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La moglie di Sua Eccellenza

PARTE TERZA.

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I.

Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano, non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande, magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea, — il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal D'Orea con l'apostrofe!

Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè, acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre, compiacendosene:

— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!

E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi, però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, e lo ricostruisce com'era ab antiquo fin nei più piccoli fregi, compiendo una vera opera d'arte.

Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo, questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.

Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia; accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani, anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.

Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce; riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si distinguono i nobili e loro affini, il buon genere, insomma, ed il bon ton dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione, seguito sempre da Din e Don, riceve continui ossequi e riverenze come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della crème!» E lo stesso capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per quanto fresca fresca, non è punto democratica.

La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack, — mon Dieu! mon Dieu! com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! — costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli e dei riguardi a cagione della piccola passioncella ante nuptias, ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini dell'Emilia.

Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei D'Orea!

— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di far la martire, come mia sorella!

— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì Carfo... e il signor Zaccarella!

A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino affezionata.

Come no?

Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia, per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle creature della terra... anzi del cielo!

Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca, illimitata.

— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente, «senza slanci, insulso» di sua sorella.

Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì che ha cuore, gli altri no!

Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e signorile presenza.

In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha voluto averlo sotto i propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! — al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a tutta la carovana... compresa sua sorella!

Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, — come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti... di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte, fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la sarta di Maria.

Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa? — Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza... soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli capricci della figliola.

In fatti era un marito... così sempre di passaggio!

Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia!

Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così, sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale:

— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso!

Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto bene».

Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più liberamente di buon umore, quando Jack non c'è!

— Mon Dieu! Mon Dieu! — sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco, sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più grande, più mio!

Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto accondiscendente...

— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me, l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per esempio, quanto è più bello un bel cavallo?...

Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì, sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere, affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei in confronto di sua sorella, come moglie modello, allora si professa addirittura innamoratissima di suo marito.

— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre firmato tua, senz'altro: tua.

Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta, quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì!

— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e almeno dodici cappellini.

A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli!

Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di razza.

— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... Almeno Febo e Desir!

Febo e Desir, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso il posto di Din e Don, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.

— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia!

Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, — questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del suo colore!

— Ah, mon Dieu!... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero decrepito, che dura già da un anno!

... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita!

II.

Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della media e della bassa Italia!

Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione oculatissima: non deve aver macchie la virtù.

Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco; in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo, di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...

— Che orrore!...

E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in Firenze e più in là.

Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite e favorite: la specie sport e la politica. Politica ortodossa, s'intende!

Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli, dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles, a corte, tutti gli sportsmen autentici e ben qualificati, o ancora semplici aspiranti alle glorie del turf.

Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare la via del Campidoglio!

Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!

«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.

Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche la data, in cui il morituro morirà.

Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più alla mano con tutti. Gli sportsmen, intanto, passano in seconda linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.

— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette, il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il non expedit. — Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! — grida con il suo bel vocione da Tedeum, quando s'incontrano dopo la messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.

L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la domenica, ma adesso anche il giovedì.

— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando, gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta, duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!

E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico, innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:

— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!

Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone, tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De' Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:

— È ora di finirla!... Allons! Marche, la camorra!... Piazza pulita!

Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!

Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti: appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!

Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a Bologna, da un telegramma di suo marito:

«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma. Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.

«Giacomo.»

Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia e fa subito chiamare il signor Zaccarella.

— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio del gabinetto.

— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...

Remigia non lo lascia finire:

— Lei deve andare a Bologna, subito subito!

— Ma il tram?...

— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che li aspetto!

— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli scrupoli, ma...

— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!

Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora insolita, è già da Remigia.

— Buone notizie?

— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. — Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.

Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.

— Per dispaccio?... No...

— Perchè, no?

— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...

Remigia allunga i labbruzzi comicamente:

— Me-ti-co-loso!

— Potrebbe aversene per male!

— E allora... rispondo? Che cosa?

Sul visino fresco e roseo passa una nube.

Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro che capelli!

— Ah! Mon Dieu! Mon Dieu! — Nello specchio si riflette anche, dietro di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! — Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di consiglio! Che cosa si telegrafa?

Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via della cameriera.

— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: Addoloratissima tuo ritardo...

— Addoloratissima, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!

— Addolorata tuo ritardo, affretto ora...

Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:

— ... e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a Roma. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali! Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati di chiudere così: «tenerezze — tua». Poi gli scriverò io di non fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di Centro, di Estrema nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di uomini... precisamente come mio marito!

— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi. Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?

— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso Gambara.

Mimì ride:

— Mi adora?... Ci adora!

— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!

Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola. È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:

— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa di più e prega secondo la mia intenzione.

— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.

— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice! Felice! Completamente felice!

L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino: hanno appena finito di pranzare.

— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.

L'avvocato, sempre stile régence con le signore, bacia prima la mano alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo mazzo di fiori, che divide fra le due signore.

Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour, e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico, non resta impresso che il naso.

— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.

— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.

Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati, ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.

— Ho cercato... Ancora non c'è niente!

— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento all'ufficio del Vespertino. — È il suo ultimo nato. — Avevano appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina: Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!

— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! Sédan!

L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa più volte in giro sulla faccia gocciolante.

— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!

— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare, contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!

— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile di non mancare alla chiamata!

— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...

— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai stato tanto bene!

— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, cattivona?!...

Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più. Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte Gambara ha diritto di dir la sua!

La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli obblighi dell'uomo di Stato.

— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto, tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!

Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!

Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il Vespertino, di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:

— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... sst... l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!

— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come si fa, santo Guìo! Come si fa?

La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto, per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di tranquillare donna Remigia:

— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà poter mandare qualche notizia sicura!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!

Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi dubbi:

— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la lezione...

— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per forza!

III.

Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare, sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere» potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appena padrona di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno, l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata, anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva, nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, — comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere diventata la mogliera... del sindaco!

— Ah! mon Dieu! Mon Dieu! — Continua a far pregare Mimì, secondo la sua intenzione.

E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa, affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa. Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.

— Sempre la salute e sta sempre benone!

La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado. Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in escandescenze:

— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è sotto mia sorella!

— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica sua. — Che ti salta in mente?

— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in ballo la salute!

— No, no! Remigia! non è possibile!

Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.

— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia, risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna, però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani!

Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla, questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali, amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla: È il momento per gli uomini di buona volontà, di averne una. L'onorevole D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono soltanto per il portafoglio.

Quale sarà?

Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le liste, e ci rimane; soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano dalle Finanze al Tesoro, dal Tesoro ai Lavori Pubblici, all'Agricoltura, Industria e Commercio, per rimandarlo da capo al Tesoro o alle Finanze.

— Ah, mon Dieu! Mon Dieu! — sospira Remigia con la Mimì. Purchè non si vada all'Istruzione Pubblica! — Per gli Esteri, ella ha capito che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della professora. No, no! Piuttosto, accetto le Poste e Telegrafi!

In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, lo sherry-cobbler, sono stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono, tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze! Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito.

Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara, il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete, del resto non ci tiene conoscenze. Il suo mondo naturale è quello degli sportsmen.

Il povero capitano, oramai, non solo può dire che s'è trovato al foco, ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di bomba!

— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di don Luciano!

In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è il portafoglio dei Lavori Pubblici. In fatti, da un paio di giorni, il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero, sempre allo stesso posto: ai Lavori Pubblici.

Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alle Finanze o al Tesoro; ma alle Finanze bisognava mettere un lombardo, al Tesoro un piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che i Lavori Pubblici. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi.

Gli costa assai il dover proprio dire quel sì!

Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e predetto?

Ma questo poco male; anzi!

Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?... Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità. Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?... E al mondo?... Che cosa ci fa?

È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione del Vespertino.

— I Lavori Pubblici? — Remigia resta pensierosa un istante... poi pensa che gli poteva capitare l'Istruzione, che ormai... — non c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e gli vuol telegrafare immediatamente.

Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente, l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, ai Lavori Pubblici, ci fosse da un mese!

Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra sul fianco, principia a dettare:

«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nomina Lavori Pubblici... comunicata redazione Vespertino. Impressione favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...»

L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo forte le parole:

«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina, arriverò... domani sera a Roma.»

«Tenerezze.

«Tua.»

Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor Zaccarella prende il dispaccio e scompare.

— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì. — E tutti i bauli?

— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta, già presa dall'affanno per doverla lasciare.

Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi spari dello Champagne.

I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis, sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beve Champagne, e torna a bere gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia colare e tace.

Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia. Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come capita capita, a Remigia o alla Mimì.

L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare non ci va, è lui che manda a votare gli altri!

Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un tratto donna Remigia, facendole un'intimazione:

— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma, che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra!

Fervono i brindisi al nuovo ministro dei Lavori Pubblici, al nuovo Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia; alla più bella delle ministresse!»

L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio:

— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra Regina... a Pontereno!

Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di peso, gocciolante, sul canapè.

— Auf! Che caldo!

Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di sottintesi, di rimproveri e di carezze:

— Cattivina! Cattivona!

Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai lontane:

— Verrà anche lei a Roma!

Narciso s'inquieta:

— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso salto di chiave... — così cattivona?...

In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile, il più fecondo improvvisatore di brindisi di tutto il reame di Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma pensato con rime sue, e non ci riesce:

A te Signora, in questo dì solenne Devoto il mio pensier volge le penne A te di Ponteren... alma... regina...

No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello:

— Ci vuole di questa roba, per i villani!

Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo reame.

Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino... sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti nuovi e i tendoni per il Corpus Domini; assicura l'avvocato, a proposito del Vespertino, e tra due cedri del Libano, fuori dal raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma soltanto sulla guancia, di volo.

Lo Champagne, Mumm extra dry, che lo Zaccarella fa distribuire soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino.

Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:

— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le toques, con i fiori!

Oppure:

— Ricorda alla Carolina il vestito tailleur di drap bianco!

Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a Mimì:

— Tutti i miei bijoux e anche tutti i miei ombrellini e i miei ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!

La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se dorme bisogna svegliarla!

La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.

— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!

— È arrivato adesso un dispaccio...

— Un dispaccio?... Sarà il suo! Dammelo!

Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma i capelli cadendo addosso, la coprono tutta.

— Ah, Mon dieu! Mon dieu! Con questi capelli!

Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle la faccia.

Remigia apre il dispaccio e legge:

«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.

«Giacomo.»

— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco! il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio fissato di farmi diventar matta?

— No, cara, pensa invece...

— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno dispetto, che mi odiano!

Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più scusare nemmeno sè stessa.

L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli con gli spilloni.

— Ma sì!.. Restarmene fuori!... Per far ridere tutte le mie care amiche e nemiche di Bologna. Ultime condizioni! Ma che cosa crede di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu, di farmi star male? Di farmi piangere?

Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore, tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze!

— Io... vado a Roma lo stesso!

— Però lo avverti, prima, che vai!

Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto. Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.

... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi — ringrazioti» — Non dice, non voglio; dice: ti consiglio per ora. Che te ne pare?...

— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...

— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona moglie.

— In questo hai ragione.

— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al Messidoro! Sentile: quà, quà, quà! Hanno già cominciato! Dammi da scrivere!

Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:

«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.

«Tua.»

— Va bene?

La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una piccola correzione da fare:

— Invece di parto, dovresti scrivere partirei domani sera.

Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di Giacomo:

«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.»

«Giacomo.»

Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e l'abbraccia ripetutamente:

— Sono felice! Sono felice! Sono felice!

Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover lasciare l'amica.

— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea!

— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta di chinchillà e il renard bianco. A Villa Borghese e al Pincio farà fresco, qualche sera!

IV.

La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.

Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia ben illuminata, per raggiungere il vagone-salon, si forma una folla di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per poterla vedere:

— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?

— No! È la più piccola!

— Carina assai anche la piccola!

— Questo è davvero un bel Gabinetto!

— Vorrei entrarci anch'io!

— Evviva le bionde al potere!

— Evviva!

Qualcheduno comincia anche a battere le mani.

Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro, attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso; è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.

Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i Bolognesi? Simpaticöni!

Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone, sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il vagone-salon per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!» abbracciandole in ispirito, tutte e due.

L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi, uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, — un bell'inchino, — e scendere dall'altra.

Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.

— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da brava!... Anche senza stipendio!

I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il prefetto.

L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per aiutarlo a salire.

Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a inferiora.

Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!

— Indietro, signori!... Partenza!

Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri e il treno parte.

Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:

— Chi sa, a Roma!

— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste straordinarie.

— Basta che non arrivi troppo spettinata!

Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a Roma con i capelli scompigliati.

Invece a Roma... È una bella delusione!

Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia, in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano, un tararan, tararan di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta gente, nessuna conoscenza!

— Mimì!... Giacomo non c'è!

— Impossibile!...

Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un grande scatolone posato per terra.

È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo momento.

— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.

— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di polvere.

Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.

— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra corsa!

Mimì resta un istante pensierosa:

— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a Roma da Bologna, alla mattina.

— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?

— Chiarissimo!

«Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua».

Remigia passa dall'avvilimento alla collera.

— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non si muove nemmeno per venirmi incontro?...

— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!

— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia sorella...

Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:

— Ecco! Ecco!

— Chi?...

— Il signor Gaudenzio!

Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.

— Andiamo, Mimì! Scendiamo!

— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!

L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:

— Anche tu! Lasciami stare!

Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella borsettina rossa.

Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!

Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire: sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea. Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!

Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura che gli è toccata:

— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione! E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!... Credo, io, che non le vedevo arrivare!

— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.

— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!

Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel «signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo guarda più in faccia.

Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.

— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!

Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in botte accanto alla ragazza.

— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo voglio mai vedere, assolutamente!

— Non dubiti, signora duchessa!

— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito Giovanni, da Pontereno!

Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.

— Vieni, Mimì.

Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:

— Spero che questa volta, almeno, non avrai il tuppè di voler sempre difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo apata così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta... perchè mi odî!

Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia si arrabbia ancora di più.

— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei dispiaceri...

— No... Scusa!... — Mimì è disperata.

— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!

— Colpa mia?

— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche! Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon consiglio!

Appena all'albergo, aut aut!

— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado all'Hôtel de Russie!

— Ma è stato Sua Eccellenza...

— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!

Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò che vuole, ma non è contenta.

— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!

E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea del bagno d'amido, alla violetta.

— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni! Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.

Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla, profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...

Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la mano, più lentamente.

— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... apata. Fosse stato anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una lunghissima lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!

Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente, chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:

— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...

Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere in ordine il salotto, come vuol lei.

— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i croccanti!

Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.

Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da far passare il tempo.

— È allegro il Corso, alla mattina!

Viene Mimì sul balcone, con una lettera.

— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.

— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il signor Zaccarella!

La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare, a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la busta e legge:

— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...

Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.

«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò certissimo a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto dalla tua mamma.

«Giacomo».

— Ah, mon Dieu!... Stasera sarà stanco, e con la scusa dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo che cosa c'è di gentile e di buono.

La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del «figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più colorita e calda espansione.

«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti, figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più. Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene, carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»

Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui, allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!

Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e riponendola nella busta.

— Che cambiamento, ha fatto mammà!

E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...

— Bum!

Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!

— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra bestia più bestia, è mio cognato Luciano!

Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.

— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...» E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo pronunciamento del capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!... Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!

Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi succedono ai ricordi.

— La Tête-pointue!... Villars! Che bel paese!... Incantevole!... Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che Narciso Gambara!

Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro Din e Don... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in istrada:

— Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!

È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.

— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...

Remigia dà un grido di gioia.

— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!

Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i teatri e divertirsi!

— Che bravo! Che bella improvvisata!

Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia, poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca, stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa? Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo eccessiva e... opprimente.

— Ah, mon Dieu! Che tragediografa!

In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina perchè, davvero, la trova molto chic e poi... per ingelosire e far dispetto al fratello e alla moglie.

— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa Franceschina qui, forse... chi sa?

.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.

— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.

— Perchè non sei venuta al Grand hôtel?

— Jack vien sempre al Roma!

— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica, moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al Roma e tu venire al Grand hôtel. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo tanto per il marito, come per la moglie.

Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto canzonatorio:

— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!

— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!

— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le prende una mano e gliela bacia. — Regina, for ever!

— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?

I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo:

— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come alla Nazione!

Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto.

— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie!

Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.

Don Luciano lo squadra in cagnesco:

— E... come va la vitaccia, caro capitano?

— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa?

— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere.

Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto:

— Facciamo presto! Non dubitare!

— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a Luciano appena seduti.

— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica! L'ho letto sul Fracassa!

— Sul Fracassa? — Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sul Fracassa? — Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere il Fracassa di stamattina! Subito!

— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna.

Remigia sfoglia ansiosa il giornale:

— Dove?

— In terza pagina...

— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la tettoia della stazione, alla partenza del direttissimo per Roma, notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella politica, nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo, moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida consigliera e compagna.

«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!

Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor Zaccarella.

— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo chiamarla?

— No; prenda. — Gli dà il Fracassa. — Lo porti alla contessina Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo dispaccio da Bologna.

Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza telegrafica pieno d'unzione rispettosa.

— Perchè non mi sei venuto incontro?

— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati! Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e... forcaiolo?... Peuh!

Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal signor Gaudenzio!

— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?

— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di cura preventiva, contro il mal di fegato.

Remigia ride, poi domanda:

— E mia sorella? È qui?

— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su contro me!

— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.

— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?

L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro!

Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto:

— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora!

Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza dire nè sì, nè no.

— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi: La Manon!... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso! Rossissimo, sino alla radice dei capelli... che non hai!... Bravo cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio vederla!

— Vieni alla prima della Manon.

— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno.

— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro!

In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa del grande successo a Milano, al Dal Verme. Tre sere di trionfo e tre piene, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata alla Scala, bisogna cominciare col Dal Verme e passare dal Costanzi e dalla Pergola. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme!

Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.

— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da guidare la claque! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano? Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò al Costanzi con Mimì!

— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai, qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa della Gancia!

— Quanita? — esclama Remigia con gioia.

— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia.

— Al Grand hôtel?

— Al Grand hôtel!

— Accettato!

— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci l'incomodo della signorina Mimì?

— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto!

— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro un giretto in automobile, per farti venire appetito!

A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po' dubbiosa.

— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?

— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e l'orso non ti ha graffiata!

— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma!

— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei diventata Sua Eccellenza la Ministressa?

Remigia si arrabbia:

— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!

— Pardon, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile stamattina, ma dopo colazione, ti propongo una volata fino a Porto d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare.

— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto!

— Oh Dio! Quale orribile sventura!...

— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va al Grand hôtel e, per oggi... basta, tuff, tuff! — Si alza chiamando forte: — Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto! Vieni a mettermi il cappello!

Fa per correr via, ma l'altro la ferma.

— Devo prima avvertirti... di una cosa.

— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è?

— Ti avverto che io sono... socialista.

— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?

— Sì, io; persona prima. Sono socialista e mi-li-tante.

— Col permesso... di Manon?

— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te, bellissimi denti!

Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro.

— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio!

— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non riderà mio fratello!

— Quando saprà... che sei socialista?

— Che sono socialista.

Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.

La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di ciò, adesso... cito. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato. Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!

V.

Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.

Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse, chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.

— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?

— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione al Grand hôtel!

Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.

— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra, non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata! Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!

Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto, sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul ritratto di Maria.

La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe forte, replicatamente.

— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e con tutta l'ammirazione che sento per lei?...

Giacomo si scuote, balzando in piedi.

— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza! Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!

Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze, avidamente.

— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il dottor Davos!

Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto, ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.

— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?

— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto, che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!

— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura straordinarie!

— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la stimano?

Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.

— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo! Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido soltanto in società; con le signore!

— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.

— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici, in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia, la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un debole.

— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a stringerla fortemente. — Non dica così!

— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco del tennis... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!

Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera. Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi sulla poltrona avvilito e spossato.

— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e correre lungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle Istituzioni!

— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...

— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!

— Ma non sa...

— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre parlare!

Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta, tendendo le mani giunte, supplichevoli.

— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!

Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.

— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non sa più dir di no!

Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a Mimì, seriissimo, torvo:

— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?... La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla testa!

— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea, — balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di rimprovero.

Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando piano, ma risolutamente:

— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella, nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai, mai, che, disgraziatamente, io sono ministro!

Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra smorte, tremano convulse.

Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!

— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente, la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie ipso facto a Pontereno o anche molto più in là!

... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di vesti...

— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta, felice, beata!

— Di che cosa?

Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita espansione.

— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!

— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!

Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:

— Dunque, hai fatto colazione al Grand hôtel con Luciano? Io ho avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi giorni, lo sapevi già.

— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa naturalissima; non è vero, Mimì?

— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.

— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il timone dello Stato...

Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma Giacomo l'interrompe.

— Hai trovato qualche persona di conoscenza al Grand hôtel?

— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.

Giacomo la fissa, scrollando il capo.

— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi dire miei, cioè tuoi! Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e l'altro è al Transvaal!

Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel gomito.

— Ho fatto colazione con Quanita.

— Quanita?... Chi è?

— La della Gancia.

— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito fedele... ai Borboni?

— Sì.

La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa forza.

— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.

— Alla Camera?

— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.

— A che fare alla Camera?

— A sentirti parlare!

— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.

— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? — Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche quelli di Mimì.

Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.

— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?

— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi! Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?

— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico! Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche... Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al tuo modo di sentire.

Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne vuol sapere:

— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia sorella! Sempre mia sorella!

— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:

— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a meraviglia!

Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:

— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu, invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!

— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima... perfezione!

— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente. — Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile. Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi, per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo... Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!

Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche lei per dispetto e per ira.

Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi all'orecchio:

— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! — Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti. Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è pentito. Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso, guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.

Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie, curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:

— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà; speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante, bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto, ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!

Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.

— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita che le verrà raccomandato.

— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un rimedio contro la mia... cattiveria!

Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.

— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?

— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande divertimento!

VI.

— Ah! Mon Dieu, mon Dieu! Quante teste pelate!

È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di Montecitorio.

— Ah! Mon Dieu, mon Dieu! Com'è brutto qui! — Si era immaginata la Camera dei Deputati, assai più grande, più bella e più sfarzosa.

La marchesa della Gancia la guarda sorridendo:

— Ma come?... Non c'eri mai stata?

— Mai! Quando dico a Jack di condurmi in qualche posto, o non può, o se può... sta poco bene! Ma adesso ho preso il mio partito: andrò dappertutto senza di lui!

— E farai benissimo!

Approva anche il marchese Pio della Gancia, il marito di Quanita.

Remigia torna a sporgere il capo e a guardar giù. L'aula va sempre più affollandosi. Alcuni onorevoli, non teste pelate, ma arruffate, in piedi o sdraiati dietro i lor banchi, parlano fra di loro, gesticolando animatamente. Remigia, sta un po' osservandoli, poi domanda, con aria scandalizzata, facendoli notare anche al marchese:

— Come mai?... Tutti i deputati non sono in abito nero?

Il della Gancia allunga il collo, guardando lui pure giù «nella bolgia» come la chiama, piacevolmente. Ma poi, in fretta, si tira indietro, e sporge le labbra nauseato:

— Ah! Ah! Quelli sono i Rabbagasse dell'Estrema Sinistra! — Il marchese, che parla con uno spiccato accento napoletano, pronunzia Rabbagasse con due bi e facendo sentire la e.

— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di rigore!

— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico! Non è vero, Quanita?

— Già... appunto!

La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia, la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per sedere.

La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo approva del capo.

— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può! Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i rimasti, i superstiti!

Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!

Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero. Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre di mira la tribuna della stampa.

Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II, ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone. Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non è per lui altro che un affastellamento di nordici e di meridioni, affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio, sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi... dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.

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