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La moglie di Sua Eccellenza

PARTE PRIMA. (continued 2)

Reading edition

Spegne con impeto la luce elettrica, si caccia in letto, al buio, e si volta bocconi con mezza la testa sotto il cuscino, come fa sempre quando è arrabbiatissima.

— Sei già a letto? — domanda Mimì dall'altra stanza.

— Sì, e dormo!

Mimì Carfo non fiata più, non osa più!

L'Idola, instabile e variabilissima com'è, è stata presa da un senso profondo, amaro di delusione, di sconforto, d'infelicità. L'effervescenza è finita, l'argento vivo è consumato; ella vede le cose come sono e la sua condizione qual'è realmente.

— Ah, Mon Dieu! Mon Dieu! Non mi capita più la fortuna di un don Luciano che perda la testa per me! Impossibile! Sono troppo piccola e troppo magra per il coup de foudre!... Una povera ragazza di condizione onesta, costretta a trovarsi un marito a furia di occhi bassi e di timidi rossori deve avere, necessariamente, come mia sorella, tutti gli altri vantaggi dell'appariscenza! Alla rosa mistica senza dote, e che deve esprimersi senza parole, occorrono, in compenso, le doti e l'eloquenza del quadro plastico!... — E, intanto, cerca cerca, aspetta aspetta... «Aspettare e non venire è una cosa da morire!» Uff! Che caldo!... — Evviva le grandi cocottes!... Esse non hanno bisogno di dote nè di doti per mettersi a posto! La Fanfan di Luciano, per esempio, è magrissima! Anzi, se non è una frottola inventata per consolare mammà, è persino tisica, eppure... — La fanciulla s'interrompe e sospira. — Ma quella Fanfan non ha parenti tra i piedi che le fanno la predica! Capelli e capelli! Capelli e nient'altro! Maledetti capelli! Agli uomini, devo far l'effetto piacevole di una parrucca! Uff! — Un secondo sospiro. — Giro i laghi, i monti, i mari... e finirò col dovermi accontentare del matrimonio d'amore! Ancora un anno o due e poi, svanita la speranza, far presto a sposare Totò... per non arrischiare di perdere anche Totò! — Ah, mio Dio! Per tutta la vita natural durante, appartenere al seguito di donna Maria Grazia D'Orea, come una contessina Carfo, qualunque! — Un altro sospiro e più forte.

— Che hai Remigia? — domanda Mimì.

— Dormo.

— Ti sento sospirare!

— Dormo.

Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto, ma di titoli nobiliari.

— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece lo zio Rosalì!

Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i suoi guai e si addormenta ridendo.

Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta. Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice! La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di espandersi, di voler bene!

Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata, Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori, e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario, soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri, subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua fiorente giovinezza!

Chi s'è addormentata subito, anche quella sera, — soltanto le zanzare riescono qualche volta a tenerla desta, — è mademoiselle. Ella dorme da un pezzo e sogna: sogna Din e Don che fuggono nuotando in una vasta latitudine allagata, e lei dietro inseguendoli, pure a nuoto. La duchessina è in barca, grida, ride, si arrabbia, stimolandola, incitandola strapazzandola. Mademoiselle nuota, continua a nuotare faticosamente. Din e Don son sempre lì vicini, alla medesima distanza, ma anche lei, nuota, nuota e rimane sempre allo stesso punto... Un solo colpo forte e Din e Don sono presi... ma non può, non può più allungarsi, non può più stendere le braccia, quell'acqua torbida si fa pesante, le impedisce ogni movimento, la soffoca...

VII.

L'Idola è furente contro Totò!... Totò, invece di mostrarsi amabile, invece di essere «entrante e discorsivo» con i giovinetti e con i giovinotti della sala da ballo e del tennis, rimane duro, impettito, non parla con nessuno, non si lascia avvicinare da nessuno!

— Sei noioso! Sei impossibile! — borbotta. Poi dà un'alzata di spalle e se ne ride. — Noiosissimo ed anche cretino!

Totò è geloso. Sotto l'anglico aspetto, batte un cuore meridionale, sensibilissimo. La classica musoneria di Totò, adesso non è più una posa elegante; è uno stratagemma d'amore. Tenendo tutti a distanza, spera di tener tutti distanti da Remigia.

Lì, a Villars, ha paura più che mai e, per conseguenza, è più che mai geloso, sospettoso, imbronciato. Nelle sue inquietudini c'entra anche il numero tredici. Come tutti gli innamorati e i disgraziati, anche Totò è diventato superstizioso e teme la jettatura. Nella spedizione del bagaglio, il suo baule è toccato il numero tredici! All'albergo gli hanno dato la camera numero sessantasette: sei e sette, tredici!

Villars gli deve portar sfortuna!

Anche Totò aveva subito notato, con un respiro di soddisfazione, che alla Tête-pointue il don Luciano numero due, non c'era. Ma poi il respiro s'è fermato a mezzo:

— Se ancora non c'è, può capitare da un momento all'altro!

Con la faccia marmorea impassibile dietro la pipa di radica, fra una boccata e l'altra di fumo, indifferente e distratto in apparenza, ma con il cuore stretto dall'ansietà, egli interroga ogni giorno il signor Trüb e il segretario sul movimento dei forestieri: ad ogni arrivo è un'inquietudine... Ad ogni partenza un sollievo.

Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero Totò, in un'ora di pace?

Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai!

Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato, allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni, recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere... — Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende, — l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è un'altra, è tutta per gli altri!

È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere, di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere!

— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così!

A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non vedo ancora una persona per bene! Non c'è chic! Ho scorso il libro dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio di dover fare presentazioni. Per il tennis siamo già in quattro, con mademoiselle: si giuoca fra di noi!

Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero tredici, e ha fatto i conti senza Din e senza Don!

I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il codino monco dalla nappina lanosa.

Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, Din e Don fanno regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida ormai le occhiatacce di missis Eyre.

— Shocking!

La schifiltosa e superba colonnellessa è scandalizzata e indignata contro il «taverniere», il «bettoliere lustrascarpe». — Ecco il vero coco, — non le riesce di dir cuoco, — il vero coco dei cani!

L'Idola, si sa, non manca mai al pasto dei tesöri «cari cari!» Vi assiste circondata da tutta la sua corte con quel carabiniere mutria di Totò, che fa la guardia a due passi di distanza.

Specialmente quando c'è gente e si vede osservata, ella si mostra piena di tenerezze, di moine e di premure per i suoi barboncini.

— Mon Dieu! Mon Dieu! Se a Villars mi prendessero il cimurro! Che disperazione! Ho sempre paura, signor Trüb! Tanta paura!

Il signor Trüb, sgambetti e saltetti, la rassicura.

— A Villars?... Con questo clima?... Con quest'aria balsamica?... Finchè i suoi morettini restano alla Tête-pointue, garantisco io! E poi io me ne intendo; è la mia specialità! Tocchi, signora duchessina: hanno il naso fresco e le orecchie calde. Segno infallibile; stanno benone!

— È sicuro che non c'è il più piccolo ossicino nella zuppa?

— Sicurissimo! L'ho fatta preparare io stesso, sotto i miei occhi!

— Il brodo? Ha allungato il brodo?

— Due terzi di brodo e un terzo di acqua! Non dubiti, signora duchessina! Si fidi di me! Io ho sempre avuto passione pei barboncini!

— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. — Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta terribilmente!

Il signor Trüb protesta, poi si scusa.

— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto, mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia, adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e volate.

— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo Din! Sì, sì!... Anche il mio Don è bravo, è buono!... Amöre! Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare!

La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito.

La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il campione del tennis, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel vitino!

« — Des barbets superbes!

— Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!»

Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri:

— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o quattro mila lire!

— Je crois bien; ils sont de race!

Ma per quel giorno, basta; tanto più che la duchessa madre, al braccio del principe fratello, è lì che ascolta e osserva, girando attorno alla figliuola. Restano tutti muti, in circolo, ad ammirare i due cani che slappano avidamente con il muso affondato nella scodella e la duchessina che continua a vezzeggiare, a garrire amorosa i suoi tesori, a ridere, a scherzare, spiegando con ogni parola, con ogni gesto, con ogni atteggiamento, nuove grazie e nuove attrattive.

— E così Idola, cara?... — domanda la madre con un'espressione subitanea di dolcezza e di compiacenza che le illumina il bel viso severo. — I tuoi morettini hanno buon appetito?

— Eccellente, mammà! — Remigia risponde con un trillo di gioia.

— Divorato tutto, anche le posate, signora duchessa!... A Villars?... L'aria di Villars?... È prodigiosa per la salute degli uomini e delle..

Il signor Trüb s'interrompe: sgambetti e saltetti. Non osa, dinanzi alla duchessa e alla duchessina, di chiamar bestia quei due... «amori» quei due «tesori» che costano tre o quattro mila lire. Fa cenno al portiere, fa portar via i piatti vuoti e, inchinandosi, se ne va lesto, di volo, strisciando e scivolando sul terrazzo lucido.

Il giorno dopo, — occorre dirlo?... — appena il signor Trüb si presenta con la zuppa, ecco apparire un primo giovinetto, poi un secondo «... com'augel per suo richiamo». Ecco fra i giovinotti il garofano bianco... ed ecco la barba inverosimile del barone Danova.

Guardano verso il restaurant; aspettano e scherzano con l'albergatore.

— Mi raccomando, occhio agli ossicini!

— Scotta la zuppa?... Scotta?...

Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un uccellino, scende a volo sul terrazzo.

— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro, caro il signor Trüb!...

Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene.

— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!... Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al diavolo, non ho mai avuto niente di simile!

Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con un tremito più vivo.

Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini.

— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in fretta!

— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!

Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal gilet bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.

— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... — Perchè no?

Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di Napoli e di Sicilia.

Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme. Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina:

— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti» «tesoretti!».

Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo. — Si chiamano?...

Un istante di silenzio e di ansietà...

— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb.

Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo pudibonda.

— Uno, — questo, — si chiama Din; l'altro si chiama Don!

— Din e Don?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro.

La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due!

— Din e Don?... Allora... din-don!

Il Danova si riscalda, dondola il capo, imita il suono e il tocco della campana e facendo la rota attorno a Remigia, continua a ripetere: — Din-don! Din-don!... Spiritosissimo! È una trovata!

— Din-don! — esclama a sua volta il signor Trüb, in tono baritonale.

— Din-don! — squilla allegramente la voce della fanciulla.

Dondolano pure le testoline ben pettinate dei giovinetti e dei giovinotti che si avvicinano più disinvolti:

— Din-don? Oh, very funny!

— Din-don? Oh, que c'est drôle!

— Din-don, les petits diablotins? Din-don?

Il ghiaccio è rotto; tutti circondano animatamente la duchessina:

— Din-don? C'est bien gentil!

— C'est charmant!

— È una trovata! Spiritosissima! — Din-don! Din-don! Din-don!

Il Danova ride e grida più di tutti.

Il solo Totò rimane in disparte, immobile, come impalato al suo posto: la pipa di radica non tira più!

Anche il biondo dal garofano, senza sprecare il fiato e senza perdere il sussiego, cantarella dondolando adagio, con grazia, la testolina rotonda, ben pettinata. — Din-don! Din-don! — Ma ad un tratto la lente gli cade dall'occhio e si arresta sorpreso sul Din...

Tutti ridono, tutti scherzano e si affollano attorno alla bella duchessina italiana. È il trionfo — un vero trionfo, — dell'Idola!

Dal terrazzo alto, l'allegra folata di voci e di note, unita ai latrati echeggianti e persistenti dei «due tesori» incitati dal chiasso, rompe il silenzio della valle ampia e muta e il canto e gli amori agli augelletti spauriti.

— Idola! Cara!... Ti diverti?

La duchessa, al braccio del principe Rosalino, si avvicina con lento passo e l'aria regale, sorridendo.

— Tanto, mammà! Tanto, tanto!... Villars è un paradiso e il signor Trüb, un angelo!

L'angelo albergatore, invece di volare, fa un giretto, un balletto attorno alla pomposa coppia di prim'ordine, per esprimer il suo ossequio profondo.

— Come la granduchessa di Mecklemburgo! Come Nessim bei! Come Casimir Perier!... Tutti incantati di Villars!

Nell'andarsene, passando dinanzi a Totò, sempre impalato, vede che la pipa non fuma e gli schianta un fiammifero sotto il naso.

— Permette, marchesino?

Totò lo manda al diavolo, con un'occhiata furibonda.

Il buon ragazzo non può più resistere dalla gelosia e dalla rabbia. Anche la duchessa Cristina, anche papà, non sanno stare al proprio posto!... E Remigia?... Che civetta!... Persino con quella brutta gente di Villars!... Non ha un briciolo di cuore e nemmeno d'orgoglio!

A un tratto si risolve, affronta Remigia:

— Io vado... ad Aigle!

— Bravo Totò!... Mi porterai delle pesche e anche un bel popone, se c'è!

Il principe Rosalino e la duchessa Cristina gli danno un monte di commissioni: sigarette, lana bianca, lana rossa, acqua di Colonia...

Mademoiselle, con le solite scuse e complimenti, gli dà due lettere da impostare ad Aigle. — Così arrivano più presto!

L'istitutrice ha sempre le saccocce piene di lettere da spedire a due o tre membri della sua famiglia.

Totò se ne va, con nelle orecchie la voce allegra di Remigia che lo irrita.

— Non torno più a Villars! Non ci torno più!... — Invece è già pentito, in cuor suo, di quella bravata!

Sulla terrazza, l'allegria si fa più viva, il conversare più cordiale ed espansivo.

— Vouz permettez, mademoiselle?

È il biondo dal garofano che si presenta alla duchessina, facendo una smorfia per tener la lente ben ferma nell'occhio.

— Per... mette?

Ha una pallina di zucchero stretta con grazia fra l'indice e il pollice.

Din e Don, appena visto lo zucchero, si alzano insieme di scatto, e si tengono ritti sporgendo il musetto umido, bramoso e annaspando, invitando con le zampe anteriori.

Remigia risponde arrossendo, con un cenno affermativo e abbassando gli occhi. Poi, subito la forte scrollata di testa per rimettere a posto i capelli. Ma il bell'inglesino, la fenice di Mimì Carfo, non ottiene nè un sorriso, nè un'occhiata. Remigia, sulle prime, si mostra sempre molto riservata e prudente con i giovani. I giovani ardono meglio a foco lento.

Ella non si rivolge all'inglesino per ringraziarlo, ma cerca di nascondere il rossore e di vincere il timido turbamento continuando ad ammaestrare Din e Don.

— Su! Su! In piedi!... Si resta in piedi!... Si fa l'ometto e si ringrazia!

I due cani, ritti ritti, continuano ad annaspare con le zampe riscotendo applausi e destando l'ammirazione generale.

— Don!... Su! Su! Da bravo! Adesso si dà la mano!

Don, che si era messo a riposare su tre gambe, si rialza di nuovo, sebbene di malavoglia, e annaspa con la zampa destra verso Marco Danova.

Questi afferra subito la zampetta del cane e la stringe ripetutamente, da buon camerata.

— Amici, caro Don, din-don! Tesoretto caro! Sempre amici in vita e in morte! — Stringe la zampa anche a Din, costretto pure a rizzarsi di nuovo.

— Benissimo! Bravissimo! Son due gentiluomini perfetti!

Marco Danova, inaugurati così i buoni rapporti, si sente quasi ammesso nell'intimità della famiglia. Fa una rapida piroetta sulle gambette a roncolo e si rivolge con molta disinvoltura alla duchessa Cristina salutandola con una scappellata: la sommità del capo spunta, completamente calva, come una pera, dalla corolla dei capelli tinti.

— Ho conosciuto a Bologna e sono in relazione d'affari col deputato Giacomo D'Orea; l'ex ministro. Sarebbe, forse, il suo signor genero, che aspettiamo a Villars?

— No, — La duchessa accenna col capo a un saluto, guardando il barone affabilmente con l'occhialino. — No. Giacomo è il fratello di mio genero.

Il Danova, che s'è subito ricoperto per via della pera, alza la voce, le braccia e dondola la pancetta con evidente soddisfazione.

— Uomo straordinario! Grande talento, attività e gentiluomo... tipico. La sua parola vale quanto la sua firma! Uomo... straordinario!

La magnifica barba del principe di Sant'Enodio si gonfia e si muove con una leggera ondulazione. Egli parla:

— Appunto, precisamente. Giacomo è il fratello di Luciano, mio nipote. Cioè il fratello di Luciano, che è poi marito di mia nipote. Precisamente. — Il principe stende al barone la bella mano bianca e morbida. — Diremo dunque: les amis des nos amis...

— Anzi diremo i parenti! — interrompe il Danova. — «I parenti dei nostri amici...» Ho scritto appunto anche ieri, all'amico Giacomo! Se permettono, signori, mi presento da me: Marco Danova. A più di mille e trecento metri, si è superiori anche alle restrizioni dell'etichetta!

Marco Danova continua a piroettare e a dondolare dandosi l'aria d'essere il padrone di Villars e continua a parlare di Bologna, di Giacomo, di milioni e dei molini, intercalando al discorso quelle sue frequenti e grosse risate che prorompono ad un tratto, anche senza ragione, con uno scoppio fragoroso. Ma, intanto, non perde mai d'occhio la duchessina. — Che vitino! Che voce! Che ginger!

Poi ricomincia col din-don.

— Ah! Ah! Ah!... La duchessina dunque si diverte in questo nostro povero e pastorale Villars?

Remigia arrossisce ma non abbassa gli occhi. Anzi il barone riceve «in pieno» un'occhiatina tra il furbetto e il languidetto che lo fa andare in visibilio.

— Tanto!... Mi piace tanto, tanto!

— Villars non è Saint-Moritz, questo si sa, ma il clima è eccellente e l'hôtel buonissimo.

Approva la duchessa, approva il principe Rosalino. Il barone continua col vento in poppa.

— Si possono fare delle gite divertentissime; ci sono due o tre escursioni alla Chamossaire, al lago di Chavanne, molto interessanti. E poi il tennis! Alla Tête-pointue abbiamo un tennis bellissimo! Giuoca al tennis, la duchessina?...

Remigia risponde battendo le mani con un grido di gioia.

— Ma allora la duchessina avrà qui da divertirsi! Potrà fare a Villars delle partite veramente classiche! Se la duchessa me lo permette, le presento un mio amico, vincitore del campionato di Maloia!

La duchessa Cristina acconsente e Marco Danova, con la mano si chiama vicino il biondo dal garofano:

— Sir Arthur Wood! — Il campione di Villars! Un giuocatore... straordinario! Ha un colpo di racchetta di uno stile perfetto! Elegantissimo!

Fatta così la presentazione, col gradimento della madre, seguono le altre.

— La sera, che non si può più giocare al tennis, si balla... disperatamente! E ballo anch'io! — Le presento Monsieur Henri Malot — parigino puro sangue — ballerino instancabile! E anche il mio giovane amico Lothar Schmidt, di Francoforte!

Così, via via, uno dopo l'altro, sfilano dinanzi alla duchessa, alla duchessina e al principe Rosalino tutti i giovinetti e tutti i giovinotti, tutti i ballerini e tutti i giocatori di tennis della Tête-pointue!

Marco Danova sembra, ormai, che sia amico da dieci anni di tutti i Moncavallo e i D'Orea vicini e lontani.

— Perchè la duchessa non scrive, non telefona a Bex, a sua figlia donna Maria Grazia, di venire a Villars, ad aspettare don Luciano? Ha torto, molto torto! Si mettono le vedette lungo la strada e appena l'automobile di don Luciano è segnalata a Montreux, discende a Bex e si trova pronta a ricevere il marito!

Scherza con Mimì Carfo e con mademoiselle alle spalle di missis Eyre e fa ridere la duchessina e tutta la sua corte imitando i saltetti e gli sgambetti del signor Trüb, uomo barometro!

Remigia ha l'allegrezza, la gioia negli occhi, nel sorriso! Si diverte mezzo mondo alle spiritosaggini, ai lazzi del barone, e il barone, a sua volta, è sempre più incantato di quel «bel folletto» di quel «bel diavoletto» e sempre di più si accende.

Marco Danova ha una fiera passione per la donna magra ch'egli nel suo gergo brutale e volgare di apprezzatore che può spendere, ma che sa spendere, definisce «vulcano e terremoto». E una massa di capelli, di bei capelli, — ma biondi, li vuol sempre biondi, — lo fa diventar matto e co' suoi amici bei, ne spiega anche il perchè: — Mi pare di affondar le mani nell'oro, in un oro caldo e vivo!

— Che capelli maravigliosi, proprio d'oro, vero oro, i capelli di quel folletto... del Vesuvio! E che bocca! Soprattutto la bocca! Ci sarebbe da accontentarsi dovendola pagare anche mezzo milione!

Mimì Carfo vede gli occhiacci dell'egizio che divorano l'Idola e n'è rivoltata e persino sbigottita.

— Non tenertelo tanto vicino quel grosso pascià! Ti fissa in un modo sfacciato, odioso! Sembra... che voglia mangiarti con gli occhi!

Remigia risponde con un'alzata di spalle:

— Buon appetito!

Mimì si spaventa.

— Ma di', gioia, amore, ti lascieresti far la corte anche da quel... brutto coso? No! No! Prometti, giura, no!

Remigia non giura e non promette.

— Brutto?... Perchè?... Un uomo non è mai brutto! Basta guardarlo sotto il suo punto di vista favorevole. Quello lì, preso come un re Faraone in borghese, è bellissimo!

— È orribile!

— Mi fa ridere! È divertentissimo!

— Con quella barbaccia tinta!

— Che importa!... Un po' di colore! E poi, per me, sia bello, sia brutto...

L'Idola finisce di esprimere il suo concetto con una altra alzata di spalle.

Quando Totò ritorna da Aigle con le pesche, il popone e con la testa piena dei più coraggiosi e fieri proponimenti contro la leggerezza e la civetteria di Remigia, sente da lontano la voce alta, squillante della fanciulla che lo fa trasalire e impallidire. La voce tanto bella, la voce tanto cara, quella voce a cui non sa resistere, viene — ahimè! — dal campo del tennis!

— Play!

— Out!

È impegnata una seria partita: Remigia e Sir Wood contro Mimì Carfo e monsieur Malot.

— Play!

— Out!

Marco Danova ha fissato l'ora e il convegno; è andato lui stesso in cerca dei ragazzetti che raccattano le palle, e adesso sta rosolando al sole, seduto sull'alto sgabello del giudice di campo.

— Play!

— Out!

Totò abbandona in fretta al portiere le pesche e il popone, salta nel lift, corre in camera sua e si butta sul letto, bocconi.

— Il tredici! Maledetto tredici e maledetto Villars!... Con quell'egiziano! Con quell'jettatore tremendo!

Anche lì, arriva la voce di Remigia!

— Play!

— Out!

— Civetta! Civetta!... Che civetta!... Poterla dimenticare... o poter morire!... Finirla!... Finirla di voler bene a Remigia, — a quella civetta! — e finirla con la vita!

— Play!

— Out!

Totò scende tardi a pranzo; alla seconda portata. Si presenta ben pettinato, irreprensibile nell'abito di sera, ma è pallido, stravolto. Non parla altro che per inveire contro Villars, e contro la gentaglia ineducata e chiassosa che lo abita.

— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo. In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere un... cane!

L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma, risolutamente, sull'uscio della veranda.

— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà!

Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.

— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo!

— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente. Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene...

Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono di lacrime.

— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce.

L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi.

— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato.

— E papà, che cos'ha risposto? — domanda inquieto Totò.

— Zio Rosalì non ha risposto nulla, ma ha fatto certi occhi!... Pensa, — sai che papà non fa complimenti. — è capacissimo di mandarti via da Villars?

— E tu questo lo desideri!... Lo vuoi!

— Io non lo voglio! No, non lo voglio! Tanto è vero che ti avverto del pericolo. Ma sicuro che se ti fai capire da mammà... è finita. Sai che mammà ha le sue idee, il suo piano. E' sempre in traccia anche per me... — Uff! — di questo divertentissimo don Luciano numero due. Qui non c'è: fra questa gente, fra questi ginevrini, fra questi ottimi figliuoli di buona famiglia, il mio don Luciano non c'è... e tu, invece di essere contentissimo, di essere amabile con tutti, fai il rabbioso, fai l'orso! Davvero che io non ti capisco!

Totò, s'è un po' tranquillato; ma non interamente.

— Però... quel biondo dal garofano!

— Figurati!... Studia per diventare ingegnere elettricista!.... Capirai, che non è certo l'ideale di mammà!

— E... quel... Danova?

Totò fissa Remigia negli occhi: ma la fanciulla ha uno scoppio di risa.

— Re Faraone al lucido Nubian?... Sei geloso di Re Faraone?

Il povero ragazzo ride anche lui, si sente consolare.

— Sai perchè sei così... cattivo?

— Perchè...

— Perchè non ti fidi di me. Fidati di me! — Remigia lo fissa con una dolcezza languida, affettuosa e muove le labbra quasi impercettibilmente, come per dare e per ricevere un bacio. — Sii gentile, molto gentile con tutti. Lasciati presentare a Re Faraone, al giovane povero ed elettricista e a tutti gli altri. E non voler ballare soltanto con me: fa ballare anche Mimì e mademoiselle, così mammà, anche se ha avuto qualche sospetto, non ci pensa più! — Remigia fissa ancora il giovane intensamente: — Fidati di me.

Totò legge anche negli occhi il piccolo bacio che trema sulla bocca dell'amata...

— Sì, ma e poi?... Se il tuo don Luciano non c'è... può arrivare da un momento all'altro...

Remigia si alza, un attimo, in punta di piedi per essergli più vicino con gli occhi e con le labbra:

— Fidati di me.

VIII.

Maria Grazia ha scritto alla madre annunziandole il prossimo arrivo del cognato alla Tête-pointue.

Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo, fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea.

Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor Trüb il cielo della Tête-pointue è sempre sereno, anzi serenissimo!

— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di Roma! — In bureau col segretario, continua a fregarsi allegramente le mani:

— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per rimpolpettarmi! — Si ricordi: champagne di dodici franchi, non ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che champagne Irroy di diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella!

— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo conta a tutti, per vendicarsi dei cani!

— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione, nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere!

Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è condivisa dalla nobile famiglia italiana.

Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo bianco-barbuto del fratello Rosalì:

— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare?

L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi:

— Mah!

La duchessa si turba maggiormente; poi sospira a sua volta:

— Era di troppo anche un Luciano solo... e adesso, averne due da sopportare!

— E questo, con la tirchieria, con l'avarizia, per soprappiù!

— Chi sa come il signor Zaccarella ci terrà a mostrarsi economo, zelante, sempre ligio agli ordini di Sua Eccellenza!

— Mah!...

Dopo un altro sospiro, il Sant'Enodio lisciandosi, accarezzandosi la barba, trova la parola del conforto:

— Speriamo!... Speriamo che Luciano e Giacomo comincino presto a bisticciarsi fra di loro! In tal caso, fra i due litiganti...

L'uomo savio interrompe il proverbio e la duchessa ripete, a sua volta, alzando gli occhi al cielo:

— Speriamo!

Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, — specialmente quello della sorella, — la rende nervosa.

Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al tennis, stancando i più forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di terribili emicranie, la povera mademoiselle.

Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice; Remigia strapazza anche Mimì:

— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... Mademoiselle mi urta a vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle!

Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo diventa di più ogni giorno.

La mattina presto, per allenarsi, gioca al tennis con sir Wood e durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato, ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici, i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova. L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione. Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso, non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta dell'alpenstock, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso, ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier.

Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando — «Oh, mon Dieu! Mon Dieu!» — le si slaccia a mezza strada la stringa di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre stringe, sdilinquendosi in cocolezzi, anche il «bel penin... piccinin, piccinin!...»

La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... « — nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood, il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un angolo appartato della veranda.

— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo!

Re Faraone, che comincia anche lui a diventar geloso come Totò, e, quel ch'è peggio, senza accorgersene, le siede accanto e brontola con la voce roca:

— Tutto il santo giorno, tennis!... Tutta la santa sera, salti!... È un'esagerazione!... Una fatica... malsana! Così perderete tutti i vantaggi del clima, della montagna...

Remigia, facendosi vento mollemente, cantarella sottovoce, fissandolo:

— Papà baröne... Simpaticöne...

L'altro non resiste; lancia in giro un'occhiata, la duchessa Cristina non c'è; barba-bianca non c'è. C'è soltanto Totò che spia, ma quello non conta... Il Danova, pone la mano sulle ginocchia della duchessina e preme leggermente:

— Siete rossa rossa... accesa e tutta spettinata!

— Devo essere brutta!... Un orröre!...

Il Danova passa dal dispetto geloso all'esaltamento, e si sfoga con immagini e similitudini addirittura mussulmane:

— Siete tutta una rosa, viva, animata... — Avvicina il naso fiutando, — profumata!... E che bocca! Il paradiso di Maometto!... Tutto il paradiso di Maometto!... Ditemi, da brava, dove potrei trovare una bocca simile, come la vostra?... La pagherei... mezzo milione!

L'Idola ride: un riso che sembra un invito ai baci.

— Anche un milione! Anche due!... Pronti contanti!

La duchessina torna a cantarellare con la sua nenia affettuosa:

— Niente miliöni!... Niente miliöni!

— Come, niente milioni?

— Proprio no. Per me i milioni non contano.

Re Faraone s'indispettisce:

— Non contano?...

— Proprio no! Proprio no! I milioni non contano! Proprio no! No! No!

Il naso-becco sembra volerla divorare:

— Che cos'è allora che conta per voi?... Sentiamo!... La lente nell'occhio?...

La fanciulla diventa seria, quasi malinconica... sospira. È addirittura incantevole.

— Voler bene tanto... da farsi voler bene sempre!

Il naso-becco batte in ritirata.

Tutto quel giro di parole «voler bene, farsi voler bene» vuol dire in conclusione: «sposatemi». Marco Danova ha scritto, ha preso informazioni: la ragazza non porta in dote altro che i suoi parenti.

Cattiva speculazione!... Pure, diventare quasi cognato di Giacomo D'Orea, potrebbe presentare molti vantaggi morali e anche materiali. Darebbe una ripulita a certe sue marachelle egiziane... Quasi cognato di Giacomo D'Orea, potrebbe aspirare alla vita pubblica, avvicinare gli uomini che sono al Governo, concludere grossi affari di ferrovie, di cambi, di valori nazionali...

Marco Danova continua a fissare la duchessina, ma, adesso, con l'aria di volerla stimare al suo giusto valore.

— Vorrei avere... quei vostri capelli! Quanti capelli!

L'Idola, fa l'innocentina:

— Vi piacerebbe... essere biondo?

« — Vorrei avere i vostri capelli, — vostri, di voi, — con voi!»

IX.

L'arrivo dei D'Orea a Villars è già stato telefonato solennemente da Bex, dal capitano Zaccarella «per il prossimo giovedì: dopodomani»... Remigia è più che mai nervosa e Mimì comincia a sentirsi molto inquieta. Ha osservato che l'Idola è... troppo diversa dal solito. Fa il chiasso, vuol mostrarsi allegra, ma s'è accorta che quell'allegria non è naturale.

Soprattutto, la sensibile e romantica Mimì è inquieta per un altro verso:

— Perchè Remigia si tien sempre vicino quell'egiziano inverniciato, odiosissimo?...

È sera tardi: Mimì Carfo è già a letto e aspetta che l'amica sua venga a salutarla e a fare le solite chiacchiere. Addossata ai guanciali, sta sciogliendosi i capelli, lisciandoli, acconciandoli per la notte e intanto sospira e tien fissi gli occhi sull'uscio aperto, tra la sua camera e la camera dell'amica.

— Perchè Remigia, stasera, tarda tanto a venire?...

Un'idea molto brutta, le gira per la testa. È un'oppressione, un incubo angoscioso.

— Perchè tarda tanto, stasera?... Che cosa fa?

Mimì aspetta ancora un momento, poi chiama forte:

— Remigia!

— Gioia!

— Non vieni a salutarmi?

Si sente, dall'altra stanza, il rumore di una finestra che si chiude, poi Remigia appare nel vano dell'uscio: sta sciogliendosi la larga cintura di seta bianca moarè, che le fa un vitino lungo e sottile, da vespa.

— Com'è che sei ancora vestita?

— Non ho sonno stasera!... Non ho voglia di andare a letto! Non sono una talpa come mademoiselle! A quest'ora dorme e russa col fischiettino!

— Vieni qui!...

— Aspetta!

Remigia finisce di spogliarsi, andando innanzi e indietro da una stanza all'altra, sempre chiacchierando. Sparisce, e ritorna in gonnellino. Sparisce ancora, poi eccola di nuovo: ha i capelli sciolti sulle spalle, e un cortissimo giubbettino rosso scarlatto, sulla sola camicia da notte.

— Vieni qui!

Remigia siede sul letto: le due amiche si abbracciano baciandosi.

— Sei stata alla finestra, fin ora? — domanda Mimì Carfo.

— Sì.

La piccola getta via di colpo le babbucce e si accarezza l'un l'altro, incrociandoli, i piedini nudi, cantarellando sottovoce: « — La luna immobile — Inonda l'etere — D'un raggio pallido!»

— E chi c'era con te, a sospirare alla luna?

Remigia ride:

— C'erano... tutti e tre. La sigaretta sul terrazzo...

— Sir Wood, commenta Mimì.

— La pipa di radica alla finestra del terzo piano.

— Numero sessantasette: sei e sette tredici, — povero Totò.

— E al primo piano, al balcone d'angolo, la pipa turca!

— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata di lacrime.

Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale sembra mettere a posto i riccioli e le idee.

— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della famiglia Sua Eccellenza!

La piccola, che ha sottolineato il peso, chiama Giacomo «Sua Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor Zaccarella.

— E per questo?... Che ti fa?...

— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non sono più nulla!

— A Villars, non sarà così! Vedrai!

— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio, esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia! Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! — Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!... Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima!

L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si morde le labbra per non piangere.

Mimì l'abbraccia angosciosamente.

— Porta pazienza!... Porta pazienza ancora un po'! Sei tanto, tanto bella! Sei tanto cara! Aspetta e vedrai! Io prego tutti i giorni la Madonna...

L'Idola interrompe Mimì con un'eretica alzata di spalle:

— Ma che Madonna d'Egitto!

— No! No! Non bestemmiare! — Mimì, spaventata, si fa il segno della croce.

Remigia ride: il dolore e l'ira sono già spariti.

— Ma no, gioia, non scandolizzarti! Voglio dire appunto che la mia Madonna, quella che mi protegge, quella che mi ha ispirato di tentare il gran colpo, è la Madonna... d'Egitto.

Mimì non si mette a ridere come l'amica: Mimì continua ad affannarsi.

— Quale?... Quale scopo vuoi tentare? — Pur troppo ella sospetta la verità.

— I D'Orea non hanno fatto la loro fortuna con la mortadella? E io farò la mia col lucido Nubian!... Milioni! Milioni! Milioni! Io voglio tanti milioni!

Mentre Mimì Carfo si dispera, l'Idola salta dal letto e salta per la stanza a piedi nudi, esclamando allegramente:

— Milioni! Milioni! Evviva i milioni!

— Vieni qui! Vieni qui! Ascoltami! — supplica ancora la desolata Mimì.

Remigia, d'un salto, torna a sedere sul letto, facendo risonare l'elastico:

— Eccomi, parla, ma io non ti ascolto! — Comicamente si tappa le orecchie con l'indice delle mani.

Mimì, abbracciandola con grande tenerezza, cerca di toglierle una mano dall'orecchio.

— Ma pensa, Remigia! Pensa!... Quell'uomo così brutto, così volgare, vecchio.

Mimì diventa rossa mormorando una parola sulle labbra dell'amica.

— La dentiera?... Cara mia, porteremo in comune con Re Faraone, le gioie, la gloria e le fatiche del regno, ma la dentiera continuerà a portarsela lui solo!

Mimì, sempre rossa rossa, sempre con la bocca quasi sulla bocca di Remigia, riprende ancor più sottovoce con un tremito di angoscia e di terrore:

— Tuo... marito, Remigia!... Tuo marito! Ma pensa, pensa, che cosa vuol dire ma-ri-to...

— Appunto, perchè non mi faccia cattiva impressione, lo sposerò senza pensarci.

— Che orrore! Che orrore! I baci di quell'uomo!... Un bacio solo di quell'uomo!... C'è da morire di ribrezzo! C'è da morir soffocata!

Remigia scrolla ancora la testa poi risponde:

— Sai come si fa? Si chiudono gli occhi... — Remigia fa seguir l'atto alle parole — e si tiene il fiato: — resti come morta e non senti niente. Io fo così, quando mi bacia lo zio!... E anche quando mi bacia Totò! L'uno, o l'altro... — L'Idola fa un'alzata di spalle. — È la stessa cosa e lo stesso odore! Tu sì, gioia, che hai il profumo fresco e delicato di un mazzolino di mughetti! Cara! Cara! Cara! Gioia! — La fanciulla bacia Mimì con impeto. — Ma quegli orribili omacci?... A me sembra di baciare o di essere baciata da una pipa! Ah, mon Dieu! Che penitenza, il matrimonio! — Qui, Remigia fa un sospirone tra il serio e il comico. — Sempre la pipa sotto il naso! Giorno e notte! Notte e giorno! Ma anch'io, sai, come quel tesoro di missis Eyre farò grande uso di — Proibitissimo! — Defendu! Tutto defendu! E farò mancare spessissimo il tabacco e i fiammiferi! Cara! Cara! Cara! Il mio fiore! La mia rosa! La mia mammoletta!... — Remigia continua a baciare Mimì con foga, con furia, ma senza trasporto, senza passione, non per altro, al solito, che per far la matta e far del chiasso.

La Carfo si difende; fa forza per allontanarla:

— Non soffocarmi!... Ti supplico!...

Si tira più su, a sedere contro i guanciali. Vuol far ragionare l'amica; vuol persuaderla.

— Senti, cara... Sta quieta, un momento! Ascoltami! Lasciami parlare!

— Parla, bella viola del pensiero!

— Anche se tutti gli uomini, proprio tutti, ti fanno l'effetto di una pipa...

— Pipa, e tabacco caporal!

— Concederai, per altro, che anche tra pipa e pipa ci può essere una bella differenza!... E tu vorresti scegliere proprio la più... — Mimì non dice la brutta parola, ma esprime il proprio disgusto con un brivido e storcendo le labbra. — Peuh! Quel Danova...

— Il Danova, intanto, non è una pipa, ma un narghillè. Oggetto prezioso e di gran lusso! E come Re Faraone, ti ripeto, mi piace di più del tuo sir Arturo, del tuo bell'Apollo, con le orecchie d'asino! Non hai mai osservato, le orecchie di sir Wood? Guardalo di dietro, quando ti volta le spalle e si allontana con l'aria soddisfatta e il passo lento da conquistatore... che ha conquistato. Vedrai che vele! Sembrano le anse dell'orcio! Pipa banale e volgare il tuo bell'Apollo! Molto più chic il mio pascià. E più art noveau!

— Dio mio, è orribile! Orribile... repulsivo!

— E a me piace: art nouveau! E mi piace il suo carattere! La sua aria di meneinfischio! Di padrone del mondo! Non ha soggezione di nessuno, nemmeno di mammà; e non fa complimenti con nessuno, nemmeno con lo zio Rosalì! Prepotentissimo e impertinentissimo... Tranne con me, s'intende! Con me è un altro Din, un altro Don, din-don! Mogio mogio, quatto quatto, docile assai, basta una mia occhiata per fargli cambiar di colore: tranne la barba, s'intende! — La piccola torna seria; fa un'altra alzata di spalle, ma questa volta di dispetto e d'ira. — E poi a me che importa l'uomo... omo? Non dipenderò più da casa D'Orea! Non sarò più al seguito di mia sorella! Avrò io più milioni di mia sorella! E questa gente, l'avrò tutta supplice a' miei piedi, anche mammà, anche lo zio Rosalì!

La Carfo sospira, dolorosamente:

— Tua sorella! Appunto... Ti dovrebbe ammaestrare l'esempio di tua sorella!... Pensa quante lacrime le costano i suoi milioni!

— Perchè mia sorella è una sciocca. Ma io?... Con Re Faraone? Vedrai che diversità di trattamento! Guarda Fanfan!... Come Fanfan! Quella sa tenerlo in riga mio cognato! È dalla signorina Fanfan che bisogna imparare!

Mimì Carfo, non ha più che una speranza.

— Ma... e da parte... del Danova?... Sei sicura che quel brutto orco faccia sul serio?

— È innamoratissimo! — La fanciulla ride. — E le sue proteste d'amore? Tutte a base di milioni!... Anche questa, sai, è una bella novità e un piacevole diversivo, dopo tanta indigestione di cuore, di anima, di cielo o di angeli, al chiaro della luna e delle stelle. Il mio pascià è positivo e pratico: tutto ciò che gli piace, lo paga un milione «pronti contanti». I miei capelli? Un milione! I miei occhi? Un milione! I «bei penin piccinin?» Un milione. La bocca, due milioni, anzi, adesso, siamo già sui tre. Ma siccome io non vendo a ritaglio, capo per capo, e lo sa, così fa tutto un blocco e ci vorrà tutta la cassa! Mi ha quasi offerto di sposarmi stasera. Me l'ha offerto digrignando i denti, come un orso preso al laccio. Domani mattina mi offrirà la sua mano con bella maniera. Andiamo insieme al lago di Chavanne. Al ritorno, prima che mia sorella sia arrivata a Villars, il barone Danova avrà già parlato e fatto la sua domanda «alla duchessa madre» in piena regola.

Mimì si dispera: ha gli occhi gonfi di lacrime.

— Aspetta! Aspetta! Ti prego! Ti supplico! Pensaci ancora!... Aspetta!

— Ho vent'anni, mammoletta, mammolona! Non ho più tempo di aspettare!

— Ti prego! Ti supplico! Te lo domando in grazia! Domani no! Domattina no! Aspetta ancora un giorno, almeno un giorno...

— Ho vent'anni!... Anzi, presto, ventuno!

Mimì non può più resistere e scoppia in un pianto dirotto.

L'Idola, ancora seduta sul letto, si volta a guardarla diventando seria, mentre continua ad accarezzarsi i piedini l'uno contro l'altro, incrociandoli:

— Non piangere! Basta! Non voglio che tu pianga! Rispondi invece: tu saresti contenta se io sposassi l'elettricista povero?

— Sì.

— Anche se sposassi Totò!

— Sì, sì! Ma il Danova no! lì Danova no!

— Che importa per te, il Danova o un altro, quando per me... fosse anche Paride in persona, mio marito, sarà sempre tanto poco... mio marito? Intanto punto primo: niente figliuoli. Io non voglio figliuoli. Non voglio sforzarmi e poi... ho paura. Non voglio arrischiar di morire io, per il gusto di mettere al mondo un... beì! No, no! Mainò! Se Re Faraone vorrà un principe ereditario, se lo farà da sè! Non piangere! Finiscila! Pensa, invece, come sarebbe buffo Re Faraone, in istato interessante! Ridi! Ridi! Ridi!

L'Idola batte, pizzica, fa il solletico a Mimì finchè riesce a farla ridere fra le lacrime.

— Adesso, ascoltami bene. — Remigia fissa torva Mimì, e fa un'altra voce risoluta e dura. — Ascoltami bene: guai se tu mi compiangi o mi fai compiangere da mia sorella. Devi mostrarti incantata del Danova; devi trovarlo ultra simpaticissimo e piacente, e devi mostrarti entusiasta del mio matrimonio...

— Impossibile! Questo è impossibile! Impossibile!

— Lo voglio... o non mi vedi più!... Bada: mi diventeresti antipatica, non potrei più soffrirti!

Mimì abbassa la testa: si capisce che finirà per fare tutto ciò che le comanda l'amica sua, ma è un grande dolore per lei, un vero strazio!...

— Se invece... ti lasciassi guidare, consigliare da tua sorella?... Tu non vuoi persuaderti ma pure è tanto buona! Senti almeno dal signor Giacomo, chi è, che cos'è questo egiziano!

— Non parlarmi di Sua Eccellenza. Sai che non lo posso soffrire.

— Che cosa ti ha fatto?

— Niente, ma non lo posso soffrire. Con quella barbetta, con quel ciuffetto di capelli troppo lunghi... ha un viso da capra.

— Ha un'espressione così intelligente, così dolce...

— Ma ha un viso da capra.

— Cento volte meglio del Danova, per altro. Il Danova è... orribile, e il signor Giacomo non è brutto! Poi, è più giovane.

— Sia pure, ma il Danova è pronto a sposarmi e Sua Eccellenza non ci pensa nemmeno!

— Perchè no, se tu vuoi?

— Sua Eccellenza Giacomina?... Non mi ha mai fatto l'onore di prendermi in considerazione!

— Perchè non hai mai voluto essere gentile, amabile con lui!... Provati soltanto, e vedrai!

Remigia, dubita:

— Uhm!... Mi pare, piuttosto, che abbia del debole per mia sorella!

Mimì, che da queste parole, vede balenare pur da lontano un raggio di speranza, insiste più che mai:

— Tua sorella gli fa compassione, tu gli piacerai, se ti ci metti!... Dovrà finire anche lui come gli altri!... Tutti s'innamorano di te, se ti ci metti! Non precipitare niente, aspetta! Domattina, non andare al lago di Chavanne!.. Il Danova, tanto, non ti scappa!

L'Idola fa un sorrisetto serio, malizioso.

— No; quello lì... credo di no!

— Tienlo per un caso disperato! Dio mio, finchè c'è vita, c'è speranza!

Remigia dondola la testa e torna a cantarellare:

— Per me tutti gli uomini, tutti brutti, tutti uguali, tutti un peso, un gran peso... e una pipa!

— Ma pensa, cara, alla sua condizione...

— Finanziaria? — esclama subito Remigia. — Oh per questo sì! Di milioni ne ha di più Giacomo, anche del Danova!

— La sua condizione morale, sociale. È un uomo di talento...

— Per talento, anche il mio Re Faraone, è tutt'altro che uno stupido!

— Può ritornare... ministro!

— E in tal caso io sarei... ministressa! Governerei lo stato! Tutti i socialisti, in prigione!... Comanderei io, anche a Luciano. — «Bisogna subito piantare Fanfan! Più un soldo per Fanfan!» — Mammà con me, tu, gioia, con me: lo zio Rosalì e Totò, in Trinacria!

Tutto questo, la fanciulla lo dice ridendo, per ischerzo, ma poi, a mano a mano diventa seria. Ci pensa alla possibilità di poter conquistare... Giacomo D'Orea, e nel suo cervellino capriccioso e mobile la barba di Re Faraone perde di colore e svanisce a poco a poco. Sarebbe lei la padrona di sua sorella; la padrona di tutti!

Le braccia allungate, le mani tese, posate sul letto, gli occhi fissi fissi, sembrano guardare un punto lontano... Continua ad accarezzarsi, incrociandoli, i piedini nudi... Ad un tratto scoppia in una risata:

— E il capitano Zaccarella?... Per prima cosa, quando fossi diventata la moglie di Sua Eccellenza, il capitano Zaccarella a riposo, e senza pensione!

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