PARTE SECONDA.
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CAPITOLO I.
Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire alla Tête-pointue.
Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po' logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo stomaco e l'emicrania.
A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente. Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna fretta di andarla a cercare.
Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti, almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i loro discorsi.
Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono anzi uniti in un'affettuosa intimità.
Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.
— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.
Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole, sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli occhi e sognare.
E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua semplicità, straordinarie.
Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e commovendosi.
S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De Maupassant.
Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.
Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce, nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte, sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere «comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:
— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!
Alla Tête-pointue, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e grandi abbracci e tenerezze.
Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha portati e messi a quel posto.
Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.
— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.
— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...
Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:
— Cioè, cioè, cioè! Dica noi! Le abbiamo raccolte noi! La verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari d'importanza!
Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo, le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose accoglienze di Remigia.
— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!
Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.
Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?
Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro toilettes al giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.
Giacomo D'Orea, sfogliando il Figaro vi legge una notizia artistica, nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella sua nuova creazione «le rôle de Germaine dans le Corset envolé».
— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?
Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle gelosie di Totò; sguinzaglia Din e Don sulle tracce di missis Eyre e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di mademoiselle, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi, e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una delle sue.
— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.
In fatti, due giorni dopo la notizia del Figaro, Luciano, a colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...
Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa: tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che Luciano se la sarebbe presto svignata.
— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia, gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.
Tutti cito, e il principe continua, dopo un altro momento di silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:
— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio. — Non è vero, Cristina?
— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo ha finito.
Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.
— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.
— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.
Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò che più temeva di far sapere al fratello:
— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.
— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare! — E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa bassa, quasi sul piatto.
Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata, egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il chauffeur, vanno insieme al garage a vedere la macchina, poi rientra nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto, leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per preparar le valige.
— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...
Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:
— Chi è?...
— Sono io.
È la voce di Giacomo.
Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon umore è svanito.
— Avanti.
Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.
Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca, sospettosa.
— Ho da parlarti.
— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio adesso?
— Subito!
— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del padrone.
— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già tardi e c'è ancora tutto da preparare.
Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.
Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
Gli tien testa bravamente.
— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.
Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a nessuno.
Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta, lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:
— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.
— A mia moglie?
— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.
L'altro, perde le staffe.
— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui, non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che facciamo un po' di bilancio tra il dare e l'avere?
Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo, che gli risponde sempre pacato:
— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò, forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie; ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai perduto la stima della gente!
— Tu... parli così?... A me?
— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro, soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo, che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non voglio lasciartelo sporcare!
Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!
Luciano batte forte col pugno sul tavolino:
— Basta! Basta, così!
— No! Non basta!
— Dirò al signor Zaccarella...
— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?
— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...
— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.
— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella! Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro patrimonio, ma il nostro onore.
Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque eccesso!
Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata indifferenza:
— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...
— E di fare.
— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso «proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?
— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... — Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!
Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:
— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!
— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!
Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.
Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così, senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a doversi reprimere.
Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si ferma in faccia a Giacomo:
— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.
— Anche due; anche dieci!
— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?
— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...
— Allora... è stata mia moglie?
Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo: è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare, se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.
— Certo, certo! È stata mia moglie!
— Non è vero!
— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!
— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa precipitazione.
L'altro scoppia in una risata:
— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo! È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti venire a Villars?
— È falso! È una falsità!
— Non gridare! Perchè gridare?
Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.
— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!
— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono sarcastico: — Les échos parisiens, caro mio! Il Gil Blas e il Figaro, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!
— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia Gioconda?... Tu, o mia moglie?
— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato, ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va prendendo il discorso.
— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo bene!
— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!
— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola contro di te!
— Criss...ti! La conosci a memoria!... Par coeur!
— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e d'accordo!
Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli il cuore.
No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene. È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce fatalmente alla rovina!
Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice e così buona!
— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti, sarebbe una pazzia e uno scandalo!
— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il momento, a Parigi.
— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.
— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto, per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura... delle mie spie!
— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!
Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.
— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del «putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno. Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere black-boulé dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi, in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di liquidare!
L'idea colpisce Luciano:
— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare! Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!
Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire nell'intento.
— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie faisandés e degli acuti stonati di una qualunque mademoiselle Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda, a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile, purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto contendersi fra di loro le corset, quando non è più envolé?... È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare così alto le azioni, mimiche, di mademoiselle Trécoeur! Sei tu, il milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro ossa giallognole e bacate!
Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:
— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo, sicuro: piantarla!
Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di accettare, in massima, i consigli del fratello.
— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato, prima del tempo!
Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro continua imperturbabile:
— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per questi affari, vado e non mando.
Giacomo, si mostra conciliantissimo.
— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!
— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!
— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!
— Fresco o caldo, vado io. Certi affari di mia sola pertinenza, li tratto da me.
Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:
— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?
— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!... Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?
— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!
Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena più.
— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro affetto e tutta la nostra ammirazione!
Luciano, pronto, coglie la parola al volo:
— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto da un pezzo!
— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...
Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.
— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa vostra e specialmente tua... ammirazione!
Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in atto di dolorosa maraviglia:
— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!
Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto, borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.
— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non permetterò mai, mai, alla mia... cara signora moglie di cercarsi protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda, di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede, indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in cuor suo.
Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole; padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il comico:
— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire! Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!
Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano, alza la voce.
— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione che si merita!
L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono dalle sue labbra livide e affilate.
— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei, mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero, bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati, sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta... di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu, dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi meriti di mia moglie!
— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e col diventar geloso sul serio.
— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare! Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei, la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!
Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo, ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!
— Povera donna! Povera donna!...
Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse a Villars!
— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.
Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire tranquillo, senza guastarsi il sangue!
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!... Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!
Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie, avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà abbassare gli occhi e la testa!
Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo confronto, nell'opinione della gente.
— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta, l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e Francesca!
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa, infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto dominatore dello spazio, il monte Bianco.
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e divertirmi!
— Divertirmi?...
Luciano torna a rabbuiarsi.
— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci! E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!
Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a consolarsi.
— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di vendette, i pensieri più tristi e più foschi.
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
II.
Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva, corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.
Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir l'eco di quelle ingiurie.
Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato.
— E adesso Luciano, che cosa farà?... Liti, scandali, partirà come ha detto?... E Maria?...
Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena!
Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate.
— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano è partito!
— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo!
È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!
Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno?
Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo.
— Quando ritornerà?... Povera Maria!
Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! — Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a Maria... e a Luciano.
— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... — Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare! È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!
Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello. L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!
— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare ai quattro venti che sono l'amante di Maria!
— Che canaglia!
A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare, egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della cravatta fra le mani...
— Che falsità! Che canaglia!
Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.
Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di timidezza.
Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo, arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.
Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo.
— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi?
Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.
Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo:
— Coraggio...
— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca, quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato!
— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera donna, che cosa è capace di osare... quello là!
Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il capo.
Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasioni di trovarsi solo con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e comincia a stare di più con Remigia.
Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino, verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e rumorosa della duchessina, assiste ai pasti di Din e Don e riceve pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb.
Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa spiegare da Remigia le regole del tennis e resta lì, fuori della rete, a veder giuocare.
— Bravissima, la Pïccola!
Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve un'intima sensazione di gioia.
Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo, Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle spalle di monsieur Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».
Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.
— Perchè?
Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo conforto? La tua amicizia buona e cara?
Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si allontana.
— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso incontra gli occhi di Giacomo.
I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime.
Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva; forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo, col sentimento della giustizia e di una grande pietà.
Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire.
— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta l'assurdità dell'odiosa insinuazione!
Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello!
— No! Anzi non devo partire, devo rimanere! Luciano direbbe che io mi sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova» secondo lui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare!
L'idea della partenza è dunque abbandonata.
— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità, il capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto quel... buffone!
Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità.
Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane!
Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola!
.... Quante volte ripete «la piccola!»
Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole, per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a giocare al tennis e a ballare; preferisce ancora le passeggiate col bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del Danova, ai fiori di monsieur Malot e non vuol bene, davvero, altro che a Din e a Don!
— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto, anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia!
Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze!
Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir Wood... e nemmeno a Totò!
— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano, Remigia e Totò?
Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre, che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo armonioso e festevole pi-pi-pi!
Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua a volare cantando e bisbigliando pi-pi-pi!
Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto appartato.
— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata!
Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel «bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto.
— A che cosa pensate, Giacomo?
— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.
— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia!
— Perchè?
— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi siete messo a sospirare!
Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:
— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!
Suonar nel mio segreto odo una voce Che a sè mi tiene dubitando inteso...
Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più profondamente, continuando:
E non sento l'età fuggir veloce In quella nota attonito e sospeso!
— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegro pi-pi-pi, cara Remigia!
— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm!
— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato!
La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.
— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!
— Certamente! Anche Re Faraone!
— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta gioventù: il lucido Nubian!
Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè i suoi silenzi, nè i suoi sospiri.
In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:
— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il giorno.
— Il giorno?... Quale?
— Il giorno in cui dovete scrivere sul mio album. No, no! Non si dice di no; avete promesso!
— Non so scrivere versi!
— Scrivete prosa.
— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostro album. Io non sono un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre!
— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì!
— Eccomi, cara!
La contessina Carfo, sta giocando al croquet lì vicino, con Totò. Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme, non li perde mai di vista.
— Finitela con quel croquet stupidissimo e irritante! Venite qui con noi! È fresco fresco! Una delizia!
Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi mollemente.
— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far invidia alla Sbirlingonia!
Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla partita. Remigia si irrita.
— Finitela! Non avete capito?
Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.
— Eccomi, cara!
— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessina continua a dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i miei albums, i miei libri, tutta la roba mia!
Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna!
Sorride anche Remigia, ma dolcemente.
— Sono piena di difetti, non è vero?
— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi, sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa, qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo.
— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro! Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza!
Giacomo ride e si diverte.
— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità, — dico fin'ora...
— Ho capito! Avanti!
— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.
— Grosso?...
— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi!
— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne possiedo due.
— Due?
Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per i bambini.
— Ne possiedo due.
Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò portando la grande cesta foderata di tela pompadour e ornata di nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i mari... sempre allo stesso punto.
Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli album da Mimì.
— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.
— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò.
Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la Piccola scoppia in una risata:
— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo del figlio di Sua Eccellenza Totò!
— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero!
— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona, lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò! Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia impassibile e gli occhi innamorati.
— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...
— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!
— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore, grande ufficiale, Eccellenza!
Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una penna.
— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?
Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po' urtante anche quel Giacomo lì.
Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei simpaticoni!
— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la fatica.
— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!
Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:
— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.
Giacomo si decide, prende l'album dalle mani di Remigia, la penna che gli offre Mimì e scrive due righe in fretta:
— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so scrivere altro che cifre!
Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione:
— Buono! Buono! Quanto siete buono!
Giacomo aveva scritto sull'album:
«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia, detta la Piccola.
«Giacomo D'Orea.»
Mimì ha gli occhi pieni di gioia:
— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice la mia Remigia!
III.
Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio: osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi. L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole.
Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino a les Ecovets, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosi lo chiama sotto la finestra che dà sul giardino:
— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto!
— Eccomi! Signorina Piccola!
Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia, passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando all'uscio: tòc! tòc!
— Sono io, Eccellenza! Si può?...
— Avanti!
Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:
— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra, risolutamente.
Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro?
Ella si avvicina alla scrivania:
— Che cosa fate?
Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina, affatto ingenua e ancora senza conseguenza!
— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente niente d'interessante per la nostra Piccola!
— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon!
— Sono pronto!
Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto.
— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta!
— E la fatica?... La noia di dover rispondere?
Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, — dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito.
— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la vostra mammà?
— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete fatto a indovinare?
— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale.
— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie, ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella. Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran bella cosa!
— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!
Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo, seria questa volta, sospirando:
— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà!
Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua madre, c'è un bel mazzo di fiori.
— Bambina cara!
Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:
— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene, a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità, diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria. Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola! Non la potevo patire!
Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto... quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia!
I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo pensiero su Remigia.
— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova brutto, vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm! Non ce ne devono essere affatto!...
Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere alla dote.
— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di mia cognata!
Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi.
— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si fa! Diventa un uomo di questo mondo!
— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso diventa natura!
— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà, precisamente?
— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina!
— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento!
Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera eccellenza, dall'alto della propria persona:
— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande ometto!
— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì?
Rosalì non risponde.
— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita!
Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce la sorella:
— Danari e santità, metà della metà!
— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio, fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita!
Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.
Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento. Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si soffoca!
Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il caldo e le dà le smanie.
— Certo che dei due fratelli...
Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende... — Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah!
— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ... Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono!
Il principe pure, apre gli occhi.
Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante:
— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?
— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!
— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?
— Otto giorni... ieri.
— Allora... è già a Parigi!
A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e richiude le palpebre, mormorando:
— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo!
La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.
— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E l'Idola?... — Continua a farsi vento.
La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena alcune voci senza poter intendere le parole.
Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai la duchessa.
— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni!
Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una striscia di luce pallida.
La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:
— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito!
Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte.
A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.
— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere!
IV.
È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: — toc! toc! — Si può?
— Avanti!
— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.
— Buon dì, signora Piccola!
Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco del tennis. Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e deserto.
— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!
— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e nessun altro: Mimì Carfo, Mademoiselle e Totò!
— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa, non è divertente!
— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!
— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò! Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve da voi una furtiva occhiata, e si consola!
Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.
— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di calma e manca di stile! Totò, al tennis, ve lo dico io, — la ragazza scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!
— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece, sarei per scommettere...
Giacomo s'interrompe; continua Remigia:
— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come si fa? Ah, mon Dieu! Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è troppo ragazzo!
— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!
— Quello... è un antenato! L'antenato dell'Aida!
Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando la trombetta con la mano alla bocca: — Teè, tè, teretetèe, tetè!... È un antenato e un Tintoretto!
La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia dell'Aida.
— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!
Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si arrabbia:
— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in pace!
Giacomo si scusa:
— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia, il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me, secondando il vostro cuore, i vostri desideri.
— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola: discorsi di matrimonio, più! E capitemi, cioè — si corregge subito, quasi spaventata — credetemi; credetemi quando vi dico questo: — la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai, mai a mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. — Tereteteè, tetè! — Andiamo; al tennis!
Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.
— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.
— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.
— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!... Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!
Il D'Orea sorride di compiacenza:
— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta quello che è sempre stata!... — Andiamo al tennis, signorina Pïccola!
Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:
— Non ditemi più piccola, con tanti i!
— Perchè?
— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi sul serio!
Giacomo le stringe una mano affettuosamente:
— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...
Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.
— Vi piace dirmi piccola?
— Sì; tanto!
Ella continua a guardarlo e a sorridere:
— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!
Il pubblico, alle prime lezioni di tennis, date dalla duchessina Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea, è piuttosto scarso. Anzi, oltre i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.
Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, — riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.
— Evviva, onorevole!... Bravissimo!
— Benissimo, Eccellenza!
— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!
— Il colpo era straordinario! Fate progressi!
— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!
— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima forza! Il campione della Tête-pointue!
Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha appena il fiato da poter rispondere:
— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!... Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della Nazione!
La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva; l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.
Sir Wood è invitato da Remigia stessa:
— Venga al tennis, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso, lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne ricorderà?
Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove, l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista del tennis col suo passo misurato e sicuro.
Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa, mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:
— Ah, mon Dieu! Mon Dieu!... Anche il bell'Apollo! Non si può più vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una persecuzione feröce!
Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:
— Ah mon Dieu! Mon Dieu! — Ecco monsieur Malot con la scorta dei fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie tedesche e, a mano a mano, — Ah, mon Dieu! Mon Dieu! — ecco prender posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete del tennis tutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e impomatati.
Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in canzonella a uno a uno e si diverte un mondo! Con uno sguardo languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto a monsieur Malot, un complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare, tutti in riga come moccoli e tutti accesi.
E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno — che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme sono gelosi di Sua Eccellenza.
Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica. Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.
— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...
Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!
— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta! Cito! Cito! — Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca fresca e rosea, con la manina innocente.
Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo giro di ispezione attorno alla rete.
— Ti diverti, Idola?
Remigia risponde continuando a giocare:
— Tanto, tanto, mammà!
— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!
Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:
— Ogni cosa, vuol misura!
Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e le scappellate più rispettose.
— E dunque, Rosalì?
— Si va piano, ma si va bene.
— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di là, l'incanto è rotto!
Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha nessun desiderio di andarsene.
— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime settimane di ottobre!
— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?
— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina, che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!
Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta, con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare al tennis.
Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:
— Senti, Rosalì; un'idea.
— Quale?
Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella cintura della veste.
— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma con che scusa?
Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:
— Mademoiselle. Dovrà accompagnare Mademoiselle da... una parente.
— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione non c'è!
— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne che hanno quelli che dimostrano!
Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella forza.
Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto al tennis, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere, facendo un buon colpo.
Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole! È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza, destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!
Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina, gira attorno o siede, leggendo in vista del tennis, ma alla rete non si avvicina mai.
Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.
— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le palle!
Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta voce:
— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa famosissimo!
— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per rendermi ridicolo!
Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la pancetta, si difende e si scusa:
— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!
— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi tranquillamente.
— Addio, gioia!
— Addio, Pïccola!
Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo, allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.
V.
Una mattina, si presenta al tennis un nuovo e importante personaggio, che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato, sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno; si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'alt.
— Buon ciorno, onorevole!
— Buon giorno, missis Eyre!
È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!
— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:
— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza Molinella!
Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura, con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per trattenere le risa:
— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: — Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!
Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto, con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido taverniere esoso e villano:
— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!
Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata. Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tutta la baraonda italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! — Capito, caro signor Trüb?
È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa, missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari. Un giorno legge sul Times — proprio sul Times! — una «nota estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle lodi del Times... proprio del Times!
— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di giustizia...» Ciustizia? — La vecchia, interrompe la lettura della «nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno, chiedere ciustizia contro quella ragazza pestifera, contro i suoi cani e contro la ciostra a tutte le ore! Peuh! Vergogna! In tutti gli hôtels di riguardo, proibitissimo!
Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente per entrare in relazione. Prende il Times, segna col lapis la «nota estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia signora, si fa subito presentare per ringraziarla direttamente dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo; cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano, informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo trattamento della Tête-pointue... «diventata oramai una locanda di terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
— Onorevole, scusate!... Una parola!
— Eccomi, missis Eyre!
— Avete sentito anche voi?
— Che cosa?
— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota cadaverica, alla maionese! Che puzzo! Peuh! Ci vorrebbe una legge, una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
Oppure:
— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
E un altro giorno:
— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da otto ciorni mi è stata spedita una scatola di pik-nik da San Remo e non l'ho ancora ricevuta!
Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti della Tête-pointue e, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare all'uno e all'altra:
— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò mettere ciudizio!
Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica, passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, con Mademoiselle, con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:
— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre eccellenza!... O Grand'ufficiale!
— Cos'è successo di nuovo?
Giacomo capisce, ma finge di non capire.
— Perchè, tanti titoli?...
— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!
Remigia batte i piedini, furiosa:
— Di più! Di più! Assai di più!
— È una signora...
— No, invece! È una brutta donna!
— È una signora vecchia!...
— È una brutta donna, antipatica!
Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:
— Piccola cattiva!... Cattivissima!
— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo! Defendu! Werboten... e Forbidded!
Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle furiosamente:
— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente, non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.
La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!» — tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate di sfida e di disprezzo.
L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!
Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua, nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che tutta la sua tattica, — e le lezioni di tennis compreso — hanno fatto fiasco!
— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
— Ah, mon Dieu! Mon Dieu!... Tornar da capo a girare i mari, i monti, i laghi!
E Re Faraone?...
Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta... proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì, fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album, monsieur Malot col suo mazzolino di edelweiss, tutti e tre sorridendo a denti stretti e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!
— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le buone!
Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua grande battaglia contro Maria.
— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di Maria?...
Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor Trüb, ai pasti di Din e Don. Oltre al Bell'Apollo, a monsieur Malot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, a Mademoiselle!
Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune, su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
Mentre Din e Don slappano allegramente, il signor Trüb vanta il clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa bassa e sospira.
— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di voce, senza alzare il capo.
— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue istruzioni e potersi regolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e niente altro.
Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
— Perchè?...
— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi, guardando lontano Din e Don, che si rincorrono a salti e fanno le capriole nell'erba alta e folta.
— Perchè così? — insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?
Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando a guardare Din e Don. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina, quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
— Si fa la pace?...
Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino, lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli occhi obliqui la corsa disperata di Din e Don.
— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono simpatica! Non è vero!
La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa voce di Maria!
Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e, irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.
— ..... Si fa la pace?
Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la povera missis Eyre?
— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!
— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla, rispondo.
— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a spuntare le lacrime.
Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli una mano, gliela stringe supplicandolo:
— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima donna! Prego! Prego!... Vi prego!
— E voi, in compenso?...
— Prometto: inviolato il Times, incontrastato il possesso della sua poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...
— E Din e Don?
— Più ciostra al terzo piano! Prometto e giuro!
Il D'Orea sorride mormorando:
— Piccola birichina! Idola... guastata!
Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale, avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa è scottante; l'aria pesantissima.
— Mon Dieu! Mon Dieu! Con questo caldo, sentir la predica per gli omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!
— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore? — La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la capannuccia all'ombra degli abeti.
— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede accanto traendo un respiro.
— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
Din e Don arrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due monelli!... Non ne possono più!
Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:
«C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte.».
Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:
— Che cosa vuol dire?
L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica di due giovani sposi.
Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento e più languido.
— C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte. — Conclude ripetendo con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca, alta e gentile...
— Ah mon Dieu! — esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re Faraone!
— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.
— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?... Soli?...
— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.
Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata, per terra.
L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.
— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?
Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.
In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla Tête-pointue! E anche Din e Don, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno, abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.
— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!
Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama Din e Don con quanto fiato ha in corpo: Din e Don ritornano, frullando il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.
— Che balordo!... E che villano!
Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua figlia? Che considera come sua figlia?...
— Ah mon Dieu! Mon Dieu!
— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova, si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!
Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era avvolto attorno alla vita e lega Din e Don che fiutano la burrasca e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.
— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi folti, tenendo al guinzaglio Din e Don. Giacomo la segue, sempre brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel modo!
Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento, bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con le due mani, tanto Din e Don tirano forte per trascinarla verso l'albergo.
— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...
Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si mostra ancor più nervoso.
— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un grande villano!
Din e Don danno una forte strappata al guinzaglio facendo voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani, allungando, stirando le braccia.
— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.
Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.
A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco, entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro, chiamandola:
— Idola!... Idola cara!
— Addio, mammà!
— Finalmente!... Mademoiselle, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!
— Sono stata nel bosco, mammà, con Din e Don a cercare i fiori di genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!
— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola, l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè sei andata così lontano?... Sola soletta?...
La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio che Remigia aveva dimenticato nella capanna.
La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il rimprovero di una madre... e di una tal madre!
Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire Din e Don che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano, continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.
— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al D'Orea un ultimo, terribile sguardo:
— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna che tutta la gente dell'hôtel ci vedano insieme a colazione. Andiamo.
Madre e figlia si avviano verso la Tête-pointue.
— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. — Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere. — Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non vederci?...