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La moglie di Sua Eccellenza

PARTE PRIMA.

Reading edition

I.

Piove. Il biondo e rubicondo signor Trüb, seniore, il socio gerente della Tête-pointue a Villars-Ollon, attraversa frettoloso, con i soliti inchini, sgambetti e saltetti, l'atrio oscuro e basso dell'albergo, in quell'ora mattutina già brulicante di forestieri; si ferma sul portone, alza gli occhi verso il cielo bigio... poi si avanza fin a mezzo all'alta terrazza, stendendo le mani aperte: piove.

— Tempo ladro!

Il signor Trüb si tira giù con due dita e si ferma sul naso gli occhiali d'oro, che porta in mezzo alla fronte, e continua, borbottando, le osservazioni meteorologiche.

— Acqua!... Presto!... A catinelle!

Infatti le tre punte della Dent du Midi sono coperte da un'enorme cappa di piombo e il dorso della grande montagna nera e rocciosa è sparso, qua e là, di bianchi nuvoloni che si rincorrono spinti dal vento, si allungano, si assottigliano, sembrano quasi dileguarsi; ma poi ritornano e si riallacciano accavallandosi, più densi e più gonfi.

— Tempo ladro! Ti domandavo un po' di sole, soltanto per oggi e per domani!

Il largo piano della valle sottostante, attraversato dalla striscia torbida del Rodano, i bianchi villaggi delle due rive, i Châlets disseminati sul pendio dei monti raggruppati lungo la curva delle colline, tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così vario e così colorito, sparisce a mano a mano sotto la nebbia fumicosa che si avanza e si diffonde, mentre le prime gocce cominciano a crepitare qua e là sulla terrazza.

— Non ti domando, Giove cane, altro che un po' di sole oggi e domani! Per rimpolpettarmi le ossa! Una grande famiglia di prim'ordine! Otto signori e dieci persone di servizio!

L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra: buio; ancora più buio!

— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago, ce n'è per una settimana!

Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi, la faccia del signor Trüb si rischiara.

È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera d'angolo con salotto; — il barone Marco Danova.

— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor barone!

Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria d'Egitto a furia di rubare milioni ha perduto persino la pronunzia, non risponde ai profondi salamelecchi. È furente: il naso adunco sembra un becco minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta barbetta nera — troppo nera! — non è più giallo, ma verde.

— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!... Non vedete? Piove! — Il terribile barone aggrotta le ciglia fissando il povero albergatore e incrocia le braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove, sì o no?

— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride amabile e rimane curvo a mezzo inchino. — Quattro goccettine, ma non fa niente!

— Come «non fa niente?»

— Voglio dire, signor barone, una piccola burraschet...tina di passaggio! Domani...

L'egizio venezian diventa ancora più verde.

— Domani? È una settimana che dite sempre domani, e diventa persino una indecenza! Diciotto ore di ferrovia da Milano, cinque ore di carrozza e salire mille trecento metri... per annegare!

Il rubicondo Trüb, all'uscita tanto arguta del briosissimo signor barone, dà in una risata formidabile, rialzandosi gli occhiali sulla fronte.

— C'è poco da ridere! C'è da fare le valige e scappare, magari in barca!

L'albergatore si caccia le mani, disperato, nei capelli folti e crespi.

— Partire? Adesso? Quando comincia il bel tempo?

— Comincia? — La voce del signor barone sembra un ruggito e un grugnito. — Comincia?

— È... è la coda! È la fine! Tutte le previsioni sono più che favorevolissime! Il barometro si alza! La corda del lift è molle, molle, molle...

— Finitela! Non avete mai detto una volta che la corda è dura, e piove sempre!

— Si persuada, signor barone! E poi... Senta, signor barone: le voglio dire una cosa sola. Se non la smette questo Giove cane, sarebbe un assassinio! No! No! Impossibile! Io sono sempre stato fortunato e porto fortuna ai miei forestieri! Anche l'anno scorso...

— Avanti, avanti! Che cosa devo sentire?

— Ho ricevuto stamattina un telegramma... Devo averlo qui! — L'albergatore lo cerca, ma non lo trova. — Si tratta di una grande famiglia italiana! Un mazzetto, proprio chic, di signore giovani, bellissime.

Il naso-becco del barone Danova ha una vampa e un tremolìo. Di signore giovani e belle egli aveva già notata e deplorata la mancanza alla Tête-pointue. L'altro, continua imperturbabile:

— Prenderebbero tutto il grande appartamento della balconata, al primo piano, con due balconi, e un altro appartamento al secondo. Otto signori e dieci servitori che mi riempirebbero appunto anche il terzo e quarto piano! — Sette od ottocento franchi al giorno! Capirà, signor barone, se piove oggi o domani, quando la comitiva è a Bex, invece di scendere dal treno, tira diritto! Garantisco, garantisco io: per domani una splendida giornata!... Vede? Vede? Si volti! Guardi le punte dei Diablerets: cominciano a scoprirsi!

— Non bisogna guardare la Dent du Midi?

— La sera; ma la mattina il grande oroscopo, infallibile... sono i Diablerets.

Marco Danova rimane scosso da tanta sicurezza.

— Allora, finalmente, potrò fare questa famosa gita al Chamossaire?

— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al minimo dubbio. — Lei, signor barone, vada tranquillo a fare la sua brava colazione e per domani penso io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle sei e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel sole... di prim'ordine!

La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo è sempre, anche quando ci si è abituati, uno dei pochi godimenti che offra la montagna quando piove. Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo aver raccomandato al signor Trüb che il mulo sia tranquillo e la guida sicura, se ne va con passo quasi automatico, alzando una dopo l'altra le gambette ad arco e dondolandosi, tutto pancetta.

La nebbia, continua a salire a salire, a correre, ad addensarsi più rapidamente. Ad un tratto, un raggio di sole pallido, obliquo, attraversa e rompe il fitto tendone: appare in una tinta giallastra la curva di una collina... poi la punta di una roccia e subito un rovescione, con una raffica di vento così impetuosa che porta il signor Trüb, come di volo, dentro l'albergo.

Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno paura del temporale: si chiudono le finestre, si accende la luce elettrica. Il signor Trüb, mogio, mogio, sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi nel bureau! Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si asciuga con il fazzoletto le mani e l'abito, ecco quella strega verde e brontolona di missis Eyre:

— Bella ciornata, signor Trüb!

Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza balcone, — riceve un inchino, niente più del necessario.

— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza ancora da guardare...

Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia ad aprire, a sfogliare le lettere che vi sono ammucchiate.

Missis Eyre, tien duro.

— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da Aigle o da Bex?

— Vedremo. Secondo... il tempo.

— Vedere?... Piove che Dio la manda! Che cosa volete vedere? Il Diluvio universale?

— Che diluvio? Domani, sole! Garantito!

— Cià. A Villars sempre così. Piove oggi, e fa bel tempo... domani!

Brontola, brontola, ma a missis Eyre, poco importa della pioggia o del bel tempo. Ella, invece, vuol sapere se i D'Orea e i Moncavallo faranno la salita da Aigle, in carrozza, e con quanti landò, oppure da Bex in ferrovia elettrica, con un treno espresso, o con l'ordinario. Vuol sapere il numero delle persone di servizio, il numero dei bauli, e se i D'Orea e i Moncavallo pranzeranno à table d'hôte o al restaurant, a pensione o alla carta. Vuol sapere, se a quella grande «baraonda italiana» è stato fissato il solo appartamento del primo piano, oppure anche le camere disponibili del secondo. Vuol sapere, ed è questo che più le preme, se la «marmaglia del servidorame» sarà mandata su, al quarto piano, come è l'uso e la convenienza, oppure se quel vero oste esoso e volgare del signor Trüb matura nell'animo l'indelicatezza e la prepotenza di cacciarne una parte anche al terzo e persino... nel suo corridoio!

È tutto questo che la turba, che l'agita, che la tiene in ansia e in curiosità. Ed è così tutti i giorni e tutto l'anno: il suo divertimento, i suoi discorsi, le sue dispute, le sue scommesse, sempre lì! Chi arriva e chi parte dall'albergo. Il suo mondo, d'estate, è la Tête-pointue; d'autunno, Villa d'Este, sul lago di Como; d'inverno, l'hôtel-Royal a San Remo. E la sua occupazione costante di tutto l'anno e in tutti gli alberghi, è quella di far valere, per sè, tutti i diritti e i vantaggi che le accorda la pensione, e di far osservare agli altri, scrupolosamente, tutte le leggi e le prescrizioni e le interdizioni della sala di lettura, della sala di conversazione, della sala di musica e di ballo. Se appena appena missis Eyre vede accendere una sigaretta fuori dal fumatoio — subito pronto — manda un cameriere a farla spegnere. Se manca un giornale, per un momento, nella sala di lettura, si precipita dal portiere a gridare e a strepitare; se alle undici in punto il pianoforte non si ferma a mezzo della battuta, la mattina dopo, prima del caffè e latte, ecco tanto di reclamo «specificato» nella sala della direzione. Il grido della sua anima è uno e trino: proibito-defendu-verboten.

Che importa a missis Eyre della pioggia o del bel tempo?... Non fa mai una escursione perchè soffre «di giramento»; non va mai in carrozza per economia, non esce mai dall'albergo, certo per il timore che qualche «ineducatissimo» colga l'occasione per impadronirsi della sua poltroncina, del suo tavolino, del suo giornale o del suo solito posto al suo solito balcone della veranda. Acqua o sole... non ne prende mai. Missis Eyre si gode il lago, il mare, la montagna, sempre dalla finestra!

— L'autunno scorso, a Villa d'Este, per soli quindici ciorni, quella gente aveva portato cinquantotto bauli! Non si poteva più camminare nel corridoio! Tutto pieno!

Il signor Trüb, non potendo liberarsi della vecchia, pensa di ottenerne, almeno, qualche utile informazione.

— Gente... che spende?

— Gente disordinata! Confusione, gridamento, rivoluzione! Portieri, camerieri, giornali, biliardo, pianoforte, tennis, tutto per loro! I forestieri s'indispettiscono e partono!

Il signor Trüb non s'inquieta:

— Grande famiglia?... Titolata?

— I Moncavallo sono di Napoli! Funiculì-Funiculà! Molti titoli: duchi, principi, marchesi, ma niente capitali. I D'Orea sono di Bologna. Molti capitali, ma niente titoli. Molini e mortadella. Una Moncavallo, bellissima, ha sposato il cavalier Luciano D'Orea che spende tesori per la Fanfan Trécoeur, la celebre canzonettista delle Folies Parisiennes, dalle gambe irresistibili! Ve la farò vedere.

— È qui?...

— No. Vi farò vedere la cartolina. Adesso la Fanfan vuol andare in Italia a studiare. Vuol far carriera. Vuol arrivare alla Scala di Milano! Ha però, di buono, che è tisica. Per questo i Moncavallo, vivono in speranze e intanto... — pazienza e tutti cito — come dicevano a Villa d'Este!

Suonano le dieci, l'ora della posta. Missis Eyre si alza: deve andare per essere la prima ad impadronirsi del Times.

— E la carovana della servitù? Avrete posto per tutti, al quarto piano?

L'albergatore capisce l'antifona, ma non si sgomenta.

— All'occorrenza ci sono molte camere libere anche al terzo!

Ecco! Proprio vero! Quell'oste esoso e spilorcio, non ha nessun ritegno!

— Spero bene, che in questo caso, ci saranno ordini severissimi. Niente chiasso nel corridoio!

— Non dubiti.

— Proibitissimo alla mattina di pulire i panni e alla sera di farvi conversazione! Siamo intesi.

— Non dubiti.

L'aristocratica missis non è tranquilla. Si avvia verso l'uscio con le ciglia aggrottate, poi si ferma e si volta dura, diritta, come un palo.

— Oggi è giovedì?

— Oggi... è giovedì.

— Favoritemi carta e busta.

— A lei!

— Vado a scrivere al colonnello, a mio marito. La lettera impostata il giovedì, trova le coincidenze e arriva a Calcutta in soli venti ciorni. Adesso si fa presto!

Il colonnello Eyre ha percorsa tutta la sua lunga carriera, rimanendo sempre alla distanza... di una ventina di giorni da sua moglie. In quanto a missis Eyre, che gli è sempre stata fedele, senza nemmeno accorgersene, richiama l'immagine del consorte guerriero quando solo la crede necessaria per far ben valere la propria autorità.

— Ricordarsi anche questo, signor Trüb! Non voglio sentire odor di sigaro. Buon ciorno!

— Buon giorno.

Ma, ancora, non è l'ultimo saluto. Si ferma sulla soglia:

— Altra cosa. A Villa d'Este quella.. compagnia di gente, aveva due cani, orribili, che entravano da per tutto, correndo, saltando, abbaiando, facendo la ciostra. Qui, tener cani, proibitissimo!

Missis Eyre, volendo dar più forza al comando, sbatte l'uscio con violenza e se ne va impettita, alla militare, come il consorte colonnello.

— Al diavolo, carcassa ruminante! Pensione di favore, mai un extra e tutte le pretese!

Va, sbuffando, alla finestra: non ci si vede un palmo di là dal naso! Acqua, acqua, un'acqua fitta che vien giù a dirotto, ma senza vento.

— Due giorni così, e non ho più che la vecchia nell'albergo.

Driiin!

Il signor Trüb è chiamato al telefono: comunicazione con Bex.

— Pronti!

.... — Domandano da Bex, se su, a Villars, piove.

— Va rischiarandosi!... Sì!... Avremo bellissimo tempo!... Garantisco!... Con chi parlo?

.... Gli vien risposto un nome che subito non ricorda:

— Zaccarella?... Chi è questo Zaccarella?

— Avete detto Zaccarella?... Va bene; ho capito!... Sì!... Avete già scritto per fissare le camere?

.... La risposta è tale che il signor Trüb fa un saltetto di gioia.

Sono loro! Sono a Bex! Sono fermi a Bex per salire a Villars! Zaccarella è il corriere, il maggiordomo o il... procuratore della grande famiglia italiana!

Ormai ci sono, e non scappano più!

— Benissimo!... Sì! alle tre e cinquanta!... — Benissimo!... — Il signor Trüb, distrattamente, si è tirato gli occhiali sul naso per sentir meglio, la sua voce si è fatta più graziosa e, ascoltando e rispondendo, continua a fare inchini, come se lì, al posto del telefono, fossero schierati i Moncavallo e i D'Orea, tutti gli otto signori e i dieci servitori.

.... — Al restaurant?... — Benissimo!

.... — Alle sette?... — Benissimo! Grazie! Profondi rispetti! Grazie!

Driiin!

La comunicazione è tolta e il signor Trüb corre a sonare alla tabella dei campanelli elettrici, vicino alla scrivania. Chiama il segretario, il portiere, il direttore dell'albergo, il capo cameriere del restaurant e dà tutti gli ordini necessari, con grandi raccomandazioni e con un certo tono di solennità.

— Il pranzo alle sette. E rispondere che al quarto piano, non c'è più posto. Le persone di servizio, tutte al terzo. È assai più comodo per i padroni e si può far pagare doppia pensione. È gente che non bada a spendere! Sono due famiglie di primissimo ordine! Basta servirle bene!

Il biondo e rubicondo signor Trüb è gongolante. Egli s'infischia adesso del tempo ladro e anche delle saette! Ormai ci sono e non scappano più!

— Finchè piove vorranno certo fermarsi, per aspettare il sereno!

Nella veranda quasi deserta, missis Eyre, sdraiata sulla sua poltrona, nel vano del suo balcone, e col suo Times non ancora aperto sulle ginocchia, è beatamente assorta nella contemplazione dell'acqua che sbatte furiosamente e corre in grossi e spessi goccioloni lungo i cristalli:

— Diluvia! Diluvia!

Missis Eyre lo sa per esperienza, si sta veramente bene in un albergo, soltanto quando è mezzo vuoto, e persistendo l'orribile tempaccio, anche «la baraonda italiana» sarebbe passata da Bex senza fermarsi! Certissimo!

— Diluvia! Diluvia!

II.

— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre?

— Con la pioggia e col vento?

— Tutto il giorno fermi in stazione?

— Dio che noia! Ma c'è da morïre di noia!

— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano insieme varie voci infuriate.

Il signor Zaccarella non risponde; forse non può sentire. Lo si vede scalmanarsi in fondo alla tettoia, in mezzo al fracasso, tra i facchini e i servitori che hanno appena due minuti di fermata per trasportare tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio!

— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo si volta verso suo fratello, il principe Rosalino di Sant'Enodio, che vede sempre intento a studiare l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non si può partire più presto per Villars?

— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta la coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera sono fatti apposta dagli albergatori per far perdere le coincidenze!

— E colazione?

— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco di caffè?

— Hanno il coraggio di chiamarlo Le grand restaurant de la gare!

— È un orrore, zio Rosalì!

— È impossibile!

Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella. Questi fa cenno con la mano di aspettare, di aver pazienza.

— Vengo subito!

Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un ossesso.

— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?... Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette!

Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione mutria, sempre fermo e che non fiata!

Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il nécessaire di donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto, sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento, che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente, ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo... poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e deserta.

— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. — Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa!

— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato anche nella sua anima.

— Si fa colazione al grand hôtel de Bex! — risponde il signor Zaccarella. — Ho fissato due landò...

— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono adesso!... Dall'altra parte della stazione!

— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!

— Benissimo!

— Bravo!

Donna Maria Grazia si riscote con un brivido: quel freddo improvviso della burrasca in montagna l'ha intirizzita.

— Per me, non c'era niente a Losanna, signor Zaccarella?

— No, donna Maria.

— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di donna Maria non è alta, ma chiara: accarezza l'orecchio con una lenta cadenza musicale — È stato a vedere?

— No!..

— Subito! Faccia presto! Lucïano può aver già telefonato da Parïgi se arriverà da Bex o da Aigle!

Anche i due ï di Luciano e di Parigi sono accarezzanti dolcemente mentre vengono pronunziati. Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci del marito, — lettere egli non ne scrive mai, — sono più cagione di timore che di speranza.

— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna lasciare il nostro indirizzo di Villars!

— Non dubiti!

Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio telegrafico. Più della preghiera della signora, è il nome del padrone che lo fa correre.

— Per di qua, capitano!

Il signor Zaccarella, comandante onorario delle guardie forestali e campestri della nobile famiglia, è chiamato capitano, per adulazione, ma soltanto dai servitori.

— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano!

Il capitano continua a correre, sparisce in fondo alla stazione, e ritorna in un attimo.

— Niente! Non c'è niente, donna Maria!

— E per me? E per me? — domandano gli altri in una volta.

— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il signor Zaccarella, prende un tono risoluto, da vero capitano. Quando c'è fretta, non fa complimenti.

— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno, preciso! Nei due landò c'è posto per le signore, il signor principe, il marchesino e mademoiselle! Io e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori, tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare più di sessanta colli e tutto il piccolo bagaglio a mano, senza nessuno!

— Bravo! Benissimo!

— Ha fatto benissimo!

Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa, per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea.

La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre, Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati, finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, — risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi regale.

— E Remigia?... Dov'è?

— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto.

— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.

— Totò! Mademoiselle! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? — Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza.

— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde come il babbo, ma con più flemma.

È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente sbarbato come i servitori. In knickerbockers color nocciuola, fermo, impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di essere scambiato per un inglese puro sangue.

— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto la signora che era stata chiamata mademoiselle da donna Maria. — È andata con la contessina Mimì a dar da bere a Din e a Don.

I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella d'argento, si chiamano così: l'uno Din e l'altro Don: Din-Don.

— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.

— Idola! Idola mia! Fa presto!

— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!

— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè. — Io resto qui!

— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.

— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!

— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!

Din e Don, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo salti e capriole per poter salire.

— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele sull'omnibus!

Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da Din e Don.

— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori restano con me!

La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia, sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli, delicatamente.

Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po' di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e con un alpenstok lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di edelweis e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.

— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai più appetito a colazione!

— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne, trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade, villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!... Mimì! Mimì! Vieni, sì o no?

— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i plaids, in cerca degli impermeabili e delle calosce.

— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?

Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire che prende parte all'impresa.

Mademoiselle è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a cercare impermeabile e soprascarpe.

— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha i piedi nella mota.

Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:

— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è pericolo!

— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla finita.

— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda l'ombrello! In carrozza e andiamo!

La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare, a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: — quella piccola è tutto un capriccio!

In quanto a Totò, a Mimì e a mademoiselle, qualsiasi raccomandazione è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di Remigia. A loro non è permesso di dire la piccola. Non è permesso nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po' per forza, ella sa tenerli legati alla catena come Din e Don. Per amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò; per forza, mademoiselle. Sapeva che già erano state cambiate tre governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la terza... antipatica. Mademoiselle Jenny, per non perdere il posto... sommissione e sempre in ammirazione!

— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!

— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei, possibilmente!

— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando, capitano!

Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione militare, con l'alpenstok a mo' di fucile e la mano al cappello.

— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto, incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa, fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo! E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina, non c'è verso di poterla spuntare!

— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per Din e Don: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente, una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da «quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!

— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati. — A me non fai paura, perchè ti conosco bene!

Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti: lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio. L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.

— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie, comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia d'inchiostro... e un bicchiere di champagne!

— Don Luciano ha ragione!

Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.

La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne dimostra quindici!

Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre, quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè piccolo, nè biondo, nè prepotente.

III.

Al Grand hôtel di Bex, la colazione, ordinata per le dodici, non è ancora pronta alle dodici e mezzo. Si comincia con un brodetto cosparso di qualche lacrima insipida; un altro quarto d'ora d'aspetto, e finalmente, accolto con viva gioia, ecco l'apparizione di un bel rosbiffe, rosolato e fumante.

Ma, subito, un nuovo incidente e un nuovo ritardo. Il principe di Sant'Enodio e il signor Zaccarella hanno appena il tempo di emettere un lungo — ah! — di soddisfazione, che già echeggia nel corridoio un festante latrato, e Din e Don, come due saette, sciolti dalla catenella e inzuppati d'acqua e di mota, precipitano nella sala, saltano sulle ginocchia, sulle sedie, persino sulla tavola, ormai fatti indocili e indomabili dalla fame e dall'odore del bove arrosto.

L'Idola è di ritorno con tutta la sua corte. Grande gioia della madre, gioia più tranquilla dello zio, un sorriso di Maria Grazia e fremiti d'ira a stento frenati dal povero Zaccarella, che deve alzarsi, cambiar di seggiola, fare cerimonie, dare nuovi ordini, e quindi sospendere il pasto, proprio nel momento di incominciarlo!

— I cani!... Giù! Giù! Fuori i cani! Fuori!

Il signor Zaccarella non può sfogarsi nemmeno contro i cani! La contessina Mimì ha preso Din per il collarino, mademoiselle ha pigliato Don, le cameriere portano spugne, asciugamani, spazzole, pettini, acqua di Colonia e incomincia la toeletta.

— Zio Rosalì, amore, dammi una fetta di rosbiff! Anzi, due grandi! — Remigia è già seduta a tavola.

— Prima una tazza di consumé!... Prendi una tazza di consumé, Idola!

— Ma che! Ma che! Figurati! Ho fame di rosbiffe!... Mi dà le patate signor Zaccarella? Maria, gioia, dammi la senape! — Tutti la servono e l'Idola divora. — Ho una fame, mammà! Una fame! Una fame!

— Brava!... Così, vedi, mi fai contenta, felice!... Per altro, anche una tazza di brodo ben caldo!... — Ogni boccone che ingolla la figliuola è un raggio di gioia negli occhi materni!

— Squisito!... Eccellente, questo rosbiffe! Non è vero, Totò?

Totò, che pure non ha perduto tempo, è seduto accanto a papà, e dinanzi a quel roastbeef si sente inglese più che mai. Annuisce con un cenno dignitoso del capo.

— Bravo Totò, il britanno! Signor Zaccarella, ancora patatine! Mimì! Mademoiselle! Asciugate bene bene e fregate forte forte! Povero Din e povero Don!... Che non prendano la tosse!... Tesöri!... O mammà! Che bellezza vederli a nuotare!

— Adagio, mangia adagio, non così in fretta, cara! Sei stata buona a ritornar presto! Non hai preso freddo, spero. Non ti sei bagnata?

— Ma che! È un'innondazione artificiale!... Tutto in Isvizzera si fa artificialmente! L'innondazione, come il ghiaccio del Rodano con la grotta azzurra! Pur di mungere le borse al misero viandante! Esempio: io, Mimì, Totò, non abbiamo più un soldo! Signor Zaccarella gentile e buono, ancora un po' di senape! Grazie.

— Come? Non ti sei divertita, Idola mia? — La madre è adesso inquieta per un altro verso.

— No. Non c'era niente di bello da vedere! Un mare?... Che! Un lago morto; non è vero, Totò? Un lago caffè-latte, dal quale non spuntavano qua e là, altro che le cime di qualche alberello, e più giù, mezzo campanile! Zio Rosalì, amore, leggi il menù, con alta e chiara voce!

— Poulard de Bress aux champignons.

— Benissimo! Bravo! Evviva i champignons! Sai, mammà? Un'innondazione senza innondati! A nuoto, soltanto Din e Don!... Brutta gentaglia sudicia; certi visi sparuti che frignano miseria per spillare quattrini! Ha finito mademoiselle? Allora faccia il favore, metta a Din il nastro giallo, e a Don il rosso!

Il signor Zaccarella, che ormai s'è calmato avendo calmato anche l'appetito, pensa lui perchè ci sia ancora da far colazione per la contessina Mimì Carfo, per mademoiselle Jenny, e anche per le due insopportabili bestiacce.

— Con tanto amore per i suoi tesori, duchessina Remigia, ella pensa alla loro toeletta, all'acqua di Colonia, al nastro giallo e al nastro rosso, ma se non ci fossi io... creperebbero di fame!

— Magnanimo capitano, grazie! Mi raccomando: zuppa soltanto, pochina e niente carne! Non posso soffrire che Din e Don diventino grassi! Odio la gente grassa!

Il signor Zaccarella, oltre ad avere la faccetta secca, gialla, da giovine vecchio, senza nemmeno un'ombra di peluria, è magro, più di un angolo in croce. Egli interpreta l'odio della duchessina contro i grassi, come un complimento a lui diretto e questa volta le perdona l'ironia del capitano.

— Sa fare, la piccola!

Il ritardo prima di mettersi a tavola, l'interruzione per l'improvvisa comparsa della duchessina, il caffè, il kirsch, poi di nuovo il thè... è venuta l'ora della partenza. In fatti i due soliti landò e l'omnibus aspettano già pronti dinanzi all'albergo, quando entra in sala il portiere con un telegramma.

— Luciano! — mormora sottovoce donna Maria prendendo il dispaccio. — Grazie.

Ella lo apre senza il più lieve sussulto, senza nemmeno un atto di curiosità. È sicura che non ci può essere per lei nessuna notizia gradevole e alle noie e alle contrarietà, ormai c'è tanto avvezza!

Legge, poi si rivolge alla madre:

— Andate voi soli a Villars. Io aspetto Luciano a Bex. — Dà il telegramma aperto al signor Zaccarella che, a sua volta, lo legge prima piano, poi ad alta voce.

— «Preso automobile». — La scusa della sua partenza improvvisa da Lucerna per Parigi, questa volta, era stata l'acquisto di un'automobile. — «Presa automobile. Una Mercedes-Janko. Tu aspettami a Bex col signor Zaccarella. Tua madre, famiglia, proseguano Villars. Saluti».

È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano, non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in faccia, o strapazza tutti.

Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e far presto per non perdere la corsa.

Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi.

— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio, — come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di tutti.

— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!

Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria, la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive nell'uomo del gran mondo.

— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o soave Maria, gratia plena: a marito che torna, ponti d'oro!

Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide. Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le spallucce dell'Idola.

— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia! — Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo, — ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.

— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è corsa dietro a Din e a Don, — i ghiottoni tanto disubbidienti! — Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si lasciano prendere per paura del castigo!

— Addio, gioia! Vieni presto a Villars!... Din!.. Diin!... Doon!... Qui! Subito qui!

Maria Grazia rimane sola, sul grande portone dell'albergo, a vederli partire. Anche il signor Zaccarella è andato alla stazione per i biglietti, per tutto quello che c'è da fare. Quando non vede più le due carrozze seguite dall'omnibus, ella rimane ancora lungamente ritta, immobile, gli occhi pensosi a guardare lungo la strada solitaria.

Che vuoto! Che vuoto! Dio! Dio! Che vuoto intorno a lei!

Il cielo è ancora fosco, tutto coperto; ma la pioggia è quasi cessata. Maria fa qualche passo macchinalmente: non piove più. Ella continua a camminare a caso, adagio adagio, assorta, distratta. Vede una chiesuola in fondo a un prato verde, circondato da un muricciuolo... è aperta; entra. La chiesa è deserta. Un solo lumicino acceso a' piè d'una Madonna posta sul piccolo altar maggiore, nudo, con il dorsale della tovaglietta ripiegato.

La giovane signora osserva quella Madonna scolpita goffamente nel legno e goffamente dipinta: eppure ne sente il mistico fascino e la soave poesia. La guarda... siede sulla prima panca, in fondo alla chiesa, e continua a guardarla... così, senza pregare.

Pregare? Che cosa avrebbe potuto chiedere? Nulla. Che cosa avrebbe potuto sperare? Nulla.

Maria continua a guardare, a fissare la rozza immagine della Madonna, sola con lei, in quel giorno, sola come lei, nella chiesa deserta; come lei, in quel momento, abbandonata da tutti.

— Povera e cara Madonnina di Bex! Povera, sì, molto povera quella Madonnina... e brutta!

Il manto azzurro e il vestito rosso di seta, sono miseri e stinti... Non ha corona quella regina dei cieli, non ha gioielli, non ha ornamenti...

Maria sospira: sente che si dilegua anche quel po' di conforto che le era penetrato nel cuore. Le sembra, che persino la rozza immagine di legno, ripeta a lei, così bella e così ricca, quelle parole fredde, terribili, che tutti le dicono, che tutti le sussurrano in famiglia, nel mondo, come un rimprovero e come un ammonimento, quelle parole che le tolgono persino il diritto di soffrire, e di piangere:

— Di che ti lamenti?.. No, tu non puoi lamentarti! Hai la ricchezza, il lusso, lo sfarzo; hai la gioventù e la bellezza. Basta una parola tua e ottieni tutto quello che vuoi. I milioni di tuo marito sono inesauribili e la sua cassa è sempre aperta! Se non ti basta e ti credi infelice, sei ingiusta e sei ingrata! Asciuga, asciuga le tue lacrime!

.... Sente, dietro di lei, un lieve suono di passi, il rumore di una seggiola appena smossa.

Ella non si volta nemmeno. Sa benissimo chi è entrato in chiesa. È il signor Zaccarella il quale ha l'ordine preciso, dal padrone, di non lasciarla mai, di sorvegliarla sempre, di riferire tutto ciò che fa.

IV.

Don Luciano, dopo il telegramma che annunzia il suo arrivo a Bex, non dà più segno di vita.

Passano vari giorni, Maria è sempre sola e aspetta rassegnata, inerte.

Il signor Zaccarella è assai più inquieto di lei.

Con donna Maria si mostra impassibile, impenetrabile e più che mai ligio agli ordini ricevuti, ma in cuor suo disapprova la condotta del padrone.

Col pretesto degli affari, guardandosi bene dal dirlo a donna Maria, egli ha già telegrafato a don Luciano, all'hôtel Bristol: niente, nessuna risposta.

— Che il padrone non sia più a Parigi?

Il signor Zaccarella, borbotta fra sè, scotendo il capo:

— Perchè mò condannare donna Maria in questo forno, a servire di pasto alle mosche o alle zanzare? Con poca fatica, soltanto con un altro telegramma, potrebbe mandarla a Villars a raggiungere sua madre e gli altri! E lui, messa a posto la moglie, padronissimo di fermarsi dietro strada a studiare il bel canto!

Certe volte il fido Zaccarella non ha il coraggio di guardare in faccia la signora. Si vergogna lui per don Luciano. Tuttavia, con gli altri, tien duro e lo difende a spada tratta, specie con la Nunziatina, che l'ha a morte con il padrone.

La Nunziatina, rimasta a Bex, non fa altro che brontolare tutto il giorno. Brontola per il caldo, brontola per le mosche.

In questi brontolamenti ha la sua parte anche la lontananza di Eduardiello, il bel servitorino di Totò.

— Che si fa, signora? Come si fa? Non c'è più roba, non c'è più biancheria! Se crede, io potrei fare una corsa fino a Villars? Prendo un paio di vestiti e tutto il resto che occorre!

— Aspettiamo... Aspettiamo ancora un giorno... Poi si vedrà.

Questa è la sola risposta che dà sempre donna Maria col suo tono dolcissimo, malinconico e la lenta cadenza musicale.

Anche su, a Villars, ci sono mosche; ma a Villars fa fresco e alla Tête-pointue i giorni volano allegramente. L'Idola si diverte, tutta la sua corte, quindi, si diverte e la madre è raggiante. Il principe Rosalino trova ottimo il cuoco, buono l'albergo e il clima delizioso. — Chi sta bene, dunque, non si muova! — E quella gente beata ha soltanto paura di muoversi! Però, sono tutti d'accordo in questo: nel fare sfoggio di grande saggezza per ripararvi sotto la cura gelosa del loro benessere e delle loro comodità. Cercano e trovano sempre in qualche proverbio, non solo la giustificazione, ma anzi il conforto dell'antico buon senso a non muoversi, a non disturbarsi. Il proverbio che corre in questi giorni a Villars-Ollon è prudentissimo: «Fra moglie e marito non ci va messo un dito». Non si telefona, dunque, non si telegrafa, non si scrive a Bex, altro che «saluti e tenerezze». Mai nessuna domanda intorno a Luciano, mai nessuna maraviglia, nessun commento, nessun rimprovero per quello strano procedere, mai nessuna parola che esprima a Maria il rammarico per la forzata lontananza, il dispiacere di saperla sola, laggiù, e sola in quel modo.

— Driiin!

È la madre che telefona.

— .... Sei tu Maria?... Come stai?... — Anche noi benino! L'Idola si diverte! Piace assai!.. — Anche a Bex fa caldo?... — Il signor Trüb assicura che adesso avremo bel tempo per tutto il mese! Addio, cara! Saluti e tenerezze, anche dallo zio Rosalì.

Un altro — Driiin! — e basta.

Ormai è più di una settimana che Maria è ferma a Bex, aspettando il marito; passa i giorni girando attorno all'albergo, sempre in vista dell'albergo. Luciano potrebbe capitare da un'ora all'altra e se sua moglie, per caso, non fosse lì pronta a riceverlo, guai, cascherebbe il mondo!

Il signor Zaccarella non ha più parole; la Nunziatina strepita.

Aspetta, aspetta, sono già due settimane che lo si aspetta... finalmente una sera, dopo le dieci, quando proprio nessuno ci pensa — téé-téé-téé — tuff-tuff-tuff — è don Luciano che arriva con la macchina sconquassata perchè vicino ad Aigle ha urtato contro un paracarro.

Don Luciano è furibondo. Appena messo piede a terra, nello sprazzo di luce elettrica, tutto bianco di polvere, con l'ampio regland di pelle e l'enorme berrettone, gesticolando, la voce rauca, sembra un orribile mostro della notte. Prima ancora di entrare nell'albergo, prima di salutare Maria, grida col povero chauffeur, che non ha nessuna colpa dell'accaduto e, sempre per la macchina, impartisce ordini sopra ordini, allo spaurito Zaccarella.

— Canaglia!

Con chi l'ha don Luciano?...

Forse con un vetturino, forse con un carrettiere incontrato lungo la strada e che non è stato pronto a cedere il passo. In ogni modo sono queste le prime parole che il marito rivolge alla moglie dandole appena la mano per salutarla. Poi nuove ire e brontolamenti, perchè non è arrivato un certo telegramma che aspetta. Trova, per conseguenza, l'albergo oscuro, le camere incomode, la cena cattiva, il servizio pessimo e in mezz'ora ha già strapazzato padrone, camerieri e portiere. Senza voler prendere il caffè — «in Isvizzera è veleno!» — entra nella sua camera, dove c'è Andrea, il servitore, con l'acqua calda e l'acqua fredda e chiude l'uscio in faccia a Maria.

Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può andare a letto?...

È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone. Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche cosa.

— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno.

— Allora... buona notte!

— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in punta di piedi, nel corridoio deserto e buio.

Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo, profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi, don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è rimasto altro che il cattivo umore.

Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo servizio telegrafico.

— C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!

Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di gelosia.

La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico, arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo, quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo chauffeur e di sua moglie: anche questa proprietà sua, roba sua.

Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare. Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso: è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante irresistibile, ma poco resistente!

Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del Mont Blanc, a Leysin.

Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza, da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende, l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli, dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli, Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare, sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol dire piedigrotto o piedigrotta.

Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi: parte in quel momento per Leysin.

Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi, poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro.

— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento.

E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi, quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il giorno!

Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che non ne possono più, proprio più!

Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile, squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile, vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo. Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente.

È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno!

Sa già che cosa le avrebbero risposto sua madre e lo zio Rosalì.

— Luciano, cara figliuola, non è cattivo; è soltanto geloso, e ciò, da un certo punto di vista, dovrebbe farti piacere: «Amore e gelosia nacquero insieme!» Non si può avere proprio tutto, tutto a questo mondo e tu sei fra le donne più invidiate e fortunate! Luciano, è vero, monta in collera facilmente, ma anche presto gli passa.

Presto no, ma sulla fine del pranzo, anche per merito di un Mumm cordon rouge squisito, gli passa anche quel giorno.

Con gli occhi lustri, annunzia al signor Zaccarella una prossima gita di un paio di giorni a Losanna e sorbendo il pessimo caffè, comincia a canterellare.

— La musica! L'arte del canto! Arte divina!

Forse a Luciano, nella sua vanità persino morbosa, non dispiace di lasciar trapelare anche a Maria, le proprie avventure galanti; certo, non si dà molta pena per nasconderle.

— L'arte del canto! Arte divina!

Luciano domanda a Maria, alla quale si prepara così un nuovo tormento, se da basso, nella sala, c'è un buon pianoforte.

— Credo...

— Andiamo a provare.

Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi. Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo di battaglia è l'aria, anzi il duetto della Traviata: «Un dì felice, eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!»

Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante, è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso, arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il benefico incanto.

«Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex».

«Après succès Joujou, éclantant, inoubliable, unanimement constaté, engagée pour créer le rôle de Germaine, dans Le corset envolé. Pour ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous mes regrets, tous mes adieux.

Fanfan».

Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti, arrischiando appena qualche domanda.

Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.

— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta, di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo, finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che inferno!

Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo, chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.

Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare a letto.

Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la sua famiglia!

Poi Luciano sospira, si dispera.

— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!

Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in lacrime. Sono lacrime vere.

Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne compassione e pietà.

V.

Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui, gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o dello zio: Luciano cambia subito discorso.

Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!

Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli altri abbiano potuto servirsi. La Traviata, s'intende, è messa da parte.

Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino, dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.

Che cosa mai è accaduto di nuovo?... Che cosa c'è di nuovo?

Donna Maria e il signor Zaccarella, cercano di indovinare, corrono direttamente, col pensiero, fino a Parigi. Ma s'ingannano tutti e due.

La cattiva luna spunta, questa volta, dalla parte di Bologna. Il primo a saperlo, s'intende, è sempre il fido Zaccarella, il quale, in tutta fretta, comunica l'importante notizia alla signora.

— A giorni, deve arrivare Sua Eccellenza.

— A Bex?

— A Bex, per venire con noi a Villars. Anche Sua Eccellenza ha scelto Villars per passarvi l'estate. Don Luciano — non c'è nessuno, ma il signor Zaccarella abbassa la voce — don Luciano avrà certo paura di qualche osservazione, di qualche contrasto... Ecco spiegato il suo cattivo umore!

— Già, sicuro! Ecco spiegato il suo cattivo umore! — ripete Maria com'un'eco. Ma in cuor suo, prova un senso di sollievo. Vede avvicinarsi qualche ora di tregua, se non di pace.

Giacomo D'Orea, — o Sua Eccellenza come lo chiama rispettosamente il signor Zaccarella, — è l'unico fratello di Luciano: fratello maggiore di una decina d'anni. È stato un po' il suo tutore, gli ha fatto un po' anche da padre. Ha cercato di educare Luciano con idee moderne, di abituarlo allo studio, al lavoro, di innamorarlo, di appassionarlo alle cose belle... inutilmente. Il ragazzo rompe il freno e gli scappa di mano prima del tempo. Niente studio, niente lavoro: le sole cose belle che lo innamorano sono le belle donne e lo appassionano quelle, specialmente, che costano molto.

Don Luciano, tuttavia, anche diventato uomo e libero di sè, ha sempre un certo timore di suo fratello. Se non per amore, per forza, lo sopporta e lo rispetta.

Giacomo, in fatti, è per tutti, ed anche per Luciano il capo visibile ed invisibile della grande Casa.

Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare, procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa. Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi non valgono un dollaro e nemmeno un penny, se nella fatica angosciosa di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e di salute, che occorre per saperli godere.

Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo, tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.

Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e degli altri.

Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature, in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il paese.

Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».

Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare, di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre, di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e dell'arrivismo che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.

Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.

Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, — anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il don sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride, specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta, ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna, perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!

A proposito di quel «don» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:

— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in camera da letto, quel piccolo don e lo ha tenuto per sè!

Giacomo, del resto, s'è opposto quanto ha potuto al matrimonio di Luciano con la duchessina Moncavallo.

— Troppa nobiltà, troppa diversità di razza e troppo fumo! E poi Luciano, ancora, non è maturo per il matrimonio!

Ma non c'è stato verso! A quell'altro, il fumo è andato alla testa. Tutti quei titoli, quei palazzi, quei castelli dei quali si vedono le dorature e i merli, e non si vedono le ipoteche, fomentano la sua vanità, la sua superbia, mentre il suo capriccio, la sua passione per Maria diventa tanto più furibonda quanto più sorgono e si frappongono ostacoli.

Le nozze Moncavallo D'Orea sono alla fine concluse, celebrate e Giacomo, da uomo savio e pratico, accetta cordialmente il fatto compiuto. Il patrimonio dei Moncavallo e dei Sant'Edodio, che fa le crepe da ogni parte, è assai vicino alla rovina; Giacomo ne assume direttamente l'amministrazione. Un'amministrazione che finisce per risolversi in un'abile, opportuna ed anche generosa liquidazione, perchè Giacomo, pur di salvare il decoro dei parenti di Luciano, ci rimette, volentieri, anche del proprio.

I milioni di casa D'Orea sono molti: quasi non si contano più! Ce n'è per tutti, in abbondanza... ed anche per i continui capricci di Luciano! Per i capricci, per altro: purchè rimangano soltanto capricci, se non del tutto scusabili, almeno perdonabili. Ma, adagio! Oltre certi limiti non si deve andare. Giacomo è buono una volta, e buono per dieci, ma due volte buono, no. Chiudere un occhio, sta bene, e vista l'indole di Luciano, chiuderli anche tutti e due, ma quando sia conveniente e prudente di farlo. Che se invece il buon nome, l'onore dei D'Orea, avessero corso pericolo non di una macchia, ma di un'ombra soltanto, allora egli avrebbe fatto immediatamente ed energicamente il proprio dovere. Avrebbe parlato chiaro; occorrendo, avrebbe alzata la voce.

E appunto Giacomo, crede adesso e pensa, che il giorno di alzar la voce e di comandare sia venuto.

— Che cosa è questa Fanfan Trécoeur? A Parigi, a Nizza, a Montecarlo, sempre con questa Fanfan Trécoeur?... Una relazione, un legame simile, una tresca?... E pubblicamente?... Con una chanteuse? Lui, un uomo ammogliato?... Ah, no! Fino a questo punto, no! Con o senza apostrofe, ma il nome dei D'Orea deve essere rispettato da tutti, in Italia e fuori.

— Il patrimonio in comune, sta bene: lui ha famiglia, io no. Spendere e spandere, senza fare i conti del mio e del tuo... tiriamo pure innanzi!... Finchè si tratta della casa, della famiglia, dei parenti della moglie, del lusso, delle corse, delle scommesse, del giuoco, — io lavoro anche per lui, risparmio anche per lui, — tiriamo pure innanzi!... Ma cinquecento settanta mila lire in meno di tre mesi per la signorina Fanfan... Ah, no! Questo poi no!

— Che cosa fare?... Scrivere?... — Poco efficace. — Chiamare Luciano a Bologna?... — Troppo pericoloso!

Giacomo, un po' contro genio, risolve alla fine di andare anche lui a Villars col fratello e con la cognata. La villeggiatura, certamente, non sarebbe stata molto gradevole e piacevole, ma, d'altra parte, non vede provvedimento migliore.

— Coraggio, e andiamo a passare un mese fra i vicerè!

Per fortuna, fra tanta gente noiosa, insopportabile fa eccezione Maria Grazia. Avrebbe fatto delle buone chiacchiere con la cognata. Donna un po' fredda, anch'ella un po' vice-regina, nella compostezza pacata dei modi, delle parole, ma intelligente, giudiziosa e buona. — Molto buona e, certo... non troppo felice!

Ma gli altri!... — Dio che peso! — Quella duchessa madre che ha l'aria di scendere dal trono per sua grande degnazione e per fare spargimento di grazie ed esercizio di mansuetudine! Quel principe Rosalino, una continua ostentazione di galanteria convenzionale e di cavalleria... pedestre. Che peso, che peso, tutta quella gente con la loro retorica dei nobili principii, dei sentimenti di famiglia, e il vuoto nella testa e nel cuore! Mai un momento di sincerità, di vera cordialità! Sempre in etichetta, e in frac tutte le sere!

— Che noia!

Pure, bisogna proprio andare a Villars!

— Maledetta Fanfan e... maledetto ragazzaccio!

A Bex, intanto, la nuova fase della luna cattiva e muta, con persistente inappetenza, continua fino alla vigila dell'arrivo di Giacomo: proprio quel giorno, come per incanto, Luciano riacquista la parola e l'appetito.

— Giacomo... a Villars?... Con mia suocera? Che abbia sentito parlare di Fanfan e voglia venir lassù a predicare la morale e l'economia?... Certo, in questa sua risoluzione, qualche cosa di nuovo ci deve essere!... E in questo «qualche cosa» per un verso o per l'altro ci deve entrare Fanfan!

Don Luciano, s'intende, anche sforzandosi e simulando indifferenza e buon umore, non ha riacquistato la parola altro che per brontolare; ma adesso, pur seguitando a brontolare con Maria e col signor Zaccarella, chi è preso di mira è Giacomo! Anzi, co' suoi sfoghi, egli cerca di farsi alleati la moglie e il segretario, contro il fratello:

— Noioso e pedante!... Puritano per ostentazione! Caparbio e ostinato! E «la modesta semplicità della vita operosa» che decantano i suoi giornali? Niente altro che avarizia! — Non ho ragione, signor Zaccarella?... Ride? Rida, rida! Io parlo poco, ma colpisco giusto! Tutta avarizia e diffidenza. Lavora, fa tutto lui, perchè non si fida di nessuno! Ma... — qui un grande sospirone — dal momento che si deve vivere insieme per un mese, che ti pare, Maria? È meglio essere in bona! Io non posso soffrire i malumori e non amo i litigi in famiglia!

Questo, gli preme soprattutto: essere in bona con suo fratello. Se Giacomo ha timore di prendere troppo di fronte Luciano, Luciano, al presente, avrebbe ancor più paura di romperla con Giacomo.

Cinquecentosettantamila lire erano state pagate a Parigi per Fanfan! Ma... e il resto che rimaneva ancora da pagare?

Luciano D'Orea, non ne sa un'acca di amministrazione, pure sa benissimo che lui, con la sua generosità non ha fatto altro che spendere, mentre il fratello, con la sua avarizia, non ha fatto altro che lavorare e guadagnare. Se si venisse alle strette? Se si dovessero fare i conti del mio e del tuo?... Non sarebbe il momento! Con mezzo milione ancora da pagare a Parigi? Con Fanfan che, finalmente arriverà fra tre o quattro giorni a Losanna? Con Fanfan che vuol fare una brillante carriera, sempre piena di successi e che vuol riuscire assolutamente a cantare alla Scala?... Con Fanfan che ha sempre lì, pronto, se lui si ritira, il re della glicerina?... No, no!... Bisogna portare pazienza, chinare il capo e sopportare anche le osservazioni e le prediche... per amore di Fanfan e per poter tener testa a mister Kennett!

Il povero don Luciano, con tanti milioni, si trova ridotto al punto di dover piangere la propria miseria.

— Ma! — sospira. — Quando non ci sono quattrini abbastanza, bisogna sacrificare anche l'amor proprio, il proprio carattere franco, leale, indipendente... e fare lo scherzoso e l'amabile persino con la moglie lunatica, perchè Giacomo, arrivando a Bex, non la veda con gli occhi rossi!

— Io mi guardo bene dal darti la più piccola seccatura! Non è vero, cara? Io ti lascio libera di fare, di disfare, io ti lascio sempre padrona di tutto! Non è vero, cara?

— Sì, Luciano...

— Soltanto per questi giorni, — pochi, si spera, — che Giacomo resterà con noi, io ti prego di non fare il muso e di mostrarti, come sei, contenta e felice! Mi raccomando.

— Sì, Luciano. Del resto, Giacomo è buono. È sempre stato gentile e affettuoso con me!

Il marito ha uno scatto vivace, ma si frena, per i suoi fini diplomatici e inghiotte l'amaro di quel «buono» pel timore degli occhi rossi. Ma per essere scherzoso e per divertire la moglie, e insieme anche per sfogarsi continua durante tutta l'ora del pranzo, a ridere alle spalle del fratello.

— Buono? Tu dici, Maria, che Giacomo è buono? Ma è buono perchè gli manca la capacità di poter essere cattivo! È un uomo, Giacomo, che deve tutta la sua gloria e la sua fortuna, alle qualità che gli mancano. Non sa spendere?... Un altro passerebbe per un avaro: lui, no; ne fanno un grande finanziere! Non sa vestire, è inelegante, sembra un notaio in abito di testamento?... Acquista, per questo, nell'opinione pubblica, in serietà, in gravità, in superiorità! È sempre stato un giovane vecchio, timido, senza un'ombra di spirito con le signore. Un altro, sarebbe spacciato, ridicolo. Lui, no: è un esempio di austerità e di moralità! Ride?... Rida, rida, signor Zaccarella!

Il signor Zaccarella, che nutre in cuore un profondo rispetto per Sua Eccellenza e i suoi milioni, si sforza e ride rumorosamente per compiacere il padrone.

Luciano si sente in vena, pieno di brio e continua divertendosi:

— Aver paura è sempre stato il grande coraggio di mio fratello! — Un esempio? — Ecco: lo fanno ministro. Gli altri, al suo posto, tengono duro, finchè li mandano via con la testa rotta. Lui ha paura, scappa e si crea la fama di uomo forte, energico, «tempra adamantina!». Fosse rimasto al Ministero, sarebbe diventato un asino anche lui: scappa e acquista il coraggio delle proprie opinioni e il genio della politica! Non ho ragione, signor Zaccarella?

Il signor Zaccarella inghiotte, annuendo col capo. Maria rimane silenziosa, seria: non approva il marito, non difende il cognato.

Soltanto a quella parola «asino» lanciata con tanta brutalità e volgarità, presente il signor Zaccarella, ha un istintivo moto di disgusto; ma è un lampo. Luciano, tuttavia, se ne accorge e quindi insiste e ribatte sull'asino.

— Asino! Asino! Asino! Del resto non è il solo che sia un asino e che sia diventato ministro! Dica lei, signor Zaccarella!

Questa volta l'ossequioso Zaccarella non ha scrupoli e risponde, sprofondando quasi la testa nel piatto con un inchino:

— Verissimo!

— La politica? Buffoni e asini!

Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai non irrita più, non fa più nessun effetto.

— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio?

Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così.

— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la politica! Invece di fare della politica, io faccio dello sport: rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate! — Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte maraviglie:

— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!

— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica!

Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di quella certa Fanfan?

Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il pianoforte, chiama Maria, comincia la Traviata e continua tutta sera con la Traviata:

«Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»

La mattina dopo, a colazione, quando ha ben ripetuto che Giacomo è un avaro, un pedante e un asino, — annunzia alla moglie che gli sarebbero andati incontro tutti due fino a Montreux, in automobile.

— Ti raccomando, Maria. Niente lune. Mostrati come sei, contenta e felice!

VI.

Appena quelli di Villars sanno dalla «cara Maria» che don Luciano è finalmente arrivato a Bex, mandano anche a lui, in un mazzo, per telefono, «saluti e tenerezze» e poi basta: silenzio prudentissimo.

I giorni passano senza altre notizie, e quelli di Villars li lasciano passare senza chiederne: «nessuna nuova, buona nuova».

Di tanto in tanto, la duchessa madre e il principe Rosalino si scambiano con gli occhi, soltanto con gli occhi, qualche interrogazione:

— Come mai?... Il nostro Luciano e la cara Maria Grazia, non annunziano ancora il loro arrivo quassù?... Ancora non ne parlano?... Ancora non si fanno vivi?

Sssst!... Tutti cito! «Fra moglie e marito non ci va messo un dito!»

Tutti cito, e tutti allegri!

Per la duchessa Cristina e per il principe Rosalino, ogni giorno che passa senza la presenza di Luciano è un giorno guadagnato, un giorno di più di sollievo, di piena libertà e di pompa magna senza il cruccio delle spostature, dei musi, delle continue contradizioni. Per Remigia, ogni giorno che passa senza Maria è un giorno guadagnato per le sue conquiste e per le sue vittorie. La duchessina rimane oscurata dall'immediato confronto con la sorella Maria. Quando è presente la bellissima D'Orea Moncavallo, la povera Piccola, non è più che una bimba allegra, un giocattolo divertente! Punto primo, la signora D'Orea è maritata, Remigia, ancora signorina: Maria è la grazia, la soavità, l'amore: lei il capriccio, il diavolo a quattro!... E poi i capelli neri, quando sono così neri, vincono sempre i capelli biondi e la poesia, la dolce e malinconica poesia degli occhi di giavazzo, dalle ondate di luce tenera e languida vince il sorriso e l'arguzia degli occhi ceruli e giocondi!

Sì, sì! Rimanga a Bex! Che Maria Grazia rimanga ancora a Bex, finchè anche lei possa aver trovato un don Luciano... magari vecchio e brutto come il barone Danova. Non importa! Sarà in tal caso più buono e più docile.

Il solo che si mostri inquieto, in tanta pace, è il signor Trüb.

In que' giorni a Villars c'è un tempo splendido! Fin troppo splendido e troppo caldo!... Il meteorologo signor Trüb prevede non lontana una nuova burrasca e teme che i rimasti a Bex, invece di salire, facciano scendere anche gli altri! Il signor Trüb si aspetta sempre una qualche spiacevole improvvisata dalla volubilità degli italiani e il suo cuore non sarà soddisfatto e sicuro, finchè la grande famiglia di prim'ordine non sarà tutta riunita alla Tête-pointue.

— E così, signor principe?...

È col principe Rosalì, che il signor Trüb può sfogarsi a parlare. La duchessina è gentilissima, affabile, ma scherza sempre, non gli dà retta; egli comincia a sospettare che lo prenda un po' in giro. Gli altri sono molto sostenuti. Rispondono ai suoi inchini, saltetti e sgambetti con un cenno di testa e non tutti i giorni. Col maggiordomo, con i servitori, non c'è verso di poter dire due parole senza stappare una bottiglia!

— E così, signor principe?... Ha ricevuto qualche notizia?... Si sa quando arrivano il signor duca e la signora duchessa D'Orea? — In tanta confusione di titoli, il prudente locandiere li crea tutti duchi per non sbagliare.

— Ancora non hanno scritto niente! Vuol dire che laggiù si trovano bene!

— Impossibile, signor principe! Con questo caldo?

— Eppure... vorrà dire che a Bex, farà fresco!

Il rubicondo Trüb fa un inchino, un saltetto, scoppiando in una sonora risata: scherza sempre, è sempre pieno di brio, il signor principe!

— Ah! Ah! Ah!... Fresco a Bex! Ci sono trenta gradi! Scappano tutti!... Ogni giorno mi arriva un monte di telegrammi!... Famiglie di prim'ordine, titolate, dall'America, persino dall'Australia, che vorrebbero fermarsi alla Tête-pointue, tutta la stagione! Io non fo altro che rimandar gente! Sono venuti a sapere che le più belle camere con i due saloni del primo piano tenuti a disposizione del signor duca e della signora duchessa D'Orea, sono tutt'ora vuoti, e mi tormentano!

— E voi rispondete che sono pieni, e vi lascieranno in pace! Finchè mia nipote non viene quassù, vuol dire che giù si trova bene, ed è inutile scrivere, telefonare, voler sapere... Sapere che cosa?... «Chi sta bene non si muove!» Eh! Mi par naturale!

Dalla grande terrazza dell'albergo, in certe sere chiare di luna, profumate dal tepido odor di pino, si scorgono laggiù, in fondo in fondo, nella parte più bassa e più buia della valle, alcuni punti di luce giallastra: è la cittadina di Bex.

Che caldo, che soffoco, deve fare in quella pianura arsa, cocente, se a Villars, a mille trecento metri, non c'è un filo d'aria!... E che tormento deve essere Luciano... retour de Paris!... Che musi! Che scene!...

Ma la madre non vuol lasciarsi vincere dai tristi pensieri, e interrompe il beato silenzio del fratello che sonnecchia, nell'ora placida della digestione, al chiaro di luna.

— Chi sa, anche questa volta, che bel regalo!

— Regalo?

— Che bel regalo avrà portato Luciano da Parigi alla mia cara Maria!

— Eh!... Certo!

— L'altra volta le ha regalato un filo di perle, del valore di sessanta mila lire!... Regali, bisogna proprio dire, gliene fa molti, sempre magnifici e di buon gusto!

— Eh!... Certo!

— Maria, in fondo, siamo giusti, non ha che da parlare e ha tutto ciò che vuole!

— Tutto!...

— Quante ragazze si augurerebbero di essere la mia Maria! Si sa, a questo mondo, ogni rosa ha la sua spina!

— Eh! Si sa! Ogni magione ha la sua passione!

Così, il cuore della madre si mette in pace, e può quindi gioire senza scrupoli vedendo l'Idola a scherzare, a ballare e a divertirsi.

Appena arrivata, appena scesa alla Tête-pointue, la duchessina Remigia col panama dalla larga tesa messo alla birichina, con la sua scioltezza disinvolta e la sua aria signorile, ha subito fatto colpo sui primi forestieri nei quali si imbatte e che stanno a crocchio davanti al portone dell'albergo.

Din e Don non vogliono lasciarsi prendere, non vogliono lasciarsi legare al guinzaglio e Remigia approfitta subito della loro disubbidienza per farsi ammirare. Li insegue correndo, con movenze agili eleganti; si finge crucciata e li chiama forte, battendo i piedini, frullando, trillando come una lodoletta, con la sua voce fresca, d'argento.

— Din! Don! Subito qui!... Qui subito!... Qui! Da bravo! Così, bravo il mio Don! È un tesoro il mio Don!... Anche Din! Sì! Sì! È obbediente anche Din. Anche il mio povero Din, caro, caro, caro!

— Che bel piedino! Che bel vitino!.. E che ginger la biondina! — Il barone Marco Danova è incantato. — Congratulazioni, signor Trüb!

Il signor Trüb non sente nemmeno il complimento sussurrato a mezza voce. Inchini, sgambetti, saltetti; nel ricevere la grande famiglia italiana di prim'ordine sembra addirittura un maestro di ballo!

La duchessina è come un piccolo generale: sente l'odore della battaglia, e assapora la gioia del trionfo! Villars, sarebbe stato il suo regno e il luogo di delizie di Din e Don!

Che fortuna per lei che Maria Grazia sia rimasta a Bex!

Un'occhiata fra le signore sparse nel giardino, una occhiata fra le altre che leggono o passeggiano sotto l'atrio e Remigia ha subito capito il genere: Le francesi sono di Ginevra, le inglesi, Cook e Co; sono in maggioranza le tedesche e però nessun buon gusto, anche in chi vuol fare del lusso, e invece una grande varietà in camicette, dai colori più pappagalleschi.

È vero, per altro, che anche fra gli uomini, un «don Luciano» ancora non s'è visto.

Quella prima sera, la nobile famiglia italiana pranza tardissimo, al restaurant. Si ferma, dopo, appena una mezz'oretta sotto l'atrio, e si ritira assai presto. Sono tutti stanchi dal viaggio, dalla giornata di pioggia, dal cambiamento d'aria. Totò solamente, sebbene sia più stanco e abbia più sonno degli altri, si ferma ancora, saluta le signore, per la fumata d'obbligo, con la classica pipa di radica. In tutto punto nello smoking di Pôole e col berrettino grigio di White, gira su e giù col passo lungo da scavalcar le montagne, il viso arcigno, seccatissimo, annoiatissimo.

Eppure, in cuor suo — altro che noia! — è invece assai agitato. Guarda e osserva a sua volta con le lenti dell'amore e della gelosia, gli ospiti di Villars. Remigia avrebbe dovuto constatare che è molto più inglese lui, di tutti gli inglesi autentici che ci sono alla Tête-pointue: ma Remigia, è tanto dispettosa e civetta!

L'Idola, in quel tempo, ha avuto altro da fare che badare a Totò! Passeggiando seria e contegnosa al braccio della madre, — non ci sono nell'atrio Din e Don e non è l'ora di fare il chiasso, — senza mai guardare in giro, senza nemmeno alzar gli occhi ha già notato che i giovinotti e i giovinetti, quelli che devono essere i campioni della sala da ballo e del tennis la seguono insistentemente con la coda dell'occhio e parlano fra di loro, — e certo di lei, — con grandissima animazione. Ha notato che anche gli uomini seri e gravi, gli uomini maturi, fanno, senza parere, dei giretti e delle fermatine premeditate per vederla più da vicino. Uno, specialmente, con una barbaccia al lucido Nubian. Quello che al primo vederla, ha esclamato, rapito in estasi, col signor Trüb: — «Che bel piedino! Che bel vitino!»

La duchessina Remigia, con Mimì Carfo e con mademoiselle, sono tutte tre al secondo piano. Le camere delle ragazze sono attigue e l'uscio di comunicazione è sempre aperto. Dopo la camera di Remigia, dall'altra parte, c'è un salottino, poi la camera di mademoiselle.

— Sai, Remigia, chi c'è a Villars? — dice Mimì all'amica, mentre ciascuna si spoglia nella propria camera.

— Chi? — domanda Remigia affacciandosi all'uscio, tutta bionda e tutta rosea, in busto e sottanino. — Chi?

— Indovina.

— Qualche cosa di bello o di brutto?... Un adoratore?... Per me o per te?

— Indovina!

La Mimì, già in camicia, un camicione lungo lungo, perchè è alta e ricca della persona, sta rimboccando le coperte del letto. I capelli pur biondi, ma di un biondo assai più scuro dei capelli di Remigia, le cascano come un largo flutto lucente, odoroso, giù per le spalle, per la vita e le anche.

— Chi è questo nostro timido adoratore?

Remigia s'è slacciato il busto e lo ha gettato sul canapè, nella sua camera. Così, mostrando gli ossicini delle spalle e con le braccine nude sottili sottili, la piccola sembra ancora più piccola e più minuta.

— Ahimè! — sospira comicamente. — I nostri adoratori sono molto timidi! Vorrebbero tutto e non hanno il coraggio di domandarci nemmeno... la mano!

Mimì dà in una risata e salta nel letto. Resta seduta, appoggiata un po' di fianco ai cuscini, si prende tutti i capelli con le due mani, lisciandoli, torcendoli, avvolgendoli e fermandoli sulla nuca.

Remigia insiste, battendo i piedi per terra.

— Rispondi, Mimì! Per te o per me? Adoratore tuo o mio?

— Non ho detto nemmeno che sia un adoratore!

— Oh, e allora? — L'Idola fa un'alzata di spalle.

— Mah! Ti divertirai lo stesso! Forse molto di più!... L'ho saputo adesso, dalla Rosa. — La Rosa è la cameriera della duchessa Cristina. — Ne ha visto il naso verde spuntare minaccioso in fondo al corridoio del terzo piano!

— Missis Eyre! — esclama Remigia con un grido di gioia. Quella notizia le basta per far del chiasso, per sfogare l'argento vivo che ha nel sangue. Salta sul letto, salta addosso a Mimì, la bacia furiosamente, tirandole i capelli. Mimì si caccia fin con la testa sotto le coperte... e Remigia a batterla, a farle il solletico, a pizzicarla, continuando a gridare di tutta foga: — Missis Eyre a Villars! O gioia! O gioia! O gioia!

— Lasciami respirare... Non ne posso più... — Mimì, mezzo soffocata, butta via le coperte e cerca con le due mani di allontanare l'Idola che, tutta capelli e voce, pare impazzita. — Non ne posso più... Dio, Dio che caldo!... Lasciami respirare!

Remigia si ferma un istante: ha sentito aprire la camera dopo il salotto.

— Mademoiselle?

È proprio mademoiselle.

— Si può, duchessina Remigia?

— Venga! Venga!... Sono qui!

Anche l'istitutrice ha la grande notizia.

— Sa chi c'è a Villars?... Indovini.

— Missis Eyre! Missis Eyre! Quella gioia di missis Eyre! — L'Idola ricomincia a strillare, saltando per la camera, saltando sulle poltrone e sul canapè.

Mademoiselle guarda la duchessina e sorride; ma soltanto con le labbra. I suoi occhi mansueti e smorti, non brillano mai, non hanno mai nè sorrisi, nè lampi.

— Ha già cominciato col proibitissimo! L'ho lasciata alle prese con la Carolina!

— Patapum!... Pum! Pum! — Remigia gonfia la bocca, per fare il rimbombo del cannone. — Pum! Pum! La colonnellessa Facanapia di Sbirlingonia ha aperto il fuoco!

— Sempre come alla villa d'Este! — continua mademoiselle. — Le solite ire contro Din e Don! Non devono dormire nella camera della Carolina! Shocking! Proibitissimo! Ha già dichiarato che domattina farà subito il suo bravo reclamo al bureau!

— Oh bella! E che cosa importa alla colonnellessa Facanapia che i miei cani dormano con la mia cameriera?

— Perchè la stanza della cameriera è vicina a quella di miss Eyre! Abbaiano! Fanno la ciostra! Con questa compagnia di gente e di cani, l'hôtel non è più un hôtel, è una piazza, una fiera!

— Senti, Mimì! Guerra dichiarata fra l'Italia e la Sbirlingonia! E non si dà quartiere! Domattina, prima cosa, impadronirsi del Times! Totò, fuori la pipa, e pipa a tutto andare! Nelle ore del caldo e delle dormitine pomeridiane, corse e ludi ginnici nel corridoio del terzo piano. Dichiarare all'inchinevolissimo signor Trüb che al primo pronunciamento delle parole «proibito o défendu» tutta l'Italia parte in massa per Glion o per Caux! E tutte le sere festa da ballo a piena orchestra fino alla mezzanotte et ultra! Ben inteso: a Din e Don camera al terzo piano con pensione e libero accesso nell'atrio e nella veranda!

— Tutte le sere, festa da ballo? — osserva Mimì, sempre giudiziosa e riflessiva. — Uhm! Ne dubito. E i ballerini?... A Villars, abbondanza di giovinetti e grande scarsità di giovanotti!

— Lo hai notato anche tu, Mimì? E quei pochi devono essere francesi di Ginevra, come le signore.

— Niente chic! Niente esprit! Pedanteria e conferenze! Che noia! Che noia! Uff! Nascono tutti professori, a Ginevra; anche le donne!

— Ma come fa, Dio mio? Come può osservare tutto, lei? E sta lì, così seria, raccolta... Sembra, certe volte, che non osi nemmeno di alzar gli occhi! — Mademoiselle guarda la duchessina, battendo palma a palma in rapimento estatico.

— Mah! Come gli ufficiali hanno la sciarpa e le spalline, noi, quando siamo in parata, dobbiamo avere il pudore d'ordinanza!

— Stasera, sotto l'atrio, non ho visto che un solo ballerino possibile! — È Mimì che crede di aver fatto la scoperta. — Un giovinotto biondo, elegante, con un garofano bianco all'occhiello e la lente nell'occhio?... — Quello è inglese, certissimo!

— L'ho visto anch'io, tò! Ma anche la tua fenice porta lo smoking con la cravatta bianca! C'est un crime, mia cara! — Remigia diventa seria e scrolla il capo. — Io non so che strana idea è saltata in testa a quella buona donna di mammà...

Mademoiselle capisce dall'antifona che l'Idola l'ha con la duchessa Cristina e, per cavarsela prudentemente, adduce di sentirsi molto stanca, augura la buona notte e si ritira.

Remigia, torna a saltare sul letto di Mimì.

— Davvero, sai? Mia madre io non la capisco! Se vuol farmi trovare il mio don Luciano perchè non mi porta a Saint-Moritz o ad Ostenda? Anche Villars-Ollon non mi pare la villeggiatura del coup de foudre, ma quella di una buona dote! Villeggiatura di rampolli con l'angelo custode; con accanto papà e mammà e dieci punti in condotta.

Gli occhi affettuosi dell'amica, si riempiono di lacrime. Sempre così, povera Mimì Carfo, quando Remigia tocca quel tasto doloroso del suo matrimonio.

— C'è tempo! C'è tempo! Consolati! — Ma dopo aver consolata Mimì, l'Idola sospira e diventa seria. C'è tempo... E poi, chi sa?... Lo troverò?... Ci sarà anche per me un don Luciano, numero due? Perchè, giovane o vecchio, non importa...

— Vecchio, no! Brutto no! Ti prego, ti supplico!.. — Mimì geme, per conto dell'amica.

— Vecchio o brutto, per me è indifferente! Ma non farò certo un matrimonio inferiore a quello di mia sorella! Oh, no; giammai! Piuttosto mi voto a Dio!

L'Idola, che passa con una volubilità straordinaria dai sospiri al buon umore, alza le braccia sottili e trasparenti verso l'immagine a cap'al letto di Mimì.

— Oh, sì, lo troverai certo, presto, il tuo don Luciano, e più bello, più buono di quello di Maria Grazia, e allora la povera Mimì Carfo...

— Allora?... La povera Mimì Carfo? — Remigia avvicina il viso al viso dell'amica godendo anche il dolore e le lacrime di quell'adorazione così tenera e devota. — Allora, la povera Mimì?

— La povera Mimì resterà sola, abbandonata...

— Sola, abbandonata?... In Trinacria? Mainò!

Remigia scherza, ma la Carfo dice sul serio e teme sul serio, non soltanto l'abbandono, ma pure l'oblìo.

— Giura questo, almeno: anche quando avrai trovato il tuo don Luciano e saremo tanto lontane l'una dall'altra, non mi dimenticherai?

— Giuro.

— Mi vorrai bene sempre sempre: giura.

— Giuro.

— L'amore non ti farà mai obliare l'amicizia: giura.

— Giuro! Giuro! Giuro! — L'Idola salta dal letto, torna a saltare per la camera come una matta. Sembra che abbia dell'amore un'idea tutta da ridere.

— Sai pure. Mimì, che l'amore è per me la parte noiosa della festa: dato che il matrimonio sia una festa. Innamorata, io? No! No! Giuro! Giuro! Giuro! Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione! Io... ho un cuore senza combustibile. Flirto, qualche volta, per non far disperare mammà nelle sue mire di collocamento. Ma appena maritata... se ci arriverò... non la darò più ad intendere nemmeno a mio marito!

Mimì non risponde: l'amica sua ha colpito nel vivo. « — Tu sì, che t'innamorerai subito, alla prima occasione!» Come anch'ella sentiva che era vero questo, che avrebbe messo tutta la sua vita, tutta la sua felicità, tutta se stessa nell'amore... fosse pure dolore e sacrificio soltanto!

Ma... l'occasione, sarebbe poi venuta? Mimì Carfo non ha alcuna speranza. È povera, senza essere stata mai ricca, senza il lustro di un grande nome, senza le aderenze e i ricordi fastosi di una grande famiglia. Il babbo di Mimì era un maggiore di fanteria ed è morto in Africa. La mamma, sola a Catania, riesce appena a strappar la vita con la piccola pensione: e fortuna che la duchessa Moncavallo — una delle sue tante cugine in grado infinitesimo — le fa risparmiare la spesa di Mimì, che, per far piacere all'Idola, tiene sempre con sè e fa viaggiare quasi tutto l'anno.

In questo stato di cose che occasioni d'innamorarsi le possono mai capitare?

Mimì Carfo, affettuosa, appassionata per indole, è retta di mente, è onesta, è religiosissima. E se l'amore è ardore e poesia per la bella fanciulla siciliana l'occasione d'innamorarsi non può avere altro aspetto che quello del matrimonio.

— Che hai, Mimì? A che cosa pensi?

— A tutto e a niente. Sono un po' stanca.

— Anch'io; ho sonno!

Le due amiche si scambiano un ultimo bacio.

— Addio, cara.

— Addio, gioia.

— Buona notte!

— Buona notte!

Quando Remigia è in camera sua, va dinanzi allo specchio, preme il bottone della luce elettrica, si slaccia e lascia cadere il sottanino: rimane così nella bianca e molle camicia di batista a guardarsi nello specchio... Ad un tratto libera i capelli dalle forcine di diamanti e con una forte scrollata di testa li scioglie tutti e se li fa tutti cadere sulle spalle. È una nuvola d'oro lucente, fluente, profumata; è una maraviglia, un incanto... Ma poi... non c'è altro! Capelli e capelli! Bellissimi capelli, capelli lunghissimi che la coprono quasi, che quasi sembran pesare con la loro massa folta, ondulata, sulla piccola e magra personcina. Begli occhi ceruli, vivi... Bella bocca, bei denti... una bella testina... Ma poi non c'è altro per poter piacere agli uomini!

Remigia si guarda, continua a guardarsi nello specchio e a mano a mano, l'espressione del suo viso diventa più seria, quasi truce... Si abbassa la camicia, — il cappio azzurro è già sciolto — un po' giù dalle spalle...

— Niente di niente e ormai non ho più speranza. I vent'anni sono sonati da tre mesi!

Come invidia, in quel momento, la bella taglia e le belle forme di Mimì!

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