PARTE TERZA. (continued 3)
Reading edition
— Le fatiche del potere!
— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto marito che non fa niente, mai niente, per gli altri!
Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
— E... le due righette di... simpatica introduzione?
— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei. Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande amico.
— Però... anche un semplice bigliettino suo...
Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e il più amato dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
— A lei, prenda; come passe-partout!
X.
Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e speditezza.
Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.
Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace. Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo, prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle «bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee, trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo, il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!
Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e tormentato dalla gelosia.
È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore.
Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?
— Non vedo altro che un bel naso!
— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina D'Orea.
Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo all'improvviso scoppio delle artiglierie.
— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino!
— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu...
— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di compiere mentalmente il segno della santa croce.
Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di traverso, prima ancora di mettersi a tavola.
Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente; ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.
Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore. Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: — Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo dedito... all'alpinismo?
Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:
— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi arrivi da Bologna!
Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il generale.
— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte, ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.
Il generale si volta e la guarda.
— Mi guardi bene!
Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta sincerità!
Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta quasi piangere.
— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo adesso, che divento vecchio!
— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una grande amarezza immeritata!
— Mi perdoni...
Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere!
Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a Rabbagasse! Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! — Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà! Ah, mon Dieu! Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così privo di colpo d'occhio!
La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina, squillante:
— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince! Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là dell'Oceano!
— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!
L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che cola sudore e salsa.
Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè, in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la tavola.
Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di quaglie fossero amanti di Remigia en belle vue, è il conte Gambara.
Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca perdendo ogni leggiadria di variazioni.
— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah, se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata lì, ma proprio lì, su due piedi!
Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè.
— Molto zucchero, conte Gambara?
Il geloso finge di non aver sentito.
— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. — Molto zucchero?
— No, grazie... Senza zucchero!
Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i liquori.
— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto.
— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani!
Remigia lo guarda affettuosamente.
— Parta... domani.
— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia partire... proprio, ma proprio?
Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella, riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle parole gli sguardi teneri, espressivi:
— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi. — Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma, non si è mostrato molto soddisfatto!
— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto d'interrogazione.
— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»
— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato Berlendis?
— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio per noi, — il per noi è detto in modo da far ritornare un po' di caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere tutto... per niente!
Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza geme.
— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?
Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa matto!
— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire, appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico! Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie! Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi, credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali della contessina Mimì, poi sparisca alla che-ti-chella! — Trova buffa la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso tremolante di delicatessen come direbbe un tedesco, io devo rimanere una ben misera cosa!
— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di violino e flauto.
— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a Febo e a Desir! Ah, mon Dieu! Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, — e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li dimentico!
Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone, e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento stesso che gli offre il bicchierino.
— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:
— Badate! Non facciamo troppo tardi per la Manon! — C'è tempo?
— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio.
— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando l'orologio.
— Basta essere al Costanzi alle dieci!
— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una garbata attenzione verso mio cognato!
Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla finestra di una stanza vicina, corre nel salotto:
— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza!
— Impossibile!
— È qui in carrozza con due altri signori!
Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:
— È proprio lui!
— Con chi è?
Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo, risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la mano:
— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia fretta d'alzarsi, Eccellenza!
Remigia si precipita nel salotto:
— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.
Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole.
— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi.
Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi.
— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo.
— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del cielo! Silenzio della Manon!
— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito, in tono risoluto.
In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi dal braccio del signor Zaccarella.
Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato. Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata. Saluta, dà la mano a tutti.
— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro egregio avvocato Berlendis!
Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza.
— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli finire i saluti. — A quest'ora?
— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques.
— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori della Basilicata!
— Ma allora... ti sei sentito poco bene?
— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che possa disturbarvi l'ora del caffè!
Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.
Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno del capo e della mano.
Gli sono tutti attorno, quasi addosso:
— Che cos'è stato?
— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?
— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un malessere momentaneo, ti ripeto!
— Perchè non mandarmi a chiamare?
Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.
— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore!
— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa.
— Riposo, caro D'Orea!
— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero, gli affari!
— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!
— Riposo! Riposo!
— Riposo assoluto!
Giacomo, si alza incollerito.
— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per riposare vi domando scusa e me ne vado a letto!
Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a sorridere:
— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio!
— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì.
— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io, assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato... niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo, vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio, accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: — Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato...
— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.
— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa! — L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese. Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle... — La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: — Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato nominato, vuol dire... che lo ha meritato!
Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita.
Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo orgoglio di sè:
— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle raccomandazioni... torna indietro!
Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis, sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le savie massime?
Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo.
Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa meno soffoco, meno caldo.
Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma si mostra ilare, soddisfatto.
— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea!
Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo è davvero. Remigia... per essere rassicurata.
Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui consiglio e protezione:
— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi?
La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante:
— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta!
— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa!
Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca, dietro le orecchie:
— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo!
— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il D'Entracques non vuol dire di più.
Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano:
— Non andare al Costanzi...
La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente:
— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se prima non ci fosse stata l'intenzione!
Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la vita con un braccio:
— Credi?... Davvero?
— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia corto alle esagerazioni!
— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto!
Anche l'avvocato è dello stesso parere.
— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere il più possibile... a teatro... dappertutto!...
Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è raggiunta dal signor Zaccarella:
— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei!
— Torna a sentirsi male?...
— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...
— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così... spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere?
Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi soggiunge:
— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita... lo faccio aspettare?
— Perchè?...
— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...
— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta!
XI.
La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il marito.
— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia sorridendo.
In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie.
— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi!
— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già tutti a posto!
— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente!
— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere.
— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al servitore di donna Remigia che chiude lo sportello.
I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze partono al trotto.
— Ah, mon Dieu!... Quanita, ha capito tutto!
Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con amarezza:
— Capito?... Che cosa?
Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio che tiene chiuso fra le mani:
— Capito!... Capito!...
Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... — S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e non più giovani!
Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso.
— Se è una confessione, non è certo un complimento!
— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare!
— Questo... perchè?
— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia!
Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si preme forte gli occhi:
— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
Il generale la guarda.
— Piange?
Remigia preme più nervosamente la mano sugli occhi, poi la lascia cadere abbandonata sulle ginocchia.
I suoi occhi luccicano nell'ombra.
— Piange?...
— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no, più, tutto l'incanto è rotto!
Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me, nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico, semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque... subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sono attaccata a lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto... e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi... per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno inafferrabile?
La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques, commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato, sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un singulto:
— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa, svolta in vista del Costanzi illuminato.
La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si arresta subito anche quella di Remigia.
Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo, stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente, con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi dinanzi al teatro.
— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto! Si scrive e si dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo, per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli inservienti.
Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non essere visto da quelli di faccia.
Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà indispettita e nervosa per quel ritardo.
Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva? Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico, sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una donna è una disgrazia ed è una colpa!
— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa per il suo carattere e per la sua coscienza!
— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come una cocotte che ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel rimorso, quando è solo e quando dubita.
Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro, amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare Fanfan:
— Ah, mon Dieu! Com'è bella!
Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere. Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone, trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera occhiata di consolazione.
Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
— È proprio bella!... È una bellissima Manon... E canta anche benis...
Ahi! Manon cresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di applausi.
Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume di Manon è assai bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac delle poltrone, applaudono perchè ciò è molto chic e dinota che si appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano D'Orea.
— Canta anche benino!
Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli occhi.
L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente che Manon e Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti, poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola, finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi languente di felicità.
Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona! Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie! Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi... — S'interrompe, si volta.
Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato il D'Entracques.
L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito, congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi ammazza...
Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride, scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi. Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai. Ad un tratto domanda ad alta voce:
— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha un'enorme cravatta gialla...
Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce. Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara diventa intempestivamente geloso.
— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo dinanzi!
Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia, distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
— Chi guardi? Di chi parli?
Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La Capodimare, dopo un'occhiata al Paparigopulos, si alza per cambiare di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques! Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda quella di Napoleone I.
Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha l'aria cupa e sembra invecchiato.
— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo elegantissima!... Bellissima!
— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia il secondo atto; ella non sta più attenta alla Manon, ma, invece, sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio: il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata di spalle allontanandosi di nuovo.
Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato. Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena: si mostra Luciano dalla fessura.
— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro in quella sera di trionfo: per modestia.
Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena, ben...nissimo! Come ha fatto?... È un miracolo!
Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento, approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto di averlo operato lui!
La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
— Sa e sente ciò che dice!
— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace moltissimo!
Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli dà la mano esclamando:
— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
— E che bijoux! Uno splendore!
Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il canocchiale su Fanfan.
— ... Bella toilette! Una meraviglia!
— Madame Croisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che di madame Croisard. Vedrete la toilette del terzo atto! La principessa di Galles, l'ha voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
— Scappi via?
— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la luce e non sta mai attento...
Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di faccia. Gli grida dietro:
— A Manön!... Rallegramenti sincëri!
Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto, raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione abbraccia anche Luciano.
Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella Italia.
— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale, più ancora di convincimento che di applausi.
— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!... La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico del Corriere Romano, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio fratello.
Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Guardate a destra...
Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
— La bruna? Oh!... Che magnifici solitaires!
— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le ciglia:
— Somiglia a vostra moglie?
Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario, allegramente:
— Oh! Quelle est pétillante la petite blonde!
Luciano, guarda anche lui da una fessura:
— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
— Ce grand monsieur?...
— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
— È il suo amante?... Tout le monde le dit!
Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo incomodo.... e nessun divertimento!
— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa.... una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il D'Entracques affatto passiva!
Il macchinista dà la voce:
— Largo, signori! Attenti!
Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando il cambiamento di scena.
XII.
Mimì Carfo è assai inquieta. Il dottor Davos ha un altro ammalato grave e non può aspettare. Guarda l'orologio, poi si alza:
— Tornerò domattina!
Mimì insiste, lo prega di rimanere ancora un momento.
— È necessario che parli lei con Remigia, subito... stasera!
— E poi? — replica il dottore, pensando alla signora D'Orea. — Si persuaderà?
— Certo, se le dice lei, che bisogna farlo, per salvare suo marito!
Il signor Zaccarella, che dal balcone guarda giù, lungo il corso, rientra frettolosamente e attraversa il salotto di corsa.
— È qui! È qui! Ho veduto la carrozza della signora duchessa!
Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro; lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si ferma ritta, in mezzo al salotto.
— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono neri anche i pronostici.
Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio marito, come sta?
— Ora dorme. La crisi è superata.
— Dunque sta meglio?
Il dottore non risponde; crolla il capo.
— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.
— Due sole parole, signora duchessa, perchè ho un'altra visita da fare. Io non esagero: dico sempre la verità, e quando lo credo necessario, come nel nostro caso, la dico senza pietose reticenze che possono essere dannose.
— Ma se sta già meglio, se riposa, se dorme, non c'è da inquietarsi!
— Invece c'è da inquietarsi... moltissimo. Il caso può rinnovarsi... più grave... fors'anche letale.
Remigia diventa pallidissima, mentre Mimì congiunge le palme alzando gli occhi al cielo con un sospiro, e il signor Zaccarella, che ormai ha indovinato i sentimenti della padrona, la fissa, mostrandole chiaro che non approva le esagerazioni del dottore.
— Allora, secondo lei...
— Secondo me, se vuol salvare suo marito, gli faccia dare le dimissioni e lo porti via da Roma, domani stesso. Si ricordi, il ritardo di un giorno, può essere un'imprudenza, ogni esitazione può riuscire fatale.
— Subito le dimissioni?... Domani?... Ma... e il ministero?
Remigia guarda il signor Zaccarella che l'approva e l'incoraggia con gli occhi e con i moti delle labbra:
— Lei non deve pensare ai ministero, ma a suo marito. I ministeri si rimpastano, e bene o male si tengono in piedi più facilmente degli uomini!
Le labbra sottili del signor Zaccarella disegnano, con un sorriso, la parola socialista, senza pronunziarla.
— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!
Il dottore si alza e fa un profondo inchino.
— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico, non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il signor Zaccarella.
— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!
— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!
— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor Zaccarella.
— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete, quiete. Non ho altro consiglio da dare.
— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un altro pericolo?
— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.
Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.
Remigia continua vivacemente e con convinzione:
— Non crede lei, che per un uomo come mio marito, che ha assunto obblighi e impegni verso la Nazione, il Re, e i suoi colleghi, possa essere un pensiero non di quiete ma di tormento quello di abbandonare tutto e tutti, improvvisamente, precipitosamente, senza nulla preparare, provocando... una crisi, in questo momento disastrosa?
Sopraggiunge in aiuto della signora duchessa, la voce umile, melata del signor Zaccarella:
— A poco... a poco! Bisogna andare a rilento! Nelle condizioni appunto di Sua Eccellenza! Piantare il Governo! Roma!... La notizia... un colpo così fulmineo... Credo gli sarebbe fatalissimo!... Avrebbe anche l'apparenza, quasi direi... di una fuga!
— Ma che apparenza! — Il dottore seccato da tanta diplomazia e da tanti infingimenti conclude, con una risata: — Una vera fuga, per salvar la pelle!
Remigia offesa fa un atto di collera e di disprezzo. Il dottore non se ne accorge, prende il suo cappello e se ne va, dopo aver detto questa volta, fermo, in faccia a Remigia e proprio a lei, direttamente:
— Ho parlato chiaro, senza reticenze, perchè le condizioni, per me gravissime, dell'onor. D'Orea, me ne impongono il dovere. Quello che credo si debba fare, quello che credo necessario e urgente di fare, l'ho detto e ripetuto. Ora soggiungo soltanto questo: qualunque cosa possa accadere io non avrò certo rimorsi. Facciano in modo... di non doverne avere nemmeno loro!
Appena rimasta sola, Remigia dà sfogo alla sua collera.
— Antipatico, odioso e ineducato!... Del resto è un socialista, e basta!
— Dicono per altro, che sia molto bravo... — soggiunge Mimì, assai timidamente.
— Bravo, — ripete argutamente il signor Zaccarella, ma... socialista!
Remigia ci tiene a convincere Mimì. Vuol averla tutta dalla sua.
— Che sia bravo, capirai, nessuno lo mette in dubbio. Ma in questo caso è portato naturalmente a esagerare. Pensa i socialisti come sarebbero contenti di provocare una crisi...
— Col ministero, non ben consolidato! — crede di soggiungere il signor Zaccarella, ma a torto, perchè donna Remigia gli dà un rabbuffo.
— Come non ben consolidato?... Dove trovare un ministero più ben consolidato del nostro?... Piuttosto Giacomo... che si dimette... una crisi... proprio in questo momento... con le feste di Napoli, per il passaggio dello Scià di Persia, alla Spezia per il varo dell'Invincibile, a Venezia per l'inaugurazione dell'Esposizione di merletti, sotto il patronato di Sua Maestà la Regina... Capirai, Mimì... Capirà, signor Zaccarella... anche... per me...
L'Idola non può più contenersi, ha una crisi nervosa di lacrime.
XIII.
Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna, invece, di Manon e di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di disperazione al D'Entracques.
Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.
Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!
— Buon giorno, cara!
— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?
— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che lo trova meglio del solito.
— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E fa chiamare il signor Zaccarella!
Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono tutti a posto.
Rientra Mimì e la Carolina col caffè.
— Ecco Gaudenzio!
Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino azzurro e il solito sorriso.
Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e la vita.
— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del solito?
Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.
— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze, tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra, in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma, non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di riparazione. Cioè aria buona... e non far più niente. Glielo dica anche lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo. Pensionato!
La signora duchessa lo saluta seccamente.
— Grazie. Vada pure!
Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.
— Non prendi, cara, il caffè?
Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.
L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.
— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?
Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio, entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In una mano ha un giornale e una lettera.
— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!
Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la signora duchessa.
— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!
— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande inchino. — Un medico, soltanto medico!
— Che non abbia nessun interesse a esagerare!
Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e ne enumera i meriti con enfasi crescente: — Il professore Dolder di Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose! Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!
Remigia, pensa mormorando:
— Da Zurigo... a Roma...
— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo stesso albergatore.
— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...
— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.
— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?
— Di sopra, credo; in camera sua!
— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora, che oggi deve fare un caldo tropicale!
Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla signora duchessa la lettera e il giornale.
Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è qualche cosa?
Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.
— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su contro i guanciali.
— Legga, in terza pagina; lì.
Remigia legge dove l'altro le indica col dito.
— Le prime al Costanzi?
— Sì.
— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita, ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse, con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! — alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella, che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità, la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione per l'affascinante Manon». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava la ormai «purissima luce!»
«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea, — raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»
«fa diesis».
— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!
— Guai!
— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo, stupido, e cretino!
— Ma... il redattore del Corriere non poteva immaginare...
— Che redattore! Che Corriere! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano! Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella. — Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo! Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non veda il suo Corriere.
Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:
— Il suo Corriere non lo vede certamente, perchè il suo... è questo qui!
Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e si porta tutta sulla sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.
Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il piano di difesa.
— Il Corriere non è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.
— No! No! Per l'amor del cielo!
Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.
— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di Stato, l'onorevole Staffa...
— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre stata tutta sera in fondo al palchetto!
— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione dolorosa, l'articolo cervellotico del Corriere Romano abbia avuto nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori tra...
— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano! Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!
L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:
— I gravi dispiaceri di donna Maria!
— Certo! Certo! Povera Maria!
— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!
— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe stata tale una enormità...
— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.
Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al signor Zaccarella:
— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto anche con lui!
Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?... Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un bugiardo... Che pericolo c'è?
Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.
La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede ed emette un piccolo grido.
— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro! dammela; fa presto!
Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.
La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta, sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.
— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!
— Sì, signora duchessa!
— Brrr! Che piacere!
Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!
Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non le legge più.
— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma alle ultime righe.
— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo mandano per qualche tempo sul mare!
Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.
Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa negli occhi.
— Sta poco bene?
L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza.
— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa!
Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì:
— Il bagno è pronto, signora duchessa!
Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e la vita del mare gli faranno molto bene!
Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a piè del letto con un volo di cigno.
— Ah, mon Dieu! Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì?
— Freschissima!
Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della camicia che le cade dalle spalle.
— Brrr... che piacere!
Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le piccole forbici... È assai pensierosa e mesta.
La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno! Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto, sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non rendere più vivo il dispiacere dell'Idola.
Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più: sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua moglie, sfugge la Carfo.
Che cosa è successo?
Il Corriere Romano è capitato nelle mani di Giacomo proprio in que' giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera:
«Caro Mino,
«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo, caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male.
«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni! Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore: quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio.
«Tua zia Gioconda».
Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati, gli sono d'impeto venuti a galla:
— Maria! Maria! Maria!
Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo amore disperato, della sua collera e del suo odio!
XIV.
Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea; Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma.
— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra, dell'amore e dei poeti!
Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario Rabbagasse è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio, che va poi a pesare su missis Britton.
— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... — Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per distrarsi.
Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto, l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione: legge persino l'Italia Militare.
Mimì, una sera, si fa coraggio.
— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi che tutti i giorni va peggiorando?
— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva sposarmi per me... e non per mia sorella!
— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.
Ma da qualche tempo Remigia, ripete con insistenza questo ritornello e assai facilmente tira in ballo sua sorella... Chi sa?... È forse un calmante per tenere la coscienza in un continuo e placido sopore.
È allegrissima, ha pranzato di eccellente appetito, è già vestita e non ha che da mettersi il cappellino. Aspetta le nove e mezzo e la carrozza perchè quella sera va da Guendalina.
Che serate deliziose!... Appena in quattro, solitamente. Guendalina, lei, il D'Entracques e il Paparigopulos!
Il principe di Capodimare ha la bellissima qualità di Giacomo. Occupatissimo sempre, non si vede mai e perciò anche lui... simpaticone!... Uno, il ministero, l'altro, il Vaticano!
Sottovoce, col D'Entracques ella ride del marito di Guendalina:
— Soldato... del Papa! — Fa uno sbruffo con le labbra. — Ah, mon Dieu, che spavento!
Remigia è già stata due volte a guardare dal balcone.
— Che ora è, Mimì?
— Le nove.
— Soltanto le nove?... Il tempo, per altro, è un grande contradicente. Quando si desidera che corra, si ferma. Quando si vorrebbe fermarlo, vola!
Siede, si annoia e parla di suo marito.
— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al ministero a lavorare: vuol dire che sta bene.
— Non so... ha una brutta faccia...
— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile...
— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti.
— Ma tu...
— Io... che cosa?
— Ne parli... con tanta indifferenza!
— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi, provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino, ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo, direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la Sbirlingonia?... E il suo odio per Din e Don, i miei tesöri?
In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi; il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel salotto.
— Domando scusa, donna Remigia, se mi presento in questo modo, a quest'ora, ma ho assolutamente bisogno di prevenirla... di parlarle. Scusi, contessina Carfo; chiedo alla sua amica appena due minuti!
Mimì fissa il D'Entracques, fissa Remigia... Esita un istante, guarda ancora il D'Entracques, non osa interrogarlo, poi esce in fretta tremando, col presentimento di qualche disgrazia che non sa immaginare.
— Che c'è? — domanda Remigia, prima ancora che la Carfo abbia rinchiuso l'uscio.
— Che cosa ha fatto?... Quello Staffa, quel Gambara, quella sua Guendalina! Che cosa ha mai fatto?
Remigia respira: non si tratta che di una scena di gelosia!
— Ah! mon Dieu! Siamo da capo! E oggi stesso, poche ore fa, mi aveva tanto promesso di credermi sempre!
— Che c'entra il credere e il non credere? Si è rovinata! Questo è: rovinata!
— Io? — Remigia diventa pallida.
— Si, lei! Per non essersi consigliata con me! Per aver fatto misteri con me! E assicurava, giurava che io ero il più grande, il suo solo amico! Che sentiva dal mio... dalla mia amicizia, un senso di sicurezza e di protezione!
— Rovinata! — ripete Remigia, non pensando ad altro, non sentendo altro.
— Uno scandalo!... Se non si riesce a riparare, a negare, andiamo incontro ad uno scandalo che rovinerà suo marito e farà cadere il ministero!
— Ed io?... Sono stata io?... Si spieghi! Parli! Dica tutto!... Ma Dio mio, vuol farmi morire?...
— Perchè non ha parlato anche con me, della nomina di Cincino D'Ermoli?
— È stata Guendalina! È stata lei a non volere, assolutamente!
— Dunque ha più fiducia nella Capodimare che non in me?... E poi tutto questo segreto sarà stato chiesto per la nomina di suo fratello D'Ermoli, ma che c'entra la Capodimare negli affari... loschi del Berlendis e del Gambara?
— Affari loschi?... Del Berlendis e del Gambara?... Ma io non ne so niente! — In fatti il viso attonito di Remigia non esprime che maraviglia e stupore.
— Non sa nemmeno di aver messo la sua firma con l'offerta di cento lire per il dono al papa della sedia gestatoria?
— Guendalina! Guendalina! È proprio stata Guendalina! — Remigia lo giura con tutte due le mani sul cuore.
— E non sapeva che era una dimostrazione clericale in espiazione del sacrilegio commesso dal Governo con la soppressione della Madonna di Ponte a Ripetta?
— No!
— Una dimostrazione, antinazionale, antiunitaria.
— No! Giuro! No! Guendalina mi ha detto soltanto che era una sottoscrizione di cattolici, nella quale non c'entrava che la religione... Per acquistare molte indulgenze!
Remigia fissa il D'Entracques diventando pallida e sedendosi di peso sopra una poltroncina, dinanzi a lui.
— La moglie di un ministro del regno d'Italia prender parte a una dimostrazione in onore... del papa-re!
— Mio marito... Mio marito... La prego... la scongiuro... — Remigia balbetta, la voce piena di lacrime, — che Giacomo... non sappia niente!
— Non sappia niente?... A quest'ora lo saprà lui, tutta Roma e domani tutta l'Italia, tutto il mondo! Ho visto adesso, al ministero dell'Interno, la copia mandata dall'Allarme, il giornale socialista, alla Procura... C'è un articolo contro di lei...
Remigia balza in piedi atterrita.
— Contro di me?
— Sì, intitolato: Ministresse nouveau jeu...
Remigia pallida, tremante, afferra le mani del D'Entracques, come aggrappandosi alla sua àncora di salvezza.
— È lei e non suo marito che regge il ministero dei Lavori Pubblici!... Lei, fa nominare nei posti più ambiti e delicati, dove occorrono capacità tecniche, capacità... giovani! È accusata di corruzione per aver fatto approvare alla lesta e alla sordina, «efficace propiziatore un altro... bel giovane bolognese» un contratto, una cessione di forza d'acque, oneroso per l'erario, e vantaggioso, al cento per cento, per gli azionisti, «una banda, non musicale, di affaristi italo-svizzeri, capitanata dal famigerato avvocato Berlendis e da un negriero delle finanze, un italo-svizzero e soprattutto egiziano, commendatore emerito, reduce... dal fallimento!
— Giacomo... Giacomo... Dio! Dio!... Non sappia niente! — Remigia ormai non vede, non teme che la collera di suo marito. Stringe più forte le mani, si stringe tutta al D'Entracques mormorando con un tremito pauroso, disperato: — Mi ammazza! Mi ammazza! Mi ammazza!...
— Apposta sono corso, per avvertirla! Per prepararla! Per salvarla, se sarà possibile!
— Faccia sopprimere tutte le copie, sequestrare l'Allarme...
— Non si può e si farebbe peggio! E poi è tardi. L'Allarme esce adesso, se non è già uscito! Domani, tutti i giornali pro o contro, per assalirci o per difenderci, propagheremo lo scandalo. Noi tenteremo di sventare il colpo, ma si riuscirà?
Il generale si leva la lente dall'occhio e la caccia nel taschino del gilet con un moto di stizza, dopo il quale riprende con più calma:
— Io sarei ben contento di andarmene, perchè se ci sto... è soltanto perchè ci sono comandato; ma andarmene, — parbleu! — di mia spontanea volontà! Non essere cacciato fuori perchè lo scandalo ha colpito il Gabinetto rosa, come chiama adesso l'Allarme, il nostro ministero! — Il D'Entracques batte energicamente il piede per terra. Il lampadario traballa, tintinnando; traballano i ninnoli sui palchettini e Remigia si butta attraverso il canapè, nascondendo la faccia contro i cuscini, scoppiando in lacrime.
Il generale... a quelle lacrime, a quella disperazione, alla vista di quelle spalle gracili che sussultando all'urto dei singhiozzi, rompono l'onda d'oro, accavallata, dei bei capelli, il generale... Sparisce il generale! Sparisce il senatore, il ministro, non resta più che il D'Entracques, l'uomo, l'innamorato!
Invece di continuare a infuriarsi, cerca le parole per consolare, per calmare Remigia e per scusare sè stesso.
Il flutto aureo dei lunghi capelli biondi ha sepolto l'Allarme, ha allontanato ogni timore di scandalo e dilegua insieme anche quella sua collera resa più furibonda dalla gelosia dello Staffa e di Narciso Gambara.
— Donna Remigia... — chiama egli, sottovoce.
Risponde l'urto dei singhiozzi, ancora più forte, il pianto più dirotto. Siede anch'egli sul canapè, vicino, chinandosi e mormorandole quasi sui capelli: — Donna Remigia... non pianga così! Non si disperi, così! Io, capisco, mi sono lasciato spaventare esageratamente... per lei! Ma sono corso qui, apposta, per consigliarla, per suggerirle, ciò che dovrà dire per difendersi, per salvare... Per salvar lei! Tutto il resto, sarà quel che sarà!
Remigia si drizza, si volta lentamente, col viso molle, bianco, rigato di lacrime. Fissa il D'Entracques... Pazza di terrore e d'angoscia gli si butta al collo, stringendosi a lui disperatamente.
Egli esita, scosso da un tremito... la sua bocca bramosa si arresta. Dopo un istante preme un bacio lungo sulla massa soffice, odorosa dei capelli. Si fa forza, irrigidisce, si scioglie con dolce violenza da quella stretta febbrile e passeggia su e giù, pallidissimo a sua volta, il viso contraffatto.
Remigia, diventa seria e attenta, sotto il velo delle lacrime, lo osserva dietro le spalle, lo spia con ansia... Quando egli si volta per avvicinarsi, torna a nascondere il viso fra le mani e ricomincia a singhiozzare.
— E Giacomo? — Ha un fremito lungo di spavento. — Dio, Dio, Dio, Giacomo!...
Il generale, torna a levare la lente dal taschino e a ficcarsela nell'occhio, accompagnando l'atto con una lieve alzata di spalle.
— Anche Giacomo, dopo aver gridato, si calmerà. Dovrà credere a quello che gli dirà lei, che gli dirò io, che gli diremo tutti d'accordo. Non ho pensato che a lei, lo confesso, e lei... faccia quello che le dirò io, e ne uscirà bene!
— Mi salvi! Mi salvi! — Remigia ha un nuovo slancio, ma di gratitudine questa volta, di tenerezza e corre a rifugiarsi e a posarsi come una colombella spaurita su quel petto generoso e valoroso che la protegge e la difende. Ella, dopo tante scosse, ha pure un impeto di abbandono e di... sincerità.
— Mi salvi! Mi salvi! Le voglio già bene... — Sul viso bianco e molle passa come una vampa; le candide ali della colombella hanno un fremito di timidezza pudibonda, mentre aggiunge con voce sommessa: — le vorrò ancora più bene!... Io non credevo di far male!... — La cara voce riacquista tutte le sue note più dolci, più soavi e penetranti. — Non ne ho parlato con lei... perchè, pure sentendomi attratta verso di lei da tanta, tanta confidenza... certe volte, perdo le parole, mi agghiaccio, provo dinanzi a lei una soggezione così forte e così strana! Ora sono tutta nelle sue mani, mi dò tutta a lei... e lei, conoscerà persino l'ultimo de' miei pensieri. — Posa la vaga testolina sul petto, proprio sul cuore del generale, ch'ella sente battere violentemente. — Qui! Sempre qui! Tutta qui! Dentro qui!... — Alza il capo, lo fissa con profonda mestizia. — Non l'amante, non è vero? Buono, generoso, ella non vorrà fare di me la sua amante, ma di più, di più, assai di più... Farà di me... io sarò la sua anima. Sempre qui, dentro qui, tutta. Io non so della vita; sono tanto giovine ancora, ma sento che la colpa non può essere gioia... La tenerezza, sì, invece, una grande gioia immensa, infinita. — La testina, sempre appoggiata sul petto del D'Entracques, chiude gli occhi un istante, poi li riapre, si scote per la prima, e domanda, tranquilla, vincendo l'estasi e la paura:
— Che cosa devo fare, dunque? Che cosa devo dire?
Il generale fa sedere Remigia sul canapè e siede a sua volta sopra una poltroncina in faccia, prendendole le mani e accarezzandole mentre parla.
— Stia ben attenta. Lei deve negare sempre, tutto! Con suo marito, specialmente, e con gli altri!
— Tutto! Tutto! — ripete Remigia, con entusiasmo e con convinzione.
— Cincino D'Ermoli, si ricordi bene, è stato raccomandato allo Staffa dalla sola Capodimare.
— È la verità!
— Il Berlendis non ha avuto da lei che un bigliettino insignificante di presentazione...
— Insignificantissimo! Due righe col lapis in fretta, mentre mi vestivo...
— Ignorando che si trattasse di speculazioni, di affari...
— Assolutamente!
— E per la sottoscrizione al papa-re, è stata ingannata; la sua buona fede è stata sorpresa dalla Capodimare!
— Sì, sì! Guendalina! Se vuol essere sincera, Guendalina stessa, non potrà dire di no!
— In quanto a noi e ai nostri giornali risponderemo all'Allarme vittoriosamente. Il caso del conte D'Ermoli, sarà dichiarato un vero e grosso granchio dei socialisti. Non sanno, — parbleu! — che c'è a Torino un vecchio e illustre professore, Giovanni Ermoli, che insegna elettro-fisica al Valentino? Era lui, è lui, la persona scelta per gli Stati Uniti!... Errore di nome! Comunicazione sbagliata da un impiegato e gonfiata dai reporters dell'opposizione!
Remigia approva e ammira, mentre il generale continua, sempre accarezzandole la mano e sorridendo:
— In politica, la verità, non è mai una sola, ma sono sempre due: quella del governo e quella dell'opposizione. La proposta Italo-Svizzera? Si presentava bene, vantaggiosa per l'erario e la si è presa in esame. Invece, vantaggiosa non è? È un carrozzino bell'e buono?... E noi stessi lo faremo ribaltare al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e sarà provato che non furono i cento occhi d'Argo dell'Allarme a fiutare il tiro. Il Ministero ci ha visto subito chiaro, pel primo!...
La giovane signora sembra ravvivarsi.
— Allora... Siamo salvi!
— Certo! Si trova sempre rimedio a tutto; purchè ci lascino in piedi il tempo necessario!
— Ah, mio Dio! Mio Dio!... Ho una gran paura di Giacomo!
— Un po' di coraggio al primo incontro, poi adesso ella sa che cosa deve dire e come deve difendersi.
— Più! Più! — Remigia guarda il D'Entracques e sorride con grazia infantile. — Non farò più nemmeno un passo, senza dirlo prima a lei. Mi tenga legata, stretta stretta, con un filo invisibile...
In questo punto, entra la Carfo quietamente nel salotto. Ella si mostra all'aspetto calma e tranquilla, mentre dice con voce leggermente alterata:
— Viene il signor D'Orea. Sale le scale in fretta. Non ha voluto aspettare il lift.
Remigia e il D'Entracques si alzano simultaneamente, tutti e due impallidendo. Poi, come la Carfo siede al tavolino riprendendo il suo ricamo, siedono di nuovo anche il generale e Remigia: Remigia raccomandandosi con gli occhi, e il generale, con gli occhi, infondendole coraggio.
Sembra lunghissimo il tempo nel silenzio, nell'ansia, nell'attesa... Finalmente si sente camminare nel corridoio... I passi si avvicinano, si fermano all'uscio... Ma non è Giacomo D'Orea, è il sorridente Gaudenzio che si presenta con un leggero e goffo inchino:
— Il signor Giacomo, chiama la signora Remigia, un momento... di là!
Sparisce subito, perchè di Sua Eccellenza il ministro della Guerra, il mite vecchietto ha un sacro terrore.
— Vada, donna Remigia. Subito. — Il D'Entracques, calmo, sereno, le infonde sicurezza con una forte stretta di mano.
— Oh Mimì! la mia Mimì! — Remigia sente di voler un gran bene a Mimì, in quel momento, e le stende le braccia tremanti. La Carfo l'abbraccia stretta, la bacia appassionatamente e ripete ella stessa con la calma del generale: — Va!
Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le infonde audacia:
— Mi hai fatto chiamare, gioia?
Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira getta odio.
— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là, non uscirai di là, mai più!
Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di odio:
— Perchè?...
A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel petto vuoto.
— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così, vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, — vivaddio, ho paura di ammazzarti!
Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:
— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè, appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza, qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo... e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo dell'Allarme. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di crederle... appunto perchè? Perchè mi odii!
— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. — È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa... pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com... comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...
Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:
— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza? Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha esagerato e inventato l'Allarme, che forma il mio delitto! È quello che ha esagerato il Corriere... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia sorella... ancora, sempre!
Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle.
Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio, la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella! Allora come oggi, sempre tua sorella!
— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di saliva.
— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei, vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria, amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore, l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che ha scritto l'Allarme! te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro, il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col... colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione, è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore, tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La tua virtù, fa crepare gli altri!...
Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa, più rotta, più convulsa:
— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete! Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo, non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione! Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa, troppo innocente per avere rimorsi!
— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!... È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!... Bada... Chiamo!...
Giacomo non la vede più, non vede più niente, i suoi occhi smarriti vagano lontano...
— La tua virtù! La tua virtù!... Dove passa la tua virtù passa il dolore... È un gelo di dolore e di morte la tua virtù!... Che cosa ti aveva fatto missis Britton!... E non lo ami il D'Entracques perchè tu non amerai mai nessuno, fingendo di voler bene a tutti, uomini e bestie! Tu ridi, scherzi, spari i fuochi artificiali de' tuoi occhi e dei tuoi sorrisi col D'Entracques e spezzi il cuore a una povera donna! Tu resti virtuosa!... E quella povera donna, dopo aver tutto sacrificato a lui, e dopo tanti anni di amore resterà sola, infelice, con la vita infranta! — Ti fa meraviglia che io sappia questo?... Io so tutto! Io vedo tutto! E anche dentro di te! Sì, per questo devi aver paura, hai ragione di aver paura! E vedo nel tuo cuore candido... e freddo come il ghiaccio! Vedo nella tua anima vuota... deserta... — La mano si rallenta, Remigia riesce a sciogliersi, ma resta lì a guardarlo immota, tanto è sfigurato. Egli balbetta più forte: — Per que... questo... ti o... dio... per... perchè ti conosco, ti co... nosco... Sei perfida... per... per... per... — Fa uno sforzo: non riesce a ripetere la parola, straluna gli occhi, gira su sè stesso e stramazza di peso per terra, privo di coscienza, di moto, di senso.
— Mimì! Mimì!
Remigia corre fuori dalla stanza, corre per il corridoio, gridando con voce forte, disperata, che si ripercuote in tutto l'albergo:
— Mimì! Mimì! Mimì!
XV.
Secondo i giornali favorevoli al ministero, Sua Eccellenza D'Orea non ha avuto che un breve deliquio, per eccesso di fatica, di lavoro, un'indisposizione, prontamente superata. «Fra un paio di giorni, l'illustre uomo sarà di nuovo al Ministero, e intanto, anche riguardato nel suo appartamento, continua con la consueta alacrità nel disbrigo degli affari più urgenti».
Per i giornali dell'opposizione, invece, per i socialisti ed i repubblicani, l'onorevole D'Orea è stato colpito da un insulto apoplettico. «Caso gravissimo, disperato: perduta la parola; tutta la parte destra del corpo, paralizzata».
Questo grave avvenimento, serve tuttavia a distrarre l'attenzione del pubblico dall'articolo dell'Allarme. Nessun altro giornale lo commenta, lo riporta: l'Allarme stesso riconosce l'attacco ormai intempestivo e non vi insiste più. Succede, al contrario, un cambiamento di giudizi, curiosissimo. A poco a poco, l'onorevole D'Orea, dato addirittura come spacciato, — è — anzi era, — per i giornali dell'opposizione, «l'unica forza, la bandiera e il timone del ministero, che per la scomparsa di un tal uomo dovrà fatalmente e inesorabilmente cadere sfasciato, tra le secche dei rimpasti». A poco a poco, per i giornali ufficiosi, il deputato di Pontereno e il ministro dei Lavori Pubblici diventano un uomo e un portafoglio di secondaria importanza. Anzi, qualcuno, arriva addirittura a far capire che «allontanandosi il D'Orea, elemento forse troppo conservatore per la fisonomia del ministero attuale, questo avrebbe potuto muovere più spedito e più agile verso tutte quelle riforme tributarie e sociali reclamate dal paese».
Remigia, intanto, legge tutti i giornali col signor Zaccarella, va sulle furie e in convulsioni. Più che contro i giornali avversi, — vanno per la loro strada! — grida e si arrabbia contro i giornali «falsi amici», i venduti, che odorano il vento dell'opportunismo, pronti alla defezione e al tramonto! Ma sfogatasi col signor Zaccarella due volte al giorno, al mattino e alla sera, — i giornali del pomeriggio non hanno una grande importanza, — ella si mostra serena, sicura, dà tutti gli ordini e fa preparare vestiti e cappellini per le feste di Napoli, della Spezia, di Venezia, alle quali assisterà col suo Jack, tesöro.
Dall'Albergo di Roma parte la parola d'ordine e tutti la mettono in giro, — la Capodimare, i della Gancia, il Paparigopulos e anche il D'Entracques, — Giacomo D'Orea sta bene. È per l'ostinazione di sua moglie che aspetta ancora un paio di giorni, prima di farsi vedere al ministero!
In quanto al signor Zaccarella, premesso che Sua Eccellenza D'Orea ormai sta benissimo e lavora tutto il giorno con i segretari, nel suo gabinetto, torce le labbra con supremo disprezzo pronunziando il nome del socialista dottor Davos e sentenzia: — per sbarazzarsi dei propri nemici, non c'è di meglio che fare... il dottore. — Poi, dopo aver riso compiacendosi del proprio spirito, torna grave, impettito, e si batte tre volte, con le dita raggruppate della mano sullo stomaco:
— In-di-gestione. Sua Eccellenza è ghiottissimo delle fragole alla panna. Una semplice indigestione.
In una cosa sola l'autorità del dottor Davos è riconosciuta e rispettata: nella prescrizione che Sua Eccellenza D'Orea, tranne i segretari, non debba nè ricevere, nè veder nessuno... ancora per un paio di giorni.
Donna Remigia stessa fa osservare scrupolosamente la consegna, ripetendo a tutti:
— Non ci lascio entrare in camera nemmeno Mimì! Io stessa, mi sacrifico e ci vado pochissimo. Lavora anche troppo co' suoi segretari «per il disbrigo degli affari» senza affaticarlo di più inutilmente.
Il «disbrigo degli affari» è una frase fatta che oramai donna Remigia va ripetendo cento volte al giorno!
Ella pure è in grandi faccende, e avrebbe bisogno di segretari se non avesse il signor Zaccarella che fa per dieci.
Il salotto dell'albergo di Roma è diventato quasi l'anticamera del ministero dei Lavori Pubblici e il signor Zaccarella dà udienza, risponde alle lettere che chiedono notizie, riceve personaggi, manda il bollettino ai giornali, ed è lui stesso che stende il telegramma della signora duchessa, in risposta a quello di Sua Maestà, che si congratula per il «sicuro miglioramento» e rinnova i voti «per la pronta completa guarigione».
«Commossa, riconoscente interessamento Maestà Vostra salute mio amato consorte, onoromi confermare alla Maestà Vostra condizioni sempre migliori. Voglia gradire Vostra Maestà profonda gratitudine, ossequi devoti, ecc. ecc...»
Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza D'Orea.
Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia.
— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un conforto, diventi un peso!
Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, mon Dieu! — s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...
Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera ministressa.
— A Roma, missis?... Come mai?
— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado all'Abetone. Ne ho abbastanza della Svizzera e della Tête-pointue! — Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.
— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre malissimo?... Ne sono desolata.
— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta le spalle e se ne va furiosa.
— Vecchia arpia!
A mammà ha sempre scritto e fatto telegrafare ottime notizie, tenendola in guardia, — l'espressione è del signor Zaccarella, — contro le informazioni pessimiste di fonte avversaria. Ma con tutto ciò, alla fine del terzo o del quarto paio di giorni, che occorrevano a Giacomo per rinfrancarsi pienamente e tornare al ministero, la duchessa Cristina e il principe Rosalino arrivano, senza nessun preavviso, all'Albergo di Roma. Si presentano all'Idola inquieti, ansiosi, con le lacrime agli occhi: ma l'Idola, più sorpresa e contrariata, che soddisfatta, li accoglie di malumore.
— Perchè non avete scritto o telegrafato? Sapete che io non amo le improvvisate!
Ma ormai sono lì, non può mandarli via e bisogna continuare nella solita commedia dell'indisposizione passeggera, e mentre Remigia abbraccia la mammà cara e lo zio Rosalì tesöro, il signor Zaccarella continua gravemente a battersi il petto con le dita raggruppate:
— Scherzi dello stomaco!... Le fragole con la panna!... Indigeste quanto mai!
Poco dopo, la duchessa e il principe, entrati all'albergo con la faccia costernata, ne escono in carrozza scoperta insieme all'Idola e si mostrano ilari e contentissimi. Non hanno ancora potuto vedere il caro Giacomo, occupato co' suoi segretari «nel disbrigo degli affari più urgenti», ma sono felici delle ottime notizie avute.
— Proprio vero, — sentenzia il principe di Sant'Enodio: — se vuoi sapere, vai; se non vuoi sapere, manda!
Egli saluta affabilmente dalla carrozza con le scappellate, con i cenni della mano. È sempre cortese, ha sempre il sorriso sulle labbra e il complimento opportuno, eppure soffre tanto per il suo figliuolo, lontano.
— Mah! Gli eccessi dello sport!... la pipa!... Ostinato! Caparbio!... — Egli ha finito anche per crederlo, a forza di ripeterlo. E... chi sa?... Finisce quasi per crederlo anche il povero Totò, ammalato, morente in mezzo al mare, sotto quel sole che lo abbrucia senza riuscire a riscaldarlo!
Remigia, dalla carrozza, mostra alla folla del corso, tutta la grande gioia di essere con la sua mammà. Saluta espansiva e gaia, e fa il nome alla duchessa Cristina delle signore più alla moda e dei personaggi più importanti. A un tratto si oscura in viso:
— Non guardate a destra! C'è quel cretino odioso di Luciano! Non bisogna più salutarlo! Ha inventato tante cattiverie! Che Giacomo è gravemente ammalato! Che ha fatto un colpo!
— Che uomo!...
— Che essere!
Remigia comincia a difendere sua sorella.
— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!
— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti simpaticoni!
Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia, il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.
Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos, — assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».