LIBRO QUARTO I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO
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CAPITOLO I I Merovingi e l'origine dei Carolingi
Da un pezzo i Franchi s'avanzavano nella Gallia pigliando una posizione sempre più importante. La loro forza diverrà fra non molto preponderante in tutta l'Europa, ed essi conquisteranno anche l'Italia, iniziando addirittura un'epoca nuova. È quindi necessario gettare un rapido sguardo alla loro storia. I Franchi erano una riunione di molte e diverse tribù germaniche, che abitavano la sponda destra del Reno. Dapprima cominciarono a filtrare lentamente nell'Impero: se ne trovavano nell'esercito, negli agricoltori, fra gli schiavi. Quando Stilicone, per poter combattere Alarico, richiamò in Italia le legioni, che erano a guardia del Reno, i Franchi, al pari di altre popolazioni germaniche, passarono il fiume in grandi masse (406). Non fecero però, come i Goti, i Vandali ed i Longobardi, una rapida emigrazione, trasferendosi d'una regione in un'altra, lungi dal proprio paese. S'avanzarono invece lentamente, conquistando a poco a poco la Gallia, senza mai staccarsi affatto dalla Germania, dalla quale riceverono sempre alimento ed aiuto di nuove genti. Serbarono quindi, dentro l'Impero, più a lungo i loro costumi e le loro istituzioni, come ad esempio la proprietà collettiva. E i Romani, coi quali si trovarono a contatto, fecero altrettanto colle loro leggi ed istituzioni. Nella Gallia infatti, più che altrove, vediamo persistere la Curia municipale. La fusione dei due popoli fu assai meno rapida, ma anche meno violenta e più organica. Non pare che i Franchi pigliassero, come gli altri barbari, un terzo o più delle terre dei vinti. Grandi proprietari romani si trovano accanto a grandi proprietari franchi; ed i Romani sono ammessi agli uffici, non sono esclusi neppure dall'esercito. Unica differenza notevole, che sin dal principio si notasse fra di loro, era nel guidrigildo, quello che si pagava per la uccisione d'un Franco, essendo doppio di quello pagato perla uccisione d'un Romano.
L'essere, come dicemmo, i Franchi una federazione di varie tribù, portò per conseguenza che ben presto si trovarono, con consuetudini e costumi diversi, divisi in Salici e Ripuari, i quali si suddivisero formando vari regni, che di continuo combatterono aspramente fra di loro, ritardando il progresso nazionale. Ogni volta che sorgeva fra di essi un principe di genio politico e militare, venivano riuniti in un regno solo, per dividersi di nuovo alla sua morte. E così continuò per più secoli la loro storia fino a che Carlo Magno riuscì per breve tempo a sottoporre quasi tutta l'Europa al suo scettro.
Il primo che seppe riunire i Franchi fu Clodoveo, col quale s'iniziò la dinastia dei Merovingi. Capo d'una tribù salica, egli successe al padre nel 481; riuscì, mediante il suo ingegno ed il suo valore, ad unire Salici e Ripuari, e fu ritenuto come il fondatore della monarchia. Ma pur troppo fu anche un uomo senza scrupoli, che per ottenere il suo intento, si coprì d'ogni più crudele delitto contro alleati e contro parenti, ricorrendo al tradimento ed al sangue, per mezzo di sicari o colle stesse sue mani. La lunga serie di crudeli delitti, attribuiti a lui ed ai suoi successori, fu tale da far credere che siano stati molto esagerati dalla leggenda; ma per quanto se ne levi, resta pur sempre tanto da doverne raccapricciare. Questi delitti uniti a grandi dissolutezze contribuirono finalmente ad indebolire la dinastia per modo da renderne inevitabile la caduta. Tra i fatti che nella vita di Clodoveo più agevolarono la costituzione della monarchia, furono le guerre contro gli Alamanni, e la sua conversione al cattolicismo, invece che all'arianesimo, come avevano fatto gli altri barbari. La guerra alamanna ebbe una grande importanza storica, perchè con essa cominciò quella reazione dell'Occidente contro l'Oriente, che fu continuata dopo di lui, e pose fine alle grandi migrazioni dei popoli germanici. La conversione al cattolicismo, della quale durante la stessa guerra egli aveva fatto voto a Dio, se gli concedeva la vittoria, iniziò la conversione del suo popolo. E la monarchia ne ebbe subito il favore della Chiesa romana, che, per mezzo de' suoi vescovi, era organizzata ben più fortemente dell'ariana. I Franchi così divennero il popolo eletto da Dio a difesa del Papa e della religione, il che agevolò anche la loro fusione coi Romani. Ed è singolare davvero il notare come sin d'ora apparisca chiaro nella mente degli uomini il futuro destino di questo popolo. Gregorio di Tours che scrisse poco dopo, nel narrare i continui delitti del Re, ripete spesso: ogni giorno Iddio faceva cadere un nuovo nemico di Clodoveo, ingrandendone il regno, perchè egli «camminava diritto nelle vie del Signore, e faceva ciò che gli era grato.» Altrove lo chiama addirittura un novello Costantino. E così altri scrittori più o meno vicini parlano in modo da far chiaramente capire, che in questo nuovo Costantino essi già prevedono Carlo Magno. Maravigliosa addirittura è la persistenza con la quale i Papi continuarono attraverso i secoli l'opera loro, quasi imponendo ai Franchi la missione voluta, preveduta dalla Chiesa; e non smisero mai fino a che essa non ebbe il suo adempimento con la coronazione di Carlo Magno e la fondazione del potere temporale. L'imperatore Atanasio intanto conferiva a Clodoveo le insegne del Patriziato ed il Consolato, che egli assunse a Tours, nella chiesa di San Martino, dove i vescovi lo salutarono uomo di Dio, nuovo Costantino. La capitale fu fissata a Parigi.
Alla sua morte (511) il regno restò diviso fra i quattro figli, e cominciò quel periodo di corruzione e lussuria, di guerre civili, di sanguinosi tradimenti e delitti, che lo fecero paragonare al regno degli Atridi. Nel 558 Clotario I, l'ultimo sopravvissuto dei figli di Clodoveo, riunì di nuovo i Franchi, e dopo la Sua morte la monarchia si divise nuovamente fra i suoi quattro figli: e così si continuò per lungo tempo. Molto si è discusso sulla vera natura di queste divisioni, che gettarono il paese in una serie continua di guerre civili. Sostengono alcuni storici francesi, che si divise la royauté plutôt que le royaume. Ma il vero è che i Franchi non formavano ancora un sol popolo, che mancava affatto il concetto di nazionalità e di Stato, che la Francia non esisteva. Secondo le idee barbariche il loro regno, che solo dalla violenza e dalla conquista era unito, appariva quale proprietà del conquistatore, e quindi per legge di eredità veniva diviso tra i suoi figli. Anche i servizi pubblici erano più che altro resi alla persona del re. Mancava l'idea di un'amministrazione accentrata ed organica; il diritto pubblico assai poco si distingueva dal privato. E per quanto disgregata fosse ancora questa società barbarica, il contatto continuo che essa ebbe con la romana, l'azione della Chiesa, l'unità geografica del paese fecero sì che i Franchi tendessero lentamente, ma pur costantemente a coordinarsi in unità. I quattro regni (Austrasia, Neustria, Aquitania, Burgundia), sorti e risorti dopo la morte di Clodoveo I, si ridussero nel secolo VII sostanzialmente ai soli due primi. Nella Neustria, formata dalla Gallia occidentale e meridionale, erano i Salici, ed in essi avevano acquistato maggior forza gli elementi romani; nell'Austrasia erano i Ripuari, ed in essi avevano invece maggiore prevalenza gli elementi germanici, favoriti dal contatto e dalle relazioni continue colla patria antica.
Dapprima il predominio spettò alla Neustria ed ai Salici, ai quali appartenne Clodoveo, il fondatore della monarchia e della dinastia merovingia. Alla Neustria appartennero ancora i primi quattro re, che in tempi diversi unirono di nuovo la monarchia, l'ultimo dei quali fu Clodoveo II (638-56). Il centro di ciascuno di questi governi soleva essere allora il Palazzo, in cui primo ufficiale era il Maestro o Maggiordomo. Il suo ufficio si riduceva dapprima ad amministrare la proprietà regia; ma coll'andare del tempo il suo potere andò crescendo sempre più, sino a che egli divenne ministro delle finanze, poi primo ministro, e finalmente addirittura capo del governo. A poco a poco, dopo che i quattro regni si erano ridotti a due, la Neustria cioè e l'Austrasia, il centro di gravità passò dalla prima alla seconda. I Ripuari prevalsero sui Salici, e naturalmente gli elementi germanici sui romani. Andò allora crescendo il numero delle adunanze o assemblee popolari, crebbe il potere di quei nobili germanici, che formarono più tardi l'aristocrazia feudale. Ed essi s'andarono nell'Austrasia stringendo sempre più intorno al Maestro di Palazzo: qualche volta lo elessero e riconobbero come loro capo. Così a poco a poco egli fu più potente dei Re merovingi, che rapidamente decaddero, divenendo tanto deboli e spregevoli, da essere chiamati rois fainéants: da ultimo dovettero cedere il posto ai loro rivali. Alla dinastia merovingia successe allora quella assai più potente, più intelligente ed anche più morale dei Carolingi.
Dopo la morte di Clodoveo II (656) i Maestri di Palazzo erano divenuti nell'Austrasia così potenti, che pareva tendessero a formare colà un Ducato separato ed autonomo. Ma i legami sempre stretti fra Salici e Ripuari, e l'unità territoriale del paese spingevano invece inevitabilmente alla formazione di un solo regno con la prevalenza dei Ripuari. E questo nuovo regno fu iniziato per opera di Pipino, detto d'Héristal dal suo castello. Egli era Maestro di Palazzo nell'Austrasia, dove assunse anche titolo di Duca, e finì coll'esser di fatto padrone di tutto il Regno. Alla sua morte (16 dicembre 714) seguì un periodo di disordine e di lotte fra i suoi eredi, dalle quali uscì finalmente vittorioso Carlo Martello suo figlio naturale, che sebbene non arrivasse ad essere altro che Duca nell'Austrasia e Maestro di Palazzo nella Neustria, pareva invece che fosse successo al padre come un principe ereditario di tutto il regno. Uomo d'alto ingegno politico e di grande valor militare, riuscì a fondare stabilmente la sua dinastia.
Con una serie di guerre vittoriose contro i Sassoni, i Frisi, i Bavari e gli Alamanni (718-30), pose termine alle invasioni germaniche; e quando si fu assicurato da quel lato, si rivolse contro gli Arabi, i quali, essendosi coi Musulmani d'Africa avanzati nella Spagna, avevano già passato i Pirenei. Nel 732 dette loro a Poitiers una rotta, che fu davvero memorabile, non solo pel gran numero dei morti, i quali la leggenda fece ascendere a 375,000; ma anche perchè venne con essa fiaccata in Francia la minacciosa potenza dei Musulmani, che furono poco dopo respinti al di là dei Pirenei. Nel 737 Carlo Martello occupò anche la Provenza, e così riuscì ad esser padrone di tutta la Francia, che tenne fino alla sua morte (741).
CAPITOLO II Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo — Il Papa si volge per aiuto ai Franchi
Ma Carlo Martello non era solamente un soldato, era anche un grande uomo di Stato; ed a lui si deve se fin d'allora l'aristocrazia franca andò pigliando quella forma che doveva portar poi alla costituzione del feudalismo, il quale dette più tardi una nuova forma alla società in Europa, e merita di essere studiato per la grande importanza che ebbe anche in Italia. Sulle sue origini si è molto discusso, alcuni credendole romane, altri invece germaniche. Il vero è però che esso, come tutte le istituzioni del Medio Evo, risulta da elementi germanici e romani, i quali s'incontrano, s'intrecciano e si confondono fra loro. È un'aristocrazia germanica, se si guarda a coloro che la costituirono, e ne fecero parte; ma è anche una istituzione composta di elementi romani, che dalla società germanica furono profondamente alterati.
Il feudo è certo una nuova forma di quella proprietà individuale, affatto ignota alla primitiva società barbarica. Al concetto del dominio assoluto e personale dell'uomo sulla terra s'aggiunse in esso il concetto, romano del pari, del dominio giuridico sull'uomo. E così nella società germanica, alterata e trasformata da questi elementi che ad essa sono estranei, s'andarono allora formando, come nella romana, dei potenti signori. Resi dalla conquista padroni delle terre, essi furon capi dell'esercito, e pigliarono parte principale al governo.
Nel tempo stesso in cui la società germanica, seguendo questo cammino, s'allontanava dalla sua origine e perdeva il suo primitivo carattere, la romana, seguendo un cammino diverso, subiva anch'essa una trasformazione. I latifondisti, aumentando sempre più le loro terre, erano riusciti ad esser padroni di vastissime estensioni; ma questi enormi possessi non davan loro diritto di pigliar parte al governo, che teoricamente almeno emanava dal solo Imperatore. Il fatto però non rispondeva alla teoria, da cui invece sempre più si allontanava. Colla decadenza dell'Impero, indebolendosi la forza del governo centrale, i ricchi proprietari divenivano, insieme colle terre, padroni degli uomini che le coltivavano o le abitavano, e così cominciarono a comandarli ed a governarli. Questo fatto, che nella società romana appariva come effetto della decadenza, sembrava invece essere nella germanica effetto d'una trasformazione progressiva, che ne cresceva la coesione e la forza. Le due società, partendo da due punti opposti, avanzandosi in due direzioni contrarie, finivano coll'incontrarsi e confondersi fra loro, per dare origine ad una società nuova.
I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che pagavano un canone in natura, continuavano sempre ad ingrossare, annettendosi le terre dei piccoli proprietari vicini. I quali, oppressi dalle tasse e dai debiti, quando non si potevano più reggere, finivano col cedere volontariamente le loro terre al latifondista, per riprenderle in affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, la loro indipendenza; ma trovavano un protettore, che li liberava dalle tasse e dall'usura, e rendeva loro almeno tollerabile la vita. I grandi proprietari solevano avere uffici che in qualche parte li esentavano dalle tasse, e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio loro, e anche de' loro dipendenti. Entrati una volta in questa via, si procedette sempre più rapidamente in essa. Perfino interi villaggi finivano coll'abbandonarsi al latifondista, che pareva già un piccolo sovrano feudale.
Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. I vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti donativi dei fedeli, divenuti anch'essi latifondisti. Le continue immunità e privilegi, da essi ottenuti in numero sempre maggiore, finivano col porli in condizione anche più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a dare in affitto i loro grandi possessi sotto forma di precaria, che era una concessione revocabile della proprietà, con un canone che, per la sua tenuità, dava alla concessione stessa il nome di benefizio.
Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, andavano crescendo di numero e di entità a misura che da una parte s'indeboliva la forza dello Stato, e dall'altra aumentava la potenza della Chiesa. E fin dal secolo VI il latifondista esercitava una specie di giurisdizione non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti. Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa interveniva solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina i grandi proprietari, divenuti capi dell'esercito, assunsero i maggiori uffizi, che venivano trasmessi per eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si connetteva colla proprietà di colui che ne era investito, il quale aveva una duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale civile o militare. In questo modo s'andò formando un'aristocrazia di possidenti, divenuti alti funzionari in conseguenza della loro proprietà, e di funzionari che s'arricchivano in conseguenza dei loro uffici. Essi armarono qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti e gli amministratori, come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano durante le invasioni.
In conclusione, la società romana s'andava decomponendo in una quantità di ricchi potenti, chiamati honesti, clarissimi, nobiles, che disprezzavano la vilissima plebs dei nullatenenti. Nella società germanica invece, la quale non conosceva lo Stato e non aveva idea alcuna d'accentramento, il potere sociale naturalmente cadeva diviso in mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, e divenivano ricchi in conseguenza della conquista. Così cominciò a formarsi quella nuova aristocrazia che si doveva più tardi costituire col nome di feudalismo.
Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al pari che nella laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano le terre in forma di benefizi. Il vario possesso della terra cominciò a qualificare la diversa condizione degli uomini, che è un altro dei caratteri del feudalismo; ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese, s'andarono formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni d'immunità ai vescovi; esentarono da imposte i beni ecclesiastici, dal che derivava naturalmente il divieto agli agenti del fisco d'entrare nel territorio immune.
Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri del feudo, troveremo che essi sono già tutti in formazione nella società romana, dalla quale passarono poi nella germanica, alterandosi sostanzialmente. Nella storia non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e l'avvenire sono sempre costruiti coi rottami del passato.
Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i re barbari si trovava un Comitatus composto dei loro più intimi, i quali non solo vivevano col principe, ma con lui e per lui combattevano. Da essi vennero poi gli Antrustiones franchi, simili ai Gasindi longobardi, e precursori dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, dando terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora anche gli uffici, i quali nella società germanica erano sempre una concessione personale del re. Persino le tasse e l'amministrazione della giustizia mancavano di quel carattere pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio dello Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare derivava dal legame di fedeltà personale verso il re, non già da un dovere verso lo Stato. Tutta la società s'andava così sempre più dividendo in gruppi di protetti e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi che questi nuovi signori minacciavano di divenire più forti di loro, riducendo la monarchia in una confederazione di potenti, stretti al sovrano dal solo vincolo della fedeltà, era troppo tardi per portarvi rimedio.
Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva poi essere il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo tempo i vescovi erano divenuti così ricchi che si crede possedessero un terzo di tutte quante le terre coltivabili nella Francia. E questi loro possessi, colle immunità annesse, promovevano la loro indipendenza non solo politica di fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo Martello fece però sentire su di essi la sua mano potente, iniziando una riforma che fu tra le più notevoli del suo regno. Le necessità della guerra, quella sopra tutto contro i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di remunerare largamente i capi dell'esercito. E senza molti scrupoli, cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo dei loro vescovadi i suoi fedeli, il più delle volte uomini di guerra. Ciò non aveva nulla di strano in un tempo, nel quale i vescovi combattevano alla testa degli eserciti al pari dei grandi signori laici. Spogliò più tardi molte chiese, vescovi e conventi d'una parte considerevole delle loro tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano le spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che sotto di loro combattevano. Così, danneggiando il clero, rese i nobili sempre più potenti ed a lui più affezionati.
Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica gli divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse nemico dei vescovi, spogliatore della Chiesa. Se non che a questa ed alla religione Carlo Martello aveva reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli il danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a termine la guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre da lui fatte in Germania riuscirono a vantaggio della religione. Le battaglie furono colà precedute dalle missioni religiose, che vi fondarono la organizzazione definitiva della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste, da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, come vedemmo, erano già da un pezzo cominciate dalla Irlanda. Le continuarono più tardi i missionari anglosassoni, fra i quali tutti primeggiò Vinifrido, chiamato poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della Chiesa cattolica, che egli pose in relazione con quella di Francia, sottoponendole ambedue all'assoluta autorità del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato da Carlo Martello, spianava in Germania la via alle vittorie di lui, all'assimilazione di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo momento, papa, principe e missionario cooperavano inconsapevolmente a quella unione civile, religiosa e militare, che doveva poi attuarsi col nuovo impero di Carlo Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio fondate nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello assai celebre di Fulda (744). E così per lungo tempo egli continuò, fino a che, credendo d'aver compiuto l'opera sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso dallo spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che non lo lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani della Frisia, dove trovò finalmente l'ambito martirio circa l'anno 754.
Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero per aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. E noi abbiamo già visto come sin dal 739 Gregorio III, minacciato da Liutprando, e sapendo che l'Imperatore non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo Martello, riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si è affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo Martello, che egli ed il popolo romano si volevano separar dall'Impero. Questa affermazione, fatta mezzo secolo dopo dal cosiddetto continuatore di Fredegario, prova in ogni modo quali erano già fin d'allora le idee intorno al dissidio esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire.
CAPITOLO III Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo di S. Bonifazio — Il Papa, minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere aiuto
A Carlo Martello che di fatto, sebbene non di nome, era divenuto re dei Franchi, successero i figli Carlomanno e Pipino, i quali legalmente non erano anch'essi che Maestri di Palazzo, tanto che fu sentito il bisogno di cavar dal convento Childerico dei Merovingi, e metterlo su quel trono (743), sul quale egli fu l'ultimo dei rois fainéants, l'ombra addirittura d'un re.
C'era da aspettarsi prima o poi una lotta aspra e sanguinosa tra i due fratelli; ma invece Carlomanno, dopo le stragi da lui compiute nella guerra contro gli Alamanni (746), si ritirò, disgustato del mondo, prima in un convento da lui fondato sul Soratte, poi a Montecassino; e così Pipino restò senza rivali. Se non che allora appariva anche più chiaro che, giuridicamente parlando, unico sovrano legittimo era Childerico, per quanto non sembrasse altro, e di fatto altro non fosse che un re spodestato. Era una questione che non si poteva risolvere colla violenza, e senza risolverla Pipino sarebbe restato sempre nella falsa posizione di un usurpatore. Pensò quindi di rivolgersi a papa Zaccaria III, perchè coll'autorità della religione facesse quello che la spada non poteva fare. E mandò a lui una solenne ambasceria chiedendo se era lecito che assumesse il titolo di re colui che non faceva nulla addirittura, e non piuttosto colui che di fatto governava, ed in tutto ne esercitava l'ufficio. In vero solo il Papa poteva sciogliere i sudditi dal giuramento d'obbedienza, e tranquillizzando la loro coscienza, por fine ad uno stato anormale di cose. Che doveva, che poteva rispondere Zaccaria III? La nuova dinastia ormai esisteva di fatto, era padrona della monarchia, aveva difeso la religione ed era essa sola in grado di dare alla Chiesa quell'aiuto che nessun altro più le voleva o poteva dare. Nell'Impero il principio ereditario di successione al trono non era stato mai sanzionato, e nei barbari era assai comune la elezione dei loro re. Il Papa adunque rispose, che ove fosse a vantaggio del paese, e se ne promovesse davvero il benessere, era conveniente che assumesse il titolo di re colui che di fatto ne esercitava l'ufficio. E così fu che Pipino si decise a compiere il suo colpo di Stato. Nel novembre del 751, in un'assemblea di Grandi radunati a Soissons, egli venne solennemente innalzato al trono, e proclamato re, «per consiglio e consenso di tutti i Franchi, coll'assenso della Santa Sede, per elezione della Francia intera, con la consacrazione dei vescovi e l'obbedienza dei Grandi.» A questa elezione, che fu fatta secondo il costume germanico, s'aggiunse la consacrazione celebrata, in nome del Papa, da S. Bonifazio alla testa dei vescovi, consacrazione che ricordava quella di Saul per mano di Samuele. Il misero Childerico ebbe la tonsura, e fu chiuso in un convento insieme col figlio.
Se si getta ora uno sguardo a tutto quello che abbiam detto finora, si vedrà subito quante e quanto gravi ragioni spingessero i Papi a favorire i Franchi, per esserne poi protetti. Ma Zaccaria III, che voleva star bene con tutti, s'era incontrato con Liutprando, ed aveva fatto ogni opera per concludere con lui una pace durevole. Il re longobardo gli aveva promessa la restituzione dei beni patrimoniali usurpati alla Chiesa nell'Esarcato, nella Pentapoli ed altrove; aveva promesso anche di ripigliare e restituire al Papa i quattro castelli che nel Ducato romano erano stati indebitamente occupati da Trasimondo. Se non che, appena fissate queste condizioni d'una pace che doveva durare venti anni, occupò invece lo Spoletino, e lo dette ad un proprio nipote; pose a Benevento Gisulfo il figlio di Romualdo II (742). Poco dopo, avuto a Terni un altro colloquio col Papa, restituì i castelli e mantenne la più parte delle promesse fatte. Ma nel 743, essendo tornato a Pavia, di nuovo mandò l'esercito nell'Esarcato, contro Ravenna. E di nuovo stava per cedere alle preghiere di papa Zaccaria, che andò a visitarlo in Pavia nel 742, quando nel gennaio del 744 morì.
Gli successe il figlio Ildebrando, che si dimostrò assai inetto, e fu subito sostituito da Rachi, duca del Friuli, che regnò cinque anni, dei quali si sa assai poco: ritiratosi più tardi dal mondo, vestì l'abito monacale. Allora ascese al trono Astolfo, valoroso, impetuoso in guerra, ma politico assai poco accorto; e s'avanzò verso Ravenna che prese, ponendo in tal modo fine all'Esarcato. Subito dopo si diresse minaccioso verso Roma nel 752, quando era già morto Zaccaria. Allora fu eletto Stefano II, che morì tre giorni dopo. Il successore prese lo stesso nome, e per la brevità del Papato di colui che lo aveva preceduto, venne chiamato anch'egli Stefano II e non III (752-57). Questi che fu uomo di molto valore politico, uno dei grandi Papi, mandò subito ambasciatori ad Astolfo per conchiudere un'altra pace, che doveva durare quarant'anni, e venne rotta invece dopo quattro mesi, senza possibilità di rinnovarla (752). Alle ripetute ambascerie il re longobardo rispondeva con minacce contro il Ducato romano. Da questo lato adunque non v'era adesso nulla da sperare.
Il Papa trattava perciò con Costantinopoli, donde arrivava ambasciatore il silenziario (capitano della guardia imperiale) Giovanni; e lo mandò col proprio fratello Paolo ad Astolfo, provandosi a chiedere la retrocessione dei possessi e delle città indebitamente occupate nell'Esarcato e nella Pentapoli: ut Reipublicae loca.... usurpata proprio restitueret dominio.[42] Ma Astolfo rispose che di ciò avrebbe trattato, per mezzo di suoi ambasciatori, direttamente coll'Imperatore. Il Silenziario allora tornò indietro, ed il Papa mandò con lui i suoi messi a Costantinopoli, per dire che era omai inutile fidarsi dei Longobardi; piuttosto era il caso di spedire un esercito per difendere Roma e l'Italia contro le loro aggressioni. Finora dunque le relazioni del Papa coll'Imperatore appaiono amichevoli. A questo infatti Stefano II si rivolgeva quando Astolfo, dopo d'avere occupato l'Esarcato, fremens ut leo, minacciava di tutta la sua ira Roma ed il popolo romano. Il pericolo era veramente grande e vicino. Il Papa fece infatti solenni preghiere e litanie, andando in processione con gran seguito, scalzo e coperto di cenere, a S. Pietro, a S. Maria Maggiore, a S. Paolo, portando innanzi, sospeso ad una croce, il patto di pace violato da Astolfo. Da Costantinopoli non veniva intanto nessun aiuto, nè c'era speranza che venisse. Lo stato delle cose pareva disperato.
Si presentava quindi più che mai naturale il pensiero di rivolgersi ai Franchi. Pipino non poteva dimenticare che ai Papi doveva la sua consacrazione. A lui dunque Stefano II si rivolse, facendogli sapere che desiderava andare solennemente a visitarlo; ma voleva prima essere invitato, sia per rispetto alla propria dignità, sia per essere garantito contro gli ostacoli che al suo viaggio poteva mettere Astolfo. Il re non esitò a manifestare il suo buon volere; prima però di dare un passo che avrebbe potuto obbligarlo a far poi la guerra, volle esser sicuro dell'assenso dei Grandi, senza i quali non sarebbe stato facile, quando la necessità se ne presentasse, di condurre l'esercito in Italia. I magnati franchi non potevano avere ragione di speciale avversione contro i Longobardi, che, appena invitati, s'erano mossi per venir loro in aiuto nella guerra contro gli Arabi. A quei Grandi perciò il Papa, che era anche politico accortissimo, scrisse una lettera che ci è rimasta, esortandoli a non venir meno all'amore verso S. Pietro e la Chiesa. Quando Pipino li convocò in assemblea, fu subito deliberato d'inviare a Roma una solenne ambasceria, con le più ampie assicurazioni, per invitare il Papa a venire in Francia. Ambasciatori furono due grandi dignitari franchi, Crodegango vescovo di Metz ed il gloriosissimo duca Auticario. Essi arrivarono a Roma nel 753, quando i Longobardi di Astolfo s'erano impadroniti di Ceccano, che faceva parte del Ducato di Roma. Poco prima (settembre 753) era tornato da Costantinopoli il silenziario Giovanni, con la missione d'invitare il Papa a recarsi in persona da Astolfo, per indurlo a restituire all'Impero le terre che gli aveva tolte. Ed il 14 ottobre 753 Stefano II insieme col Silenziario, con i due ambasciatori franchi e con gran seguito, andò a Pavia per tentar di persuadere Astolfo a restituire a chi di diritto, propria restitueret propriis,[43] le terre indebitamente usurpate. Ma non si concluse nulla, perchè Astolfo accettò i doni che gli furono recati, e ricusò ogni concessione.
Il Papa allora continuò il suo cammino, e nonostante ogni tentativo contrario fatto dal re longobardo per dissuaderlo, passate le Alpi, andò in Francia. Nel mese di dicembre, quando era ancora cento miglia lontano dalla villa di Ponthion, fra Vitry e Bar-le-Duc, incontrò il giovanetto Carlo primogenito del Re, quegli che fu poi noto nella storia col nome di Carlo Magno. Il 6 gennaio 754 incontrò il Re stesso che, sceso da cavallo, lo accompagnò per un buon tratto. Assai solenne fu l'ingresso in Ponthion, fra una moltitudine festante, che cantava sacri inni. Non erano appena entrati nel palazzo, che il Papa chiese al Re che volesse egli personalmente difendere la causa di S. Pietro e della Repubblica romana, causam Beati Petri et Reipublicae Romanorum. Ed il Re senza esitare giurò di «restituire in ogni modo l'Esarcato e gli altri luoghi e diritti della Repubblica». Come mai questo mutamento di linguaggio? Dopo avere chiesto la restituzione delle terre all'Impero, si parla invece di S. Pietro e della Repubblica dei Romani; e d'ora in poi si continua a parlar sempre della Repubblica, di S. Pietro e della santa Chiesa di Dio, lasciando l'Impero assolutamente da parte.
Dopo l'esplicito rifiuto di Astolfo, era chiaro che la restituzione delle terre richieste si poteva ottener solo colle armi. Ed il Papa, che naturalmente pensava sopra tutto ai casi suoi, arrivato in Francia, dovette accorgersi con gran piacere, che se Pipino era ben disposto ad aiutar lui e la Chiesa, non aveva nessuna voglia di fare una guerra nell'interesse dell'Imperatore. Le terre che gli fosse riuscito di prendere colle sue armi, quando non le avesse egli ritenute per diritto di conquista, avrebbe potuto darle, in forza del sentimento religioso, alla Chiesa ed al suo Capo, non però mai ad altri. Anche i Longobardi, piuttosto che vederle in mano dei Franchi o dell'Imperatore, avrebbero preferito che fossero concesse al Papa, a cui più facilmente potevano sperare di ritoglierle. Era perciò naturale che Stefano II, uomo assai accorto, cercasse profittare di un tale stato di cose. E quindi nei suoi discorsi, nelle sue lettere, invece di restituzione all'Impero, cominciò a parlare di restituzione a Roma, a S. Pietro, alla Chiesa. Pipino intanto lo aveva invitato a passar l'inverno nella Badia di S. Dionigi, presso Parigi, e di là così l'uno come l'altro fecero ripetuti, ma vani tentativi d'indurre Astolfo a volere, per evitare ogni effusione di sangue, pacificamente «restituire alla Repubblica, alla santa Chiesa i suoi diritti, le sue proprietà.» In sostanza par che si chiedessero ora pel Papa l'Esarcato e la Pentapoli, che dai Longobardi erano stati tolti all'Impero. L'idea di succedere a questo in Italia era balenata nella mente dei Papi fin dal momento in cui Astolfo aveva occupato l'Esarcato. Non volevano che, impadronendosi di esso e della Pentapoli, i Longobardi divenissero troppo potenti. E se Pipino, dopo aver conquistato quelle province, avesse ricusato di restituirle all'Impero, l'occasione sarebbe stata opportunissima per rendere potente la Chiesa, facendole dare ad essa. E così fu che invece d'Impero si cominciò a parlare di Repubblica e di popolo romano, che, secondo le idee del tempo, erano sotto la speciale protezione di S. Pietro, rappresentato in terra dal Papa, capo visibile della Chiesa. Il popolo romano aveva eletto l'Imperatore, ed eleggeva il Papa; era una cosa sola coll'Impero e con la santa Repubblica, la quale, nel linguaggio comune, si confondeva allora colla Chiesa. Sostituire quindi all'Impero la Chiesa ed il Papa pareva la cosa più semplice e naturale del mondo. Anche le quattro terre o castelli, che da Liutprando erano stati tolti al Ducato romano, il quale, teoricamente almeno, era già tenuto come legittimo possesso del Papa, furono dallo stesso Liutprando restituiti «a S. Pietro.»
Il vero è che Astolfo, senza punto occuparsi di queste sottili distinzioni, non voleva ceder nulla a nessuno. Bisognava quindi fare la guerra. Pipino radunò i Grandi in due assemblee, tenute la prima il giorno 1º marzo 754 a Braisne, non lungi da Soissons, e la seconda il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy, presso Laon. In questa fu deliberata la guerra. Si parla anche d'uno scritto, nel quale Pipino avrebbe allora fatto solenne promessa, che le terre le quali egli si proponeva di conquistare, sarebbero da lui restituite al Papa. Della esistenza di un tale scritto alcuni dubitano non poco; certo è però che, scritta o non scritta, la promessa fu fatta, e venne poi mantenuta.
Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. L'aver dovuto passare le Alpi nella fine di autunno, il crudo inverno della Francia, le continue opposizioni che alcuni dei Grandi avevano fatte alla guerra, erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed alterarne la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo mezzo appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, a quanto pare, di Astolfo, uscito improvvisamente dal convento di Montecassino, era venuto in Francia a perorare presso il fratello la causa longobarda. Il che aumentò lo sgomento del Papa, ed irritò non poco anche Pipino, il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse ridestare nei figli di suo fratello la speranza di succedere al trono paterno. Ma che cosa poteva mai fare un frate contro l'autorità del Papa, e contro la forza del Re, che ormai era padrone di tutto il regno riunito? Carlomanno infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo morì. Anche i suoi figli dovettero prendere la tonsura.
Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e durante la malattia gli apparvero, secondo la leggenda, S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo, che gli promisero guarigione perfetta, a condizione che facesse erigere un nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio 754 non solamente l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande accortezza e perseveranza del Papa. In questa stessa chiesa egli consacrava ed incoronava Pipino e la moglie Bertrada, consacrava anche i due figli Carlo e Carlomanno. Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato già coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio per ordine del Papa? A che fine ripeter la cerimonia? Non solamente la consacrazione per mano propria del Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura la dinastia. Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, egli imponeva ai Grandi franchi di non mai più eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso da altri lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo i diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano avanzare i figli di Carlomanno.
Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette anche il titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, perchè questo era un titolo dato solo dall'Imperatore a grandissimi personaggi come Odoacre, Teodorico, gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a Pipino, senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto che questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, quando lo aveva inviato a chiedere la restituzione delle terre all'Impero. Arrivato però il Papa in Francia, e conosciuto lo stato vero delle cose, mutato animo, decidendosi a prendere esso in Italia il posto dell'Impero, avrebbe creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il titolo di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, ma soleva darsi solo a chi aveva già un altissimo ufficio; ed il Papa lo dava a re Pipino come a difensore della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi chiamato indistintamente Patrizio o Difensore della Chiesa.
CAPITOLO IV Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore Astolfo — Desiderio re dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione di Paolo I e sua morte
Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, Pipino raccolse l'esercito per l'impresa d'Italia, non senza fare un ultimo tentativo di risolvere pacificamente la gran lite, promettendo ad Astolfo anche buona somma di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa il loro Re; li accompagnava il Papa col suo cappellano, con l'abate Fulrado di S. Dionigi, e con altri prelati. Passato il Cenisio, alle Chiuse presso Susa, vi fu uno scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza del luogo non potè spiegare le proprie forze, e fu così fieramente battuto, che la disfatta venne attribuita a miracolo.
Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben presto assediato e costretto a venire a patti, che furono: restituire Ravenna e diverse altre città, con la promessa di non più molestare il Ducato romano, dando in garanzia quaranta ostaggi. E questi patti, secondo il Libro pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una pagina scritta. Le terre così ottenute vennero da Pipino cedute al Papa, che ormai senza più esitare cercava di sostituirsi in Italia all'Imperatore. Più volentieri, più risolutamente che mai lo faceva adesso che questi aveva radunato un sinodo (753), il quale condannò il culto delle immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, Astolfo, dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non solamente violò i patti, senza ceder più nulla a nessuno; ma s'avanzò col suo esercito nel Ducato romano, saccheggiando perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756 egli era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli aprivano le porte, e non gli davano nelle mani la persona stessa del Papa, avrebbe messo i cittadini a fil di spada.
Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, con solenni ambascerie, descrivendo le «stragi e le iniquità dei nefandissimi Longobardi». L'ultima di queste lettere era indirizzata al Re ed ai suoi figli, in nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e profani erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, finiva invocando il pronto aiuto del popolo franco, eletto da Dio a difesa della Chiesa. Ogni indugio diveniva adesso una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto rendere stretto conto a Dio.
Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera del 756 mosse di nuovo per la stessa via contro Astolfo, che, abbandonato l'assedio di Roma, durato già tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò l'esercito contro i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero una nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino Pipino s'incontrò con un ambasciatore che veniva da Costantinopoli, e che si provò a persuaderlo di restituire all'Impero le terre indebitamente occupate dai Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era venuto in Italia a far la guerra «per nessun interesse mondano, in favore di nessun uomo; ma per amore di S. Pietro e venia de' suoi peccati.» Dopo di che andò all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette ben presto arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione di guerra ed un annuo tributo, dovette cedere un maggior numero di città, e dar nuovi ostaggi. Il Libro pontificale dà la lista di queste città, comprendendovi Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino ed il mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola e Ferrara non vi sono comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato e della Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado fu allora incaricato d'andare personalmente, con buon numero di soldati franchi, a prendere la consegna delle città, facendosi dare le chiavi, e per maggiore sicurezza anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione «a S. Pietro, alla Santa Repubblica romana, ed a tutti i successivi pontefici». Questa donazione scritta fu messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si trovava ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando egli scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, i Papi cominciarono a chiedere assai di più.
In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino s'era ritirato in Francia, Astolfo moriva. Egli era stato un sincero cattolico, aveva fondato chiese e conventi, e se aveva portato via dalla Campagna romana reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle chiese del suo regno: tuttavia era stato in lotta continua col Papa. Valoroso in guerra, seguì anch'egli, come la più parte dei re longobardi, una politica capricciosa ed inconseguente, che lo condusse nella seconda parte del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi una minaccia di guerra civile, a causa della successione. Rachi uscì dal convento di Montecassino, per tentar di succedere al fratello; ma ebbe a competitore Desiderio duca di Toscana, che, mediante larghe promesse al Papa, ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene nel suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti di Desiderio, e le molte promesse che aveva fatte alla Chiesa; pregava perciò anche lui di volerlo favorire e d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si trattava adesso, diceva il Papa, di condurre a compimento la bene incominciata impresa, facendo restituire a S. Pietro ed alla Chiesa anche le terre che prima di Astolfo avevano fatto parte dell'Esarcato e della Pentapoli. Non era possibile governare quel paese, tenendo separate popolazioni che assai lungamente erano state unite. «Ora, così concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, divoratore del sangue dei cristiani, e che, mediante l'aiuto vostro e dei Franchi, è successo Desiderio, uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo di spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare con lui a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a farci riavere le proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.»
È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice attuazione delle antiche promesse fatte da Pipino, ma di nuove domande. Il Papa chiedeva l'Esarcato e la Pentapoli nella loro primitiva ed assai più vasta estensione; chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente occupate dai Longobardi o dai Bizantini. Il momento pareva opportuno per attuare ciò che Desiderio gli aveva fatto sperare in compenso dei grandi servigi a lui resi per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide, che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia di mantenere le sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto Faenza e Ferrara, non dette più altro. Stefano II però fu dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757, liberato dal dolore di questo crudele disinganno.
La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò a mettere in evidenza i grandi mutamenti che dovevano seguire a Roma, in conseguenza della nuova politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone dell'Esarcato e della Pentapoli, voleva naturalmente essere anche padrone effettivo del Ducato romano. Infatti a Roma d'ora in poi non si trova più un Duca, perchè il Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto sollevò la nobiltà laica, o sia i Judices de Militia, i quali si trovavano alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta con la nobiltà ecclesiastica, o sia i Judices de clero, i quali, per la nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero voluto comandar essi in Roma. Fortunatamente, il 29 maggio 757, venne consacrato nuovo papa il fratello del defunto, che prese il nome di Paolo I. Questi dovette subito accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si volse perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, come prima soleva farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto contro i nobili, che divenivano sempre più riottosi. Ad essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza al Papa; ed abbiamo la lettera con cui il Senatus atque universi populi generalitas rispondevano «all'eccellentissimo Signore da Dio eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, patrizio dei Romani.» In essa promettevano obbedienza al Papa, che chiamavano «Padre comune.»
Il conflitto principale continuava però sempre ad essere coi Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio era d'un carattere mutabilissimo, che doveva poi essere la rovina sua e del suo regno. Quando i duchi di Benevento e di Spoleto accennavano a ribellarsi a lui, avvicinandosi invece al Papa ed ai Franchi, egli, per mantenere intatta la sua autorità, andò subito con la forza a deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo di ciò il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore Costantino V, detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo a ripigliare l'Esarcato e la Pentapoli. Ma quando s'accorse che per questa via non riusciva a nulla, perchè l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di mala voglia e senza fidarsene, pur lo accolse. In verità anche il Papa si trovava in una difficilissima posizione. Non poteva sperar nulla da Pipino, trattenuto ora nelle guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello stesso tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente s'aggiungeva ora quello religioso a causa delle immagini. Costantino Copronimo, infatti, profittando della tendenza del clero franco, che sembrava essere avverso al Papa non solo nella disputa delle immagini, ma anche in quella sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo politico. Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, finì col restar fedele alla Chiesa di Roma.
Siamo evidentemente in un periodo di transizione, nel quale lo stato delle cose muta ogni giorno, ed ognuno quindi muta la sua condotta politica. Pipino trattava coll'Imperatore, ed era amico del Papa, che scriveva e riscriveva in Francia, perchè lo difendessero dai Bizantini, eretici e nemici di Santa Chiesa. Il Papa, disperato, s'avvicinava ai Longobardi nemici suoi e dei Franchi, i quali da lui e dal suo predecessore erano stati chiamati a combatterli. L'Imperatore cercava d'avvicinarsi ai Franchi, che gli avevano tolto l'Esarcato e la Pentapoli dandoli al Papa, contro cui egli ora voleva spingerli.
Ma il 28 giugno 767 moriva Paolo I, il 24 settembre 768 moriva Pipino, e ciò doveva necessariamente dare origine ad un nuovo e grande mutamento.
CAPITOLO V Nuovi e gravissimi tumulti in Roma — Elezione di Stefano III — Matrimonio di Carlo re dei Franchi con Desiderata — I nemici del Papa sono oppressi — Stefano III muore
La morte di Paolo I fu come il segnale dato ad un nuovo e più violento scatenarsi dei partiti. Si vide allora chiaramente che cosa volesse dire l'aver distrutto affatto l'autorità dell'Imperatore in Roma, nell'Esarcato e nella Pentapoli, senza nulla sostituirvi, lasciandovi padrone il Papa, che era disarmato. Il Ducato romano, che abbracciava presso a poco quella che oggi si chiama la provincia di Roma, è ricordato la prima volta nel Libro Pontificale l'anno 712 (I, 392), e l'Exercitus romanus è già ricordato nel 638 e nel 643 (I, 328, 331 e 395, n. 28). Questo era diviso in scholae, comandate, come già dicemmo, dall'aristocrazia laica, potentissima nella Città e nella Campagna. Alla loro testa era il Duca mandato prima da Costantinopoli, dopo il 727 (I, 404) eletto dall'aristocrazia, scomparso a tempo di Pipino, perchè a capo della Città e del Ducato si pose allora il Papa. Questi si trovava ora combattuto fra l'aristocrazia laica, che comandava l'esercito ed in parte anche le Città, e l'aristocrazia ecclesiastica, che, amministrando la Chiesa ed i suoi vasti possessi, non era certo in Città meno potente della sua rivale. Un conflitto tra l'una e l'altra appariva adesso inevitabile.
Infatti Paolo I riposava ancora sul suo letto di morte, quando Toto, duca di Nepi, raccolse nella Campagna più gente che potè, ed insieme coi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, corse a Roma dove fece colla forza nominar papa il fratello maggiore Costantino. Questi era però laico, e quindi il vescovo di Palestrina fu costretto, nonostante ogni sua resistenza, a consacrarlo successivamente chierico, suddiacono e diacono, dopo di che lo proclamarono papa lo stesso giorno 28 giugno 767. Egli restò sulla sedia episcopale solo tredici mesi, che furono pieni di sanguinosi tumulti, perchè contro la sua strana elezione insorse violentemente l'aristocrazia ecclesiastica, la quale era stata da lui privata d'una parte de' suoi ricchi uffici. Essa avrebbe naturalmente dovuto inclinare al partito dei Franchi; ma, non potendo ora sperare nessun aiuto da Pipino, tutto occupato nelle sue guerre, si vide costretta a rivolgersi ai Longobardi, ed ebbe subito il favore di Desiderio. Cristoforo, che era Primicerio nella cancelleria papale, e suo figlio Sergio, che era Secundicèrio, poterono, coll'assenso del Re longobardo, raccoglier gente nel Ducato di Spoleto, ed il 29 luglio 768 si trovarono a Porta S. Pancrazio, dove vennero alle mani cogli avversari, cioè coi capi dell'aristocrazia laica. Questi furono vinti, perchè tra loro c'erano dei traditori, i quali, appena che la lotta si volse in favore del proprio partito, ferirono alle spalle i compagni, che così furono vinti. Passivo, il fratello del Papa, con alcuni de' suoi più fidi, corse in Laterano per salvargli almeno la vita; ma vennero invece tutti presi e tenuti prigionieri. Allora un tal Valdiperto, prete longobardo, che aveva cooperato coi vincitori, raccolse tumultuariamente i suoi amici, e fece eleggere papa un prete Filippo, che fu subito consacrato in Laterano, sedette sulla cattedra di S. Pietro, e benedisse il popolo. Ma questa elezione, fatta esclusivamente a favore del partito longobardo, non poteva piacere a nessuno dell'aristocrazia romana, la quale era insorta solo a vantaggio della propria preponderanza. Essa perciò costrinse subito Filippo a dimettersi, e raccolti gli amici, l'esercito, il popolo, il clero, fece una nuova elezione, che riuscì a favore di Stefano III (1º agosto 768), stato già amico fedele di Paolo I.
La nuova elezione, che venne finalmente riconosciuta valida, non potè calmare gli animi, perchè i vincitori, prima che il nuovo Papa fosse consacrato (7 agosto), vollero far vendetta della elezione di Costantino. Ad alcuni dei suoi fautori vennero, secondo il crudele costume bizantino, cavati gli occhi, e strappata la lingua. La turba inferocita corse poi alla casa in cui era stato rinchiuso il già decaduto Papa, e copertolo d'insulti, lo menarono, a cavallo sopra una sella da donna, in un monastero. Di là il 6 agosto fu condotto alla basilica laterana, dove i vescovi ivi radunati lo deposero solennemente, facendogli strappare il pallio e levare i calzari pontifici. Poco dopo, tiratolo fuori del convento, i suoi nemici gli cavarono gli occhi lasciandolo quasi esanime nella strada. La stessa sorte toccò ad altri. Non fu risparmiato neanche il prete Valdiperto, perchè avendo egli di suo arbitrio fatto eleggere Filippo, che era stato deposto, si temeva che, messosi d'accordo coi suoi compagni longobardi, volesse ora vendicarsi. Per questa ragione quelli stessi che poco prima erano stati suoi partigiani, lo cercarono adesso a morte; nè gli valse l'essersi rifugiato in S. Maria dei Martiri (Panteon), dove teneva strette in mano le sacre immagini, sperando così di salvarsi. Lo trascinarono con violenza nel campo del Laterano, dove anche a lui cavarono gli occhi, in conseguenza di che morì poco dopo di cancrena alle occhiaie. Stefano III non fece nulla per opporsi a queste iniquità; nè basta a scusarlo il dire che, quando avesse voluto, difficilmente sarebbe riuscito ad impedirle.
Nell'aprile 769 venne radunato in Roma un Sinodo, per prendere le misure necessarie ad evitare che nelle future elezioni si rinnovassero gli scandali, e vi intervennero anche dodici vescovi franchi. Ma neppure questo Sinodo procedette pacificamente. Il misero ex-papa Costantino già accecato, jam extra oculos, fu chiamato a dichiarar come mai avesse osato farsi eleggere, essendo laico. Rispose che aveva dovuto cedere alla forza del popolo tumultuante, e chiese perdono de' suoi peccati. Ma nel giorno seguente, avendo osato aggiungere a sua scusa, che prima di lui v'erano pure stati a Ravenna e Napoli vescovi eletti, sebbene laici, vi fu nel Sinodo uno scoppio irrefrenabile d'indignazione. Gli troncarono la parola in bocca, ordinando poi che fosse dagli assistenti preso a ceffoni e cacciato via. Furono bruciati il decreto della sua elezione e gli atti del suo pontificato. Stefano III, i vescovi, il clero, i cittadini presenti nella basilica pregarono in ginocchio, facendo penitenza per aver tollerato un Papa così irregolarmente eletto, e accettato da lui la comunione. Fu inoltre, sotto pena d'anatema, proibito di far mai più salire al pontificato un laico. Venne anche deliberato, che non potesse in nessun caso essere eletto chi non era diacono o prete cardinale, e che non fosse lecito a nessuno portare armi nel luogo della elezione, la quale d'allora in poi doveva esser fatta solo dai cardinali, dai primati della Chiesa, e dai chierici di Roma, restandone escluso il popolo, che insieme coll'esercito avrebbe solo acclamato il nuovo eletto.
A far sempre più peggiorare le tristi condizioni della Città, contribuiva adesso non poco lo stato delle cose all'estero. Dopo la morte di Pipino infatti il regno franco era rimasto diviso fra i suoi due figli Carlomanno e Carlo, i quali subito furono in grave discordia fra di loro. Questa discordia toglieva al Papa ogni speranza d'aiuto da parte dei Franchi, e cresceva l'audacia dei nobili romani, specialmente di Cristoforo e di Sergio. Essi avevano fatto prima deporre Costantino, poi Filippo; avevano fatto eleggere Stefano III, e si credevano perciò in diritto di dominarlo, di farla in tutto da padroni. Nella lotta tra Carlomanno e Carlo parteggiavano pel primo, che li favoriva a dispetto del Papa, il quale mal tollerava la loro prepotenza. Questa discordia dei due principi franchi divideva gli animi anche in Italia, perchè bastava dichiararsi avverso ad uno di essi, per avere subito il favore dell'altro. E così venivano non poco alimentati i partiti in tutta la Penisola, ma sopra tutto in Roma ed in Ravenna. In quest'ultima città lottavano fra di loro i diversi aspiranti alla sedia arcivescovile, i quali andavan d'accordo solamente nel volerla rendere sempre più indipendente dal Papa, e ciò anche ora che l'Esarcato era stato a lui concesso da Pipino.
Bertarida, la madre dei due re franchi, faceva invano ogni opera per pacificarli fra di loro. A questo fine essa era venuta in Italia, e cercava imparentarli coi Longobardi. Riuscì infatti a concludere il matrimonio fra Carlo e Desiderata, figlia di Desiderio. Si parlava anche d'un matrimonio da concludersi fra Carlomanno ed un'altra longobarda. A tali notizie il Papa, che in questi accordi vedeva un grandissimo pericolo per gl'interessi della Chiesa, una minacciosa rovina di tutti i disegni così lungamente meditati, fu preso da una collera irrefrenabile. Il linguaggio da lui adoperato nella lettera che allora scrisse ai due fratelli era infatti tale che, sebbene essa si trovi nel codice carolino, venne da alcuni ritenuta apocrifa. Chiamava diabolica ogni unione «fra la nobilissima gente dei Franchi e la iniquissima dei Longobardi.» Sembrava credere che i due fratelli avessero già moglie, e quindi che i nuovi matrimoni proposti non potessero esser altro che concubinaggi. E concludeva: «abbiamo posto questa nostra lettera di ammonimento sulla tomba di S. Pietro, celebrandovi sopra la messa, e da questo luogo la mandiamo a voi colle lacrime agli occhi.» Carlo però non aveva moglie legittima, non v'era quindi ostacolo al suo matrimonio con Desiderata, che fu celebrato; ed il Papa si dovè rassegnare al fatto compiuto. A che invero avrebbe potuto giovare l'irritare Carlo e Desiderio? Si aggiungeva che Cristoforo e Sergio erano divenuti sempre più insopportabili, s'erano avvicinati a Carlomanno, e questi aveva mandato presso di loro a Roma il suo ambasciatore Dodone con alcuni militi, il che li aveva resi più audaci che mai. Inoltre dopo la deposizione di Filippo e la uccisione di Valdiperto, essi erano necessariamente divenuti nemici dei Longobardi, e per questa ragione Bertrada potè riuscire a riannodar buone relazioni fra il Papa e re Desiderio, che tornò subito a largheggiar di promesse.
Sotto pretesto d'un religioso pellegrinaggio, il re longobardo con buon seguito d'armati s'avvicinava ora a Roma, per incontrarsi col Papa in S. Pietro, ed aiutarlo contro Cristoforo e Sergio, che erano sempre più minacciosi, e non si lasciarono prendere alla sprovvista (771). Dalla Città e dalla Campagna avevano chiamato i loro amici, radunandoli insieme coi pochi soldati franchi venuti coll'ambasciatore Dodone; e quando il Papa e Desiderio s'incontrarono in S. Pietro, tutto era pronto per la rivolta. Ma neppure il Papa se n'era stato ozioso, avendo dato la direzione della difesa ad uno degli alti ufficiali della Curia, il cubiculario Paolo, soprannominato Afiarta, uomo audacissimo. Questi, senza por tempo in mezzo, quando Stefano III tornava da S. Pietro al Laterano, chiamò il popolo alle armi, e levò il tumulto. Cristoforo e Sergio corsero colle loro genti al Laterano, chiedendo ad alte grida che si desse loro nelle mani l'Afiarta. Ma sfortunatamente per essi quelli che li seguivano, entrati nel Palazzo, non seppero trattenersi dal saccheggiarlo, e penetrarono armati perfino nella Basilica, dove il Papa s'era rifugiato. Che cosa precisamente seguisse allora noi non lo sappiamo. Stefano III scrisse d'aver corso pericolo della vita; ma il giorno dopo andava accompagnato da molti armati e dallo stesso Afiarta, ad abboccarsi nuovamente con Desiderio in S. Pietro. Sembra certo che Cristoforo e Sergio non si spinsero fino a far violenze al Papa, sia che essi non osassero porre le mani sul Capo visibile della Chiesa, nel tempio del Signore, sia che i loro seguaci allora li abbandonassero, o, come è più probabile, che l'Afiarta arrivasse in tempo per resistere. Certo è che il giorno dopo, quando Stefano III era tornato in S. Pietro, caddero ambedue nelle mani dei difensori del Papa, il quale ordinò che restassero nella Basilica fino a notte avanzata, per farli poi, così almeno disse, coll'aiuto delle tenebre, condurre dall'Afiarta più sicuramente salvi in città. Ma invece, quando erano per entrar dentro le mura, sopraggiunsero improvvisamente alcuni manigoldi ivi appiattati, che li malmenarono e cavaron loro gli occhi. Cristoforo fu trascinato nel monastero di S. Agata, dove dopo tre giorni morì; Sergio invece fu tenuto prigioniero nel Laterano, donde poi scomparve. E Desiderio, che era stato il segreto istigatore di queste sanguinose violenze, alle quali non si può credere che rimanesse affatto estraneo il Papa, se ne tornò a Pavia.
In tal modo i due antichi capi dell'aristocrazia ecclesiastica, che si erano uniti ai Longobardi per poi tradirli, furono abbattuti. Ma papa Stefano, sempre debole e mutabile, s'era liberato da una tirannia, per cadere sotto un'altra. In Roma spadroneggiava ora l'Afiarta col favore del partito longobardo, di che erano scontentissimi i Franchi. Carlomanno infatti aveva favorito Cristoforo e Sergio; e neppure a suo fratello Carlo poteva piacere di vedere in Roma trionfare i Longobardi. Con ambedue i fratelli e con la loro madre Bertarida il Papa si scusava dicendo che tutto era stata colpa dell'ambasciatore Dodone, il quale s'era unito «coi diabolici promotori d'un tumulto, che aveva messo a grave pericolo la sua propria vita in Laterano. Quanto alle violenze usate a Cristoforo ed a Sergio, nel loro rientrare in Città, esse eran seguite contro ogni suo volere, per opera di volgari malfattori, che non si fu in tempo a fermare, perchè erano sbucati inaspettatamente dai loro nascondigli.» La lettera del Papa concludeva facendo le lodi di Desiderio, a cui egli diceva di dovere la propria salvezza, e che già cominciava a mantenere la promessa di restituire le terre usurpate. Ma tutto ciò non era poi vero, come ben presto si vide.
Lo stato generale delle cose mutava ora non poco in Italia e fuori. Carlo, che era stato sempre avverso ai Longobardi, ripudiava la moglie Desiderata, rimandandola al padre, e ciò, come è naturale, apriva fra di loro un abisso. Il 4 dicembre 771 Carlomanno moriva, lasciando un figlio, che aveva solo un anno; ed i Grandi elessero Carlo a successore del fratello, volendo colla unione del regno aumentarne la forza. Il Papa, mutando ancora una volta la sua politica, si allontanava da Desiderio, che non manteneva le promesse fatte, e s'avvicinava a Carlo. Egli era molto irritato contro il re longobardo, perchè quando aveva a lui ricordato gli obblighi assunti, questi gli aveva risposto, che doveva invece essere contento, e ringraziarlo di quanto aveva già fatto per lui, che per opera sua era stato liberato dalla prepotenza di Cristoforo e di Sergio. Tutte queste agitazioni, tutti questi continui e pericolosi mutamenti turbarono assai l'animo debole ed incerto del Papa, già malato del male che doveva condurlo alla tomba. L'Afiarta poi non gli lasciava pace, perchè voleva apparecchiare a proprio vantaggio la nuova elezione; e quindi di suo arbitrio mandava in esilio, faceva mettere in carcere tutti i nobili più avversi a lui ed ai suoi. Finalmente ai primi di febbraio 772 Stefano III moriva, il che dette origine ad un altro grande mutamento in Roma e nell'Italia.
CAPITOLO VI Elezione di Adriano I — Condanna e morte dell'Afiarta — Discesa di Carlo re dei Franchi in Italia — Disfatta dei Longobardi, assedio di Pavia — Carlo va a Roma, dove passa la Pasqua del 774
L'Afiarta riuscì a fare in modo, che la nuova elezione procedesse rapidamente e senza tumulti, non però a fare scegliere un papa quale a lui sarebbe convenuto. Sulla cattedra di S. Pietro saliva infatti Adriano I (772-95), uomo saldo nella fede religiosa, e di carattere fermissimo, che, a differenza del suo predecessore, non esitava mai. Quando infatti arrivarono a lui gli ambasciatori di Desiderio, facendo al solito larghe promesse in nome del loro signore, egli rispose, che non poteva prestar fede a chi aveva sempre mentito al Papa defunto. Tuttavia, siccome essi insistevano, e non volendo Adriano mancare del tutto all'usanza ed alle convenienze, mandò a Pavia ambasciatori il notaio Stefano, e Paolo Afiarta. Arrivati però che essi furono a Perugia, dovettero fermarsi, avendo saputo che Desiderio, già mutato animo, s'era impadronito di Faenza, di Ferrara e Comacchio, dopo di che le sue genti correvano liberamente per l'Esarcato, e minacciavano Ravenna, di dove l'arcivescovo chiedeva aiuto al Papa. La vedova di Carlomanno s'era in questo mezzo rifugiata coi figli presso Desiderio, il quale, per odio a Carlo, l'aveva accolta sotto la sua protezione, e voleva che il Papa facesse lo stesso, che anzi ne consacrasse i figli. Ma Adriano «si mostrò duro come adamante;» mandò anzi una seconda ambasceria a Pavia, per far nuovi rimproveri al re longobardo, ed indagare più precisamente l'animo di lui.
In questo mezzo l'Afiarta, avendo compreso quanta era l'avversione del Papa per lui e pei Longobardi, aveva cercato di mettersi d'accordo con Desiderio. Questi voleva avere un abboccamento con Adriano, sperando, mediante nuove lusinghe, di poterlo tirare alle sue voglie; e l'Afiarta promise di condurglielo, «anche se fosse stato necessario trascinarlo con una corda al collo.» Aveva però fatto i conti senza l'oste, giacchè appena giunto a Rimini, venne arrestato dagli agenti dell'arcivescovo di Ravenna, che ne aveva ricevuto ordine dal Papa. Il quale, essendo deciso a farla finita colle prepotenze dell'Afiarta, aveva richiamato quasi tutti coloro che da questo erano stati esiliati, e fatti uscir di carcere quelli che aveva imprigionati. Ordinò inoltre una severa inchiesta, per sapere che cosa fosse mai avvenuto di Sergio. E fu scoperto che, otto giorni prima della morte di Stefano III, in sul far della notte, quel disgraziato era stato, per ordine dell'Afiarta e di altri, condotto sull'Esquilino, presso l'Arco di Gallieno, dove l'avevano ucciso e sepolto. Il cadavere venne infatti trovato con i segni ancora visibili delle percosse, e col capestro alla gola. I complici del delitto, appena scoperti, o fuggirono o vennero esiliati. Gli atti del processo furono mandati a Ravenna, perchè anche l'Afiarta venisse giudicato, e, se colpevole, punito della stessa pena. Ma l'arcivescovo, che era ardente partigiano dei Franchi, e però anche più del Papa nemico dell'Afiarta e dei Longobardi, lo fece condannare a morte, sentenza che venne subito eseguita. Il Papa se ne mostrò assai scontento, perchè egli che era fermo, non voleva appunto perciò apparire eccessivo.
In ogni modo adesso il partito dei Longobardi era in Roma sgominato, ed il loro capo Afiarta non poteva più dar noia a nessuno. Desiderio faceva gravi minacce al Papa, che non si voleva accordare con lui; e subito dopo occupava l'Esarcato, entrava nella Pentapoli, e tra la fine del 772 e i primi del 773 era già in via verso il confine del Ducato romano. Adriano però non se ne stava inerte; ma raccoglieva gente dalla Campagna, dalle province, e dalle città, per esser pronto alla difesa. Nello stesso tempo scriveva, sollecitando aiuto da Carlo, che allora era spinto a venire in Italia anche da alcuni Grandi longobardi nemici di Desiderio. Ben presto infatti gli ambasciatori franchi arrivarono a Roma con la notizia che Carlo aveva deciso di passare le Alpi. E però, quando Desiderio era giunto a Viterbo, i messi del Papa, che aveva ripreso animo, si presentarono a lui, intimandogli di ritirarsi sotto pena d'anatema. Ed il re longobardo, saputo che i Franchi s'avanzavan davvero, si ritirò. Carlo, come già aveva fatto Pipino con Astolfo, prima di venire alle armi, anch'egli avanzò proposte di pace al re longobardo, promettendogli 14,000 soldi d'oro, se restituiva al Papa le terre promesse. Ma nessun accordo fu possibile.
Nella primavera del 773 i Franchi s'avanzarono perciò di nuovo verso l'Italia, divisi in due eserciti. Uno, che prese la via di Monte Giove, oggi Gran S. Bernardo, era comandato da Bernardo, figlio di Carlo Martello e zio di re Carlo. L'altro s'avanzò pel Cenisio, condotto dal Re in persona, che, arrivato alla Chiusa di S. Michele, tentò nuovamente d'indurre Desiderio a cedere colle buone. Ma fu tutto invano, e si dovè venire a battaglia. E qui più d'una leggenda altera la storia in modo, che resta assai difficile scoprire il vero. Si narra che il passaggio delle Alpi era così fortemente chiuso da un grosso muro, costruito dai Longobardi a propria difesa, che i Franchi, sgomenti, volevano ritirarsi, quando, per divina volontà, i nemici si dettero invece a precipitosa fuga. Un'altra leggenda dice che ciò avvenne, perchè alcuni dei capi longobardi tradirono. Una terza narra che, quando re Carlo si trovò nella impossibilità di andar oltre, un giullare longobardo si presentò a lui, offrendosi d'indicargli un sentiero sconosciuto, pel quale poteva passare inavvertito. E così i Franchi, discesi nella pianura, avrebbero preso il nemico alle spalle, ponendolo in rotta. Si sarebbe allora chiesto al giullare che compenso voleva, ed egli, salito sopra un colle, e dato fiato al suo corno, avrebbe chiesto che fin là dove il suono s'udiva, il terreno fosse suo. E gli fu concesso. Ma lasciando da parte queste ed altre leggende, noi possiamo dir solo che tra Franchi e Longobardi vi fu una battaglia, vinta certamente dai primi, della quale però non sono conosciuti i particolari. Sembra che, mentre re Carlo combatteva di fronte i Longobardi, l'esercito comandato da Bernardo, avanzatosi rapidamente per una via poco conosciuta, li prendesse alle spalle, ponendoli così in fuga precipitosa. Desiderio allora si ritirò a Pavia per difendersi, e suo figlio Adelchi si chiuse in Verona, dove si era rifugiata anche Gerberga, la vedova di Carlomanno, coi figli.
Carlo s'avanzò subito coll'esercito, occupando varie terre importanti, fra cui Torino e Milano. Poi mise l'assedio a Pavia, che poteva resistere a lungo. Adesso lo scopo della guerra non era più, come a tempo di Pipino, di far restituire le terre alla Chiesa. Carlo non voleva venire a patti, faceva ai Longobardi addirittura una guerra di sterminio, per annientarne la potenza, ed impadronirsi di tutto il loro regno. Prevedendo che l'assedio, già regolarmente cominciato, dovesse andare in lungo, fece di Francia venir la moglie Ildegarda, e compiè parecchie secursioni, occupando altre città, che s'arresero senza resistere. Fra queste fu anche Verona; e caddero allora nelle sue mani Gerberga e i figli, che finirono in un convento. Adelchi invece riuscì a scampare, e dopo essere rimasto qualche tempo a Salerno, se ne andò a Costantinopoli.
Essendo passati già sei mesi, senza che la fine dell'assedio si vedesse vicina, Carlo pensò d'andare quell'anno (774) in Roma, a passarvi, com'era allora il sogno di tutti i credenti, la Pasqua, che cadeva quell'anno il 2 di aprile. Il Re avrebbe anche avuto a Roma il modo d'accordarsi col Papa sulle grandi questioni politiche, che in conseguenza della guerra presente, dovevano sorgere inevitabilmente. Infatti, conquistato che avesse il regno longobardo, che cosa doveva farne? Non certo restituirlo all'Impero, perchè vi si sarebbe opposto Adriano I, nè egli era venuto in Italia per ciò. Darlo tutto alla Chiesa non avrebbe voluto, nè il Papa, disarmato come era, sarebbe stato in grado di governarlo. Tenerlo tutto per sè, sarebbe stato un mancare alle promesse fatte al Papa, col quale voleva andare d'accordo: per difenderlo e favorirlo egli era venuto in Italia, ed aveva intrapreso la guerra. Era dunque necessario intendersi, ed anche per ciò la sua gita a Roma riusciva assai opportuna.
Quello a cui già da un pezzo miravano i Papi, ed a cui mirava più che mai Adriano, adesso che il regno longobardo era vicino a cadere, trasparisce abbastanza chiaro dalle loro lettere e dalla così detta donazione di Costantino, la quale, sebbene sia un documento falso, compilato in questo tempo appunto da qualcuno della Curia, ha certo un notevole valore storico, perchè scopre chiaramente le mire ambiziose, che da lungo tempo aveva sempre avute la Chiesa. Questa donazione, che vien fuori adesso, ed è ben presto citata dai Papi come un documento autentico, diceva che l'Imperatore, dopo aver concesso al Papa il palazzo Laterano insieme con i più alti onori imperiali, dopo aver riconosciuto la superiorità della Chiesa, e riconosciuto nei prelati e nei cardinali la dignità senatoria, concedeva «la città di Roma e tutti i luoghi, le province e città d'Italia al beatissimo papa Silvestro ed ai suoi successori.» Per quanto vaghe e fantastiche potessero sembrare queste concessioni, risulta sempre più chiaro che i Papi aspiravano a prendere in Italia il posto che l'Impero era costretto a lasciare; e i fatti provano che Adriano I non si contentava più delle sole terre che Pipino aveva tolte all'Impero. Appunto ora gli Spoletini, per evitar di cadere sotto il dominio di Carlo, erano venuti in Roma a fare atto di sottomissione al Papa, giurandogli obbedienza, facendosi, secondo l'uso di quel tempo, tagliare i capelli e radere la barba; ed il Papa aveva accettato, riconoscendo, quasi fosse già loro legittimo signore, il nuovo Duca che si erano scelto. Osimo, Fermo, Ancona e Città di Castello imitarono l'esempio di Spoleto. Che Adriano I però pensasse sul serio di potere in Italia succedere all'Impero ed ai Longobardi, non è facile crederlo. Egli doveva ben capire che, anche avendola, non avrebbe mai potuto, nè saputo governar tutta la Penisola. Il concetto perciò che a Carlo si presentava come più pratico e più facilmente attuabile, era quello di formare nella Lombardia e nella Liguria un regno franco, cedendo al Papa, oltre il Ducato di Roma, l'Esarcato e la Pentapoli, dandogli altrove anche i territori e le proprietà su cui la Chiesa avesse potuto dimostrare d'avere giusti diritti patrimoniali. Tutto questo però non era ancora ben definito nella mente di nessuno; era sempre un argomento fluttuante, aperto alla discussione, che si sarebbe potuta fare a Roma.
A trenta miglia di distanza dalla Città, presso il lago di Bracciano, Carlo incontrò i primi dignitari mandati dal Papa. Ad un miglio di distanza dalle mura incontrò le Scholae della milizia, gli studenti con rami d'ulivo, tutta una moltitudine che s'avanzava cantando inni religiosi, portando in mano grandi croci, come s'era usato nel ricevere l'Esarca. Appena che Carlo li vide, discese da cavallo, ed andò a piedi sino a S. Pietro. L'antica chiesa, che la tradizione diceva costruita per ordine di Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai più bella, pel suo carattere veramente originale. Si trovava fuori delle mura, le quali ancora non circondavano il quartiere vaticano, che era come un sobborgo della Città. La vasta basilica a forma di croce aveva cinque navate, la principale delle quali finiva con un abside semicircolare. Alla chiesa s'arrivava traversando un atrio spazioso a forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento così della chiesa come dell'atrio, si trovava alcune braccia più in alto della piazza. Vi si ascendeva per una scala larga quanto la facciata o muro esterno. Le novantasei colonne, nonchè i mattoni coi quali erano state costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino anfiteatro di Nerone, e da altri edifizi pagani: si vedeva una grande varietà di sagome, di capitelli, di colonne. E questo gran tempio cristiano, composto coi frammenti di tempii pagani, sembrava sfavillar da lontano, perchè il tetto era formato da tegoli di bronzo dorato, tolti anch'essi dagli antichi tempii di Roma e di Venere. Nell'interno i diversi colori dei mosaici e delle pitture davano a quella chiesa una solenne e severa varietà, che armonizzava col sentimento religioso assai più del S. Pietro moderno, che sembra quasi un'immensa galleria. Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune delle quali anch'esse tolte ai tempii pagani, e adattate ad uso cristiano. A tutto ciò s'aggiungevano ricchi broccati, veli a trapunto, lamine d'oro e d'argento. Nel mezzo della croce era la Confessione dell'Apostolo, rivestita d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne di onice a spira, con un centinaio di lampade e candele, le quali ardevano giorno e notte. Ivi erano tutti i giorni prostrati in ginocchio migliaia di fedeli d'ogni sesso ed età, d'ogni condizione sociale, venuti da tutte le parti del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma era un tempio unico veramente, che poteva dirsi il centro religioso del mondo.
In cima della scala d'ingresso, circondato dal clero, da numeroso popolo, il Papa sin dal mattino aspettava il Re, che nel vederlo cadde in ginocchio ai piedi della scala, ed in ginocchio ne salì gli scalini, baciandoli l'un dopo l'altro. Giunto che fu dinanzi alla porta, il Papa lo baciò, e poi strettagli la mano, traversato con lui l'atrio, lo condusse nel tempio fino alla Confessione, dove il clero ed i cantori intonarono il versetto: «Benedetto chi viene in nome del Signore». Quel giorno stesso, sabato santo, 1º di aprile, Re e Papa, circondati da nobili franchi e romani, scesero nella Confessione, dove era la tomba di S. Pietro, e si giurarono mutua fedeltà. Dopo di che andarono a S. Giovanni in Laterano, dove il Re assistette al battesimo amministrato dal Papa. Il giorno seguente, era la Pasqua, ed il Re ascoltò la messa solenne, celebrata in S. M. Maggiore dal Papa. Il terzo giorno, che era la prima festa di Pasqua, vi fu gran banchetto; il quarto venne solennizzato in S. Pietro, dove colle lodi del Santo furono celebrate quelle del Re; il quinto in S. Paolo.
Ma più importante di tutti fu il sesto giorno, 6 aprile, quarta festa di Pasqua. Il Papa usciva di città, in solenne processione, e s'incamminava nuovamente col Re a S. Pietro, dove prese a scongiurarlo perchè volesse adempiere interamente le promesse fatte da Pipino, e da lui confermate. Allora, secondo il Libro pontificale, che è la fonte quasi unica che qui abbiamo, Carlo si fece leggere la donazione fatta da Pipino a Quierzy, la quale venne da lui e dai suoi Grandi riconfermata. Ordinò poi che venisse trascritta dal suo cappellano e notaio, nuovamente impegnandosi a concedere le terre in essa menzionate, facendone anche più specificatamente designare i confini, che si trovano infatti ripetuti nel citato racconto. Questa carta di donazione, che noi più non abbiamo, sottoscritta dal Re, dai suoi vescovi, abati, duchi e conti, fu messa sull'altare di S. Pietro; poi dentro la sacra Confessione; e finalmente venne data al Papa con solenne giuramento che sarebbe osservata. Una seconda copia, di mano dello stesso notaio Eterio, fu, a maggiore solennità e sicurtà, messa nella Confessione, là dove era il corpo di S. Pietro, sotto gli Evangeli, che ivi si solevano baciare: una terza restò nelle mani del Re. Questa narrazione ci è data dal Libro pontificale, nella vita di Adriano I, il cui autore dice d'aver visto coi propri occhi l'atto di donazione. Ciò nondimeno, sulla esistenza di esso e su tutto il racconto si sono fatte dispute infinite, che hanno dato origine ad una intera letteratura: si è parlato di falsificazioni, d'interpolazioni, e simili. Il resultato della lunga disputa è stato però, che oggi si presta fede allo scrittore della vita d'Adriano: le divergenze sorgono piuttosto sul modo d'interpetrare le sue parole.
Secondo lui adunque l'atto di donazione dava al Papa l'Esarcato, nella sua più antica e vasta estensione. Non ricordava espressamente la Pentapoli, ma par certo che intendesse d'includervela; aggiungeva poi i Ducati di Spoleto e di Benevento, la Toscana intera e la Corsica, la Venezia e l'Istria. Così il nuovo regno che Carlo avrebbe serbato esclusivamente per sè, si sarebbe ridotto in assai angusti confini nell'Italia settentrionale, ed il Papa sarebbe divenuto padrone di quasi tutta l'Italia centrale e meridionale, con una parte anche della settentrionale. È certo però, che i confini delle terre concesse al Papa, al di fuori del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, sono indicati in un modo assai indeterminato. E bisogna concludere, che o s'intese accennar solamente ai beni patrimoniali che la Chiesa affermava di possedere nelle altre province, ed il cui possesso credeva di poter documentare; o se si volle veramente promettere in queste un vero e proprio diritto di sovranità, siffatte promesse non furono certo mantenute. E ciò potè essere avvenuto non perchè il Re avesse mutato animo, o avesse voluto ingannare; ma perchè ben presto dovette accorgersi che il Papa non era in grado di conservare neppur quello che gli era stato già concesso. In ogni modo, anche volendo, nel 774 era assai difficile determinare con precisione quello che gli si sarebbe veramente potuto dare. Da una parte le pretese del Papa crescevano ogni giorno; e da un'altra si trattava di conceder quello che si doveva ancora conquistare. L'incertezza ne seguiva perciò come necessaria conseguenza, ed apriva la porta a molte discussioni, a cui solo l'esito finale della guerra poteva porre un termine.
Tra la fine di maggio ed i primi di giugno, re Carlo, fatta a Roma un'assai breve dimora, se ne tornava a Pavia, che dopo avere già resistito circa otto mesi, dovette finalmente arrendersi. E qui la leggenda viene di nuovo a mescolarsi colla storia. Si narra che una figlia di Desiderio, innamoratasi di Carlo, gli facesse, per mezzo d'un proiettile spinto attraverso il Ticino, pervenire una sua lettera, e che dalla risposta avuta s'accendesse vieppiù nel suo amore. Furtivamente allora prese le chiavi della città, che erano sospese al letto del padre, e di notte aprì la porta al nemico. Quando però ella andò incontro a Carlo, venne dai cavalieri franchi, che furiosamente s'avanzavano, calpestata ed uccisa. Tutto questo sembra significare, che Pavia s'arrese non solo per la fame e per le malattie, ma ancora per le discordie interne dei Longobardi. Il re Desiderio fu condotto via, con la moglie e la figlia, in Francia, dove morì oscuro monaco. Il valoroso Adelchi s'era già, per la resa di Verona, che alcuni vorrebbero avvenuta dopo quella di Pavia, rifugiato a Costantinopoli. Tutte le altre terre longobarde, nell'alta e nella media Italia, cedettero l'una dopo l'altra. E così può dirsi colla caduta di Pavia caduto il regno dei Longobardi, che era durato più di due secoli.
CAPITOLO VII Formazione del regno franco in Italia — Congiure e ribellioni contro il Papa, che chiede aiuto a Carlo — Questi torna in Italia, e celebra in Roma la Pasqua del 781
Carlo, che era giunto appena alla età di circa trentadue anni, ed aveva da ogni parte assicurato il suo vasto regno, reso vastissimo dalle conquiste, prese ora il titolo di re dei Franchi, re dei Longobardi e patrizio dei Romani. La sua cancelleria cominciò nei pubblici atti a computare gli anni del regno dalla presa di Pavia, e così fecero anche i privati: il nome dell'Imperatore di Costantinopoli fu in questi documenti come dimenticato. Il nuovo regno dei Franchi nell'alta Italia si estese al di là dell'Isonzo fino all'Istria; ma la supremazia di fatto esercitata da Carlo si allargò a tutta l'Italia centrale. Spoleto che aveva giurato obbedienza al Papa, se ne allontanò, per sottomettersi a Carlo. Il duca di Benevento, Arichi, continuava però a farla da sovrano indipendente; quello del Friuli s'era sottomesso assai di mala voglia, ed aspettava una qualche occasione per ribellarsi. In ogni modo il titolo di Patrizio dei Romani assunto da Carlo non era più un semplice ornamento, ma cominciava ad acquistare un valore reale, perchè egli era divenuto davvero il protettore e difensore della Chiesa. Infatti anche le province più esplicitamente proprie di essa giurarono a lui fedeltà. Par che egli si serbasse il diritto di decidere le condanne capitali, togliendole alle autorità ecclesiastiche; più di una volta infatti lo vediamo sedere pro tribunali, e giudicare nella stessa Roma. Con grande accorgimento non assunse però mai il titolo di re d'Italia, ma quello solamente di re dei Longobardi; e non volle aggregare alla Francia neppur quella parte d'Italia, che ritenne per sè. Ne formò come una provincia separata, quasi un regno autonomo, cui lasciò le antiche istituzioni e gli antichi Duchi: in qualche luogo pose, invece del Duca, un Conte. A Pavia però cominciò subito ad ordinare un'amministrazione nuova, pigliando per sè i beni della corona longobarda, una parte dei quali dette ad alcuni conventi in Francia, il che si potrebbe dire un principio di assimilazione.
Ad un tratto re Carlo fu costretto a ripassare improvvisamente le Alpi, per correre a domare la ribellione dei Sassoni, contro i quali vinse nel 775 una grande battaglia, dopo di che tornò, come vedremo, in Italia a sottomettere il duca del Friuli; ma dovette di nuovo traversare le Alpi, per continuare contro i Sassoni quella lotta, che pareva non dovesse aver mai fine. Sebbene però la resistenza loro e degli Alamanni fosse oltre ogni dire ostinata, gli uni e gli altri, come popolazioni più omogenee, finirono coll'essere assimilati ai Franchi. Lo stesso non potè mai seguire degl'Italiani, che resistettero assai più debolmente e furono più facilmente domati. Durante i due secoli vissuti insieme, Longobardi e Romani s'erano fusi in un popolo solo, e quindi v'era una generale e persistente ripugnanza degli uni e degli altri contro i Franchi, soprattutto poi nei Duchi ed in genere nella classe governante. Nè meno profonde erano queste antipatie nelle terre occupate ancora dai Bizantini, i quali, essendo irritatissimi per ciò che era stato loro tolto dai Franchi, si sforzavano in ogni modo di seminare nelle popolazioni odio contro di essi. Tutto ciò fu causa di grandi disordini, cui se ne aggiunsero, come inevitabile conseguenza, altri di natura diversa, ma non meno gravi.
Gli arcivescovi di Ravenna avevano, noi già lo vedemmo, dato origine a molti dissensi e conflitti con Roma; e questi, nel disordine presente, rinascevano più vivi che mai. L'arcivescovo Leone era riuscito nel 771 ad assumere l'alto ufficio, vincendo il suo rivale con l'aiuto di Carlo ed il favore del Papa, al quale si dichiarò allora obbediente; ma adesso, mutati i tempi, cominciò invece a fare opposizione. Gli pareva che, cessato in Ravenna il dominio bizantino, l'Arcivescovo dovesse nella sua sede assumere quella medesima autorità che il Papa assumeva in Roma. Si faceva forte non solamente delle speciali condizioni in cui s'era sempre trovato il seggio episcopale nell'Esarcato; ma anche della Prammatica sanzione, che dava ai Vescovi facoltà di nominare i giudici, i quali erano anche amministratori. — Non s'era a lui stesso rivolto Adriano I, quando si trattava di far giudicare l'Afiarta; non aveva egli fatto eseguire la sentenza di morte, senza neppur consultare il Papa? Le facoltà concesse dall'Imperatore ai Vescovi non potevano diminuire per la donazione fatta da Carlo a quello di Roma; nè potevano esser distrutte dall'autorità che il titolo di Patrizio dava al Re. I mutamenti avvenuti erano stati fatti in nome del popolo romano, il quale non poteva certo essere tenuto superiore all'Imperatore. — Così pare che ragionasse l'arcivescovo di Ravenna: certo si può affermare che la sua condotta appariva guidata da queste idee. E però egli voleva nell'Esarcato e nella Pentapoli assumere la stessa posizione (e per le stesse ragioni), che il Papa assumeva nelle terre da cui l'Impero si ritirava. Trovò, è vero, una viva resistenza nella Pentapoli, che si dichiarò favorevole al Papa; ma nell'Esarcato gli riuscì d'insediare i suoi ufficiali, facendo respingere quelli mandati da Roma. L'Arcivescovo aveva avuto l'accortezza di mostrarsi avversissimo ai Longobardi, favorevole ai Franchi; e però Carlo non poteva osteggiarlo. Un tale stato di cose riusciva utile al Re, per tenere un po' a freno l'ambizione sempre crescente del Papa.
Di tutto ciò Adriano I era naturalmente scontentissimo, e ne moveva lamento a Carlo, incitandolo a tornare in Italia, per ristabilirvi l'autorità della Chiesa, e mantenere le promesse fatte. E continuando ne' suoi rammarichi, gli rendeva conto d'una congiura tramata in Italia, d'accordo con Costantinopoli, contro i Franchi. Egli esagerava non poco la parte che solo indirettamente potè avervi presa l'arcivescovo di Ravenna, il quale s'era, come dicemmo, dichiarato amico dei Franchi; e quella ancora che vi avevano presa i duchi di Benevento e di Spoleto, che nuovamente s'erano alienati da lui. Il Papa affermava, fra le altre cose, che una lettera, nella quale il patriarca di Grado gli rendeva conto della congiura, eragli pervenuta coi suggelli rotti dall'Arcivescovo, che l'aveva aperta per renderne conto ai due Duchi coi quali cospirava. La verità è che una cospirazione si tramava davvero da parecchi duchi longobardi contro i Franchi e contro il Papa. Chi diceva che Rodogaudo duca del Friuli aspirava alla corona di Desiderio, e chi diceva che i Longobardi volevano ripristinare l'interregno che s'era avuto dopo la morte di Clefi. Si aggiungeva che da Costantinopoli erano partite navi, comandate da Adelchi, per secondare la trama. È possibile che l'arcivescovo Leone la favorisse, perchè essa riusciva a danno del Papa, col quale si trovava in lotta; ma non è credibile che egli avesse voluto cooperare alla cacciata dei Franchi, dei quali era amico, ed alla ricostituzione del dominio longobardo, al quale s'era manifestato avverso. Sembra però certo che a Spoleto si era tenuta un'adunanza, nella quale fu deliberata la congiura di cui il Papa, esagerandola, avvertiva re Carlo.
Questi, pigliando la cosa con molta calma, cercò prima di tutto di separar dagli altri cospiratori i duchi di Spoleto e di Benevento, promettendo di lasciar loro una maggiore indipendenza. Oltre di ciò, la notizia arrivata in Italia nel febbraio del 776, che l'imperatore Copronimo era morto, levava ai cospiratori il principale appoggio su cui avevano fatto assegnamento. Intanto il Re, che si trovava allora libero dalla guerra contro i Sassoni, si mosse con poche genti verso l'Italia, dove pervenne colla rapidità del fulmine, ed attaccò battaglia col solo Rodogaudo, che fu subito vinto, e pare anche ucciso. Così Carlo fu padrone del Friuli, avendo ben presto superato anche la poca resistenza fatta da Treviso, dove il 14 aprile 776 potè celebrare la Pasqua. Se nella sua prima venuta in Italia egli s'era dimostrato assai indulgente, adesso, invece, irritato dalla congiura, si dimostrò severissimo. Molti furono, per la confisca dei loro beni, ridotti alla miseria, e quando non vennero chiusi in carcere, andarono pel mondo raminghi. Fu imprigionato tra gli altri anche il fratello dello storico Paolo Diacono. E questi, dopo aver lodata la generosità dimostrata dal Re nella sua prima venuta in Italia, dovette ora lamentare la lunga e crudele prigionìa del proprio fratello, la cui moglie andò limosinando coi figli, laceri e privi di tutto. Carlo cominciò adesso a porre nelle città italiane, molto più che non aveva fatto prima, Conti invece di Duchi. I primi erano meno potenti, più sottomessi a lui che li nominava, e quindi più obbedienti. Ai confini del regno, per meglio difenderli, egli soleva costituire le Marche, riunendo in una più contee, che affidava a conti di Marche, i quali erano perciò non meno potenti dei duchi: e così fece ora nel Friuli. Dopo di ciò, dovendo da capo ripigliare la guerra contro i Sassoni, ripartì dall'Italia, senza avere neppure visitato il Papa, verso il quale par che fosse questa volta un po' freddo, dimostrando invece, almeno in apparenza, qualche favore all'arcivescovo di Ravenna. Vinti dopo fiera resistenza i Sassoni, Carlo dovette andare rapidamente verso la Spagna, e, passati i Pirenei, mosse guerra agli Arabi, prese Pamplona, e s'avanzò fino a Saragozza. Ma allora fu subito costretto a tornare indietro per combattere di nuovo i Sassoni. La sua retroguardia venne per via fieramente assalita dai Baschi, e addirittura distrutta nella celebre rotta di Roncisvalle (778), nella quale morì il fiore dei paladini franchi, e fra gli altri quell'Orlando, il cui valore è tanto celebrato nei poemi cavallereschi. Ciò non ostante, Carlo continuò il suo cammino, inflisse nel 779 una nuova disfatta ai Sassoni, e poi ripassò per la terza volta le Alpi, venendo in Italia, dove lo stato delle cose imperiosamente lo chiamava.
A Ravenna allora era morto l'arcivescovo Leone, ma non era cessata del tutto l'opposizione al Papa, al quale avversissimi si mostravano sempre più anche i duchi di Spoleto e di Benevento. Questi davano animo a tutti i nemici, a tutte le terre che a lui si ribellavano, come ora aveva fatto Terracina, che, seguendo l'esempio di Gaeta, s'era dichiarata pei Bizantini. Di ciò il Papa amaramente si doleva col Re, invocandone l'aiuto. Ed ora per la prima volta faceva ufficialmente allusione alla donazione di Costantino a Silvestro. Nel determinare però quali erano i dominii che pretendeva per la Chiesa, si manteneva in limiti assai più modesti di quelli indicati nella donazione. Infatti egli accennava solamente ai patrimoni spettanti a S. Pietro nella Toscana, nello Spoletino, nel Beneventano, nella Corsica e nel territorio sabino, patrimoni che i Longobardi avevano usurpati, ma che erano della Chiesa, in conseguenza di donazioni fatte da Imperatori, da Esarchi e da altri per la salute delle loro anime, come poteva con documenti provare. Sembrerebbe perciò che, ad eccezione del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, si trattasse, per ora almeno, solo di poderi, di terre, e di case sparse in diversi luoghi. Il Libro pontificale avrebbe quindi, in modo più o meno indeterminato e vago, esagerato, mutando il diritto di proprietà sopra alcuni terreni in diritto di sovranità sulle province in cui essi si trovavano.
Il Papa si rivolgeva ora a Carlo, come a legittimo signore, chiedendogli ciò che secondo lui apparteneva alla Chiesa, difendendosi nello stesso tempo dalle calunnie che gli erano state fatte da' suoi nemici circa la corruzione del clero, circa il commercio degli schiavi, che dicevano da lui favorito, e che egli invece aveva condannato e cercato d'impedire. Ma quello che è più notevole, come prova della grandissima autorità che il Papa riconosceva sempre nel Re, gli chiedeva ora il permesso di tagliare alberi nei boschi dello Spoletino, per avere le travi necessarie a restaurare il tetto della chiesa di S. Pietro. Ciò dimostra ad evidenza che Adriano era ben lungi dal presumere di volerla far da padrone in quasi tutta l'Italia centrale e meridionale, come vorrebbe far credere il Libro pontificale.
Verso la fine del 780 Carlo passava il Natale a Pavia con la moglie Ildegarda, e i figli Carlomanno e Lodovico. Sebbene fosse questa volta venuto in Italia senza un esercito, la sua dimora fu pure importantissima, per le leggi o capitolari che allora pubblicò, cercando di dare assetto definitivo al governo del paese. Alcune di queste leggi, già pubblicate in Francia, vennero ora sanzionate in Italia; altre furono fatte specialmente per essa, e quasi tutte a vantaggio della Chiesa. A questa egli assicurava la riscossione delle decime, aumentava le rendite; cercava di regolare anche il pagamento dei censi che le eran dovuti, di determinare la dipendenza dai metropoliti, e di render sicura l'amministrazione della giustizia per parte dei conti. Tutto ciò, com'è naturale, di pieno accordo e con soddisfazione del Papa, col quale il 15 aprile 781 passava la Pasqua in Roma, dove fece da lui ribattezzare il proprio figlio Carlomanno, che prese allora il nome di Pipino. E perciò d'ora in poi Carlo nelle lettere papali è chiamato sempre compater noster. Nello stesso giorno Pipino venne dal Papa consacrato re d'Italia, e Lodovico re d'Aquitania: atto questo di pura forma, giacchè l'uno di essi aveva appena compiuto quattro anni, e l'altro due solamente.
Certo tutto ciò accresceva non poco l'autorità del capo della Chiesa, il quale sembrava assumere ognor più la facoltà di fare e disfare i regni. Ma il potere supremo, effettivo e reale, anche in Italia, rimaneva nelle mani di Carlo, il quale solo firmava i pubblici documenti del regno, che uscivano ora dalla cancelleria franca.
CAPITOLO VIII Irene governa in Costantinopoli — Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni — Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento — Combatte gli Avari — Dispute religiose — Morte di Adriano I e suo carattere
Adesso tutto sembrava andare a seconda di re Carlo. In Costantinopoli a Costantino Copronimo era successo Leone IV iconoclasta, ed a questo succedeva nel 786 la vedova Irene, la quale venne incoronata insieme col figlio Costantino VI di soli dieci anni. Ella, che era favorevole al culto delle immagini, ed aveva, come donna, bisogno di consolidare la sua posizione sul trono, fece subito adesione alla Chiesa di Roma, e mandò a Carlo ambasciatori, chiedendo sposa per suo figlio la primogenita del Re, Rotruda, la quale aveva soli otto anni. Così pareva si potesse sperare non solo che a Costantinopoli s'andasse d'accordo coi Franchi, ma che non si dovesse porre alcun ostacolo al libero possedimento concesso alla Chiesa dell'Esarcato, della Pentapoli e delle terre sulle quali essa poteva dimostrare di avere legale diritto. Se non che appunto quando sembrava che si fosse per venire ad accordi, Carlo dovette improvvisamente partire, per ripigliare l'eterna guerra contro i Sassoni, di nuovo violentemente insorti. Egli li vinse e punì severamente, avendone, si dice, in un sol giorno condannati a morte 4500. Ma questo, invece di domarli, li fece insorgere con maggior violenza. Nell'anno 783, in cui perdette prima la moglie e poi la madre, dovè combatterli da capo, e dette finalmente ad essi un'altra decisiva disfatta. Dal campo di battaglia, che lasciò coperto di cadaveri, se ne tornò ricco di preda in Francia, ove diede sepoltura alla madre ed alla moglie, sposandone ben presto un'altra, Fastrada. Nella state del 785 egli dette ai Sassoni una nuova e grande disfatta. Il loro celebre capo Viduchindo, che li aveva sempre guidati, si sottomise e si convertì al cattolicismo, il che fu come il principio della sottomissione e conversione di tutto il popolo. Ma per arrivare a un tal resultato Carlo dovette successivamente spedire contro i Sassoni undici eserciti, nove dei quali furono comandati da lui in persona.