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Le invasioni barbariche in Italia

LIBRO PRIMO DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE (continued 2)

Reading edition

CAPITOLO VI Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico

Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente, ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario, cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro. Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso generale Stilicone, Magister utriusque militiae, un Vandalo che aveva gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà per l'avvenire.

L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo avevano formato Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti del Pretorio alla testa delle quattro Prefetture: l'Italia cioè con le sue isole e l'Africa, la Gallia con la Spagna e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A Costantinopoli come a Roma v'era un Prefetto della città con un Senato, che andava sempre più perdendo il suo potere politico, per divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano divise in Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise in Municipi, i quali erano ordinati a similitudine di Roma, col loro Senato o Curia e la plebe. Essi restarono, nel disfacimento generale dell'Impero, l'unico organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, come abbiamo già visto, era l'ordinamento militare, coi Magistri peditum e Magistri equitum, due uffici che si univano spesso in una persona sola, chiamata allora Magister militum o Magister utriusque militiae. Il numero di questi grandi ufficiali militari variava spesso: in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova non di rado un Magister utriusque militiae, quale adesso era appunto Stilicone.

Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, che procedeva parallelamente, avrebbe dovuto, come abbiamo già visto, metter capo alla sola autorità suprema dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto impossibile ora che a due imperatori inesperti e indipendenti l'uno dall'altro, si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della Gallia, avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste sue stesse qualità di grado in grado salito ai primi onori. Costretto a raccogliere danaro per l'amministrazione e per l'esercito, doveva aggravare di tasse il popolo, cui era perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto del Pretorio per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di sua vita aveva riunito l'Impero, trovato a far le parti di primo ministro, presumeva ora di poter dirigere non solo la politica generale dell'Oriente, ma quella ancora dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi ancora alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal fine vittoriosamente combattuto, godeva di questo la piena fiducia. Aveva inoltre sposato Serena, la nipote di Teodosio, che morendo (così generalmente si diceva) gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi figli. E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, Stilicone pretendeva di comandare militarmente su tutto l'Impero. S'aggiungeva a ciò, che come capo dell'amministrazione, Rufino rappresentava i Romani, e come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, che nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi dell'Impero si trovavano adunque fatalmente alla testa di due partiti, con pericolo evidente in un avvenire non lontano.

Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, perchè se egli aveva in mano la borsa, Stilicone aveva le armi. E per riempire la borsa erano necessarie le tasse, che partorivano odio. Nella Corte stessa non mancavano intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio, non essendo come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi intollerante d'una tutela permanente ed incomoda. E ne diè prova sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, celebre per la sua bellezza, che gli era stata raccomandata dall'eunuco Eutropio, il quale aveva l'ufficio di Praepositus sacri cubiculi: tutto ciò a dispetto di Rufino, che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno la sua autorità era sempre grandissima, come si vide ben presto.

I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti sussidi, e più di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè non aveva potuto avere il titolo chiesto di Magister militum, cominciarono a percorrere il paese, tumultuando e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò alla testa dell'esercito, per sottometterli; ma Rufino potè, in nome d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose d'Occidente, e rimandasse a Costantinopoli i soldati che appartenevano all'Oriente, e che erano la più parte barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire, e li fece partire sotto il comando del generale goto Gainas, il quale si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con l'eunuco Eutropio, contro Rufino. Certo è in ogni modo, che quando i soldati furono presso Costantinopoli, ed il 27 novembre 395 vennero passati in rivista da Arcadio insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato; e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con questa spada ti colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. Il suo cadavere venne dalla moltitudine fatto a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la testa infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, con la mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse.

In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il potere di Eutropio, che gli successe; e pareva ancora che i barbari fossero addirittura divenuti i padroni in Costantinopoli, essendo riusciti ad occupare i principali uffici militari e civili. Ma ciò appunto provocava una reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, incitandolo a porsi «alla testa dell'esercito, come gli antichi Cesari; e non permettere che i barbari piglino posto perfino nel Senato, che portino la toga da essi disprezzata, che riempiano le legioni e facciano tumulto, che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, egli concludeva, di Romani che difendano la patria.» Ma ciò nonostante il potere di Gainas e dei Goti era sempre grandissimo. Era cresciuto, è vero, anche il potere di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console; ma questi, generalmente odiato, venne in discordia con la Imperatrice e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare a morte, dopo di che assunse l'ufficio di Magister utriusque militiae, e fu davvero l'uomo più potente in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, la quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo politico s'aggiunse il religioso.

Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, uomo di grande autorità e fermezza, irremovibile anch'esso nella sua dottrina atanasiana, già fatta prevalere da Teodosio. I barbari erano invece ariani, e però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro culto, e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla fuori delle mura. Se non che tutto ciò era secondo le leggi e gli ordini di Teodosio; e Crisostomo, deliberato a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas, ricordandogli che aveva accettato di servire l'Impero, con l'obbligo di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere nè da una parte nè dall'altra, gli animi s'accesero per modo che il 12 luglio 400 scoppiò contro i barbari un tumulto assai violento. Molti ne furono uccisi, gli altri si dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto, inseguito, cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio con alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che credettero con ciò di far cosa grata all'Impero. Questo fu il più notevole avvenimento nella vita di Arcadio, giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari; l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, che serbò fino alla sua caduta; e l'Imperatore potè governare coll'appoggio del partito nazionale ortodosso. Restavano però sempre i Goti federati, che occupavano la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato di Gainas, trovandosi sempre più irritati e scontenti, perchè era un pezzo che i soldati non ricevevano le paghe. Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e minaccioso?

Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno di spingere Alarico coi suoi in Occidente. Così non solo si liberavano colà da un pericolo continuo, ma si dava del filo da torcere a Stilicone. Si voleva però evitare il pericolo che i due generali barbari facessero causa comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, finisse col divenire più potente che mai. E fu perciò che, poco dopo la morte di Teodosio, Rufino lo aveva costretto a fermarsi, togliendogli una parte dell'esercito. Da un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato dell'Impero, era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli conveniva neppure umiliarli troppo, senza addirittura disfarli, perchè così li avrebbe resi sempre più avversi e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio. Avrebbe quindi voluto dimostrar loro che poteva colle proprie armi tenerli a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio, aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In tal modo se ne sarebbe anche avvantaggiata non poco la sua posizione militare e politica, quello appunto che a Costantinopoli si voleva evitare. Ne seguì quindi per qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti verso l'Occidente, che a sua volta li rimandava indietro: erano come ballottati da una parte all'altra.

Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E così finirono verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi un proprio re nella persona appunto di Alarico, che noi abbiam visto fin dalla sua prima gioventù combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice significare audace (id est audax), e che risponde infatti alla parola inglese bold, ardito. Educato alla disciplina militare romana, egli veniva adesso levato sugli scudi dai suoi connazionali; e ciò aveva una grande importanza, perchè così i Visigoti federati si ricostituivano come nazione, o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero. Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli sentire il bisogno di liberarsene, spingendoli sempre più verso l'Occidente. Se non che Stilicone si trovava anch'esso alla testa d'un formidabile esercito, di cui, per la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico s'avanzò, saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò subito incontro, e respintolo dal Peloponneso, lo chiuse nei monti. Pareva allora che lo avesse già in suo potere; ma invece si seppe a un tratto, che Alarico, insieme con tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro settentrionale messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. Chi diceva che era stata una sua abile manovra; chi supponeva che era stata negligenza o tradimento di Stilicone, e chi finalmente affermava che tutto era conseguenza di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli. Certo è che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza inseguirlo, e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso di Arcadio, che gli concesse anche l'ambito ufficio di Magister militum. E si trovò come a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente, con grande facilità di ripigliare la strada momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo non solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente delle armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero.

La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta l'Italia. Ve lo spingevano da Costantinopoli, per liberarsi una volta di lui e dei suoi. Dopo la rivolta nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio dei barbari, l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale ambizione ed un vero spirito di avventure. Secondo la leggenda, una voce interiore gli andava continuamente ripetendo: Penetrabis ad Urbem! Quale fosse allora il suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito soldato, senza un vero genio politico o militare; una specie di capitano di ventura, come la più parte dei generali barbarici di quel tempo, che non avevano una patria, e combattevano sopra tutto per meglio assicurare la loro posizione personale. Si trovava però a capo d'una immensa moltitudine di soldati, vecchi, donne, bambini, e questo gl'imponeva molti doveri, gli dava grandi pensieri. Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente, non è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed inoltre un tale pensiero sarebbe allora ad un barbaro sembrato quasi un sacrilegio. S'avanzava quindi minacciando, saccheggiando, sperando sempre di trovar finalmente modo di far parte integrante e normale dell'Impero.

In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità di Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito di far domare la ribellione di Gildone, seguìta in Africa nel 398. Egli aveva sposato una nipote di Teodosio, ed aveva dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio; nel 400 fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva apparire come un possibile pretendente all'Impero, almeno pel suo figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava anche nemici. Per necessità delle cose si trovava divenuto come il difensore naturale dell'Italia. E quindi appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse nella Rezia e respinse un esercito giunto colà sotto il comando di Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. Raccolse poi quanti più uomini potè, e col suo esercito così ingrossato, discese nell'alta Italia. Ivi pensò, innanzi tutto, a liberare e mettere al sicuro Onorio, che trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo d'essere circondato dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, che si poteva più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio del mare. Così dal 402 al 475 essa restò sempre capitale dell'Impero d'Occidente, e poi fu capitale dell'Esarcato, che di là potè facilmente comunicare con Costantinopoli.

Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, che s'avanzava con un esercito numerosissimo. Stilicone richiamò quindi dalla Britannia la dodicesima legione, e quel che era assai più grave, richiamò anche le legioni che si trovavano a guardia del Reno, lasciando così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva provvedere al pericolo imminente, pensando che, una volta vinto Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere gli altri barbari, forse anche facendosi aiutare da lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402 (data incerta anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera battaglia. Era di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi di ciò, sorprese il nemico nel campo, mentre celebrava le sacre feste. La vittoria fu sua, ma i Goti si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di nuovo battuti presso Verona, se ne andarono a casa senza essere inseguiti. Si tornò quindi, come era naturale, a parlar di tradimento. Nondimeno nel 404 Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore in Roma. E furono, in questa occasione, celebrati quei giuochi dei gladiatori, che più volte, per istigazione dei Cristiani, erano stati invano proibiti. Questa volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in mezzo ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli in nome di Gesù Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, tra le grida d'indignazione; ma si afferma che d'allora in poi i giuochi inumani cessassero davvero. La condotta ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia sempre maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando.

Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era stato già prima battuto nella Rezia, si avanzò con un esercito, che Orosio porta a duecentomila uomini, altri fanno ascendere fino a quattrocentomila, il che prova la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, riuscendo a chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo affamò e disfece, pigliando prigioniero lo stesso Radagasio, che fu poi ucciso (405). Tutti gli altri morirono o si sbandarono, andando per fame raminghi. E questa vittoria che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che l'aveva ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, massime quando poi arrivò la notizia che moltitudini di Alani, di Svevi e di Vandali, passato il Reno, rimasto indifeso, erano penetrati nella Gallia (406) e liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente disfatto Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, fare lo stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe lasciar l'Impero in balìa dei barbari. Perciò ha richiamato le legioni dal Reno, lasciando invadere la Gallia, come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi di Gainas, il quale se non era insieme coi suoi distrutto, avrebbe dato in mano dei Goti l'Oriente, che è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma e l'Italia saranno dominate dai barbari. —

Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana dell'esercito, a segno tale che le legioni della Britannia nel 407 proclamarono nuovo imperatore uno il quale pareva non avesse altro titolo che il nome di Costantino, ma che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere i barbari; ma ormai non era più possibile ricacciarli al di là del Reno. Riuscì nondimeno a ripigliar la guardia del fiume, per impedire almeno che ne passassero altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia nuove legioni, mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità contro il tiranno, come era chiamato Costantino, perchè non si riteneva legittima la sua elezione. Così in Occidente si trovavano a contrasto due imperatori fra di loro e coi barbari. Tutto ciò si attribuiva a colpa di Stilicone, che veniva perciò sempre più odiato, sempre più calunniato. Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna combattuto Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano di esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo figlio, e che egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. Più tardi, quando morì Arcadio (1º maggio 408), si affermava invece che egli presumeva farlo imperatore d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, lo aveva indotto a sposar l'altra sua figlia Termanzia, senza curarsi che il clero cristiano condanna le seconde nozze con la sorella della prima moglie. — Insomma ogni arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a renderlo odioso ai Cristiani ed ai Pagani.

Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi ed insospettirsi di lui anche Onorio, il quale aveva un certo sentimento tradizionale dell'autorità imperiale, e mal tollerava, sebbene non lo dimostrasse ancora aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua indole incerta e titubante lo faceva sempre oscillare. Dopo la battaglia di Pollenzo, pareva che avesse accettato il disegno di Stilicone, che era di lasciare ad Alarico, sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta la Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche tempo divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone pensava che così si sarebbero resi contenti i Goti; si sarebbe avuto a propria disposizione tutto l'esercito di Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto rimettere l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza di ciò, Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, per ordine improvviso di Onorio, fu inaspettatamente fermato. Un tal fatto, come era naturale, lo sdegnò in estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere indennizzato delle spese che aveva fatte. Ed essendosi Onorio sbigottito, la domanda fu col suo assenso portata e sostenuta da Stilicone in Senato, con la dichiarazione che bisognava consentire, perchè non s'era in grado di resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve che per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia romana si ridestassero, e che il senatore Lampridio esprimesse il sentimento comune, quando esclamò: Non est ista pax, sed pactio servitutis!

In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione di questi due elementi, che ne costituivano la personalità, scaturivano la sua forza e la sua debolezza. Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che vi si tenevano in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone rappresentava la società in cui egli si trovava. Di qui la sua forza. L'idea di valersi dei Goti a vantaggio dell'Impero, poteva sembrare una continuazione della politica di Teodosio, che a lui lo aveva raccomandato, sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta però che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone sarebbe stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente soccombere. Purtroppo il conflitto si poteva dire adesso già cominciato. Infatti i Goti, anche dopo ottenuta la chiesta indennità, erano scontenti e minacciavano. Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria alla salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava nel fuoco più che poteva, e fra gli altri un ufficiale della guardia imperiale, di nome Olimpio. A Ticino (Pavia) si trovavano allora le legioni romane, destinate, a quanto pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro i barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La colpa d'ogni danno, d'ogni pericolo presente, veniva colà attribuita a Stilicone, che si trovava a Bologna. — Egli, così dicevano, aveva voluto salvare ad ogni costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del Reno, perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, ciò che pur troppo era avvenuto. — Onorio allora si trovava appunto a Pavia, dove a un tratto scoppiò un tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli amici di Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già prima consapevole di ciò che ora avveniva.

Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione dei loro altari.

La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico. Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia o altrove, assumendo il grado di Magister utriusque militiae. Ma quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora, dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico, quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo gravissimo che correva adesso l'Impero.

Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere così lungamente protetto Roma.

Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a muovere essa il popolo alla vendetta.

Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser Magister utriusque militiae; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato. Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente saccheggiando il paese.

Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla, circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio, proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà, e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: Pone praetium carni humanae. Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza nella storia del mondo.

Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma di guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, entrò col suo esercito per la Porta Salara nella città di Roma. Era un fatto nuovo, da otto secoli non mai avvenuto, nè creduto possibile. La maraviglia fu perciò così grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo stesso re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo tre soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito di barbari, venuti in sostanza come conquistatori, non potè restare in Roma senza molte violenze e saccheggi. Ma tutto quello che noi sappiamo di sicuro c'induce a credere che le violenze furono assai minori di quel che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. Il palazzo di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito bruciato, ma d'altri incendi non si parla determinatamente, sebbene possa supporsi che ne siano avvenuti. E tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o dalla leggenda tendono solo a provare il grande rispetto che Alarico dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto alle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di asilo. Infatti coloro che si rifugiarono nei luoghi sacri furono salvi. Ma anche fuori delle chiese i Cristiani, quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti rispettati, tali essendo gli ordini severissimi del loro capo. Orosio, S. Agostino, S. Girolamo parlano di questo sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono una giusta punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non s'erano convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. Per essi Alarico non è che uno strumento nella mano di Dio, il suo ingresso in Roma è destinato ad accelerare il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che i danni furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto si disse da molti.

Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove si trovava anche il Papa, invano andato colà, per tentare un qualche accordo fra Alarico ed il sempre titubante Imperatore. Si narra, a provare sempre più la indifferenza ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la desolante notizia, Roma è perita, egli credette che si trattasse d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma; ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, se poco fa gli ho dato da mangiare colle mie proprie mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo da Procopio, che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che quando s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore molto credibile.

Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, Alarico mosse per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando sino a Reggio di Calabria. Colà si apparecchiava ad imbarcarsi, per andare non si sa ben dove. Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri in Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava così d'imporre condizioni d'un accordo tollerabile. Ma ad un tratto andò tutto a monte. Le navi, su cui doveva traversare lo stretto, naufragarono; ed egli stesso, improvvisamente ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo averlo colà seppellito, fecero riprendere alle acque il corso primitivo, per nascondere così a tutti la tomba del loro valoroso duce.

CAPITOLO VII Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia

La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato delle cose. I Goti elessero a succedergli suo cognato Ataulfo, il quale, anche meno di lui, voleva esser nemico dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa testimonianza in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. «Dapprima, avrebbe detto il successore d'Alarico, era stata mia intenzione farmi padrone dell'Impero, ed assumere in esso il posto di Cesare Augusto, trasformando in Gotia la Romania.[17] Ben presto però l'esperienza mi persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva dominato il mondo, non solo con le armi, ma anche colle leggi e con la disciplina. E i Goti, per la loro indomita barbarie, non sanno obbedire alle leggi, senza di che Respublica non est Respublica. Pensai perciò di ricondurre, mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, desiderai, colla pace, esserne il restauratore.»

Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora un altro fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva menato seco, insieme con la preda, molti prigionieri. Fra questi era Galla Placidia, la celebre bellezza, che faceva parte d'una generazione di donne, tutte per questa loro bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, una gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina aveva dominato Valentiniano I. La loro figlia Galla conquistò l'animo di Teodosio I. Galla Placidia, nata dal loro matrimonio, trascinata ora prigioniera in Calabria, innamorò di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla, il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. Certo è che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero della Sicilia e dell'Africa, e ripartì per condurre i suoi nella Gallia, dove sperava trovar per essi una sede adatta, col consenso dell'Impero, di cui voleva possibilmente essere amico. Era il pensiero che, sotto forme diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani e barbari, accogliendo i Goti come parte dell'Impero, valendosene a difenderlo. Lo avevano avuto Teodosio, Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano che lo avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato avverso; ma lo stato delle cose era divenuto tale adesso, che anch'egli poteva desiderare d'accettare il disegno più volte respinto.

Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in gran disordine, un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi affatto dall'Impero. Dopo che Stilicone aveva ritirato le legioni dal Reno, i barbari, come vedemmo, erano entrati in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava Costantino, già proclamato imperatore nella Britannia. Questi non potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso della regione che è ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad impedire almeno nuove invasioni, occupando molte città della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le altre parti di queste province rimanevano però in potere dei barbari. Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di Arcadio (408), la disciplina militare era andata sempre più scomparendo. I generali, da un pezzo divenuti tutti più o meno quasi capitani di ventura, assai spesso si separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per proprio conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, che trovavano sempre appoggio in una parte dei soldati. E così, dopo che Costantino era stato eletto nella Britannia, venne nella Spagna proclamato Massimo. In quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti all'Impero, ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano e saccheggiavano il paese. Onorio mandò nella Gallia un esercito comandato da Costanzo, soldato valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto abbandonato dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, si arrese, e fu col figlio Giuliano mandato ad Onorio, il quale, violando la parola del suo generale, li fece uccidere ambedue (411). Così pareva che, spariti i due pretendenti, non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano già messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di Giovino, appena che il generale Costanzo s'era ritirato in Italia. E da capo scorrevano liberamente per tutto.

In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva dispiacere ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia dai Goti, il che era già molto. Ataulfo inoltre andava con l'intenzione d'occupare il paese, e per ciò fare doveva combattere Giovino ed i barbari che lo sostenevano. Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia dal sud al nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli di sorta, anzi senza che si sappia nulla addirittura di questo suo lungo viaggio. Entrato nella Gallia (412), egli tenne dapprima una condotta incerta; ma poi attaccò ed uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore di Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro il fratello di lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando le loro teste ad Onorio, che le fece esporre a Cartagine. Ivi era stata poco prima domata un'altra ribellione, la quale fece sentire la sua azione indiretta anche nella Gallia.

Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di Galla Placidia, e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava assai il concedere ad un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, tanto più che ne era pazzamente innamorato anche il suo generale Costanzo, cui egli l'avrebbe data assai più volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso d'accordi, che sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto a rimandarla a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa di larghi approvvigionamenti di grano, del quale aveva urgente bisogno per l'esercito. La ribellione d'Africa rese però impossibile il mantener la promessa, ed Ataulfo si sentì allora libero da ogni vincolo verso di Onorio. Prese quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux, e tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da Bonifazio, altro valoroso generale di Onorio (413).

Ma quello che è più, invece di pensare a restituire Galla Placidia, la sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio del 414. Questo matrimonio, anche pel modo in cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza storica. Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate con una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, uno dei più autorevoli cittadini di Narbona. Il barbaro Ataulfo portava la tunica romana. Dinanzi alla sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani due vassoi, l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed oggetti preziosi, che eran parte della preda fatta nel sacco di Roma, e che ora venivano offerti a lei, preda più preziosa ancora, la quale di prigioniera diveniva regina dei Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare cerimonia, si recitarono versi latini. E come per porre il colmo a tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore, che noi vedemmo per breve tempo tenuto su da Alarico, il quale poi lo depose. Esso era stato costretto a seguire il campo goto, come una specie d'ostaggio di cui potersi valere qualora se ne presentasse l'occasione. Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo e di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella unione goto-romana, che dopo essere stata un pensiero, un desiderio di moltissimi, doveva finalmente essere in parte attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora celebrato nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì.

Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso 600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta, e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore.

Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però, che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani, e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente scorrazzavano ancora liberamente altri barbari.

Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario, non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia.

CAPITOLO VIII Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa

In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle cose era andato migliorando. Molti che avevano abbandonato la Città, vi tornavano, e la popolazione quindi rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina crisi era inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso della sua indipendenza da Costantinopoli, dove era assai più vivo il sentimento tradizionale della unità dell'Impero, e si mirava sempre ad una supremazia dell'Oriente sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, aveva disapprovato vivamente che Onorio avesse assunto a compagno nell'Impero il generale Costanzo. Ma questi poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la quale, come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere in buoni termini col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, dove rimase fino alla morte di lui, avvenuta nel 423.

Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non quanto vollero far credere. Egli in sostanza rappresentò tre idee, che formarono il carattere del suo regno: il principio ereditario, la romanità, il Cristianesimo ortodosso. E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che invadevano da ogni parte l'Impero, e con un gran numero di pretendenti, che sorgevan di continuo. In teoria tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà l'Europa centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, piuttosto che scemare, andò per opera sua crescendo. Ma Placidia, in ciò più accorta, gli si oppose. Essa capì che, di fronte a tanti barbari, i quali d'ogni parte s'avanzavano nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva sperare aiuto.

Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in Ravenna due partiti. Quello che mirava alla indipendenza dell'Occidente scelse, come successore al trono, Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece che voleva l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, favoriva Placidia come reggente del figlio Valentiniano III, attenendosi al principio ereditario. E per questa ragione anche i due primi generali a servizio dell'Impero d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la loro nascita ed il loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani, si trovarono in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa, si dichiarò per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini e di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. Ormai i vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, ed i generali parteggiavano anch'essi, guidati dal loro interesse personale.

Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto da Teodosio II; ma sapendo che questi s'era già dichiarato favorevole a Placidia, s'apparecchiava intanto alla difesa, raccogliendo anche una flotta nel porto di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora quando seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati dalla Gallia, quasi tutta occupata dai barbari; nè dall'Africa, dove comandava Bonifazio; e neppure potendo sperar molto in Italia, dove aveva non pochi avversari, mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, ed aveva perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto con un rinforzo, che si fa ascendere a 60,000 Unni, e giunse in tempo per affrontare le genti mandate da Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava una parte dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa tempesta, ed il generale Ardaburio, gettato a terra nel porto di Ravenna, fu fatto prigioniero. Ma questi riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed a mettersi d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano per terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, quando Giovanni era per uscir di Ravenna a combattere il nemico, che doveva essere contemporaneamente assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per gli accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo di mano entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona stessa di Giovanni, che menato in Aquileia, dove era già arrivata Placidia, fu subito messo a morte (425). Ed Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che ormai la sua causa era perduta, e passò dalla parte di Placidia, che lo accolse a braccia aperte. Egli stesso riuscì a far tornare indietro gli Unni, mediante buona somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo generale della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto ancora in Africa.

La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio II, quando trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. Egli fece subito sospendere i giuochi, e condusse il popolo nella Basilica, per rendere solenni grazie al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che le era stato tolto da Onorio, e quello di nobilissimus a Valentiniano III, il quale allora aveva appena sei anni, affidandolo alle cure della madre. Più tardi gli conferì addirittura il titolo di Augusto, inviandogli il diadema e la porpora. Così, dopo che l'Impero, in apparenza almeno, era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, fu ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) Valentiniano, o più veramente Placidia, rimase a governare quello che continuò a chiamarsi l'Impero d'occidente, sebbene molte parti già ne avessero occupate i barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando, restringendolo finalmente alla sola Italia.

L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo manifestarsi sin dal principio, continuò sempre più vivo anche ora che l'uno e l'altro erano a servizio di Placidia. Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo assai accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo grado. In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo a freno i Mori. Morta la sua prima moglie, pareva che volesse, per zelo religioso, ritirarsi dal mondo; e S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse dell'Impero. Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, mutò vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando il governo di quella regione, che restò quasi in balìa ai barbari africani, tanto che lo stesso S. Agostino lo rimproverava nelle sue lettere di non far nulla per evitare tanta calamità: Nec aliquid ordinas ut ista calamitas avertatur. Venne perciò richiamato (427) in Italia, ma non volle obbedire; ed essendo stato mandato colà un esercito, per metterlo a dovere, resistè colle armi. Così vi fu in Africa una specie di guerra civile fra i generali dell'Occidente.

È nota la leggenda a questo proposito narrata da Procopio, il quale dà la colpa d'ogni cosa ad Ezio, divenuto geloso di Bonifazio. Per rovinarlo, egli avrebbe detto a Placidia, che questi la tradiva. Se ne voleva le prove, lo invitasse a Ravenna, e vedrebbe che si sarebbe ostinatamente ricusato d'obbedire. Nello stesso tempo avrebbe segretamente fatto dire a Bonifazio, che Placidia ne tramava la rovina, e che a tal fine lo avrebbe invitato a Ravenna. Così fu che, quando venne richiamato, non solamente ricusò d'obbedire, ma per vendicarsi, si decise al funesto passo d'invitare i Vandali a passare dalla Spagna nell'Africa. Ma venuti che furono, egli, fatto accorto dai suoi amici dell'inganno in cui era caduto, si pentì dell'errore commesso, e voleva colle armi ricacciarli nella Spagna. Era però troppo tardi, e dovette invece tornarsene a Ravenna. Ivi ebbe un combattimento personale col suo rivale Ezio, da cui fu ucciso. E prima di morire, consigliò alla moglie di sposare il rivale, nel caso che fosse restato vedovo, perchè era il solo uomo degno di succedergli.

La forma leggendaria di questo racconto apparisce a prima vista, e ricorda molte altre simili leggende. Infatti anche la invasione della Gallia nel 406, sarebbe, secondo la leggenda, avvenuta per tradimento di Stilicone, come più tardi la venuta dei Longobardi in Italia, per vendetta di Narsete. È sempre lo stesso procedimento, che spiega i fatti d'indole generale con cause esclusivamente personali, le quali certo non mancano anch'esse nella storia, ma non sono le sole. Il vero è che, secondo ogni probabilità, Ezio si trovava allora a combattere per l'Impero nella Gallia, e se anche vi fu inganno o tradimento ordito a Ravenna, non potè essere opera sua. Ma non c'è bisogno di ricorrere a queste spiegazioni, quando la guerra scoppiata in Africa fra i generali romani poteva per sè stessa essere un eccitamento bastevole pei Vandali a venire nel paese, che era il granaio dell'Impero. E s'aggiungeva che l'Africa, dove i Mori spesso si ribellavano, era allora fieramente travagliata anche dalle sette eretiche dei Donatisti, che negavano l'efficacia del battesimo dato da un sacerdote caduto in peccato, e dei così detti Circumcelliones, specie di fanatici vagabondi, che agitavano le moltitudini. Tutti costoro, perseguitati dagli editti di Onorio contro gli eretici, e però avversissimi ai Cattolici, favorivano naturalmente quelli che venivano a combatterli, come i Vandali che erano ariani intolleranti. Così, senza escludere che in mezzo alle passioni di queste lotte civili e religiose, essi fossero da qualche parte incoraggiati o anche chiamati, si spiega assai naturalmente come nel 429 passassero in Africa, mossi dal loro proprio interesse, ed occupassero la Mauritania, avanzandosi verso l'Oriente.[18]

I Vandali avevano stretta parentela coi Goti, insieme coi quali s'erano in origine trovati fra l'Elba e la Vistola. Di là, avanzando verso il sud, presero parte alle guerre dei Marcomanni contro Marco Aurelio. Dopo di che si mantennero lungamente tranquilli, in buone relazioni coll'Impero, che a tempo di Costantino li accolse come federati nella Pannonia, dove restarono circa settant'anni. Quando Stilicone, per opporsi ad Alarico, chiamò in Italia le legioni che guardavano il Reno, essi, come vedemmo, passarono il fiume insieme cogli Alani, cogli Svevi, e nel 409 erano già nella Spagna. Più di una volta si trovarono in lotta coi Goti, dai quali vennero battuti; ed ebbero perciò la reputazione di poco valorosi, come avevano già quella d'avidi, infidi e crudeli fra tutti i barbari. Erano più sobri nei costumi, ma anche più ardenti nello zelo religioso, che li spingeva ad una intolleranza insolita nei barbari e qualche volta addirittura feroce. Nel 427 li troviamo riorganizzati sotto Genserico, che per la morte del fratello era rimasto unico loro capo. Piccolo e zoppo, in conseguenza d'una caduta da cavallo, di poche parole, ma di pronta risoluzione, era audace e crudele. Ariano al pari di tutti i Vandali, lo dissero, non si sa con qual fondamento, convertito a questa fede, rinnegando il Cattolicismo, in cui sarebbe nato, e quindi, come suole in questi casi, tanto più intollerante. Dopo avere sostenuto nel 428 un attacco fortunato contro gli Svevi, lo troviamo l'anno seguente in Africa, dove era andato colle donne, i vecchi e fanciulli: una vera invasione. Gli uomini in armi non superavano i 50,000.

Questo non era di certo un numero tale da poter facilmente conquistare il paese, se non fosse stato già indebolito dalle discordie, e se non vi si fosse trovato un partito favorevole agl'invasori. Essi s'avanzarono saccheggiando, distruggendo le chiese cattoliche, uccidendo vescovi e preti, molti dei quali fecero schiavi. E poterono procedere così rapidamente che nel 430 tre sole delle principali città, Citra, Ippona e Cartagine, erano ancora in mano dei Romani. Bonifazio s'era ormai svegliato dalla sua inerzia, e quando i Vandali s'avanzarono, per mettere l'assedio ad Ippona, venne con essi a battaglia; ma fu vinto, e dovè chiudersi nella città che venne assediata. In essa trovavasi S. Agostino, il quale morì il 28 agosto 430, dopo tre mesi di quell'assedio, che ne durò poi altri undici. Allora, essendo finalmente arrivati da Costantinopoli aiuti sotto il comando del generale Aspar, i Vandali si allontanarono dalla città, e Bonifazio, unitosi ai Bizantini, li assalì; ma venne di nuovo battuto (431). Conseguenza di questa disfatta fu che l'Africa si trovò per qualche tempo come abbandonata al nemico. Aspar tornò a Costantinopoli, Bonifazio a Ravenna, dove Placidia, ricordando i servigi che questi le aveva resi, quando essa era combattuta da Ezio, la cui presunzione cresceva sempre, lo accolse con gran favore, facendo capire a tutti che lo preferiva. Così l'odio fra i due generali si accese, e finalmente vennero presso Rimini a battaglia. Secondo alcuni Bonifazio vinse, ma ebbe una ferita mortale, di cui poco dopo morì. Secondo altri, la vittoria invece fu di Ezio, il quale potè prendere i beni del rivale, e sposarne la vedova, quando esso poco dopo morì di malattia aggravata o cagionata dalla umiliazione patita. E da ciò sarebbe poi venuta la leggenda del duello, e della raccomandazione fatta dal morente Bonifazio alla moglie di sposare il rivale fortunato.

Lo stato delle cose a Ravenna non era di certo consolante. Placidia, dopo la disfatta di Bonifazio in Africa, e dopo la morte di lui seguita in Italia, trovavasi alla mercè di Ezio, il solo generale valoroso che ella ora avesse. E questi, sempre ambizioso, diveniva ogni giorno più imperioso. La Gallia e la Spagna erano corse dai barbari, che d'ogni parte s'avanzavano; i Vandali correvano anch'essi liberamente saccheggiando l'Africa. Questi erano però in così piccolo numero di fronte alla vastità del paese occupato, da non sentirsi punto sicuri di resistere vittoriosamente ad un esercito che venisse da Ravenna, e che poteva essere rinforzato da nuove genti mandate da Costantinopoli. E così da ambo i lati si trovarono disposti, pel momento almeno, alla pace, che fu infatti conclusa il dì 11 febbraio 435 ad Ippona. Ai Vandali venne concesso d'abitare il paese già conquistato, compresa una parte della provincia di Cartagine; non la città stessa, nè il suo territorio, che restavano ancora ai Romani, cui si doveva pagare un tributo. Ma ben presto i patti furono violati, e nel 439 Genserico, profittando della guerra che i Romani avevano nella Gallia, s'impadronì di Cartagine. Essendo così in possesso dei migliori porti della costa, cominciò le sue escursioni marittime nelle isole vicine, massime in Sicilia, dove già sin dal 440 s'era avanzato saccheggiando. Intanto crescevano per l'Impero i pericoli nella Gallia, dove sempre nuove genti erano richieste; e si venne perciò nel 442 ad una seconda pace, per la quale i Romani ritenevano la Mauritania e la Numidia occidentale; ai Vandali restavano la Sicilia, la provincia di Cartagine o Proconsolare, la Bizacena, la Numidia orientale. Allora cominciava a governare in Ravenna Valentiniano III, che aveva ormai raggiunto la maggiore età, e fin dal 437 aveva sposato Eudossia, figlia di Teodosio II.

Con la pace del 442 ai Vandali non era stato solamente permesso d'abitare il paese come federati; era stata invece fatta una concessione incondizionata d'occuparlo, il che finora non s'era consentito mai a nessuno dei barbari. Si ammetteva così un vero e proprio smembramento dell'Impero; cominciava uno stato di cose affatto nuovo. Bisogna però notare che, sebbene i Vandali fossero tenuti, ed erano veramente fra i barbari più crudeli, la loro occupazione riusciva, sopra tutto alle classi inferiori, assai meno gravosa che non si è creduto. Essi si concentrarono principalmente nella provincia di Cartagine, tenendosi uniti, ed impadronendosi delle terre, che divisero fra di loro, possedendole senza pagar tasse. Nelle circostanti province Genserico serbò per sè vasti possessi. Quelli che in tutto ciò gravissimamente soffrirono furono i latifondisti, spogliati di ogni avere, ridotti, quando non emigravano, alla condizione di ministeriali, dipendenti, qualche volta anche di schiavi; costretti ad amministrare o coltivare pei Vandali le terre che una volta avevano possedute, a cedere perfino la loro proprietà mobile. E con essi venne oppresso il clero, che era anch'esso latifondista, e che dai Vandali ariani fu sempre crudelmente trattato. I coloni, i contadini, gli artigiani delle città rimasero più o meno nelle condizioni di prima. E la stessa oppressione dei grandi proprietari non fu generale, restringendosi principalmente alla provincia di Cartagine. Il territorio occupato era così vasto, che la parte maggiore sfuggiva di necessità non solo alla oppressione, ma anche all'azione diretta del nuovo governo, troppo rozzo e primitivo, in confronto del romano, per far sentire al pari di questo il peso della sua fiscalità. Le altre province furono come abbandonate a loro stesse, lasciandovi i Vandali l'antica amministrazione romana, sottoponendole a gravi tasse, che tuttavia non raggiunsero mai la regolarità persistente, continua, opprimente di quelle riscosse dagli agenti imperiali. Qualche cosa di simile avvenne anche nella Spagna e nella Gallia, dove si lasciarono sopravvivere le assemblee provinciali dei notabili per gli affari amministrativi. Colà i Visigoti ed i Burgundi pigliarono due terzi delle terre. Ma anche questo peso, per quanto odioso, ricadeva principalmente sui soli latifondisti. Nell'Africa, è vero, la oppressione esercitata dai Vandali fu più grave assai; era, però limitata ad una parte sola del territorio occupato. Grande fu nondimeno contro di essi l'odio degli spossessati e di tutto il clero, il quale, dove non veniva espropriato, era oppresso dalla intolleranza religiosa. E così si mantenne sempre vivo un rancore universale, anche da parte di coloro che erano meno oppressi, il che fu poi causa non ultima della rapida rovina dei Vandali quando i Bizantini vennero in Africa. Ma che la oppressione barbarica fosse davvero minore che non si crede, è confermato dal fatto che Salviano, scrittore del quinto secolo, dopo aver detto «che tutto nei barbari, persino il loro stesso odore, era odioso ai Romani,» poteva aggiungere, «che assai spesso questi, specialmente i poveri, preferivano la oppressione barbarica alla imperiale. Le assemblee dei ricchi Romani, egli diceva, impongono le tasse, ma essi non le pagano, le fanno pagare ai poveri. E quando per caso vengono scemate, il sollievo non va a questi, ma ai ricchi. Così, se si tratta di pagare tocca al popolo; se invece si tratta di scemare il peso delle tasse, si opera allora come se le pagassero solamente i ricchi. I Franchi, gli Unni, i Vandali ed i Goti non conoscono queste infamie.»[19] Bisogna però aggiungere che tutto ciò non era effetto di virtù o sentimento di giustizia; era invece conseguenza naturale d'un governo troppo imperfetto e rozzo, per riuscire a stendere su tutto il paese occupato una fitta rete amministrativa, cui nulla potesse sfuggire.

In questo mezzo Galla Placidia, che aveva quasi raggiunto i sessant'anni, moriva (27 novembre 450). Essa non ebbe di certo nè un grande ingegno nè un grande carattere; ma la sua accortezza e fermezza, paragonate con la incapacità di suo figlio, parvero a molti assai maggiori che non furono. Essa potè continuare a governare per un quarto di secolo fin quasi alla sua morte; ed in un tempo di aspre lotte religiose, essendosi appoggiata costantemente al clero cattolico, questo assai naturalmente ne esaltò la memoria. Sostenuta, come figlia di Teodosio, dal principio della ereditaria legittimità, che le assicurava il favore di Costantinopoli; aiutata non poco dalla sua straordinaria bellezza, che le dava un grande ascendente sugli uomini, potè esercitare un'azione efficace e costante sulla politica del suo tempo. Chi anche oggi visita Ravenna, città unica al mondo pei monumenti del quinto secolo, che sola possiede in Italia, e vede le molte chiese innalzate colà da Placidia, in una delle quali essa ha la sua tomba accanto a quella d'Onorio suo fratello, di Costanzo suo marito e del loro figlio Valentiniano; chi vede i molti monumenti, gli splendidi mosaici, e ode le varie leggende che la ricordano, deve riconoscere la grande azione esercitata da lei in Ravenna. Il suo spirito sembra anche oggi presente fra quelle mura. Ma con tutto ciò, in parte per le condizioni dei tempi, in parte per le qualità stesse che ella ebbe, la politica che intorno a lei si fece fu una politica d'intrighi e di gelosie. E non ostante qualche guerra condotta, tanto nell'Africa quanto nella Gallia, con molto valore, ma con poca fortuna, si finì col veder l'Impero andarsi sempre più decomponendo e smembrando. Sotto di lei infatti le province cominciarono, l'una dopo l'altra, a staccarsi dall'Italia, che rimase come isolata ed abbandonata a se stessa. Morendo, Placidia lasciava l'Impero nelle mani deboli ed incapaci del figlio Valentiniano III, in un momento che era già grave, e stava per divenire gravissimo.

CAPITOLO IX Attila e gli Unni — La battaglia di Châlons — Il generale Ezio — Papa Leone I

Il problema che si presentava adesso nella storia di Europa, osserva il Ranke, era questo: i popoli latini e germanici, variamente sparsi e mescolati fra di loro, potevano amalgamarsi, fondersi insieme, dando origine ad un popolo solo, ad una civiltà nuova? O pure uno di essi doveva necessariamente sottomettere l'altro, levandogli del tutto la propria fisonomia? Un grande ed inaspettato avvenimento contribuì non poco ad avvicinarli di fronte ad un comune nemico.

Gli Unni, di stirpe, come vedemmo, affatto diversa dai popoli latini e germanici, erano rimasti per mezzo secolo nell'antica Dacia, al di là del Danubio. Fra di essi e l'Impero si trovavano le popolazioni germaniche, che da loro erano state spinte verso l'occidente. Più tardi Alarico era coi suoi Visigoti entrato per la Porta Salara; i Vandali, gli Svevi, gli Alani avevano passato il Reno. Tuttavia le relazioni degli Unni coll'Impero durarono lungamente abbastanza amichevoli, avendogli essi più di una volta reso utili servigi, col mandare in suo aiuto soldati, i quali combatterono accanto alle legioni. Questo contribuì ad insegnar loro una parte della disciplina romana, al che si aggiunse che, avendo Attila adoperato nell'amministrazione anche qualche Greco e qualche Romano, potè renderla più ordinata. Certo è che il suo regno s'era andato estendendo con una straordinaria rapidità, aggregandosi nuovi popoli, i quali restavano sotto i propri capi, che dipendevano da lui, divenendogli subito obbedienti e devoti. Un tale processo d'ingrandimento pareva che si potesse continuare all'infinito sino a che durava l'autorità del comandante supremo. E intanto, secondo l'espressione del Thierry, la valle del Danubio somigliava ad un immenso formicaio di popoli, rovesciato a un tratto. Essi facevano da ogni lato, specialmente nell'Impero, escursioni minacciose, tanto che Teodosio II ricorse all'uso, sempre frequente in Costantinopoli, di pagare ad Attila un tributo, perchè insieme coi suoi restasse tranquillo. Ma ciò dava invece pretesto a nuove minacce, perchè i barbari solevano chieder sempre che il tributo venisse aumentato, e non ottenendolo, tornavano ai saccheggi.

Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che forse da lui stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo alla testa degli Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è nella storia conosciuto col nome di Flagellum Dei. Basso di statura, di testa grossa, naso schiacciato, occhi piccoli, aveva il colore olivastro dei Tartari, agitava lo sguardo feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo incesso qualche cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore di popoli. Non si può dire però che fosse un genio militare, perchè, oltre alle sue molte scorrerie, saccheggi e stragi, una sola grande battaglia esso dette, e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa generosità, e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era possibile in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai dovette essere la sua potenza di comandare e di organizzare, essendo riuscito ad aumentare di molto i popoli che lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani, Ostrogoti, Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il dominio di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, e minacciando Persepoli, confinava da una parte colla China, da un'altra coll'Impero. In sostanza però questa era più che altro una vasta agglomerazione di popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui obbedivano, quando sapeva secondarli nelle loro voglie di guerra e di rapina, dalle quali egli stesso cavava profitto. Il potere effettivo e diretto lo esercitava nella Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, egli fu per diciannove anni, dal 434 al 453, come una spada di Damocle sull'Impero d'oriente e su quello d'occidente, i quali perciò si trovarono finalmente uniti contro il comune nemico.

Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da Costantinopoli e da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. Invano si cercava di frenare le pretese sempre crescenti di quel barbaro, che si tirava dietro così sterminata moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, sui quali regnavano allora i due fratelli. Si presentarono ad Attila, che li ricevette a cavallo, e neppur essi scesero di sella. Il resultato dell'ambasceria fu, che bisognò rassegnarsi a raddoppiare il tributo, che l'Impero d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo Attila richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una città da lui presa, sebbene fossero stati già impegnati per grossa somma di danaro. Il più singolare pretesto di guerra fu però un altro. Onoria, sorella di Valentiniano III, era stata nella sua età di sedici anni scoperta in intrigo amoroso con un basso ufficiale della Corte di Ravenna, e fu per punizione mandata dalla madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo pareva divenuto un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli era sempre dominato dalla sorella Pulcheria, che nel 421 gli aveva fatto sposare Atenaide, figlia d'un filosofo greco, battezzata col nome di Eudocia. Tutti della Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi giunse, si sentì come chiusa in una carcere. Si narra che per disperazione ricorresse allora allo strano partito di mandare il proprio anello ad Attila, perchè venisse a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli. Attila avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto che si meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar lite con l'Impero, se ne valse di pretesto per chiedere non solo la mano d'Onoria, ma anche l'eredità cui essa aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato fin sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce Teodosio a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. Ogni anno con nuove ambascerie aggiungeva domande a domande, pretese a pretese.

Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra tutte, perchè ne abbiamo assai minuta e autentica descrizione da chi ne fece parte. Nel 448 arrivarono a Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre di Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre di quel Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori d'occidente. Essi fecero varie domande, fra cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi. E mentre che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, fece, per mezzo suo, la proposta di far uccidere Attila. Edecone finse d'accettarla con animo però di rivelar poi tutto al suo Signore. E intanto, perchè meglio rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si faceva, insieme cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il retore Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli ambedue affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto a loro. E ciò perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente ingannar meglio Attila. Menavano con loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire. Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono paesi disertati dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando il suolo sparso di ossa e di teschi umani, e città quasi distrutte, nelle quali erano rimasti solo pochi vecchi e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono alla tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi accolse i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette fuggitivi, rimandò indietro l'interpetre a chiedere gli altri, e invitò i due inviati di Costantinopoli a seguirlo più oltre nel paese, là dove era il suo palazzo, e dove avrebbe dato loro risposta.

Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, traversando i fiumi sopra alberi scavati o tavole connesse, e giunsero alla capitale unna. Colà videro Attila che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto veli tenuti distesi da altre giovanette. Il re si fermò a cavallo dinanzi alla porta del suo primo ministro, la cui moglie uscì ad offrirgli cibo e vino, mentre altri tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il palazzo di Attila era come una grossa capanna costruita con tavole di legno, non senza qualche eleganza. Intorno ad essa si vedevano sparse le abitazioni delle sue varie mogli. Un solo edifizio di pietra si trovava colà, ed era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che v'ha di più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei quali aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli diceva, esaltando i barbari, quando non c'è guerra, si gode una piena libertà. Ma voi state male nella guerra e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri a difendere l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, dalle spie, dalla grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono alle pene ed alle tasse, che s'aggravano invece sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende dalla divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno la dovuta mercede. Noi non possiamo, al pari di voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo invece come padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. Abbiamo leggi a difesa di ogni giusto diritto. È sacra per noi anche la volontà dei morti, che possono per testamento lasciare a chi vogliono i loro averi. — Ah! sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son buone, la legislazione romana eccellente; ma chi le esegue, chi le rispetta? I vostri governanti, non più degni dei loro antenati, spingono lo Stato alla rovina. —

Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi al suo palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli ambasciatori d'Occidente, dai quali sentiron dire che esso si teneva padrone del mondo, voleva comandare a tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo possedere la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, confitta in terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di sangue d'una sua bestia, che vi s'era ferito il piede nel camminare. Finalmente assisterono ad un gran banchetto nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra una specie di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad un letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso il suo primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano il primo ministro Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur questi posti furon serbati a noi», osservava Prisco. Di fronte erano i figli del re; intorno alla sala, lungo le mura di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato in giro del vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento e coppe d'oro. Attila invece, con grande semplicità, mangiava solo carne su piatti di legno, e di legno erano anche le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che dietro di lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati di pietre preziose. Verso sera si cantarono, fra un generale entusiasmo, canzoni in lode delle imprese di lui. E poi vennero buffoni, fra cui un Moro, nano e gobbo, coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila, il quale ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse assai irritato, per aver saputo della trama contro di lui ordita, pure gli oratori, che sinceramente negarono tutto, dopo lunghe trattative, obbligandosi a pagar nuove somme di danaro, par che riuscissero finalmente a concludere un accordo temporaneo.

Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio moriva per una caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. La moglie Eudossia era da più tempo in esilio per accusa d'infedeltà. Successe la sorella di lui Pulcheria con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione di non avere nessun contatto con lui. Ed egli cominciò a governare, condannando a morte l'eunuco Crisafio, che aveva ordito la trama segreta contro la vita di Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto però si vide che egli non era della tempra mite di Teodosio II, perchè quando Attila, con le solite minacce, richiese il pagamento del tributo, rispose subito: «Agli amici i doni, ai nemici il ferro.»[20] Così la guerra si poteva ritenere ormai inevitabile.

Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla testa d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere a 500, altri a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi in moto; bisognava solo decidere se attaccar l'Oriente o l'Occidente. Ad attaccar l'Oriente, che era più vicino, sarebbe stato necessario traversare un paese già più volte saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura di Costantinopoli, posizione fortificata, che avrebbe presentato una formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano era deciso a difendersi. Inoltre un esercito barbarico come quello di Attila, composto di genti assai diverse, se non vinceva nel primo impeto, facilmente poteva disciogliersi. Nell'Occidente invece, sebbene più lontano, tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli Unni. L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso di certo, ma stato sempre in buoni termini con Attila, e più volte da lui aiutato. La Gallia era occupata quasi tutta da barbari fra loro in discordia. Una parte dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che promettevano di secondare l'impresa di Attila con uno sbarco nella Gallia meridionale. Pretesti di guerra a lui non mancavano mai. Chiese allora appunto non solo la mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, ma anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, spettata in dote. E quando gli fu risposto, che essa era già moglie d'un altro, disse che lo avevano fatto per non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare.

Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in realtà ben diverso da quel che pareva, e che Attila credeva. Prima di tutto Teodorico re dei Visigoti, uomo di molto valore, non che essere avverso ai Romani, inclinava non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la propria figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi del nome romano. Ma Genserico, credendo o fingendo di credere, che la figlia di Teodorico lo volesse avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso e delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia mortale, che richiedeva una delle sanguinose vendette barbariche. Il generale Ezio era stato amico degli Unni, ma si trovava in una posizione simile a quella di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato, egli era invece un Romano lungamente vissuto coi barbari. Non si poteva quindi supporre che, quando l'Impero si fosse trovato in guerra cogli Unni, Ezio potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene il sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di sangue e di razza diversa affatto da quella dei Germani non meno che dei Romani; essendo nomadi, pagani e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto a Salamina, o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo avrebbe potuto non poco mutare il suo cammino. In ciò stava la grande importanza storica della prossima lotta. Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e di civiltà, si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo del suo amico Avito, cittadino autorevolissimo dell'Impero, seppe indurli a stringere l'alleanza. Lo scontro decisivo s'avvicinava a gran passi.

Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando il paese, trucidando gli abitanti, che sembravano incapaci di resistenza, salvo in alcune poche città, nelle quali lo spirito religioso s'accendeva contro la pagana barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono desolate, santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, assai scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, incolume. Orléans, resa più tardi assai celebre dalla difesa di Giovanna d'Arco, fece anche allora viva resistenza, per eccitamento del suo vescovo, il quale, quando la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire Ezio, che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei nemici oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, quando apparvero gli eserciti riuniti di Teodorico e di Ezio, che obbligarono Attila a retrocedere, per apparecchiarsi alla battaglia, la quale non molto dopo ebbe luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa seconda città, che era aperta e poteva facilmente essere saccheggiata, fu salva per opera del suo vescovo Lupo, il quale seppe in modo singolare, quasi misterioso, imporre rispetto ad Attila.

Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la grande battaglia, fece consultar le viscere degli animali, e la risposta degli auguri fu, che gli Unni avrebbero perduto, ma che il generale nemico sarebbe morto. Ciò lo impensierì non poco; pure i due eserciti s'attaccarono finalmente (451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro gli Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano i Romani, comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati da Teodorico. Invece Attila stette al centro coi suoi Unni; a destra e sinistra pose i popoli a lui confederati: i Gepidi e gli Ostrogoti erano di fronte ai Visigoti. Questa battaglia, notevolissima per la sua storica importanza, fu anche una delle più terribili che si ricordi. Bellum, dice Jordanes, atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nullum narrat antiquitas. Ed aggiunge che il sangue versato fu tale e tanto, che mutò in grosso e rosso torrente un vicino ruscello, liquore concitatus insolito, torrens factus est cruoris augmento: e in esso dovevano dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con molto valore, ma Teodorico perde la vita sul campo. Attila fece coi suoi sforzi sovrumani, e pareva un leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare del resultato finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un monte di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la fortuna gli fosse stata veramente avversa. Jordanes afferma che in quel giorno morirono 162,000 combattenti, senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò dimostra la parte non piccola, che in tutte queste notizie ebbe la fantasia, allora e per molto tempo di poi. Una leggenda posteriore illustrata dalla poesia e dalla pittura, aggiunge che, nella notte seguita alla battaglia, si videro in cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene l'esito della battaglia non fosse stato veramente decisivo, pure Attila si ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si potè affermare che la profezia fatta dagli auguri si era avverata. Il merito principale del felice resultato fu certo di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato soldato assai coraggioso e di gran valore strategico, era riuscito ad assicurare all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale che il suo destino dovesse sempre somigliare a quello di Stilicone. Infatti, non avendo egli inseguito Attila, subito si disse che tradiva, che non voleva la totale distruzione dei nemico, per non lasciar divenire ancora più potenti i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già troppo contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore di Teodorico nella persona di Torismondo, che dovè subito ritirarsi nel suo regno, per rafforzare la propria posizione già assai incerta e combattuta. Così non era facile allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di qualche agguato; ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, e si ritirò nella Pannonia, per riordinare i suoi ed apparecchiarsi a nuove imprese.

Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè s'avanzò subito verso l'Italia, e nel 452 era già sotto le mura d'Aquileia, dove trovò una così tenace resistenza, che stava per levare, scoraggiato, l'assedio. Narra però la leggenda, che in quel momento appunto vide alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano la città; il che gli fece capire che dentro le mura non c'era più cibo per nessuno. Sospese quindi l'ordine di ritirata, e poco dopo la città si arrese a lui, che la distrusse a segno tale da lasciarne appena le vestigia. Altino, Concordia, Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre si salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, senza resistenza, al saccheggio.

Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila il nome di Flagellum Dei, e spinsero i profughi d'Aquileia e delle vicine città a riparare nella laguna veneta, dove fu così fondata la città di Venezia, unica al mondo per la sua storia, la sua posizione e la sua incantevole bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta, la Piave, il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno dall'altro, sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato il Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano sassi che, secondo la grossezza ed il peso, si arrestano più o meno lontano dalla riva. Così si formarono prima la Laguna, e poi il Lido, che costituisce dalla parte del mare come un forte antemurale, superato il quale, può navigare nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura guardia delle isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi italiani, per salvarsi dalle orde finniche degli Unni, fondarono la città che, come osserva l'Hodgkin, doveva più tardi eroicamente difendere l'Europa contro i Turchi.

Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di Attila verso Roma. Se non che il suo numeroso esercito, che tutto distruggeva, facendo intorno a sè il deserto, cominciava a soffrire la fame, e ad essere decimato dalle malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso, di che molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di mandare aiuti da Costantinopoli, ma pareva accennare a volere esso stesso direttamente attaccare le terre degli Unni. Tutto ciò poneva naturalmente non poca incertezza nell'animo di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva a lui, come a molti dei barbari, una specie di spaventoso terrore, e la fine di Alarico gli era sempre presente. La religione cristiana, a cui egli non credeva, ma che pure, pel numero grande de' suoi credenti e per la sua propria natura, esercitava su tutti una straordinaria azione, anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile reverenza. A coloro che in nome di essa autorevolmente gli parlavano, pareva che non sapesse più che cosa rispondere: restava confuso. E fu quando era in queste disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano parte l'ex-console Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. La guidava lo stesso capo venerabile della cristiana religione, il successore di Pietro, il rappresentante di Dio sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse più grande in quel secolo.

Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma, perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.» Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici, chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva, procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana. Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale. Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada lentamente svolgendo attraverso i secoli.

Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452, presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno si trovava allora, non è possibile dirlo.

La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I. Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21] Per gl'Italiani Attila restò sempre il Flagellum Dei, e tale ce lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve colla stessa rapidità con cui s'era formato.

Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale, che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato la vostra destra. — E così fu veramente.

L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio, la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453), e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine. Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi.

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