← Table of contents
La moglie di Sua Eccellenza

PARTE SECONDA. (continued 2)

Reading edition

VI.

L'ora della colazione, passa tutt'altro che rapida e lieta. L'Idola è afflitta e mortificata: occhi bassi e sospironi. Ha perduto, improvvisamente, la vivacità e l'appetito. La duchessa madre è addolorata e offesa: occhi fieri e continue frecciate. Barbabianca, grande sussiego e severi responsi, mentre Mimì Carfo, per amore di Remigia, ingoia più lacrime che bocconi.

Giacomo comincia a diventare nervoso, pesta i piedi sotto la tavola e si frena soltanto per Maria... Ma anche Maria, quella mattina, sebbene sempre silenziosa, sempre pacata e composta, tradisce, sogguardando il cognato alla sfuggita, l'ansia di sapere e l'inquietudine.

Giacomo, per mostrarsi indifferente e tranquillo, si sforza e mangia e parla più del solito. Ha già cercato vari argomenti di alpinismo e di meteorologia, ma non gli è riuscito di attaccar discorso. Ha tentato con Mimì Carfo il tema preferito della pittura e del paesaggio... Ha lodato gli acquarelli dell'Idola... Niente! Anzi, a questi elogi, i musi sembrano allungarsi e anche la Mimì non risponde altro che: — Onorevole, sì: Onorevole, no.

Giacomo, esasperato, dondola sulla sedia, sbuffa dal caldo e si fa vento guardandosi attorno nella sala. Si mette a discorrere con monsieur Célestin, il capo cameriere, di vini e di sigari d'Avana. Si calma di nuovo, e di nuovo si rivolge alla duchessa Cristina, facendole una domanda, ch'egli ritiene la più semplice del mondo:

— E Totò? Il nostro Totò?... Come mai oggi, a colazione, non si vede il nostro buon Totò?...

— Totò?... — La madre, batte le palpebre e sgrana gli occhi.

— Totò? — ripetè il principe Rosalino con la voce che sembra uscire da uno speco.

— Soltanto adesso, caro Giacomo, — prosegue la madre, passando dall'ira all'ironia, — vi accorgete che... Totò non c'è?

— Sì, soltanto adesso! — Il D'Orea perde la pazienza. — Oh, in fine!... Importa tanto, a lui, di Totò e di tutte quelle facce enigmatiche!

Ma Remigia diventa ancora più rossa, le labbra della madre più pallide e stirate, Mimì più inquieta.

— Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto? — Giacomo interroga Maria con gli occhi, ma ella appare intimidita, confusa, abbassa il capo... — Che cosa vuol dire?... Che cosa c'è sotto?...

Un grande sospirone della madre:

— Mah!... Così è! Abbiamo presa la scusa di Mademoiselle per allontanare Totò. Voi... non vi siete accorto nemmeno che anche Mademoiselle non c'è a colazione?

Giacomo guarda in giro:

— Sicuro... Non c'è nemmeno Mademoiselle!

— Abbiamo preso la scusa della signorina Jenny. Ella ha espresso il desiderio di vedere sua madre, ammalata, a Firenze, e noi abbiamo imposto a Totò di ritornare in Italia, per accompagnarla.

Sempre con aria grave e solenne, la duchessa tace, fissando Giacomo.

Ella aspetta una domanda, un'esclamazione di maraviglia: niente!

Giacomo, prudentissimo, sta muto come un pesce.

— Precisamente! — prosegue la duchessa, ergendosi con più fiero cipiglio. — Questa misura era più che mai necessaria. Non è vero, Rosalì?

Rosalì gira il capo e gli occhi in cerca del piatto dolce:

— Verissimo!

— Totò cominciava a perdere la testa!... E quando c'è di mezzo una ragazza, guai! Con la riputazione di una ragazza, non si scherza!

— Hai agito prudentissimamente! Brava Cristina! Caso previsto, mezzo provvisto! Il viso del Sant'Enodio si rischiara: egli vede avvicinarsi un magnifico pezzo gelato tricolore. — Caso previsto, mezzo provvisto!... Questo parfait à l'ananas dev'essere proprio... perfetto! Facciamo un evviva al signor Trüb e concludiamo: a Villars, all'ora del pranzo, fa bon tempo... anche quando piove! Non è vero, signor Zaccarella?

Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la Worcestérs sauce, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.

Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china all'orecchio del D'Orea, mormorando:

— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella! È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza entusiasmo!

La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua amica:

— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!

Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo ardere:

— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!

— Jettatura arriva ove disgrazia corre!

Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per ordine preciso della madre, il pasto di Din e Don ha luogo negli appartamenti superiori.

Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo, raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al solito posto.

Per una volta, se Dio vuole, potrà fermarsi con sua cognata, senza destar sospetti:

— Sai, Maria, che... io non capisco tua madre!

Maria alza gli occhi dal libro e lo guarda a lungo: Giacomo si sente avvolgere da un'onda affettuosa, amorosa. Sorride, si calma, torna in pace con tutti.

— Chi sa, quella nostra buona duchessa Cristina che cosa mai s'è messa in testa!

Sorride anche Maria, ma con tristezza.

— Tu non capisci la mamma?... Ed io, scusa, non capisco te!

— Come?... Vuoi dire?...

— Ma sì!... Stai sempre con Remigia; non parli altro che con Remigia; scherzi tutto il giorno e tutta sera con Remigia... Se hai fatto nascere speranze, c'è di che!

— Speranze?... Che speranze?

Maria risponde con vivacità, arrossendo un poco, e riscaldandosi:

— Le più legittime e le più naturali, in una madre che non pensa ad altro, e giustamente, che a maritare la propria figliuola. Le più legittime e le più naturali in una figliuola che ha passato i vent'anni, e che non pensa ad altro, e giustamente, che a trovarsi un marito!

— La Piccola? — Il D'Orea si mette a ridere.

— Sì, Remigia!

— Io?... Marito?... Della Piccola?

— Di mia sorella!

Maria non scherza. Anche Giacomo diventa un momento serio, poi scoppia a ridere di nuovo, con un'alzata di spalle:

— Ma che!...

— Saresti troppo... innocente, scusa, se non ti fossi accorto di nulla!

— Mi sono sempre accorto intanto e so... che potrei essere suo padre!

— Questo è un modo di dire!... È una frase banale! Potresti esserlo, ma non lo sei e non puoi diventarlo, mentre, invece, puoi diventare suo marito! Tanto è vero che a Villars tutti lo credono, e che in casa mia tutti lo sperano!

— Proprio così?

— Proprio così!

Nel «proprio così» di Giacomo non c'è che maraviglia, una viva e grande maraviglia. Nel «proprio così!» di Maria Grazia, c'è un'espressione insolita di energia e di fermezza.

Giacomo, fa un atto di stizza, di collera.

— Non avrei mai sospettato, nemmeno lontanamente, che si potesse concepire una simile... enormità!

Maria alza ancora gli occhi dal libro che tiene aperto sulle ginocchia e di cui sta tagliando le ultime pagine.

Ella accenna col capo lentamente:

— E Totò?...

— Appunto! Perchè lo hanno imballato e rimandato in Italia?

— È innamoratissimo di Remigia! Per evitare scene, disperazioni, all'annunzio del fidanzamento di Remigia... con te!

— Non ci sarà questo pericolo! Ho sempre pensato al modo di poter combinare, invece, il matrimonio di Totò con Remigia, e ci penso ancora! Anzi... oggi più di ieri!

— E Remigia?... Non ha mai voluto dire di sì a suo cugino: oggi, sono certissima, direbbe di no!

— Ed io sono certissimo che dirà di sì... quando saprà che tutti e due potranno vivere bene, signorilmente, senza pensieri! Il primo amore non muore mai e fa presto a risorgere!

Maria torna a chinare il capo sul libro e finisce di tagliare le pagine.

Giacomo è seduto lui pure sulla panchina, accanto alla poltrona di Maria: si curva, strappa un rametto di mortella e lo sfoglia nervosamente:

— Anche tu sei contro di me?

— Io ti dico questo soltanto, per la verità: se non avevi nessuna intenzione hai agito un po' troppo... leggermente con Remigia!

Giacomo balza in piedi, poi torna a frenarsi e a sedersi.

— Non inquietarti! — ripiglia Maria con la consueta dolcezza e rimettendo a posto tutte le dieresi. — È proprio così! Le lezioni di tennis, le passeggiate romantiche, e in ultimo persino... le lezioni di ballo!

— Quando mancava il numero per i lanciers!

— Ma tu stesso hai dichiarato di non aver mai ballato in vita tua!... È vero sì o no?... Capirai, tutto ciò, e appunto perchè si tratta di un uomo — e di un uomo della tua intelligenza, del tuo valore, di un uomo importante e celebre — fa impressione e lusinga assai una ragazza!... Io stessa, te lo confesso...

— Tu... Che cosa hai creduto? — Giacomo si volta e fissa Maria attentamente.

I begli occhi neri e profondi lo guardano con indulgenza, ma con tanta malinconia.

— Io non ho creduto nulla! Soltanto... non ti capivo più!

Giacomo avrebbe potuto rispondere: — eppure io non ho mai pensato che a te e alla tua pace. Remigia non era che il ripiego per Luciano, il mio stratagemma per salvare le apparenze. — Ma questa, che è pure la verità vera e che lo giustificherebbe agli occhi di Maria, egli non la dice e non osa dirla. Risponde, invece, alzandosi di nuovo e strappando un altro ramo di mortella:

— Bene, bene! Le speranze nutrite a ragione o a torto, concepite più o meno spontaneamente, le farò svanire subito, sul momento, e del tutto. Tua sorella, io non l'ho mai considerata altro che come «la Piccola!» Un divertimento! Un giocattolo, nè più nè meno, con tutte le sue monellerie e i suoi capricci! Ho avuto torto, sì, ne convengo; ma questo è stato il solo mio torto! Mi pareva, appunto per la mia vita, per la mia condizione, per la mia età e per la mia serietà, di poter parlare, ridere e scherzare con la piccola sorella di mia cognata, come con una figliuola, come... con Din e Don! Precisamente! Senza destare sospetti e senza creare illusioni. Ho sbagliato, ma riparerò all'errore commesso. Parlerò chiaro; meglio ancora, difenderò la causa e i diritti del povero Totò e farò di tutto perchè possa raggiungere la sua felicità. E se per Totò ci son troppi ostacoli, Marco Danova.

— No, Giacomo! Quell'uomo, quel vecchio, disonesto e ributtante!... — Maria diventa rossa per sua sorella. — No, no! È indegno di te, questo che dici!

— Ebbene il cuginetto! Sia dunque il cuginetto! Faremo, ad ogni costo, la felicità del buon Totò!

— E la felicità di Remigia?... Se Remigia, davvero, e per colpa un po' tua, si fosse proprio innamorata di te?

Gli occhi di Giacomo e di Maria s'incontrano: in quelli di Maria passa improvviso un luccichio di lacrime.

Giacomo abbassa il capo. Il suo cuore non ha mai battuto con tanta violenza!

In quel punto, la duchessa esce dall'albergo seguita dal Sant'Enodio che le porta, sempre con dignitoso e nobile sussiego, lo sgabellino di vimini per i piedi.

Maria si rimette a leggere, mormorando sottovoce, con gli occhi sul libro:

— Viene la mamma! Va via! È meglio che non ti veda così... con la faccia in collera! Se vorrà sapere di che cosa si parlava... per questa volta dirò una bugia!

Giacomo si allontana fingendo di guardare i fiori del prato, di ammirare le montagne e facendo un lungo giro per non incontrare la duchessa, entra nell'albergo dalla parte del terrazzo.

Quando è nel suo piccolo salotto, continua a passeggiare su e giù, borbottando:

— Parlerò chiaro, chiarissimo e subito!... Se intanto mandassi a chiamare e mostrassi un po' i denti a quel burattino da corona del principe fratello? Che razza di gente! È un'altra razza dalla nostra! Riunisce tutte le superbie a tutte le umiliazioni! Anche quella Mimì Carfo! Romantica, sentimentale, bigotta e pudibonda come la luna! Anche lei tutti i quarti e non un soldo, e anche lei, capisco adesso, perchè mi fa ammirare la sua amica, pezzo per pezzo, e perchè viene a baciucchiarmela sotto il naso! Per spacciare l'articolo! Che gente! Che razza!... Proprio la razza... decaduta!

Ma più che tutto egli l'ha contro Remigia. Veramente, Remigia, non ha mai fatto altro che parlare, scherzare e ridere, quando lui aveva voglia di parlare, di scherzare e di ridere... Veramente, non è stata lei a cercar lui, ma è stato lui a cercar lei, per salvare le apparenze, per mettere al riparo Maria da ogni possibile cattiveria di Luciano. Ma ciò, che importa?... Più che contro gli altri, Giacomo è irritatissimo contro Remigia... Perchè... Ancora egli non sa, non vuol rendersene conto, ma sono proprio quegli occhi neri e cari ch'egli ha fissi in mente e in cuore, sono quegli occhi adorati in cui ha appena intravisto un lampo di gelosia fra un tremolio di lacrime che eccita la sua avversione, la sua collera, contro quella piccola monella che ride sempre, contro quella piccola... così piccola e bionda!

D'improvviso sente bussare all'uscio: toc-toc!...

— È lei! Remigia!... — borbotta Giacomo stizzito. Intanto le darò la prima lezione: le farò capire che non è affatto conveniente che una giovinetta, una ragazza, venga così sola a cercarmi nel mio studio...

— Toc-toc!...

— Avanti!

Si apre l'uscio; ma non è Remigia: è un cameriere del primo piano.

— Scusi, eccellenza: Missis Eyre domanda di poterle parlare un momento.

— Dov'è?

— Qui. Aspetta nel corridoio.

— Ditele di venire.

Il D'Orea avrebbe fatto a meno tanto volentieri di quella visita, tuttavia corre fin sull'uscio tenendolo aperto con la mano:

— Venga! Venga! Missis Eyre!

Si sente il passo pesante e marziale, poi la colonnellessa si presenta sulla soglia, corrusche le pupille, guerresco l'atteggiamento.

— Perdonate, onorevole, ma ogni pacienza ha un limite!

— Entrate, missis. Accomodatevi!...

Giacomo chiude l'uscio e spinge una poltroncina dinanzi alla vecchia signora.

— Grazie! — Missis Eyre resta in piedi.

Giacomo la guarda: è più verde del solito; è fremente.

— A che devo l'onore, signora, di una vostra visita?

Missis Eyre non può parlare. Le sue labbra hanno un tremito... le tremano gli zigomi sporgenti e le rughe lunghe e fonde delle guance, le tremano la punta del naso e la bazza: è il pianto che non riesce del tutto a soffocare.

— Signora!... Ma signora!... Che cosa mai le è accaduto?...

Giacomo, ad onta de' suoi nervi e delle sue collere, ha soltanto paura che gli scappi da ridere. — Si calmi; s'accomodi! — L'obbliga a sedere. — Mi dica che cosa è successo. Qualche brutta notizia?

— Brutta... azione! — risponde la missis, appena può parlare. — Non brutte notizie, grazie a Dio!... Non si può più vivere! Non si può più reggere!... Credete, onorevole, anche a volere, non si può più aver la forza di star cito!

— Dunque parli, dica!...

— Ogni ciorno una nuova invenzione. Ogni ciorno si prepara un nuovo cabalo contro...

— .... Cabala?...

— Un nuovo cabala contro di me! È una persecuzione e un'inciustizia. Voi, onorevole, siete ciusto. Oh, sì! Anche in Inghilterra si scrive questo! Parlate voi, oppure devo finire oggi stesso la mia stacione di Villars, e sarebbe terribile! Mi hanno risposto da Villa d'Este, che Cernobbio tutti arrosto; caldissimo! I pesci cocono in lago!

Giacomo non ha più paura che gli scappi da ridere; ha paura, invece, che gli cominci a scappare la pazienza.

— Spiegatevi, dunque, cara signora. Che devo fare? A chi devo parlare?

— Sapete che cosa, di nuovo, ha escogitato quella vostra giovane cognata, o giovine parente che mi ha ciurato la morte?

— Chi?... la duchessina Remigia? — domanda Giacomo, vivamente.

— Sì, la duchessina Moncavallo, che ha preso a perseguitarmi fino dall'anno passato!

— La Piccola? Oh! Oh! — Giacomo fa un risolino più meditato che spontaneo. — Se la Piccola ha commesso mancanze, la metteremo in castigo!

— Ha inventato, adesso, per farmi diventar matta, i bubbolini, e i bubboloni!.. Ha fatto venire espressamente da Aigle per i suoi cani due sonagliere, una acuta, squillante, l'altra bassa e fessa: din-din-din: don-don-don! Io non ho più quiete, non ho più riposo! Sono ammalata di emicrania e di nevrastenia! Il mio corridoio, non è più un corridoio, è la strada pubblica di Cernobbio, di Carate! Tutto il ciorno, tutta sera: din-din-din: don-don-don! Un continuo corso di carrozze!

Giacomo, contentissimo di cogliere quest'occasione per poter mostrare a tutti com'egli consideri Remigia ancora una bambina, più che una ragazza, e come la tratti ancora da vera monelluccia stordita e cattivella, esclama allegramente, stringendo la mano a missis Eyre per calmarla e per rassicurarla:

— Subito, ve lo prometto; i cani non avranno più bubbolini, nè bubboloni!

— Dite voi, che questo è proibitissimo in un hôtel! Voi siete un vero gentiluomo, perfetto e ciusto! Invece il signor Trüb è un esoso ingordo di tedesco villano, che pensa soltanto a far pagare!

Il D'Orea continua a ridere.

— La duchessina Remigia, io non la chiamo mai altro che la Piccola, perchè ha sempre dieci anni! Non è cattiva, ma è un demonietto viziato dalla mamma! Oh le idole, sempre così... Ma non dubitate, il troppo è troppo e voi avete ragione: basta din-din, basta don-don. Questa volta la faremo stare a dovere!

La colonnellessa è gongolante; la sua faccia cambia di colore: diventa quasi rosea.

— Oh, il Times ha detto bene! Siete un ideale di ciustizia! Grazie anche a nome di Mister Eyre!

Giacomo suona: si presenta il solito cameriere.

— Chiamate uno dei servitori, o meglio la cameriera della duchessina, o il maggiordomo! Insomma, qualcheduno di sopra! Subito!

Il cameriere è appena uscito, quando si presenta un nuovo personaggio:

È il capitano Zaccarella in persona. Ma dinanzi a Sua Eccellenza — e specialmente in quei giorni per la prolungata assenza del padrone e il relativo vuoto di cassa — egli non è più l'uomo del comando e del meneimpipo; diventa anche il capitano, come un altro qualunque signor Trüb, l'uomo delle riverenze. Ossequi al signor commendatore, ossequi a missis Eyre, poi, sempre ossequiosissimo, spiega la sua venuta:

— Il maggiordomo è andato a Bex con la Carolì; al momento, non c'è nessuno di sopra. Vengo io a vedere, se mai posso servire in qualche cosa il signor commendatore...

— Bravo! Lei! Proprio lei! — Giacomo non ha mai avuto in grande simpatia il signor Zaccarella, ma non lo può addirittura soffrire quando diventa umile e strisciante. — Proprio lei! Mi faccia il favore di eseguire questo mio ordine preciso: faccia levare, subito, il collare con la sonagliera ai due cani della duchessina; e se mai la duchessina si opponesse, per chiasso o per davvero, le dica che io, proprio io, desidero così, perchè l'undecimo comandamento dice: non seccare il prossimo, cioè la gente che vive nella tua stessa locanda.

— Non dubiti Eccel... — il capitano si corregge a tempo. — Non dubiti signor commendatore.

— Le idole sono la gioia, ma anche il tormento delle famiglie! — ripete Giacomo in tono di scherzo, per mitigare l'asprezza delle sue parole.

Ma nessuno più l'ascolta. Il signor Zaccarella è già sparito: quando c'è un ordine di Sua Eccellenza, egli vola come il vento; in questo caso poi è stato anche più veloce, perchè gli preme di riferire a Remigia quanto è successo. Dacchè ha potuto subodorare in lei una possibile futura ministressa, il capitano, soffocata l'antipatia e dimenticati gli affronti, si è subito schierato fra i servitori più devoti e più zelanti della piccola padroncina! E missis Eyre... Missis Eyre pure è uscita in fretta, è corsa sui passi del signor Zaccarella, dimenticando persino di rinnovare i ringraziamenti all'uomo ciusto.

Ella vuol divertirsi, vuol godersi la scena. Vuol assistere, tenendosi nascosta dietro l'uscio della sua camera, al dispetto e alla rabbia della sua nemica.

— Ah! Ah! Vien per ciascuno il suo ciorno! È venuto, finalmente, anche per quella peste, per quella diavolo!

VII.

Giacomo, rimasto solo, torna serio e triste. Si preme forte con le due mani alle tempie; inghiotte un bicchier d'acqua nel quale ha sciolto due cucchiaini colmi di bicarbonato.

— Appena un'inezia mi agita, m'inquieta, subito la testa e lo stomaco si fanno sentire!... Maledetti crampi!

Si guarda attorno nel salotto, sospirando con un senso di rimpianto:

— Stavo così bene! Non mi sono mai sentito tanto bene come in questi giorni!

Si avvicina lentamente alla scrivania: quanta roba vi si è ammucchiata!... E quanto tempo che non lavora più! Che non fa più niente!

Egli guarda quasi con ispavento tra quel monte di libri, di fascicoli, di lettere...

— Quante lettere! Mi ci vorrà una settimana soltanto per rispondere a tutte queste lettere!

Non ha più lavorato, non ha più fatto niente!... Altro che il tennis, le passeggiate, giocare, scherzare come un ragazzo!... Anche la relazione da presentare alla Camera dorme da un pezzo!

— Vivaddio! Bisogna ricominciare a far qualche cosa e bisogna ritornare un uomo serio! Ha ragione Maria! Io non ho fatto altro che perdere il mio tempo, e arrischiare magari di perdere anche un po' la mia riputazione... di uomo di Stato, facendo lo stordito con la... Piccola!

Pronunzia «la Pïccola» non pensando più a Remigia, pensando, invece, a Maria: vedendo Maria, gli occhi e il viso di Maria quando parla e quando sorride... Quando sorride con le due piccole fossettine agli angoli della bocca...

— Lavoriamo! Lavoriamo! Bisogna rimettersi a lavorare!

Siede alla scrivania, prende una lettera, la prima che gli capita sotto mano, comincia a leggerla, poi, quando sta per voltare il foglio, si ferma:

— Chi sa Remigia come risponderà alla grave ingiunzione del signor Zaccarella... Forse sono stato un po' troppo deciso... Mi sono lasciato trasportare dalla collera... Sia pure! Tanto meglio! Così avrò messo più chiaramente le cose a posto e ciò servirà di lezione per la figlia e per la madre!... Tutto questo dev'essere un giuoco della madre!... Remigia, penserà forse anche a me, come penserà forse a Totò, al bell'Apollo, a Marco Danova, come ad un marito qualunque! Remigia non pensa che a maritarsi e ha ragione! Per quanto non lo si direbbe a vederla, ha già passato i vent'anni e se ha fretta, lei, come lei, non ha torto! Ma io, come io, per altro, sono stato tirato in ballo, proprio fuori di proposito! Il cuginetto! Il cuginetto! Faremo ritornar subito a Villars, il buon Totò!

Finisce di leggere la lettera, sta per aprirne un'altra... ma si ferma guardando verso l'uscio; sente avvicinarsi il tic-tac di passettini leggeri...

La Piccola che viene infuriata a protestare?

No. Il leggero tic-tac si allontana e si perde nel corridoio.

— Forse col mio ordine perentorio al signor Zaccarella, sono stato troppo energico! Avrei forse dovuto parlar io, direttamente, pregare Remigia con le buone. Se ho sbagliato, poco male; farò le mie scuse. Per una volta tanto dev'essere perdonato a tutti un atto anche un po' impetuoso! Chi è che non perde mai la pazienza a questo mondo?... Lavorare! Lavorare! Cerchiamo di lavorare senza più pensare ad altro!

Ma lavorare... non può. I crampi si fanno sempre più forti! S'allunga sulla poltrona e intanto pensa fra sè:

— Anche la duchessa madre, con la sua grande idolatria, che madre balorda! Purchè ci siano quattrini, aguzza ansiosamente i suoi occhi di suocera, tanto su Marco Danova, emerito imbroglione, quanto su di me, un uomo quasi vecchio e malandato in salute. — E Remigia? Anch'ella, forse, o l'uno o l'altro, indifferentemente, purchè uno ci sia! Ma Remigia, chi sa? Non ha ancora un'idea netta, precisa del matrimonio. Intelligente e assai vivace, ma in certe cose io la credo ancora... pochissimo edotta! Se così non fosse, sarebbe più cauta, più guardinga e non giuocherebbe al matrimonio a occhi chiusi!

Alza il capo, passa la mano sulla fronte: è un po' inquieto.

— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!

Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio, come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente. Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel corridoio.

Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.

— Così?...

— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!

— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La duchessina Remigia è andata in collera?

— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra... signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le sonagliere a Din e a Don. Soltanto devo aggiungere, per la verità, che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.

— In che modo?

— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina: — ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e gente, cuccia lì, e tutti cito!

Giacomo s'alza di scatto:

— Vecchia stupida, villana! E la duchessina Remigia?

— Niente! Non ha risposto niente! È diventata pallidissima, è corsa subito in camera sua, senza pronunziare nemmeno una sillaba! Ma poi, dopo...

— S'è sfogata con sua madre?

— S'è messa a piangere. Ho visto adesso la contessina Carfo: — Remigia, — m'ha detto, — continua a piangere!

— Farò io le scuse alla duchessina Remigia, anche per quella vecchia insopportabile!

Giacomo, più ancora che addolorato è mortificato; sente il bisogno di giustificarsi persino col signor Zaccarella. — Ha visto anche lei! L'avevo qui da mezz'ora a farmi la testa come un cestone di ciarle, di lamentele! Io ho perso la pazienza e capisco di aver oltrepassata la misura! Ho dato... ordini, che non avevo alcun diritto di dare! — Stende la mano al signor Zaccarella. — Anche lei, scusi la mia... troppo imperiosa vivacità.

Il signor Zaccarella non osa stringere quella mano che tiene in pugno tanti milioni: la tocca, appena con due dita, religiosamente. Poi guarda Sua Eccellenza con la coda dell'occhio, riflettendo, esitando... È forse giunto il momento opportuno di dirgli ciò che gli sta in cuore da un pezzo?... Fino da... Da quando, insomma, ha visto che la barca di Don Luciano, cominciava a far acqua!

— Vorrebbe ascoltarmi, signor commendatore, un momentino?... Ecco qua: missis Eyre è stata imprudentissima verso la signora duchessina; ma anche la signora duchessina, sa distinguere benissimo le persone e i loro atti: lei rimane nel suo giudizio e nel suo cuore, quello che è, luminosamente! La signora duchessina ha per lei una grande ammirazione e un'affezione troppo ben radicata! In quanto a me, de minimis... diremo, ma io ho sempre considerato il signor commendatore come... il superiore... come il mio vero padrone e ho sempre ambito l'onore di poterla servire direttamente! Quante volte prima di eseguire certi ordini perentori, avrei voluto interrogarla, avvertirla, signor commendatore, se non altro, per scarico mio! Stamattina stessa, per esempio, io ho ricevuto una lettera da... Parigi... — Si ferma, aspetta per proseguire una parola d'incoraggiamento; ma il signor D'Orea, che ha accolto lo sfogo del capitano con molta freddezza, lo guarda... e non fiata, suonando il tamburello sulla scrivania, col tagliacarte.

Il signor Zaccarella si passa una mano sui capelli a spazzola... fa un grosso sospiro per mostrare la propria esitazione: l'altro, niente. Con la faccia sempre immobile e muta, continua a suonare il tamburello...

— Per esempio, con la posta di stamattina, io ho ricevuto una lettera di don Luciano...

— Oh! Oh! Scrive?... Mio fratello ha imparato a scrivere?... Una volta non sapeva altro che telegrafare!

— Telegrafa sempre, ha telegrafato anche ieri, quando si tratta di affari, di danari. Quando, invece, si tratta di cose delicate, cose di famiglia, riguardanti specialmente donna Maria, allora scrive...

Giacomo sussulta; diventa rosso in viso.

— E che scrive?

Il capitano, sparato il colpo, si ritira un passo indietro:

— Io non so poi... Faccio bene o male a parlare? In ogni modo, se il signor commendatore mi autorizza a farlo....

— Ah, no! — Giacomo s'è subito rimesso. — Questa autorizzazione ella non può averla da me, ma dalla sua coscienza! È la sua coscienza, soltanto, che deve imporle di parlare o di tacere!

— Allora parlo! — risponde pronto lo Zaccarella che dinanzi a tanta diplomazia non vuol perdere l'occasione. — La mia coscienza, mi dice di parlare! Sarà di me quel che sarà! Perderò la stima del signor commendatore, perderò la fiducia e la protezione di don Luciano, perderò il pane, ma il signor commendatore sarà stato avvertito di tutto, e in tempo.

Giacomo rimane impassibile, ma il suo cuore batte violentemente.

— Il Credito Lionese, ha versato a Don Luciano, in queste ultime settimane soltanto a Parigi, la somma di cento e settantamila franchi, e si chiedono nuovi fondi.

— Bisogna provvedere.

— Con l'autorizzazione del signor commendatore?

— Sì.

— E senza limiti di cifra?

— Senza limiti, per ora. Soltanto ella mi terrà informato di ogni nuova richiesta!

— Sarà fatto, scrupolosamente!

Se non fosse increanza, il capitano si darebbe una fregatina di mani sotto gli occhi stessi di Sua Eccellenza! In fatti con quell'ordine esplicito «mi terrete informato di ogni nuova richiesta» egli fa il primo passo: si mette sotto gli ordini di Sua Eccellenza, buttando a mare don Luciano!

— E d'altro, che c'è?... Che c'è di... delicato, che riguarda la famiglia? — È questo che preme di sapere a Giacomo; non gli affari del Credito Lionese!

— C'è, signor commendatore, che stando agli ordini di don Luciano io gli dovrei sempre riferire giornalmente e minutamente tutto ciò che succede... a Villars.

— Perchè non lo fa?

Il signor Zaccarella lancia un'occhiata a Sua Eccellenza.

— Non mi sarò spiegato bene. In una parola, io dovrei fare la spia a tutti... e di tutto! Alla signora duchessa, alla duchessina, a donna Maria, a lei...

— Oh! Oh! Anche a me?...

— A lei, specialmente, e a donna Maria.

Giacomo sta in guardia; si frena e soggiunge freddamente, ironicamente:

— Ella sarà molto impacciato, credo, nel disimpegno di questo... ufficio di polizia. Come trovare... argomenti interessanti, su cui poter riferire?

— Appunto! — Il capitano increspa con un ghignetto il viso giallo, sbarbato. — Io riassumo quotidianamente il mio servizio d'informazioni in due parole: niente di nuovo! Ed è per ciò che don Luciano, comincia a sospettare anche di me!

— Sospettare?... Se ha sospetti, perchè non viene lui stesso a Villars, — e sarebbe ora, — a sincerarsi?

— Mi scrive, appunto, di volerlo fare, ma quando nessuno se lo aspetterà.

— Bravissimo! E comincia, intanto, per tener la cosa segreta, col dirlo a lei!

— Vorrebbe, — si figuri, — che io gli scrivessi perchè il signor commendatore ha prolungato, per tutto questo tempo, il suo soggiorno in Isvizzera!... Che cosa ne posso saper io?

— Oh, bella! — esclama Giacomo. — Per riposare e per godere il fresco!

— Ecco precisamente! Io ho risposto e rispondo sempre così; ma don Luciano non mi crede!... D'altra parte, per fargli piacere, io non posso inventare quello che non c'è... o sapere quello che non so! Egli vede, in ogni falsa nuova, magari anche in aperta contraddizione co' suoi sospetti, una finzione e una simulazione! Immagina inganni e raggiri così artificiosi e strani, che sono difficilissimi persino da raccontare! Ma ho appunto qui, con me, l'ultima lettera di don Luciano... Vuol vederla, per capacitarsi?

— Le serva di regola: le lettere del suo padrone, non devono mai uscire dalle sue mani.

— Il signor commendatore mi ha detto di ascoltare la mia coscienza, e la mia coscienza...

Giacomo lo interrompe:

— Basta così! La sua coscienza le deve imporre una cosa sola: scrivere a mio fratello di ritornare davvero e subito a Villars e d'ora in poi, di vivere sempre vicino a sua... alla sua famiglia. Così non avrebbe sospetti e farebbe meno debiti! Ho da lavorare. Buon giorno, signor Zaccarella!

Il capitano, bruscamente licenziato, se ne va mogio mogio, ruminando tra sè:

— Ho fatto bene?... Ho fatto male?... Forse sarebbe stato meglio dir lutto, anche ciò che pensa don Luciano, riguardo alla duchessina e al matrimonio. Ma come si fa?... Mi ha chiusa la bocca!... Sarà, come dicono, una gran testa, ma quanto a carattere, anche costui... ha un gran brutto carattere!

Giacomo non ha voluto vedere la lettera, ma ne ha indovinato, o press'a poco, il contenuto.

— Come ho fatto bene a stare in guardia e a evitare di trovarmi con Maria! Meglio, molto meglio andare incontro a qualche seccatura per via della Piccola. A questi pettegolezzi, più o meno innocenti e interessati, posso rimediare provvedendo alla dote e combinando il matrimonio con Totò. In fine Remigia è la sorella di Maria, è la cognata di mio fratello, appartiene alla nostra famiglia... Dunque, più che naturale, è doveroso il provvedere per metterla a posto!

Si alza e va alla finestra.

— Che bella giornata! Ha ragione il signor Trüb! Il settembre è proprio il mese migliore per Villars! Chi sa, laggiù a Bologna, che forno e che soffoco!

Rimane lì, a lungo, pensieroso, guardando i Diablerets, il Gran Muveran, les Dents du Midi e sospirando: Addio Villars!

— Chi sa che cosa ci sarà veramente nella lettera di Luciano?... Quanta cattiveria e quanta bassezza! Mettere a parte un estraneo, quasi un servitore, di certi sospetti assurdi... iniqui...

Guarda ancora la valle ampia e popolata:

— Che bel verde limpido!... Mah!... Tutto ben ponderato, cattiveria da una parte, leggerezza e pettegolezzi dall'altra, bisogna proprio risolversi... Bel Villars, addio! Andiamo a fare le nostre scuse alla duchessina, sollecitiamo il ritorno di Totò, e poi, partenza per l'Italia! Torniamo al caldo, alle noie, al lavoro, per buscarci dell'asino e magari anche del ladro dagli avversari!... Oh quella politica!... Quella Camera!... I giornali!... Poter vivere, morire, sempre in campagna, in montagna, lontano, su su, a duemila metri da Bologna e da Roma!

L'ex ministro si sente infelice come un collegiale, l'ultimo giorno delle vacanze. Ma non è Villars, non è la bella conca verde e fiorita che egli rimpiange. Sono quegli occhi dolcissimi e profondi che lo hanno fissato sorridendo, dietro un velo di lacrime!

— Addio Villars! — dicevano le sue labbra. — Addio, Maria! — diceva il gemito del suo cuore angosciato.

Quando Giacomo D'Orea esce di camera per andare in cerca di Remigia, s'incontra nel corridoio con Mimì Carfo.

— Scusi, contessina!... Dove potrei vedere la sua piccola e dolce amica? Vorrei farle le mie scuse per essermi abbandonato — non so come — ad un impeto di eccessiva vivacità. Ma, si figuri, duchessina! Da mezz'ora io ero la vittima di missis Eyre e quella vecchia sciocca e balorda...

Giacomo s'interrompe, vedendo la faccia di Mimì, pallida, stravolta.

— Che ha?... Che c'è?

La giovane è riservatissima e timida, ma trattandosi di salvare l'amica dalle unghiacce di Re Faraone, prende tutto il suo coraggio a due mani:

— L'ho... contro di lei!

— Contro di me?

— È stato cattivo con Remigia! Molto cattivo!

Giacomo crede che Mimì si riferisca soltanto all'incidente delle sonagliere e torna a giustificarsi.

— Le dissi già che quella vecchia m'aveva fatto uscir de' gangheri! So anch'io di aver avuto torto! Andiamo da Remigia, e anche lei, da brava, invece di essere in collera mi aiuti a farmi far la pace!

— Remigia è a letto!

— È a letto?

— È stata malissimo. Basta, Dio mio, che non le venga la febbre!

Giacomo si spaventa:

— Io non ho colpa se quella vecchia... è pazza!

Mimì crolla il capo, dolorosamente:

— No, no! Missis Eyre non c'entra, o c'entra solo indirettamente. Lei, è stato cattivo, cattivo! E sapendo, volendo esserlo. Sì! Sì! Volendo esserlo! Capiva, sapeva che un simile affronto, ricevuto da lei, proprio da lei, doveva fare un gran male a Remigia per... moltissime ragioni, che si possono riassumere in una sola, la più tremenda, appunto per Remigia!

— Quale?...

Le gote della fanciulla si accendono d'improvviso, i suoi occhi supplichevoli sono pieni di fervore e di ansia; il seno è palpitante. Ella si avvicina a Giacomo congiungendo le mani. Non può quasi parlare, balbetta:

— Remigia... creda, signor D'Orea, è tanto... tanto buona! È un tesoro... un vero tesoro... di bontà, di soavità... di tenerezza!... Ride, scherza, giuoca... ma nelle cose serie, è già una vera e cara donnina! Certo che è piena di amor proprio, di orgoglio! Non sarà mai Remigia la prima a fare un passo, anche trattandosi della felicità di tutta la sua vita!... Per carità, signor D'Orea! Per carità... non me la faccia morire!

Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con un singulto di lacrime.

Giacomo rimane attonito a bocca aperta.

— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla Tête-pointue? Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!... Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.

Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta. Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio Rosalì!

Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.

Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento, dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio, non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede alla duchessa le notizie della sua Idola.

— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...

La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza parole!

Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può. Guarda l'orologio.

— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per il pranzo.

Silenzio. Si guarda attorno:

— La stagione è proprio al termine! I forestieri, — le signore specialmente, — diradano ogni giorno!

Ancora silenzio: Giacomo, esaurito, finisce col rimanere muto a sua volta dinanzi a quella madre, immobile e muta, come la statua del dolore!

Sopraggiunge, se Dio vuole, lo zio Rosalì. Giacomo, vedendolo, si sente sollevare lo spirito e lo saluta sorridendo, con grande espansione... Ma il Sant'Enodio è più che mai viceregale nell'impettita prosopopea: stende, offre la mano con un gesto largo, solenne... e nemmeno una sillaba!

Gli occhi della madre tradiscono l'interna ansietà: le labbra hanno un tremito.

— E così? — non può a meno di domandare dopo qualche istante. — L'Idola?...

— Mah! — risponde l'oracolo, dietro la barba bianca, semovente. — Purchè non le venga la febbre! — E Mimì?...

— Resta di sopra.

Un'altra soffiata di naso della madre altrettanto lunga e sonora come la precedente: ma, questa volta, la musica delle lacrime colate accompagna le parole. — Purchè, Gesù mio, non le venga la febbre!

— Mah!...

— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.

Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.

Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza! Apre il Times e si tiene nascosta dietro il giornale.

Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.

Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.

— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?

Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il suo viso si ravvivano:

— È lei!

Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.

— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.

— Mah! — ripete lo zio Rosalì, e il sospiro si confonde con un mezzo sbadiglio. Il bell'antenato vivo, ha appetito e sta ruminando:

— Ormai ci siamo tutti! Che cosa si aspetta?... Di mangiare gli avanzi e di essere malserviti? — Si decide ed esprime il suo voto. — È già sonata anche la seconda campana. Io direi di andare. — Ha bisogno di un proverbio, non lo trova e lo inventa: — Il digiuno dei sani, pur troppo, non fa guarire gli ammalati.

Ciò detto, apre la marcia maestosamente, offrendo il braccio alla cara Cristina.

Giacomo offre il suo alla cognata e il signor Zaccarella si mette in coda... e con la coda fra le gambe.

— Ho ricevuto una lettera di Luciano che devi vedere anche tu! — mormora Maria, sdegnata, all'orecchio di Giacomo. — Dopo pranzo, vieni subito in giardino.

— Un'altra lettera? — Giacomo reprime l'inquietudine e la collera. — Ma... colui, a Parigi, non fa altro che scrivere?

Proprio così! Quando Fanfan non vuol ricevere Luciano, perchè ha le prove, o ha il maestro, — il celebre Coccardè, ex-tenore sfiatato, — o perchè aspetta mister Kennett che sta combinando con l'impresario per farle cantare la Manon in America, Luciano, geloso, furioso, si chiude nella sua camera dell'Hôtel Bristol e si sfoga, si vendica scrivendo lettere sopra lettere, alla moglie e al signor Zaccarella.

— Oh! l'ingratitudine umana, in ricambio della mia grande bontà! — È sempre questa, o press'a poco, la chiusa, tanto quando scrive alla moglie, come quando scrive al capitano.

Anche durante il pranzo, tutti silenzio! Soltanto quando il capo cameriere, in persona, presenta l'arrosto, — un bel fagiano rosolato e fumante, con la testa e la coda trafitte da una freccia d'argento, — lo zio Rosalì si sente commosso e dopo aver guardato il fagiano guarda la sorella del pari affettuosamente:

— Coraggio, Cristina mia! Facciamoci coraggio! Io sono sicuro! La febbre... non verrà!

La duchessa... un'altra soffiata di naso come per prendere commiato, uno sguardo a Giacomo, in cui c'è tutto il dolore e l'angoscia, insieme a un acerbo rimprovero, e via col passo delle pompe funebri.

— Mah!... Si serva, si serva, signor Zaccarella! Al principe, l'appetito viene mangiando e vedendo mangiare.

Anche Maria si alza quasi subito, appena uscita la madre: fissa Giacomo, come non ha fatto mai.

— Si soffoca, qui dentro! Andiamo!

Giacomo segue la cognata in giardino... e il signor Zaccarella respira due volte. Ritorna ad essere lui, e a sentirsi il capitano!

— Ah!... Finalmente, se Dio vuole!... Una breve tregua ai musi, alle malinconie e ai dolorosi sospiri! — Si china, allunga la piccola testa verso il principe e lancia la proposta: — Qui, tra di noi, facciamoci un brindisi alla nostra salute e al buon umore. — Senza aspettar risposta alza la voce e ordina:

— Monsieur Célestin!... Venga lo Champagne! Il solito! Extra secchissimo!

Rosalino di Sant'Enodio, il capo eretto sulla figura classica, nota in Roncisvalle, rimane imperturbabile. Soltanto gli occhi brillano vividi seguendo il passo quieto di Monsieur Célestin... Poi, dalla fluente, candida barba che alita al soffio delle parole, esce grave la sentenza:

— Solo all'arrosto, giudica il cuoco. Eccellente quel fagiano!

VIII.

— Eccoti la lettera di... mio marito. Leggi.

Giacomo sembra esitare.

— Leggi; devi leggere!

Maria è più pallida del solito... e più bella. Il fascino di soavità, di malinconia, soffuso intorno a lei dal suo dolore mansueto e rassegnato, è sparito. La sua espressione è risoluta, fiera, il sorriso amaro e ironico... ma è più bella. Una strana luce le illumina il viso. È ciò che teneva nascosto in fondo al cuore che le brilla, che le risplende negli occhi e che vibra in tutto il suo essere con un fremito di vita, con un impeto di sdegno e di rivolta!

— Leggi; devi leggere! Ho potuto e voluto risparmiarti la lettura di molte altre lettere simili e peggiori; ma di questa no, perchè parla anche di Remigia... E poi... perchè tutto ha un limite per le creature e per le anime, anche la bontà, anche la pazienza, anche la pietà!... Sai? Mi faceva pietà! Ero tanto sciocca e stupida da credere che quell'uomo dovesse soffrire lui stesso per la sua grande cattiveria!... Adesso no, basta! Lui continua, ma io ho finito! Adesso non mi desta più che ribrezzo, e orrore, ribrezzo e odio! Sì, odio, odio, odio! Sarò cattiva anch'io, la mia parte, che importa? Dio che mi ha sempre veduta e che mi vede nel cuore, sa che non ero fatta per essere cattiva! Mi hanno ridotta gli altri così, per forza! Ormai, peggio per loro! A te. — Maria gli dà la lettera. — Vinci lo schifo, leggi e regolati.

Il cuore di Giacomo batte violentemente, ma egli vuol conservarsi calmo e sicuro. Leva dalla busta e spiega i vari foglietti della lettera, che comincia con uno stile amabilmente scherzoso:

«Paolo e Francesca!... Precisamente: i due cognati, amanti, sono tornati di moda per opera dei poeti e degli istrioni e, in casa mia, si segue la moda!»

E continua, con altrettanto felice umorismo:

«Paolo, per altro, l'antico, il guerriero, non doveva nulla a Lancillotto; mio fratello, invece, il Paolo moderno, uomo di Stato, deve a me, il rispetto, l'affezione e la fiducia piena e cieca, della quale gli sono sempre stato prodigo. Deve a me, alla mia generosa, disinteressata e forse eccessiva acquiescenza, se è ancora lui solo, il solo e dispotico padrone della roba nostra. La prima delle Francesche, da cui proviene l'onesta discendenza, ha portato in dote a suo marito dominî e castella... Sono troppo delicato per mettere i punti sugli i. Dirò soltanto, per concludere, che il Paolo e la Francesca di mia magione, aggiungono a tutte le virtù e alle amorose gesta dei due famosi capiscola, anche la più bella e graziosa ingratitudine!»

Il confronto seguita ancora per un pezzo e sullo stesso tono, ma Giacomo, corre in fretta con l'occhio attraverso le pagine e incomincia a leggere attentamente dove vede ripetuto il suo nome:

«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo, dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»

«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla Tête-pointue. Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»

«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»

«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare, ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti, al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato, come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»

«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua — oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto, magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire gli amorazzi con la maritata! Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma chère! Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»

E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano, volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine fitte.

Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva condotta al Bois mademoiselle Trécoeur, per farle ammirare il suo nuovo four in hand. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due colpetti di tosse, non autentica:

— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» in casa mia, è fuori di corso!

Ed è andata! È andata al Bois in un giorno di vento! E quel ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè, coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di Champagne, non ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di mister Kennet, sono a prova di bomba!

— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!

Luciano corre a rinchiudersi nella sua stanza, disperato, furente e sfoga la rabbia e la gelosia contro mister Kennet e Fanfan scrivendo a sua moglie.

— Ah, per Dio! Con mia moglie sposata senza un soldo, avrà corso il «non voglio!» e a dispetto di mio fratello!... Ah! Ah! Povera Eccellenza! A tu per tu con una donna deve essere più Giuseppe che Paolo! Ci vuol altro talento ed altro spirito per saper sedurre una donna!... Ma la simpatia, fra que' due, c'è... dunque, l'intenzione, ci sarebbe!... In famiglia! Tra cognati! Quanta immoralità! Che pervertimento!

Giacomo, quando ha finito di leggere la lettera, la ripone lentamente nella busta, poi la rende a Maria dicendole cupo, senza guardarla in faccia:

— Avevo già fissato di partire domattina da Villars.

Maria, a queste parole, è scossa da un tremito: la luce de' suoi occhi sembra spegnersi a un tratto.

— Domattina? — ella ripete con la voce rotta, alterata. — Avevi già fissato di partire domattina?

— Sì, — risponde Giacomo, sempre a testa bassa, sempre senza guardare Maria, ma con una viva espressione di dolore, con una grande e affettuosa tenerezza. — È necessario. Necessario per me, per te, per tutti. E dopo questa lettera...

— Questa lettera è una... infamità! Nient'altro! — Maria cerca di soffocare un singhiozzo disperato, premendosi le due mani alla gola.

— È un pugno di fango scagliato da un delinquente pazzo, ma che è caduto fra di noi, per separarci! — esclama Giacomo dolorosamente. A lui pure un singulto secco, senza lacrime, sembra rompere il petto. — Non posso più fermarmi qui, dove ci sei tu! Non dobbiamo più trovarci insieme.

Maria fa un passo istintivo, protende le mani come per trattenerlo... poi subito lascia ricadere le braccia, e si guarda intorno con gli occhi velati, smarriti, mentre le labbra smorte, agitate da un tremito convulso balbettano parole che non si possono afferrare.

Come sarà vuoto Villars e desolato... Come sarà vuota la sua vita... e desolata!

— Più! Mai più!

Che cosa «mai più?»... Ciò che a poco a poco, grado a grado, lentamente, ma ineluttabilmente, le aveva riempita l'anima, il cuore, la vita, senza che ella nemmeno se ne fosse accorta! Oh, adesso sì! E come se ne accorge, adesso! Come lo sente adesso, nel momento che questo suo bene immenso, che la sua felicità, l'estasi, il sogno, si cambiano in dolore!

— Più! Mai più! — balbetta ancora la povera donna, poi reclina il viso nelle mani e tace.

Restano lì, soli, lungamente, in quella parte deserta del giardino, senza parlare.

L'ombra degli alberi si fa densa e fredda; si appressa la sera; Maria, ad un tratto, alza il capo, come sorpresa e atterrita, fissa Giacomo a lungo con le pupille dilatate, poi si riscote rabbrividendo, alza il bavero, si avvolge nella mantiglia di pelliccia e si avvia per uno stretto sentierolo, che sale dolcemente la collina fra due siepi alte e folte. Giacomo le tien dietro, sempre a testa bassa.

Il silenzio è profondo. Si sente appena lo scricchiolare dei piedi sulle foglie secche e il leggero cinguettìo di due pettirossi che si rincorrono nella siepe in cerca del ramo su cui addormentarsi, vicini vicini.

— Oh, come sono liberi di volersi bene, que' due piccoli uccelletti! — pensano insieme Giacomo e Maria. — E noi, dobbiamo soffocare persino i nostri sospiri!

A un tratto Maria si ferma, risoluta a parlare e si volta: si ferma anche Giacomo: si guardano fissi; ma non osano dirsi ciò che hanno nel cuore.

Cìo cìo! Cip cip! continuano intanto nella siepe i due pettirossi, vezzeggiandosi, inseguendosi, rispondendosi l'uno all'altro: cìo cìo! Cip cip!

Maria fa un atto doloroso col capo... si volta, comincia a salire. Il suo passo è più lento, più affaticato... Giacomo le tien dietro, gli occhi fissi sulla bella persona di lei, ansando, spasimando.

Non parlano, non si dicono una sola parola, ma Giacomo e Maria, in quel punto, rivolgono a sè stessi la medesima domanda: — Se fosse possibile, se il poterlo fare stesse in me, vorrei tornare come prima... e non soffrire più?...

Tutti e due, al cuore che fa la domanda, rispondono col cuore, che prorompe palpitando — no!

E tutti i pensieri dell'uno e dell'altra sono gli stessi; sono mute le labbra, ma le anime parlano fra di loro.

« — Così ignoti, prima, l'uno all'altro, come abbiamo fatto a conoscerci?... Così lontani, l'uno dall'altro, come abbiamo fatto ad avvicinarci?... Quando è stato? Dopo la lettura di quella lettera? Dopo il loro colloquio di quella mattina stessa?... Fino da Bex?... Da Napoli?... Prima, prima! Ancora prima, fin dal primo giorno!... Ma quando fu il primo giorno?... Quando si sono conosciuti, appena si sono veduti e prima ancora, ancora!

L'ora presente, non è quella che fugge, è quella che resta nell'avvenire e che suscita nel passato colori e immagini.

Egli parte; non si vedranno, forse, mai più!...

Che importa?... Come in quell'ora e per quell'ora, si sentiranno sempre vicini, si sentiranno sempre uniti. Quando due anime si amano, il mondo non ha spazio abbastanza per tenerle tanto lontane... da non sentirsi più!

Finito il sentiero, Giacomo e Maria sono giunti sulla cima alta e rocciosa della collinetta, che spunta come uno scoglio tra il verde degli abeti.

Il sole, è appena tramontato. Sull'orizzonte, ancora una grande striscia rossa, di fuoco, la bocca accesa di un vulcano, rompe la nuvolaglia nerastra, che, a mano a mano illanguidisce, si restringe, sparisce dietro un immenso tendone nero. Il vento soffia d'improvviso e agita gli alberi sottostanti: una raffica diaccia spazza la cima sollevando un nugolo di polvere e di foglie secche. Poi la quiete profonda e di nuovo il silenzio. Più giù, in fondo alla valle, poi sul dorso delle colline, cominciano ad apparire, sparsi qua e là, i villaggi illuminati, come campi di lucciole immote. L'albergo vicino, con i vividi occhi delle sue cento finestre, sembra un'apparizione fantastica...

Maria, per la prima, rompe quel lunghissimo silenzio:

— Domani, a quest'ora, dove sarai?

— A Ginevra.

— E dopo?... A Bologna, o subito a Roma?

— A Bologna, per due giorni, poi a Roma.

— E con Remigia?... Con mammà?... Dopo quanto è successo oggi, come farai?

— Remigia, sarà contentissima di sposare Totò, e contenta l'Idola, sua madre sarà felice!

Maria fa un sospiro, riprende il sentiero e comincia la discesa: Giacomo la segue vicino vicino, più vicino: la sente, la respira, l'assorbe con l'anima e con i sensi!

Il vento ricomincia: muove le cime alte; fischia nelle siepi. I due pettirossi non si sentono più. Maria li ricorda... ci pensa. Giacomo non pensa che a Maria, non sente che Maria.

Fanno così tutta la lunga discesa senza mai fermarsi, senza mai voltarsi. Si fermano insieme, simultaneamente appena giunti al piano, in giardino; e insieme, con un moto simultaneo, si prendono, si stringono la mano convulsamente, disperatamente. Le due facce pallide, smorte, sono contratte, rigate di lacrime.

— Sempre?...

— Sempre.

Maria va difilata verso l'albergo. Giacomo s'indugia ancora nel giardino, nel bosco.

Si fa più buio; le ventate sono più frequenti e più forti.

Giacomo ha bisogno di camminare, di essere solo... e di camminare! Più che commosso, è agitato e stordito. Le lacrime non si sono ancora disseccate sulle sue guance, eppure in quel momento si sente felice e forte. Tutto il mondo è suo! Ha bisogno di essere solo, di camminare e di pensare... Di pensare, appunto, alla propria felicità.

— Com'è stato?...

Il cuore, l'amore, hanno preso in lui il sopravvento, così d'improvviso, inaspettatamente. Proprio come una forte ondata, un colpo di mare, che lo ha travolto, che lo ha portato con sè!

— Amo! Amo!... L'amo e sono amato!

Poi guarda verso l'albergo e ripete a Maria, col sorriso di un fanciullo innamorato, mentre i suoi occhi si riempiono ancora di lacrime, ma non di dolore, questa volta, lacrime di gioia e di infinita tenerezza:

— Ti voglio bene! Ti voglio bene! Cara, cara, cara!

... Si ferma sussultando: dal sogno alato, ripiomba nella realtà:

— Non la rivedrò forse più!

La lettera di Luciano gli corre tutta in mente:

— Devo partire! Non devo rivederla più!... Ma sono amato, sono amato e posso amarla!... Cara! Cara! Cara!

Oh, quella lettera, quella cattiva lettera!... Non può scacciarla dalla testa!

— Canaglia! Canaglia! È la lettera di un pazzo e di una canaglia!

Crolla il capo, dà un'alzata di spalle: non vuol vedere altro che luce, altro che Maria e la chiama ancora con tutta l'anima, con tutta la passione: — Maria! Maria! Maria! — Ma la lettera maledetta è sempre lì, dinanzi a' suoi occhi, sempre lì chiara, lampante, parola per parola!

— Paolo e Francesca!... Ebbene... Sì, è così; è vero! Paolo e Francesca! Al diavolo la lettera, mio fratello, la duchessa, tutto il mondo! Sì! Sì! Sì! Paolo e Francesca! È la mia vita, è la mia felicità!

Si volta, esce dal bosco, entra nel giardino e tra la furia del vento e un chiarore freddo e sinistro di bufera imminente, fa qualche passo verso l'albergo, cercando, tra le finestre illuminate, la finestra di Maria e guardandola, fissandola, con un desiderio che è smania, febbre, disperazione!

— Non vederti più?... Ma non dovrò vederti, proprio più?... Impossibile! Impossibile! È umanamente impossibile!

Così, il primo raggio di speranza penetra nel suo cuore e la grande sicurezza di prima, la forte, l'eroica risoluzione della coscienza cominciano a cedere.

— Chi sa... fra qualche anno?... Chi sa?... Chi può mai dire che cosa può accadere... magari domani stesso?...

La finestra di Maria è la penultima del primo piano. Ma dietro i vetri non c'è nessuno, nemmeno un'ombra...

Giacomo trae un sospiro e rientra nel bosco: c'è meno vento tra il folto degli alberi. Ritorna a pensare fra sè:

— Però Luciano, con tutta la sua cattiveria, ha indovinato tutto... Anche a proposito di Remigia. È proprio vero che io l'ho adoperata per coprire, per nascondere, persino a' miei occhi, il mio amore per Maria!

Rimane sorpreso, atterrito di sè stesso.

— Maria?... Ma è mia cognata!... È la moglie di mio fratello! Io?... Amare la moglie di mio fratello? Sperare?... Che cosa?... Sono pazzo! È la pazzia! Domani?... Che cosa può accadere, domani?... È mia cognata!... È la moglie di mio fratello!... Domani?... Come sempre! Non vederla più... e non amarla più! Vivere e morire galantuomo!

IX.

Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di lettura con due grossi libroni.

— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre, ringraziando Dio!...

Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.

— Potrà alzarsi, dunque, domani?

— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle qualche cosa!

Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto, preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.

Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:

— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata, dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho parlato con lei!

Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.

— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!

Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con Marco Danova in abito da viaggio.

— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di visita.

Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.

— Il vostro... biglietto di visita?

— Pour prendre congé! Sono arrivato col diluvio e parto con l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!

— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!

— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? — Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col direttore sull'uscio del bureau per accompagnarlo fino all'omnibus.

— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb, abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi in un istante: quello del bureau, quello dell'atrio e il suo che leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo, signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!

— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole che passano! Me ne avete servite abbastanza durante questa bella stagione!

Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.

Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il Danova, se vuol liberarsene.

— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!

— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'Hôtel de la Paix, poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia, ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!... Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle scorribande domenicali!

— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io, partirò... prestissimo!

Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il naso becco, morde.

— E... in buona compagnia!

— Parto solo; domani.

— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là, là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col vergissmeinnicht!

Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel discorso un'allusione a Maria.

Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il cerimonioso e gli stende la mano.

— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?

— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.

— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici, come me, di antica data!

— Cioè? Che novella?... Che notizia?

— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!

Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.

— Che scherzi... vi saltano in mente?

L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:

— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età! Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi una ragaz...zetta — l'egizio venezian batte il sostantivo schioccando la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi, è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere amati, altro che dalle ragazze oneste.

Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per non vincersi e non mostrarsi commosso.

— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta grossa!...

— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh, sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra dinanzi e di dietro.

— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'Hôtel de la Paix... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!... Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...

Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:

— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!... Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da diventar pazzo!

Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.

— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire domattina, questo bisogna farlo subito!

— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio cuore in pace, parto ancora alle undici!

Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.

L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di freddo.

— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più, mai più!

Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta di un gruppo di elettori per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di Borgo-salice.

A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.

— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?

Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano, per caso, il ritratto di sua madre.

Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in quell'ora, nell'animo di Giacomo.

— Sempre i fiori di Remigia!

Gli fanno dispetto.

Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida! Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale, sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia Gioconda! Più in là di Fiumicino!

Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al matrimonio di Luciano!

Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle seduzioni di quel mondo corrotto, falso nelle sue stesse apparenze di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!

— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de' suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!

Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così vicina!... E non vederla più!...

— Ma non dovrò vederla mai più?...

Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto... Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.

Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.

Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce gli ripete continuamente, insistentemente:

— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...

X.

Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.

Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.

— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!

Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col capo:

— Ma creperò... galantuomo!

Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco, spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito, pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un grido soffocato:

— Non la vedrò più!

Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore. Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri, tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:

— Avanti!

È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.

— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:

— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?

Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro la vita, appoggiata contro l'uscio.

Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad avvicinarsi.

— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.

Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.

— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e seriissimo!

Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta, aspettando che incominci a parlare.

Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.

— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!

Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.

— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la... goffaggine di quella vecchiaccia stupida?

— No.

— Mi avete perdonato?

— Sì.

— Proprio, proprio?

— Ho detto di sì.

Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo, sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia! È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e chiassosa maestrina del tennis?... Dov'è andata la... — Oh, come gli risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva, torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza lievemente:

— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine amico... assente?

Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del tennis che riappare.

Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:

— E se... lo facessimo tornare?

— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà molto tempo a Villars!

Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.

— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?

— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro tesöro!

Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di Din e Don!

— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più bene a voi, che non voi a Totò!

— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, mon Dieu! Mon Dieu! Come sono menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso di Totò non è attraente.

Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.

— Totò... è innamorato.

— Di me?

— Di voi!

— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di partire, come mi ha detto Mimì?...

— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è buono, è giovane, è anche un bel giovane...

— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai! L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata io, — proprio io, — sì, sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co' suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate buon viaggio!

Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.

— Ascoltate...

— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.

— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.

Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando, pestando i piedi e pensa fra sè:

— Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!... Perchè crede, certo, di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma, d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio? Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi, avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente, in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose, direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto ciò accresce la sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se, invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco, risolutamente:

— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è, tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua, della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...

Remigia, si volta con un impeto d'ira:

— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella. Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due... voi due!

Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha detto voi due; non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....

Remigia continua pallida, bieca:

— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei, che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei, la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!

Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:

— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure, questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.

— A voi?... Proprio a voi, non lo dirò mai!

— A me?... Proprio a me, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:

— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego ancora; anzi, adesso ve lo impongo!

Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero tremito:

— Impongo?... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi faccio colpa di niente e non vi domando niente.

— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.

Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:

— Basta che sappiate ciò, voi! Io non sposerò nè mio cugino, nè nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa, sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?

.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza di Giacomo! Egli si sente più inquieto, sempre più turbato. Pensa, si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile! Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!... Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa, dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...

Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura, interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la via del discorso:

— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia, con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere... che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e... più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!... E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso, proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!... Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!... Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità che quando è giovinezza...

Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi prorompe a un tratto:

— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete capita, non mi capite e non mi capirete mai!

— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! — Giacomo è fuori di sè.

La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono di lacrime.

— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la felicità di Totò!

— E la vostra!

— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?... Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!

Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo porta agli occhi.

— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha paura di quelle lacrime.

Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno frequenti, le cadono giù, lungo la vita...

— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!... — E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore... fossero sinceri... Per colpa sua!

Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la vita e sussultano come una massa d'oro.

Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così, disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.

Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure, quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime... e lui no.

— Signorina!... Signorina Remigia...

Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più coraggio di chiamarla...

— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere proprio la sua infelicità?

In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:

— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!

— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!

— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!

— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia istintivamente, tanta è la paura che mammà la sappia lì, nel vano della finestra, dietro le tende.

La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:

— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Al tennis non c'è! Nelle sale non c'è!

— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal terrazzo.

— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo momento!

Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.

— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! — ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia! Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così? Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro! Corre sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio, un sospiro, un bacio... e sparisce.

Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.

Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più che una morta.

«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti ancora la mia voce?... Te lo impongo.

«Maria! Maria! Oh, Maria!...»

Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.

Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno, disperdersi... sparire.

— Più!... Mai più!

Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings