durava la lotta religiosa fra Roma e Costantinopoli, il Papa ed Odoacre si trovavano dal comune interesse spinti a sostenersi vicendevolmente.
Il 2 marzo 483 moriva Simplicio, e Odoacre dette allora un passo falso, del quale non tardò molto a sentire le conseguenze. Per lui era certo cosa di grande importanza assicurarsi della nuova elezione. Voleva non solo evitar quei tumulti che in simili occasioni avevano assai spesso insanguinato le vie di Roma, ma voleva anche avere un Papa amico. E così, quando l'assemblea che doveva procedere alla elezione, non potè riuscire a mettersi d'accordo, v'intervenne improvvisamente, in nome di Odoacre, il Prefetto del Pretorio, Cecina Basilio, dichiarando che sarebbe stata nulla l'elezione, senza la rappresentanza del Re. Questi, egli aggiunse, procedeva in ciò d'accordo colla volontà del defunto Papa, il quale prima di morire gli aveva raccomandato la nuova elezione. Fu inoltre emanato un decreto col quale veniva proibita l'alienazione dei beni della Chiesa, minacciando l'anatema contro chiunque non avesse a ciò obbedito. S'invitava poi l'assemblea a sanzionare il decreto, ed a procedere alla elezione, la quale riuscì a favore di Felice II[24] (483-92), che era appunto il raccomandato di Odoacre. Non pare che allora sorgessero gravi lamenti contro questo procedere del Re. Ed in verità non solamente l'Imperatore di Costantinopoli aveva sempre avuto grande ingerenza nei Conclavi, nei Sinodi, nei Concili, in tutte le faccende della Chiesa; ma anche in Italia l'imperatore Onorio aveva nel 418 e 19 definito la contesa fra Eulalio e Bonifacio ambedue eletti pontefici. È provato poi che l'Imperatore d'Occidente aveva il diritto d'intervenire e decidere in siffatte questioni; anzi non di rado il clero stesso ricorse a lui per risolverle. Può supporsi perciò che, nonostante ogni contraria apparenza, Odoacre non avesse creduto di far nulla d'illegale, e molto meno di usare violenza per imporre un Papa di suo arbitrio; che la scelta di Felice II fosse veramente stata suggerita a lui da Simplicio. Se non che egli non era un Imperatore, ma un re barbaro ed un ariano. Non poteva quindi sperare che la Chiesa romana, sempre gelosa delle proprie prerogative, avesse mai potuto approvare il suo procedere. Comunque sia di ciò, anche Felice II continuò con ardore la lotta contro l'Henoticon e contro Acacio, che scomunicò, inviando a Costantinopoli la sentenza. E tutto ciò fu causa d'uno scisma durato 35 anni (484-519), nei quali Roma non cedette mai, ottenendo finalmente il trionfo delle dottrine ortodosse. Ma se questo dissidio era tutto a vantaggio di Odoacre, l'essersi egli ingerito nella elezione papale aveva seminato nella Chiesa romana il germe pericoloso d'una profonda diffidenza verso di lui.
Intanto sorgeva un'altra e più grave complicazione d'indole politica. Al di là della Rezia c'era il Norico, la regione in cui ora è Salzburg, e che arrivava fino al Danubio, oltre il quale abitavano i Rugi. Questa regione, come già vedemmo, era stata desolata, ridotta ad estrema rovina dal continuo passaggio dei barbari; ed unica autorità, che vi avesse mantenuto ancora una qualche forma di vivere sociale, era stata quella di S. Severino, che il suo biografo Eugippo dice uomo interamente latino: loquela tamen ipsius manifestabat hominem omnino latinum. Nella sua cella raccoglieva abiti, cibi a sollievo dei miseri, e di là dava consigli e ordini cui tutti, anche i barbari, volontariamente obbedivano. Era questa un'altra prova visibile della forza quasi onnipotente, che la religione esercitava allora sugli animi. A S. Severino si dovè se la popolazione romana di quella regione non fu totalmente distrutta. Ma circa l'anno 482 egli morì, e fu questa una grande calamità per il Norico. I Rugi s'avanzarono subito devastando, saccheggiando ogni cosa, perfino il convento e la cella del Santo. Avrebbero, se avessero potuto, dice Eugippo, portato via anche le mura. E se i Rugi si fossero stabilmente impadroniti di quella regione, sarebbe stato di certo un gran pericolo per Odoacre, che li avrebbe avuti ai confini del suo regno, colla voglia e, per la desolazione del paese, con la necessità d'avanzarsi. A questo li spingeva ora Zenone, per la solita politica orientale di neutralizzare i barbari, spingendo gli uni contro gli altri, e perchè era assai insospettito di Odoacre, il quale non solo agiva sempre più da principe indipendente, ma si era recentemente impadronito della Dalmazia. Oltre di ciò, a lui s'erano poco prima rivolti coloro che cospiravano contro Zenone; e sebbene egli avesse ricusato d'aiutarli, ciò non impedì che crescessero di molto i sospetti ed il mal animo dell'Imperatore contro di lui. La conseguenza fu che i Rugi s'avanzarono, ed Odoacre fu costretto a muover loro guerra.
Nel 487 egli si avanzò col suo esercito barbarico, nel quale, secondo Paolo Diacono, presero parte anche Italiani, nec non Italiae populi. Con esso vinse i Rugi, fece prigioniero il loro re, ne mise in fuga il figlio. Molte però e gravi furono le conseguenze di questa guerra. Una gran parte, la meno disagiata, della popolazione del Norico, emigrò in Italia, dove fu menato anche il corpo del Santo, che dopo essere stato portato in vari luoghi, venne finalmente, per intercessione d'una vedova, deposto presso Napoli, nel luogo che si chiama ora Castello dell'Uovo. Il figlio del re dei Rugi si ricoverò presso gli Ostrogoti, che erano allora comandati dal valoroso Teodorico degli Amali, e cercò d'incitarlo a muover guerra contro di Odoacre. Siccome poi lo stesso incitamento veniva a questo, come vedremo, anche dall'Imperatore, così ne seguirono avvenimenti di grande importanza nella storia d'Italia.
CAPITOLO II Teodorico e gli Ostrogoti in Italia
La più parte degli Ostrogoti era rimasta unita agli Unni nell'antica Dacia, e se ne separarono, al pari degli altri popoli germanici, quando, dopo la morte di Attila, il suo impero andò in fascio e sparì come un sogno. Essi occuparono allora la Pannonia, sotto il governo di tre fratelli della nobile stirpe degli Amali. Ivi pare che restassero nella condizione, più o meno, di federati; ed ebbero al solito dispute continue coll'Impero, per le terre che chiedevano, per lo stipendio o tributo che pretendevano. Questo portò ad un conflitto, dopo del quale fu fissato un annuo tributo, e per garanzia di pace fu mandato in ostaggio a Costantinopoli il giovane Teodorico allora di soli otto anni, figlio di Teodemiro, uno dei tre fratelli Amali. Questo fatto ebbe grande importanza, perchè fu data così una educazione militare romana a quel giovinetto pieno d'ingegno, di valore e di ambizione, che era destinato ad un grande avvenire. Dei tre fratelli Amali intanto uno morì, un altro, cacciato dalla fame, andò con parecchi de' suoi a cercar fortuna in Italia, di dove, come già vedemmo, fu per mezzo di donativi, indotto ad andarsene in Gallia. Nella Pannonia restava così solo Teodemiro, il padre di Teodorico, che nel 472 tornò da Costantinopoli, nella età di 18 anni, gettandosi subito, per proprio conto, in una impresa militare contro i Sarmati, nella quale fece prova di gran valore. Nel 474 morì suo padre, e sebbene egli fosse figlio d'una concubina, pure il sangue illustre degli Amali ed il valore da lui dimostrato lo fecero agevolmente nominare capo del suo popolo. Allora incominciò per lui la difficoltà di far vivere i suoi, perchè la Pannonia era esausta, ed i sussidi dell'Imperatore venivano assai scarsi.
Nell'Impero d'Oriente v'erano intanto altri Goti, comandati da un altro Teodorico figlio di Triario, e soprannominato Strabone, perchè guercio. Questi aspirava a prendere in Costantinopoli il posto del generale Aspar, la cui misera fine lo aveva irritato profondamente. Si era perciò unito a Basilisco, quando questi si sollevò contro Zenone, e lo cacciò dal trono. Teodorico degli Amali invece prese le parti di Zenone, che col suo aiuto trionfò, e come era naturale, lo colmò di onori, nominandolo Patrizio, Magister militum, suo figlio adottivo. Ma dopo ciò l'Imperatore si trovò stretto fra le pretese sempre crescenti dei due capitani goti, che, ambedue in armi, volevano del pari esser presi agli stipendi dell'Impero. Ben volentieri Zenone si sarebbe invece disfatto dell'uno e dell'altro; ma non era possibile. Consultò quindi il Senato, che rispose non doversi aggravare l'erario con la spesa necessaria a pagare i due capitani coi loro eserciti: ne scegliesse uno. E naturalmente egli scelse Teodorico l'Amalo, da cui era stato aiutato nel pericolo, e lo incaricò di tenere a freno l'altro. Ma quando i due barbari si trovarono di fronte, finirono coll'unirsi a danno di Zenone, cui non restava perciò altro che fare assegnamento sulla loro mutua gelosia, cercando con ogni mezzo di aumentarla. Così, costretto ad oscillare continuamente dall'uno all'altro, fino a che, morto nel 481 Strabone, Teodorico l'Amalo si trovò solo, più potente che mai, alla testa dei Goti insieme riuniti. E per sei anni lo vediamo ora avvicinarsi all'Imperatore, cui rendeva importanti servigi, ricevendone onori e danari; ora invece separarsene, ritornando a saccheggiare, per ottenere poi anche di più. Nel 483 fu Magister militiae praesentis; nel 484, Console. Rese allora di nuovo grandi servigi a Zenone, combattendone i nemici; ma da capo cominciò a minacciarlo fin sotto le mura di Costantinopoli, saccheggiando la campagna, incendiando i borghi.
È chiaro che Zenone doveva desiderare di liberarsi in qualche modo da un sì incomodo vicino, e liberare l'Impero da questa barbarica prepotenza, che minacciava di far rinascere i tempi di Aspar, di fare anzi sorgere in Oriente un altro Ricimero. Ma come fare? L'antico sistema di opporre un barbaro ad un altro non sembrava più possibile ora che uno dei due goti rivali era morto. C'era però sempre in Italia Odoacre, di cui, per le ragioni da noi già esposte, Zenone doveva essere scontentissimo, massime dopo che s'era sparsa la voce di suoi segreti accordi coi ribelli all'Imperatore. Un tale sospetto, come già vedemmo, aveva indotto Zenone a far muovere i Rugi contro Odoacre. Ma questi li vinse, ed occupò il Norico, penetrò nel Rugiland, ne imprigionò il re colla moglie, ne mise in fuga il figlio, che andò da Teodorico per eccitarlo alla vendetta. E Teodorico pareva assai ben disposto a gettarsi nell'audace impresa, sia perchè i Rugi confinavano colla Pannonia, e la loro disfatta era per lui pericolosa; sia perchè sperava, vincendo, di occupare le fertili pianure d'Italia, e trovare così pei suoi una stabile e sicura dimora. A tutto ciò si aggiungeva, che la discordia già cominciata fra Odoacre ed il Papa aveva indebolito e reso quindi assai meno temibile il primo. L'occupazione della Dalmazia, l'entrata nel Rugiland, il farla Odoacre sempre più da sovrano indipendente, l'appoggio dato per lungo tempo al vescovo di Roma contro l'Imperatore facevano a questo desiderare un radicale mutamento in Italia. Teodorico, allontanandosi da Costantinopoli, fermandosi nella Penisola, avrebbe potuto non solo punire Odoacre, ma pigliare anche una più ferma attitudine di fronte al Papa.
Tutto questo spingeva lui a partire, e Zenone a mandarlo. Gli storici hanno lungamente disputato se la prima iniziativa venisse dall'uno o dall'altro. Secondo Jordanes, Teodorico avrebbe fatto la proposta a Zenone, dicendo: — Se io sarò disfatto, non mi avrai più a tuo carico; se invece vincerò il tiranno (così chiamavano Odoacre, perchè non legittimo sovrano), governerò io il paese in tuo nome, vestro dono vestroque munere possidebo. — Procopio scrive invece che Zenone persuase Teodorico ad andare in Italia, e l'Anonimo Valesiano dice che lo mandò ad defendendam sibi Italiam. Il fatto vero è che l'uno voleva andare, e l'altro voleva mandarlo; i comuni interessi li spingevano verso la stessa meta. E però Teodorico si mosse finalmente per l'Italia nell'autunno del 488.
Non era una impresa esclusivamente militare, ma piuttosto la invasione d'un popolo in armi; giacchè Teodorico, che si moveva ora in nome dell'Impero, menava seco le donne, i vecchi, i fanciulli, con carri che trasportavano le masserizie, e servivano da case, durante il viaggio, con mulini mobili per macinare il grano. Tutta questa moltitudine portava il nome di Ostrogoti; ma era al solito una mescolanza di genti diverse, alle quali gli Ostrogoti, che in essa prevalevano, davano il nome. Erano riunite dal valore e dalla reputazione del loro capo, dalle guerre e saccheggi fatti sotto il suo comando, dal bisogno comune, urgente di trovare un paese in cui potessero stabilmente fermarsi e vivere. Non è possibile dire qual fosse il loro numero preciso. Chi li porta a 40,000 uomini in armi, chi ad una cifra anche maggiore. Tutto compreso, fra uomini, donne, vecchi e fanciulli, gli scrittori variano da 200 a 300 mila individui. Presero la via delle Alpi Giulie, e fu una marcia faticosa, qualche volta disastrosa. Il freddo era grande, il gelo induriva i loro capelli, la barba, gli abiti. Dovettero procurarsi il cibo, strada facendo, colla caccia, o combattendo, o saccheggiando i paesi che traversavano. Un primo scontro sanguinoso lo ebbero coi Gepidi; ne seguirono poi altri, e finalmente, dopo otto mesi di pericoli e di stenti, percorrendo la stessa via percorsa già da Teodosio, da Alarico e da Attila, nel luglio del 489 erano in Italia. Il 28 agosto, sull'Isonzo, non lungi da Aquileia, ebbe luogo la prima battaglia con Odoacre.
Questi, che pur era capitano di valore, e si trovava alla testa di un esercito più numeroso, aveva preso anche una forte posizione. Ma dovette cedere dinanzi al primo impeto dei Goti, ed alla superiore capacità strategica del loro capo. Un'altra battaglia fu data sull'Adige, presso Verona, il 30 settembre 489, e sebbene anche questa fosse da Odoacre perduta, Teodorico dovette subire gravissime perdite, giacchè, invece di avanzare, si ritirò fino a Milano, per chiudersi poi in Pavia. Odoacre allora andò verso Roma, sperando di potere senza difficoltà entrare nella Città eterna, e stabilmente occuparla, il che gli sarebbe stato di grande aiuto, non solo morale, ma anche materiale, perchè gli avrebbe, nel continuare la guerra, assicurato alle spalle tutta l'Italia meridionale. Ma qui si cominciò invece a delineare assai chiara la difficoltà della posizione in cui si trovava. Roma gli chiuse le porte in faccia, e le popolazioni italiane gli si cominciarono a manifestare avversissime, in parte per la lotta da lui recentemente sostenuta con la Chiesa, in parte per le spoliazioni in numero sempre maggiore da lui fatte negli ultimi anni, sia pei cresciuti bisogni della guerra, sia per la poco regolare amministrazione. E di tutto ciò la Chiesa aveva saputo profittare, per eccitar contro di lui le moltitudini, tanto che poco dopo si parlò addirittura d'una generale cospirazione, di una specie di Vespro siciliano organizzato contro di lui dal clero.[25] Ma quel che è più, nelle sue file cominciò la diserzione, la quale sembra che pigliasse proporzioni grandi davvero, dopo che il suo Magister militum Tufa passò al nemico insieme con altri. Se non che Tufa, avuti da Teodorico alcuni Goti a suo comando, disertò nuovamente, per tornare con essi a Odoacre, al quale li consegnò, e dal quale furon subito fatti uccidere. Si potè quindi dubitare, che il primo tradimento fosse stata una finzione per poter compiere il secondo. Diserzioni vere e proprie ve ne furono però non poche, ed anche fra i soldati di Teodorico. Il fatto vero è che questi eserciti misti di varie genti barbariche, erano, come abbiamo detto più volte, quasi compagnie di ventura al servizio dell'Impero, senza patria e senza fede, guidate dall'interesse personale dei loro capi, spesso anche dei sotto-capi, che agivano per proprio conto.
Così le difficoltà divenivano da una parte e dall'altra sempre maggiori; ma non meno grandi furono gli sforzi fatti per superarle, sì che la guerra andò assai in lungo. Odoacre si mostrò degno di tener testa a Teodorico, che s'era dovuto chiudere a Pavia, dove la calca, nel suo primo entrare, era stata tale e tanta, che le sofferenze de' suoi furono davvero enormi. A soccorso della loro miseria venne il clero, alla cui testa si trovava il vescovo Epifanio, il quale si adoperò eroicamente a sollievo di tutti coloro che soffrivano, senza distinzione di partito o di origine, pagando di suo per liberare dalla schiavitù coloro che erano stati fatti prigionieri da una parte o dall'altra. Intanto Odoacre, messe di nuovo insieme le sue forze, entrò con esse in Milano, pronto ad affrontare il suo rivale. Se non che, altri barbari vennero a mescolarsi ora in questa guerra, modificandone e confondendone di molto l'andamento. Scesero i Burgundi a difesa di Odoacre, ma in realtà più che altro a saccheggiare il paese per proprio conto. I Visigoti invece, mossi dalla comunanza di sangue, vennero a difesa di Teodorico, e pugnarono con lui nella battaglia, che fu data sull'Adda il dì 11 agosto 490. E qui la disfatta di Odoacre fu inevitabile. Aveva potuto con energia resistere a Teodorico, in cui favore erano l'autorità dell'Impero e della Chiesa, non che le popolazioni insorte; ma di fronte alla coalizione dei Visigoti e degli Ostrogoti, dovè cedere ritirandosi a Ravenna. Ivi sostenne valorosamente un assedio che durò tre anni, non potendo Teodorico stringere il blocco dalla parte del mare, e dovendo dalla parte di terra resistere a sanguinose sortite dalla città. Intanto questi poteva dirsi già padrone di tutta Italia, nella quale andava ogni giorno acquistando maggior favore, divenendo sempre più forte. Quasi da per tutto pareva che fossero cessati il rumore delle armi ed il grande spargimento di sangue: ubi primum respirare fas est a continuorum tempestate bellorum.[26]
Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. Teodorico potè da ultimo bloccarla anche dal mare, quando, essendogli riuscito d'entrare in Rimini, gli fu possibile raccogliere un certo numero di navi. L'assediata città cominciò allora a soffrire crudelmente una fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise molti di coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, nel febbraio 493, quinto anno della guerra, terzo dell'assedio, Odoacre dovè cedere. Il 25 di quel mese egli consegnò suo figlio in ostaggio, ed il 27 l'accordo della resa era definitivamente concluso, per mezzo dell'arcivescovo di Ravenna. Altra prova anche questa della straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi dalla Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità.
I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero perciò luogo a moltissime dispute. Certo è che Odoacre s'arrese, salva la vita, accepta fide, securus se esse de sanguine, come dice l'Anonimo Valesiano. Ma a questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe ottenuto di partecipare al governo insieme col vincitore, restando a capo anche d'una parte delle forze militari. Riesce in verità assai difficile capire come mai ciò potesse avvenire, tanto più che Teodorico era stato mandato da Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è credibile che potesse essere stato concluso in buona fede da nessuna delle due parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. Infatti il 5 marzo 493 Teodorico entrava solennemente in Ravenna, dove gli vennero incontro l'arcivescovo ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena giunto venne aggredito da persone ivi nascoste; e poi lo stesso Teodorico sguainò la spada per ucciderlo colle proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il decaduto principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza quasi trovar resistenza, osservò con cinico e barbarico sorriso: — Si direbbe che non ha ossa. — I parenti e gli amici d'Odoacre subirono tutti, più o meno, la stessa sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva scoperto, e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio e la diffidenza reciproca, quindi la impossibilità di un vero accordo.
CAPITOLO III Il regno di Teodorico
Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè dire solo padrone in Italia. La condizione in cui egli si trovava adesso non era in verità molto diversa da quella di Odoacre. Questi aveva comandato una moltitudine incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra tutto Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una mescolanza di varie genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani o romanizzati,[27] principalmente però Ostrogoti, che davano a tutti un nome comune. Non era quindi neppur questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una banda di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando e guerreggiando, organizzata, come quella d'Odoacre, colla disciplina militare appresa dai Romani. Teodorico veniva, noi lo abbiamo già visto, non come il re di un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di lui c'era un Magister militum, ed a capo delle varie parti dell'esercito erano i Comites, che risiedevano nelle diverse province d'Italia. La grande differenza fra lui ed Odoacre stava solo nel carattere, nell'ingegno politico e militare assai superiore di Teodorico. La sua educazione, in parte anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli, dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, senza mai cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque sia certo che egli non avesse nessuna cultura letteraria, riesce difficile credere, come pur generalmente si dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il proprio nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina d'oro, in cui erano intagliate le prime quattro lettere del suo nome; ma questo poteva anche essere un modo di guadagnar tempo quando doveva sottoscrivere in forma diplomatica i molti atti ufficiali del suo governo.
Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di Teodorico persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni germaniche. Sebbene avesse menato seco anche i vecchi, le donne ed i bimbi, tutto un popolo, o per meglio dire una gran moltitudine, egli era in sostanza il capo militare, il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi possibile trovare più fra di loro la proprietà collettiva dell'antico villaggio germanico, nè quelle assemblee popolari che frenavano il potere regio. Teodorico comandava con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali consultando il suo esercito. In ogni modo essi non avrebbero potuto mai legiferare pei Romani, nè i Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo di Patrizio, per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre, teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente distrutta. Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se quello d'Occidente moriva, il suo potere ricadeva in quello d'Oriente, fino a che non veniva eletto il successore. Di certo, come Ricimero, come Oreste, come Odoacre, anche Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in Italia, possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma questo potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, era in contradizione manifesta con la missione a lui affidata, e che egli aveva accettata: bisognava quindi legalizzarlo, e ciò non poteva farlo che l'Imperatore, a cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la battaglia dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato in Ravenna, ma già si sentiva padrone dell'Italia, aveva mandato un'ambascerìa all'Imperatore, per potere assumere la dignità regia, ab eodem sperans se vestem induere regiam.[28] Questa ambascerìa non ottenne però nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, cui successe Anastasio, che non mandò risposta. E, Teodorico, il quale era allora già entrato in Ravenna dove aveva ucciso Odoacre, si lasciò nominare re dai suoi Goti, che non aspettarono la risposta del nuovo Imperatore.[29] Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. In sostanza non era un re, ma un tiranno come Odoacre, che egli perciò appunto era venuto a combattere in nome dell'Impero.
Questa sua difficile condizione migliorò non poco nel 498, quando, essendo divenuto di fatto assai più potente, riuscì finalmente, con una nuova ambascerìa, ad ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne, omnia ornamenta Palatii, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli. Non bisogna però credere che la nuova autorità gli fosse concessa, senza fissarne limiti e senza qualche determinazione. Tanto Cassiodoro quanto Procopio accennano a patti e condizioni. Il secondo di questi scrittori ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono vinti da Belisario, gli affermassero d'aver sempre fedelmente rispettato i patti e le condizioni imposte ad essi dall'Impero. Teodorico di certo aveva il comando dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti gli ufficiali dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o anche un re dei Romani indipendente da colui che lo aveva mandato. Egli non poteva promulgar vere e proprie leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali dovevano restare dentro i confini di ciò che avevano già prescritto le leggi, che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i quali erano una magistratura comune del pari a tutto l'Impero. Uno di essi veniva eletto in Oriente; l'altro era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva essere confermato a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose che riconfermano la persistenza della unità dell'Impero.
Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, sebbene qualche volta egli pretendesse di esercitarlo anche nelle isole e nell'Africa. D'impero di Occidente non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non riconobbe mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli, altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno ebbe un altro carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione rimase nelle mani dei Romani; le armi restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E questo fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un ordine di severa proibizione, emanato assai più tardi da Teodorico, quando egli cominciò a temere di una ribellione in Italia. Anzi non è facile neppur credere alla loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon mente al significato assai lato, che aveva allora la parola Romano, ed all'essere l'esercito goto composto di genti diversissime. Esso era certamente goto, e chiunque ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo stesso Cassiodoro, il quale ripete più volte che la difesa dello Stato era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (VIII, 21 e 22) l'esempio di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza di Teodorico, educato nella lingua dei Goti, e insieme con essi nell'esercizio delle armi. Dei Romani certo ne furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non vennero esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era ad essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso scrittore, quando narra che una volta dovè abbandonare il proprio gabinetto, ed armare le sue genti per difendere l'Italia meridionale, minacciata da un assalto dei Bizantini. Una divisione assoluta e matematica non era possibile. E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in mano dei Romani, non si può neppure presumere che i Goti ne fossero esclusi del tutto. Alcuni dei loro grandi erano intimi consiglieri di Teodorico, e nella condotta della politica generale, esterna ed interna, avevano una parte importante, assai più reale che apparente.
I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai Comites Gothorum; lasciarono ai Romani le loro leggi, le loro istituzioni, i loro giudici, che erano i rettori delle province, nelle quali i Comites comandavano solo come capi militari. Nelle cause miste il magistrato goto doveva aggregarsi un Romano, e giudicare secondo equità, il che finiva col far prevalere anche in questi casi il diritto romano. Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva naturalmente un carattere principalmente militare. Nel diritto civile, e più ancora nel penale, che è di sua natura territoriale, prevaleva la legge romana. Così si spiega come quello che si chiama l'Edictum Theodorici, perchè è il più importante di quanti egli ne fece, venisse compilato su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei barbari, sebbene non si trovi in esso traccia visibile di quelle consuetudini germaniche, che certo non potevano presso di loro essere spente del tutto.
Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero in vigore, e si possa anche credere, che tra le condizioni imposte dall'Impero a Teodorico, vi fosse quella appunto di lasciare agl'Italiani l'uso della loro legge, pure si afferma che da principio egli non volesse concedere un tal privilegio a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, si trova spesso nella necessità di punire, senza poter gustare la dolcezza della pietà. — Ma Epifanio vescovo di Pavia lo condusse a più mite consiglio. E Teodorico allora non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli dette anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse popolazioni. Il concetto fondamentale del nuovo governo fu certamente la unione, la fusione dei Goti coi Romani. I primi dovevano avere le armi, i secondi dar loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte delle terre, di riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro necessario allo Stato. I due popoli però restarono lungamente l'uno accanto all'altro, senza potersi mai fondere insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra di loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura.
Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe l'amministrazione delle finanze, e con essa l'incarico di condurre a termine l'operazione difficilissima della nuova divisione delle terre, che egli eseguì con tanta prudenza da non far nascere nessun malcontento. E non era poco. Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato dato ai soldati di Odoacre, e i Goti erano in numero maggiore. Ma questa divisione, come vedemmo, era omai divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e normale. Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, altri s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione ed alla estensione del paese, erano anch'essi in piccolo numero. Le guerre, le stragi avevano, è vero, diminuito non poco il numero degl'Italiani, ma ciò rendeva più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò, in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui quali ricadeva il peso della divisione. Anche sotto Teodorico l'aggravio delle imposte fu minore che sotto l'Impero. Più di una volta egli avrebbe detto che gli doleva di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti impoveriti (Cassiodoro, III, 40). Le condizioni dell'agricoltura continuarono a migliorare. S'aggiunse, che per molto tempo non vi fu guerra, e che il governo barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di danari. L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe anche ora un periodo di pace e di tregua.
Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro delle province meridionali. Colui che fra di essi fu terzo di questo nome, era anche un gran possessore d'armenti di cavalli, dei quali fece largo dono a Teodorico, che servì fedelmente come aveva già fatto con Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche il nome di Senatore, ed è notissimo come il Ministro per eccellenza degli Ostrogoti. Nato a Squillace, nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio, Console, e nella sua qualità di Questore fece addirittura le parti di primo ministro; fu anche Magister officiorum, Prefetto del Pretorio. Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in questi vari uffici, sono il monumento più prezioso della storia di quei tempi. Tutto pieno dell'idea romana, egli cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse in Amalasunta, la figlia di Teodorico, che sembra essere stata da lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo quando ella successe al padre. Continuò, anche dopo la morte di lei, a lavorare pel governo goto fino al 539, quando si ritirò definitivamente nel suo paese, dove fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo dato agli studi, ai quali attese con ardore anche quando si trovava in mezzo agli affari: alle lettere infatti dedicò ogni momento di libertà, che gli restava. E così fece più che mai quando si ritirò finalmente nella solitudine. Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è rimasto solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, come egli dice, dopo averla rapidamente letta una volta sola. Cassiodoro fu certo un uomo d'assai buona indole, che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da lui sinceramente amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza energia di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con un panegirico di Teodorico, e si piegò di continuo alla volontà dei suoi vari padroni. Come scrittore fu quasi sempre retorico ed ampolloso, affogando il proprio pensiero in un mare di parole e di frasi convenzionali, abbandonandosi a lunghe, eterne digressioni, le quali assai spesso poco o punto avevano da fare col soggetto che trattava. Si potrebbe dirlo addirittura il primo dei seicentisti. Era nondimeno un uomo d'ingegno, instancabile nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti de' suoi tempi, ne fece come uno specchio di essi. Dei quali assai spesso potè darci un ritratto più fedele, perchè più impersonale ed obbiettivo, che non avrebbe saputo fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, di più vigorosa personalità.
Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare e politico, mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, lasciò inalterate in Roma e nelle province l'antica amministrazione, le antiche magistrature, che affidò esclusivamente a Romani. Le province restarono sotto Judices da lui nominati, che amministravano la giustizia. A Ravenna c'era un Prefetto del Pretorio, a Roma un Vicarius Urbis. Il Senato serbava l'antico splendore ufficiale, senza l'antica autorità. Esso non legiferava ora nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi vere e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre una nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, ai quali erano annessi doveri e diritti. Ed accanto a Teodorico s'andò formando, per forza inevitabile delle cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi goti, i quali facevano parte del suo seguito, lo circondavano e consigliavano sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava l'ordinamento municipale con a capo i Duumviri, ed insieme con essi, quasi come regi ufficiali, erano il Defensor, che sorvegliava l'amministrazione, ed il Curator, che s'occupava della finanza. La Curia continuava ad essere destinata più che altro a riscuoter tasse.
Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una continuazione dell'Impero, ed una istituzione germanica; era formata cioè di due società diverse, che restavano sempre separate, ma che pure s'andavano vicendevolmente modificando, per la vicinanza e contatto in cui si trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un sogno: una delle due doveva inevitabilmente, prima o poi, soccombere, cedere all'altra. Teodorico non creò nessuna nuova istituzione; nulla anzi di veramente nuovo egli fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione della finanza e della giustizia. Il Goto intanto restava sempre fuori dell'amministrazione, non era cittadino romano, nè tale poteva esser fatto dallo stesso Teodorico. Era un forestiero, che formava l'esercito, di cui i Romani non potevano come tali far parte: questi avevano diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica. Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva quindi militare e straniero, sebbene Teodorico fosse stato nominato Patrizio e Console, adottato come figlio dall'Imperatore che lo aveva mandato. Era uno stato di cose assai pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di finzioni, di forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano alla sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò durare a lungo. Tuttavia il primo periodo di questo regno assicurò alle popolazioni alcuni anni non solo di pace, ma anche di prosperità.
Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la giustizia, fu tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» Molti esempi s'adducono della sua giustizia, della sua tolleranza religiosa, la quale qualche volta par degna di un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle lettere scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si può a nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno può essere costretto a credere contro sua voglia.» (II, 27). Non solo rispettò i cattolici, ma adorò solennemente in Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi sono gli edifizi e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria impronta. Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi sono gli splendidi mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la sua tomba di stile romano, coperta da un gran monolite. Altre opere pubbliche fece a Verona ed in molte città dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di Roma; prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria, il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il prezzo del grano scemò grandemente, e l'Italia cominciò a bastare a sè stessa, cosa che da lungo tempo non succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti belle, per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono del pari le lettere. Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante un valore incontestabile, hanno pur molti difetti nella forma ampollosa e retorica, quelli di Boezio, del quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore una fama ben meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire tutto ciò all'opera esclusiva, all'azione diretta e personale di Teodorico: fu piuttosto conseguenza indiretta del suo governo. La pace da lui assicurata all'Italia, l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali romani contribuirono non poco a fare per qualche tempo prosperare il paese. Ma non era una civiltà nuova che nascesse; era l'antica società e l'antica civiltà che risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla barbarie.
Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, che Teodorico stesso finì coll'impensierirsene assai. Ed era naturale, perchè diveniva sempre più evidente la diversità grande, irreconciliabile, che per sangue, tradizioni, lingua, costumi, religione, passava fra Goti e Romani. Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava in un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale di un impero teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza di un imperatore, cui diceva di volere obbedire, era e voleva essere re indipendente dei Goti, che lo avevano levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo di Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta col Papa, a questo ed al Re conveniva essere buoni amici, proteggendosi a vicenda contro le pretese di Costantinopoli. Il giorno però in cui Papa e Imperatore si fossero intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire gravissimo.
Ma anche senza di ciò, la questione politica era per sè stessa molto pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. Seguendo il vecchio sistema bizantino di rivolgerli gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva facilmente ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui appunto, aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse ben presto il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, essendo chiaro che non poteva fare sicuro assegnamento su Costantinopoli, dove non si era punto disposti a riconoscerlo in modo definitivo. Possedendo egli già la Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, s'avanzò nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di Sirmio, dove era stato in passato un Prefetto del Pretorio, e che era la prima stazione dei barbari, quando dal Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere da quel lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico s'impadroniva di quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. E dette nel 508 occasione ad un assalto improvviso di navi bizantine contro le coste dell'Italia meridionale, dove esse riportarono, come dice uno scrittore del tempo, «una disonesta vittoria di Romani contro Romani.» Era sempre la stessa perenne contradizione, che si riproduceva. Le lettere di Teodorico riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il mondo, totius orbis praesidium. Da lui egli desidera essere riconosciuto, da lui ha imparato a reggere i Romani. Il suo governo altro non vuole, altro non può essere, «che una copia dell'unico e solo Impero, unici exemplar Imperii. Come si potrebbe separare da voi uno che da voi è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, che hanno sempre formato un sol corpo, non è possibile. Un solo volere, un solo pensiero è quello che deve animare tutto il regno romano, romani regni unum velle, una semper opinio sit» (Variae, I, 1). E mentre che colla penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, quando si trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, vedeva in ben altro modo lo stato delle cose, e mirava ad una politica assai diversa, se non addirittura opposta. Egli voleva allora comandare in Italia come un principe affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore, che perciò da un momento all'altro poteva decidersi ad assalirlo o a farlo assalire da altri barbari. Questo suggerì a Teodorico il pensiero d'imparentarsi, ed allearsi con i barbari della Gallia, della Spagna, dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una specie di confederazione, quasi d'Impero barbarico di Occidente.
Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a Trasamondo re dei Vandali; una figlia ad Alarico II re dei Visigoti, i quali a lui ed ai suoi erano affini; lo avevano aiutato a vincere Odoacre: essi occupavano la Provenza, gran parte della Gallia, della Spagna, ed avevano la loro capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede presuntivo del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. Era un regno assai vasto, travagliato allora da interne dissensioni, delle quali profittarono ben presto i Franchi. Questi fin d'allora procedevano rapidamente alla formazione di un nuovo Stato barbarico più vasto e forte degli altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi al Cattolicismo, ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana. Teodorico sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui ebbe la figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere figli maschi era ciò che lo rendeva sempre più ansioso d'assicurare la successione e la stabilità del proprio regno.
Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire era Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, di delitti d'ogni sorta, riuscì a disfarsi de' suoi nemici, de' suoi parenti e rivali. Vinse i Burgundi, che divennero suoi dipendenti; si volse contro i Visigoti che sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne poi non solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello anche dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console onorario, mostrando così di volerlo opporre a Teodorico. E però questi, dopo che ebbe fatto invano ogni opera per impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i Visigoti, si decise a muover loro guerra, quando vide che assediavano Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono quindi le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi arrivò in tempo per liberare la città, che validamente si difendeva. I Franchi uniti ai Burgundi ebbero poi una rotta, nella quale, secondo Jordanes, che sempre esagera le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne per sè, come appartenente all'Italia; ma anche di quella parte della Spagna e della Gallia che era dei Visigoti, e che egli governò in nome d'Amalarico giovanetto, suo nipote, figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord della Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte di Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; e così per qualche tempo non fu più pericoloso all'Italia.
Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto del Pretorio, ed un Vicarius Urbis. A quest'ultimo scriveva, raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un Romanus Princeps poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica libertà, adottate i costumi romani, vestimini moribus togatis, abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico è chiamato victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae natus, custos libertatis et propagator romani nominis.[30] È sempre la ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione. Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina del regno ostrogoto.
Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'Henoticon, dichiarando eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di lui.
A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il nome stesso dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole assai più mite del suo predecessore. Teodorico ne profittò, per mandare a Costantinopoli un'amichevole ambascerìa, alla cui testa era il patrizio Festo, il quale s'adoperò molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa, lasciando sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella questione dell'Henoticon, ed in questo modo riuscì a far mandare a Teodorico le tanto desiderate insegne. Pace facta de praesumptione regni, dice a questo proposito l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio moriva, e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. I candidati eran due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e meno avverso all'Henoticon, aveva il favore dei Senatori, e quello sopra tutto di Festo, come era naturale per le speranze che appunto l'Henoticon egli aveva date a Costantinopoli. L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo nella dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli ardenti cattolici. Così la lotta fra i due partiti s'accese per modo, che ne venne minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico fu costretto ad intervenire. Con molto accorgimento egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui al quale s'era dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco (498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè meno disposto a troppo sottomettersi a Costantinopoli.
Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne in Roma. Fuori delle mura gli vennero incontro il nuovo Papa, il Senato, i nobili. Egli andò in S. Pietro ad adorare le reliquie del Santo; dichiarò di voler concedere tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso a vantaggio della Città eterna; attese con ardore al restauro dei monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò al popolo un annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. Intanto gli oppositori di Simmaco non si erano acquetati; mossero anzi contro di lui ogni sorta d'accuse, perfino di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu chiamato Sinodo palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante il vescovo di Altino. Gli fu opposto che il Concilio doveva essere radunato dal Papa, non dal Re; e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo con Simmaco. Si protestò allora che non si voleva il regio visitatore, che non si poteva da nessuno giudicare il capo della Chiesa; e Teodorico disse che egli pregava solamente il Concilio di ristabilire la pace religiosa nel modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse, uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi da parte sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia la persona del Papa. Il Concilio finì col riconoscere Simmaco senza giudicarlo; e Lorenzo, dopo avere invano tentato di resistere, si ritirò. La pace religiosa fu così ristabilita in Occidente; ma ricominciò subito la lotta con Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai decisa attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece leggere ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa la elezione papale e la proibizione d'alienare le proprietà della Chiesa, ritenendoli illegali, come opera di un laico, indebitamente poi sanzionata. E quanto all'Henoticon, scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di poterti levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal giudizio di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, perchè il popolo era a Costantinopoli divenuto fautore della dottrina ortodossa. Il Papa quindi procedeva fermo e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di costruire in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad abbellire S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: e così, per opera sua e di Teodorico, l'antica capitale dell'Impero sembrava fiorire di nuovo. A Costantinopoli invece la disputa religiosa dava origine a tumulti, a ribellioni, che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe Ormisda (514-23), anche questi continuò a lottare con energia contro l'Imperatore, che finalmente, perduta la pazienza, mandò via gli ambasciatori papali dicendo, che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato, ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi da Roma.
Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a dar grave pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava che l'Imperatore venisse troppo irritato. E fu questo il momento nel quale la questione religiosa subì la profonda modificazione, più sopra accennata. Morto l'imperatore Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), un contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, affatto ortodosso in religione, che si lasciò guidare da suo nipote Giustiniano, uomo di grande ingegno e ortodosso al pari di lui. Fu questo veramente il principio di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero, anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava con grande ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici erano perseguitati: il Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, impensierito allora del nuovo stato di cose in Oriente, e della opposizione crescente che vedeva sorgere contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così di guadagnarsi il favore dell'uno e dell'altro. La cosa riuscì dapprima assai facilmente; ma le conseguenze furon poi inaspettate. Nel 519 arrivavano a Costantinopoli gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente accolti dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano il libellus, o sia la formola già concordata della esplicita sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu subito accettata. L'Henoticon, cagione di tante dispute, venne solennemente condannato; Acacio fu anatemizzato. Così Roma, dopo una lotta sostenuta sempre con energia, senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato. E pareva che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo non solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti Eutarico fu nominato Console e adottato come figlio, per arma filius (Variae, VIII, 1): era questa la formola usata. Se non che ben presto tutto si volse a danno di Teodorico, il quale era ariano, e non poteva andare a lungo d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo ambedue ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto si trovarono, uniti contro di lui.
CAPITOLO IV Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta
Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare gli Ariani, il che rese subito assai difficile la condizione di Teodorico, massime perchè suo genero Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il Re fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, e si trovò subito in urto col Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. In questo tempo appunto, avendo il popolo bruciata la Sinagoga a Ravenna, Teodorico lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre più il malumore. E non era cosa di poco momento. Nei Romani, sopra tutto nei Senatori e nei latifondisti, che più avevano sofferto per la divisione delle terre, dirigevano l'amministrazione ed avevano i principali uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita dalla pace, cominciata a manifestare una crescente avversione ai Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa fiducia, come era naturale, aumentava grandemente ora che si poteva esser sicuri del favore del Papa e dell'Imperatore. Così la società e la cultura romana guadagnavano rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano a intendersela direttamente coll'Imperatore. Tutto questo finì coll'irritare assai Teodorico, il quale vedeva a un tratto minacciato di rovina l'edifizio con sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione dei Goti e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora come un sogno che s'andava a un tratto dileguando. Fu allora che egli emanò contro i Romani l'ordine ricordato dall'Anonimo Valesiano, ut nullus eorum arma usque ad cultellum uteretur. Ed a poco a poco parve che in lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; tornò ad essere il feroce barbaro d'una volta, quello stesso che colle proprie mani aveva, nel banchetto di Ravenna, assassinato Odoacre.
Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi fra loro, anche negli ordini superiori della società, di quelli che restavano ciecamente attaccati ai Goti, e che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti e vendicativi. Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano, che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro degli uffici, e che non solamente aveva egli stesso preso servizio nell'esercito dei Goti, ma da essi aveva fatto educare nella loro lingua e nelle armi i suoi propri figli. Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro Teodorico. Albino negò recisamente ogni tentativo di congiura; e la cosa non avrebbe avuto le grandi proporzioni che prese, se all'agitazione che già s'era manifestata nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi nell'animo di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento inaspettato e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione ed autorità.
Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato amico di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; nel 510 era stato Console, dignità che nell'anno 522 venne contemporaneamente conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale davvero. Egli era studiosissimo dell'antica filosofia, sopra tutto di Aristotele, di cui aveva commentato la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva tradotto dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto opere filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo descrive come un uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, egli dice, quando si voleva costruire un orologio ad acqua, ed uno a sole pel re dei Burgundi; quando si cercava un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così pure quando si volle scientificamente esaminare se era stata alterata la moneta con cui venivano pagati i soldati.» Egli era un cristiano, ammiratore dello spirito dell'antica Roma, animato fino all'entusiasmo da un sentimento stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa disputa, a proposito di Albino. Ne difese a viso aperto l'innocenza, sostenendo esser falsa l'accusa fattagli da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti d'Albino erano quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata, e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. Cipriano allora portò falsi testimoni, che riconfermarono l'accusa mossa contro Albino, estendendola anche a Boezio. E così furono ambedue chiusi in carcere.
Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, ma Boezio venne processato e condannato dal Senato. La forma del processo ci è però ignota: non si può dire con certezza se la condanna fu pronunziata da una commissione o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non par probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico continuò sempre ad avere contro i Senatori. Non si sa neppure qual fosse veramente la sentenza pronunziata contro Boezio, che se aveva con troppa audacia sparlato del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai probabilmente venne da una commissione condannato al carcere, pena che più tardi Teodorico, accecato dall'ira, mutò di suo arbitrio in una morte crudele, anzi barbara addirittura.
Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua Consolatio Philosophiae, che è la propria confessione ed apologia, il libro che rese immortale il suo nome. «Di che cosa sono io accusato?, egli diceva. Di avere amato la libertà di Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava corrotti i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato, senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso di cui aveva assunto le difese. La ragione dell'accusa, egli proseguiva, «furono gli odii contro di me suscitati nell'adempimento del mio ufficio, opponendomi io alle ingiustizie di cui erano vittime i provinciali romani. L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali assai spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. Quante volte non difesi e protessi i miseri contro le infinite calunnie dei barbari, che volevano divorarli!» Questo libro dettato nel carcere, senza l'ampollosa retorica di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina, di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla virtù. E fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè la irritazione di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, come era naturale, per questo audace linguaggio, addirittura furibonda. Boezio si dichiarava apertamente difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza, egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, essa sola rende l'uomo veramente libero. Iddio che è il sommo bene, cui l'universo intero aspira, deve essere anche la mira costante del filosofo.» Fra i caratteri più singolari del libro, che ebbe una prodigiosa popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o d'un cristiano. È di certo la manifestazione d'un eroismo, che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni una sola volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, e neppure alla speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio d'uno stoico, tanto che per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo libro fra i Cristiani, rendeva assai difficile ammettere il dubbio, ed oggi la critica storica lo ha interamente eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i Neoplatonici italiani del secolo XV, come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo sembravano fondersi e confondersi in una dottrina sola. I cospiratori allora affilavano i pugnali contro i tiranni, invocando Bruto, e nello stesso tempo si raccomandavano alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non facesse fallire il colpo omicida.
Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. Una fune venne legata intorno al capo di Boezio così strettamente, che gli occhi quasi ne schizzarono fuori, ed allora con un colpo di mazza sulla testa lo finirono (524). Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva ormai perduto il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato, anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato sua figlia in moglie a Boezio, potesse voler vendicare il parente suppliziato, fece prendere e porre a morte anche lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra che Albino e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe stato allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, la sentenza di morte contro uno dei suoi membri.
A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si mostrò lieto anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli Ariani, ciò che spinse il furore di Teodorico fino al parossismo. Egli, nonostante la viva resistenza, costrinse il Papa a partire per Costantinopoli, pretendendo che andasse colà a difendere la causa degli Ariani, a chiedere la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava severe rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per l'Oriente, e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne tutto quello che domandò nell'interesse del Cattolicismo; nulla però, com'era naturale, ottenne, nè gl'importava ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno di Teodorico fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, per propria sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo Papa, indicando colui che fu poi eletto col nome di Felice III. Tutto questo destò d'ogni parte uno straordinario ed universale malcontento contro di lui. Pareva che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, fossero per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da un momento all'altro. Ma quando egli con febbrile attività raccoglieva navi ed armati per difendersi, fu improvvisamente sorpreso dalla morte.
In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni dopo quella di papa Giovanni, molti videro la mano di Dio, e più d'una leggenda s'andò formando intorno ad essa. Procopio racconta che, trovandosi Teodorico ad un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale, digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli occhi, pareva che assumesse le sembianze di Simmaco. Spaventato di ciò, il Re si sentì preso da brividi che lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi furono panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto a morte. Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei Dialoghi di Gregorio Magno, racconta che un collettore di tasse, passando per l'isola di Lipari, vi trovò un eremita che subito esclamò: — È morto Teodorico! — Come mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in buona salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho visto or ora passare colle mani legate, fra papa Giovanni I e Simmaco, ed essere gettato nel cratere del Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, il corpo del Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se ne perdè ogni traccia. Nel 1854 si credette che alcuni muratori, i quali scavavano la terra non molto lungi dal mausoleo, avessero trovato colà sepolto il suo cadavere. Ma anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata del pari trovata, e di cui solamente alcuni brani si salvarono.
Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova per la morte già avvenuta del marito Eutarico, da cui aveva avuto un bimbo, Atalarico, che era allora di dieci anni circa. E però, quando Teodorico si sentì vicino a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti, presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, «che lo rispettassero quale loro re, amassero il Senato ed il popolo romano, tenessero soddisfatto e propizio l'Imperatore: Principemque orientale placatum, semperque propitium haberent post Deum.» Necessariamente il governo venne di fatto nelle mani della madre Amalasunta, la quale aveva avuto un'educazione romana; parlava il goto, il greco ed il latino. Ella ci è descritta come bella e d'animo virile; ma in realtà non riuscì pari alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali si trovò. A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto.
E prima di tutto, la sua successione al governo, non approvata dall'Imperatore, non era, neppure secondo le consuetudini gote, legale. Si cercò di rimediarvi, facendo prestare giuramento dal popolo goto e romano ad Atalarico, che a sua volta dovè giurare ad essi ed al Senato. Jurat per quem juratis, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu Maestro degli uffici, Questore, e più tardi Prefetto del Pretorio, tanto che diceva di sè stesso: Erat solus ad universa sufficiens (IX, 25). Amalasunta sembrava che volesse seguire una politica mite e conciliatrice, senza troppo allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni del regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni loro confiscati; e nello stesso tempo, con singolare contradizione, favorì ancora il partito avverso. Infatti Cipriano, l'accusatore, il calunniatore di Albino e di Boezio, ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono Romani che ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono nel Senato.[31] La forza delle cose la costringeva a tenere una via diversa da quella seguìta da Teodorico; e ciò nella politica estera più ancora che nella interna.
Il concetto d'una grande confederazione barbarica, sotto la presidenza del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia si trovò isolata, ed a Costantinopoli s'aveva ora assai buon gioco, e si cercò presto di trarne profitto. Intanto Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in nome di Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio avo fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre fu da voi adottato per arma filius; questo è un titolo, che a me adolescente s'addice anche meglio» (VIII, 1). Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè anzi l'Italia meridionale si trovò da lui minacciata di guerra, tanto che fu allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne coi suoi la difesa. A settentrione minacciavano i Gepidi; all'interno v'era un grandissimo scontento fra i Goti, i quali si dolevano aspramente, che il giovane Atalarico venisse educato alla romana piuttosto che alla gota, alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino associava all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo quattro mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne Imperatore. Egli era un uomo assai più accorto, che ad una grande ambizione univa un altissimo ingegno. Riconobbe subito la successione di Atalarico e la reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse loro; ma perchè voleva assicurarsene il favore, meditando adesso di muover guerra ai Vandali. Finita questa, avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia. Intanto era lieto che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si spianava a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e trovar futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano ogni giorno più vivamente contro Amalasunta, per la educazione che dava al figlio. Teodorico, essi andavano ripetendo, aveva giustamente affermato, che non avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui che temeva la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il fanciullo piangeva per una guanciata ricevuta, chi dice dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose proteste arrivarono a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a capi militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il vino, i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, datosi alla dissolutezza, cominciò a deperir tanto nella salute, che si previde subito non poter vivere a lungo.
In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per nome Teodato; questi era figlio d'Amalafrida e di un Goto, morto il quale, ella aveva in seconde nozze sposato Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro già morti adesso. Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana, ed era divenuto appassionato cultore della letteratura latina e della filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto ai Goti. Pure, secondo le loro consuetudini, la successione sarebbe toccata a lui, come figlio d'una sorella di Teodorico, in caso che Atalarico fosse morto prima, cosa che pareva assai probabile. Ambizioso ed avido, egli s'era reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze. Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, ed egli le aveva, a forza di astuzie e di prepotenze, aumentate in modo da rendersi padrone di quasi tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese Teodato avverso per modo che cominciò a tramare contro di lei a Costantinopoli.
L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto giunta a tale, che ella dovette mandarne ai confini tre dei più potenti e riottosi. Tuttavia si sentiva sempre così poco sicura, che si rivolse anch'essa a Giustiniano, al quale aveva, come vedremo, reso già assai utili servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva rifugiarsi presso di lui, ed a sua dipendenza governare poi l'Italia. Giustiniano, come è naturale, accolse la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido alloggio a Durazzo (Dyrrachium), dove essa spedì sopra navi i tesori dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, che era donna assai mutabile, essendo in questo mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva confinati, richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero di lasciare l'Italia.
Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente l'animo di lei, mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). Egli adesso aveva vinto i Vandali, e s'apparecchiava a fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato chiesto ad Amalasunta la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa in dote ad Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per la morte di lei, tornasse di diritto a loro. Giustiniano invece riteneva che, avendo egli sottomesso i Vandali, la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare l'impresa d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente ceduta; ma temeva lo sdegno del suo popolo, e però esitava.
Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si trovò in una nuova, difficilissima condizione. Non poteva essere regina, perchè le leggi dei Goti non lo consentivano; non poteva essere reggente, perchè il figlio era morto; non poteva quindi neppur trattare in proprio nome con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia. Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, che egli invece intendeva assumere ben presto nelle sole sue mani. Ma intanto le lettere sempre ampollose e retoriche, scritte da Cassiodoro in loro nome, annunziavano all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo umano ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto ha ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre da Cassiodoro, essi facevano vicendevolmente le proprie lodi presso l'Imperatore, e dinanzi al Senato. Pare che Giustiniano, persuaso che non vi fosse da temer grande resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto Teodato, già stanco d'avere il secondo posto, riuscì a confinare Amalasunta nel lago di Bolsena, dove fu ben presto strangolata nel bagno (535) dai parenti di quei Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio, nei suoi Anecdota, pretende che istigatrice di questo assassinio fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che Amalasunta, venendo a Costantinopoli, avesse colla sua bellezza potuto esercitare troppo grande predominio sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte sua si dichiarò affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. Chi intanto da tutto questo potè veramente cavar vantaggio fu Giustiniano. Appena che Amalasunta era stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la seppe uccisa, egli, sotto l'apparenza di vendicare la giustizia offesa, si credette in pieno diritto di muover contro Teodato e gli Ostrogoti quella guerra, che già da lungo tempo meditava.
CAPITOLO V Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il principio della guerra gotica
Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano, che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia.
Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago, in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il Corpus Juris, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato. Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno, di grandissimo coraggio.
La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio, che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera, conosciuta col titolo di Storia arcana o anche Anecdota, nella quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi.
Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate, sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale (Institutiones) pei principianti, e formando così quel Corpus Juris, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste raccolte è il Codice (Codex constitutionum), collezione in dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella conosciuta col nome di Digesto o Pandette. In essa la Commissione riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che contenevano i loro pareri sulle Leges e sui Senatus-consulta, di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il Corpus Juris è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico e gloriose tradizioni.
Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi, che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che ne seguì ebbe il nome di Nika (Vittoria), dal motto d'ordine, che avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore, tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita. Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a Teodora ed a Belisario.
L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari, Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse, che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini. Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente onorato il suo nome.
Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero, iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo: reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato (505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora. Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica, intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta.
Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle, ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico, tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono, perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531), uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto i sentimenti romani e ortodossi di lui.
Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5 o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario, che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare, perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore, ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i suoi, ritenendosi sicuro della vittoria.
Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de' suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto; una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del 534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da Belisario.
Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi.
Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese.