← Table of contents
La moglie di Sua Eccellenza

PARTE TERZA. (continued 2)

Reading edition

Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio romano, diventano insopportabili.

— Duchessa Remigia!

Il marchese la chiama, toccandola appena, leggermente, sul braccio. Si offre per indicarle tutte le più spiccate notabilità della Camera.

— Sì! sì!... Bravo!

Remigia è contenta: gli si fa più vicina per sentire. Il marchese sta fermo, assapora quell'odore di biondo, lui che ha la moglie nera come l'inchiostro, e gongola. Ha una grande simpatia per Remigia. Prima di tutto, per quanto costretta dalle conseguenze... della rivoluzione, a doversi imborghesare morganaticamente con un D'Orea, è sempre una duchessa Moncavallo; e in quanto al fisico, — oh, madonna del Carmine benedetta! — è sempre stata la sua passione il genere magrolino, tenerino; il tipo infantile, acerbo, che ha ancora... del guaglioncello!

— Vede, donna Remigia, nella tribuna della Real Corte, quella vecchia signora con quell'enorme tuppè di capelli bianchi? È una delle più intriganti collaresse...

Ma donna Remigia non gli bada. Non ha tempo di occuparsi delle vecchie signore. Sbircia con la coda dell'occhio molte teste pelate di onorevoli che si agitano indicandola l'uno all'altro.

— Domani mattina, presto, bisogna mandare il signor Zaccarella a prendere il Fracassa!

Continua con la bellissima mano a lisciarsi i capelli e a guardar giù, senza averne l'aria, fingendo di star attenta ai discorsi del marchese che si fa sempre più accosto, ed ansima.

Ah! ah!.. Non soltanto le teste pelate, anche le arruffate cominciano a voltarsi in su.

— C'è del fermento tra i Rabbagasse! — pensa Remigia sorridendo e sporgendosi alla tribuna per farsi meglio vedere.

— Carina! Carina assai!... Chi è quella bella signora bionda con quel grande cappellone a piume bianche nella tribuna del corpo diplomatico?

— È la D'Orea!

— Oh, oh! La moglie di Sua Eccellenza?

— Sicuro! La moglie del ministro dei Lavori Pubblici!

— Accidenti! Preferirei ottenere il portafoglio dei suoi lavori privati!

— E l'altra?...

— Quale?

— L'altra signora, vicino alla D'Orea! Quella vestita di nero!

L'interrogato si pulisce in fretta le lenti col fazzoletto, se le inforca di nuovo sul naso e torna a guardar su.

— Non so il nome; ma dev'essere una dama d'onore della Regina.

— Simpatica brunotta, per quanto un po' stagionatella!

— Stagionatella sia pure! Ma ha una bocca saporosa assai! Con quei baffettini neri!

— E che occhi! Che carboni grigi! Brillano più dei diamanti che ha nelle orecchie!

— Concludendo, bella la bionda e magnifica la bruna!

Le due signore, in fatti, stanno benissimo insieme, risaltando, per il contrasto, anche maggiormente. La della Gancia, nella soda e fiorente maturità della quarantina, è un tipo di bellezza affatto opposto a quello delicato e capriccioso di Remigia D'Orea, e a quello vagheggiato e tutto innocenza, da suo marito. Anche la marchesa vede, sente di piacere, di essere ammirata e, come un cavallo pien d'ardore, non sa più tenersi in freno, continua a muoversi, a salutare, a ridere e volge più spesso verso la tribuna della stampa la bella faccia bruna, mobilissima, nella quale sfavillano gli occhi grigi e luccicano i denti bianchi.

Il bel giovinotto dalla barba rossiccia è seduto solo, appartato, in un angolo. Lì, fra quelli della stampa, egli non è conosciuto da nessuno.

Tutti lo guardano per la cravatta, e per quell'aria di letichino prepotente, che non può passare inosservata.

— Chi è?

— Mah!...

— Sarà un qualche avventizio della provincia!

— Un ponza-novelle domenicale!

— Giornalista no, di sicuro! Si sarebbe fatto conoscere!

— Basta! El tegnaremm d'œcc! — esclama, sforzando la pronunzia, un ammiratore di Ferravilla.

— Fogo in manega, lustrissimo! — E nessuno ci bada più. Brontolano, invece, contro il Governo incivile che si fa troppo aspettare.

— Il Ministero deve presentarsi prima al Senato!

— Ma che Senato! — Tutti insorgono, protestando in difesa delle proprie prerogative. — Prima la Camera!

— Taci, ufficioso venduto!

— Servo della greppia!... Il tuo Governo di decrepiti istrioni aspetta che l'aula sia au complet per l'applauso di sortita.

Mentre si ride, un altro giornalista giovanissimo, che si tien giù, basso, lungo disteso sopra una delle panche, si mette a urlare con quanto fiato ha in corpo: — Fuori!... Musicaa!... Fuori i lumi!

— Ecco, duchessina! — esclama il marchese, accarezzando Remigia con gli occhi e col diminutivo e tirandosi, cacciandosi ancora più sotto al cappellone, all'ombra profumata delle piume bianche. — Ecco il ministro della Pubblica Istruzione!

Remigia segue con le lenti l'indicazione del marchese e vede un omettino tondo, grassotto, col cranio rosso, congestionato, avvicinarsi al banco del Governo dispensando sorrisi, saluti, strette di mano, con tutti deferente, supplice quasi, con l'aria più di chiedere protezione che di accordarla.

— È un frate sfratato!... Lui e sua moglie dicono di no e si arrabbiano, ma c'è chi giura di averlo visto, prima del settanta, con la tonsura!

Remigia ripone le lenti, aggrottando le ciglia: — Accettare nel Ministero, persino un frate! — Lì per lì le corrono in mente tutti i torti e tutti gli odiosi difetti di suo marito: la nessuna nobiltà, la nessuna sostenutezza, la sfuriata di poco prima, e con i baffi del signor Gaudenzio persino un barlume di pizzicheria!... — Si dà una scrollatina di testa per non diventare di cattivo umore e domanda al della Gancia:

— Ma il mio Jack, tesöro, perchè non si vede ancora!

Quel tesöro serpeggia nelle vene per quanto un po' sclerotiche, del marchese Pio:

— Pazienza, un po' di pazienza, bella duchessina cara, come a teatro! Le prime parti, si fanno sempre aspettare! Manca ancora il Presidente della Camera, il Presidente del Consiglio, il ministro degli Interni, quello del Tesöro! — E anche il marchese allunga la o fissando il bel collino delicato e la nuca ricciutella.

— Fatemi vedere il ministro degli esteri!

— Non c'è!

— Come non c'è?...

— Il presidente del Consiglio ha assunto anche l'interim del ministero degli Esteri!

— Ah, sì! Sì! — esclama Remigia dopo averci pensato un momento. — Sicuro!

Quanita ride.

— Una Ministressa?.. Dimenticare gli interim del Presidente del Consiglio?... È grossa, assai!

Il marchese lancia una frecciata ironica, piena di gelosia:

— Con tutta la politica fatta a Pontereno... col conte Gambara!

— Oh! povero Gambara!... Anche lui, come dell'interim! Sparito dal pensiero e dal cuore!... — Donna Remigia, dice così scherzando, per far piacere al marchese Pio; ma forse, può essere anche vero.

— Fatemi vedere il sottosegretario di mio marito.

— Il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Il Rabbagasse dal cappellone?... Ancora non si vede.

— E il ministro della Guerra?

— Eccolo!... Eccolo là! — rispondono quasi insieme Quanita e il marito. — Entra adesso dal corridoio di sinistra, col ministro della Marina! — La marchesa, lo saluta assai cordialmente con i cenni vivissimi del capo.

Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.

Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di contrammiraglio.

Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.

— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.

Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a fissare in alto.

Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei; osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro dietro la nuca.

Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.

— È un nostro amico carissimo!

— Assai simpatico!

— È già la seconda volta che è ministro!

— Dice lui stesso di essere condannato... ai ministeri forzati!

— Ci sto... perchè ci sono comandato!

Questa, in fatti, è la frase solita del generale d'Entracques, ed il volersene sempre andare è la sua vera forza di resistenza come ministro.

Per Sua Eccellenza D'Entracques, ministero di Destra o ministero di Sinistra, ministero Liberale o ministero Conservatore, è tutto «un servizio».

— Sono di picchetto e ci sto, fermo al fuoco, perchè ci sono comandato!

C'è un movimento nell'aula, si sente un mormorio confuso: entrano quasi contemporaneamente, ma da opposti lati, il Presidente della Camera, seguito da due o tre deputati, e il Presidente del Consiglio con gli altri ministri e i sottosegretarii.

— Ecco il mio Jack! — esclama Remigia. Sorride con un cenno al marito e intanto lancia un'altra occhiatina al ministro della Guerra.

La marchesa le ha appena indicato nella tribuna vicina una signora americana, missis Britton, che se non è più al suo primo mattino rappresenta tuttavia un fulgido meriggio.

— Ha fatto pazzie per il D'Entracques ed è sempre innamorata di lui, ferocemente!

— Il cappellone! Il cappellone! — bisbiglia plano il marchese Pio, premendo il braccio a Remigia e parlandole così vicino, da sfiorarle quasi l'orecchio.

— Dov'è?...

— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto con vostro marito!

— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza radingotte!

— Ssst! — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un bisbiglio sommesso. — Ssst!

Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.

Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in fretta a buttar giù firme.

Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino, tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.

Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è accesa, piena di ronzii.

La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni. Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:

— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi... — ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e politiche del momento.

I ministri, che tengono chiusi gli occhi, li aprono e stanno attenti; quelli che scrivono, si fermano ed alzano il capo: nessun applauso... e nemmeno alla fine del discorso. La Camera accoglie le «comunicazioni» con un atteggiamento quasi ostile. Si attendono i commenti. Questi seguono brevissimi, abili, cauti, insignificanti e finiscono in un mormorio eloquente, ma cauto del pari, che si alza dai vari settori. Dopo un momento risuona dall'Estrema Sinistra una sghignazzatina tosto repressa: si guarda, ed anche da altri punti si ride.

— La patria è salva, ed anche Menelich! — grida una voce dalla tribuna della stampa. — Fuori i lumi!

Il Presidente della Camera si scote nell'alto seggiolone e stralunando gli occhi aggravati dall'ora afosa, afferra macchinalmente il campanello.

— Ssst!

Di nuovo s'impone il silenzio, ma senza ottenerlo, e tra le proteste, i bravo! e le risate, si alza, dal primo settore di Sinistra, uno dei più eleganti e giovani deputati, legislatore autorevolissimo fra gli sportsmen. — Peccato! Non si vede di lui che la bellissima, perfetta pettinatura. Presa la parola, e impappinandosi frequentemente, egli tien sempre il capo basso e gli occhi rivolti verso un paio di cartelle che ha spiegate sul banco. L'oratore — «di fronte alla situazione parlamentare creata dagli ultimi eventi, di fronte alla palese inopportunità di procedere nelle condizioni del momento alla discussione dei progetti di legge che... furono... abbiamo... sono alle viste, propone» — si ferma, si fa coraggio — «propone che la Camera anticipi le vacanze e venga riunita a novembre.»

Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei ministri, si alza subito a sua volta per dichiararsi d'accordo con l'onorevole preopinante: raddoppiano gli urli che fluiscono in un'omerica risata su tutti i banchi.

— Compare! Compare!

— Musicaa!

Ma la proposta, più che approvata, è messa in pratica: tutti si alzano e si affrettano alle uscite, ridendo, gesticolando e buffoneggiando.

Su, nella tribuna del corpo diplomatico, anche la marchesa della Gancia si alza, con gli altri, per uscire. Ma ella rimane un istante ritta in piedi, vicino al parapetto, e fissa gli occhi un'ultima volta verso la tribuna della stampa: Barbetta-rossa è in piedi, attento. Ella apre e chiude il ventaglio due volte, lentamente, poi lo batte con un piccolo colpo della mano.

— È ancora presto! — dice subito a Remigia, avviandosi verso l'uscio della scala e parlando forte, con la sua bella voce rotonda, risonante. — Faccio una visita, e passerò anche da mia madre, che non vedo da due giorni. Dove vuoi che ti accompagni con la carrozza?

— All'hôtel. Ho anch'io da scrivere a mammà!

— Pio verrà a prenderti per il pranzo, o anche prima, se vuoi; siamo intesi.

— Ma... — Remigia si mostra titubante.

— Che ma?...

— Che ma! Che ma! Non ci sono ma! — strilla il marchese, felicissimo per quella fortunata combinazione.

— E Jack?... Ha detto di voler passare la serata con me.

— E non passa la serata con te, anche pranzando da noi?

— Non gli ho detto nulla. Forse è stanco; forse sta poco bene. Sapessi! — Un lunghissimo sospiro. — Io non posso mai fissar niente a un'ora di distanza.

— Cerchiamo adesso di vederlo e di potergli parlare. Io ti voglio a pranzo ad ogni modo!

— E se vostro marito avrà sonno, lo manderemo a dormire! — Così dicendo, il marchese Pio stringe forte sotto il suo braccio il braccio di Remigia.

— E ricordati: vieni con Mimì. Ci farà tanto piacere!

— No, scusa; Mimì no! — risponde Remigia seccamente. — Non voglio cominciare fin dal primo giorno a tirarmela dietro ad ogni passo!

— Non so darvi torto, — afferma il marchese, premendole il braccio di nuovo. — Non bisogna mai che una cortesia, diventi una consuetudine. — Egli ha troppo paura di perdere il tu per tu, in carrozza, con la cara piccolina.

— Ecco il generale! Ecco D'Entracques! D'Entracques! — chiama forte la marchesa, vedendo Sua Eccellenza il ministro della Guerra, affacciarsi a un usciolino a vetri, a metà della scaletta. — Il D'Orea è con voi?

— No, marchesa!

— E dove sarà?... Gli vorrei tanto parlare! — Si volta subito verso Remigia: — Ti presento il conte Martino D'Entracques, generale, senatore, ministro, ma con le signore, sempre un amabilissimo capitano di cavalleria!

Il D'Entracques sorride e sospira.

— È troppo capitano?... Volete tenente?

— Non scherzate, marchesa! Ormai si passa di promozione in promozione, con una rapidità straordinaria... anche in tempo di pace.

Il generale stava proprio lì, in agguato, sul piccolo uscio a mezza scala, per poter vedere la D'Orea più da vicino. Remigia, che ha subito indovinata la mossa dell'abile stratega, diventa rossa rossa, mentre succedono le presentazioni.

È strano, ma è proprio vero: il giovane generale, che ha per amante la formosa e biondissima missis Britton, sta per vincere una battaglia!

Il D'Entracques si affretta a dare precise informazioni sul conto del collega.

— L'ho lasciato alle prese con due o tre deputati del Mezzogiorno! Ma adesso, lo troveremo, certissimo, in biblioteca!

Per l'uscio a vetri, dove stava di guardia, egli fa passare la comitiva in un oscuro corridoio, poi la fa risalire per un'altra scala, poi ancora un altro corridoio da attraversare e, finalmente, ecco le prime sale della biblioteca. Durante tutti questi giri e rigiri il marchese deve lasciare il braccio della duchessina e mettersi in coda. È il generale che si trova accanto a Remigia e, lungo com'è, deve chinarsi assai mentre le parla: Remigia, per ascoltarlo, si tira su, ritta, e alza verso di lui il viso colorito dalla corsa, dal caldo, dall'emozione. Ella si sente più gaia, più leggera; le sembra di volare!

— Posso dire di essere due volte collega di suo marito! L'onorevole D'Orea, la pensa come me ed è nelle stesse mie condizioni. In questo Ministero anche lui ci sta, perchè c'è comandato!

Cercano dappertutto, ma l'onorevole D'Orea non si trova. La marchesa Quanita dovendo aspettare, sembra sulle spine e però il D'Entracques manda alla ricerca due uscieri.

— Da qui, se c'è, dovrebbe passare di sicuro! Si tratta di pochi minuti! Dunque, — domanda il generale rivolgendosi di nuovo a Remigia, — della nostra Camera non è rimasta incantata?

— Incantata?... — Remigia fissa il giovane generale e giovanissimo senatore co' suoi occhietti lustri e frizzanti, mentre un sorriso arguto rende più fonde le due piccole fossettine agli angoli della bocca freschissima, fremente e fragrante. — Incantata?... Non è certo la parola adatta! Da lontano, quando si leggono i giornali... Ah, Mon Dieu, s'immagina con la fantasia tutt'altra cosa!

— Oggi, bisogna poi notare, è stata una seduta di pura formalità; senza nessuna battaglia. Oggi alla Camera, non c'era altro che un partito; quello delle vacanze.

— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa! — Remigia vede che il tutt'altra cosa, e il modo come lo dice, piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo: — Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta grandiosità... Quanta solennità!

— Cioè quanta sonnolennità!

Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio, pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante, con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa persino espansivo.

— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo! Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via tutta la serata!

Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa capire...

— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia, e io resto inquieta!

VII.

Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.

— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa dispetto.

— Innamorata ferocemente!

La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.

— E poi è rossa, non è bionda!

Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio, il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i mezzari, le stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e ha cambiato faccia a tutto.

Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.

— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola approvazione, l'amica e la cameriera.

Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel giorno stesso e sedendosi sul taburè, ancora con in testa il grande cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:

— Che vestito devo mettermi per stasera?

— Quello celeste à paillettes!... — consiglia la cameriera.

— No! No! Quello bianco, à point d'Alençon, ricamato in oro!

L'Idola approva Mimì.

— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...! Ho fatto male?

Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!

— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!

— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...

— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!

Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a respirare.

— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?

— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra. Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!

Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente, finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.

La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato, alto da terra, lo distende sul letto.

— È simpatico?...

— Simpatico, chi?

— Il ministro della Guerra!

— Abbastanza! Ben inteso, per quanto può esserlo un senatore! Lungo lungo, è più magro di don Quisciotte, con i capelli tutti bianchi!

La Carolina prepara l'acqua nel gabinetto di toeletta e Remigia seduta, mentre Mimì le cambia le calzette, continua a canterellare sottovoce:

Eccellenza! troppo onor; Io non merto un senator!

Il marchese Pio ha detto alla duchessina che sarebbe passato dall'hôtel con la carrozza, prima delle sette; ma già prima delle sei ella è pronta col piccolo cappellino di sera, sfavillante di miche e di lustrini, tra la gloria dei capelli biondi.

— E adesso che si fa?... Ah, mon Dieu! Mon Dieu! Mi sono vestita troppo presto!

Va sul balcone e guarda giù: il corso delle carrozze è poco animato: soprattutto poco elegante. Non ci sono nè belle signore, nè bei cavalli.

— Oh! il mio Febo e il mio Desir! Tesori!... Chi sa se mi ricordano?

Dopo un momento rientra nel salotto. Si secca e comincia a imbronciarsi.

— Hai telegrafato a mammà? — domanda la Carfo per offrirle un'occupazione.

— No! — Il bel visetto si ravviva. — Giacchè ho tutto il tempo, invece di telegrafare, le scrivo. Gioia, dammi la mia cartella!

— Eccola! — La Carfo è raggiante; anche questa volta ha dissipate le nubi che si avanzavano.

— Mammà! Mammà! La mia bella mammà, tesöro!

Si leva i guanti, e seduta a mezzo sopra un panchettino, per non sciupare le pieghe del vestito bianco à point d'Alençon, si mette a scrivere alla madre cominciando con uno sfogo di tenerezze, di carezze, di moine straordinario, e continuando facendosi compiangere per il capriccio di Jack, di volerla a Roma, con quel caldo! — «Poteva lasciarmi tranquilla e in pace nel mio Pontereno caro!» — Finalmente, ed è questo il motivo occulto, ma determinante della lettera, le scrive con bel modo, per scongiurare il pericolo di una intempestiva improvvisata. Napoli è tanto vicina a Roma! In quel momento, un probabile arrivo della carovana, la spaventa: tutto il giorno con mammà? Tutto il giorno con lo zio Rosalì a far la raccolta dei proverbi?... Grazie del divertimento!

«....... Sono appena arrivata e ho voluto scriverti subito, ancora sossopra e stanca stanca. Vedessi il disordine delle mie camere! Ti farebbe spavento, perchè io faccio cambiar tutto, persino i mobili! Sai come detesto lo stile uniforme, art-nouveau e oleografia, delle camere d'albergo! Jack sta benissimo di salute, per quanto più che mai abbia la fissazione — è il suo tic — di voler essere giù di corda. Sarà un po' di stanchezza? Saranno gli affari di Stato?... Attraversiamo, — mi pare, — un periodo di luna crescente, con molte tenerezze per la zia Gioconda! Ed io, intanto, che non ne ho nessuna voglia, rimango con la graziosa prospettiva di dovermi seccare in tutti questi giorni facendo visite sopra visite alle rispettive signore dei funzionari alti e bassi! Ma, appena a posto, appena esauriti i miei incumbenti... burocratici e appena sorgerà il sole, dove adesso la luna brilla, ti scriverò e tu verrai subito subito a Roma per un paio di giorni...! Pensa, la tua Idola, come ti sospira!»

«Tanti baci per lo zio Rosalì, bello e caro, e tu ricordati che la tua piccola Idola adorata, non adora che la sua Mammà!...»

«P. S.»

«Totò vuol andare al Cairo? A che cosa fare? A perseguire Re Faraone?»

Chiusa la lettera, scritto l'indirizzo con la calligrafia di moda, alta, in piedi, ad angoli diritti, fa chiamare il signor Zaccarella:

— Mi raccomando! È una lettera per Mammà! Alla posta grande!

— Non dubiti, signora duchessa!

Quando Giacomo non è presente è sempre il «Signora duchessa» che corre, anche in famiglia.

— E Giovanni...? Ha scritto per farlo venire?

— Aspettavo che la signora duchessa, mi confermasse l'ordine...

— Scriva, scriva! E che quell'antipatico Gaudenzio non si faccia più vedere!

A Roma, la marchesa della Gancia, non dà feste e pranzi splendidi, come usa a Napoli, nel suo palazzo. A Roma, nel piccolo appartamento di via della Mercede, bello, simpatico, ma ristretto assai, — il suo pied-à-terre, — com'ella stessa lo chiama, non riceve altro che gli amici, proprio i più intimi, e non può riceverne che pochi alla volta: a pranzo, tra padroni di casa e convitati, non si deve mai oltrepassare il numero di otto.

Quel giorno, oltre a donna Remigia D'Orea, non c'è di signore altro che la principessa Guendalina Capodimare, — la sorella del marchese Pio, — e sola, senza il marito, di servizio ai Vaticano. Di uomini, Sua Eccellenza il conte D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos, figlio di papà... Paparigopulos, il più grosso Nabab, tra i banchieri greci, quotato alle Borse di Trieste e di Vienna, per cento milioni di fiorini!

Al pranzo, dalla marchesa Quanita, mancano due commensali, che dovevano appunto formare il prescritto numero otto e che si sono scusati all'ultimo momento: don Luciano D'Orea per un'improvvisa indisposizione, dichiarata dalla marchesa, ai suoi invitati, una manonlite acuta, e il conte Cincino d'Ermoli, fratello minore del marchese Pio, a motivo di un convegno con il direttore della casa Edison-Schmid di Stuttgart.

— Ma verrà più tardi, certamente! — assicura la Capodimare, rivolgendosi a Remigia. — Mi ha detto tanto che desidera salutarvi!

Il della Gancia è abbastanza ricco per il maggiorasco e per l'eredità di uno zio, ma Cincino d'Ermoli ne ha sempre avuti pochini e ne ha sempre spesi assai, fin da quando era studente a Milano, al Politecnico. Da un anno, sollecitato, spinto dalla famiglia, ha preso il diploma di ingegnere elettricista, e comincia anche ad esercitare la professione, un giorno sì e l'altro no, fra una partita al club, e una giornata di corse.

Il pranzo, appunto perchè ristretto ed intimo, comincia senza freddezze e sussieghi e procede animatissimo. La Capodimare e la D'Orea, si sono date subito del tu, fino dal primo incontro. Non si erano ancora mai trovate insieme, sebbene fra le rispettive famiglie, oltre all'amicizia ci fosse persino un po' di lontana parentela.

— Che combinazione!

— Proprio una stranezza! Ma quand'ero ragazza, con mammà, ci sono stata pochissimo a Roma e pochissimo anche a Napoli. In campagna, oppure — e Remigia pronunzia la parola lunghissima e difficile facendo le più graziose boccucce e strizzando gli occhi — oppure, in continua locomobilizzazione. Ah, mon Dieu! Quanti monti, quanto mare e quanti laghi, nei ricordi della mia tenera infanzia!

Fra le due giovani signore, nasce subitanea la più gioconda e viva simpatia. Proprio davvero: anche la simpatia di Remigia per la Capodimare è vivissima e sincera.

— Che cara gioia!... E com'è bella!

Donna Remigia, fatto appena il suo ingresso nel grazioso salottino in via della Mercede, si sente come oppressa e depressa. Sono le magnifiche spalle, è tutta la fiorente e aulente esposizione del seno superbo di Quanita, che la soffocano, la umiliano e le fanno dispetto, tanto più col D'Entracques, lì presente, e che ammira con la caramella fissa nell'occhio.

— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!

In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina Capodimare. Remigia si volta...

— Ah, che respiro! Che sollievo!

La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un sospiro, un soffio, un'illusione di donna.

Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi, prima ancora che con le parole:

— Oh, cara gioia!... Come sei bella!

In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile, con un vitino da stringersi e, trac, da potersi anche spezzare con due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli, persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata! E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale, d'avorio, così liscio e così levigato.

— Che meraviglia! Che splendore!

Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi, nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici anni.

— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme, sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un sogno!

— Già! Un'apparizione... inafferrabile! — risponde il D'Entracques, ridendo.

Remigia nota che per quanto generale e senatore ha ancora dei bellissimi denti ed esclama con un lungo sospiro tra il serio e il comico:

— Ah, mon Dieu, come sono... cretina!

— Lei?... Duchessa?...

— Io, precisamente. Ho dimenticato che Vostra Eccellenza non è un serafico preraffaellita, ma un grande amatore della scuola di Rubens. Colore e forma. Forma, soprattutto: esuberante, straripante!

Si guardano sorridendo. Senza essere pronunziato, passa un nome fra loro due: quello di missis Britton.

— Sappiamo, sappiamo, caro D'Entracques! — mormora Remigia con un filo di voce.

Il generale si ficca la caramella nell'occhio. Vuol arrivare a leggerle proprio in fondo all'anima.

— Sappiamo... Sappiamo... — il musetto roseo e biondo, così birichino, pizzica forte il generale.

— Vuole, duchessa?...

— Che cosa?

— Vuol proprio conoscere i miei gusti... in arte? La bellezza che più ammiro?...

— In arte?... Sentiamo.

— In arte e in... E fuori dell'arte? È la sua!

— La mia?... Ah, mon Dieu! Se ho la sventura di essere... ancora meno afferrabile di Guendalina?

Il generale, che ha preso fuoco, divampa.

— Ma lei è un bellissimo fiore delicato, profumato, fragrante!... Quell'altra è una spiga lunga e vuota!

Remigia non può frenarsi, scoppia in una risata. Il D'Entracques le fa un rapido cenno con l'occhio indicandole il Paparigopulos seduto quasi in faccia.

Il giovane banchiere, colpito dalla risata improvvisa e, forse, dal nome della principessa, guata di sbieco la signora D'Orea alzando e rigirando, come un baco da seta, il grosso testone calvo e giallo, dalla lunga barba nerissima.

— Cambiamo discorso! — bisbiglia il generale. — Il figlio di Nabab è in sospetto.

— Papa... rigopulos? — Gli occhietti lustri e sfavillanti si fermano attoniti e interrogativi.

— Appunto! Che è quel greco che guarda e... sospira.

Negli occhietti lustri della duchessina sfavilla un sorriso furbissimo.

— Papa... rigopulos?... Capito e cito!

Non parlano più sottovoce tra di loro, ma si uniscono alla conversazione generale. Il Paparigopulos, sempre muto e con lo sguardo obliquo che sfugge l'occhio altrui, torna a sorridere deferente, ossequioso, approvando sempre, approvando tutti con i continui profondi inchini del grosso testone che sembra premere sopra l'esile corpiciattolo senza sagoma, che riempie di angoli il frac.

— Capito e cito! — Capito... che cosa?... — Che il figlio di Nabab guarda e sospira innamoratissimo dell'aerea principessa. Capito questo, ma... alto là: innamoratissimo lui. In quanto a lei, la principessa, irreprensibile e monda come l'ermellino!

Così almeno, anche se non ci si crede, è detto e fermamente sostenuto da quelle dieci o dodici, — fra principesse e duchesse, — sempre unite e tra di loro solidali nella difesa e nell'offesa, che costituiscono la cerchia più ristretta, più alta e inaccessibile dell'autentica aristocrazia romana. Padronissime poi, quelle altre che non contano, d'inventare che il piccolo Paparigopulos è insieme, l'amante e il banchiere e anche, magari, che le grosse, magnifiche perle della Capodimare, sono di provenienza greca e non romana. Che importa di quelle altre? Fresca nobiltà venuta di fuori, fastosa borghesia risalita di dentro, con la Capitale... Chi ci crede, chi ci bada e da chi sono ricevute?...

Remigia, quella sera, vuol piacere, vuol farsi adorare e ci riesce. È affettuosa con Quanita ed ha vivi accenti di ammirazione per Guendalina.

— Lascia che ti veda, gioia! Sei tanto bella! Sento che ti voglio già bene!

Là, in quel piccolo Olimpo dai posti numerati e riservati, ella si guarda bene dall'assumere la prosopopea di Remigia Iª regina di Pontereno: è così avveduta e scaltra, da ritornare in sull'attimo, la duchessina, semplicemente, «la piccola» di Villars.

Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza, ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con due parole sole, ma secche secche!

Con lo Champagne, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:

— Alla salute di chi governa!

La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.

— Pardon!

Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?

È lo Champagne?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?

Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano. L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando, voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.

Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le sue perle:

— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono altre gioie più vive.

— George!

Paparigopulos, alla voce che lo chiama, si precipita scivolando di sghembo fra le poltroncine e i tavolini, portando il suo barbone dinanzi alla principessa.

— Donnez moi une cigarette!... Tu fumi, Remigia?

— Stasera sì! Una anche a me!

— Le sigarette di Paparigopulos, — esclama Quanita dal balcone, — sono deliziose!

— Je crois bien; vous ne les trouverez nulle part. C'est du tabac des mes propriétés.

Remigia si adagia sopra un panchettino ai piedi della poltrona di Guendalina, ponendo il capo sulle ginocchia sottili e puntute dell'amica. Ma il gioco dei labbruzzi rosa e dei bei dentini bianchi nel far uscire il fumo a spirale è dedicato a Sua Eccellenza d'Entracques che è sempre vicino a Remigia, che non guarda che Remigia e che ormai, con gli occhi accesi e le fiamme alle guance, vede tutto biondo!

— Ecco Cincino! — esclama la marchesa Quanita di cui si vede, sul balcone, la sigaretta accesa.

Il conte D'Ermoli, calmo e sorridente, dopo i saluti e le strette di mano, reca placidamente una notizia che suscita lo scompiglio e la tempesta in quell'ambiente così omogeneo, e fino allora, così sereno.

— Il prefetto e il questore, con la solita scusa dell'ordine pubblico, l'hanno data vinta alla piazza e alla massoneria: hanno fatta chiudere la chiesa della Madonna a Ponte di Ripetta!

Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.

Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi. — Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla, donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni. Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara, cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.

Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del Messaggero, la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi. Chi discute il fenomeno, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano, sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti tirano i fili!

Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in guardina! — Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da capo: fischi, botte, squilli e arresti.

Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee, gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro la superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma intangibile; l'altro dei clericali contro i nemici della Religione e della libertà della Chiesa nella Roma cattolica.

Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.

— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! — strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.

La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi, resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo, sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, — ma a donna Remigia.

Remigia, in fatti, sente in questo momento la responsabilità della donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza, al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a mormorare con la voce strozzata dalla bile, — Rabbagasse! Rabbagasse! — ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale che si difende.

— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.

— No, principessa! — risponde il generale con un arguto risolino che ha per obiettivo Remigia. — È semplicemente una misura d'ordine, che ci è stata imposta dalla necessità!

— E la religione? E il diritto dei cattolici?

— E il Governo... che deve pur governare, marchesa mia? E il diritto dei cittadini alla tranquillità e alla sicurezza?

— Tutto dipende perchè, anche voi, non volete capire una cosa, caro D'Entracques!

— Quale?...

— Che Roma non si cambia, non si trasforma. Sarà sempre la capitale della Fede, del Cattolicismo!

— Mille perdoni, principessa Guendalina, ma per il momento, è anche un po' la capitale del Regno d'Italia!

— Per il momento, speriamo! — afferma la principessa.

— Speriamo! — ripete il principe Pio giungendo le palme devotamente e sfidando un'occhiata ammonitrice della moglie.

— Queste, pardon! — il generale scatta in piedi seccato, — sono esagerazioni!

— Queste sono verità!

— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!

Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.

VIII.

I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.

La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente, con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e mal nascoste.

A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...

— Grazie, Cincino!

Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per appartarsi in buona compagnia, non resta che l'Italie.

La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente, di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il resto del discorso bisbigliato pianissimo.

Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia alza il tono della voce, egli lo abbassa.

Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando di sotto all'Italie. Pensando all'atto ardito con il quale egli ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del D'Entracques.

— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad intendere alle donnine?

Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera la sua molto bene.

Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.

— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?

Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!

— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata, vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.

— Non è possibile!

— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!

— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.

— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È così, vero?

Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:

— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?

— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!

— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...

— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per pungere.

— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.

— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria italiana!

La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:

— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?

— Quando vuoi!

— E che cosa si farà?

— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!

— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo, non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese dell'ignoto.

Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad allineare le figurine di porcellana.

— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.

— Verso le quattro.

Il generale alle quattro non può.

— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!

Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore si divertono a strapazzarlo furiosamente.

— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!

— Ben altri... doveri!

Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare domanda ad un tratto:

— E la prima della Manon?... Quando sarà?

— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con l'impresario.

Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta. C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una risata.

— Precisamente, ancora non si sa, ma abbiamo già venduto più di mezzo teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla smania di conoscere questa Fanfan!

— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della Manon!

— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?

— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!

— Uhm!... Temo di far male...

— Perchè?

— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!

— Lo sapesse anche, non è a Roma!

— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e senza formalità.

Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere; trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e un'occhiata espressiva:

— Ma... cito, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!

La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli gratis, lascia a Remigia anche la cura di prendere il palco.

Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.

— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, mon Dieu! Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!

Guendalina offre la sua carrozza.

— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per Cincino.

Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.

Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.

— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.

— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.

— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici, d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!

— La scoperta di Marconi?

— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole scientifica con quel governo. Mio fratello...

— Cincino D'Ermoli?...

— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a questa commissione...

— Ho capito.

— Hai capito?

— Sì. Penso io.

— Basterebbe una sola parola di tuo marito...

— Non dubitare; penso io.

Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:

— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?

— Troppe distrazioni!

— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!

— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.

I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.

— Di già!

Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.

— Addio, Remigia!

— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!

— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!

— Figliuole?... Tue? — Ella guarda, osserva l'amica assai meravigliata.

— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza. Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due. Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?

— Per ora e per sempre! No! No! No!

Guendalina approva.

— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa, ti giuro... inaspettata!

— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.

— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!

— Adieu! Adieu!

Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida, piena di sonno.

— La contessina Mimì è ancora in piedi?

— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.

— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! — Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?

— No, no!

— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.

— Guendalina?... Chi è?

Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo telaio gli occhi interrogativi.

— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima! Ci vogliamo un gran bene!

— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! — Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io, per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.

— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.

— Grazie dell'improvvisata!

A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.

— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.

Anche Giacomo non può a meno di ridere.

— Insomma... la famiglia è cresciuta.

Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito, poi gli aggiusta il nodo della cravatta.

— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo, sebbene non invitata!

Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio, delicatamente:

— Uhm! Che bontà!

— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un biscotto.

Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei! Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.

— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!

— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. — Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a due. — Per me?

— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ... prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.

Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:

— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben ridicolo questo tuo collega della Guerra?

— Ridicolo?... Perchè?

— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!

Giacomo si mette a ridere.

— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma... vecchio? Adagio; ha la mia età!

Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:

— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato e legge il nome degli altri biglietti: — Avvocato Leonida Staffa, Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici. — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal cappellone?

Giacomo D'Orea si fa serio.

— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi ha portato i biglietti?

Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e bisogna rassegnarsi.

— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di aver ballato con te!

— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!

— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.

— Rabbagasse?

— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera... casa nostra!

— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò gentilissima con Rabbagasse, te lo prometto, ma anche tu, non devi dirmi di no...

Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.

— Non devo dirti di no?... A che proposito?

— Di un grandissimo favore che mi devi fare!

— Sentiamo.

— Prima giura.

— Che cosa?

— Di non dirmi di no.

— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere dalla mia coscienza, per quanto elastica!

Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al collo.

— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio, ma proprio per sempre!

— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...

— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!

Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili, l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli e conclude:

— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!

La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.

— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.

Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:

— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun altro!

— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino D'Ermoli, che roba è?

— È il fratello di Guendalina.

— E che cosa ha fatto?

— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa, vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma, dagli amici, da tutte le tentazioni!

— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il tuo... come si chiama?

— Ingegnere Cincino D'Ermoli.

— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?

— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto, mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti ingiustizie e mi fai tanto contenta!

Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre a baciare l'amica:

— Cara! Non sei in collera con me?

— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.

Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta, con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di evitar capricci e noie.

— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.

— Mi giuri che avrà la nomina?

— Non giuro mai!

— Me lo prometti?

— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere al Ministero prima delle sette!

— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea, con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce dolcissima, affettuosa.

Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.

— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!

Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va solo, mormorando la buona notte.

Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.

— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente! Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!

— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.

— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e... apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!

— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.

— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una corte sperticata!...

Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le solite lacrimone.

— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva anche di te!... Ma no; cito, cito! — Con la mano si chiude la bocca.

Mimì piange dirottamente.

— Ecco! Ci siamo! Ah, mon Dieu, che bel divertimento! — Si mette con i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci siamo! Ci siamo!

La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.

— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!

Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa timidamente.

— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!

— Sì...

— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te per sorvegliarmi e per spiarmi.

A questo punto Mimì si ribella:

— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!

Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.

— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere! Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al cuore.

C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete parlato, tutta la sera?

La Carfo risponde balbettando:

— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!

— Oh! Oh!

— E abbiamo parlato moltissimo di te.

— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei sapere.

— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere per non averlo veduto stamattina alla stazione.

— E poi?

— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...

— A proposito di che?

— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...

— Ha un figlio ufficiale di marina!

— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una compagna buona e sicura.

— Poi?

— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco! Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.

— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?

— Ma no...

— Ma sì!

— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena intravvisto un momento, alla sfuggita!

Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.

— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola, tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!

— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!

— Ti ha detto lui, anche questo?

— Sì; stamattina e poi ancora stasera.

Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.

— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere... — Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare, poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò in-flu-en-tissima! E intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente. — Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!

Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques, ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è proprio il Rabbagasse che riesce a far pervenire la nomina ambita al conte Cincino D'Ermoli!

Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi dubbi e delle sue nuove speranze.

La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la carrozza all'albergo di Roma.

— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.

— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!

— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo collega, il ministro dei lavori pubblici!

Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si guardano mortificate e afflitte.

— E allora?

— Che cosa si può fare?

— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!

Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:

— Sua Eccellenza Leonida Staffa!

— Dov'è?

— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il liftiè per sapere se la signora duchessa riceve.

— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama indietro il servitore.

— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!

— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far mettere Cincino nella Commissione!

— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?

— Certissimo!

— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?

— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!

— Tentiamo insieme!

— Tentiamo.

Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.

— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.

— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! Il cor me lo dicea! — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a trovare!

Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.

— Eccolo!

— Il Rabbagasse!

Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona, l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi, sempre pronti... al sorriso.

È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a soffrire la sete.

Le signore, anzi le dame! Le vere, le gran dame! Quelle proprio di Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!

— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter penetrare in quel tempio, sacro alla storia!

— Le principesse romane!... Che cosa grande!

Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è nato con quella voglia in corpo!

Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane, scaraventando dalla Bandiera bottiglie d'inchiostro rosso, di un bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite, — con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure alla Bizantina gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e lardellando la sua nobile prosa di eburnee spalle regali, di incessi sovrani, di maestà matronali, di crême, di fine-fleur e di high-life. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame, quelle della vera haute di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera, ai Lincei, alla Palombella.

— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia, non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana! Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo chic parigino; ma la signorilità principesca delle romane?

— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare, di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!

Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore. Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.

Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico. Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa indicare...

Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai stringergli la mano...

— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata della principessa Capodimare!

Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori Pubblici:

— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!... Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!

Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita, borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:

— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di sua madre...

Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i diritti della colleganza politica.

— Staremo a vedere!

Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia alla conquista dell'hôtel de Rome, sospettoso, minaccioso, armato di tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.

Sua Eccellenza domanda al portiere se la signora D'Orea riceve con più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di brillantina.

— Staremo a vedere!

Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera, sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.

— Cosa grande!

Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta signorilità! Che grazia! Che finezza!

— Cosa grande!

Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi dietro le loro seggiole.

— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una pausa del conferenziere.

— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'Iris?

La Manon era stata rimandata per una delle solite indisposizioni réclame, di Fanfan Trécoeur.

— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'Iris. — E così resta fissato.

Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.

Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi l'invito per una visita.

— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela si risolve, si alza.

— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.

Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca che può passare per uno smoking, ovverosia con uno smoking che può passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia, lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla principessa.

È lì, al Costanzi, mentre Iris spiega le sue belle maglie rosa alla gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua Eccellenza.

— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto, tanto, tanto riconoscente!

Che musica!... Non quella dell'Iris, che Leonida Staffa non ascolta nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.

Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge un'altra particolare.

— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe idee!... — E le spiega.

Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!

— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti! Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che appartengono di diritto... ai giovani!

IX.

— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va alla Manon, dove troveremo Guendalina e forse — chi sa? — anche il cavalier Paparigopulos!

La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo momento venga fuori la solita striscia verde con un altro riposo. Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se c'è teatro sì o no!

— Ci sarà poi, questa Manon, o non avremo un'altra indisposizione?

— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera.

— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda?

— È innamorato sul serio perchè è di moda.

— E sua moglie?

— Mia sorella?...

— Non ne soffre?

— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che ancora può soffrire.

— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?

— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!

Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano un'ultima volta.

Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che stanno presso l'uscio, impalati.

— Stasera posso venire anch'io alla prima della Manon perchè Jack ha i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!

— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai!

— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia sorella!

Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora, sull'uscio, tenendole una mano.

Remigia non può.

— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano all'hôtel.

— Due adoratori?

— Uno sì e l'altro... quasi!

— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!

— A mio marito?

— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più vicina mormorando, sempre sottovoce, assai maravigliata: — Diventi rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?

Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio dell'amica:

— Retour de jeunesse et retour d'Amerique?... Ah no, mia cara! Quale scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via, infilando lo scalone.

L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino Gambara guaisce con Mimì Carfo.

— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene! Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!

— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia il tic tac dei passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di Bologna.

Remigia entra sorridendo.

— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una per ciascuno, e a baciare replicatamente.

— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un bacio nel levarle il cappellino.

— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambara abbassa il bel nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna, vergogna!

Cavour mette pace:

— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la nostra bella, la nostra cara duchessa!

Remigia sospira, geme, sbuffa.

— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di mio marito!

Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma l'avvocato trova la cosa affatto naturale.

— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!

— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni, conferenze, comitati...

— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.

— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po' insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?

L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito, senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di Pontereno!

Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende, stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...

Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà, gioia, tesöro!

— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo a far toeletta!

È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta, se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:

— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.

Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:

— Hôtel Milan! — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo, certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio così!

Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più bella!... Bellissima! Mostro!

— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il Berlendis!

Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.

— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione: se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia l'amante della duchessa Remigia.

Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!

Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..

La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica. L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi, ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa. Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed ha combinato la gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere.

— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato, a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di Carolina. — Indovinate!

Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda l'avvocato sorridendo... e aspetta.

Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore.

— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto, quand'era ancora signorina, a Villars!

— A Villars?... Quand'ero ragazza?

— Precisamente!

— Chi è?

— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto, non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone Marco Danova!

— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore?

Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di Marco Danova.

— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora!

— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore!

— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero barone!

— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni!

— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari! Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un piccolissimo favore.

— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne vuole; io non ne voglio assolutamente!

— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: — Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un ordine, semplicemente. L'ordine di far presto!

L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca e mette muso.

Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna!

— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, — odiosissimo!

Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace è fatta.

— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma, di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al governo!

Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con grande serietà ed importanza.

— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco, proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il medio.

— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti, tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel riscatto delle energie attivate!

Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese, si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce.

— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato!

Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha capito un ette.

— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco?

Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il gesto, spirano poesia:

— ... «Chiare, fresche e dolci acque!» Non più il carbone fossile, il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie formidabili!

— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei...

— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» — seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle nostre!

— Io dunque dovrei dire a mio marito...

— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?

— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di rispondere.

— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei Lavori Pubblici, Sezione terza, giace e forse, ahimè! non ancora aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene, si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il caro Zaccarella.

— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!

Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota.

— Sarà mio marito!

— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa.

— Permette, avvocato?

— Faccia! Faccia!

— Torno subito!

— Faccia! Faccia! Faccia!

Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano.

— Carissimo il nostro... cavaliere!

Il Berlendis ride e gongola.

— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente! Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza! — Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le mani.

— Benissimo!

Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con quel moccichino, le sporca di più!

— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed anche per me!

Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.

L'avvocato la fissa attentamente.

— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere.

— Sì! Moltissimo piacere!

— Le si legge in fronte!

— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara!

— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì!

— No! No! Sono felice per Guendalina!

Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali.

— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conte Cincino D'Ermoli, ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici, che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male! Un minuto solo, mio, non posso averlo mai!... O il telefono, o il telegrafo, o un usciere del ministero! Ah, mon Dieu! Mon Dieu!

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings