LIBRO SECONDO GOTI E BIZANTINI (continued 2)
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Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli. Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la guerra.
Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria, fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada, occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana.
Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono le porte, e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo ed in largo, senza trovar vera resistenza che a Palermo, dove era una forte guarnigione gota, difesa dalle mura. Belisario allora fece entrare nel porto alcune navi cariche di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi di esse, poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione, che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia fu riconquistata all'Impero. Alla nuova di questi fatti Teodato rimase così impaurito, che già voleva cedere, offrendo addirittura di rinunziare allo Stato, mediante una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto dagl'imperiali in Dalmazia, e subito, mutato animo, non volle più arrendersi. Poco dopo, verso la fine del 535, gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il terreno perduto, entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora fu Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e di accordi con Teodato. Ogni decisione dovette quindi essere inesorabilmente rimessa alle armi.
Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente chiamato d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia e la incapacità di chi governava, era scoppiata una minacciosa rivoluzione capitanata da un tale Stuzza, che pareva volesse formare un principato indipendente, e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse un migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale si trovò in grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; ed egli corse subito insieme con Procopio in Sicilia, per informare di tutto Belisario, che partì come un fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli s'avvicinavano per impadronirsene. La notizia del suo improvviso arrivo bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono subito a cinquanta miglia dalla città, e colà furono raggiunti da Belisario, che con soli 2000 uomini osò affrontarli, e li debellò interamente. Dopo di che, saputo che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente l'ordine in quelle province, era già partito da Costantinopoli, se ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola guarnigione in Siracusa, un'altra in Palermo, passò sul continente.
Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato non solo dal favore delle popolazioni, ma anche dalle diserzioni dei Goti, che incominciarono allora e furono in tutta quella campagna assai frequenti. A Napoli però la guarnigione e la popolazione si mostrarono decise a fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti risoluti a tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati molto a procurare gli approvvigionamenti, fecero ad una delle porte ostinata resistenza. Quel popolo adunque, romano o italiano che dire si voglia, che tanti scrittori presumono spento del tutto, combatteva e contava ancora nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne stava lontano, e non s'indusse punto a mandare gli aiuti urgentemente richiesti. Secondo la leggenda, consultò la sorte in un modo assai singolare. In tre diverse stie pose dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti, di Romani e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà eran morti e metà vivi, avendo però questi perduto le setole; gl'Imperiali invece eran tutti vivi. E ne indusse la disfatta dei Goti e la vittoria degl'Imperiali con la cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero perduto la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale leggenda riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione dei Romani, la quale poi apparisce più volte manifesta nella narrazione stessa di Procopio, sebbene questi, come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli la resistenza fu tale, che Belisario, contro il suo solito, ne fu addirittura sgomento, e pensava di ritirarsi, quando seppe che si poteva, pei condotti dell'acqua, entrare inavvertiti nella città. Ed allora egli mosse da una parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra 600 de' suoi, entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente alle porte, e dopo avere ucciso i soldati che v'erano a guardia, le aprirono. Allora l'esercito entrò, e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario, minacciando pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli 800 Goti che la difendevano.
A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua condotta vigliacca, era giunto al colmo. E quindi radunatisi i Goti nella Campagna, lo deposero, eleggendo in sua vece Vitige, che ben presto trovò modo di disfarsi di lui. Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una figlia di Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il ferro poteva decidere la lite; tutto il resto era inutile. La elezione di Vitige, che Cassiodoro, pomposamente al solito, annunziò a tutti come fatta «per grazia divina e volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,» non fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già un uomo di Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro di sè il primo generale del secolo. Cominciò coll'abbandonare Roma, lasciandovi una guarnigione di 4000 uomini, ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto morale, che avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica capitale del mondo. Questi sarebbe sempre più apparso come il restauratore dell'Impero, e virtualmente padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano aveva tentato muovere contro di lui, per potere così assalire i Goti da tre parti contemporaneamente: dalla Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia meridionale. E quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, senza dover pensare a difendersi da più nemici ad un tempo, cedette loro la Provenza e il Delfinato, pagando anche 2000 libbre d'oro, cose tutte certamente umilianti per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il tempo stringeva.
Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, che pur sembrava essere stato amico di Teodato e di Vitige, lo invitava adesso a Roma; ed egli, lasciata in Napoli una guarnigione di soli 300 uomini, potè avanzarsi per Cassino, favorito al solito non solo dalle popolazioni, ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed il 10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per la Porta Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la Porta Flaminia. E così, dice Procopio, dopo 60 anni di barbarico dominio, Roma tornò di nuovo all'Impero. Belisario s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno sguardo alla Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti, ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che si ponesse mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite 260 anni prima da Aureliano e da Probo, dopo 130 restaurate da Onorio, erano rimaste da quel tempo in poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno di riparazione.
Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più genti poteva, era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, coi quali s'avanzò verso Roma (537). Essendosi avvicinato a Ponte Salario, la piccola guarnigione che Belisario v'aveva posta si sgomentò per modo, che una parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; un'altra si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora sapendosi dell'arrivo d'un così formidabile esercito nemico, erano stati mandati a rinforzarla, incontrate le forze preponderanti dei Goti, dovettero retrocedere. Belisario allora, avvertito del pericolo, corse subito in aiuto, gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una stella, e però i Greci lo chiamavano Phalion, e i Goti, Balan. Non appena questi ebbero riconosciuto il generale nemico, che subito tiravano tutti a lui, che ciò nonostante restò miracolosamente illeso. Dopo essersi dinanzi al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che gl'Imperiali dovettero retrocedere più che di passo fino alla Porta Salaria. La trovarono chiusa, nè vi fu modo di farla aprire, perchè i Romani temevano che amici e nemici sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva; si era sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando egli sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato com'era pel lungo combattere, non fu riconosciuto, e non gli dettero ascolto. Ma neppure in così grave momento si perdè d'animo. Visto il pericolo in cui si trovava, visto che i Goti già gli erano addosso, egli che più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce quale un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi improvvisamente ai suoi, e stringendoli intorno a sè, li condusse ad un ultimo impetuoso ed inaspettato assalto contro il nemico, il quale, credendo che nuovi rinforzi fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare in Città, dove fu clamorosamente accolto.
CAPITOLO VI Roma assediata dai Goti — I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna
Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la storia ricordi. Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo inoltrato del 538, un anno e nove giorni, nel qual tempo Belisario dette prove infinite del suo genio militare e del suo valore. Egli era partito con un esercito di 7500 uomini, oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. Alcune guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle città principali dell'Italia meridionale; e però si trovava adesso, secondo Procopio, con un esercito di soli 5000 uomini, in una città che aveva 12 miglia di circuito. Resistere con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini sarebbe stato impossibile addirittura, senza la cooperazione efficace del popolo romano. E questa cooperazione apparisce ora manifesta dalle parole stesse di Procopio, sebbene egli cerchi al solito nasconderla. Certo nei casi più difficili, nei punti più pericolosi il prode capitano fece assegnamento principale sulle truppe regolari; ma nella difesa delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai. Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque in fretta, ad eccezione di quella parte che, presso la Porta Flaminia (del Popolo), è chiamata Muro torto. Questo era assai forte, e generalmente si credeva che fosse sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno infatti osò attaccarlo.
I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, dinanzi alle principali porte: uno di essi era al di là del Tevere, nel così detto Campo di Nerone. Infiniti furono gli accorgimenti da una parte e dall'altra adoperati in questo assedio. Vitige cominciò col far rompere gli acquedotti, costringendo i Romani a valersi della sola acqua dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini. Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del Ponte Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse dal fiume. Ed i Goti subito mandarono giù per esso lunghe travi, cadaveri d'uomini e d'animali, per intralciare così il moto delle ruote, e corrompere sempre più l'acqua. A questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene attraverso il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a molti altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri mobili, tirate da bovi, che dovevano trascinarle presso le mura, perchè così i soldati potessero salire su queste. Quando però le torri erano vicine alla Porta Pinciana, Belisario ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi i quali, esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della Città, e sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), presso la quale era un doppio muro. Ma quando i Goti, superato il primo, si trovarono ammassati, coi loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che cercavano di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed uscito dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente l'assalto alle spalle e di fronte. Il nemico allora si pose in fuga, abbandonando torri, arieti ed altre macchine d'assedio, che furono bruciate dai Romani. Un altro assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso la tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora di marmo, piena all'esterno di statue, e già ridotta a fortezza. Pareva dapprima che i Goti avessero il vantaggio; ma quando i difensori si videro a mal partito, cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla di 30,000 Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; ma prova in ogni modo che la strage fu assai grande. Belisario scriveva a Costantinopoli, che era stato veramente un miracolo l'aver potuto con un esercito di 5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso era però necessario mandargli aiuti, se non si voleva da un momento all'altro essere esposti ad una catastrofe. Finora s'erano avute le simpatie e l'aiuto dei Romani; ma se questi per le continue sofferenze e i pericoli dell'assedio, per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito?
Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano sempre più gravi. Vitige mandava ordini a Ravenna, che fossero uccisi i Senatori tenuti colà in ostaggio; occupava Porto, cosa che Belisario non potè far prima di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una guarnigione di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu grave danno, perchè da Porto sopra tutto Roma veniva pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora assai meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella Città, e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini validi, divisi in ischiere, furono messi a guardia delle mura; alcuni vennero anche mescolati nell'esercito. Queste schiere mutavano assai spesso di luogo; i nomi di coloro che le componevano venivano riscontrati di continuo; le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto mutate: tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile tradimento, ora che le sofferenze crescevano, e lo scontento cominciava a manifestarsi. Sebbene Roma fosse ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi furono allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a tante calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio di Giano, sperando aiuto dal Dio pagano, stato sempre favorevole ai loro padri. Se non che le porte di bronzo, da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo che si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto.
Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la più parte Unni; e questo aiuto, con la speranza non lontana di altri, avendo rianimato gli assediati, fece subito incominciare una serie di nuove scaramucce che, nonostante la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano procedere subito ad un assalto generale, cui Belisario s'oppose energicamente, conoscendo lo scarso numero delle sue forze regolari. Ma il cieco ardore de' suoi soldati non conosceva adesso misura nè prudenza, e bisognò cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta Pinciana si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, da Porta Aurelia (S. Pancrazio) si facesse un finto attacco verso il campo di Nerone, e ciò solo per impedire che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume, andassero in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva combattere davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar parte a questo finto attacco, non essendo ancora bene educate alle armi, ebbero ordine di restar ferme, contentandosi di tenere in rispetto il nemico col loro numero. Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, come quella che era più disciplinata e non aveva accolto nelle proprie file cittadini inesperti; ma dovette cedere alle insistenze della fanteria, che volle anch'essa prender parte alla mischia. E tutto ciò fu per riuscirgli funesto. Cominciato infatti l'assalto, i Romani s'avanzarono vittoriosi; ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il gran numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. Allora però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, vollero avanzarsi; ma invece d'inseguire il nemico, si dettero a saccheggiarne il campo, dandogli così modo di riordinarsi, di assalirli e metterli in fuga. Quando poi dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu costretta a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano numerosissimi, la fanteria, invece di venirle in aiuto, si dette alla fuga. Fortunatamente i capitani di essa, quelli appunto che avevano insistito per condurla al combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi tennero fronte al nemico fino a che vi lasciarono la vita; ed in questo modo assicurarono la ritirata dei Romani. Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro guardate da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono. Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era corso fece capire quanta ragione Belisario avesse avuta di non volere arrischiare un generale assalto contro un nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi alle ripetute scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose pei Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura eroico.
Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano nella Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè la estensione delle mura era tale, che riusciva assai facile ai Romani chiamar colle scaramucce l'attenzione del nemico in un punto, per potere in un altro liberamente aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537, terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si seppe che un drappello di cento uomini era giunto da Costantinopoli a Terracina, con denaro per dar le paghe ai soldati. Era cosa di somma importanza, e Belisario, per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del Tevere, verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente respinti. Fuori di Porta Pinciana invece la lotta fu accanita, ed i soldati di Belisario dettero prova d'un entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e vi furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo della Tracia continuò a combattere quando aveva un giavellotto infitto nella testa; un altro combatteva del pari, quando una freccia gli era penetrata tra l'occhio ed il naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere; il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre la freccia e salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento al di là del Tevere, per le molte ferite finì col soccombere anch'esso. Tutto questo ci racconta Procopio, il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora nell'assedio arrivavano già al numero di sessantasette.
Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento di guerra, accampò 7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, in un luogo dove s'incrociavano due acquedotti, formando così come un punto fortificato, assai adatto a porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. Certo è che la fame divenne insopportabile; e di nuovo i Romani, spinti dalla disperazione, volevano uscire a combattere per vincere o morire. Ma di nuovo Belisario si oppose energicamente, cercando di calmarli coll'assicurar loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a Napoli Procopio, per vedere quanti ne fossero già arrivati colà; e questi trovò 500 uomini con vettovaglie, che avviò subito verso Roma, con altri che erano già nella Campania.
Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, essa gli fece interrompere il racconto assai prezioso, che finora abbiamo avuto della guerra da un testimone oculare. Siamo quindi poco informati di quello che fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. Pare che, fra le altre cose, andasse a secondare le mene della imperatrice Teodora, che voleva far deporre papa Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio. Questi già da un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi a ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però s'era guadagnato il favore di Teodora, facendole sperare che avrebbe favorito il Monofisismo; e potè quindi, con una lettera dell'Imperatrice arrivare a Roma, dove fu assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò energicamente a favore di lui. La conseguenza fu che papa Silverio venne da Belisario accusato di voler dare la Città ai Goti, e quindi fu deposto. Gli successe Vigilio (537), che tenne ora come sempre una condotta ambigua e mutabile, cominciando col non osservare le promesse fatte all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio, che morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno 538), e la non meno arbitraria elezione di Vigilio seminarono il primo germe di discordia fra Belisario e la Chiesa romana, il che fu poi causa di debolezza pel dominio bizantino in Italia.
Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano già entrati in Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi da Napoli ad Ostia, 2300 uomini sotto il comando del capitano Giovanni e di altri scortavano verso Roma carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite vittoriose da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, stanchi finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, fecero proposte di pace. — Poniamo fine, così dissero a Belisario, ad una guerra che non giova a nessuno, e nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di noi, che in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, nostro capo, a combattere Odoacre, il quale s'era fatto tiranno, ed a prendere in suo nome legittimo possesso del paese. Noi rispettammo le leggi, le istituzioni, la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo ai Romani, che ebbero anche il Consolato. Se dunque abbiamo rispettato i patti e gli ordini dell'Imperatore, che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E chiedevano che i Bizantini si ritirassero, portando pur via la preda che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico fu mandato a punire Odoacre, a restaurare l'autorità dell'Impero, non a farsi signore dell'Italia. Che cosa importava all'Imperatore sostituire un tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un paese, che appartiene all'Impero. —
I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, la Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; ma tutto fu vano. Proposero finalmente una tregua di tre mesi, per potere intanto trattar direttamente a Costantinopoli; e questa fu da Belisario accettata subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti che voleva. E sebbene tutto ciò non fosse giustificato, non fosse legale, Vitige si tacque. Protestò invece, ma senza resultato, quando essendosi egli ritirato da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il suo capitano Giovanni alla testa di 2000 uomini negli Abruzzi, con ordine di stare colà fermo finchè durasse la tregua; ma non appena venisse rotta, fare man bassa su tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli fra i suoi soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi di veder Belisario giovarsi della tregua a tutto suo vantaggio, tentarono con un colpo di mano d'entrare in Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver messo quel paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese facilmente, essendosi la guarnigione ritirata a Ravenna. Alla quale s'avvicinò subito Giovanni, perchè di là, retrocedendo, poteva anche minacciare alle spalle i Goti che erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò per modo che, finiti i tre mesi della tregua, levarono senz'altro l'assedio il 12 marzo 538, cioè trecento settantaquattro giorni dopo averlo cominciato; e bruciati i loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario non poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli e dar loro una vera battaglia; ma li assalì quando passavano il Tevere, ponendoli in gran disordine, sì che molti ne affogarono.
Nonostante questi suoi fortunati successi, si presenta naturale la domanda: Come mai Belisario che in tre soli mesi, con scarse forze, aveva quasi sterminato i Vandali, non era invece, dopo tre anni, riuscito a vincere del tutto i Goti, che resistevano ancora? Arrivato a Roma, non s'era potuto più avanzare, e solo dopo altri due anni potè entrare in Ravenna. Tutto ciò sembra anche più strano, se si tien conto dell'aiuto che ebbe dalle popolazioni, e delle diserzioni che di continuo avevano luogo fra i Goti. Il fatto è che Belisario era venuto in Italia con un esercito assai scarso, il quale, prima di giungere a Roma, fu ridotto a minime proporzioni, per le guarnigioni che era stato necessario lasciare in Sicilia e nel continente dell'Italia meridionale. Si trovò quindi con assai deboli forze di fronte ad un formidabile esercito di Goti. Più tardi, è vero, cominciarono a giungere aiuti da Costantinopoli; ma allora appunto le gelosie dei cortigiani operarono sull'animo di Giustiniano in modo, che egli dette ai nuovi capitani che mandò in Italia poteri quasi uguali a quelli di Belisario; il che fu disastroso all'andamento d'una guerra, la quale desolava il paese, ed aggravava colle tasse le popolazioni. In esse cominciò subito uno scontento che andò sempre crescendo, e fu anche inasprito dalla condotta tenuta ora da Belisario verso il capo della Chiesa romana.
La guerra intanto continuava lungo la via Flaminia, che da Roma per Fano conduceva a Rimini. A sinistra v'erano, tutte più o meno sui monti, Orvieto, Chiusi, Todi, Urbino, occupate dai Goti; le città a destra, ad eccezione di Osimo, erano invece in mano dei Bizantini. L'avanzarsi perciò, senza prima impadronirsi di quelle tenute dal nemico, esponeva i Bizantini ad essere assaliti alle spalle. E però Belisario, temendo che Giovanni, con soli 2000 uomini, si potesse trovare a mal partito fra Rimini e Ravenna, gliene mandò in aiuto altri 1000, con ordine che, lasciata in Rimini una piccola guarnigione, tornassero tutti indietro per unirsi a lui. La cosa pareva che riuscisse felicemente, perchè le genti colà mandate s'avanzarono senza difficoltà. E giunte che furono al passo del Furlo, detto anche Pietra Pertusa, una specie di tunnel, che è come una fortezza naturale nell'Appennino, ebbero colà uno scontro coi Goti, i quali, dopo essere stati vinti, s'unirono ai Bizantini, proseguendo insieme con essi il cammino. Ma quando furono a Rimini, Giovanni dichiarò di non volere obbedire agli ordini che essi portavano da Roma, per il che dovettero senza di lui tornarsene a Belisario, che ne restò indignato.
Intanto sbarcavano nel Piceno nuovi aiuti, comandati da Narsete, che veniva con ampi poteri di generalissimo, non solo per aiutare, ma anche per tenere a freno Belisario, contro il quale la Corte pareva ingelosita. Nato nel 478, questo nuovo capitano aveva allora già sessant'anni; era uomo accorto ed ambiziosissimo, di grado in grado salito ai più alti uffici amministrativi. Ma, quello che è singolare davvero, egli arrivava adesso in Italia investito dall'Imperatore del grado di generale, senza aver mai prima servito nell'esercito. Infatti, anche quando aveva efficacemente cooperato con Belisario a reprimere la rivolta seguita nell'Ippodromo, lo aveva fatto solo corrompendo i capi con danaro. L'avergli perciò, in tali condizioni, affidato il comando d'un esercito, era cosa davvero senza esempio. E l'essere poi Narsete riuscito uno dei primi capitani del secolo, fece grandissimo onore all'accortezza, alla conoscenza quasi divinatrice che, in questa come in tante altre occasioni, Giustiniano mostrò avere degli uomini. Se non che, arrivato che fu in Italia, Narsete, sicuro della piena fiducia della Corte, consapevole della crescente gelosia che v'era colà contro Belisario, lo trattò subito alla pari, senza punto curarsi di nascondere la propria alterigia. E di ciò si ebbe una prima prova nel Consiglio di guerra tenuto a Fermo in quello stesso anno 538. Giovanni chiedeva allora da Rimini soccorsi, perchè, dopo avere respinto i primi assalti dei Goti, si trovava, come Belisario gli aveva preveduto, ridotto ad assai mal partito, minacciato da tutto l'esercito di Vitige. Si trattava dunque di decidere se si doveva correre in suo aiuto, avanzandosi per la via Flaminia sino a Rimini, lasciando le città fortificate, come Osimo, in mano dei Goti, o pure abbandonar per ora al proprio destino chi aveva con la sua disobbedienza messo a grave pericolo il resultato finale di tutta la guerra. Belisario era per questo secondo partito, al quale Narsete decisamente s'oppose. Si poteva, questi diceva, pensare più tardi a prendere Osimo; non si doveva intanto permettere che i Goti, appena sfiduciati, ripigliassero animo, e s'impadronissero di Rimini, colla disfatta ed umiliazione d'un generale romano e de' suoi soldati. Quanto al punirlo della disobbedienza, si poteva aspettare a farlo più tardi, senza mettere adesso a repentaglio la fortuna e l'onore dell'Impero.
Belisario assai di mala voglia si dovette arrendere a queste ragioni, che non eran di certo senza valore. Mandò quindi 1000 uomini a tenere in iscacco la guarnigione d'Osimo, ch'era di 4000 Goti. Ed a Rimini mandò una parte dei suoi per mare, un'altra per terra, avanzandosi egli con Narsete alla testa d'una colonna volante, per dare, quando se ne presentasse l'occasione, il colpo decisivo. L'esercito imperiale s'avanzava sparso per la campagna, accendendo la notte un gran numero di fuochi, che lo facevano parere assai più numeroso che non era. E però quando i Goti videro da un lato le navi entrare nel porto di Rimini, da un altro la campagna sparsa di uomini, che di notte sembravano coi loro fuochi occupare una vastissima estensione, temettero d'esser presi in mezzo, e si posero in ritirata verso Ravenna. La guarnigione di Rimini era troppo estenuata per inseguirli; ma gl'Imperiali sopravvenuti poterono saccheggiare i loro accampamenti. Giovanni si ritenne in questa occasione liberato dal grave pericolo per opera di Narsete, al quale solamente si dichiarò riconoscente. E questo fu il principio d'una discordia che doveva essere funesta all'Impero, alimentata com'era continuamente anche dagli altri generali.
Tutto ciò seguiva in un momento assai difficile. Vitige era a Ravenna con 30,000 uomini; Osimo, Orvieto, Urbino e molte altre città dell'Italia centrale erano occupate dai Goti. Al nord i Franchi pareva che minacciassero di scendere in loro aiuto; a Milano si trovava una guarnigione di soli 300 imperiali, in mezzo ad un paese tutto in potere del nemico. E questo fu il momento in cui Narsete decise di mettersi addirittura in aperta opposizione col generale in capo. Belisario propose in un consiglio di guerra, che l'esercito si dividesse in due grosse colonne, una per occupare Milano e tutta la Liguria, l'altra per pigliare Orvieto e le città dell'Italia centrale; dopo di che si poteva pensare ad una grossa battaglia campale contro Vitige. Narsete voleva invece che si occupasse anche l'Emilia, e si attaccasse Ravenna, insistendo molto su di ciò. E quando Belisario impazientito gli disse che il comandante era lui, mostrando le lettere di Giustiniano, Narsete gli rispose, che esse imponevano di operare nell'interesse dell'Impero, e che questa solamente doveva essere la norma. La conclusione fu che nell'esercito mancava ora ogni unità di comando. Belisario si decise quindi a prendere Urbino, poi Orvieto (538), e Narsete insieme con Giovanni andò nell'Emilia. Vitige allora dette ordine a suo nipote di assediare Milano, mentre che Teudiberto, re dei Franchi, lasciava scendere in Italia 10,000 Burgundi suoi sudditi, i quali dicevano di venire in aiuto dei Goti, ma per ora non facevano altro che predare il paese. La piccola guarnigione di Milano, ridotta agli estremi, chiedeva aiuto a Belisario, che mandò alcuni de' suoi; ma questi, trovando già occupato il paese da Goti e da Burgundi, non poterono avanzare. E quando Narsete, sollecitato da ogni parte, si decise finalmente a mandare anch'egli i necessari aiuti, era già troppo tardi. La piccola guarnigione di Milano s'era dovuta arrendere, salva la vita; ma i cittadini furono trucidati fino al numero di 300,000, se si deve prestar fede a Procopio. Le donne vennero lasciate schiave ai Burgundi, per l'aiuto da essi dato nell'assediare la città, che venne ora uguagliata al suolo. E così la Liguria fu ora dei Goti. Pure da tutto ciò ne venne un vantaggio a Belisario, il quale, rendendo conto a Costantinopoli del disastro seguito, potè dimostrare che esso era conseguenza inevitabile della mancata unità di comando, ed indurre finalmente Giustiniano a lasciar di nuovo a lui solo il comando supremo, richiamando Narsete (539).
E ve n'era veramente bisogno, perchè le difficoltà della guerra si andavano sempre moltiplicando. Vitige era riuscito a spingere la Persia a minacciare Giustiniano, il quale si mostrava perciò inclinato alla pace, che Belisario non voleva, pieno com'era sempre di fiducia nella vittoria. Questi si fermò intanto ad assediare Osimo, fece assediar Fiesole da due suoi capitani, ed inviò anche alcune genti nell'alta Italia, verso Tortona. In questo momento precipitarono giù dalle Alpi i Franchi, sotto il comando del loro re Teudiberto, in numero, dice Procopio, di 100,000. Pareva che venissero in aiuto dei Goti, ma giunti che furono a Pavia, la saccheggiarono, uccidendo uomini, donne, bambini. Corsero verso Tortona, e sbaragliarono i Goti, che si ritirarono a Ravenna; affrontarono poi gl'Imperiali che, presi alla sprovvista, si ritirarono anch'essi, cercando di raggiungere Belisario, il quale si trovava ancora all'assedio di Osimo. Fortunatamente questa bufera dei Franchi scomparve a un tratto, perchè essi, trovandosi in un paese esausto e privo di tutto, costretti a bere acqua del Po, furono colpiti da una dissenteria, la quale fece tra loro tale strage, che moltissimi ne morirono, e gli altri si ritirarono (539).
Fiesole adesso si arrendeva, e le genti che l'avevano assediata poterono riunirsi a quelle che circondavano Osimo. Essendosi poi dovuta arrendere anche questa, sebbene fosse in una posizione strategica importantissima, la guarnigione gota, che s'era ivi battuta con valore, sdegnata di non avere ricevuto soccorsi da Ravenna, disertò, passando a servizio dell'Impero sotto Belisario. Il quale si mosse ora verso Ravenna, che sperava avere per accordi, non essendo possibile prenderla colla forza fino a che non riusciva ad avere un naviglio. E non si poteva sperare d'averlo ora che l'Imperatore, spaventato dalle minacce della Persia, e dalle promesse d'aiuti considerevoli che i Franchi facevano a Vitige, desiderava in ogni modo conchiudere la pace in Italia. I Franchi infatti promettevano di venire in aiuto dei Goti con un esercito di 500,000 uomini, quando Vitige avesse consentito a divider con essi il regno dell'Italia superiore. Ma questi preferiva dividere l'Italia coi Bizantini piuttosto che con barbari infidi, potenti e crudeli come i Franchi. E Belisario, che era anche accorto diplomatico, seppe aumentare la naturale diffidenza del re goto, ricordandogli i saccheggi che poco prima i Franchi avevano fatti in Italia, pur dicendo di venire ad aiutarlo. Intanto egli stringeva sempre più l'assedio di Ravenna, e d'ogni parte aumentavano le diserzioni dei Goti, che abbandonavano Vitige per venire a lui. A tutto ciò s'aggiungeva, che nella già affamata città bruciarono i magazzini del grano, chi diceva in conseguenza d'un fulmine che vi cadde, e chi a cagione d'un incendio provocato dalla trista moglie di Vitige, la quale nell'ora del pericolo lo tradiva (540).
Per tutte queste ragioni, quando Giustiniano cominciò a parlare d'accordi con Vitige, Belisario fece il sordo, affermando che prima condizione di pace doveva in ogni caso essere la resa di Ravenna. Ed i Goti, che si trovavano già ridotti all'estremo dalla fame, finirono col credere che l'Imperatore volesse ingannarli, fingendo di desiderare la pace; ed unitisi perciò a consiglio, mandarono ambasciatori a Belisario, facendogli la singolare proposta di riconoscerlo come Imperatore d'Occidente, e di prestargli obbedienza, come a loro duce e signore. Ma Belisario, che era deciso a non tradire la bandiera sotto cui aveva finora combattuto, continuò a temporeggiare ed a trattare, sapendo che la fame avrebbe fra poco costretto i Goti a cedere senz'altro. Ed infatti non andò guari che egli potè entrare in città, promettendo solo di rispettare la vita e gli averi dei Goti: quanto al farsi Imperatore, se ne sarebbe parlato poi con Vitige. Così nella primavera del 540 Belisario, alla testa de' suoi soldati, entrò in Ravenna. I Goti che avevano ceduto la città senza dar prima una battaglia, e avevano proposto di rinunziare anche alla loro personalità nazionale, se ne stavano ora umiliati, quasi semplici spettatori, a guardare l'esercito bizantino che, assai meno numeroso di loro, s'avanzava trionfante per le vie della città. Più di tutti parevano sdegnate le donne, alle quali s'era parlato sempre del gran numero, della gran forza fisica dei Bizantini, e invece li vedevano ora pochi, piccoli e scuri, assai meschini di fronte ai Goti biondi, robusti, alti. Esse, dice Procopio, erano così inferocite, che sputavano in faccia ai loro mariti, chiamandoli vili.
Belisario, secondo il suo solito, serbò fede ai patti giurati. La vita e gli averi dei cittadini furono, sotto minaccia di gravi pene, fatti rispettare dai soldati. S'impadronì del tesoro reale, e tenne prigioniero Vitige insieme coi suoi nobili: tutti gli altri Goti, lasciati liberi, andarono dove vollero. Ravenna d'ora in poi fu dei Bizantini, che la tennero fino al 752, quando venne loro tolta dai Longobardi, ai quali poco dopo la tolsero i Franchi. Treviso, Cesena ed altre città s'arresero subito anch'esse; resistettero invece Verona e Pavia, nella quale i Goti offerirono la corona ad Uraias, valoroso nipote di Vitige. Ma egli la ricusò, per non volere aver l'aria d'usurpare il trono dello zio prigioniero, e consigliò che l'offrissero invece a Ildibaldo, il quale si difendeva allora in Verona, ed era parente del re dei Visigoti. E Ildibaldo l'accettò, proponendo però che si facesse prima un altro tentativo d'indurre Belisario a farsi Imperatore d'Occidente, dichiarandosi pronto senz'altro a prestargli obbedienza. Ma tutto fu invano, perchè Belisario s'apparecchiava già a partir per Costantinopoli, dove era con grande istanza chiamato, e dove andò, menando seco insieme col tesoro goto, Vitige ed i nobili, che dovevano come prigionieri seguire il suo carro trionfale. Con l'entrata in Ravenna, e col trionfo di Belisario in Costantinopoli finisce il primo periodo della guerra bizantina in Italia. Avrebbero dovuto cominciare adesso i grandi trionfi ed onori resi a Belisario; ma ben presto cominciarono invece quelle sventure che ne dovevano avvelenare l'esistenza. Con tutti i molti elementi di forza, che si trovavano pur sempre nella società bizantina, la corruzione, l'invidia, la gelosia erano in essa tali da rendervi impossibile ogni vero e sicuro progresso. E noi vedremo fra poco colmata d'ingratitudine e di amarezza la vita di colui che aveva dato tante splendide prove di fedeltà all'Imperatore ed all'Impero, ai quali aveva reso così segnalati servigi in Persia, in Africa, in Italia; ed altri ancora, nonostante la nera ingratitudine, doveva continuare a renderne.
CAPITOLO VII Desolazione dell'Italia — S. Benedetto fonda il suo Ordine
La guerra, che doveva ancora continuare in Italia, era già durata cinque anni, ed aveva desolato, esausto il paese in modo da superare ogni immaginazione, riducendolo in condizioni tali da non essere sperabile, per lunga pezza, di vederlo più risorgere. Procopio descrive gli effetti che nel 538 la morte, la carestia e la fame avevano portato specialmente nella Toscana, nella Liguria e nell'Emilia. La cultura dei campi, egli dice, era stata da due anni abbandonata del tutto, ed il poco e cattivo grano, che spontaneamente vi nasceva, era spesso lasciato imputridire. Gli abitanti della Toscana si erano ritirati ai monti, dove si cibavano di ghiande; quelli dell'Emilia si recarono nel Piceno, sperando di trovare presso il mare di che sfamarsi. Ma la desolazione era tale colà che si parlava di 50,000 contadini morti per mancanza di nutrimento. Lo stesso scrittore ci descrive, come testimonio oculare, il modo e la natura di queste morti. Per eccesso di bile, egli dice, ingialliva il colore della pelle, che aderiva come cuoio alle ossa, essendosi la carne consumata affatto. Il giallo mutavasi poi in rosso cupo, in nero, con una espressione da maniaci negli occhi; e così quegl'infelici morivano. Perfino i corvi e gli uccelli di rapina non volevano cibarsi dei loro corpi disseccati. Quando poi quegl'infelici affamati trovavano per caso del cibo, ne mangiavano con tale avidità e in così gran misura, che ne morivano, avendo per debolezza perduto ogni forza digestiva. Si giunse a tale, che gli uomini divennero qualche volta addirittura cannibali. Procopio ricorda due donne, che rimaste sole presso Rimini, accoglievano i viandanti e li uccidevano nel sonno, per poi divorarli. E così, egli afferma, ne divorarono diciassette; ma il diciottesimo riuscì a scampare, ammazzandole invece ambedue. Si vedeva la gente trascinarsi carpone pei campi, mangiando come capre le erbe; spesso, non avendo più la forza di estirparle dal suolo, morivano estenuati, e restavano insepolti. In mezzo a tanti esempi di desolazione e ferocia lo stesso scrittore ci racconta un caso assai pietoso. Traversando l'Appennino per andare a Rimini, egli vide un bimbo abbandonato, affettuosamente nutrito da una capra, che accorreva al pianto e non voleva che altri s'avvicinasse a lui, il quale a sua volta ricusava il latte offertogli dalle donne del vicino borgo. Pare che la madre, al passaggio dell'esercito di Giovanni rimanesse, fuggendo, separata a un tratto dal figlio, senza poterlo più ritrovare. Nè altro si seppe più di lei, rimasta forse prigioniera, o uccisa nei campi.
Il disordine, lo sconforto e la spaventosa desolazione, sin dal principio portati da questa guerra, andarono, per la sua continuazione, crescendo sempre più. Ed in mezzo a così prolungate calamità, non è da meravigliarsi che il pensiero si volgesse a Dio, e che un fatto nuovo, già da più tempo cominciato, ricevesse uno straordinario incremento. Il monachismo d'Occidente ebbe ora appunto una così rapida diffusione da parer che divenisse quasi contagioso. Suo definitivo riformatore, che parve perciò nuovo fondatore, era stato un uomo veramente straordinario e santo, il quale ad una grandissima bontà univa una profonda conoscenza dell'umana natura e del proprio tempo. Egli compiè la trasformazione del monachismo, rendendo nei monasteri dell'Occidente più tollerabile ed umana la vita religiosa, che gli anacoreti della Tebaide avevano spinta ad una esagerazione che confinava qualche volta colla follia, e trovava in Italia ostacolo insuperabile nell'indole del popolo. Il suo merito principale apparisce chiaro nella Regola monastica del suo Ordine, che fu da lui formulata. Per sette secoli, fino cioè a S. Francesco ed a S. Domenico, i Benedettini furono quasi i soli monaci nel mondo occidentale, e si diffusero dalla Polonia al Portogallo, dalla Gran Brettagna alla Calabria, obbedendo tutti al loro capo in Monte Cassino, che fu come la nuova Roma, la nuova Gerusalemme, la Mecca dei Cristiani. La leggenda, la poesia, la pittura italiana hanno in mille modi illustrato la vita del Santo e de' suoi discepoli. Dalle mura dei chiostri, dagli affreschi, dalle tele dei pittori, dai versi dei poeti, che vennero ispirati da questi monaci, i quali vissero in tempi di feroci passioni, in mezzo agli orrori d'una guerra che faceva scorrere il sangue a fiumi, discende ancora oggi su di noi il loro spirito di pace, di fede, di carità, di tranquillo e costante lavoro, che in tutto il Medio Evo fu sorgente perenne d'arte, di poesia e di civiltà.
La nuova Regola, in settantatrè articoli, rispondeva certo ad un bisogno del tempo, e mantenendo rigorosa obbedienza, rifuggiva da ogni eccesso. Le sostanze di quelli che divenivano monaci, e tutto ciò che più tardi i parenti avessero voluto lasciar loro, andava integralmente al monastero, nel quale spariva ogni proprietà individuale. L'ozio era proibito, come dannoso alla salute dell'anima (otiositas inimica est animi). Questi religiosi infatti pigliavano direttamente parte al lavoro dei campi, a tutto ciò che era necessario alla comune esistenza. Un articolo assai notevole, utile e pratico nello stesso tempo, voleva che prima d'essere ammessi nel convento, si dovesse con un periodo di noviziato dar prova di vera vocazione alla vita monastica. S. Benedetto non faceva distinzione di sorta fra ricchi o poveri, coloni o schiavi, Romani, Bizantini o barbari. Dinanzi alla sua Regola tutti gli uomini erano, come dinanzi a Dio, uguali; e ciò spiega la rapida, la straordinaria diffusione che essa ebbe nel mondo.
La vita di questo, che fu il più grande monaco che sia mai vissuto, ci venne narrata da Gregorio I, forse il più grande dei papi, che da taluno si volle credere nato il giorno stesso in cui moriva S. Benedetto (21 marzo 543). Sebbene la sua narrazione sia piena di miracolose leggende, essa ci fa pur comprendere quale era il vero carattere del Santo. Nato a Norcia (480), nei monti della Sabina, a venti miglia da Spoleto, a duemila piedi sul livello del mare, da un nobile romano, circa quattro anni dopo che Odoacre fu signore d'Italia, cominciò a studiare in Roma. Ma ben presto lasciò tutto, per ritirarsi nella solitudine e nella contemplazione, verso le sorgenti dell'Arno. La sua balia, che lo aveva accompagnato a Roma, lo accompagnò ancora adesso, dominata da quel nobile ascendente morale, che egli esercitava maravigliosamente su tutti. Ben presto i miracoli da lui compiuti, e la fama della sua santità affascinarono, attirarono un così gran numero di seguaci entusiasti, che egli pensò di rifugiarsi a Subiaco, dove erano solo alcuni pochi anacoreti. Ivi fu vestito dell'abito monacale, da un tale che si chiamava Romano; e si ritirò in una grotta, dove questi, a giorni fissi, gli portava dal suo convento il cibo necessario a vivere, facendolo con una fune, dall'alto d'una rocca discendere nella grotta. Ma Romano scomparve a un tratto, senza che più se ne sapesse nulla; ed allora il cibo fu portato prima da un santo uomo, che viveva assai lontano; poi da alcuni pastori miracolosamente ispirati dal Signore. Essendo ancora nel vigor degli anni, il Santo venne assalito dagli stimoli della carne, e per attutirli si gettò nudo sulle spine e sui pruni della foresta, che, lacerando le sue carni, furono fecondati dal sangue che ne scorse, e ne sbocciarono rose, le quali dopo sette secoli S. Francesco vide tuttavia fiorire, ed il viandante le vede fiorire anche oggi.
Essendo intanto grandemente cresciuta la fama di S. Benedetto, i monaci di Vicovaro, che avevano perduto il loro abate, pregarono lui d'assumerne l'ufficio. E quando egli d'assai mala voglia si lasciò indurre ad accettare, furono subito scontenti della severa disciplina da lui imposta, e pensarono d'avvelenarlo. Liberato che fu miracolosamente da questo nuovo pericolo, si ritirò sdegnato nella solitudine. Ma anche colà la gente, attirata dalla fama della sua bontà, accorse numerosissima, e così tra il 500 ed il 520 si formarono intorno a Subiaco 12 monasteri, con capi da lui eletti. Egli se ne stava ritirato nel sacro speco, con pochi de' suoi, presso Subiaco, al di sopra della sua antica grotta. Nonostante però questa sua riserva, questo gran seguito, la gelosia di quelli che facevan parte del clero regolare non lo lasciava in pace. Ed uno di essi fece andar donne di mala vita a tentarlo, cosa di cui S. Benedetto fu così disgustato, che se ne andò via a Monte Cassino. Ivi trovò la statua d'Apollo con un altare, e li fece subito demolire, fondando sullo stesso luogo il suo principale convento, nel quale risiedette quattordici anni (529-543). Colà venne a visitarlo Totila re dei Goti (542), prostrandosi ai suoi piedi; ed il Santo gli rimproverò i mali recati all'Italia, annunziandogli vicina la morte. Un anno dopo questa visita morì anche lo stesso S. Benedetto. Poco prima era morta la sorella Scolastica, che lo aveva seguito a Subiaco ed a Monte Cassino, menando anch'essa vita religiosa, non molto lungi da lui, che andava a visitarla una volta l'anno, e che volle essere sepolto vicino a lei, là dove era stato l'altare di Apollo.
Una prova che l'opera di S. Benedetto era la creazione d'un uomo di genio, e rispondeva ad un vero bisogno dei tempi, noi l'abbiamo nella grande e rapida diffusione che essa ebbe, nel fatto assai notevole che, quasi nello stesso tempo e indipendentemente da lui, Cassiodoro, il quale aveva passato tutta la sua lunga vita negli affari politici, iniziò anch'egli qualche cosa di simile nel suo paese nativo. A tempo di Vitige, quando già da un pezzo Imperiali e Goti erano violentemente venuti a conflitto fra loro, egli s'era dovuto accorgere che il concetto di Teodorico, al quale anch'egli così lungamente aveva dedicato tutte le forze, di fondere cioè in uno Italiani e Goti, era un sogno contradetto dalla realtà. Essendo adunque pervenuto all'età di 60 anni, quando aveva già raccolto le sue lettere e scritto il suo Trattato sull'anima, si ritirò nel paese nativo, dove fondò vicino a Squillace due conventi. Uno di essi era un semplice eremitaggio sul colle, per chi voleva assoluta solitudine; l'altro, il vero e proprio Convento, venne istituito poco più lungi, a Vivarium, presso il fiume Pellena (539). E come S. Benedetto, nel fondare i suoi monasteri, aveva voluto unire il lavoro manuale alla contemplazione, così Cassiodoro unì a questa il lavoro intellettuale, dandone egli stesso l'esempio. Infatti colà scrisse molte delle sue opere, fra le quali il comento ai Salmi, e quello alle Epistole degli Apostoli; la Historia tripartita, la quale è un compendio di tre storie della Chiesa, che per sua commissione Epifanio tradusse dal greco. Scrisse ancora alcune regole del ben vivere, ed il suo libro De ortographia, in cui sono precetti sull'arte del comporre. Cassiodoro era di certo più un letterato ed un retore, che un santo; non aveva le qualità d'un vero fondatore di Ordini religiosi. Pure il suo concetto d'introdurre nei monasteri il lavoro intellettuale, rispondeva, come quello del lavoro manuale imposto da S. Benedetto, talmente ad un bisogno dei tempi, che venne anch'esso accolto dai Benedettini. E così questi trascrissero molte delle più preziose opere antiche, le quali per opera loro vennero salvate dalla distruzione, cui sarebbero altrimenti andate incontro. Monte Cassino divenne come un faro di civiltà, la cui luce, riflettendosi in tutti quanti i conventi benedettini, potè in mezzo alla oscura notte del Medio Evo rischiarare la via ad un migliore avvenire.
CAPITOLO VIII Totila re dei Goti — Belisario torna in Italia, ed occupa Roma — Suo ritorno a Costantinopoli e sua morte
L'anno 540 in cui i Persiani presero Antiochia, Belisario arrivava a Costantinopoli alla testa di 7000 uomini della sua guardia, menando seco il tesoro dei Goti, con Vitige e gli altri prigionieri. Era il secondo re barbarico che egli conduceva nella capitale orientale. Aveva allora 36 anni; era quindi nel pieno vigore della sua forza, come era nel colmo della fortuna e della gloria. Ma pur troppo si cominciavano a vedere i non lontani prodromi di quelle sventure che dovevano lacerargli il cuore, avvelenarne l'esistenza, invecchiandolo prima del tempo. Non gli fu concesso un trionfo ufficiale, come quello avuto al ritorno dall'Africa, sebbene il popolo lo accogliesse di fatto come un vero trionfatore, quale egli era certamente. La sua prima sventura fu il sospetto della infedeltà della moglie, la quale amareggiò molto la sua esistenza. Partendo per la guerra persiana, con quest'atroce tormento nell'animo, perseguitato da Teodora, che proteggeva Antonina, non potè concludere gran cosa. Tornato a Costantinopoli, e non essendogli possibile avere più dubbi sulla sua domestica sventura, dovè decidersi ad imprigionare la moglie infedele, che pure amava. Ma il peggio era, che Antonina aveva saputo con grandissima arte guadagnarsi l'animo di Teodora, secondandola ne' suoi intrighi, aiutandola a perseguitare i suoi nemici.
Da un pezzo era nella Corte divenuto potentissimo Giovanni di Cappadocia, uomo dato a tutti i vizi, divorato dall'ambizione, ma attissimo a riscuotere tasse, ricorrendo per esse anche ai tormenti più crudeli: dicevasi che per evitarli, qualcuno si fosse perfino impiccato. Giustiniano lo proteggeva, quale strumento utilissimo ad aumentare le entrate dello Stato, e Teodora invece l'odiava per la sua ambiziosa prepotenza. Antonina, che voleva conquistare sempre più il favore dell'Imperatrice, riuscì, con singolare accorgimento, a fargli confessare i suoi ambiziosi disegni, le sue mire segrete contro lo stesso Imperatore. In conseguenza di che, Giovanni fu mandato in esilio, ridotto alla miseria, costretto a vestir l'abito ecclesiastico, ad andare limosinando. Pare anzi, come osserva l'Hodgkin, che questa sua fine infelice desse origine alla leggenda che fece poi attribuire a Belisario una fine non molto diversa. Certo è che Teodora sempre più grata ad Antonina, sempre più avversa a Belisario, l'obbligò a liberare la moglie infida ed a riconciliarsi con essa, nè si stancò mai di tormentarlo e di umiliarlo.
Intanto, dopo la partenza di Belisario dall'Italia, donde aveva menato seco la sua guardia ed i migliori capitani, le cose andavano nella Penisola di male in peggio. Non v'era un capo autorevole che potesse comandare, non s'era ancora ordinata una nuova amministrazione. Tutto rimaneva affidato a capitani militari, sparsi coi loro soldati, in diverse città, ed ai riscuotitori delle imposte. Le entrate andavano rapidamente diminuendo, nè si poteva sperare danaro da Costantinopoli, dove bisognava provvedere alla guerra persiana, ed a mantenere, con sussidi continui, tranquille le vicine e minacciose popolazioni barbariche. Si ricorreva quindi in Italia ad ogni più misera e meschina arte per risparmiare. Si tosavano le monete; si ritardavano le paghe e le promozioni dei soldati; si vendevano gli uffici; si lasciavano in abbandono le opere pubbliche più necessarie, come gli acquedotti; si trascuravano per tutto le più urgenti riparazioni. Lo scontento era quindi divenuto grandissimo nei soldati, che cominciavano a disertare, o cercavano rifarsi sulle popolazioni, che avevano assai contribuito al trionfo delle armi imperiali. Ridotte ora all'estremo d'ogni miseria, esse finivano col rimpiangere i tempi in cui erano state sotto il dominio dei Goti, la fortuna dei quali cominciava perciò rapidamente a risorgere.
Ildibaldo infatti, che era rimasto con soli 1000 uomini, vide a un tratto accrescere il suo esercito, e fu padrone di quasi tutta l'Italia settentrionale. Ma neppur tra i Goti le cose procedevano senza gravi disordini. Essi, che non avevano mai potuto formare in Italia una vera e propria nazione, apparivano sempre più come un esercito di ventura, sotto il comando di capitani che non andavan d'accordo fra di loro. Tra la moglie di Uraias, il quale aveva ricusato il comando supremo, e quella d'Ildibaldo, che lo aveva accettato, la gelosia era divenuta tale che si comunicò ai mariti. In conseguenza di che il primo venne ucciso dal secondo, e questi fu poi, a sua volta, ucciso nella primavera del 541. Insieme coi Goti erano in Italia venuti parecchi Rugi, i quali non s'erano potuti mai interamente amalgamare coi loro compagni; ed ora innalzarono sugli scudi Erarico, che fu dai Goti accettato. Ma questi non seppe far altro che trattare con Costantinopoli, tentando di costituirsi un piccolo Stato nell'Italia settentrionale, tra i Franchi ed i Bizantini, ponendosi alla mercè dell'Imperatore, tradendo così tutte le speranze de' suoi soldati, i quali, dopo cinque mesi d'inglorioso governo, lo uccisero, avendo prima offerto la corona a Baduila, noto nella storia col nome di Totila. Questi era parente d'Ildibaldo, ed accettò a condizione che levassero di mezzo Erarico, il che essi fecero.
Totila rialzò il destino dei Goti, alla testa dei quali si trovò per undici anni, combattendo sempre gloriosamente. Egli fu il più nobile fiore del valore ostrogoto, dimostrandosi costantemente capitano non solo assai coraggioso, ma ancora di molta capacità strategica e politica. Mentre infatti i Bizantini, per sostenersi in Italia, taglieggiavano, saccheggiavano le popolazioni, favorendo così i latifondisti, che formavano il loro sostegno, sebbene poi scontentassero anche questi colle continue tasse, Totila invece s'appoggiava sul popolo, sui contadini e coloni, trattandoli meglio che poteva, accogliendo nel suo esercito gran numero anche di schiavi. «Ai contadini, dice Procopio, egli in tutta Italia non recò alcuna molestia; ma invitolli a lavorare liberamente la terra, secondo il consueto, pagando a lui i tributi, che già prima solevano dare all'erario ed ai proprietari» (III, 13). Aggravava invece la mano sui latifondisti, che spesso espropriava; s'impadroniva delle loro rendite, ed anche di quelle della Chiesa, che era già fin d'allora uno dei principali latifondisti, e che perciò fu a lui doppiamente avversa, essendo i Goti di religione ariana.
I generali imperiali, radunati a Ravenna, decisero d'avanzarsi con 12,000 uomini per assalire Verona e Pavia; ma dopo un primo fortunato successo, dovettero retrocedere a Faenza. Totila, che aveva potuto raccogliere già 5000 uomini, prese allora l'offensiva, passando il Po, e con abile strategìa riuscì ad infligger loro una vera disfatta, obbligandoli a ricoverarsi nella città. Dopo di che traversò risolutamente l'Appennino, con l'intendimento d'impadronirsi dell'Italia meridionale, dove poteva sperare maggiore facilità di trovar vettovaglie, aiutato anche dalla vicinanza della Sicilia. Di là avrebbe potuto minacciare Roma, costringendo il nemico a dividere le sue forze. Ma intanto un primo tentativo d'assediare Firenze con parte dei suoi, fallì, perchè i Bizantini, avuto soccorso da Ravenna, uscirono dalle mura e lo respinsero. Furono però poco dopo disfatti, e così Totila potè procedere sicuro fino a Napoli (542). Gl'Imperiali si trovavano allora padroni solamente di Firenze, Spoleto, Perugia, Roma, Ravenna e Napoli. La presa di quest'ultima città avrebbe avuto pei Goti una grandissima importanza, sia perchè era una delle principali dell'Italia meridionale, ed in relazione colla Sicilia, sia perchè di là potevano facilmente cominciare le operazioni contro Roma. Totila portò quindi presso Napoli il suo quartier generale, inviando nello stesso tempo alcuni de' suoi verso le Puglie, la Basilicata e le Calabrie. Napoli aveva solo una guarnigione di 1000 fanti; e però Giustiniano, riconoscendone l'importanza strategica, vi spedì alcune navi con soccorso di uomini e di vettovaglie. Totila però seppe tener testa a tutto, e favorito da una tempesta, che ritardò l'arrivo d'una parte dei soccorsi, sconfisse il nemico e costrinse la città ad arrendersi (543). La guarnigione fu lasciata libera, e nulla soffrirono gli abitanti, avendo egli, con ordini severissimi, mantenuta la più stretta disciplina fra i suoi Goti, coi quali si apparecchiava ora all'assedio di Roma.
A Totila pareva d'esser vicino ad impadronirsi di tutta Italia, giacchè i Bizantini possedevano ora solo alcune poche città, i loro generali non andavano d'accordo, e già scrivevano a Costantinopoli, come se lo stato delle cose fosse disperato. Egli invece, pieno di fiducia, scriveva al Senato e spargeva ovunque proclami, invitando le popolazioni a fare con lui causa comune. Tutto ciò finì col decidere Giustiniano a rimandar di nuovo in Italia Belisario (544), che non era però più quello d'una volta: infinite erano state le sue traversie, le ingiuste persecuzioni da lui sofferte. Affranto dai dolori e dalla più nera ingratitudine, costretto ad umiliarsi dinanzi alla moglie che lo aveva tradito, accusato d'aver rubato parte del tesoro goto, per sopperire alle sue spese eccessive, era stato richiamato dall'Oriente, dove, oppresso da tanti dolori, non gli aveva arriso la fortuna della guerra. Oltre di ciò la sua guardia era stata disciolta, ed egli privato d'ogni ufficio, d'ogni emolumento. Era vietato agli amici d'avvicinarlo; e quindi, abbandonato da tutti, si vedeva girar solo e pensoso per le strade di Costantinopoli, col sospetto di potere da un momento all'altro essere assassinato. Ed ora che la peste aveva desolato l'Impero, che lo stesso Imperatore ne era stato colpito, ed a fatica era scampato dalla morte; ora che tutto anche in Italia pareva andasse a rovina, bisognò di nuovo ricorrere a lui, restituirgli parte della sua fortuna, ridargli il comando supremo delle forze nella Penisola. Non potè però riavere la sua guardia, che era stata già disciolta; non gli si potè costituire un nuovo esercito, nè dar danari: doveva a tutto provvedere da sè; la guerra doveva alimentare la guerra. Ciò nonostante, dimenticando ogni cosa, si rimise con ardore all'opera, e raccolse a sue spese nella Tracia un corpo di 4000 Illirici, che condusse subito nella Dalmazia, dove li organizzò ed esercitò. Di là riuscì a far pervenire qualche soccorso di uomini e vettovaglie alla guarnigione assediata e pericolante in Otranto, per avere in sue mani un punto da cui ricominciare la conquista dell'Italia meridionale. Ed infatti i Goti che assediavano la terra, quando videro che di mezzo alle loro file erano potuti passare i soccorsi, si ritirarono per andarsi a ricongiungere con Totila. Questi s'era intanto avviato verso Roma; aveva preso Tivoli, facendo strage della popolazione, e poteva di là impedire che pel Tevere scendessero vettovaglie nella Città eterna. Belisario avrebbe dovuto e voluto soccorrerla subito, se avesse avuto il danaro e gli uomini, che invece gli mancavano affatto. S'avviò quindi verso Ravenna, con la speranza di raccogliere colà i veterani sbandati; ma l'antico entusiasmo e l'antica disciplina più non esistevano. Impadronitosi infatti di Bologna, invano aspettò che i veterani tornassero sotto le sue bandiere. E i nuovi soldati illirici, che seco aveva e che intanto non ricevevano le paghe, avuta notizia d'un assalto che gli Unni movevano al loro paese, se ne partirono senz'altro. Totila allora, avanzandosi per la Via Flaminia, prese parecchie delle città rimaste ancora ai Bizantini (545); e la guarnigione di Spoleto non solo s'arrese, ma si unì a lui. Egli così potè impedire al nemico ogni comunicazione fra Ravenna e Roma, che fu subito da lui assediata. Belisario, convinto della estrema necessità di rialzare le sorti della guerra, ardeva del desiderio di tentare un colpo ardito, per liberare l'antica capitale del mondo; ma non aveva modo. Con grande insistenza chiese a Costantinopoli aiuto d'uomini e danaro; domandò sopra tutto d'avere la sua guardia, esponendo lo stato disperato delle cose in Italia, dove non c'era da aspettar più nulla dalle popolazioni esauste e disgustate. Corse poi con pochi de' suoi a Durazzo in Dalmazia, per andare incontro ai soccorsi che dovevano finalmente arrivare da Costantinopoli.
Erano passati già dodici mesi, nei quali egli nulla assolutamente aveva potuto concludere. Roma era assediata dai Goti, che occupavano da padroni il paese circostante, riscuotendo le imposte, raccogliendo il prodotto delle terre. Dentro le mura la guarnigione imperiale assai debole cominciava a mancare d'ogni cosa; la fame si faceva già crudelmente sentire; e quello che era anche peggio, alcuni dei capitani, specialmente il comandante Bessa, avendo raccolto grano per l'esercito, ne vendevano ai privati, facendovi lauti guadagni, e cercavano perciò di mandare le cose in lungo. Molti, esausti dalla fame, si trascinavano a fatica, come spettri, per le vie della Città. Fu quindi necessario mandar fuori delle mura i non combattenti, che spesso venivano uccisi dai nemici, quando li vedevano lentamente traversar la Campagna.
Non è perciò da maravigliarsi se appena arrivati da Costantinopoli gli aiuti così lungamente attesi, Belisario che già ardeva del desiderio d'andare a soccorrere Roma, si mosse senza indugio. Ma di nuovo trovò ostacolo grandissimo in quella mancanza di disciplina, che pareva omai divenuta epidemica. Il generale Giovanni, che per la sua parentela aveva potenti relazioni nella Corte, era stato sempre nemico di Belisario, che per avere gli aiuti necessari aveva dovuto pur decidersi a mandar lui a Costantinopoli. E Giovanni adesso voleva dalla Dalmazia avanzarsi coi suoi nell'Italia meridionale, per combattere i Goti, i quali erano colà sparsi e deboli. Dopo averli vinti, egli diceva, sarebbe stato più facile ottener vittoria sotto le mura di Roma, dove egli e Belisario avrebbero nello stesso tempo potuto assalire il nemico da due lati, cooperando all'impresa comune anche la guarnigione con una vigorosa sortita. Ma Belisario, che riteneva invece non doversi metter tempo in mezzo, voleva recarsi direttamente per mare alla bocca del Tevere, e risalendolo, avanzarsi senz'altro a soccorrere Roma d'intesa con Bessa. Non essendo stato possibile mettersi d'accordo con Giovanni, si dovette finire al solito coll'appigliarsi al peggiore dei partiti: operare cioè ognuno per conto proprio. Così egli andò per mare a Porto, e Giovanni sbarcò a Brindisi, entrandovi dopo aver battuto i Goti, sottoponendo poi l'antica Calabria (Terra d'Otranto), le Puglie e la Lucania. Di là, invece di pensare a raggiungere Belisario, s'avviò nel paese dei Bruzi (Calabria), ed occupò Reggio, sbaragliando i pochi Goti che v'erano, favorito dai latifondisti coi loro contadini. Così fu padrone dello Stretto di Messina, e potè annunziare a Costantinopoli, che aveva riconquistato l'Italia meridionale. Quanto ad avanzarsi verso il nord, come voleva Belisario, pare che non ci pensasse neppure. E quindi i pochi Goti, mandati da Totila nella Campania, erano più che sufficienti a tenerlo d'occhio.
Belisario intanto si trovava con poche genti a Porto, invano dolendosi d'esser lasciato solo. Ad Ostia, che egli poteva quasi toccar con mano, erano sempre i Goti, e per mancanza di uomini, non poteva cacciarli, sebbene anch'essi fossero colà in assai piccolo numero. A quattro miglia di distanza, là dove il Tevere è più stretto, Totila aveva potuto chiudere il fiume, mediante una catena ed un ponte galleggiante, difeso da due torri di legno, costruite sulle opposte rive. Pure Belisario era deciso a soccorrere Roma, sperando di farvi entrare le vettovaglie, e di penetrarvi poi egli stesso, giacchè neppure dopo tanti disinganni il valoroso capitano s'era perduto d'animo. Mandò quindi due finti disertori a misurare l'altezza delle torri; e poi, congiunte due barche con tavole, su di esse costruì una torre di legno, sulla quale pose una piccola barca con materie infiammabili, che erano una mescolanza di zolfo, di pece, di resina, qualche cosa di simile a ciò che più tardi fu chiamato fuoco greco. Alle due barche che lentamente s'avanzavano, teneva dietro una piccola flottiglia carica di grano, con uomini armati, accompagnata da altri a piedi ed a cavallo, i quali s'avanzavano sulle due rive, in compagnia di coloro, che colle corde su pel fiume tiravano le navi.
Prima di partire, Belisario aveva lasciato Isaace d'Armenia a guardia di Porto, con ordine espresso di non abbandonar mai quel posto, neppure per soccorrere lui stesso, quando si fosse trovato in pericolo. Avvertì dei suoi movimenti Bessa, invitandolo ad uscir dalle mura in tempo, per potere ambedue contemporaneamente assalire i Goti, di fronte ed alle spalle. Ma Bessa, occupato più che altro de' suoi propri guadagni, non dette segno di muoversi, ed i Goti poterono liberamente andar contro Belisario, che sembrava avanzarsi con buona fortuna. Era infatti riuscito a levare la catena, ad incendiare una delle due torri, quando sopraggiunsero i Goti, coi quali venne subito a battaglia, e li respinse dopo averne uccisi 200. Il ponte galleggiante era rotto, il fiume pareva ormai libero al passaggio delle vettovaglie, quando a un tratto la ruota della fortuna girò a suo danno. Nè Bessa, nè Isaace d'Armenia, sebbene per diverse ragioni, avevano obbedito agli ordini ricevuti, e questo fu causa della rovina dell'impresa nel momento stesso in cui Belisario pareva che avesse già in pugno la vittoria. Giunta a Porto la notizia, che i Bizantini s'avanzavano vittoriosi verso Roma, Isaace non potè più stare alle mosse, e con 100 cavalieri traversò l'Isola Sacra, che divide Porto da Ostia, la quale egli prese senza difficoltà. Ma sopraggiunsero allora i Goti, che poteron facilmente disfare i 100 cavalieri, uccidendone la più parte, e facendo prigioniero Isaace, che li comandava in persona. La notizia assai esagerata di tutto ciò, arrivò a Belisario, come un fulmine a ciel sereno, nel momento appunto in cui egli si credeva decisamente vittorioso. E fu questa la prima volta in sua vita, che perdè veramente la testa. S'immaginò che Porto fosse stato occupato dal nemico, che sua moglie, la quale pur sempre amava, fosse prigioniera, che i nemici potessero attaccarlo alle spalle e di fronte; ordinò quindi senz'altro la ritirata. Ma quando giunse a Porto, e vide come stavano veramente le cose, fu pel dolore della perduta vittoria, preso da una febbre che per qualche tempo lo rese affatto inabile a proseguire la guerra.
Bessa se ne stava intanto tranquillo in Roma, pensando a guadagnare sulla fame che aveva ridotto all'estremo i cittadini, irritatissimi perciò nel momento in cui l'opera loro era più che mai necessaria alla difesa delle mura. I soldati erano assai pochi ed anch'essi scontentissimi per essere trascurati affatto dal loro capo, che li lasciava senza paghe e senza vettovaglie. La conseguenza fu che quattro Isaurici, messi a guardia di Porta Asinaria, la tradirono al nemico. E così il 17 dicembre 546 i Goti entrarono nella Città, che i Bizantini abbandonarono, uscendo nello stesso tempo da un'altra porta in tal fretta, che Bessa dovè lasciare tutto il danaro da lui così disonestamente guadagnato. Vi fu allora come una fuga generale da Roma, dove, secondo Procopio, sarebbero rimaste appena 500 persone, che si ricoverarono nelle chiese, temendo la crudeltà dei Goti. Questi infatti cominciarono subito la strage; ma quando ebbero ucciso 26 soldati e 60 cittadini, furono con ordini severissimi fermati da Totila, il quale venne indotto alla clemenza anche dalle preghiere del diacono Pelagio, che in Roma faceva ora le veci di papa Vigilio, il quale trovavasi nella Sicilia in via per Costantinopoli.
Totila, che era vittorioso, e si sentiva sicuro del fatto suo, disse allora alle sue genti queste notevoli parole: — In principio della guerra 200,000 Goti furono vinti da 7000 Bizantini; ma oggi invece 20,000 Bizantini, che tanti se ne trovano sparsi in Italia, furono vinti dai deboli e disprezzati avanzi dei Goti. Ciò è avvenuto, perchè allora i Goti si condussero ingiustamente verso i Bizantini, e vennero puniti; ma ora che abbiamo invece osservato la giustizia, siamo stati da Dio remunerati colla vittoria. — Entrato poi in Senato, rimproverò ai Romani la loro condotta favorevole agl'Imperiali, che li avevano spogliati di tutto. — Che male, egli esclamò, vi hanno mai fatto i Goti? — Mandò poi a Costantinopoli il diacono Pelagio, per concludere una pace definitiva. «Io, egli scriveva a Giustiniano, ti rispetto come un figlio deve il padre, e sarò sempre tuo fido alleato. Ma se tu non accetti la pace, distruggerò Roma, perchè da essa non possa venir nuovo danno ai Goti.» E Giustiniano a tali minacce non si degnò neppur di rispondere, rimettendosi in tutto e per tutto a Belisario, il che voleva dire alla sorte delle armi. Non c'era quindi da far altro, che apparecchiarsi a continuare la guerra.
Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale, dove i Bizantini in buon numero occupavano molte terre, e rendevano sempre più difficile il fornire Roma di vettovaglie. Partendo, egli non poteva, per mancanza di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente; cominciò quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera nefasta e di vera barbarie, ricevette una lettera di Belisario, che gli fece una profonda impressione. «Non sai tu dunque, questi gli scriveva, che le ingiurie fatte a Roma, sono ingiurie ai trapassati, ai posteri; sono una vera profanazione? Vuoi tu rimanere nella storia come il distruttore, piuttosto che come il preservatore della più grande e magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, restò da tali parole siffattamente colpito, che smise la mal cominciata demolizione, e parti senz'altro pel Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i Senatori, ordinando che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. Lasciò sui monti Albani una piccola guarnigione, come a guardar da lontano la desolata Città, in cui sperava di tornare ben presto, dopo aver vinto i Bizantini. Questo racconto può sembrare una leggenda; è certo però che da una parte Totila non aveva modo di tenere occupata la Città eterna, e da un'altra il fascino grandissimo che essa esercitava ancora sui barbari era sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere a tutti un delitto contro gli uomini e contro Dio. Si aggiungeva poi che Totila non voleva romperla addirittura coll'Impero, e chiudersi così ogni possibilità di nuove trattative.
Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane affatto abbandonata, restando, così almeno si narra, addirittura deserta. E Belisario, lasciata una piccola guarnigione in Porto, respinti i pochi Goti che, scesi dai monti Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e si pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla Campagna, ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo per riparare i guasti portati ad esse. Mancavano però gli operai capaci di rimettere a posto gli usci delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che Totila, avuta notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro a gran passi. Tre volte infatti diede l'assalto; ma fu sempre respinto ed inseguito, fino a che si ritirò a Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far rimettere gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi a Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della guerra bizantina, terzo della seconda campagna.
I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni nel Settentrione, dove si trovavano ancora i Franchi venuti in loro aiuto, essi occupavano la Venezia, e s'erano avanzati nell'Italia centrale, che tenevano quasi tutta, ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e Spoleto. Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, sebbene anche colà non mancassero Goti, disseminati in diversi punti, qualcuno dei quali strategicamente importante. Certo per gl'Imperiali riusciva di grande vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali, Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era paralizzata dal disaccordo persistente con Giovanni; nè l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così corsero ancora due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro che accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, con vantaggio dei Goti, i quali perciò andavano ripigliando nuove terre, fra le altre Rossano e Perugia. Belisario era quindi in uno stato di sconforto disperato, tanto che sua moglie Antonina si decise a partire per Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui i necessari aiuti, mediante la protezione che aveva sempre avuta di Teodora; ma, arrivata colà, trovò invece che questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo far altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 era da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze accumulate nella guerra, ma con la sua antica gloria molto offuscata, giacchè nulla d'importante aveva potuto concludere in questa seconda campagna d'Italia. E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella prima. Egli restò a Costantinopoli, sempre onorato, ma senza mai più avere, per dieci anni continui, il comando dell'esercito.
Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e nella Tracia, cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando la stessa città di Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, che era già vicino ai 77 anni, e s'era per modo spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse di nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. Questi aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti lo avevano assai fiaccato; pure, senza esitare, corse alle armi, raccolse alcuni de' suoi veterani e parecchi contadini; formò così un piccolo esercito, e con un nuovo miracolo d'audacia, di accortezza e di valore strategico, respinse un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti sul campo di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, sopraffatto dalla puerile o per dir meglio senile gelosia, lo richiamò, preferendo accordarsi definitivamente col nemico mediante danaro, piuttosto che ottenere una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica gloria del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo accolto dal popolo come un trionfatore, ma restò poi sempre lontano dagli affari e dal comando dell'esercito. Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono di cospirazione contro lo stesso Imperatore, il quale da capo lo privò d'ogni suo avere, ponendolo anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni mesi dopo, forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso capitano trovò finalmente pace nella tomba, circa nove mesi prima che morisse l'Imperatore, da lui così fedelmente servito. La leggenda, secondo la quale egli avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo limosina, Date obolum Belisario, si formò tra i secoli XI e XII; ma di essa nulla sanno i contemporanei, i quali tacciono quasi affatto degli ultimi suoi anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato, si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni di Cappadocia, che realmente finì limosinando, non però cieco.
CAPITOLO IX La disputa dei Tre Capitoli — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto
La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la fine, anzi si può dire il fallimento della politica estera di Giustiniano. Da ogni parte infatti i barbari sembravano ora avanzarsi di nuovo. Più di tutti orgogliosi e sicuri del loro avvenire parevano i Franchi; la fortuna di Totila sembrava anch'essa rapidamente risorgere. In Roma v'era una guarnigione di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto pagati, privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano ucciso il generale Conon, che sembrava voler come Bessa, in mezzo alla comune calamità, far guadagno colla vendita del grano. Li comandava ora Diogene, stato già della guardia di Belisario, e che alla testa de' suoi aveva respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la Città, fino a che alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire senza mai avere le paghe, la tradirono al nemico, aprendo la Porta S. Paolo, per la quale esso entrò, facendo strage della guarnigione. Diogene si salvò con parte de' suoi; altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati di Totila (549), che si mostrò generoso verso di loro, giacchè si riteneva omai sicuro di vincere, e cercava perciò di vivere in armonia colla popolazione romana. Diverse città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a lui come fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se non venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia ed Ancona. Egli pensò quindi d'andare verso il sud, prendere le isole, e colla flotta rendersi padrone del mare, per interrompere le comunicazioni degl'Imperiali con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò in Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna.
Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di provvedere con energia alla guerra, se non voleva addirittura rinunziare all'Italia. Sfortunatamente però egli, già assai vecchio e più o meno invaso sempre da una manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente immerso nella teologia, che per essa trascurava i bisogni più urgenti della guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione d'essere il sostenitore della vera fede, il restauratore della unità non solo dell'Impero, ma anche della Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono mai ad andar pienamente d'accordo sul concetto fondamentale della suprema autorità religiosa. Nelle cose della fede il Papa non poteva ammettere nè superiori, nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i servigi che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, che faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, dal Senato o dall'esercito, ma direttamente da Dio, sebbene riconoscesse la superiorità del potere spirituale sul temporale, riteneva che l'uno e l'altro dovessero metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, dei sacerdoti e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, così egli scriveva, è rivolta ai veri dogmi di Dio, alla onestà del clero.» Condannava perciò gli eretici e le dottrine eterodosse; non voleva riconoscere valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma solo a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, che ne sanzionava e promulgava le deliberazioni. A tutto ciò Roma non poteva mai consentire.
Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano s'era da un pezzo stranamente esaltato per la scoperta che era stata fatta d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze in cui era caduto il Concilio di Calcedonia, e voleva avere la gloria di correggerli: a tal fine si chiudeva assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere ardentemente con preti e con frati. La questione di cui da qualche tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei Tre Capitoli o sia tre punti controversi. Essa era molto oscura, molto intricata, e senza grande valore teologico; ma aveva per lui anche una importanza politica. Ora come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia con Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, suscitava la discordia in Oriente, dove, come in Egitto, numerosissimi e passionati erano i seguaci della dottrina monofisita, fieramente avversata dalla Chiesa romana. La nuova controversia versava sulle dottrine di tre vescovi orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le avesse notate. Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa disputa, facesse sperare all'Imperatore che, avendo quei tre vescovi aspramente combattuto la dottrina monofisita, il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. E Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i tre vescovi avessero veramente errato, ne fu come infatuato, ed «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», anatemizzò i Tre Capitoli, invitando i Monofisiti a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta (544 e 551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. Il suo decreto non gli guadagnò punto i Monofisiti, e suscitò invece una viva opposizione in Occidente, dove si vedeva in esso un'offesa all'autorità del Concilio di Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i tre vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano stati rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un secolo. A che dunque turbare adesso le loro ceneri? La disputa sollevata era per lo meno inopportuna, e senza pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva pensare ad altro, e non voleva in nessun modo recedere.
Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il quale, per gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di S. Pietro, era stato chiamato a Costantinopoli, dove pareva che fosse fra l'incudine ed il martello. Se infatti condannava i Tre Capitoli, destava un vespaio in Occidente; se non li condannava, si poneva in lotta coll'Imperatore. E finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la condanna dei Tre Capitoli. Ma quando vide la fiera tempesta che si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano non teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi in aperta opposizione con l'Imperatore. Non intervenne nel Concilio ecumenico, del quale egli stesso aveva suggerito la convocazione, anzi protestò contro di essa (553). Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente i Tre Capitoli; e ne seguirono disordini, nei quali fu in pericolo la vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato gravi violenze, venne confinato in un'isola del Mar di Marmara. Dopo sei mesi finalmente, stanco delle patite calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal della pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna dei Tre Capitoli. Potè allora ripartire per l'Italia; ma appena che fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio del 555.
Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità dei Papi, che anche in questi anni di debolezza e di patite violenze, si ottennero per essa dall'Impero nuove e notevoli concessioni. Nel 554 infatti era stata pubblicata quella Prammatica Sanzione, che sanzionando definitivamente il diritto giustinianeo in Italia, concedeva al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali cittadini; nei pesi e nelle misure si dovevano osservare le norme fissate dai Vescovi e dal Senato. E tutto ciò dopo molte altre concessioni fatte anche prima. Sin dal 546 era stato deciso che il clero doveva esser giudicato dai soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai giudici ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così come una specie di tribuno della plebe: a lui era affidata la cura dell'annona, degli edifizi pubblici, degli acquedotti. Di certo tutte queste concessioni erano fatte ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità dell'Impero cominciò a decadere, ed essa potè sempre più affermare la propria indipendenza spirituale, una uguale indipendenza si estese naturalmente anche all'esercizio di quelle temporali facoltà che, senza riflettere alle inevitabili conseguenze, le erano state concesse. L'Impero aveva dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva poi combatterlo. E la Prammatica Sanzione che poneva come il suggello a tali e tante concessioni, era stata pubblicata da Giustiniano, come in essa è detto esplicitamente, per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio che egli aveva così maltrattato, così umiliato!
Giustiniano, è vero, poteva esser lieto d'aver trionfato nella questione dei Tre Capitoli, essendo riuscito a farli condannare dal Papa; ma era ben lungi dall'avere ottenuto lo scopo finale che s'era prefisso, giacchè egli non aveva guadagnato alla sua causa un solo Monofisita, e s'era invece sempre più alienato l'animo delle popolazioni italiane. La lotta religiosa da lui provocata aveva inoltre messo in chiaro, che sotto i Bizantini il Papa non era, non poteva essere libero. Per sei anni infatti Vigilio era stato costretto a fermarsi in Costantinopoli, dove risiedeva il Patriarca a lui avverso, ed era stato malmenato dall'Imperatore, che lo aveva trattato come un suo dipendente.
Certo la condotta di papa Vigilio era stata poco onorevole, e risultò a grave danno della Chiesa, che dopo di lui soffrì circa un mezzo secolo d'oscurità e di decadenza fino a che non venne a sollevarla Gregorio Magno. Ma in tutto ciò il procedere di Giustiniano fu assai imprudente, e causa non ultima della caduta del dominio bizantino in Italia e della venuta dei Longobardi. Il vero è che egli voleva ricostituire l'unità dell'Impero, ed i papi volevano invece fondare l'unità e l'autorità universale della Chiesa cattolica; ma nessuno di questi due disegni poteva essere pienamente attuato, perchè l'Oriente doveva politicamente e religiosamente separarsi dall'Occidente.
Già da gran tempo Giustiniano, chiuso nel suo studio, era talmente immerso nelle sue sottigliezze teologiche, che avrebbe per esse abbandonato anche quella guerra d'Italia, con tanto ardore da lui intrapresa, ma che con grande spargimento di sangue, con crudele rovina delle misere popolazioni, era durata assai più a lungo, che egli non avrebbe mai pensato. Se non che da tutte le parti gli si facevano premure, perchè conducesse una volta a compimento la restaurazione dell'Impero, e molti emigrati erano dall'Italia stessa venuti per deciderlo a ciò. Il problema principale per lui era allora: trovare un generale in capo, cui affidare quella unità di comando così necessaria a condurre con fortuna la guerra. A Belisario, dopo gli ultimi fatti, non era più da pensare. Elesse quindi Germano suo nipote che, avendo sposata una nipote di Teodorico, vedova di Vitige, pareva dovesse ispirare qualche simpatia anche nei Goti. Egli era ricco di suo, e per poter condurre la guerra ebbe a sua libera disposizione la cassa dell'Impero. Ben presto si vide quindi da ogni parte accorrer gente sotto le sue bandiere, non esclusi anche alcuni Goti. Ma quando aveva raccolto in Dalmazia buon numero d'armati, ed era pronto a partire, fu colpito dalla morte. L'esercito rimase perciò a svernare presso Salona (550-551).
Totila aveva intanto assediato Ancona, città assai importante per gl'Imperiali, massime quando avessero voluto fare uno sbarco dalla Dalmazia nell'Italia centrale. E per questa ragione il generale Giovanni, uomo ardito ed ambizioso, che assai bene conosceva l'Italia ed i Goti, si decise, non ostante gli ordini avuti in contrario, a muoversi dalla Dalmazia per tentar di liberare quella città dalla parte del mare. Messosi quindi d'accordo con Valeriano, che era a Ravenna, riunirono i loro navigli, e nelle acque di Sinigaglia s'affrontarono con la flotta dei Goti, i quali sul mare non avevano potuto mai tener testa ai Bizantini, e la distrussero affatto, rimanendo padroni dell'Adriatico, che liberamente poterono percorrere. I Goti allora, levato l'assedio da Ancona, si ritirarono in Osimo, e Totila s'indusse a far nuove proposte di pace, dichiarandosi pronto a lasciare la Dalmazia e la Sicilia all'Impero, cui avrebbe anche pagato un tributo, riconoscendone la superiore autorità. In questo modo, egli diceva, si sarebbe impedito che tutto finisse a vantaggio dei Franchi, i quali occupavano sempre parecchi punti importanti nell'alta Italia. Ma ormai ogni discussione era vana, perchè Giustiniano aveva già nominato il nuovo generale in capo nella persona di Narsete (551).
Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatrè anni, era curvo e piccolo della persona. Fino a sessant'anni era stato sempre nell'amministrazione, acquistando in essa gran nome e grande perizia. Estremamente accorto ed ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la reputazione d'essere sotto la diretta protezione della Vergine, per la quale professava un culto speciale. Giustiniano, col suo istinto divinatore, lo aveva nominato generale la prima volta, quando era già arrivato a sessant'anni, senza aver mai avuto occasione di dare una prova qualunque delle grandi qualità militari che poi mostrò di possedere, e delle quali nessun altro s'era fino allora accorto. Mandato in Italia quando v'era sempre Belisario, non aveva potuto allora far conoscere il suo valore, perchè, venuto subito in urto col comandante in capo, aveva più che altro recato danno all'esito della guerra. Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati, ma anche sui generali suoi compagni d'arme. Questo valse sempre più a confermar l'Imperatore nella grande opinione che di lui s'era come per istinto formata. E perciò lo mandava ora nuovamente in Italia, generale in capo, a rialzare le sorti della guerra e dell'Impero. Narsete, che era anch'egli ricchissimo, e sapeva come cavar danari dall'Impero, pensò innanzi tutto di porre insieme un grosso esercito, non parendogli punto sufficiente quello che era stato già riunito in Dalmazia. Fece quindi leva di uomini a Costantinopoli, nella Tracia, nell'Illirico. Raccolse anche 2500 Longobardi, i quali menaron seco altri 3000 armati, ed erano comandati da Audoino, padre di quell'Alboino, che sedici anni più tardi occupò coi suoi l'Italia; raccolse 3000 Eruli; ebbe a suo comando Gepidi, Unni, perfino Persiani. E con queste genti si recò nella Dalmazia, per unirsi a coloro che già v'erano, ordinarli, organizzarli tutti, e partire poi per l'Italia.
Sebbene gl'Imperiali fossero ora padroni dell'Adriatico, pure non avevano naviglio capace di trasportare un grosso esercito. In ogni caso dava pensiero il pericolo d'una possibile tempesta o d'un improvviso assalto dei nemici contro navi da trasporto, cariche d'uomini e di materiale da guerra. Narsete decise quindi d'avanzarsi per terra, lungo la costa, accompagnato per mare da navi con vettovaglie, e di esse si giovò anche per traversare i grossi fiumi come il Tagliamento, l'Isonzo e la Brenta. Continuando il suo cammino, evitò i luoghi fortificati, e le terre occupate dai Franchi. Verona, che era tenuta dai Goti, sotto il comando del valoroso generale Teja, si trovava assai lontana. E così gl'Imperiali poterono arrivare sicuri fino a Ravenna, poi a Rimini, ove, disfatta una parte della guarnigione che uscì a sfidarli, ucciso il generale che la comandava, continuarono verso il sud per la via Flaminia. L'abbandonarono però nel punto in cui essa, allontanandosi dal mare, ripiega verso l'Appennino, che traversa al passo detto del Furlo o di Pietra Pertusa. È questo una specie di tunnel naturale, fortificato e tenuto allora dai Goti, difficilissimo quindi a sforzarlo. Narsete lo evitò, proseguendo la sua marcia lungo il mare, e volgendo poi a destra, raggiunse di nuovo la via Flaminia. Passato che ebbe l'Appennino, pose il campo là dove si distende una vasta pianura, tra Scheggia e Todino, che distano fra loro circa quindici miglia: ivi dette la sua prima grande battaglia.
Totila si trovava allora presso Roma, aspettando che le genti di Teja lo raggiungessero. Ed arrivata che fu la più parte di queste genti, s'avanzarono insieme contro gl'Imperiali, sebbene li sapessero in forze preponderanti. Narsete, esaminato il luogo, mise un manipolo di 50 uomini sopra un piccolo colle da lui riconosciuto come il punto strategico del campo. Quei pochi militi, durante una giornata intera, difesero il colle con un valore, con un eroismo degno degli antichi Romani, respingendo i ripetuti assalti della cavalleria gota. Narsete aveva messo nel centro i barbari, dei quali poco si fidava, ordinando che, scesi da cavallo, combattessero a piedi, acciò più difficilmente, per paura o tradimento, potessero darsi alla fuga. A sinistra ed a destra erano i Romani, ed in ciascuna delle due ali si trovavano 4000 arcieri che, contro l'uso adottato da Belisario, combattevano anch'essi a piedi. Cinquecento cavalieri erano a sostegno dell'ala sinistra, distendendosi verso il colle, che abbiam visto già occupato come punto strategico del campo. Mille altri cavalieri eran tenuti in riserva, pronti ad ogni evento.
Il concetto di Narsete era: attendere l'assalto del nemico, il quale, trovando più debole il centro, avrebbe contro di questo diretto lo sforzo maggiore, e così, avanzandosi, sarebbe stato facilmente circondato dalle due ali. Totila che aveva allora indugiato, per aspettare altri aiuti da Teja, giunti che furono gli ultimi 2000 uomini, cominciò la battaglia. Gli arcieri imperiali fecero grande strage dei Goti. I Longobardi e gli Eruli, dopo un momento di esitazione, assalirono anch'essi con gran vigore il nemico, che volse le spalle. E la cavalleria gota, su cui Totila aveva fatto il maggiore assegnamento, si dette a così precipitosa fuga, che molti dei fanti morirono calpestati dai cavalli. Egli stesso, ferito gravemente, si dovè ritirare dal campo, e morì nella capanna d'un villaggio, detto allora Caprae, ora Caprara, a quindici miglia dal luogo della battaglia, fra Gubbio e Tadino (552).
I barbari dell'esercito imperiale, sopra tutto i Longobardi, insofferenti della disciplina, si dettero ad ogni eccesso, saccheggiando, bruciando le capanne dei contadini, violando le donne, suscitando un tale malcontento, che Narsete, il quale non era di certo nè mite, nè pietoso, si dovette decidere a disfarsi dei Longobardi. Mediante buona somma di danaro li indusse quindi a tornarsene a casa, col loro seguito, per la via delle Alpi Giulie, accompagnati da Valeriano. Questi voleva nel ritorno assediare Verona; ma vi si opposero i Franchi, che occupavano molte terre nella parte orientale della regione transpadana, e che agl'Imperiali preferivano i Goti, più deboli assai ed aspramente combattuti ora nell'Italia meridionale. Oltre di che, avendo i Goti appunto consentito che i Franchi occupassero le terre che ora tenevano in Italia, poteva a questi sembrare atto di buona e leale politica il favorirli, ben inteso, fino a quando il proprio interesse non avesse consigliato altrimenti. Valeriano perciò, non volendo suscitare una seconda guerra, quando non era anche finita la prima, si fermò, cercando solo d'impedire che i Goti, i quali s'andavano raccogliendo sempre più numerosi nel nord, andassero verso Roma a rinforzare i loro compagni d'arme ora che nuovi scontri parevano inevitabili al sud. Dopo la disfatta e la morte di Totila, essi s'erano andati adunando a Pavia, la quale sin da quando perdettero Ravenna, era divenuta una delle loro principali città, e colà elessero a loro re il valoroso Teja, che venne accettato con favore universale. Questi cercò subito d'assicurarsi la sempre incerta amicizia dei Franchi; ma riuscì solo ad ottenere che restassero neutrali, ed anche ciò l'ottenne abbandonando ad essi il tesoro dai re Goti raccolto a Pavia. Certo ai Franchi metteva conto di starsene ora a guardare, aspettando che i due rivali si consumassero a vicenda, per dar poi addosso al vincitore.
Intanto le città dell'Italia centrale e meridionale s'arrendevano rapidamente ai Bizantini. Così fecero Narni, Spoleto, Perugia, così fece anche la guarnigione di Pietra Pertusa. Narsete già camminava verso Roma, occupata dai Goti, i quali s'erano concentrati presso la Mole Adriana, che Totila aveva fortificata. Essi non erano in numero tale da poter difendere le mura della città, ma gl'Imperiali non erano sufficienti a circondarla. Si venne perciò da capo ad una serie d'assalti e difese alla spicciolata, fino a che uno dei capitani di Narsete, essendo riuscito a scalar le mura in un punto dimenticato, potè aprire le porte ai suoi, che entrarono rapidamente. I Goti si dettero allora alla fuga, e quelli che erano chiusi nella Mole Adriana, poco dopo s'arresero. Così furono di nuovo mandate a Giustiniano le chiavi di quella Roma invitta, che cinque volte, sotto questo solo imperatore, era stata presa e ripresa.